“Berlino risarcisca la vittima delle Fosse Ardeatine”

Il Tribunale civile di Roma ha condannato la Germania al risarcimento dei danni in favore dei familiari di Paolo Frascà che fu torturato per 2 mesi dalle SS tedesche in Via Tasso e poi ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. A presentare ricorso era stato il figlio Bruno Frascà. Il tribunale ha stabilito che per Frascà “tanto la sua detenzione quanto la sua morte sono certamente imputabili allo Stato tedesco”, che “deve essere ritenuto obbligato a risarcire” il figlio “delle sofferenze fisiche e psichiche” che il padre ha subito. Sofferenze che la sentenza enumera: da quando fu prelevato con l’inganno a quando dovette “subire la macabra visione dell’insieme dei corpi genuflessi dei compagni già uccisi”. E per quanto riguarda il figlio della vittima, la Germania è tenuta a risarcirlo per averlo privato del padre all’età di poco più di due anni. La decisione poggia su una serie di dati di fatto, tra cui la sentenza irrevocabile di condanna a carico dei militari tedeschi Karl Hass ed Erich Priebke per aver trucidato 335 persone alle Fosse Ardeatine, le testimonianze processuali delle torture inferte, la funzione del carcere di via Tasso.

Minniti catechizza il Pd: “Sull’immigrazione possiamo reagire così”

Sconcerto e disorientamento. Dopo l’informativa di Matteo Salvini sulla nave Aquarius a Palazzo Madama, la reazione del Pd è questa. “Ma se l’Europa a questo punto si smuove, perché i porti non li abbiamo chiusi noi?”, si chiede un senatore dem. E in effetti, la difficoltà di quella che ieri in Aula era l’opposizione unica è palpabile. Perché Salvini sta facendo una politica in continuità con quella di Marco Minniti, il suo predecessore al Viminale. Per evitare il rischio afasia, ieri lo stesso Minniti ha tenuto un seminario alla Camera, nell’Aula dei gruppi, per i parlamentari Pd. Obiettivo: catechizzarli e dare la linea. In molti hanno preso appunti. La richiesta di qualche indicazione veniva da loro. E dunque, che ha detto Minniti? Prima di tutto, ha stigmatizzato il fatto che Salvini sta litigando con tutti. “Abbiamo litigato con Francia e Spagna, con la Germania temo siamo entrati in una tensione interna al loro governo: ne usciamo più deboli nei rapporti con i partner europei e la possibilità della riforma di Dublino si allontana”. Poi ha contestato il fatto che esista ancora un’emergenza sbarchi. E ha insistito sulla necessità di riprendere i rapporti con la Libia. Ha difeso anche la scelta di Malta di non accettare i migranti, perché non ha la capacità ricettiva necessaria. Non solo: ha sottolineato come l’asse con Viktor Orban abbia dei limiti, visto che lui di migranti non ne vuole ricollocare neanche uno.

Sulla questione chiusura dei porti, l’argomentazione resta vaga. Minniti si è riferito a “ragioni umanitarie” e al fatto che non è possibile a causa delle Convenzioni internazionali, se non in casi estremi. Eppure, la cosa l’aveva presa in considerazione. Il sotto-testo del seminario, comunque, assomiglia a una scommessa tutta da verificare: “Salvini ha segnato un punto tattico, ma il prosieguo della partita è tutto da vedere”.

Da Zawya a Bengasi, i predoni libici in attesa di nuovi affari

Due uomini per terra, picchiati e torturati. Su di loro alcuni uomini armati del gruppo armato guidato dal generale Khalifa Haftar, capo di uno delle fazioni che si contendono il controllo del territorio in Libia. Da giorni nella città nell’estremo Est del paese nordafricano, i jet militari bombardano sulla città. Tante vittime e soprattutto centinaia di sfollati in fuga.

Nel video che nella giornata di ieri ha fatto il giro del web, si vede chiaramente un uomo uccidere i due a terra, a distanza ravvicinata. All’indignazione del popolo degli internauti libici, Haftar ha risposto che si trattava di mercenari al soldo di al Qaeda, senza far alcun riferimento ad indagini concluse o in corso. D’altronde il capo della coalizione armata sostenuta da Egitto e Emirati Arabi Uniti ha definitivamente incassato a fine maggio il riconoscimento della comunità internazionale in occasione del summit di Parigi voluto da Macron. Con la stretta di mano tra Haftar e il premier libico Fayez Serraj, suo ex rivale, Haftar oggi è in una posizione di forza tanto che l’esecuzione sommaria di due uomini da parte di alcuni dei suoi pare non lo metta in imbarazzo. Infatti anche l’Italia e le altre cancellerie da sempre sospette verso Haftar dopo che quattro anni fa si auto proclamò capo dell’esercito libico, hanno dovuto abbassare la guardia ed accettare il compromesso tra il governo Serraj a Tripoli e l’uomo forte dell’Est.

E nella giornata di ieri la nuova Italia, pare essersi ulteriormente avvicinata alla sua ex colonia. Il colonnello della Forze della Marina Ayoob Qassem si è complimentato con l’Italia per aver chiuso le porte ai migranti. In realtà il colonnello Ayoob non aveva mai accettato fino in fondo la libertà delle Ong di effettuare ricerca e soccorso in mare al largo della Libia.

Secondo Qassem le operazioni di recupero dei migranti in mare rappresentavano chiaramente la schizofrenia dell’Europa sul fronte della gestione dei flussi migratori.

Un passaggio importante che potrebbe portare a un rilancio nel breve termine della collaborazione tra Italia e Libia sul contrasto alla migrazione irregolare. Soprattutto all’indomani delle sanzioni delle Nazioni Unite contro alcuni trafficanti libici, di cui alcuni anche beneficiari diretti degli accordi siglati dall’ex ministro degli Interni, Marco Minniti.

Oltre a due eritrei accusati di far parte della rete operativa del traffico di esseri umani in Libia, nella lista nera dell’Onu sono finiti anche il capo della unità della Guardia Costiera della città di Zawiya, Abd al Rahman al-Milad, noto con il soprannome di “al-Bija”; Mohammed Koshlaf, capo della Brigata al-Nasr con cui controllava la raffineria locale e un centro di raccolta per migranti; Ahmed al Dabbashi, soprannominato “Al-Ammu”, capo della brigata Anas Dabbashi – titolare della sicurezza esterna al compound della Mellitah Oil&Gas legata all’Eni, e uno dei principali trafficanti di esseri umani nella città di Sabrata; e un altro importante trafficante di Sabrata Mussab Abu Ghrein, alias Musab Abu-Qarin.

Le sanzione contro un esponente della Guardia Costiera libica hanno creato diversi imbarazzi in Libia, e soprattutto tra le fila delle Forze della Marina. Dunque Salvini pare essere stato in grado di ricucire lo strappo con il colonnello Qassem.

Oltre al trofeo dell’apertura del porto di Valencia ai migranti salvati da SOS Mediterrane da parte del premier spagnolo Sanchez, Salvini – atteso entro la fine del mese a Tripoli – proverà a portare in Europa anche il consenso libico. Peccato che la Libia non sia famosa per il rispetto dei diritti umani.

Alessandra Mussolini: “Sciacquatevi la bocca quando parlate di noi”

“Non ha limite l’arroganza della Francia. Le offese e gli insulti al nostro Paese che per una volta ha deciso di dire basta a sbarchi incontrollati sollecitando maggiore solidarietà e nuove regole in Europa, sono vergognosi”, ha affermato ieri l’europarlamentare Alessandra Mussolini (FI-Ppe) nell’aula del Parlamento di Strasburgo.

“Basta insultare l’Italia, che ha salvato centinaia di migliaia di migranti. Sciacquatevi la bocca quando parlate dell’Italia. Io qui difendo il governo italiano anche se non ne faccio parte. Certo che i porti sono chiusi. È facile parlare da questi banchi di solidarietà con i porti degli altri…”. “Parliamo di ciò che non hanno fatto Spagna e Francia, parliamo piuttosto degli hot spot nei Paesi di transito, in Libia, in Tunisia. “Le scuse ufficiali a tutti gli italiani sono d’obbligo, ma a queste deve seguire una reale svolta nell’Unione europea sulla questione migratoria perché gli italiani hanno perso la pazienza e non sono più disposti ad accettare da Bruxelles solo imposizioni in cambio di nulla”, ha concluso Mussolini.

Il Senato applaude a banchi (quasi) unificati

L’impatto visivo è notevole: quando Matteo Salvini chiude il suo primo discorso da ministro al Senato – l’informativa sul caso della nave Aquarius – ad applaudirlo c’è praticamente l’intero emiciclo, salvo l’ultimo spicchio a sinistra, quello occupato dagli eletti del Pd e del gruppo misto.

Se il Parlamento riflette almeno in parte la sensibilità dell’opinione pubblica, sul tema immigrazione il consenso del leghista si direbbe schiacciante: non c’è solo la standing ovation dei senatori del Carroccio e gli applausi convinti dei Cinque Stelle, ma pure le ovazioni di Forza Italia e Fratelli d’Italia, due dei tre partiti d’opposizione. La richiesta di scuse alla Francia e a Macron viene appoggiata platealmente persino dal più longevo democristiano di Palazzo Madama, Pier Ferdinando Casini. Non proprio un eversivo. “L’Italia – scandisce il senatore bolognese – non può accettare lezioni e gli insulti che i francesi ci hanno rivolto in queste ore, non sono respinti solo dal ministro Salvini, sono respinti da tutta l’aula del Senato e da tutti gli italiani”.

Per il vicepremier la questione Macron si è trasformata in un’arma di legittimazione e consenso. A livello continentale Salvini si è vantato di un fatto nuovo: la “buona cooperazione tra Roma, Vienna e Berlino” e l’improvviso isolamento di Macron. A livello interno il governo si è mostrato compatto: la linea del leghista è stata rafforzata dalle parole e dalle decisioni del premier Conte e dei ministri tecnici Tria e Moavero.

In aula il capo del Carroccio ha confermato la linea dura sulle Ong e messo in fila i numeri su cui basa la sua richiesta di scuse al governo transalpino: “Chiedo al presidente Macron di passare dalle parole ai fatti e accogliere domani mattina i 9 mila immigrati che si era impegnato ad accogliere, dando un segnale di generosità concreta. La Francia ci dice che siamo cinici, ma dal primo gennaio al 31 maggio ha respinto alle frontiere e rispedito a casa nostra 10.249 esseri umani, comprese donne e bambini disabili”.

La seconda dedica è alla Spagna: “Ringrazio il buon cuore del presidente Sanchez. Mi auguro e spero che eserciti la sua generosità anche nelle prossime settimane, avendo spazio per farlo. Ricordo i numeri, secondo i quali a oggi l’Italia ospita nelle sue strutture circa 170.000 richiedenti asilo. I numeri ci dicono che in Spagna sono 16.000. Sedicimila contro 170.000”.

Nei 21 minuti della sua informativa, il ministro dell’Interno si lancia pure in un’impresa ardita: smettere la veste del Salvini “brutto e cattivo” – quello che ha affidato agli slogan sull’immigrazione buona parte delle fortune elettorali – e assumere la fisionomia dello statista savio. Addirittura caritatevole: “Sono stufo dei bambini che muoiono nel mar Mediterraneo perché qualcuno li illude che in Italia e in Europa ci siano casa e lavoro per tutti. Sono stufo di questi morti di Stato! Sono stufo di questi morti di Stato!”.

Più tardi tocca a Toni Iwobi, primo senatore di colore della storia della Repubblica e responsabile Immigrazione della Lega. Le prime parole di un eletto di origini nigeriane a Palazzo Madama avvertono “migliaia e migliaia di giovani africani” di non “illudersi di un futuro in Italia” . Dice Iwobi: “Io non voglio essere complice del nuovo schiavismo moderno”. Il Senato applaude a banchi (quasi) unificati.

La nave della Ong a Valencia non prima di sabato: “Maltempo nel Canale di Sicilia”

La nave Aquarius procede verso il porto di Valencia, nel quale non riuscirà a sbarcare prima di sabato mattina. Lo rende noto su Twitter Medici Senza Frontiere, che ha del personale a bordo dell’imbarcazione di Sos Mediteranéé: “Prevediamo di entrare nel canale di Sicilia questa sera (ieri, ndr). Il nostro arrivo è previsto per sabato. Dipenderà dalle condizioni meteo che stasera dovrebbero peggiorare con onde fino a 4 metri e venti fino a 35 nodi”. Alla polemica internazionale su Aquarius ha partecipato anche il premier di Malta, Joseph Muscat: “Ci siamo comportati in accordo con le regole internazionali. Speriamo le relazioni bilaterali con l’Italia si normalizzino, nonostante le dichiarazioni inaccettabili di un ministro”. Ieri mattina, intanto, è arrivata a Catania la “Diciotti” della Guardia costiera con a bordo 932 migranti, salvati al largo della Libia. Resta nelle acque libiche Sea Watch 3, battente bandiera olandese della Ong tedesca Sea Watch che ha raggiunto la zona dove una nave della marina Usa ha recuperato 41 naufraghi: “Aspettiamo una risposta dall’Italia su un porto sicuro di attracco”.

Aquarius, i nuovi alleati di Salvini isolano Macron

A sorpresa non è Matteo Salvini a trovarsi isolato dopo la scelta di impedire l’attracco in Italia della nave Aquarius carica di migranti, ma Emmanuel Macron, il critico più feroce di quella scelta “cinica e irresponsabile”. Mentre la crisi con la Francia peggiora, la linea leghista del governo trova due insperati alleati: la Germania e l’Austria.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, 31 anni, Partito popolare, ha una linea durissima sull’immigrazione, vuole tagliare il welfare a chi non parla tedesco e sequestrare i cellulari ai migranti per identificarli. L’ultimo progetto su cui cerca alleanze è quello di centri per gestire i migranti fuori dall’Ue, pare in Albania: “Sono lieto della buona cooperazione che vogliamo costruire fra Roma, Vienna e Berlino”, ha detto ieri, annunciando un “asse dei volenterosi” che comprende anche l’Italia, cioè Matteo Salvini.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, che nel 2015 era il simbolo delle politiche di apertura, quando lasciava entrare i profughi siriani in Germania, oggi tratta con Kurz e si mostra comprensiva verso Salvini. “L’Italia è particolarmente esposta a un numero grande di profughi e di migranti. Nessun Paese dovrebbe esser lasciato solo con questo compito”, ha detto ieri in una conferenza stampa dove ha auspicato una “soluzione europea” per i migranti.

Tra Kurz e Salvini c’è una comunanza di stile e di intenti. La Merkel ha un’esigenza di altro tipo. Secondo un’indiscrezione (smentita da Roma) pubblicata da El País, la Germania teme che al Consiglio europeo del 27 giugno l’Italia metta in discussione la seconda rata dei 3 miliardi promessi dall’Ue alla Turchia per il 2018-2019 in cambio della chiusura della rotta balcanica. Il blocco dei profughi siriani serve soprattutto a Berlino.

Dopo l’appoggio di Kurz e Merkel, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontra a Palazzo Chigi l’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg. Un alleato nella crisi diplomatica con la Francia, visto che gli Stati Uniti temono le posizioni filo-russe del governo giallo-verde, ma hanno bisogno dell’Italia come partner, vista l’imminente uscita dall’Ue del loro storico alleato, la Gran Bretagna. L’Italia serve per arginare la Germania e perché Washington non si fida della Francia (ricordano la guerra in Libia del 2011).

Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore francese Christian Masset, che ha mandato una sua delegata perché era fuori Roma. Un gesto per non lasciare la crisi alle polemiche Twitter e riportarla sui binari istituzionali: è la mossa diplomatica più netta prima del ritiro dell’ambasciatore italiano da Parigi. Moavero esprime la linea dell’Italia: serve un segnale pubblico di correzione di toni e linea da parte di Macron.

Poco dopo l’incontro diplomatico, legge sulle agenzie stampa che, secondo fonti francesi, “la Francia non ha ricevuto informazioni sulla richiesta di scuse da parte di Palazzo Chigi”. Una nuova umiliazione per Roma, peggiorata dalla dichiarazione di Macron che finalmente arriva: “Non possiamo cedere alla politica del peggio nella quale saremo tutti in preda all’emozione, dando così ragione a coloro che vogliono portarci verso le strade più buie”. In queste condizioni, il vertice a Parigi di domani tra Conte e Macron, così come quello tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il suo omologo francese Bruno Le Maire, per ora sono stati annullati.

Carroccio, mano pesante della Procura con i giornalisti

Il nostro Ferruccio Sansa e i colleghi di La Stampa e Repubblica, Matteo Indice e Marco Preve, sono stati a lungo sentiti senza avvocato dalla Guardia di Finanza, a Bolzano, su quanto scritto nelle edizioni del 13 giugno 2018 a proposito di un’inchiesta della Procura di Genova su un’ipotesi di truffa e riciclaggio che riguarda 48 milioni di finanziamenti pubblici alla Lega. L’inchiesta è da tempo nota. L’uscita degli articoli non ha certo impedito agli inquirenti di acquisire elementi di prova come infatti è accaduto a Bolzano. Siamo sconcertati per l’iniziativa della Procura di Genova, esprimiamo la nostra solidarietà ai colleghi coinvolti e ringraziamo la Fnsi, l’Associazione ligure dei giornalisti, l’Ordine ligure dei giornalisti e il Gruppo cronisti liguri per il tempestivo intervento a tutela della libertà di stampa e del diritto di essere informati.

Ferruccio Sansa e il Fatto Quotidiano hanno informato i lettori su una vicenda giudiziaria che coinvolge uno dei due partiti dell’attuale maggioranza. Dare conto ai cittadini di tutto ciò che riguarda i politici che ci governano è da sempre l’impegno del nostro giornale e non cesserà mai di esserlo. (m. trav.)

I Comitati di redazione del Fatto Quotidiano e de ilfattoquotidiano.it

Lega, perquisiti dirigenti e filiali della Sparkasse

Dieci milioni usciti dall’Italia nel 2016 e destinati a una fiduciaria del Lussemburgo. Nel gennaio 2018 tre ritornano in Italia su un conto corrente della Sparkasse di Bolzano.

La pista parte da Avenue de la Gare 16 in Lussemburgo. Da qui, dalla sede della nota fiduciaria Pharus Management, sarebbe partita la segnalazione sull’operazione “sospetta”. E “sulla presunta titolarità in capo alla Lega”, come ipotizzano gli investigatori, dei milioni in questione.

Il dubbio è che quei dieci milioni siano una fetta del tesoretto scomparso del Carroccio: in tutto 48 milioni che i magistrati genovesi stanno cercando dopo le condanne in primo grado di Umberto Bossi e Francesco Belsito nel luglio 2017 per la truffa dei rimborsi del Parlamento.

Così ieri mattina alle 7:30, trenta uomini del nucleo Tributario della Finanza di Genova – coordinati dai pm Francesco Pinto e Paola Calleri – si sono divisi tra la sede centrale della Sparkasse a Bolzano, la filiale di Milano e il server informatico di Collecchio che custodisce memoria delle operazioni bancarie. Gli investigatori hanno sequestrato i supporti informatici – file e alcuni pc – presso gli uffici della banca e le abitazioni di alcuni dirigenti.

Finora sul registro degli indagati non ci sono iscritti. Il periodo su cui si punta la lente dei pm va dalla prima metà del 2016 al gennaio del 2018, quindi sotto la segreteria di Matteo Salvini. Mentre l’uomo dei conti da tre anni è Giulio Centemero. Nessuno dei due, va detto, è indagato. Centemero è uno dei collaboratori più stretti di Salvini: master alla Bocconi, amico del leader leghista dall’adolescenza, lo ha poi seguito negli anni dell’Europarlamento di Bruxelles e oggi è deputato.

A portare l’attenzione dei pm genovesi verso il Lussemburgo, oltre alla segnalazione di operazione sospetta della fiduciaria Pharus, è la circostanza – riferita dall’Espresso – che nel Granducato avrebbero sede diverse società anonime vicine alla galassia finanziaria leghista. Esiste davvero un legame tra il conto alla Sparkasse e il mondo della Lega? Centemero giura e spergiura di no: “Non so nulla di questi tre milioni e dell’operazione sotto accusa. I nostri rapporti con la Sparkasse sono terminati nel 2014. Del resto i nostri bilanci sono revisionati da ben due commissioni”. E quelle società con sede in Lussemburgo che vengono indicate come vicine alla Lega? “Io per lavoro ho ruoli in società italiane controllate in Lussemburgo, ma non so nulla delle proprietà e degli assetti societari. Comunque non sono nè direttamente, nè indirettamente riferibili al Carroccio”.

Il presidente della Sparkasse, Gerhard Brandstätter, assicura: “Abbiamo avuto due conti correnti della Lega. Sono stati aperti nel 2013 e chiusi nel 2014”. E l’operazione con il Lussemburgo? La ricostruisce Nicola Calabrò, amministratore delegato e direttore, arrivato alla cassa di risparmio altoatesina nel 2015: “Noi con questa inchiesta non c’entriamo nulla. Ma quei dieci milioni sono denaro nostro, quello che in gergo viene definito portafogli titoli della banca. In totale noi gestiamo così un miliardo e mezzo. Nulla di riferibile alla Lega. Quei soldi sono transitati su un conto nostro ed erano investiti in titoli di Stato Ue a basso rischio”.

Nulla di illegale anche se fossero stati della Lega, perché dopo la legge del 2012 i partiti possono investire in titoli di stato dei Paesi Ue. Il punto, però, è un altro: i pm vogliono assicurarsi che quei tre milioni non facciano parte del tesoro della Lega. Cioè non provengano da un reato. Di qui l’ipotesi di riciclaggio. Per farlo i magistrati stanno ricostruendo tutte le strade seguite dai soldi della Lega. Impresa non semplicissima perché, spiegano gli investigatori, “le finanze leghiste negli ultimi anni si sono divise in molti rivoli”.

Dagostino finisce ai domiciliari per false fatture

Altro che re degli outlet. L’ex socio di Tiziano Renzi, Luigi Dagostino, in base a quanto gli viene contestato dalla Procura di Firenze, concorre piuttosto al titolo di re delle false fatturazioni. Una pratica che, secondo gli inquirenti, gli sarebbe talmente congeniale da fargli meritare gli arresti. Misura che il gip Fabio Frangini ha disposto ieri in forma domiciliari, insieme a un provvedimento di sequestro preventivo da quasi 3 milioni di euro, cioè l’importo della presunta evasione. Denaro che, per altro, si aggiunge ai 3,6 milioni di euro del ravvedimento operoso al quale Dagostino ha già aderito con l’Agenzia delle Entrate, relativamente ad altre fatture che gli sono state contestate e che non sono quindi entrate in quest’ultima vicenda.

Sono molto dettagliate le accuse del pubblico ministero fiorentino, Christine von Borries, nei confronti del faccendiere pugliese che ha rivestito un ruolo di primo piano nell’espansione degli outlet “The Mall” del gruppo Kering (Gucci). Diffusione dei centri commerciali in cui ha avuto un ruolo anche il padre dell’ex premier, in veste di consulente a sua volta indagato, insieme alla moglie Laura Bovoli. I coniugi sono indagati per false fatturazioni in un altro filone d’inchiesta. I genitori di Matteo Renzi, va ricordato, dal maggio scorso sono accusati di aver emesso due fatture false per un totale di 160mila euro e sul loro rinvio a giudizio si deciderà il prossimo 4 settembre. In comune con la vicenda che ieri mattina all’alba ha portato Dagostino ai domiciliari, c’è lo stesso faccendiere, una delle società coinvolte e gli outlet. I “The mall” compaiono sia nelle causali delle fattiure contestate alle società dei Renzi, sia, su scala ben più vasta, in quelle che hanno portato agli arresti di Dagostino. Questi ultimi documenti contabili, secondo la procura fiorentina, sono state emesse, non senza macroscopiche incongruenze, da società “cartiere” negli anni compresi tra il 2010 e il 2015, prevalentemente per lavori edili o noleggio di materiali mai avvenuti in cantieri che spaziavano dagli outlet e al nuovo complesso Gucci di Milano, a Forte dei Marmi (Lucca) e persino in Francia, a Collonges.

Con queste fatture le aziende della “galassia” Dagostino sono riuscite di abbattere l’imponibile, tramite quello che gli inquirenti definiscono “un ben oliato meccanismo che ha creato una imponente evasione fiscale”. Complici la ex moglie Maria Emanuela Piccolo e la compagna Ilaria Niccolai per le quali non sono stati concessi gli arresti. Quanto a Dagostino, “il fatto che sia amministratore formale di 13 società e amministratore di fatto di almeno altre quattro (quelle che formalmente risultano guidate da ex moglie e compagna), rende assolutamente immanente il pericolo di reiterazione del reato, in relazione a tutte le società del suo gruppo”. Secondo il suo avvocato, Alessandro Traversi, invece, i timori sarebbero infondati visto che “da lungo tempo, ormai, Dagostino non emette più fatture, di nessun tipo”. Secondo il giudice, però, la posizione dell’ex socio dei coniugi Renzi “è apparsa dominante e assolutamente egemone in relazione a tutte le vicende del presente procedimento, tale da influenzare e determinare anche terzi a commettere ulteriori reati, per venire incontro alle sue necessità economiche e gestorie, per nulla lecite”, si legge nell’ordinanza. Il magistrato parla di “un notevole fermento di attività”: per l’accusa l’indagato “cercava di aggirare il corso delle stesse indagini e di continuare nella gestione non corretta delle società”.