Elliott non c’è più, Genish traballa e anche Tim non sta troppo bene

I dati certi sono pochi, ma pesano. I conti di Tim nel secondo trimestre arrancano, con antipatiche conseguenze. In 40 giorni, da quando l’assemblea degli azionisti ha eletto il nuovo consiglio d’amministrazione targato Elliott, il titolo dell’ex monopolista telefonico ha perso in Borsa il 20 per cento. La Cassa Depositi e Prestiti ha già perso 150 degli 800 milioni investiti sul 5 per cento delle azioni per estromettere dal controllo di Tim la Vivendi del bretone Vincent Bolloré.

Benvenuti nella public company all’italiana, quella promessa dal fondo americano Elliott, pilotato dall’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni con la complicità del presidente della Cdp Claudio Costamagna e la benevolenza del governo Gentiloni. Public company significa azienda ad azionariato diffuso, senza un socio forte che fa come pare a lui. Il paradosso della public company all’italiana è che non c’è più l’azionista di controllo ma c’è un grande azionista di minoranza: Vivendi, che comandava con il 24 per cento, adesso non comanda ma ha lo stesso il 24 per cento.

E potrebbe teoricamente tornare al timone, visto che Elliott si è dissolto subito dopo l’assemblea del 4 maggio andando all’incasso delle plusvalenze (stimate in 200-300 milioni) realizzate comprando i titoli Tim già da un anno. Un particolare contratto di tipo collar con la Jp Morgan consente a Elliott di cedere a non meno di 81 centesimi le azioni Tim che ieri hanno chiuso in Borsa a 68. Dunque all’assemblea che in autunno dovrà nominare la società di revisione del bilancio Bolloré potrebbe tentare un nuovo colpo di mano e riprendere il controllo.

I manager italiani sono abituati a obbedire a un padrone. E Tim, senza azionista di controllo, è come una classe delle elementari quando la maestra va in bagno: può succedere di tutto. Il cda presieduto da Fulvio Conti è troppo debole per affrontare con la determinazione che qualcuno vorrebbe il nodo del capo-azienda Amos Genish. Confermato alla guida all’unanimità, unico punto di convergenza tra Elliott e Vivendi, il manager israeliano non entusiasma il cda. Pesano forse la malcelata ambizione di Luigi Gubitosi, ex numero uno del concorrente Wind oltre che di Rai e Alitalia, di prenderne il posto, o quella del capo delle strategie Mario Di Mauro di conquistare la direzione generale. Fatto sta che le voci si inseguono autorevolmente. Genish lavorerebbe uno, due o tre giorni alla settimana (secondo tre diverse scuole di pensiero) e per questo Conti lo avrebbe sfrattato dall’ufficio più grande e più bello del sesto piano di Corso d’Italia: perché il presidente senza deleghe operative starebbe in ufficio più tempo dell’amministratore delegato.

L’amministratore delegato fannullone era forse l’ultima leggenda mancante nella pur ricchissima tradizione mitopoietica di Telecom Italia. Come sempre, però, la letteratura affonda le radici nella realtà. I conti del semestre che si chiude il 30 giugno sono un disastro e la Borsa, che dispone di proprietà sensitive, sta anche per questo punendo il titolo Tim. Si parla di un ebitda (margine operativo lordo, cioè ricavi meno costi, prima di contare tasse e partite finanziarie) inferiore di almeno 130 milioni all’obiettivo di budget e al risultato raggiunto dodici mesi fa con Flavio Cattaneo. Genish a sua volta è insoddisfatto dell’esordio dello sfortunato direttore commerciale Pietro Scott Jovane (ex Rcs), arrivato in coincidenza con l’attacco del nuovo entrante della telefonia mobile Iliad che, dicono in Tim, sta rubando ogni giorno 6-8 mila clienti all’ex monopolista: a questo ritmo a fine anno Tim potrebbe aver perso un milione di sudditi.

Tim perde fatturato e margini e Genish, per salvare almeno le apparenze, lavora sul maquillage dei conti e sul lato dei costi. Ha messo alla frusta negli ultimi giorni di lavoro (lascerà il 30 giugno) Michel Sibony, il discusso uomo che Bolloré ha posto a capo degli acquisti. Dagli uffici di Tim telefonano ai grossi fornitori chiedendo uno sconto del 10 per cento su fatture già emesse, salvo rischiare di “aspettare troppo” il pagamento. È solo l’accelerazione delle ultime settimane di un tema già caldo da molto tempo. Le aziende “vittime” e i loro stessi rappresentanti sindacali hanno già chiesto l’intervento del ministero dello Sviluppo economico. Nei mesi scorsi Carlo Calenda aveva fatto qualche telefonata delle sue a Genish, adesso toccherà al suo successore Luigi Di Maio tentare di riportare alla ragionevolezza il gruppo telefonico.

Se Paolo Gentiloni, Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda credevano di aver trovato una soluzione brillante per il futuro di Telecom facendo fuori Bolloré e prospettando una rete telefonica scorporata da Tim e messa sotto controllo statale, il nuovo terzetto formato dal premier Conte, dal ministro dell’Economia Tria e da Di Maio ereditano un problema imprevisto: per parlare con Telecom Italia non sanno bene a chi telefonare. È però vero che anche Genish e Conti non sanno bene a chi telefonare per parlare con il governo. A questo punto se qualche volenteroso li invitasse tutti a un talk show sarebbe forse la soluzione più istituzionale.

Mail Box

 

La riforma dell’ordinamento e la certezza della pena

Gentile Direttore, sulla riforma dell’ordinamento penitenziario sono del tutto legittime critiche mosse da diverse sensibilità.

La materia, per la natura tecnica, tende però a essere fraintesa: alcune precisazioni, compatibili con le esigenze editoriali, sono opportune.

La sospensione dell’ordine di esecuzione non mina alla radice la certezza della pena.

È un meccanismo che, di regola, consente al condannato (se non già detenuto) di attendere in libertà la decisione della magistratura sull’eventuale applicazione di misure alternative, i cui presupposti sono vagliati caso per caso, senza automatismi di favore.

La pena non verrà poi evitata, ma scontata in carcere o con diverse modalità sanzionatorie.

Dal dicembre 2013 l’affidamento in prova può essere concesso ai condannati fino a quattro anni, previa valutazione del comportamento tenuto anche in libertà.

La Corte costituzionale, di recente, ha allineato a tale soglia la norma sulla sospensione dell’ordine di esecuzione.

La detenzione, subito seguita da un provvedimento che stabilisse forme diverse di espiazione, comporterebbe restrizioni inutili, un ingiustificato aggravio del circuito penitenziario e costi evitabili.

La riforma, più che sui destinatari, inciderebbe sul ventaglio delle misure applicabili, ampliando la fruibilità di quella più restrittiva (la detenzione domiciliare) nell’intento di offrire alla magistratura un’opzione in più.

Il decreto legislativo interverrebbe, come mai si era fatto dal 1975, per rendere più pregnanti le alternative al carcere: incrementando la base della decisione (grazie all’osservazione della personalità anche in ambiente esterno); arricchendo gli obblighi e i divieti in cui le misure si concretano (con accento sulle pratiche riparatorie e sullo svolgimento di attività a beneficio della collettività); potenziando i controlli sul loro rispetto. Si tratta di un’ottica antitetica a quella del paventato svuota-carceri.

Stefania Carnevale (Professore di Diritto processuale penale – Università di Ferrara) e Daniele Vicoli (Professore di Diritto processuale penale – Università di Bologna)

 

Cari amici, se volete il mio parere, io trovo assurdo che i condannati a pene fino a quattro anni (oltre il 90% dei condannati dai tribunali italiani) non finiscano in carcere neppure per un giorno, salvo rarissime eccezioni.

Per me, la certezza della pena si ha soltanto se la condanna a X anni di “reclusione” comporta davvero X anni di “reclusione”. In carcere, non a casa o ai servizi sociali.

Altrimenti il sistema diventa criminogeno ed è quello che purtroppo accade da decenni in Italia, dove le regole penali sono un incentivo a delinquere.

M.Trav.

 

La politica fatta sulla pelle di chi è alla deriva in mare

A fare politica sulla pelle dei poveri cristi non sono i primi e non saranno gli ultimi.

Salvini e Di Maio, Lega e M5S, hanno promesso in campagna elettorale di fermare l’immigrazione, i taxi del mare, per dirla alla Di Maio, e ora appena insediati sono messi alla prova, e fanno, per non smentirsi, il muso duro con Malta e l’Europa.

Peccato che a soffrirne sono, appunto, quei disperati che, probabilmente, prima di arrivare in quel mare dove i “nostri” li tengono bloccati, hanno percorso strade dove hanno subito ogni possibile torto fisico e morale.

I due grillini con carica istituzionale, il presidente della Camera Fico e il ministro delle Infrastrutture Toninelli, responsabile della chiusura dei porti, si sono affrettati a dichiarare che comunque sulla nave i migranti “stanno bene”, segno evidente che hanno dovuto subire l’imposizione di Salvini e che non hanno mai avuto modo di guardare negli occhi quelle persone.

Perché, come testimoniano gli operatori umanitari, se lo fai vi leggi tutta la sofferenza subita, e ti passerebbe ogni velleità di respingerli.

Mario Sacchi

 

Non bastano più le promesse per la Calabria dimenticata

Sul Fatto di ieri, 12 giugno, ho letto con grande emozione l’articolo scritto da Mimmo Calopresti: “Don Roberto, prete tra gli schiavi niri”.

Da calabrese conosco quei luoghi da più di sessant’anni, e oggi come allora le condizioni, le cose e gli uomini sono rimasti immutati quasi che il tempo non fosse trascorso. “…non riconosco niente della mia infanzia, la mutazione è totale, la modernità ha cancellato la storia…”, dice Calopresti, e solo un vero calabrese (figlio di contadini, per intenderci) può testimoniare che quel lembo di terra è stato, ed è, dimenticato dalle istituzioni e dagli uomini, meno che per un prete di frontiera che lì esercita il suo apostolato da vero cristiano.

Mi chiedo a questo proposito quale cambiamento potranno operare le “nuove” forze politiche che si accingono a governarci.

Atteso che, fino a questo momento, le pregresse classi dirigenti (tutte) hanno solo prosperato sulla disperazione di quelle terre di Calabria.

Camillo De Luca

Kim&Donald. Il piccoletto e l’omone, guai a fidarsi delle somiglianze

 

Dopo tutte le minacce e tutti gli insulti che si sono rivolti “la strana coppia” Donald-Kim, fa un po’ effetto vederli ridere e scherzare neanche fossero Gianni e Pinotto (anche se, dal fisico, sembrano più Pinotto e Pinotto). Meno male! Viene da pensare, un conflitto nucleare non è bello neanche vederlo al cinema, figuriamoci dal vero.

Però personalmente mi aspettavo qualcosa del genere anche nei giorni più bui, non sono un “paragnosta”, ma conosco i vecchi detti generati dalla saggezza popolare che raramente sbagliano: “Chi si somiglia, si piglia!”.

Mauro Chiostri

 

Ha proprio ragione, signor Chiostri: “Chi si somiglia si piglia”; e quei due si somigliano un sacco, differenze d’età – Donald ha più del doppio degli anni di Kim, 70 contro 34 – e di taglio e colore dei capelli a parte. Sono entrambi egocentrici, collerici, impulsivi, imprevedibili.

Certo, ci sono, o sarebbero, anche differenze: uno è, o dovrebbe essere, il leader del Mondo Libero, presidente della più antica e più potente democrazia moderna: l’altro è uno spietato dittatore, rampollo di terza generazione della prima e finora unica dinastia comunista. Ma la distanza non è così abissale come dovrebbe essere, se una anchorwoman della Fox – la Fox, non la ‘liberal’ Cnn –, figlia dell’ambasciatore di Trump a Mosca, Abby Huntsman, si lascia sfuggire un lapsus rivelatore (“il Vertice dei due dittatori”) e il suo ospite, l’ex capo della comunicazione alla Casa Bianca, Anthony Scaramucci, manco sobbalza.

Trump e Kim erano simili quando facevano al gatto e al topo, scambiandosi per un anno intero minacce e nomignoli; e sono simili adesso che fanno gli amiconi, non avendo granché da dirsi, perché, a parte il carattere, non si conoscono loro interessi comuni – neppure la pallacanestro, che manda in visibilio Kim, mentre dà i bruciori di stomaco a Trump perché i campioni della Nba non lo vanno mai a trovare alla Casa Bianca.

Attenti però, a non fidarsi troppo del ‘chi si somiglia si piglia’: il piccoletto e l’omone, entrambi taglie forti, hanno solo messo le premesse per un accordo, il cui percorso di attuazione e di verifica – e i cui dettagli, ricorda il perfido Putin – devono essere ancora definiti. Spesso in passato le vie delle guerre sono state lastricate di buoni propositi non attuati.

Giampiero Gramaglia

Savona cattivo, Tria supereroe e Calenda chissà: la storia a fumetti

L’infantilizzazione del dibattito è antica quanto il potere, si sa: conoscere per deliberare, certo, ma pure infantilizzare per governare. Noi, per dire, siamo attenti osservatori dei poteri soprannaturali attribuiti a Paolo Savona (tuono): gli dessero l’Economia scomparirebbe l’Eurozona (Mattarella); già pensare di nominarlo ha bruciato sui mercati 20 miliardi (Giornale), forse 51 (Repubblica), anzi no 200 (CorSera); facesse il ministro “un minuto dopo cesserebbe di esistere la presidenza della Repubblica” (Stampa, notizia rivelatasi poi esagerata); purtroppo “non gli sono state spuntate tutte le unghie” (Repubblica) perché Savona (tuono) fa il ministro e chissà che s’inventa. Se c’è il cattivo, com’è d’obbligo, c’è pure il supereroe: è Giovanni Tria (musica d’angeli), che con un’intervista al Corriere ha fatto “rimbalzare Piazza Affari: +3,5%” (MF) e abbassato lo spread. Resta il problema di riciclare gli attori ormai disoccupati. C’è ad esempio Carlo Calenda, paladino del free trade che fa sognare gli ex Pci (machedavero?). “Un governo della Lega (e questo non è ancora un governo tutto della Lega), è incompatibile con la permanenza dell’Italia nell’Eurozona, è nel loro dna”, spiegava ieri: “Se questa è una patologia, bisogna capire come organizzare una cura”. Ci pensa lui, il dottor Calenda, che ha annunciato la futura medicina contro questo difetto genetico a un convegno cui ha partecipato per due motivi: 1) ha un sacco di tempo; 2) per confermare l’intuizione di Marcello Marchesi secondo cui “tutto è perduto fuorché l’ospite d’onore”.

Un ministero razziato dalle nomine

Il ministero della Cultura italiano, il Mibact, è ovviamente il punto di riferimento di chi lavora nei musei, nei teatri, nel cinema, nelle orchestre, nella lirica, nella danza, nella prosa. Il ministero della Cultura, pur con il budget più basso d’Europa, ha contribuito negli anni a sostenere queste realtà che hanno contribuito a rendere l’Italia prestigiosa nel mondo.

È di questi giorni l’incredibile notizia che tantissimi artisti e operatori culturali sono stati cacciati da questa casa. Azzerati i loro contributi dopo anni di lavoro. Cancellati dalla cartina geografica della storia culturale italiana, dopo aver creato centinaia di spettacoli, opere dell’ingegno creativo, a volte riuscite bene a volte meno bene, pagato migliaia di contributi, offerto opportunità di lavoro a centinaia e centinaia di artisti nel corso degli anni. Ecco lo scenario: stava per cadere il governo, nominate in tutta fretta (mai così in fretta) le Commissioni ministeriali che dureranno 3 anni, chiamati a raccolta gli amici dei salotti buoni del pensiero unico. È la fine del nostro governo mai eletto? Allora muoia Sansone con tutti i Filistei. Nel frattempo per i prossimi tre anni si passa da noi…

Hanno nominato dei commissari che in virtù di un “decreto arroganza” del 2015 che, per dirla in parole povere, sancisce la possibilità di essere sovvenzionati solo ai soggetti che hanno superato uno sbarramento “artistico”, di cui – udite, udite – i dirigenti ministeriali non hanno alcuna responsabilità perché il superamento dei punteggi artistici è giudizio insindacabile dei commissari esterni…

Dunque uno sparuto numero di privati cittadini (sto parlando di quattro o cinque persone che tranne rari casi non hanno alcuna competenza tecnica e manageriale), sono gli insindacabili commissari esterni che hanno la totale responsabilità del futuro della cultura italiana dello spettacolo dal vivo. Una enorme responsabilità storica che uno Stato di diritto non dovrebbe mai lasciare nelle mani di privati cittadini suscettibili di pressioni, conflitti di interessi, potenziali parzialità, impossibilità di valutazioni a 360°, per oggettiva mancanza di tempo, visto che ciascuno di loro fa altro nella vita. Gli italiani con il voto del 4 marzo hanno chiesto un profondo cambiamento anche dello status quo che aveva cristallizzato gruppi di potere dei famosi salotti buoni della musica, del cinema, del teatro, della danza italiana.

Ascoltare il voto dei cittadini, dei contribuenti, di coloro che pagano lo stipendio di tali dirigenti statali / Direttori artistici, vuol dire soprattutto discontinuità rispetto al passato.

Questi blitz che hanno eliminato realtà che offrivano opportunità di lavoro a centinaia di giovani italiani, cosa hanno risolto? Con gli spiccioli in un budget generale di uno Stato che in proporzione valgono molto meno di un caffè nel budget di una famiglia media italiana, hanno avuto la soddisfazione di aver fatto fuori artisti non in sintonia con il proprio gusto?

Come può permettersi un ministero della Cultura di distruggere realtà culturali italiane? Con quale diritto storico o divino?

I “Direttori artistici” della cultura italiana hanno deciso in fretta e furia. Mai commissioni furono chiamate a esprimersi con tale celerità nella recente storia del Mibact. Siamo abituati alle nomine politiche dell’ultim’ora di fine legislatura, ma mai prima d’ora erano state cancellate tante realtà culturali. Povero ministro Bonisoli. Toccherà a lui apporre la firma in calce a tali epurazioni ingiustificate, immotivate e insindacabili.

Se fossi in lui, la prima cosa che farei è cercare altre professionalità di spessore tra i dirigenti del ministero della Cultura, la cui carriera è stata offuscata per troppi anni da blocchi inamovibili di potere, per dare nuovo slancio, nuove energie e per impedire che dirigenti per troppi anni nello stesso ufficio, possano aver cementato relazioni personali incompatibili con una responsabilità di tale impatto.

* Regista e coreografo

Non solo Aquarius, la tragedia continua è in territorio libico

Da quasi un anno la stampa e la politica italiane fingono di non sapere cosa accade in Libia. Felici per i risultati raggiunti dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti che, accordandosi con Tripoli, ha fatto crollare gli sbarchi, molti osservatori ora in prima linea nelle proteste per la vicenda dei 600 migranti della nave Aquarius non dicono una parola sulle disumane condizioni dei centri di detenzione gestiti da autorità e milizie. A parte poche e lodevoli eccezioni, nessuno in Parlamento, sui social o sui giornali, si è lamentato per le donne sistematicamente stuprate nei campi; per l’abitudine di chiedere via telefono alle famiglie dei migranti detenuti soldi per far cessare le torture nei loro confronti o per i trafficanti di esseri umani promossi a membri effettivi, anche in posizioni di comando, della Guardia costiera finanziata con fondi dell’Unione europea. Tutte vicende più volte raccontate su queste pagine e che ora sono meglio e più puntualmente ricostruite da Francesco Viviano e Alessandra Ziniti nel loro bel libro Non lasciamoli soli. Nel volume, la storia degli orrori è lunga e particolareggiata: ci sono centinaia di ragazzi costretti a mangiare riso con i vermi, a bere urina quando non c’è acqua, a scavare fosse comuni. C’è l’Italia che ha delegato alla Guardia costiera libica, da noi addestrata e armata, i respingimenti dei barconi in mare spesso a colpi di mitra.

Per questo ora ci sentiamo vicini ai 600 migranti dell’Aquarius e siamo felici che i media e la politica vigilino sulle loro condizioni di salute e che si interroghino se sia il caso di tenere ancora per tre giorni in mare uomini, donne e bambini tanto sfortunati. Al tempo stesso però ci domandiamo dove erano i giornali, i politici, le televisioni e i commentatori, mentre in Libia i nuovi accordi di Minniti creavano e amplificavano questa tragedia? Se dobbiamo essere sinceri fino in fondo, dobbiamo dirci chiaramente che pur sapendo in Italia si è fatto poco o nulla. Che gli editoriali indignati si sono contati sulle dita di una mano (anche chi scrive, pur pubblicando sul sito del Fatto decine di articoli di cronaca, deve fare ammenda). Dobbiamo ricordare che quando l’Onu il 17 novembre dello scorso anno ha stigmatizzato il comportamento italiano, il vecchio governo e la vecchia maggioranza sono restati semplicemente in silenzio. Lasciando che parlassero solo le opposizioni di sinistra e qualche cinque stelle.

Così le agenzie dell’Onu sono fin qui riuscite a visitare solo 20 dei 34 centri di detenzione gestiti dal ministero dell’Interno di Tripoli, dove vengono portati i migranti respinti dalla Guardia costiera, e nulla si sa di ciò che accade in molte altre località. Certo, la situazione in Libia è quello che è. Il paese è diviso. Le difficoltà sono enormi. Noi crediamo però che se i media facessero e avessero fatto con forza il loro dovere sarebbe oggi più semplice arrivare a una soluzione coordinata a livello europeo, senza dover attendere gli esiti incerti di un braccio di ferro innescato sulla testa di 600 migranti. Nascondersi dietro il vecchio detto “occhio non vede, cuore non duole”, non è stata una grande idea. Soprattutto perché l’occhio della stampa vedeva, ma si chiudeva. Col risultato di far apparire le tante denunce di questi giorni contro la nuova e finora (fortunatamente) incruenta strategia del governo giallo-verde, non un semplice esercizio del diritto di critica, ma solo una scelta politica. Senza dubbio legittima. Ma anch’essa giocata sulla testa di migranti, lettori ed elettori.

Terni, la parabola d’acciaio del fu Pd

Proprio non si riesce a capire cosa sia preso ai cittadini di Terni, che hanno regalato il 49% al candidato della Lega, il 25 a quello del M5S e fatto perdere al Pd la città che amministrava da 9 anni (anzi: dal 2009 se contiamo il sindaco Raffaelli, dell’Ulivo), precipitandolo dal 30% di 4 anni fa al 12% di oggi. Ma come: Terni non era rossa? Non era la seconda Stalingrado d’Italia (dopo Sesto San Giovanni, espugnata dal centrodestra il 4 marzo), la città delle acciaierie, degli operai, dei metalmeccanici, della coscienza di classe trasmessa di padre in figlio?

Il fatto che l’Umbria non abbia coste, poi, porta a escludere che l’exploit della Lega, da sola scelta dal 29% dei votanti, possa dipendere dalla “invasione dei migranti” con cui Salvini prende voti pure al Sud. Deve esserci un’altra spiegazione per questo tracollo, che tuttavia il Pd, con la lungimiranza e l’acutezza propria dei suoi dirigenti e nella persona evanescente del reggente Martina, vede, insieme agli altri risultati disastrosi del suo partito, come un “segnale incoraggiante” (mah, contenti loro). Ne avanziamo qualcuna.

A febbraio, Salvini parlò ai cittadini da un hotel al centro di Terni: “Quello che non ha fatto il Pd e quello che faremo noi al governo è difendere il lavoro, le imprese e gli operai italiani, vietando che chi ha preso finanziamenti pubblici licenzi a Terni e assuma in Polonia, Romania e Pakistan”. Si riferiva alle multinazionali che possiedono le principali fabbriche siderurgiche della città, come la tedesca ThyssenKrupp S.p.A., che nel 2004 acquisì la Ast, Acciai Speciali Terni, praticando da allora una sanguinosa politica di tagli, riorganizzazioni, piani di rilancio (tutte formule dietro cui si nascondono licenziamenti in massa).

Il 4 marzo, la Lega è passata dallo 0,32% del 2013 al 18,7%. Il Pd cadde dal 33% al 22%. Il suo sindaco Leopoldo Di Girolamo si era appena dimesso dopo il dissesto finanziario dichiarato dal Consiglio comunale. Renzi si era limitato a registrare la “crisi” del Pd ternano e a rivendicare la candidatura dell’ex ministro Cesare Damiano, legato “al territorio” per il solo fatto di avervi tenuto una summer school nel 2015. È possibile, la buttiamo lì, che dopo 4 anni di governo prima di Renzi, poi di Gentiloni, con la successione di due ministri allo Sviluppo economico del calibro di Federica Guidi e Carlo Calenda, i ternani possano aver ceduto a chi prometteva loro la tutela del volgare lavoro, invece che, per dirne una, i matrimoni omosessuali? La Lega, che da tempo vince “nell’operoso Nord” e oggi sfonda anche a Pisa, è quella che durante le sferzate della crisi andava sui tetti a manifestare con gli operai mentre il Pd si rinchiudeva nei piccoli teatri off del centro di Roma per parlarsi addosso di quanto fossero folcloristici i barbari con le corna in testa, di quanto Berlusconi avesse rovinato l’Italia e di quanto loro fossero democratici (mentre preparavano il terreno a uno come Renzi).

Terni è l’allegoria finale di una parabola non solo elettorale, ma anche politica e antropologica del centrosinistra in Italia. Tuttora i suoi massimi dirigenti (col sostegno dei grandi giornali padronali) si mostrano incapaci di intraprendere qualunque analisi che vada oltre il “rosicamento” per i numerosi e schiaccianti successi dei toscani padri costituenti e l’ignoranza degli italiani suscettibili al fascino dei populisti. Si aggirano come zombie tra le Tv e i social network biascicando di pop-corn e prova del nove. Credono di impostare una opposizione efficace incentrandola su diadi di termini inconciliabili, quali “Ci copiano” e “Noi siamo #altracosa” (l’hashtag è renziano, ovviamente); oppure “Sfasceranno i conti pubblici” e “Non faranno niente di quel che hanno promesso”. Non gli passa nemmeno per la testa che, oltre al non sequitur logico, vantarsi di aver già fatto loro quel che Salvini e Di Maio hanno promesso nel contratto (flat tax per le imprese, respingimenti dei migranti, reddito di cittadinanza) non fa che confermare a chi ha smesso di votarli di aver fatto bene a scegliere gli originali, visti i risultati negativi della loro performance. Cosa più grave, dà ragione a chi pensa che il Pd sia diventato un partito di centrodestra, che manda al massacro il suo elettorato storico, straccia lo statuto dei lavoratori, aumenta la precarietà, erode il welfare e rovina la Scuola.

Sarà un caso, ma Salvini in campagna elettorale aveva parlato dell’Ast: “Il problema dell’acciaieria di Terni”, aveva detto, “è quello di Piombino, di Monfalcone e di Fabriano. Siamo stufi di incontrare operai che vengono sacrificati e massacrati per colpa di normative europee e incapacità italiane”. I lavoratori dell’Ast sono quelli che Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, nel novembre 2014 fece caricare dalla polizia in piazza dell’Indipendenza a Roma, mentre manifestavano pacificamente contro 550 licenziamenti decisi dall’azienda tedesca. Proletariato populista e ingrato.

Addio Luciana Alpi, la mamma di Ilaria uccisa a Mogadiscio

È morta Luciana Alpi. Non hai mai smesso di lottare per la verità e la giustizia per Ilaria. Era una combattente piena di dolore ma anche di forza e di dignità”. È stato il vice direttore di Rai 1 Andrea Vianello con un tweet a dare notizia della morte della mamma della giornalista uccisa 20 marzo 1994 a Mogadiscio con il collega Miran Hrovatin. Aveva 85 anni e cinque giorni fa era stata ricoverata, soffriva da tempo di diverse patologie.

La giornalista Ilaria Alpi è stata uccisa in Somalia quasi 24 anni fa e la madre non ha mai smesso di chiedere giustizia. Amare le sue parole dopo una delle ultime udienze: “Da troppo tempo siamo in attesa di una verità che non arriva. Mi sono illusa troppe volte. Andiamo avanti, anche se sono stanca”. Aveva assicurato però tutto il suo impegno perché l’inchiesta sulla morte della figlia “non finisca in archivio”.

In memoria di mia moglie. Ale, una sorgente di luce

Computer delle mie ridicole brame, dammi una mano. Prova tu a dire qualcosa, io non ce la faccio. Prova tu a dire cosa accade quando si perde la compagna con cui si sono condivisi 25 anni “vivendo come due ragazzi”, quando si è costruito un sodalizio di anime disperatamente allegro, in fuga dalle convenzioni, con il culto del “miracolo dell’amicizia”, fatto di progetti, avventure, liti, giochi, canzoncine inventate mentre andavamo al mare, lessico famigliare senza famiglia. Dimmi tu cosa succede quando tutto è raso al suolo in sette settimane per opera di una malattia mentale feroce, rapace, subitanea e violenta, un male che come un lampionaio spegne una per una le luci della persona che ogni giorno ti ha illuminato la vita.

Questo per dire che mia moglie Alessandra Appiano, 25 anni di convivenza, 15 di matrimonio civile, è soggiaciuta al raptus di un disturbo manifestatosi in modo oscuro e quasi metafisico, un maleficio che non le ha lasciato scampo nonostante i diversi tentativi di cura. Da ultimo, il ricovero presso il reparto “disturbi dell’umore” dell’ospedale Turro San Raffaele, “non un’eccellenza italiana, un’eccellenza europea”, ci disse il medico che la prese in cura lo scorso 17 maggio, e non c’era motivo di dubitarne. Eravamo certi che tutto si sarebbe risolto. Come immaginare che una simile forza della natura non si sarebbe risollevata, così come era accaduto ai tanti amici che in un modo o nell’altro avevano sperimentato la depressione? Invece quel ricovero si è rivelato l’ultimo passaggio di uno spietato destino di morte, la prova – non il sospetto – che la vita è davvero capace di tutto. Da quella vuota, afosa mattina del 3 giugno cliccando il nome di Alessandra in quella peste delle relazioni umane che sono i cosiddetti social network è venuto fuori di tutto: il ritratto di una donna fragile, malinconica e segretamente depressa. I segnali trascurati, i segni premonitori, la ricerca morbosa del giallo e dell’orrore nei suoi romanzi e nei suoi post. Ognuno è padrone di dare libero sfogo alla propria nullità e alla propria spazzatura. Ma si tratta di idiozie o di cattiverie, a seconda del grado di ignoranza da cui sono state originate. La verità è che Alessandra era una sorgente infaticabile di luce e di energia non solo per me, ma anche per i nostri tanti amici – percorsa da qualcosa di magico fin da quando era una bambina impossibile da far tacere da parte dei suoi adorati genitori (“Zitta Alessandra”, “E io parlo, parlo parlo!”). È stata la donna più attenta alla propria salute che abbia mai conosciuto – fin troppo, faticavo a farle bere un bicchiere – dedita alla propria cura e al proprio aspetto, il primo gesto del mattino era salire sulla bilancia che invece il sottoscritto fugge come la peste, portatrice di un’immagine pubblica garbata ed elegante nell’èra del vince chi urla di più, di una bellezza quasi soprannaturale per i suoi 59 anni senza il minimo ritocco estetico, sul perenne sentiero di guerra verso lo stile di vita di un marito trascurato nell’alimentazione e sgarrupato nell’aspetto (ma io sapevo di essere in una botte di ferro perché nessuno se ne accorgeva; quando eravamo insieme, notavano solo lei e diventavo invisibile).

Aveva le sue tristezze e le sue malinconie, certo, accentuate da una natura cui si alternavano spleen ed euforia. Era un’artista vera, duplice anche nel suo lavoro, capace di tormentarsi per tre mesi sul “non ho più niente da dire” e poi di buttar giù di getto un romanzo nei tre mesi successivi. Sentiva come pochi l’ineluttabile trascorrere del tempo e aveva i suoi momenti di crisi; ma quale persona intelligente e sensibile non ne ha?

In cinquanta giorni è cambiato tutto, tutto si è rivelato inutile; un calvario da uno specialista all’altro, fino alla decisione del ricovero proprio per scongiurare qualsiasi gesto estremo. Ma la mattina del 3 giugno da quel luogo che doveva curarla e proteggerla è potuta fuggire, vagare indisturbata per i deserti vialoni della periferia fino a raggiungere uno dei tanti anonimi grattacieli milanesi, sede di un hotel; dalla terrazza dell’ottavo piano ha guardato per l’ultima volta quella città che amava tanto, dove era arrivata dalla provincia nella speranza di un posto nel mondo che si era conquistato con la sua intelligenza, il suo talento, il suo perfezionismo, il suo culto per il lavoro. Fra i lettori di queste righe ce ne saranno alcuni che conobbero Alessandra, ed è verosimile che sviluppino riflessioni ulteriori, più o meno analoghe. Ma quelli che non la conobbero, o l’hanno vista solo in qualche apparizione mediatica, vorrei che avessero di Alessandra l’immagine più semplice che io ne porto nel cuore. Era una donna buona.

Il pm indaga sulla morte di Alessandra Appiano

La scomparsa di Alessandra Appiano (scrittrice, giornalista e volto televisivo, moglie del nostro collega Nanni, che qui sotto la ricorda) ha destato grande commozione nei tanti che la conoscevano e l’ammiravano.

Molte parole sono state scritte per ricordare la persona che era e ricostruire i suoi ultimi giorni: ma si sono accumulate troppe omissioni e imprecisioni. Per questo proviamo a ricostruire quanto accaduto, attualmente al vaglio della Procura di Milano che ha aperto un’inchiesta.

Il come è noto: Alessandra si è tolta la vita, dopo un breve periodo di depressione. Ma come è potuto accadere, visto che dal 17 maggio era ricoverata in ospedale, nel reparto dedicato ai disturbi dell’umore dell’ospedale Ville Turro-San Raffaele? Aveva un braccialetto identificativo come tutti i degenti. Poteva passeggiare nel parco della clinica, accompagnata oppure da sola (con permessi a discrezione del medico curante), ma non poteva uscire dai cancelli della struttura ospedaliera. Eppure quella domenica mattina del 3 giugno è uscita indisturbata e a piedi ha raggiunto un edificio lì vicino, che ospita un hotel, in cui è entrata senza che alcuno la fermasse, ha raggiunto l’ottavo piano e si è poi gettata nel vuoto.

È stata subito aperta un’inchiesta, come sempre in questi casi, affidata al pubblico ministero di turno quel giorno, il dottor Angelo Renna. Sul corpo sono stati eseguiti l’autopsia e gli esami tossicologici, prima di concedere il nulla osta per la sepoltura. L’indagine è stata iscritta per il momento a “modello 45”, cioè senza indagati e senza ipotesi di reato. Dopo i primi atti, il fascicolo è passato per competenza al procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, che guida il dipartimento della Procura di Milano che si occupa tra l’altro dei casi medici. Ora dovrà verificare se vi sono state omissioni o negligenze da parte della struttura ospedaliera che aveva in cura e custodia Alessandra.

È possibile che in un reparto frequentato da pazienti psichiatrici non esistano protocolli per evitare tragedie come questa? È possibile che un degente affidato dalla famiglia ai sanitari riesca a eludere la sorveglianza e uscire dall’ospedale? In alcune strutture, i malati particolarmente a rischio (come quelli affetti da Alzheimer) indossano braccialetti allarmati che segnalano la loro presenza vicino alle uscite e le bloccano. L’inchiesta si concentrerà anche sull’aspetto farmacologico e l’eventuale nesso di causalità tra la morte e gli effetti collaterali degli antidepressivi che possono provocare o amplificare istinti suicidari.

L’ospedale San Raffaele, contattato dal Fatto Quotidiano, ha risposto di non voler rilasciare alcuna dichiarazione sulla vicenda, oggetto di una inchiesta giudiziaria.