“Inquisito come Galileo”

Severo e immoto, testa e sguardo mai inclinati per due ore, il professore Paolo Savona ha un’alta, se non altissima, considerazione di se stesso e del suo rango di economista formatosi alla Banca d’Italia quando via Nazionale era un santuario divino di virtù e di scienza.

E così la sua mancata nomina a ministro dell’Economia, causa di una crisi istituzionale che poteva sfociare nell’impeachment del capo dello Stato nonché nelle elezioni anticipate a luglio, la sua mancata nomina, dicevamo, è paragonabile allo storico processo che subì Galileo Galilei. “Per fortuna oggi non si brucia più, mi è stata chiesta l’abiura per qualcosa che non ho mai detto. E se l’avessi fatta sarei al ministero dell’Economia. Poi uscendo avrei dovuto dire ‘eppure si muove’, come Galileo, ma non ci si comporta così”, dice Savona.

Associazione della stampa estera a Roma, in pieno centro. Il ministro degli Affari europei è alla sua prima uscita pubblica. Si presenta la sua autobiografia dal titolo solenne e chilometrico Come un incubo e come un sogno. Memorialia e Moralia di mezzo secolo di storia, per i tipi di Rubbettino.

Alle sei e mezzo del pomeriggio, Savona entra a fatica, circondato da telecamere e fotografi, e una voce di donna grida: “Ministro questo è il libro che ha spaventato il presidente della Repubblica?”. Di più. Un giornalista francese legge la fascetta aggiunta in questi giorni: “Il libro che ha fatto tremare l’Europa”. Savona risponde: “Non ho mai scritto questo”. Indi la soluzione dell’enigma. L’editore: “Sono stato io”.

Il parterre è tutto keynesiano, seppur con varie sfumature: con Savona ci sono Stefano Fassina e Giorgio La Malfa. Il libro contiene le ormai note frasi sulla dittatura nazista dell’euro e sulla possibilità di un piano B per uscirne. A questo punto, il ministro si scinde dallo studioso: “Questo libro è stato chiuso il 31 dicembre 2017”.

Poi è successo quello che è successo e Savona da ministro “tecnico” che comunque “ubbidirà” alla politica, cioè al presidente del Consiglio e al governo, oggi dice che l’euro è addirittura “indispensabile” e che non esiste alcun piano B, senza però chiarire il nodo esposto nel libro. Il problema, semmai, è cambiare dall’interno la costruzione europea, nata malissimo nel 1992 “perché Carli (il suo maestro, ndr) pensava che i vincoli di Maastricht avrebbero messo ordine nel caos”. Savona Galileo ma anche Savona Ulisse, ché oggi non è più un “appestato”: “Ho attraversato Scilla e Cariddi, legato ad un palo, ascoltando le sirene. Ora sono e più sereno e sicuro”.

Due imputati e 1 condannato (per ora)

Il 4 febbraio 2018 Luigi Di Maio pubblicava sul blog delle Stelle un elenco di candidati “impresentabili” alle elezioni politiche del mese successivo (“Devono sparire dalle liste. Ora!”). Quel giorno il governo gialloblu non era ancora nelle fantasie dei suoi promotori.

Ironia della sorte, tra i 23 impresentabili della lista Di Maio c’era anche un futuro esponente del primo esecutivo a maggioranza 5Stelle: il leghista Edoardo Rixi, a processo per peculato, ha trovato una poltrona al ministero dei Trasporti guidato dal grillino Danilo Toninelli (domani sapremo se da viceministro o sottosegretario). Non è l’unico, nel Salvimaio: ai Trasporti ci sarà anche Armando Siri, che ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta; all’Economia approda invece l’ex maroniano Massimo Garavaglia, imputato per turbativa d’asta.

Formalmente, i tre rispettano i criteri del “contratto per il governo” siglato da Lega e M5S. Il “codice etico” esclude dall’esecutivo solo chi ha subito condanne per i reati della legge Severino (contro la pubblica amministrazione), per riciclaggio, autoriciclaggio e falso in bilancio. Oppure gli imputati per reati gravi (mafia, corruzione, concussione).

Nessuno dei tre rientra in queste stringenti categorie. Rixi è l’uomo forte di Salvini in Liguria, regista del centrodestra che ha espugnato la Regione (con Giovanni Toti) e Genova (con Marco Bucci). Nella lista Di Maio era descritto laconicamente: “Assessore regionale in Liguria e imputato per le spese pazze in regione Liguria: si sarebbe fatto rimborsare spese private con soldi pubblici”. È accusato di peculato: avrebbe speso per scopi personali 19mila euro dei fondi regionali destinati all’attività politica. Il dibattimento è in corso e il 28 maggio è stato ascoltato come testimone anche Giancarlo Giorgetti (numero 2 del Carroccio e sottosegretario a Palazzo Chigi), il quale ha affermato che gli incontri con Rixi fossero di natura istituzionale.

Gli altri due “impresentabili” sono invece sfuggiti all’elenco di Di Maio. Hanno entrambi profili giudiziari che non sono contemplati dal contratto di governo, ma non rispondono agli standard del Movimento 5 Stelle.

Siri, uno dei leghisti più vicini a Matteo Salvini, è il responsabile della scuola di formazione politica del Carroccio ed è considerato “l’ideologo della flat tax”. Approda con Toninelli ai Trasporti nonostante una condanna a un anno e otto mesi patteggiata per bancarotta fraudolenta. Una pena comminata tre anni e mezzo fa dal tribunale di Milano per il crac della Mediatalia, un’azienda di cui Siri era socio, che è fallita lasciandosi alle spalle oltre 1 milione di euro di debiti.

Garavaglia invece è sotto accusa sempre a Milano, nell’ambito del processo Mantovani, per turbativa d’asta. La procura gli contesta di aver bloccato illecitamente una gara da 11 milioni di euro indetta dalla Regione Lombardia, di cui il leghista era assessore al Bilancio, per il trasporto degli ammalati dializzati. Secondo i pm Garavaglia intervenne per tutelare un’associazione del suo territorio lasciata fuori dal bando, Le Croci dell’Altomilanese.

Giorgetti re di Chigi: a lui il Cipe e blocca il prescelto di Conte

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti s’è ambientato presto a Palazzo Chigi e, sempre presto, s’è allargato parecchio. Oltre a Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il terzo vice di Giuseppe Conte è il leghista più abile a gestire il potere con discrezione e precisione maniacale. Per l’esattezza, il capo di Chigi sarà ufficialmente Giorgetti se il prof. Conte, allevato tra i cattolici di sinistra di Villa Nazareth, non riuscirà ad arginarne l’espansione.

Come sottosegretario già controlla l’agenda del governo e il Consiglio dei ministri, ora il leghista sta per ottenere anche la delega al Cipe, acronimo che sta per Comitato interministeriale per la programmazione economica, un centro di spesa da miliardi di euro per finanziare piccole rotonde in provincia oppure maestose grandi opere: i soldi veri.

Al Cipe, per esempio, i renziani non hanno mai rinunciato. Luca Lotti l’ha presidiato per quattro anni. Il fatto che vada a Giorgetti è giustificato con una formula ingenua: è un “risarcimento” dei Cinque Stelle per la mancata attribuzione al leghista della delega ai servizi segreti, che Conte – al pari di Paolo Gentiloni – non ha assegnato. Un’allucinazione, perché muovere i soldi sul territorio conviene assai di più, nutre le relazioni e il consenso. Semmai Giorgetti aspirava a entrambe le mansioni.

Non è mai sazio, il leghista che è il braccio armato di Salvini a Palazzo: è vicino a ricevere pure la delega allo Sport, vetrina per altro denaro da spendere e altre amicizie da consolidare a ridosso dei Mondiali di sci di Cortina (sicuri) e delle Olimpiadi invernali (ipotesi). Al Nord, ovviamente.

Per monitorare l’intera attività dell’esecutivo, va sorvegliato poi il Dagl, il Dipartimento degli affari giuridici e legislativi che fa la sintesi sui testi di legge tra i ministeri e la presidenza. E i leghisti hanno esperienza di macchina. Così Giorgetti ha rivendicato la guida di quel dipartimento: per la successione di Roberto Cerreto è candidato Claudio Tucciarelli. A Conte non resta che il segretario generale, il burocrate più alto in grado, se Giorgetti è d’accordo. A sorpresa, venerdì scorso, mentre era al G7 in Canada, il prof. ha inviato il prescelto a Palazzo Chigi, l’omonimo Giuseppe Busia, sardo di Nuoro, classe ’69, conosciuto a Villa Nazareth, benedetto dal Quirinale e dal giro di Guido Alpa, l’avvocato-mentore del premier.

Paolo Aquilanti, il segretario generale uscente di rito Maria Elena Boschi, l’ha accolto per mostrargli l’ufficio e preparare il passaggio di consegne. Poi Aquilanti è andato in vacanza, e si allungato fino a lunedì. E Busia, un tipo riservato, si è eclissato dietro l’attesa di uno scontato decreto di nomina. Problema: non arriva e, forse, non arriverà più. Perché i leghisti sono perplessi, anzi Giorgetti è perplesso.

Busia non c’entra con il Carroccio, è cresciuto nel centrosinistra: vicecapo di gabinetto alla Cultura con Francesco Rutelli; giurista del Partito democratico ai tempi della costituzione; segretario generale in carica all’Autorità della Privacy con Antonello Soro, il primo capogruppo dem a Montecitorio; collaboratore di Astrid, la fondazione di Franco Bassanini e Giuliano Amato.

I leghisti hanno spinto molto per Vincenzo Fortunato, ex uomo forte di Giulio Tremonti al ministero dell’Economia. Poi Conte ha stupito con il nome di Busia, lontano dai leghisti e anche dai pentastellati, un nome per marcare un’autonomia rispetto ai dioscuri Di Maio e Salvini che gli siedono accanto a Palazzo Chigi. Al momento, il test ha fallito. Quantomeno s’è inceppato, qualcosa non funziona.

Fonti di governo smentiscono che sia previsto l’avvicendamento tra il giovane Busia e il pensionato Aquilanti (niente paura: a 58 anni andrà al Consiglio di Stato, non ai giardinetti). Oggi quest’ultimo rientra a Palazzo Chigi, non per completare il trasloco e lasciare il comando a Busia, ma per firmare i documenti che non possono ammassarsi sulla scrivania del segretario generale.

Ci sono dubbi sulla libertà di azione di Conte per l’enorme valore politico di Salvini e Di Maio. Se dovesse perdere anche il duello sul segretario generale, i dubbi sarebbero superflui.

Bilancino M5S-Lega: entra anche l’italiano all’estero

Le deleghe che potevano essere delle mine arriveranno domani, e resteranno quasi tutte ai Cinque Stelle. Dalle telecomunicazioni, la prima preoccupazione di Silvio Berlusconi, che rimarrà al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, a quella ai servizi segreti, che resterà al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma il Cipe, il forziere, andrà a Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e numero due della Lega. È la sostanza, a margine della squadra di governo varata ieri dal governo di Lega e M5S, composta da 45 nomi che si aggiungono ai 18 ministri: sei viceministri e 39 sottosegretari, decisi ieri dal premier assieme ai suoi due vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Un elenco in cui compaiono quasi tutti i big dei due partiti. Con qualche escluso eccellente nel Movimento, come i senatori Nicola Morra (ortodosso, storico oppositore di Di Maio) e Michela Montevecchi, e la deputata Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge sul reddito di cittadinanza.

Ma c’è anche un ripescato di lusso, ossia il deputato Stefano Buffagni: lombardo, dimaiano, vicino anche a Davide Casaleggio. Chiedeva di fare il sottosegretario al ministero dell’Economia con deleghe pesanti. Ma non l’hanno accontentato, e ieri a Montecitorio era molto agitato: “Ero disposto a mettere a frutto le mie competenze, ma non vado a fare cose che non so fare, non accetto mediazioni”. Però alla fine ha accettato un posto da sottosegretario agli Affari regionali con la leghista Erika Stefani. Così al ministero dell’Economia i 5Stelle avranno come vice Laura Castelli, dimaiana doc, e come sottosegretario Alessio Villarosa, che pure in passato si è scontrato più volte con il capo politico. E con loro al Mef ci saranno anche due leghisti, Massimo Garavaglia (probabile secondo vice) e Massimo Bitonci. I nomi per il dicastero forse più pesante. Non a caso oggetto di numerosi ritocchi ieri sera, nel tavolo tra Conte, Salvini e Di Maio. Fatica in fondo prevista dal capo politico del M5S, che a parte due o tre eccezioni ha scelto solo fedelissimi. A partire dai sottosegretari alla presidenza del Consiglio: il senatore Vito Crimi, che avrà un’altra delega di rilievo, quella all’editoria, e il deputatoVincenzo Spadafora, che prenderà le deleghe a Pari opportunità e giovani e soprattutto sarà il suo “occhio” a Palazzo Chigi. Poi ci sono i due ministeri accorpati da Di Maio, il Mise e il ministero del Lavoro. Nel primo il grillino avrà come sottosegretari il senatore Andrea Cioffi, esperto in infrastrutture, e il deputato Davide Crippa, con i leghisti . Mentre il sottosegretario al Lavoro sarà il deputato Claudio Cominardi, a cui il Carroccio affiancherà Claudio Durigon.

Un altro dato da notare è che Di Maio ha “risarcito” quasi tutti i ministri della sua ipotetica squadra di governo, presentata prima del 4 marzo. E la sorte migliore è toccata a Emanuela Del Re che sarà il vice agli Esteri (sottosegretario Manlio Di Stefano). L’economista Lorenzo Fioramonti e Salvatore Giuliano saranno invece all’Istruzione e Antonella Pesce avrà un posto all’Agricoltura, mentre il professore Armando Bartolazzi sarà sottosegretario alla Salute. Esauriti i tecnici a 5Stelle, si passa a un altro ministero chiave come l’Interno, guidato da Salvini, che avrà con sè i fidatissimi Stefano Candiani e Nicola Molteni. Ma a colpire sono i nomi del Movimento: Carlo Sibilia, ortodosso di ferro, tutt’altro che dimaiano. E l’ex senatore Luigi Gaetti, ex vicepresidente della commissione Antimafia. Un passaggio a parte lo merita invece Luciano Barra Caracciolo, che farà da vice a Paola Savona alla Politiche europee, ministro che ha già suscitato le isterie degli europeisti senza se e senza ma. Presidente di sezione del Consiglio di Stato, Barra Caracciolo ha teorizzato in due libri e centinaia di post sul suo blog l’inconciliabilità tra la Costituzione e i Trattati europei. Cosa resta? Che il 5Stelle Angelo Tofalo, ex Copasir, sarà alla Difesa. E che il non vedente Vincenzo Zoccano, deputato, sarà sottosegretario alla Famiglia e disabilità.

Però c’è anche la chicca. Ossia l’argentino Ricardo Antonio Merlo, senatore del Maie (Movimento Associativo italiani all’estero). Utile a Palazzo Madama, dove il governo non ha una maggioranza oceanica. Così gli hanno trovato una poltrona alla Farnesina. Perché va bene il cambiamento. Ma meglio cautelarsi.

 

Ora siate seri

Invidiamo sinceramente quelli che, sull’immigrazione, hanno la soluzione in tasca, nell’un senso e nell’altro: accogliere tutti, respingere tutti. Anche noi pensavamo di averla, fino a un anno fa, quando vedemmo – grazie alle inchieste delle Procure di Catania e di Trapani – le immagini di alcune Ong (non tutte) che fungevano da nastro trasportatore di migranti nel Mediterraneo dalla Libia all’Italia, riducendo i rischi d’impresa e aumentando i profitti degli scafisti, con cui coordinavano via telefono le consegne e a cui restituivano financo i barconi. Da allora pensiamo che solo un approccio laico, pragmatico, non ideologico nè emotivo (per quanto possibile, trattandosi sempre di esseri umani in pericolo) può aiutare, se non a risolvere, almeno a gestire il problema. Invece chi ha la soluzione in tasca non rischia mai nulla, anzi ci guadagna sempre, impegnato com’è, dalla sua trincea di bambagia buonista o cattivista, a farsi propaganda sulla pelle dei migranti. Il primo ovviamente è Salvini, ma non c’è solo lui: i berlusconiani e i maroniani che firmarono senza leggerli gli accordi di Dublino; i sindaci che offrono i loro porti come se potessero disporne a piacimento; e le finte anime belle del Pd sono passate in pochi mesi dal renziano “aiutiamoli a casa loro” al mercanteggiamento di Renzi in Europa tra flessibilità sul deficit e monopolio dell’accoglienza (come continua a raccontare, mai smentita, Emma Bonino), dalla linea dura di Minniti alle barricate della nuova Resistenza contro i barbari fasciorazzisti. Per non parlare del governo spagnolo, di quello francese e degli euroburocrati, che fanno i Salvini a casa propria e i samaritani a casa nostra: prima o poi il Cazzaro Verde invierà ai Sánchez, Macron e Juncker una bella tessera della Lega, ad honorem.

Anche stavolta, come sempre, il caso internazionale della nave Aquarius è diventato un derby ideologico fra lanciatori di slogan a buon mercato: “Per i migranti è finita la pacchia” contro “governo razzista che fa affogare le donne incinte e i bambini”. Ciascuno sventola un bel mazzetto di leggi, codici e regole nazionali e internazionali, profittando del fatto che il diritto in materia è ormai un supermarket dove ciascuno può trovare tutto e il contrario di tutto. I fatti però dicono che finora tutto il peso della pressione migratoria si è scaricato sull’Italia e sulla Grecia. Malta è piccola (fuorché per i soldi sporchi, i documenti falsi e i delitti politici) e non può. La Spagna progressista spara a Ceuta e Melilla, però adesso forse ospita 500 migranti e quindi è diventata buona e dà lezioni financo penali all’Italia che ne accoglie centinaia di migliaia.

La Francia fa carne di porco di persone e diritti a Ventimiglia e Bardonecchia, però vuoi mettere quel gran fico di Macron. A questa guerra tra furbastri si erano già ribellati Gentiloni e Minniti, col sostegno di Mattarella e persino del Vaticano: avrebbero chiuso i porti un anno fa, se le solite divisioni nel Pd non li avessero bloccati. Ora il governo Conte fa una mossa politica, che non è la chiusura dei porti (di migranti ne stanno arrivando un migliaio, su una nave della Marina militare, e verranno come sempre accolti), ma una provocazione studiata a tavolino dopo aver verificato la solidità della nave Aquarius e le condizioni dei passeggeri. Per mettere la cosiddetta Europa dinanzi al fatto compiuto: se vale la regola del “porto più sicuro e vicino”, perché dev’essere sempre e soltanto un porto italiano, e non anche maltese, spagnolo, francese? E perché, se le benemerite Ong battono bandiera dei più vari Stati, attraccano sempre e soltanto in Italia? È un azzardo drammatico e gravido di rischi (le condizioni del mare, le donne incinte, i bambini) per forzare la mano ai menefreghisti di Bruxelles in vista del Consiglio europeo di fine mese, che proprio di questo dovrebbe occuparsi dopo il naufragio della riforma Dublino IV. Una mossa di guerra che prende atto del nuovo ricatto tentato contro il nuovo governo italiano da quella che chiamiamo Libia, un coacervo di tribù e milizie tenute insieme con la corruzione da un regime fantoccio. Una mossa che andava provata già un anno fa e che al momento non sappiamo se porterà risultati in Europa oppure no, a parte quello – comunque rimarchevole, e ne va dato atto a Salvini – di smuovere dall’indifferenza un altro Stato europeo.

Ma c’è modo e modo di gestire una decisione così forte. È qui che casca Salvini. E anche Conte. Un governo che sceglie quella strada deve presentarsi in tv con il volto del suo premier e spiegare il perché e il percome con i giusti toni, espressioni e argomenti. Non affidarsi ai tweet ghignanti e oltraggiosi di Salvini, indegni di un ministro dell’Interno, sulla “pacchia” di chi fa una vita d’inferno. O sulla guerra alla Tunisia, uno dei pochissimi Paesi africani che accetta i rimpatri. O sull’alleanza col nazionalista ungherese Orbán, l’ultimo a poterci dare una mano, anzi il primo dei nostri nemici, visto che i migranti vuole lasciarli tutti a noi per non ritrovarseli in casa. È questo che è mancato finora: un discorso serio, da giurista, del premier Conte che illustri con aria grave, senza slogan demagogici il senso e il perimetro normativo del No italiano, e la strategia per il futuro. E renda pubblico ciò che per ora non è affatto chiaro: e cioè se questo è il frutto del lavoro collegiale dei ministri interessati nel quadro di un’azione diplomatica con Ue e Nato, o l’ennesima cowboyata elettorale del Cazzaro. Ieri, mentre altri esaltavano “la lezione spagnola” e dicevano “grazie al socialista” Sánchez che si lava la coscienza una tantum, il Fatto titolava: “Nave in Spagna: e la prossima?”. È una domanda che Salvini, prigioniero dell’eterno presente dei social, non può evadere. Spetta al premier battere un colpo, se c’è.

Il populismo sul “verde” e l’addio al diesel

All’improvviso, le istituzioni si accorgono che le automobili inquinano. Non sanno bene quanto, come e perché, ma sanno che bisogna fare qualcosa per accaparrarsi il consenso delle masse, convinte che l’aria stia divenendo irrespirabile (solo) per colpa loro. Dopo anni e anni di immobilismo ecco, dunque, le crociate anti-diesel, dimenticandosi che i moderni Euro 6 non fanno danni particolari, al contrario invece dei vecchi motori a gasolio messi al bando: prima Londra, poi Parigi, quindi Roma e da ultima Milano. Persino alcuni costruttori, che finora ci hanno mangiato parecchio, hanno mollato il gasolio.

Ora, tutti abbiamo capito che la mobilità prima o poi sarà elettrificata. Oggi le alternative concrete si chiamano ibrido e ibrido plug-in (quello con la spina), tant’è che la sua quota di mercato europea e italiana sta crescendo. In un futuro non proprio prossimo, toccherà quindi all’elettrico puro e, magari più in là, all’idrogeno. Il problema è che tutto questo dovrà accadere con gradualità, e non per imposizione. Come quella, ad esempio, che la Commissione europea propone nei confronti dello stesso mercato continentale: il 30% delle immatricolazioni totali, entro il 2030, dovrà riguardare auto a emissioni zero, ovvero 100% elettriche. Peccato che al momento siamo solo all’1%, dunque parecchio indietro, a causa di una domanda che non decolla. Forzature del genere dunque, squisitamente politiche, hanno tanto il sapore del populismo.

“Irrealistico l’obiettivo dell’Ue sulle auto elettriche”

È ambiziosa la proposta della Commissione europea: fissare il target di vendita per le auto elettriche (Ev) al 15% del totale entro il 2025 e al 30% per il 2030. Tanto ambiziosa da essere “irrealistica” secondo Carlos Tavares, presidente dell’Associazione dei produttori di auto europei (Acea): fondamento di questo giudizio sarebbe “l’enorme divario di mercato” tra i 28 paesi membri. “Non è realistico pensare di passare da meno dell’1% delle vendite attuali di auto ‘pulite’ al 30% nel giro di meno di 12 anni”, asserisce Tavares, sottolineando che “gli obiettivi di taglio delle emissioni dovrebbero considerare ciò che le persone possono realmente permettersi”. Acea, infatti, sostiene che l’85% delle Ev vendute finiscano in 6 Paesi con Pil pro-capite superiore ai 35 mila euro (Norvegia, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Belgio e Austria). Mentre nelle nazioni con Pil pro-capite inferiore a 18 mila euro, come in Europa centro-orientale, la fetta di mercato delle elettriche sia del tutto insignificante. “Critichiamo la proposta della Commissione anche perché non collega la disponibilità di infrastrutture odierna agli obiettivi futuri, e non dà la prospettiva degli investimenti che gli stati devono ancora fare”, ribadisce Tavares. Per Acea, dei circa 100 mila punti di ricarica per Ev presenti oggi nella Ue, il 76% si trova in 4 Paesi (Olanda, Germania, Francia e Gran Bretagna). Nella ‘top ten’ l’Italia risulta solo ottava, con 2.741 colonnine (2,35% del totale Ue). Molto indietro l’Europa centro-orientale: ad esempio, in Romania ci sono appena 144 punti di ricarica; solo 38 in Grecia, maglia nera.

Nuovi test sulle emissioni. Volkswagen e Porsche in stand by

Per i fabbricanti d’auto il ciclo di omologazione Wltp (Worldwide harmonized light vehicles test procedure) è una bella grana: entrato in vigore a settembre 2017 per i modelli di nuova costruzione, dal prossimo settembre tutte le vetture in produzione dovranno essere in grado di superarlo. Il test è affiancato dalle verifiche Rde (Real driving emissions) per la misurazione delle reali emissioni inquinanti prodotte da un veicolo in marcia che si svolgono su strada con apparecchiature portatili di rilevamento (Pems).

Le nuove norme tecniche forniranno dati di consumo e impatto ambientale più veritieri che in passato, quando le omologazioni prevedevano il ciclo Nedc (New european driving cycle), introdotto nel 1996. Nel corso del test Wltp, infatti, vengono richieste al motore prestazioni e velocità in linea con l’effettivo utilizzo di un utente medio. Inoltre, la prova Wltp dura complessivamente 30 minuti, contro i 20 del Nedc, e coinvolge modelli con vari livelli di equipaggiamento. Omologare i modelli secondo i nuovi standard non sarà indolore per i costruttori, alle prese con problemi tecnici e relativi danni economici.

“Per il marchio Volkswagen, dobbiamo testare più di 200 varianti di modello e farle approvare in un brevissimo periodo di tempo”, ha dichiarato Herbert Diess, ad del colosso tedesco. “Per affrontare questa sfida, i nostri banchi di prova sono attivi h24. C’è da aspettarsi delle interruzioni nella produzione durante il terzo trimestre”. Anche perché le procedure si sono rivelate più lunghe e complesse del previsto: la marca stima che nella seconda metà dell’anno ne risulterà ritardata la produzione di 250 mila veicoli. L’impatto economico sarebbe stimato in qualche miliardo di euro secondo fonti anonime dell’azienda, citate il settimanale tedesco Der Spiegel. Porsche, invece, sta limitando le vendite in attesa di adeguare la gamma al Wltp: attualmente non è possibile effettuare nuovi ordini e le uniche vetture acquistabili sono quelle in pronta consegna presso le concessionarie.

Da settembre, poi, molte edizioni delle sportive 718 e 911 verranno dotate di filtro antiparticolato. Problemi pure per Bmw, che a maggio ha sospeso la produzione delle proprie suv e di Serie 7 per periodi compresi fra due e quattro settimane. Secondo Oliver Blume, ad di Porsche, i costruttori hanno iniziato da mesi ad adeguarsi alle nuove normative. Tuttavia, sembra che i centri specializzati nelle certificazioni abbiano ricevuto una mole di lavoro superiore alle proprie capacità operative, contribuendo a innescare i “colli di bottiglia” alla base delle suddette difficoltà produttive.

La Luz, spirito naïf per melodie da surf

Cresciute all’ombra dello Space Needle, a Seattle, città notoriamente piovosa, che ha dato i natali ad artisti come Jimi Hendrix oltreché alle più grandi band del Grunge, La Luz sono un gruppo surf-rock tutto al femminile che ha trovato in Los Angeles il luogo adatto in cui germogliare, sbocciare ed emergere. Dedite a un genere che fonde le armonie di Doo Wop al Dream Pop, con le chitarre sgargianti della musica da surf, le tastiere low-budget del Garage anni 60 e i ritmi semplici ma scattanti del Rock&Roll, lo spirito è quello di una formazione ancora amabilmente incontaminata e naïf. Da qualche giorno hanno pubblicato il loro terzo album intitolato Floating Feauteres, bel semi-concept incentrato sul fragile mito del “successo facile”, composto da 11 brani, con testi che regalano immagini vivide e bizzarre: si medita sui sogni e su un’esistenza non isolata in Cicada, ci si diletta nei tropici folk-rock della West Coast in Mean Dream e California Finally, temendo poi la fine del mondo in Don’t Leave me on the Earth.

Il grido di Elisabetta alla prova della chemio

“Se bastasse una canzone” a risolvere i problemi sarebbe magnifico, ma se così non è quel che è certo e appurato è che una canzone può aiutare. È il caso di La fine della chemio, che Gianmaria Accusani ha scritto per l’amica e compagna di band nei Sick Tamburo e prima ancora nei Prozac+, Elisabetta Imelio, operata di tumore al seno nel 2015.

Quel brano, apparso nell’ultimo album della band Un giorno nuovo, torna ora in una versione corale che, per volere della stessa Elisabetta, vuol diventare un supporto emotivo forte per tutte le donne che si trovano a dover affrontare lo stesso mostro: “L’ho ascoltata per la prima volta in macchina, mentre andavo all’ospedale per l’ennesima seduta di chemioterapia: è stato un istante, più potente della chemio, degli antidepressivi, degli incontri con la psicologa e di mille terapie coadiuvanti. Mi è arrivata addosso una bomba d’amore e di speranza, un’energia che mi ha dato gioia, forza e volontà indispensabili per affrontare tutto questo. Adesso voglio che questo meraviglioso regalo che mi è stato fatto sia di tutti. Voglio che chi sta affrontando il difficile percorso della malattia, possa avere lo stesso aiuto che ho avuto io. Per questo abbiamo deciso di chiedere a diversi artisti di cantare La fine della chemio assieme a noi, per raggiungere più persone possibili”.

All’appello hanno risposto Jovanotti, Tre Allegri Ragazzi Morti, Samuel, Elisa, Meg, Lo Stato Sociale, Pierpaolo Capovilla e ovviamente Manuel Agnelli, che a Elisabetta fu sentimentalmente legato negli anni 90 e per lei scrisse Elymania, uno dei brani più belli dell’album Hai paura del buio?.

I proventi di La Fine della Chemio saranno devoluti in parte all’A.N.D.O.S. di Pordenone, associazione donne operate al seno, un gruppo di volontarie molto attive sul campo; in parte alla squadra di canoa “Donne in Rosa Lago Burida”, donne operate che attraverso lo sport divulgano il loro motto: “Insieme si vince sempre”.