Spinelli: “Illegale negare il porto ma Roma è vittima di iniquità”

Barbara Spinelli, eurodeputata della Sinistra unita europea/Sinistra verde nordica (Gue/Ngl) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla preparazione del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2018. Qui di seguito il suo breve intervento;

“Premetto che concordo con Vincent Cochetel, inviato dell’Onu: la solidarietà europea non va discussa mentre arriva una nave di migranti sofferenti. La priorità è dar loro subito il porto più sicuro. Non farlo è illegale.

Al tempo stesso, dobbiamo riconoscere che l’Italia resta il Paese che per primo registra gli arrivi e ne è responsabile, e che nessuna riforma di questa regola iniqua è in vista.

Il blocco delle navi è frutto velenoso del blocco negoziale su Dublino IV, e usa i migranti come ostaggi. Se il Consiglio europeo cercherà l’unanimità su Dublino, come chiede Angela Merkel, sbatterà contro un muro e confermerà che c’è del marcio nell’Unione.

Al mio governo vorrei dire: fate vostra la riforma del Parlamento, ha difetti, vero, ma è la più avanzata possibile. Gran parte del Consiglio vuole ucciderla. Guardatevi da alleati come Orbán: non accetterà redistribuzioni automatiche di quote. Non è amico del governo italiano”.

“Ma se salgono sulle nostri navi sono in Italia”

“Per cambiare le regole ci sono i tavoli diplomatici. Intervenire su un’operazione di soccorso già avviata è assurdo e contrario a ogni prassi”. Vittorio Alessandro, Contrammiraglio in congedo, coordinatore nel 2011 della crisi di Lampedusa, così commenta la vicenda Aquarius.

Ammiraglio, cosa prevedono i trattati quando una nave raccoglie naufraghi?

La prassi è universale. Esiste l’obbligo di raccogliere e portare al sicuro, nel più breve tempo possibile, le persone. Nel caso specifico siamo di fronte a un numero consistente di persone a bordo di un’imbarcazione che ne poteva trasportare meno. Un evidente surplus di rischio che richiedeva risposte rapide.

Nel caso Aquarius la rapidità non sembra essere stata prioritaria…

No. Il problema non è dove la nave attraccherà, il problema sono i quattro giorni di navigazione in più. Il soccorso, per caratteristiche anche tecniche, deve ispirarsi a criteri di efficacia e prontezza. Con l’Aquarius, invece, si è scritta una pagina nuova, illogica. Alzare il tiro con un’operazione aperta è assurdo, in gioco c’è la vita delle persone.

Ci sono anche questioni giuridiche? Una nave militare italiana è suolo italiano.

Sì, chi fa il trasbordo si trova su suolo italiano.

E però sarà consegnato a un altro Paese…

L’incondizionato impegno del governo spagnolo dovrebbe essere scongiurare eventuali obiezioni, semmai qualcuno ne porrà. Però…

Però?

In base ai Trattati di Dublino qualcuno potrebbe far valere il principio del Paese di prima accoglienza sulla base del trasbordo. Anche se non è stato sbarcato in un porto.

Uno Stato può chiudere i porti?

No. Non può per le merci, figuriamoci per le persone, a patto che il porto sia in condizioni di assoluta sicurezza. Non vedo quale fosse l’ostacolo. Non c’erano problemi di ordine pubblico né di altro genere. C’era un problema di accoglienza, quello sì. Non stiamo parlando di un carico di patate, ma di persone.

Eppure la Convenzione Onu parla anche di “violazione delle leggi di immigrazione vigenti nello Stato”.

Vero, ma qui si parla di violazione di leggi, non di semplice immigrazione. Sarebbe interessante leggere le motivazioni del decreto interministeriale di chiusura dei porti, ma non se ne trova traccia…

Lei ha coordinato la crisi di Lampedusa del 2011. Cosa pensa quando sente dire “è finita la pacchia”?

La pacchia semmai è di chi organizza attività illecite intorno alle migrazioni, non certo di chi rischia la vita. Andare avanti a slogan è inutile prima che stupido.

Non tutti – si dice – fuggono da fame e guerre…

Distinzioni senza senso. Nel 2011 raccoglievamo naufraghi in fuga dalla Tunisia: ragazzi senza lavoro, sostanzialmente disperati. Si dice “aiutiamoli a casa loro”, ma prima dovremmo capire cosa sia “casa loro”. Il soccorso in mare non è che un tampone e sicuramente non basta. E le risposte, prima che i governi, le deve dare l’umanità.

Senti chi parla: quando Francia e Spagna chiudevano i loro porti ai migranti

Oggi è l’Italia a chiudere i suoi porti, la Spagna a voler accogliere l’Aquarius e il portavoce di Macron a parlare di “irresponsabilità e cinismo” del nostro governo. Pochi mesi fa chi chiudeva all’ingresso dei migranti – talvolta con toni simili a quelli che usa oggi Matteo Salvini – erano le stesse nazioni che ora puntano il dito contro l’Italia.

A marzo una donna nigeriana di 31 anni, incinta e gravemente malata, muore dopo essere stata respinta dalle autorità francesi al confine con l’Italia: è l’esempio di come l’atteggiamento della Francia sia tutt’altro che accogliente. Palazzo Chigi ieri ha diffuso una nota: “L’Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall’altra parte”.

A luglio 2017 l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti incontra in Europa i suoi omologhi di Francia, Spagna e Germania. L’intento è di discutere di una maggiore solidarietà europea proprio sul tema dell’accoglienza, ma Francia e Spagna annunciano che non apriranno i loro porti ai migranti. Macron dichiara “l’indispensabile mantenimento delle frontiere” e chiede che si faccia più attenzione a distinguere fra “rifugiati politici che corrono un rischio reale” e “migranti economici”.

In quei giorni il ministro dell’interno Pd Marco Minniti porta avanti l’ipotesi di chiudere i porti italiani alle ong, sui giornali italiani. A distanza di un anno – come riportato ieri dal Fatto – l’allora ministro dei Trasporti Graziano Delrio spiega che è stato lui a imporsi contro la chiusura dei porti. A fine giugno 2017 Minniti aveva dichiarato: “Io sarei orgoglioso se una e una soltanto fra le navi che operano nel Mediterraneo, anziché arrivare in Italia, andasse in un altro porto europeo. Sarebbe un segnale straordinario”.

Il segnale ora arriva dalla Spagna che apre all’accoglienza dei migranti dell’Aquarius, con il ministro della Giustizia Dolores Delgado che avverte: “Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani”. La stessa Spagna contro cui le associazioni umanitarie puntano da tempo il dito per le migliaia di migranti respinti sul confine con il Marocco, talvolta anche con i proiettili. Ceuta e Melilla, città spagnole su terra marocchina, sono considerate come fortezze inespugnabili. Con un muro costruito sulla fine degli Anni Novanta, filo spinato, sensori acustici e visivi a bloccare ogni tentativo di superare la frontiera.

Aquarius verso Valencia. Flotta in ordine sparso

Fermi, sempre lì. A 27 miglia da Malta e 35 miglia dalla Sicilia. Fermi da domenica pomeriggio.

Soltanto ieri alle 21 Aquarius ha ricevuto la comunicazione ufficiale, che a bordo è risuonata come una beffa: “Il vostro porto sicuro nel Mediterraneo è Valencia”. A 800 miglia marine, almeno quattro giorni di navigazione. Il capitano della nave ha spiegato alla Guardia Costiera che a bordo sono in troppi per affrontare una traversata simile: Aquarius ha 629 persone contro le 500 che potrebbe contenere. Cadute nel vuoto le richieste di far sbarcare almeno le sei donne incinte, i bambini, la risposta è stata: “Vi accompagniamo noi”.

E così nel pomeriggio 400 migranti sono stati trasbordati dalla Aquarius e distribuiti su altre due navi: Dattilo della Guardia Costiera e Orione della Marina militare con a bordo medici dell’ordine di Malta e personale dell’Unicef per il supporto ai minori. Mentre si svolgevano le operazioni, a meno di un miglio di distanza, in quello stesso lembo di mare, passava la Diciotti diretta al porto di Catania per sbarcare il suo carico di 937 migranti. Loro non solo con il permesso di sbarcare ma due donne incinte ieri mattina sono state recuperate e portate a Lampedusa. “Quella è una nave della Guardia Costiera e per questo possono arrivare in Italia, sa che più della metà dei migranti che abbiamo a bordo di Aquarius è stata salvata dalla marina e dalla Guardia Costiera e affidata a noi? Stravagante”, commenta un membro di Msf a bordo dell’imbarcazione. Dan Beversluis, medico della nave, si è detto preoccupato di quanto li aspetta. “La situazione è stabile ma le persone sono esauste, avevamo chiesto di sbarcare almeno i più deboli ma è stato inutile”.

Le operazioni di trasbordo si sono concluse solamente ieri sera alle 21 e presumibilmente la flotta avvierà i motori solamente oggi in direzione Valencia. Gli uomini della ong Sos Mediterranée e di Msf hanno ribadito la loro preoccupazione su questo “pericoloso precedente” che “rischia di mettere a rischio i futuri salvataggi di vite umane” ha twittato Msf Sea. Ancora più chiaro Alessandro Porro del team della ong: “Questo non è l’uso migliore e razionale delle risorse Sar perché in un momento in cui tutte queste imbarcazioni che dovrebbero fare soccorso in un posto in cui la gente muore, sono in realtà impegnate in un trasferimento lungo, che richiede giorni, questo inficia la capacità di soccorso e quindi ci dispiace pensare che questa situazione comporterà degli altri morti”.

Forti dubbi sull’operazione sono stati sollevati anche dal punto di vista economico seppur sia impossibile calcolare al momento i costi del viaggio. In base a una stima su base annua, la gestione di Aquarius ha un costo di 11 mila euro al giorno. Ancora più complesso quantificare il possibile esborso per le navi della Guardia Costiera e della marina militare. Secondo il deputato del Pd, Gianfranco Librandi, “scortare la nave Aquarius fino a Valencia ci costa circa 250 mila euro al giorno per ognuna delle due navi”, dice all’agenzia Ansa ma il ministero delle infrastrutture non ha confermato il dato. “Ma qualunque sia il costo appare decisamente secondario se fa risparmiare al Paese la gestione futura di migliaia di immigrati”, suggerisce uno stretto collaboratore del ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il titolare del Viminale ha ribadito ieri la linea della fermezza nei confronti delle Ong, ribadita anche dal ministro dei trasporti, Danilo Toninelli: “L’Italia non vuole più agire da sola, chiediamo agli altri paesi di assumersi le loro responsabilità”. Ora si apre il tavolo della diplomazia. In attesa che i 629 della Aquarius arrivino tutti in salvo a Valencia.

Macron attacca sui rifugiati pensando a banche e Libia

Ma cosa vuole Emmanuel Macron? Se lo chiedono tutti, nel governo Conte e non solo, quando capiscono che non di gaffe si è trattato ma di un attacco preciso all’Italia che usa come pretesto la scelta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di bloccare la nave Aquarius carica di migranti. Prima c’è l’intervista tv di Gabriel Attal, , portavoce di En Marche!, il partito del presidente francese: la mossa di Salvini è “vomitevole”. Poi interviene però anche il portavoce dell’Eliseo a precisare i toni ma non la sostanza: “Una forma di cinismo e di irresponsabilità”. Il messaggio è chiaro e ufficiale, tanto che anche Palazzo Chigi deve rispondere in modo ufficiale, con una nota: “L’Italia non può accettare lezioni ipocrite da Paesi che in tema di immigrazione hanno sempre preferito voltare la testa dall’altra parte”.

Il caso diplomatico spiazza molti, nell’esecutivo. Soprattutto perché Marcon era stato il primo leader a dare una legittimazione a Giuseppe Conte, con una telefonata irrituale il 26 maggio, quando il professore aveva soltanto ricevuto l’incarico di formare il governo ma ancora non si era ancora insediato. Che Macron non fosse poi così amico si è capito pochi giorni dopo quando la Francia ha convocato a Parigi i protagonisti della politica libica – tra cui il premier Al Serraj (sostenuto dall’Italia) e il generale Kalifa Haftar (appoggiato dalla Francia) – per discutere dei nuovi equilibri nel Paese. Un vertice così segreto che l’Eliseo non aveva informato neppure l’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè. Men che meno l’Italia.

Il tentativo di Macron è duplice: presentarsi a livello Ue come campione di europeismo e argine alle derive populiste della vicina Italia, così da favorire anche soluzioni comunitarie sui dossier a cui è interessato (tra questi la Difesa). Ma anche – e forse soprattutto – colpire l’Italia sulla gestione dei migranti per indebolirla sulle partite economiche che contano davvero. Un veterano come il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha visto questo schema molte volte nelle sue esperienze precedenti con i governi Letta e Monti: la Francia si professa amica dell’Italia e si offre come argine contro la Germania, i politici italiani si fidano per poi scoprire che invece Parigi persegue soltanto l’interesse nazionale. Per questo Moavero aveva raccomandato ai suoi colleghi neofiti meno entusiasmo nel leggere in quelle prime aperture di Macron la premessa di un’alleanza vera.

Dalla riunione di tre ore del premier Conte con i ministri economici – Giovanni Tria (Tesoro), Paolo Savona (Affari europei), Enzo Moavero (Esteri) – è filtrato lo slogan “la musica deve cambiare”. E questo significa suonare meno la Marsigliese e più Inno di Mameli su molte partite concrete, che con i migranti c’entrano ben poco. I dossier discussi e che sembrano essere la spiegazione degli improvvisi attacchi di Macron sul caso Aquarius sono i seguenti. Primo: le nuove regole sulla gestione delle sofferenze nei bilanci delle banche. La Francia tiene una linea in apparenza suicida, cioè appoggiare le richieste tedesche di maggiore severità. Verrebbero colpite anche le banche francesi, ma soprattutto quelle italiane. E poiché sembra alle viste una nuova stagione di fusioni bancarie, gli istituti francesi potrebbero comprare quelli italiani a prezzi ridotti. Il Financial Times ha appena rilanciato la voce che circola da tempo di un matrimonio tra Unicredit e Société Génerale.

La Francia, con l’assenso della Germania, sta poi spingendo per un nuovo fondo per il digitale aggiuntivo rispetto alle risorse comunitarie. L’Italia si troverebbe a essere il terzo contribuente (in base al Pil), ma poi le gare le vincerebbero le imprese francesi, più attrezzate. Un’Italia additata in Europa come dominata dal sovranista e xenofobo Salvini sarà più facile da piegare ai tavoli in cui si parla di altro.

Mentre Eliseo e Palazzo Chigi duellavano a colpi di dichiarazioni, infatti, il ministro del Tesoro Giovanni Tria annunciava due vertici bilaterali proprio con i suoi omologhi in Germania (Olaf Scholz) e proprio in Francia (Bruno Le Maire). E Salvini si prepara ad andare in Libia, per dare il segnale che non è solo Macron a decidere i destini del Paese cruciale per i flussi migratori che arrivano in Italia. Il duello con la Francia continua.

Lombardia, M5S vota no sulla Pedemontana cara ai leghisti (e al Pd)

Il mondo grillino è in fermento: post ritirati, mugugni a mezza bocca, dimissioni di consiglieri. È la base sul territorio, quella più in crisi per l’alleanza di governo con la Lega, che comporta più di un saluto alle posizioni di un tempo. I 5 Stelle lombardi, per dire, non riescono a farsi andar giù il sì alla locale Pedemontana: “Il contratto di governo dice che valuteremo ogni opera con un’analisi costi e benefici. Pedemontana ha problemi di bonifiche da diossina, un contenzioso con Starbag, è l’autostrada più cara per pedaggio. Non possiamo decidere su Pedemontana con i forse o i penso che”, ha detto l’ex deputato e oggi consigliere lombardo pentastellato Massimo De Rosa motivando la decisione del Movimento di votare in Consiglio regionale contro una mozione del Pd sulle opere strategiche lombarde nella parte a sostegno del complemento della Pedemontana. “La mozione del Pd è strumentale e contiene una visione miope e vecchia su come si deve sviluppare la Lombardia e il Paese – ha sostenuto De Rosa –. È vero, la Lombardia vive di sviluppo, infrastrutture e trasporti, ma non può morire di inquinamento. Pedemontana è stata concepita nel 1954 senza calcolare l’impatto sulla salute dei cittadini”.

Bergamo, l’ex direttore del carcere mette nei guai anche la Regione

Intercettato, Antonino Porcino spiegava: “Io resto sempre in circolo, per qualsiasi cosa se posso essere utile, ora che poi ci sono le elezioni un’altra volta”. L’ex direttore del carcere di Bergamo due giorni fa è stato arrestato per corruzione e altre accuse. Per quasi vent’anni ha diretto la struttura di via Gleno. In realtà l’indagine è molto più ampia e non si ferma a semplici ruberie all’interno del penitenziario. Tanto ampia che arriva perfino ai piani alti della Regione Lombardia.

Tra i 27 indagati c’è, infatti, anche il consigliere regionale della Lega Giovanni Malanchini. Lui, sindaco del Comune di Spirano, è volato a Palazzo Lombardia con un bel record di preferenze. Non solo, il governatore Attilio Fontana lo ha scelto come segretario per il suo ufficio di presidenza. Malanchini è indagato per presunte pressioni non meglio specificate. Al centro della vicenda i suoi rapporti con Porcino. Allo stato, le intercettazioni di Porcino sono al vaglio della Procura. In alcuni passaggi, che dovranno essere verificati con attenzione, anche la promessa del politico, vantata dall’ex direttore del carcere, di attivarsi a favore di Porcino, attraverso un tecnico comunale, per fargli avere un condono edilizio. In cambio l’indagato promette di far confluire sul leghista diverse preferenze. Allo stato, però, non ci sono riscontri oggettivi.

Dalle carte dell’inchiesta emerge un ruolo preciso di Porcino come grande tessitore di rapporti. Scrive il gip: “Significative sono certamente le individuate conoscenze e i contatti tra Porcino e soggetti operanti nel campo della politica quali esponenti di rilievo”. L’iscrizione di Malanchini, viene fatto filtrare da ambienti della Procura di Bergamo, è un atto dovuto e di garanzia. Al netto di questo, l’idea sembra quella di chiedere l’archiviazione. Prima, però, bisognerà accertare se quelle di Porcino siano state solo vanterie o promesse concrete. Certo il record di preferenze (6.194 voti) sarà un nodo da sciogliere nei prossimi giorni. Malanchini è figura molto nota nella Bergamasca. Leghista senza mai un ripensamento, lui la foto del presidente Mattarella non l’ha mai messa negli uffici pubblici. Al suo posto la bandiera della Serenissima autografata dal governatore Luca Zaia.

È indagata per voto di scambio anche l’assessore regionale al Turismo Lara Magoni, ex campionessa di sci. Lei alle ultime Regionali si è presentata con Fratelli d’Italia. Eletta in Senato e in Regione, ha scelto alla fine Palazzo Lombardia, dove ci era arrivata già nel 2013 candidata nella lista Maroni presidente. Anche in questo caso l’iscrizione è un atto di garanzia ed è legato ai suoi rapporti con Antonino Porcino. In alcune intercettazioni, lo stesso ex direttore del carcere, viene spiegato da una fonte investigativa, ha fatto intendere di poterle offrire voti per l’ultima tornata elettorale del 4 marzo scorso. Al momento, dunque, il caso giudiziario è in divenire. Al vaglio il materiale elettorale sequestrato. Ancora una volta Bergamo si scopre città corrotta. In un anno e mezzo sono finiti indagati l’ex questore, l’ex direttore dell’Inps e ora Porcino, direttore del carcere, ma soprattutto uomo dalle tante relazioni politiche.

Soldi dal Lussemburgo: i pm cercano i milioni della Lega

Tre milioni di euro. Rientrati in Italia dal Lussemburgo e segnalati dalla Banca d’Italia dopo le elezioni politiche. L’indagine della Procura di Genova sui conti della Lega si riapre all’improvviso: i pm hanno avviato una rogatoria internazionale per capire se il denaro sia stato movimentato da persone riferibili alla Lega e se si tratti di una fetta del tesoro del Carroccio: 48 milioni mai ritrovati.

Tutto comincia pochi giorni dopo il 4 marzo quando la Banca d’Italia riceve un report da una fiduciaria del Lussemburgo. Viene segnalato un movimento di denaro giudicato sospetto dal Granducato all’Italia. Per la precisione, alla Sparkasse di Bolzano, uno degli snodi di questa vicenda. Negli ultimi tempi le autorità europee hanno compiuto un giro di vite sugli spostamenti di denaro di entità rilevante che passano per il Lussemburgo.

Il report della fiduciaria finisce sul tavolo dei funzionari di Bankitalia che, dopo averlo esaminato, lo trasmettono agli inquirenti genovesi. Quelli che stanno cercando di mettere le mani sul tesoro della Lega, i 48 milioni. Gli investigatori della Finanza e i pm Francesco Pinto e Paola Calleri presto si convincono che quei 3 milioni potrebbero essere “riferiti” ad attività di esponenti della Lega. Così l’inchiesta – finora non ci sono nomi sul registro degli indagati – che pareva destinata all’archiviazione riprende fiato. Certo, tengono a sottolineare qualificati ambienti investigativi, occorre assicurarsi che la segnalazione non sia una polpetta avvelenata: la Lega ha appena fatto il botto alle elezioni e qualcuno potrebbe cercare di bloccarla. Un’ipotesi che va comunque vagliata.

Tutto comincia il 26 luglio scorso quando il Tribunale di Genova condanna – in primo grado – Umberto Bossi (due anni e mezzo) e l’ex tesoriere Francesco Belsito (quattro anni e dieci mesi). L’accusa parla di truffa ai danni del Parlamento per i rimborsi elettorali. Ma i magistrati, cercando di recuperare il denaro, si rivolgono anche a Stefano Aldovisi, uno dei revisori contabili della Lega di Bossi. Aldovisi dovrebbe versare ben 40 milioni. Ma il commercialista, assistito dal legale milanese Stefano Goldstein, giura di aver lavorato gratuitamente e di non aver mai toccato quel denaro. Alla fine presenta un esposto, in cui fa riferimento ad alcuni articoli pubblicati nei mesi scorsi sul settimanale L’Espresso e che riguardavano proprio i conti della Lega. Il denaro in teoria dovrebbe essere versato dopo il terzo grado di giudizio, ma i pm chiedono di agire subito. E partono alla caccia. Soltanto 2 milioni vengono recuperati. Secondo i vertici della Lega il resto non ci sarebbe più: già speso per attività politiche.

Ma i pm Paola Calleri e Francesco Pinto decidono di ricostruire tutti i movimenti. Si imbattono in diversi conti correnti dove sarebbero stati depositati 19,8 milioni. Si tratta di Unicredit (la filiale vicentina) e Banca Aletti (la sede milanese). I denari da qui nel 2013 sarebbero stati trasferiti su due nuovi conti aperti presso la filiale milanese della bolzanina Sparkasse. A consigliare l’istituto altoatesino sarebbero stati Domenico Aiello, avvocato di fiducia di Roberto Maroni e allora presidente dell’Organismo di Vigilanza della banca, e il suo collega Gerhard Brandstatter, allora presidente della Fondazione Sparkasse, oggi presidente della banca (nessuno dei due, va sottolineato, risulta indagato).

Il conto, però, ha vita brevissima. Circostanza che ha indotto i pm ad approfondire. Secondo quanto ricostruì all’epoca Brandstatter, sarebbe stato aperto nel gennaio 2013 e avrebbe cessato l’operatività nel luglio successivo. Sette mesi. Aiello parlando con i cronisti spiegò: “Con Maroni segretario, il partito ha aperto un conto in Sparkasse che poi Salvini ha chiuso trasferendo il residuo in Banca Intesa nel 2014”.

Ma perché tenere un conto per così poco tempo? “Erano in realtà due conti: un normale easy-business e uno per deposito titoli. Gli interessi offerti dalla banca erano del 2,5, poi calati all’1,9%. Alla Lega non bastava”, , hanno raccontato nei mesi scorsi al Fatto fonti della banca. Insomma, il tesoro del Carroccio sembra essersi polverizzato. In attività politica, giurano i leghisti.

Qui l’indagine stava per fermarsi. Ma ecco che a marzo arriva la segnalazione che tre milioni dal Lussemburgo sono rientrati in Italia alla Sparkasse. Di per sé niente di illegale, sempre che dalle carte che i pm stanno acquisendo – anche con una rogatoria in Lussemburgo – non emerga che il denaro è quello del tesoretto oggetto dell’inchiesta sul sistema Belsito. E che, insomma, nella Lega qualcuno non abbia cercato di sottrarre alla giustizia il denaro che sarebbe provento di un reato. Di qui l’ipotesi di reato di riciclaggio (senza indagati finora).

C’è poi da capire se il denaro sia transitato in Lussemburgo per investimenti finanziari. E di quale natura. La legge del 2012 infatti prevede che i partiti possano investire le loro risorse soltanto in titoli di Stato dei Paesi Ue.

La Lega attacca la Rai: “Alcuni Tg sembrano da anni ‘20 e ‘30”

Precisa che lo dice “da giornalista”, mica da vicepremier, ministro e leader di partito: ieri sera, ospite di Ottoemezzo, Matteo Salvini ha dichiarato guerra all’informazione pubblica, dicendo che “alcuni Tg Rai sembrano quelli degli anni 20 e 30”, e alla stampa in generale: “Assisto nelle ultime settimane a un’operazione di disinformazione senza precedenti contro di noi da parte di carta stampata, tv e radio su tutto: numeri, dati, intenzioni”. Si lamenta, Salvini, e prende impegni per il futuro: “Chi sarà il prossimo Dg Rai? Non lo so. I partiti resteranno fuori? No, faremo scelte equilibrate e intelligenti. Di sicuro non faremo come Renzi che prima ha detto una cosa e poi ne ha fatta un’altra”. E proprio dal fronte renziano arriva la critica più dura alle parole del ministro dell’Interno. Dice Michele Anzaldi, già voce dell’ex premier in Vigilanza Rai: “Grave intimidazione di Salvini: da ministro e vicepremier lancia attacco senza precedenti alla vigilia delle nomine del Cda. O presenta critiche circostanziate riferite a casi specifici, oppure siamo di fronte a chiara minaccia a informazione servizio pubblico”.

Cirielli favorito al Copasir, si cercano due nuovi questori

È previsto per oggi il voto a Montecitorio per la scelta di un nuovo questore e di un nuovo vicepresidente della Camera: il voto si è reso necessario per la nomina al governo di Riccardo Fraccaro (già questore a palazzo Chigi) e di Lorenzo Fontana (ministro per la Famiglia). Secondo le posizioni di partenza, andrebbero rimpiazzati secondo lo stesso schema: un questore ai Cinque Stelle e un vicepresidente alla Lega. Sui nomi in corsa c’è ancora confusione, anche perché c’è una folta schiera di deputati grillini che si è candidata a sostituire il neo ministro per i Rapporti con il Parlamento. Ma in realtà non è detto che la divisione dei posti venga rispettata, visto che sulla spartizione delle poltrone incombe la prossima partenza di un altro questore: Edmondo Cirielli, esponente di Fratelli d’Italia, è dato come favorito per la presidenza del Copasir, la commissione di vigilanza sui servizi che di regola spetta all’opposizione. E presto dovrà essere sostituito anche Vincenzo Spadafora, neo sottosegretario, che siede in ufficio di presidenza in quota M5S.