Fermata in Procura falsa giornalista (dello staff Lanzalone)

C’è stato anche un piccolo giallo, ieri, alla procura di Roma in piazzale Clodio, durante l’incontro con i giornalisti organizzato dopo gli arresti avvenuti in mattinata relativi alla realizzazione dello stadio della Roma.

Dopo l’incontro con la stampa i carabinieri hanno fermato una persona. E hanno deciso di sentirla per sommarie informazioni: si tratta di Giada Giraldi, lavora nello staff di Luca Lanzalone, presidente dell’Acea e consulente per M5S sullo stadio, che figura tra gli arrestati. Alla domanda del procuratore aggiunto Paolo Ielo di presentarsi prima dell’incontro stampa, la Giraldi aveva risposto di lavorare per un noto giornale online omettendo quale fosse il suo incarico nell’azienda municipalizzata. Purtroppo per lei, al suo fianco sedeva uno dei carabinieri che hanno condotto l’indagine, che ha smascherato il bluff.

Mancano variante e convenzione urbanistica: l’arena è in pericolo

Servirebbe un rigore al 90º per salvare il progetto dello stadio di proprietà dell’As Roma a Tor di Valle. Otre che politici, ora gli ostacoli sono soprattutto tecnici. Per concludere l’iter di autorizzazione manca l’ultimo passaggio in Assemblea Capitolina: l’aula non aveva ancora calendarizzato il provvedimento ma entro luglio era atteso il voto della variante urbanistica che autorizza la demolizione del vecchio ippodromo di Tor di Valle e la sua sostituzione con lo stadio ed il business park.

E poi, contemporaneamente, va sottoscritta la convenzione urbanistica tra il Campidoglio e il proponente, ovvero la società di Luca Parnasi. Con il management di Eurnova in arresto, però, manca una delle due parti al tavolo. Dovrà essere nominato un tutore giudiziario delle società di Parnasi, soltanto dopo si potrà valutare se la sua azienda riuscirà a proseguire con l’operazione oppure cederà la partita al migliore acquirente. Una prospettiva che sembrava vicina, visto che l’ordinanza del gip parla di una trattativa in stato avanzato tra Eurnova e Dea Capital, società di investimenti del gruppo De Agostini, per vendere i terreni di Tor di Valle e le autorizzazioni urbanistiche per 200 milioni di euro. Parnasi, insomma, sarebbe stato sul punto di uscire dall’affare, anche perché la liquidità per realizzare lo stadio e gli uffici non sarebbe arrivata da lui.

E allora i i principali gruppi dell’imprenditoria del mattone restano alla finestra. Mentre il Campidoglio probabilmente chiederà una verifica della legittimità degli atti prodotti sullo stadio, che pure non sono oggetto dell’indagine della Procura di Roma, altra circostanza che dilaterà i tempi. Nella migliore delle ipotesi, dunque, il dossier potrebbe ripartire tra un anno, sempre che il presidente del club giallorosso James Pallotta intenda ancora andare avanti con il progetto su cui aveva puntato per accrescere prestigio e fatturato della società.

Parnasi lavorava al progetto da ben otto anni. Il preliminare di acquisto dell’area su cui sorge l’ippodromo di Tor di Valle, costruito per le Olimpiadi 1960 ed in disuso da 5 anni, risale al 2010 per 42 milioni di euro, una transazione già al centro di un inchiesta per bancarotta. Il 31 dicembre 2012 un advisor ha selezionato l’area per conto della Roma tra 80 proposte. Quindi, nella primavera del 2014 una prima versione del progetto è stata presentata all’allora sindaco Ignazio Marino: 1 milione di metri cubi per uno stadio da 55 mila posti, il centro di allenamento ed un business center distribuito su tre torri.

Il voto del Campidoglio sulla pubblica utilità dell’opera è arrivato il 22 dicembre 2014 ma la caduta di Marino ha rallentato il dossier. Infine l’arrivo della giunta M5S ha portato alla revisione del progetto, con un accordo tra il Campidoglio, Eurnova e il club a febbraio 2017 – che tra gli artefici ha visto proprio Luca Lanzalone – per il dimezzamento delle cubature e l’eliminazione delle torri sostituite da una quindicina di palazzine sempre con destinazione ufficio. Ma anche con la diminuzione dei fondi privati per pagare opere dedicate alla mobilità. Ora un nuovo stop, forse definitivo.

“È rimasto troppo Anni 80”. Ascesa e caduta del rampollo

Alla fine il problema di Luca Parnasi lo racconta in una intercettazione suo cugino Giulio Mangosi, uno dei suoi collaboratori: “È rimasto troppo Anni Ottanta”. In pratica, è il parere di quello che il premier Conte direbbe “congiunto”, vuol lavorare mettendosi nella manica i politici: “Io spenderò qualche soldo sulle elezioni – spiegava lui stesso prima delle Politiche – Poi con Gianluca vedremo come vanno girati ufficialmente, coi partiti politici eccetera. È importante perché in questo momento noi ci giochiamo una fetta di credibilità per il futuro ed è un investimento che io devo fare… Molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te lo racconto”.

E così un assegno qui, un assegno lì, il rampollo classe 1977 dello stagnaro comunista Sandro Parnasi, creatore di un impero oggi in mano ai creditori, è arrivato pure a dare 250 mila euro alla Lega: “Fa pure figo in questo momento che qualcuno dica da sinistra che Parnasi è vicino alla Lega, perché è il mondo ormai che conta”, spiega Luca all’eterno Luigi Bisignani, giovane piduista e poi nel cuore andreottiano del berlusconismo (leggi Gianni Letta). Cioè, “ti pensano vicino a Bonifazi (tesoriere del Pd, ndr) e col cazzo invece: io sono comunque uno che apre”.

È uno che apre il giovane Parnasi – da ieri in carcere nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma – ma, per la verità, chiude pure: è successo alla holding Parsitalia messa su da papà Sandro, uno dei principi rossi dei palazzinari romani (l’altro è Alfio “calce e martello” Marchini). Il rampollo non ama quell’antico termine che rimanda al Gadda der palazzo de li pescicani, ma neanche il più moderno immobiliarista: “Sviluppatore”, è la parola che preferisce. Prende il terreno, ottiene i permessi, mette assieme i soci, lottizza e rivende: sviluppa insomma. Il centro commerciale Euroma 2, l’Ecovillage di Marino con Idea Fimit del gruppo De Agostini, gli appartamenti nell’ex rimessa Atac del Tiburtino, il polo commerciale in zona Pescaccio.

Il gioco sembrava andargli bene, ma poi arriva la più grave crisi del dopoguerra e il settore immobiliare è quello che l’ha pagata di più: il gioco dello sviluppatore, specie se servono i soldi pubblici, si ferma e Parsitalia si ritrova con un pacco di debiti (Unicredit e Bnl su tutti) e un’unica speranza, lo Stadio della Roma.

La sua fortuna è che con la politica, magari in modo un po’ troppo Anni Ottanta, i rapporti continuano a funzionare. Nel dicembre 2012, per dire, quando già la situazione s’è fatta spiacevole, piazza il colpaccio: Nicola Zingaretti, allora presidente della quasi sciolta Provincia di Roma, decide di acquistare uno dei grattacieli dell’Eur per portarci dipendenti e consiglio. Il prezzo – 263 milioni di euro – fu giudicato eccessivo dagli esperti, ma la Corte dei Conti alla fine ha “assolto” Zingaretti.

Come che sia, quella vendita regala un po’ d’aria a Parsitalia, che si copre dal lato Bnl. La situazione, però, non migliora: i debiti aumentano, il fatturato no.

Unicredit (e in misura minore Mps e altri) si ritrovano circa 700 milioni di “sofferenze” targate Parnasi e alla fine cedono: dopo l’estate 2016 Parsitalia viene svuotata e i suoi progetti più promettenti finiscono in un veicolo chiamato Unicredit Capital Dev, che ora dovrà finire quel che c’è da finire e vendere quel che c’è da vendere per coprire i buchi. In cambio il debito di Parsitalia scende a 130 milioni e lo sviluppatore ha ancora in mano la gallina dalle uova d’oro: lo Stadio della Roma da costruire, in joint venture con una società del presidente giallorosso James Pallotta, sui suoi terreni di Tor di Valle attraverso la controllata Eurnova (la scelta della zona risale ai tempi di Ignazio Marino).

Anche il grazioso aiuto di Unicredit però non basta: “Tu lo sai – gli dice intercettato il suo collaboratore Gianluca Talone – stanno finendo i soldi dappertutto”. E così nell’estate 2017, dopo 60 anni di attività, la holding Parsitalia creata dallo stagnaro Sandro (morto un anno prima) va in liquidazione. Al buon Luca rimane comunque in mano Eurnova e il miraggio Stadio della Roma, anche se nel frattempo ha dovuto chiedere alla più solida Pizzarotti Costruzioni di unirsi alla partita.

E siamo all’oggi, alle mille accortezze così anni 80 con cui Parnasi tentava di garantirsi l’affare Stadio e, per quella via, di rimettere le mani sulle sue attività in mano a Capital Dev: è il suo vero obiettivo, la sua ossessione, ne parla col nuovo sceriffo grillino in città, Luca Lanzalone. Per tornare sviluppatore aveva già deciso, scrive il Gip, di vendere pure il terreno di Tor di Valle per 200 milioni a Capital Dea del gruppo De Agostini (“ma solo se ci riprendiamo l’Ecovillage”). Pure stavolta, pare, la volta buona sarà la prossima: ieri l’hanno arrestato a Milano.

La casa per l’assessore Maran che rifiutò Sala: “Non è vero”

Esportare il modello di corruzione a Milano. Era uno degli obiettivi di Luca Parnasi. Il gruppo tentò infatti di corrompere l’allora assessore all’urbanistica di Milano, Pierfrancesco Maran, proponendogli una casa. Un’offerta che Maran rifiutò sdegnosamente. A riferire tutto sono due uomini del gruppo in una intercettazione:

“Siamo andati lì a fare proprio una brutta figura, gli abbiamo proposto un appartamento ma lui ha risposto di no dicendo che lui ‘non voleva prendere per il culo chi lo ha votato’. Abbiamo fatto una brutta figura, sembravamo i romani dei film quando vanno a Milano” si dicono i due. “Ho chiesto all’assessore Maran come sono andate le cose e lui mi ha detto che in realtà non c’è stata nessuna offerta”, ha spiegato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, commentando la vicenda. “I miei assessori – ha aggiunto – sanno che, di fronte a cose del genere, la prima cosa che devono fare è venire a parlarne con me. Maran non mi hai mai detto niente e quindi sono assolutamente tranquillo. Parnasi stava lavorando anche a Milano sull’ipotesi dello stadio per il Milan, in ogni caso ripeto sono molto tranquillo”.

Salvini dia indietro i 250 mila euro

Roma ladrona ricompare e, curiosamente, rovina sul vestito blu ministeriale di Matteo Salvini. Ora si ritrova tra le mani l’assegno di 250 mila euro che Luca Parnasi, da buon investitore, ha destinato alla Lega. “Lo conosco come una persona perbene”, ha detto ieri il ministro. E non dubitiamo affatto. Come non dubitiamo che Parnasi abbia investito bene, “spendendo un po’ per le elezioni”, come pure ha commentato con i suoi quando ha deciso di stornare alla politica un po’ di quattrini, che del resto per l’azienda è tradizione antica e si immagina parecchio remunerativa.

È sempre possibile, perché le vie del Signore sono infinite (e il nostro Matteo ha innalzato il Vangelo a suo compagno di viaggio), che il costruttore romano sia apparso ai leghisti come un improvviso e assai fervente sostenitore di Alberto da Giussano ma purtroppo per Salvini la professione di fede fa un po’ ridere. Fa invece riflettere che il costruttore romano abbia messo la sua fiche

sulla Lega. E doppiamente pensare che quella fiche

Salvini l’abbia accettata.

Tutto torna e la storia ancora si ripete. Era il 7 dicembre 1993 quando un altro tesoriere, si chiamava Alessandro Patelli, raccolse una busta contenente 200 milioni di lire da Carlo Sama, presidente Montedison. E quei soldi, tutti in nero, Umberto Bossi si affrettò a restituirli ma non bastò a evitargli una condanna a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti.

Oggi Salvini deve ripetere il gesto del suo antico e perduto leader. Certo, i soldi di Parnasi sono iscritti a bilancio della sua società (Pentapigna srl) e l’erogazione è legittima dal punto di vista giuridico. Politicamente invece suona come una resa al vizio antico di predicare bene eccetera eccetera. Salvini, già che si trova in tema, approfitti e indichi i nomi degli altri donatori che hanno scelto di inviare soldi all’associazione Più Voci, la onlus destinataria dei bonifici. E già che c’è spieghi se la Lega ha ancora in cassa le azioni di General Electric, della spagnola Gas Natural, di Mediobanca, di Enel, Telecom, Intesa San Paolo. Se abbia venduto o ancora possiede il corporate bond

da trecentomila euro di Ancelor Mittal, la multinazionale che ha appena acquistato l’Ilva.

Matteo Salvini con le parole ha costruito un mondo. Ne usi qualcuna per spiegare se ha investito (lui o i suoi predecessori) o perchè non abbia disinvestito. E ne usi qualche altra per illustrare la distanza che separa l’apparenza, il leader che attacca le multinazionali, il lombardo che mangia italiano, beve italiano compra sempre italiano, e poi la realtà.

Un movimento che acquista azioni del capitale ostile e aggressivo, che raccoglie donazioni da costruttori parecchio affamati, che arruola gente dal passato opaco.

Spieghi con un tweet. O forse con due. O anche con tre. Non prima di aver compiuto l’unica scelta possibile: andare in banca e bonificare sul conto della Pentapigna srl, società detenuta al 100% da Luca Parnasi, i 250 mila euro con questo messaggio: grazie, ma sono troppi soldi e la gente mormora…

Quei soldi versati alla onlus Più Voci vicina al Carroccio

Luca Parnasi ha soli 41 anni ma – secondo i suoi collaboratori – quando c’è da ingraziarsi la politica si muove come negli anni ottanta. Il costruttore romano finito in carcere con l’accusa di associazione a delinquere non esita a mettere mano al portafoglio. Talvolta – secondo i pm di Roma – violando la legge. Talvolta invece aiuta legalmente associazioni non riconosciute e non tenute a depositare i bilanci. Lontano dai riflettori ha versato 250 mila euro all’associazione Più Voci, presieduta dal tesoriere della Lega, il neoeletto deputato Giulio Centemero. La vicenda era stata svelata da L’espresso ma ora le intercettazioni la rendono più imbarazzante.

Il 3 aprile 2018 il dirigente della società Eurnova di Parnasi Giulio Mangosi va a Milano per tamponare l’emergenza mediatica e “si lascia andare ad alcuni commenti – scrivono i Carabinieri – che forniscono ulteriore riscontro all’esistenza e alla perdurante operatività dell’associazione criminale promossa da Parnasi”. Per i Carabinieri, “Mangosi afferma che loro, ovvero Parnasi e i sodali, continuano ad operare con una mentalità che definisce da anni 80 o italiana. Evidentemente si riferisce – spiegano i Carabinieri -alla consuetudine di versare somme di denaro ai partiti politici – e stigmatizza l’inopportunità di adottare tale metodologia comportamentale”.

Parole ben diverse ieri ha avuto per Parnasi Matteo Salvini: “Dico qualcosa controcorrente. Chi stava lavorando alla costruzione dello stadio della Roma (Parnasi, ndr) lo conosco personalmente – ha detto il ministro dell’interno – come una persona perbene. Ora è nelle patrie galere, non si conosce mai una persona fino in fondo, spero possa dimostrare la sua innocenza”.

La trasparenza comunque non è il suo forte. Quando sul telefonino di Luca Parnasi arriva la telefonata del cronista de L’espresso, Stefano Vergine, che chiede lumi sul finanziamento di una società del gruppo all’associazione vicina alla Lega Nord, Parnasi entra in fibrillazione. Le telefonate successive sulla linea Roma-Milano oggi imbarazzano la Lega.

Il 26 marzo alle ore 13 e 30 Parnasi – mentre è intercettato – prepara le sue contromisure. Secondo i Carabinieri, dice che “adesso ancora non hanno fatto niente con la Lega Nord ma in passato hanno fatto due sostegni per complessivi 250 mila euro, a un’associazione che si chiama ‘Più’ Voci’”. Poi prosegue così: “si tratta delle elezioni di due anni fa quando si era presentato Stefano Parisi a Milano. Parnasi dice comunque di avvisare subito gli amici a Milano”.

Parnasi, scrivono i magistrati “incarica il sodale Mangosi di recarsi a Milano in tempi celeri per incontrarsi con Andrea Manzoni”, membro dell’associazione Più Voci nonché commercialista pagato dalla Lega.

“Possiamo fare una cosa retroattiva!”, dice Parnasi ai suoi “secondo me dobbiamo fare … guardate … ‘noi abbiamo sostenuto la radio, abbiamo fatto dei passaggi sulla radio’”. Poi ne riparla con il commercialista Andrea Talone: “Possiamo giustificarla che abbiamo fatto un progetto ex post (…) una erogazione liberale per un progetto culturale capito?”. Il problema però è che l’erogazione risale al dicembre del 2015.

Parnasi dice ai suoi: “Posso chiamare Giulio Centemero (…) è il braccio destro!”. Centemero è molto vicino a Salvini. In coro con Andrea Manzoni, il tesoriere della Lega nega al Fatto che da Parnasi sia stata fatta una richiesta di creare ex post la documentazione per giustificare l’erogazione. Nell’associazione Più Voci, Centemero è il presidente e gli altri membri sono Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba.

Comunque Parnasi al telefono con il suo amico Luigi Bisignani nega che il versamento sia una cosa per Salvini: “è un’Associazione che ha valorizzato non solo la Lega ma ha valorizzato Stefano Parisi tutto il Centro Destra diciamo”.

Non c’è nulla di penalmente rilevante per i leghisti. Nell’ordinanza di arresto c’è solo una telefonata di Mangosi con Manzoni. Il commercialista della Lega chiede all’uomo di Parnasi se sono stati loro a inserire il dato del contributo nel bilancio perché ‘Più voci’ sul punto è stata muta: “dal nostro punto di vista non ci sono dati pubblici”.

Al Fatto, che lo ha contattato, Centemero spiega: “Io sono il tesoriere della Lega ma l’associazione non c’entra. Usiamo i soldi anche per le presentazioni di libri di autori come Mario Giordano o Marcello Foa. Parnasi è stato un mecenate. Non possiamo rivelare i nomi dei donatori per legge. Comunque abbiamo incassato meno di un milione di euro e li abbiamo usati per sostenere Radio Padania e altre voci. Non abbiamo mai finanziato con questi soldi le campagne elettorali”.

Finanziati gli avvocati Piva e Vaglio. L’accusa: “Due false fatture”

Tra gli indagati dell’inchiesta sul costruttore Luca Parnasi e lo stadio della Roma ci sono anche gli avvocati Daniele Piva e Mauro Vaglio, il primo anche professore di Diritto penale in attesa di cattedra e il secondo (nella foto) presidente del Consiglio dell’Ordine di Roma. Entrambi candidati alle Politiche del 4 marzo scorso con il Movimento 5 Stelle, non sono risultati eletti. Entrambi rispondono dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti, Piva per 16 mila e Vaglio per 15 mila euro, all’ordine di società del gruppo Parnasi. Nell’ordinanza si legge che il costruttore “ha erogato somme a sostegno della campagna elettorale dei candidati Vaglio e Piva, mascherando la natura della dazione mediante l’artificioso conferimento di incarichi e la conseguente fatturazione di compensi per prestazioni professionali non eseguite”. Al suo avvocato Nabor Zaffiri che, intercettato, gli diceva “questo Mauro non mi piace… Ho già fotografato che non è uno… di qualità!”, Parnasi replica: ”No! però è il presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma ed è uno vicino ai 5Stelle! Quindi va da sé… teniamoci il rapporto e poi vediamo!”. E Zaffiri poi aggiunge: “L’altro, Piva, mi è sembrato uno cazzuto!”.

“Così avvicinarono il sovrintendente per togliere il vincolo”

L’imprenditore Luca Parnasi e i “suoi sodali” avrebbero “avvicinato in maniera diretta e molto spesso tramite intermediari qualificati pubblici funzionari (…) al fine di ammorbidirli e indurli a un atteggiamento di favore confronti del progetto dello stadio”. E tra gli altri “richiesto la mediazione dell’avvocato Claudio Santini, già capo segreteria del ministero per i beni e attività culturali, al fine di avvicinare il sovrintendente Francesco Prosperetti (non indagato, ndr) chiamato a pronunciarsi sulla proposta di vincolo architettonico sulle tribune preesistenti dell’ippodromo di Tor di Valle”. L’ordinanza cita l’incontro del 19 maggio 2017 tra Prosperetti e i rappresentanti del gruppo Parnasi. “Pochi minuti, Caporilli (Luca, dirigente di Eurnova e uomo di fiducia di Parnasi, ndr) ha contattato l’architetto Paolo Desideri (non indagato, ndr) e nel successivo incontro lo ha incaricato della redazione di un progetto, necessario per superare la questione del vincolo”. L’ordinanza sottolinea che Desideri “è anche il datore di lavoro di Beatrice Prosperetti, figlia del soprintendente Francesco”. “A conclusione il soprintendente avanzerà richiesta di archiviazione della proposta di vincolo presentata dal suo ufficio”.

L’ultima cena che imbarazza Casaleggio

La misura del colpo per i Cinque Stelle lo dà una scena. Lui, l’avvocato Luca Lanzalone, a cena con Davide Casaleggio, il capo operativo del M5S, martedì sera, in un ristorante in corso Vittorio Emanuele a Roma. Un locale a due passi dal Senato e dall’abitazione dove Casaleggio soggiorna spesso quando cala nella Capitale.

È lì dove due sere fa Lanzalone e Casaleggio, assieme ad altri graduati del Movimento, potrebbero aver parlato di nomine nelle partecipate, ossia di poltrone che pesano. Già, perché il legale genovese trattava posti e ruoli con la Lega. E raccoglieva e filtrava dossier. Ma questo è già il passato. Perché Lanzalone, presenza fissa a tutti i convegni del M5S, “potrebbe averci preso tutti in giro” come sibilava ieri un nome di peso. E soprattutto perché la sua caduta, l’essere finito agli arresti domiciliari con l’accusa di aver ottenuto la promessa di consulenze, segna la perdita dell’innocenza per il Movimento. Perché si parla più “solo” di un sindaco che ha ricevuto un avviso di garanzia per nomine o decisioni. Ora sulla graticola c’è un tecnico vicinissimo alla casa madre di Milano, alla Casaleggio. Il legale che ha scritto, raccontano, buona parte del nuovo Statuto, quello varato a dicembre. E che parlava e trattava con il potere, quello vero, per conto dei vertici.

Quindi anche su mandato del figlio di Gianroberto, motore della piattaforma web Rousseau e dell’omonima associazione, che ieri mattina è ripartito da Roma con il fidato Luca Eleuteri. Stupito, dalla vicenda. “Non c’era stato il minimo preavviso, non ci eravamo accorti di nulla” giurano dal M5S. Per poi sussurrare: “Tra Lanzalone e Luigi Di Maio ultimamente i rapporti erano più freddi”. La certezza è che il capo politico è furibondo. Diserta l’assemblea di Confesercenti, per partecipare al giuramento dei sottosegretari a Palazzo Chigi. Poi ostenta severità: “Ho contattato subito i probiviri e ho detto di accertare tutto quello che c’è sulle persone che potrebbero essere coinvolte. Chi sbaglia paga”. Fa la faccia feroce, di fronte a un guaio che può essere uno snodo per il M5S. E fuori taccuino lo ammettono in tanti, nella Montecitorio dove i 5Stelle sciamano con sguardo un po’ disorientato. Nelle chat interne la comunicazione prova a sminuire: “Non è niente di che, dobbiamo ribadire massima fiducia nella magistratura”. Ma più d’uno è “proprio incazzato” come sintetizza un deputato lombardo. “Dobbiamo tornare a fare l’esame del sangue a chi coinvolgiamo nel nostro mondo” invoca un veterano. Ed è il tema: la necessità di selezionare meglio la classe dirigente.

Nell’attesa c’è chi emula Di Maio. “Chi sbaglia deve andare in galera” tuona il senatore Elio Lannutti, amico di vecchissima data di Beppe Grillo. Che in un successivo post difende il fondatore: “Non credo che Lanzalone sia stato messo da Grillo, è una fake news”.

I suoi colleghi soffocano i mal di pancia, ma il clima è quello che è. E c’è anche il deputato pescarese Andrea Colletti, da sempre autonomo, che su Facebook morde il neo sottosegretario Armando Siri: “La nomina di una persona che ha patteggiato una pena per bancarotta va contro i nostri più basilari principi di trasparenza, è una deriva molto pericolosa”. Mentre i parlamentari chiedono notizie sull’inchiesta di Roma. La macchia inattesa.

Mr Wolf, dopo la Capitale voleva posti dal governo

Dopo aver preso in appalto dal Campidoglio la partita dello stadio della Roma, la Lanzalone&partners era pronta al salto di qualità e puntava dritto al governo. Il 2 giugno l’avvocato Luca Lanzalone, professionista genovese da un paio d’anni in trasferta a Roma per conto di Grillo e Casaleggio, è sugli spalti allestiti ai Fori imperiali. Prima festeggia la Repubblica, poi si confronta al telefono col suo socio Luciano Costantini sugli avanzamenti di carriera che porterà il nuovo esecutivo, fresco di giuramento. “Luciano – annotano gli inquirenti – afferma che Alfonso gli ha detto che vorrebbe portarlo ovunque e aspetterà che Luciano gli indichi la posizione che vuole assumere”. Alfonso è il neo ministro della Giustizia Bonafede: li conosce bene, Lanzalone e i suoi, perché insieme a Riccardo Fraccaro ha aiutato la sindaca Virginia Raggi nella gestione della macchina capitolina. E, secondo gli ortodossi M5S, sarebbe stato proprio lui a portare l’avvocato a Roma.

Ora che i Cinque Stelle sono al governo, il piatto è ricco e Lanzalone sa di essere nella posizione in cui non c’è motivo di accontentarsi: “Luca – si legge nell’ordinanza – dice di aver detto a Luigi (Di Maio, ndr) che è interessato alla nomina a commissario in qualche amministrazione straordinaria piuttosto che Cdp”. In quelle ore, Lanzalone, è in corsa per Cassa depositi e prestiti ma, fatti due conti, ha valutato che fare l’amministratore giudiziario delle aziende in crisi rende di più: al telefono cita il caso di Enrico Laghi che “fattura 700 mila euro al mese”. Lo ha conosciuto, Laghi, in Acea, la multiutility del Comune di Roma di cui Lanzalone è diventato presidente ad aprile del 2017. Un anno prima, l’avvocato genovese era stato spedito a Livorno per affiancare il sindaco 5 Stelle Filippo Nogarin nella gestione di Aamps, la municipalizzata dei rifiuti. Poi, a fine 2016, era sbarcato in Campidoglio: pur in assenza di un incarico formale (la Raggi, a marzo 2017, tenterà invano di formalizzare “l’incarico di collaborazione di fatto già conferito e in essere”), i vertici M5S gli avevano chiesto aiuto per sbrogliare la pratica dello stadio della Roma. Da lì in poi non se ne è più andato, fino agli arresti domiciliari di ieri.

Si è fatto amici, nella Capitale. Uno su tutti: Luca Parnasi, il costruttore che doveva trattare con il Comune oneri e cubature. Una trattativa difficile per i Cinque Stelle, da sempre ostili alla speculazione connessa al nuovo impianto sportivo a Tor di Valle, tanto da nominare un assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini, notoriamente contrario al progetto. Finirà con uno sconfitto, Berdini (si è dimesso a febbraio 2017). E un vincitore, Parnasi, almeno fino a ieri.

In mezzo ai faldoni pubblici, infatti, il costruttore avrebbe infilato affari e consulenze private, necessari a “schermare l’illecito rapporto sussistente con il pubblico funzionario” e ad assicurare “costanti e rilevanti utilità”. Non solo economiche: il 6 aprile, per dire, Lanzalone è amareggiato per un articolo di Dagospia che malizia sulla consigliera di Acea, Giada Gilardi. L’avvocato convoca Parnasi sul roof garden dell’hotel Eden e gli spiega che “Di Maio si è agitato subito” e bisognerebbe trovare una soluzione. Il costruttore non fa una piega: si rivolge a Luigi Bisignani (che ha ottimi rapporti con il sito di gossip) e promette: “Se vuoi non gli faccio scrivere manco mezzo pezzo di carta su di te”. L’articolo verrà alleggerito. Poi ci sono le relazioni, persone con cui Parnasi lo può mettere in contatto: lo stesso Bisignani, ma anche i costruttori Pierluigi Toti e Pietro Salini. Infine la casa, tallone d’Achille del funzionario pubblico: “Mi darai una mano a conquistare (inc.) per una casa a Roma!”, dice Lanzalone a Parnasi. “Rent o…?” domanda l’anglofono costruttore. “Non lo so, vediamo!”. Una conversazione, si legge nell’ordinanza, “nella quale gli interessi pubblici si intrecciano strettamente con quelli privati degli interlocutori, uscendone soccombenti”. D’altronde, per Parnasi, Lanzalone è ormai “Mr Wolf”, risolve problemi: “È lui che ha risolto lo stadio!”. Che sia la porta d’accesso al Movimento lo certifica una telefonata del 16 maggio: “Sto mondo 5 stelle…”, dice Parnasi a una donna, “ormai proprio sodali”.