“Paghiamo tutti per costruire il nuovo stadio”

“Sto mondo 5stelle… ormai proprio sodali”. La parte più dirompente dell’inchiesta sullo Stadio della Roma che ieri ha terremotato la capitale è tutta qui. A parlare (pochi giorni fa) è Luca Parnasi, l’uomo al centro dell’indagine, un imprenditore abituato a investire nella politica: “Io spenderò qualche soldo sulle elezioni… È un investimento che devo fare, molto moderato rispetto al passato quando ho speso cifre… che manco te lo racconto… Però la sostanza è che la mia forza… è quella che alzo il telefono e…”, diceva l’immobiliarista. E a volte qualcuno rispondeva: alcuni pentastellati si sarebbero mostrati “non solo disponibili ad aderire a sue richieste, ma animati dai medesimi interessi”. E così, per la Procura di Roma, Parnasi ha fatto del “metodo corruttivo verso esponenti istituzionali (…) un significativo asset d’impresa”.

Una “corruzione sistematica”, la definisce il gip Maria Paola Tomaselli che ieri ha emesso un’ordinanza di misura cautelare in carcere nei confronti di Parnasi e altre cinque persone, che sono dirigenti o professioni al servizio del gruppo, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a “commettere una serie indeterminata di delitti contro la Pubblica amministrazione”. Ai domiciliari invece sono finiti i consiglieri regionali Michele Civita (Pd) e Adriano Palozzi (Pdl), entrambi “impegnati istituzionalmente nelle procedure amministrative della realizzazione dello Stadio della Roma”; e Luca Lanzalone, che di questo progetto è consulente di fatto del Campidoglio oltre che presidente dell’Acea (controllata al 51 per cento da Roma Capitale).

Se Civita avrebbe ottenuto la promessa dell’assunzione del figlio nella Be Consulting Spa, “partner commerciale della Eurnova Srl” di Parnasi; il forzista Palozzi invece riceveva 25 mila euro alla società di promozione d’immagine Pixie Social Media srl, a lui riferibile. In questo caso, il rapporto con Parnasi era tale che a novembre 2017 gli chiede consigli sul settore in cui sarebbe stato più utile come assessore. “Io resto sempre un amico tuo”, assicura Palozzi e Parnasi propone Urbanistica o Sanità.

 

Lanzalone “orientava le scelte del Campidoglio”

Lanzalone, invece, per il giudice è consulente di fatto del Campidoglio, anche se l’incarico proposto dalla sindaca Virginia Raggi non è mai stato formalizzato. Per il gip, è la “longa manus dell’Ente Comunale”, con il “potere di orientarne le scelte attraverso anche puntuali verifiche del contenuto delle delibere del consiglio, e di indirizzarne le strategie operative”. “Le indagini – è scritto nell’ordinanza – hanno offerto elementi concreti per ritenere che le figure istituzionali interessate, a cominciare dal sindaco Raggi, non solo hanno tollerato tale funzione di fatto esercitata, ma le hanno dato piena legittimazione”.

Secondo l’accusa, in cambio dell’asservimento della propria funzione, il pentastellato otteneva da Parnasi e da società a lui vicine “molteplici utilità e tra queste l’affidamento (o la promessa) di lucrosi incarichi in favore dello studio legale Lanzalone&Partners”.

Il 30 marzo scorso Lanzalone, parlando dello Stadio, “comunica a Parnasi di aver individuato un escamotage idoneo ad accelerare i tempi della procedura (le gare)”, è scritto nell’ordinanza. Un escamotage “individuato dal pubblico ufficiale nell’interesse esclusivo del privato”. E l’imprenditore è entusiasta: “Quando c’è Wolf…”.

Sempre con Parnasi il pentastellato parla delle preoccupazioni per un articolo del sito Dagospia su un presunto flirt con una consigliera, che a detta di Lanzalone aveva agitato anche Di Maio. Parnasi si offre di parlarne con Luigi Bisignani: “È lui che ha risolto lo stadio”, dice a Bisignani riferendosi a Lanzalone. Alla fine, l’articolo sarebbe stato solo modificato, ma non eliminato.

 

I contributi regolari alla Lega: “Retrodatiamo”

Nell’ordinanza si fa riferimento anche a un finanziamento alla “Più Voci”, una onlus di area leghista di cui si è occupato nei mesi scorsi L’Espresso. Chiariscono i pm: “Non vi è certezza quanto alla loro illiceità (da alcune conversazioni parrebbe desumersi la tracciabilità in bilancio dei finanziamenti)”. Di questo finanziamento lecito parla Parnasi il 26 marzo: “Precisa che allo stato, non hanno ancora concluso nulla con la Lega, ma in passato hanno erogato 250 mila euro alla ‘Più voci’ e aggiunge che dovrebbe trattarsi delle elezioni di due anni prima, quando Parisi si candidò a Milano”. Poi dice a un collaboratore “di creare una giustificazione contabile retrodatata in virtù della quale sia possibile sostenere che l’erogazione sia avvenuta in favore di Radio Padania”.

 

Gli indagati sono 27. Trema il Campidoglio

In totale sono 27 gli indagati dell’inchiesta dei pm Paolo Ielo e Barbara Zuin e condotta dal Nucleo investigativo dei carabinieri guidati dal colonnello Lorenzo D’Aloia. Tra questi, Gianpaolo Gola, ex assessore M5s del X Municipio di Roma (Ostia), che otteneva la promessa di un incarico nella As Roma ed è accusato di traffico di influenze; il consigliere comunale FI Davide Bordoni, indagato per finanziamento illecito; il presidente del gruppo M5S al Campidoglio Paolo Ferrara per corruzione: “Per acquisire i favori di Ferrara – scrive il gip – Parnasi ha realizzato gratuitamente, tramite il suo staff, un progetto di restyling del lungomare di Ostia”, ritenuto “il bacino elettorale” del pentastellato. In cambio, Ferrara si rendeva disponibile “a fornire informazioni riguardo l’iter della procedura amministrativa del progetto stadio e che è culminato nel voto favorevole (…) alla dichiarazione di pubblico interesse dello stesso”, peraltro votata da altri 27 consiglieri.

 

I tentativi (a vuoto) di avvicinare la Lombardi

Parnasi prova ad avvicinare anche Roberta Lombardi, ex parlamentare M5s e candidata sconfitta alle Regionali, senza riuscirci. Scrive il gip: l’immobiliarista “avvia un’attività di promozione in favore del candidato alla Regione Lombardi. In tal modo egli, infatti, rafforza i suoi legami con Ferrara e con Marcello De Vito”, presidente del consiglio comunale, estraneo alle indagini. Come la Lombardi, che al Fatto spiega: “Ho visto Parnasi, dopo mesi che insisteva, alla Camera, per tracciare tutto. Mi ha detto chi era e che era a disposizione. Offerta da me rifiutata, mai più visto”.

Diversi in che senso?

La retata romana porta la questione morale nel cuore dei due partiti che hanno appena dato vita al governo: i 5Stelle e la Lega. E questa è la vera novità dell’indagine: che ci siano di mezzo pure esponenti Pd e Forza Italia non è più una notizia. Le responsabilità penali, come sempre, le accerterà il giudice se e quando la Procura le porterà sul suo tavolo con una richiesta di rinvio a giudizio. Quelle etiche e politiche si possono già intuire dall’ordinanza del gip, con le accuse ad arrestati e indagati e con alcuni fatti ritenuti penalmente irrilevanti che però sono politicamente rilevantissimi. C’è un costruttore romano, Luca Parnasi, chiamato dalle giunte Pd Marino e Zingaretti a costruire lo stadio della Roma a Tor di Valle, con una mega-speculazione tutt’intorno. Quando i giochi sembrano fatti, nel 2016 i 5Stelle vincono le Comunali e s’insediano al Campidoglio con Virginia Raggi e la sua squadra. Non sono contrari allo stadio, ma alla speculazione. Dopo un anno di tira-e-molla in Conferenza dei servizi, nel 2017 la giunta Raggi convince la Roma e Parnasi a dimezzare le cubature.

Intanto Parnasi, rampollo di una famiglia di palazzinari abituata – come altre – a ungere le ruote della politica, lubrifica gl’ingranaggi alla vecchia maniera. Non solo a Roma, ma anche a Milano, dove ambisce a costruire lo stadio del Milan. Lì – per tenersi buono, così dice lui, tutto il centrodestra – regala 250 mila euro alla onlus Più Voci, vicina alla Lega di Salvini, che pare l’abbia utilizzata come cassaforte alternativa a quella del partito sequestrata dai giudici dopo le condanne di Bossi e Belsito per la nota rapina di fondi pubblici. Parnasi offre anche una casa a uno del Pd, che però rifiuta: si chiama Pierfrancesco Maran e merita una menzione, in un paese dove i politici che rifiutano favori sono merce rara. Il finanziamento a Più Voci non è illecito, ma non è trasparente perché onlus e fondazioni, anche se legate a partiti, possono schermare i donatori con la scusa della privacy. Poi – sempre per l’accusa – Parnasi promette incarichi professionali per 100 mila euro e procura “buona stampa” (tramite l’eterno faccendiere piduista Bisignani) a Luca Lanzalone, detto Mister Wolf. Avvocato genovese che ha lavorato per Beppe Grillo, Lanzalone è diventato intimo di Casaleggio, che l’ha inviato come consulente prima a Livorno per aiutare la giunta Nogarin a salvare dal crac la municipalizzata dei rifiuti, poi a Roma per assistere la giunta Raggi nel ginepraio dello stadio. Infine è diventato presidente di Acea, il colosso misto dell’acqua e dell’energia, in quota Campidoglio.

E di lì, proprio in questi giorni, consigliava il M5S per le nomine pubbliche. In attesa di capire se Mr Wolf abbia commesso reati (è dubbio che sia assimilabile al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio), se davvero si fece promettere incarichi da Parnasi, si è posto in palese conflitto d’interessi. E si deve dimettere da Acea, non solo perché si trova agli arresti. Più marginale appare la posizione del capogruppo M5S Paolo Ferrara, accusato di aver chiesto al costruttore un progetto gratuito per il restyling del lungomare di Ostia: un’opera pubblica, non una faccenda privata come quelle contestate invece al consigliere regionale del Pd Michele Civita (la promessa di assunzione del figlio) e dei forzisti capitolini Adriano Paolozzi (25 mila euro con fatture false) e Davide Bordoni (promesse di somme imprecisate). La giunta Raggi, che deliberò lo stadio dimezzato, non è coinvolta: o Parnasi ha trovato le porte chiuse, o non ci ha neppure provato.

Diversamente da altri partiti, M5S e Lega non gridano al complotto togato, all’accanimento giudiziario o alla giustizia a orologeria. Salvini però difende Parnasi, dicendo che è una persona perbene, anche se dalle carte risulta tutt’altro. Di Maio ripete che nei 5Stelle chi sbaglia paga e attiva probiviri. Ma se i due azionisti del governo Conte vogliono dimostrarsi diversi dagli altri, non possono accontentarsi di così poco. Salvini, ora che Parnasi è in carcere per corruzione, deve restituirgli i 250 mila euro versati alla onlus leghista. E pubblicare nomi e importi degli altri donatori. I 5Stelle devono cacciare Lanzalone da Acea, dopo aver preteso l’elenco di tutti gli incarichi professionali ricevuti da quando lavora per loro, per verificare e stroncare altri eventuali conflitti d’interessi. E guardarsi da figure ibride come la sua, destinatarie di ogni genere di attenzione e tentazione. Ma non basta: la maggioranza giallo-verde ha i numeri in Parlamento per fare in modo che scandali del genere non si ripetano, o almeno per renderli più difficili. Come? In tre modi.

1) Riformare la legge Letta che consente ai partiti di occultare i finanziamenti privati fino a 100 mila euro dei donatori che vogliono restare nell’ombra; ed eliminare l’ipocrisia della privacy che copre i foraggiatori delle fondazioni, delle onlus e delle altre associazioni legate a partiti e a singoli politici, aiutandoli ad aggirare l’obbligo di trasparenza sui finanziamenti. Ciascuno può ricevere tutti i soldi che vuole, purché lo dichiari nell’apposito registro in Parlamento, consultabile da tutti i cittadini elettori.

2) Introdurre l’agente sotto copertura che s’infiltri nella PA per testare l’integrità di chi ricopre pubbliche funzioni e di chi vi si rapporta.

3) Varare la legge sui conflitti d’interessi, che faccia tesoro del caso Lanzalone: nessuno oggi può sapere quali incarichi riceve, e da chi, nella sua attività privata, un dirigente pubblico o parapubblico. Una legge seria deve creare un’anagrafe patrimoniale per chiunque tocchi un solo euro di denaro pubblico. Da questi atti si distingue un “governo del cambiamento” da un governo come gli altri.

Sci, dramma per Bode Miller: muore la figlia di 19 mesi

“Siamo più che devastati, la nostra bimba Emmy è morta. Non avrei mai pensato di poter provare un dolore simile”. Sono queste le parole che il campione di sci Bode Miller ha affidato al social network Instagram sulla morte di sua figlia di 19 mesi, annegata nella piscina dei vicini di casa a Cota de Caza, nel Sud della California.

L’oro olimpico a Vancouver 2010 e sua moglie, la pallavolista Morgan Beck, erano presenti al momento dell’incidente, ma nonostante l’arrivo immediato dei soccorritori che hanno provato a rianimarla, ma era troppo tardi e per la piccola non c’è stato nulla da fare.

La coppia, sposata dal 2012, ha un altro figlio. Attraverso i social il due volte vincitore della Coppa del mondo, sei volte campione olimpico e quattro volte oro ai mondiali, ha rivolto anche un appello a tutti i fan perché rispettino la privacy della sua famiglia in un momento così difficile.

Bode Miller ha dato l’addio alle piste solo qualche mese fa, al termine di una carriera impressionante. Mentre sua moglie è incinta del terzo figlio.

Bolle danza, Bollani improvvisa, Milano diventa un palcoscenico

La pianura padana non è un luogo comune, nonostante l’aria appiccicosa di umidità e le zanzare di insolenti dimensioni. Milano – la capitale morale, quella tutta efficienza e niente bellezza – si presenta con l’abito della festa nel cortile del Castello Sforzesco.

Ma non è questo lo spettacolo, anche se mentre le luci del giorno appassiscono piano, potrebbe pure sembrare. Il sipario del palco all’aperto sta per alzarsi, mentre gli invitati (e dietro le transenne una folla incredibile di famiglie, ragazzini, pensionati, fanciulle in fiore) si accomodano a posto. Quello di Tersicore è un pubblico vario, indeciso tra le birkenstock e l’abito lungo. Succede tutto quando la musica inizia e sul palco si materializza un’entità certamente sovrumana che risponde al nome di Roberto Bolle capace – da solo, perfino da fermo – di riempire tutto lo spazio del palco.

Questa serata è solo l’antipasto di On dance, una settimana tutta dedicata alla danza, che accompagnerà Milano in lungo e in largo, grazie a tantissimi eventi, tra un arabesque e una salida: nessuna forma coreutica sarà trascurata. Lo ricorda più volte la conduttrice dell’ “opening show” (chissà perché per dire cose semplici come “serata d’apertura”, ricorriamo a parole straniere): Lodovica Comello sfugge alla sindrome sanremese di Sabrina Impacciatore e riesce perfino a fare qualche aggraziato passo con le bravissime allieve della Scuola di ballo della Scala. Poi va in scena uno scioglilingua, Bolle & Bollani, uno che balla con i piedi, l’altro con le mani. E perfino quando il pianista irriverente attacca il Ballo del Qua Qua, l’Étoile con la “E” maiuscola riesce a essere straordinariamente elegante. Più tardi si aggiunge Nicoletta Manni, Prima ballerina della Scala: la voce che accompagna il pas de deux casual e omaggia Lucio Dalla, Cara, è quella di Giuliano Sangiorgi. Per la serie non di sola classica si vive, Neguin, artista di street dance brasiliano, mostra al pubblico sbalordito potenzialità acrobatiche (e articolazioni straordinarie) del corpo umano; Marco D’Amore commuove con una missiva coerente con il suo cognome: è Lettera alla danza dell’immenso Rudolf Nureyev. Ma come abbiamo scritto molte cose devono ancora accadere: al Teatro degli Arcimboldi si svolgeranno cinque gala del “Roberto Bolle and Friends”, ma anche workshop gratuiti di danza classica e contemporanea (con maestri come Julie Kent e lo stesso Bolle). Al Teatro Burri (Parco Sempione) un calendario fitto di open class animerà il weekend a partire dal venerdì: danza moderna e contemporanea, la nuova disciplina del Contact Improvisation, ma anche lezioni alla sbarra all’aperto per iniziare la giornata come un ballerino. Il programma completo sul sito (www.ondance.it).

“Sono cresciuto con Guccini, imparando a usare la testa”

Se c’è un manifesto per chi vuole comprendere un lembo dei ventenni, entrare nelle loro liturgie, abitudini, stili, tormenti, desiderio di marcare una stagionalità, quel manifesto può arrivare anche dalle canzoni di Irama, anagramma di Filippo Maria Fanti. Ventidue anni, cantautore (e qui è la rarità), lunedì sera ha conquistato la diciottesima edizione di Amici davanti a oltre quattro milioni di spettatori (per Canale5 è il miglior risultato della primavera), con gli altri canali assettati in modalità-Sanremo, quando una regolare contro-programmazione diventa un’eresia vicina alla bestemmia economica. Irama nei suoi pezzi narra di solitudine, studi, droghe, speranze mancate, arriva anche agli attacchi di panico, “senza filtri, senza timore di sentirmi nudo: è come avere un diario musicato sulla mia vita e le emozioni”.

Senza filtri…

Né segreti. Quando scrivo mi spoglio l’anima e, contro ogni timore, la condivido con chi mi ascolta, e non è sempre semplice, però la musica mi ha aiutato ad aprirmi, per me che sono chiuso. È un percorso. Il bello è stato scoprire la condivisione con chi mi ascolta e canta, e a volte poi mi scrive le sue di emozioni.

Alcuni brani sono molto articolati, sembrano ispirati alla tradizione del cantautorato anni Settanta.

Per forza, sono cresciuto con i miei che in macchina cantavano Guccini e De André. Un continuo. Credo di conoscere a memoria gran parte dei loro brani, in particolare quelli di Guccini. E li ringrazio. Con loro ho capito cosa vuol dire pensare la musica in storie.

Quale di Guccini?

Ciranò, Autogrill e L’Avvelenata sono le mie preferite, mi è pure capitato di rivedermi in quello che cantano, anche se le generazioni sono decisamente distanti. A Guccini ho pure chiesto l’autografo e dopo ore di fila.

Addirittura.

Poco prima di andare a Sanremo ho saputo della sua presenza in un posto per firmare copie, così mi sono piazzato in fila e ho atteso ore, nonostante l’organizzazione volesse farmi saltare l’incolonnamento umano.

Niente furbate.

Non sarebbe stato né da Guccini né da suo fan. Ho atteso, e poi la stretta di mano.

I suoi testi sono figli dell’epoca social?

Attenzione con i social, vanno gestiti; ci sto molto attento.

Cosa vuol dire?

Sono realmente a doppio taglio e ce ne stiamo rendendo conto solo ora: da una parte, ed è indiscutibile, ti consentono di entrare in contatto con un numero incredibile di persone, dall’altra ti caricano di una forte responsabilità rispetto a chi ti segue e influenzi.

Questo lo ha imparato sulla sua pelle…

Va bene non avere filtri, ma con la testa. E poi ho la sensazione di far parte di una generazione parasputi, dove siamo molto meno razzisti e omofobi di come ci raccontano le altre generazioni. Siamo abituati e cresciuti con l’altro davanti a noi.

A 22 anni canta le crisi di panico…

Anche quelle sono vere, non esagero.

Risolte, come?

Con calma, impegno e parlandone; insomma, con la testa e non vuol dire che sia stato semplice; sono anche il frutto di una adolescenza un po’ travagliata. Per fortuna quando mi trovo su un palco sono felice.

Travagliata?

Diciamo che sono cresciuto troppo in fretta.

Non ha studiato all’università.

Altre scelte, e non intendo rivendicarle, però ho capito una cosa: l’importante è cercare cultura e stimoli ovunque, e poi sono stato fortunato nell’avere una famiglia che mi ha regalato le sue basi sociali e storiche.

Lei sorride poco.

Ma questo è il mio viso! Corruccio lo sguardo un po’ perché ho gli occhi chiari e mi dà fastidio la luce e un po’ è questa la mia faccia da schiaffi.

Chi è lei?

In realtà ancora nessuno. Diciamo un ragazzo emergente.

“Bisogna aiutare i librai. Non vendono mica scarpe”

Dal vivo Kaouther Adimi sembra ancora più giovane che in foto, quasi una bambina. Eppure la 32enne algerina, autrice del romanzo La libreria della rue Charras ha già ricevuto al Salone di Torino il premio Goncourt-Choix pour l’Italie dalle mani di Eric Emmanuel Schmitt. Non è il primo riconoscimento conseguito da Adimi, che si è già accaparrata il prix du Style, il prix Beur, il prix Renaudot des Lycéens, ed è in lizza per gli altri maggiori premi letterari francofoni.

La libreria della rue Charras racconta la vicenda di un luogo quasi mitico di Algeri, la libreria Les Vraies Richesses, un bugigattolo con un soppalco, un tavolo, un letto, foto, quadri e una marea di libri. Alcuni di questi sono stati pubblicati dallo stesso libraio, un giovanissimo e vulcanico Edmond Charlot. Il suo romanzo sembra un tributo a questo intellettuale.

Edmond Charlot era un portento. Nel 1936 fondò uno spazio che era libreria, biblioteca, casa editrice, galleria. Si narra che abbia inventato il risvolto di copertina. Era un giovane di grande apertura, interessato alla letteratura mediterranea, si prefiggeva di pubblicare autori che scrivessero in francese, in arabo, in inglese. C’era una frase che si trovava sulla vetrina della libreria Les Vraies Richesses: ‘Un uomo che legge ne vale due’.

Dovrebbe averla detta Valentino Bompiani, o magari siamo noi italiani ad avergliela attribuita. Charlot riesce a realizzare i suoi progetti?

Charlot è stato in assoluto il primo editore di Camus, ma ha anche pubblicato Saint-Exupéry. O un libro coraggiosissimo durante la seconda guerra mondiale, come Il silenzio del mare di Vercors. Pare che Geltrude Stein si vantò di questo editore ‘resistente’, che fu una delle cause dell’arresto di Charlot. Al funzionario che gli chiese: ‘Sa perché lei è in prigione?’, Charlot rispose: ‘Perché è lei a non esser qua dentro’. Dopo la fine della guerra comunque Charlot continuò a creare un grande senso di comunità intorno a Les Vraies Richesses.

La libreria della rue Charras non è un romanzo storico canonico, perché c’è una linea di narrazione che riguarda il presente.

Il pretesto per parlare di quel luogo nasce dal fatto che Ryad, uno studente di ingegneria, si trova a fare uno stage ad Algeri. Il padre l’ha raccomandato, e ora Ryan deve occuparsi di mandare al macero tutto il materiale del fondo Charlot e imbiancare le pareti prima che Les Vraies Richesses diventi una pasticceria per vendere ciambelle. Però arrivando ad Algeri da Parigi s’imbatte nel vecchio Abdallah, l’ultimo baluardo di quella leggendaria storia novecentesca.

Da Parigi ad Algeri è il percorso opposto a quello che ha compiuto lei.

Sono rimasta ad Algeri sino al 2009, quando mi sono trasferita Parigi. Ma Algeri è rimasta sempre il cuore dei miei romanzi, questo è il terzo che la vede protagonista. E tutt’ora mi sento un’abitante di Algeri. Sono migliaia gli studenti che ogni anno abbandonano il Maghreb per trovare lavoro altrove. Prima o poi diventerà un problema diplomatico. È una città strana Algeri, dove le donne nubili vivono una condizione svantaggiata. È un luogo dove non esistono numeri civici, per dare un appuntamento si danno indicazioni come: vicino a un arco o davanti a un negozio.

Ritorniamo ad Abdallah, alla comunità che si forma intorno a Les Vraies Richesses e alle voci del romanzo.

In effetti c’è un noi che comprende il quartiere, gli algerini, gli arabi, contrapposti ai colonizzatori. Ma quel noi alla fin fine comprende anche i francesi. È la mia storia, la storia della mia famiglia che si intreccia a quella di una resistenza locale collettiva che prova a preservare ‘lo spirito del luogo’. La memoria in fondo è la somma delle nostre storie. E per raccogliere tutte queste vicende, ho dovuto fare molte ricerche, lavorare su documenti dell’epoca, parlare con chi aveva conosciuto Charlot.

Può esistere al giorno d’oggi un libraio come Charlot?

Per Charlot era più facile. Attualmente in Algeria non credo che esistano più di 50 librerie. Bisognerebbe aiutarli i librai, non vendono mica scarpe, e non è detto che tutti possano avere il talento e la passione di Charlot. Non c’è distribuzione editoriale in Algeria, gli editori indipendenti si mettono i libri in macchina e li portano loro in giro. Per fortuna c’è una nuova generazione alfabetizzata che sembra pronta a leggerli.

Il partito al governo sponsor della manifestazione anti giudici

Un partito che organizza una manifestazione di protesta quando è al governo non si è mai visto in nessun’altra parte del mondo”. Ci vuole la fantasia di Eugene Ionesco – il grande drammaturgo rumeno -, per descrivere quello che sta succedendo. Nella sintesi dello scrittore Mircea Cartarescu, “il marchio di fabbrica del nostro Paese è l’Assurdo. E Liviu Dragnea (il leader del Psd, il partito socialdemocratico al governo) ne è il maestro”.

La settimana scorsa sono scesi in piazza circa 200.000 manifestanti – secondo gli organizzatori – per denunciare presunti abusi della magistratura anti-corruzione. Le accus esono di aver fatto un uso politico del loro ruolo, a esempio abusando delle intercettazioni intercettazioni telefoniche, al solo scopo di incastrare gli esponenti del Psd, il partito socialdemocratico dal dicembre 2016 al governo con i conservatori dell’Alde. Lo stesso leader socialdemocratico Dragnea è sceso in piazza. Lui che, già condannato a 2 anni con pena sospesa per frode elettorale nel 2016, deve rispondere anche di corruzione nell’udienza di un processo aggiornato al 21 giugno.

L’interdizione del politico dai pubblici uffici ha prodotto 4 governi targati Psd succedutisi in poco più di un anno e scontro istituzionale col capo dello Stato, il liberal-conservatore Klaus Iohannis, che in passato ha più volte richiamato all’ordine la maggioranza. La manifestazione contro i giudici è stata a suo dire “strana e un po’ farsesca”.

In realtà la crociata di Dragnea e del suo partito contro quelli che sono stati descritti come apparati dello “Stato profondo” può essere letta come maldestra risposta alle massicce manifestazioni di piazza contro la corruzione, imputata principalmente al Psd, che hanno segnato la vita politica negli ultimi mesi. Lunedì, la piazza di Bucarest è stata di nuovo riempita dai manifestanti, di nuovo dell’opposizione. In nome però, questa volta, della difesa dello Stato di Diritto.

Ostaggi e reparti speciali, incubo sotto l’Eiffel anche senza terroristi

È stato un pomeriggio di panico nel centro di Parigi. Quando è cominciata a circolare l’informazione che un uomo armato aveva preso alcuni ostaggi e un’operazione di polizia era in corso nel XX arrondissement, si è temuto un nuovo attacco terroristico. L’uomo si è asserragliato in un ufficio della rue des Petites Écuries, un quartiere centrale, pieno di ristoranti e negozi. Ingenti le forze di polizia. Parigi continua a vivere sul filo del rasoio. Dopo i primi accertamenti i reparti speciali hanno fatto sapere che il sequestratore non era un terrorista. Si è cominciato a parlare di uno squilibrato con cui sono stati avviati al telefono dei negoziati, senza risultato. Dopo quattro ore, poco prima delle 20, le forze dell’ordine hanno dato l’assalto. L’uomo è stato fermato e gli ostaggi liberati. Stavano bene, ma sotto choc. Uno di loro era stato picchiato e aveva gli abiti cosparsi di benzina. I motivi del gesto restano poco chiari. Stando ai primi elementi, il sequestratore sarebbe un marocchino di 27 anni. Non sarebbe noto alla polizia né schedato S per radicalizzazione. Dagli agenti si faceva chiamare Chris. Erano circa le 16 quando è penetrato al numero 46, nelle sede al piano terra di un’agenzia pubblicitaria, facendosi passare per un fattorino di cibi già pronti. Entrando si è scontrato con un uomo che ha colpito al volto con una chiave inglese.

Poco dopo dal palazzo è uscita correndo una donna incinta. Una volta dentro, l’uomo ha preso due persone in ostaggio e cosparso i locali con la benzina. Ha detto di essere armato, di avere una bomba e una pistola. Che c’era un suo complice nel cortile. Ha chiesto di contattare l’ambasciata dell’Iran per consegnare un messaggio al governo francese. Poi le sue rivendicazioni si sono fatte confuse. Ha parlato di Islam, di Iraq, dell’11 settembre. Ha fatto riferimento a Mohamed Merah, il killer di Tolosa che nel 2012 aveva fatto stragi di bambini in una scuola ebraica. Ha anche citato un fatto di cronaca che di recente ha scosso la Francia, l’omicidio della piccola Maëlys durante la festa di nozze di amici di famiglia. Il suo assassino si sta ora rivelando un possibile serial killer. Addosso al sequestratore sono stati trovati due coltelli e una pistola finta.

Su bombe e missili solo promesse: il patto col diavolo

Quando gli opposti reagiscono allo stesso modo, qualcosa di vero sotto ci dev’essere. Il Cremlino e i democratici all’opposizione nel Congresso di Washington avvertono all’unisono che “il diavolo”, nell’accordo ieri sottoscritto dai presidenti Usa Donald Trump e nordcoreano Kim Jong-un, “è nei dettagli”. Che non ci sono. Charles Schumer, leader dei democratici al Senato, contesta all’Amministrazione repubblicana d’avere rinunciato a “una leva rilevante” nei futuri negoziati sulla denuclearizzazione. E la Russia, in sintonia con la Cina, rilancia la formula dei negoziati a sei: le due Coree, Usa e Giappone, appunto Russia e Cina. Mosca e Pechino hanno voglia, e fretta, di rientrare nel gioco.

Sul New York Times, Nicholas Kristof scrive addirittura che Trump è stato “raggirato” da Kim: gli ha fatto concessioni senza avere niente in cambio. Trump – sostiene Kristof – “non ha ottenuto nulla che si avvicini” ai vantaggi previsti dall’accordo nucleare con l’Iran, da lui denunciato, che imponeva a Teheran di rinunciare al 98% del suo uranio arricchito.

La Nord Corea può sostenere che, con i suoi test nucleari e missilistici, Kim abbia costretto Trump ad accettarlo come partner nucleare, a fornirgli garanzie di sicurezza e a cancellare le esercitazioni con la Sud Corea – oggetto da anni di proteste. Kim, dal canto suo, ha ribadito l’impegno a una futura denuclearizzazione, espresso fin dal 1992.

Ma non c’è un calendario di smantellamento del programma nucleare, non ci sono verifiche, non c’è la distruzione dei missili balistici intercontinentali e non c’è nemmeno l’esplicita promessa d’uno stop permanente ai test nucleari. Ora, è senz’altro meglio negoziare con Kim piuttosto che scambiarsi quotidianamente minacce e vedersi passare saltuariamente sulla testa un missile nordcoreano, potenzialmente munito d’ogiva nucleare. Ma resta “francamente bizzarro” – il virgolettato è di Kristof – vedere il presidente Usa che un giorno attacca il premier canadese e il giorno dopo abbraccia “il leader del Paese più totalitario del mondo”. Tutti sono consci che quello di Singapore è un accordo sul mettersi d’accordo, senza dettagli né scadenze. Le reazioni sono però positive:. A Seul, il presidente Moon Jae-in spera “di chiudere l’ultimo conflitto della Guerra Fredda e di scrivere una nuova storia di pace e di cooperazione nella penisola”. Tokyo è pronta a “colloqui diretti” con Pyongyang.

Aneddotica sul Vertice – ricchissima – a parte, l’impressione è che Trump e Kim si siano lasciati esattamente là dove si sono incontrati: il loro Vertice non ha suggellato la fine di una trattativa, ma ne ha segnato l’inizio. Il documento finale impegna a lavorare verso la completa denuclearizzazione della penisola coreana, facendo sforzi congiunti per “costruire una pace duratura e stabile”.

Trump offre, per accompagnare il processo, “garanzie sulla sicurezza”. Fatto il Vertice, soddisfatto l’ego del presidente e del dittatore, il negoziato può iniziare: su ogive e missili, sanzioni e aiuti, non sul cerimoniale della recita di Singapore, com’è finora stato. Trump s’aspetta ora di trattare con l’Iran, ma quella è un’altra storia: Kim ha la bomba, Teheran non ancora.

Strette di mano e cetrioli coreani: la pace è uno show

Buona la prima! Meglio di così, Donald Trump e Kim Jong-un, quelli che, ancora a inizio anno, facevano a chi ce l’ha più grosso, il bottone nucleare, non potevano recitare la parte degli amiconi: uno, il leader del Mondo Libero; l’altro, il dittatore alla terza generazione di una dinastia comunista. Kim non ha mascherato il suo sussiego, che si poteva scambiare per emozione; e Trump, come fa spesso, ha travestito la rozzezza da cameratismo.

Ma poiché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, il presidente nordcoreano, che i suoi biografi descrivono un po’ paranoico, all’atto di firmare lo “storico Vertice” s’è premurato di fare controllare da un agente della sicurezza nordcoreana, dotato di guanti in lattice, la penna poggiata sul tavolo.

Il gesto non è sfuggito al pool dei corrispondenti della Casa Bianca al seguito del presidente Usa, che ha puntualmente registrato tutte le frasi, tanto “storiche” quanto banali, pronunciate nell’occasione: “Ci siamo messi il passato alle spalle”, “La denuclearizzazione partirà presto”, “L’inviterò di sicuro alla Casa Bianca”, tutta farina del sacco di Trump. In base ai dossier di Seul e Washington, sono almeno 15 le strutture nucleari del regime di Pyongyang, tra cui due reattori atomici e tre reattori di generazione d’energia concentrati a Yongbyon, non lontano dalla capitale. Gli esperti ipotizzano che la Corea del Nord abbia estratto 40-50 chilogrammi di plutonio e arricchito dai 600 ai 700 chilogrammi di uranio, grazie alla disponibilità di almeno 2.000 centrifughe. I quantitativi sviluppati dal 2011, sotto la guida di Kim Jong-un, consentirebbero tra plutonio e uranio arricchito la costruzione di 30-40 bombe, pari o maggiori a quella di 15 chilotoni sganciata su Hiroshima nel 1945.

Durante la giornata, Kim è stato meno loquace. I giornalisti presenti all’Hotel Capella non fanno meglio dei leader: la stretta di mano fra i due – scrivono – era “attesa da 70 anni”, un riferimento temporale senza alcun appiglio. Il Vertice tra Trump e Kim, tra le 9 e le 13, cioè tra le 3 e le 7 del mattino ora italiana, ha avuto una scenografia hollywoodiana: i due leader si sono incontrati nel patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, entrando da due porticati opposti, in un profluvio di tappeti rossi e bandiere (Stati Uniti e Corea del Nord condividono i colori: bianco, rosso, blu).

La stretta di mano, va da sé “storica”, dura, sanciscono i cronometristi dell’ufficialità, 13 secondi: Trump più sorridente, Kim che ha meno l’abitudine a vedere gente, più contratto. “Nice to meet you Mr. President”, dice in inglese Kim a Trump, che replica “È un onore essere qui”. Trump, più anziano – 70 anni – e più scafato di Kim – 34 anni –, sottolinea il contatto fisico poggiando brevemente anche la mano sinistra sul braccio destro del nordcoreano.

Poi, i due si mettono in posa per i flash dei fotografi e e telecamere: “Fateci sembrare snelli e belli”, chiede il magnate.

Il faccia a faccia, presenti solo interpreti, dura 42 minuti: basta perché Trump dica di avere con Kim una “relazione formidabile”, d’essersi sentito “veramente bene” con Kim seduto sulla poltrona alla sua sinistra. Il nordcoreano si scioglie: “Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci”; e azzarda “Sembra un film di fantascienza”, quelli per cui lui va pazzo. Alla riunione allargata, svoltasi in un’altra sala e dedicata alla questione del nucleare, hanno preso parte il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto John Kelly e il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton e, per i nordcoreani, Kim Yong-chol, il braccio destro del leader, Ri Yong-ho, ministro degli Esteri, e Ri Su-yong, presidente della Commissione diplomatica dell’Assemblea del Popolo. Sorrisi, strette di mano, atmosfera cordiale, poi il pranzo di lavoro, con un menù che intrecciava sapori asiatici e occidentali: cocktail di gamberetti con insalata di avocado, kerabù di mango verde condito con miele di lime e piovra fresca, cetriolo ripieno alla coreana. Prima di salutarsi, Trump e Kim hanno fatto una breve passeggiata, con siparietto finale: “Abbiamo fatto un sacco di progressi, l’incontro è andato meglio di quanto chiunque potesse aspettarsi”; e ancora: “Il presidente Kim ha detto che la Corea del Nord sta già distruggendo un sito di test nucleare molto grande. Non è scritto nel documento perché ne abbiamo parlato dopo la firma. Stiamo risolvendo la situazione. Il passato non deve mai scrivere il futuro. Dimostreremo al mondo che gli avversari possono diventare amici”, dice Trump, prima di provocare l’invidia di Kim mostrandogli the beast, la sua auto presidenziale, e aprendone lo sportello, come se volesse vendergliela.

Ce n’è a sufficienza perché, prima di salire sull’AirForceOne, che lo riporta a Washington, Trump si senta d’affermare: “Non potevamo fare di più”, scenografia e interpretazione sono state eccellenti. Forse lo pensava pure Kim, che aveva ad attenderlo un aereo cinese prestatogli: ecco, aereo e auto a parte, oltre che taglio e colore dei capelli, poteva quasi sentirsi Trump.