Musica: sostantivo femminile. Almeno in futuro

Sono tante, e sono diverse tra loro. Per stile, età, genere musicale, estrazione artistica e sociale, possibilità di sfondare nel mainstream. Quello che hanno in comune è che sono donne, e insieme stanno ridefinendo il panorama pop come non accadeva da passate epoche d’oro (gli anni 70 e 90) della musica al femminile. Un attimo: una definizione come questa, anche se benintenzionata, ha già in sé un germe di maschilismo. Non esiste la musica “al femminile”, intesa come ghetto più o meno dorato o arida categoria di mercato, esiste la musica e basta. Alla quale, appunto, una nuova ondata di artiste sta contribuendo in termini non solo di qualità e quantità, ma anche portando una prospettiva in molti casi più innovativa della maggior parte degli omologhi maschili. A scorrere le uscite discografiche della prima metà dell’anno ci si accorge che una buona percentuale dei lavori più interessanti sono firmati da donne. Si va dall’hip hop futurista e futuribile di Cardi B, CupcakKe e Princess Nokia al neo-r&b di Kali Uchis (e di SZA e Kelela l’anno scorso) dall’indie rock ispirato (e non stantio come gran parte del genere è purtroppo diventato) di Courtney Barnett, Anna Burch, Soccer Mommy e Snail Mail al pop moderno ma con evidenti radici nel passato di Eleanor Friedberger e Natalie Prass, dal cantautorato fragile e profondo assieme di Lucy Dacus a personalità forti come quella di Janelle Monáe (per quanto un po’ troppo devota al santino di Prince nel suo ultimo Dirty Computer). Curiosamente, diverse delle artiste che hanno offerto di recente un punto di vista obliquo e delle narrazioni alternative del presente si celano dietro pseudonimi: Fever Ray, Charli XCX, US Girls, la “veterana” electro-gotica Zola Jesus, la stessa Lorde che ha spopolato nel 2017. Molti di questi nomi suoneranno sconosciuti al grande pubblico, e alcuni probabilmente lo rimarranno. Ma nel loro complesso offrono una pluralità di linguaggi che, ispirandosi a esempi come le eterne Björk e PJ Harvey e la più giovane St. Vincent, e rifuggendo dagli stereotipi cui il music business da sempre costringe le donne, stanno riformulando il discorso su temi come il rapporto con la tecnologia, l’identità (di genere e non solo), la crisi dei modelli culturali e sociali, il rapporto tra i sessi. Alla new wave di artiste appena citate va inoltre affiancata la vecchia guardia che in questi mesi si è espressa con ritorni eccellenti (da Tracey Thorn alle Breeders, da Françoise Hardy a Joan Baez). La speranza è che tutto questo fermento si traduca, finalmente, in una accettazione da parte di un’industria meno maschio-centrica. Basti dire che di tutte le nomination agli ultimi sei Grammy, secondo una recente statistica, meno del dieci per cento erano donne. Insomma: una Beyoncé o una Adele non fanno primavera. Ma forse, anche grazie a qualcuna delle artiste citate, quella primavera potrebbe non essere più così distante.

Lo speciale sul nuovo numero di “Linus”: inediti e omaggi

Igort Tuveri,in arte Igort, a Bologna con Andrea Pazienza c’era: in quegli anni di fumetti, musica e droga, quella droga che nel 1988 ha posto fine alla sfolgorante carriera di “Paz”. Oggi Igort dirige la storica rivista Linus (ora edita da La Nave di Teseo) che ha rivoluzionato per renderla un mensile di cultura fumettistica. Il secondo numero della sua gestione è dedicato a celebrare Pazienza fin dalla copertina disegnata dal grande Paolo Bacilieri. Dentro c’è una storia onirica e folle dello stesso Pazienza, Sogno (1987), e una scritta da Paz nel 1984 per Giuseppe Palumbo, che l’ha completata nel 2018. E poi gli omaggi: Paolo Bacilieri reinterpreta una storica tavola di Pazienza, e di Davide Toffolo, in una commossa storia breve senza parole. Dal numero di Linus (6 euro, 120 pagine) sono tratte le illustrazioni di questa pagina.

Amore di Paz. Tutte le donne muse della sua (breve) vita

“Andrea ha iniziato a disegnare prima ancora di parlare. Le prime parole sono state ‘catta’ e ‘bia’, carta e matita, e capimmo che la cosa che preferiva fare era disegnare”. È così che ricorda suo figlio, Giuliana Di Cretico, madre del mitico Paz nel libro La femmina è meravigliosa – vita impaziente di Andrea Pazienza, del giornalista e scrittore pugliese Tony di Corcia, dal 21 giugno in libreria. La vita straordinaria di uno dei più grandi fumettisti italiani viene raccontata attraverso le parole delle donne della sua vita. Giuliana, Isabella, Lucilla, Francesca, Betta, Sandra, la moglie Marina Comandini, la sorella Mariella e tante altre.

Ogni capitolo una. A cominciare da sua madre, appunto. Colei che ha colto subito il suo talento e lo ha guidato. “Dall’inizio ho compreso che non sarebbe stato solo mio questo figlio – si legge – ma che sarebbe appartenuto a chiunque lo avesse conosciuto”. Dopo un’infanzia vissuta a San Severo, Pazienza si trasferisce a Pescara a 12 anni. Ma è Bologna la città che cambia, nel bene e nel male, la sua vita. Si iscrive al Dams nel 1974, per poi lasciare gli studi a due esami dalla laurea. Vive da vicino il Movimento del ’77, le contestazioni studentesche, la droga, i disordini. Storie, personaggi incontrati e aneddoti saranno per lui fonte di ispirazione e si trasformeranno in fumetto. Il primo e più importante è Le straordinarie avventure di Pentothal, apparso a puntate (dal ’77 all’81) su Alter Alter, spin-off di Linus. Poi arrivano Frigidaire, l’insegnamento, i manifesti cinematografici come quello per Città delle donne di Fellini, le copertine dei dischi di Vecchioni e le campagne pubblicitarie.

A trent’anni dalla morte, sono tante le iniziative per commemorarlo. A Roma, una parte della sua immensa produzione sarà esposta fino al 15 luglio all’Arf Festival negli spazi del Mattatoio. Il ricordo a parole di questo artista geniale e spudorato è affidato invece al libro di Di Corcia: “Ho scelto di raccontare Pazienza attraverso le donne della sua vita, perché le amava in modo totalizzante e oggi sono quelle che lo ricordano nel modo più rispettoso, senza invidia e senza rancori”, spiega l’autore. La femmina è meravigliosa non è una biografia, ma una raccolta di emozioni. Come quelle di Fulvia Serra, art director e a lungo direttrice di Linus, che riconobbe il genio e sancì il suo debutto. Di fronte ai disegni del primo episodio delle Straordinarie avventure di Pentothal capì di aver di fronte un artista, bloccò la stampa di Alter Alter e chiese di sostituirla con dieci pagine delle storie disegnate e firmate da Andrea. Oltre a Bologna, alla vita vissuta e alla fantasia Pazienza ha la sua musa: Betta, ovvero Elisabetta Pellerano. Una musa, ma anche un grande amore. Si conobbero nel ’77 a Bologna, e subito nacque tra loro un legame fortissimo. Betta debutta in Rizzati Rizzati su Cannibale a maggio del ’78, poi diventa protagonista della storia di Pentothal. “I primi anni sono stati felicissimi. (…) Poi è stato effettivamente come stare su un ottovolante. Un ottovolante di emozioni e di sensazioni sempre diverse”, racconta Pellerano nel libro – “a un certo punto è iniziata una nuova fase: la droga si è insinuata prepotentemente nella nostra storia”.

L’ombra della dipendenza si fa sempre più forte e così la storia d’amore finisce. Lui farà fatica ad accettarlo e per molto tempo chiederà agli amici di telefonare alla sua musa. Lo fece persino con Ornella Vanoni che, supplicata, chiamò Betta per convincerla a tornare con lui. Ma quella storia era finita. A Betta, naturalmente dopo mamma Giuliana, Paz aveva mostrato Andrea Pazienza is dead, un dipinto del suo funerale, realizzato a soli 13 anni, mai esposto e custodito dalla famiglia. “Sappi che io morirò giovane”, ripeteva spesso a Betta, con la certezza di chi conosce il suo destino. E così fu: “Anche il divino Pazienza aveva un destino mortale. Una sera si chiude in bagno e parte il viaggio sbagliato”. Lo trova sua moglie, Marina Comandini, che ricorda la loro vita come “la migliore delle sue storie. “Sin dal momento in cui l’ho conosciuto e ho visto la sua grandezza è stato un insegnamento infinito. Non saprei dire che impressione mi abbia fatto quando l’ho incontrato, perché non mi è mai risultato estraneo. Dove era lui ero io, dove ero io era lui”.

Abusi sessuali in Cile, il Papa accetta le dimissioni di 3 vescovi

Papa Francesco ha accettato le dimissioni di tre vescovi cileni: Juan Barros Madrid (Osorno), Cristian Caro Cordero (Puerto Montt) e Gonzalo Duarte Garcia de Cortazar (Valparaiso). Si tratta dell’ultimo episodio che coinvolge la chiesa cattolica in Cile nello scandalo degli abusi sessuali e della protezione del responsabile, il sacerdote Fernando Karadima. In Vaticano, il mese scorso, i vescovi cileni si erano dimessi in blocco ma ora il cerchio si è ristretto. “Comincia un nuovo giorno per la Chiesa cattolica in Cile!”, ha scritto sui social Juan Carlos Cruz, una delle vittime di Karadima. Cruz – che assieme a James Hamilton e José Andrés Murillo ha portato avanti le denunce contro Karadima e chi copriva i suoi abusi – ha aggiunto: “Se ne stanno andando tre vescovi corrotti, e altri seguiranno. È una vera emozione per i tanti che hanno combattuto per vedere questo giorno. La banda dei vescovi delinquenti comincia a disintegrarsi!”. Cruz ha voluto anche esprimere il suo “affetto” alla comunità di Osorno, la diocesi cilena alla quale era stato assegnato monsignor Barros nel 2015, e che non ha mai voluto accettarlo. Papa Francesco ha nominato amministratori apostolici per le tre diocesi. A quella di Osorno è stato destinato mons. Jorge Enrique Concha Cayuqueo.

Quella “bagattella” dei diritti umani fantasmi al vertice

Idiritti umani sono il convitato di pietra del vertice di Singapore. Se Trump – ansioso di chiudere un accordo storico – dovesse sollevare la questione, l’irritazione del regime di Pyongyang sarebbe certa. Se invece Trump non lo facesse, l’imbarazzo dell’opinione pubblica occidentale e perfino lo sdegno, sarebbe sicuro.

Michael Kirby, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu sui diritti umani in Corea del Nord, ha affermato: “Per gravità, portata e durata, le indicibili atrocità commesse nel Paese rivelano uno Stato totalitario che non ha alcun parallelo nel mondo contemporaneo”. Trump, evidentemente, non lo ignora. Prima dell’inaspettato idillio con il dittatore di Pyongyang, lo scorso novembre The Donald si era rivolto ai parlamentari sudcoreani definendo il Nord “un inferno che nessuno al mondo merita”. È ancora vivo negli Usa lo sdegno per la morte lo scorso anno di Otto Warmbier, studente 22enne condannato ai lavori forzati per presunte attività sovversive e rispedito a casa in stato comatoso. Eppure, poco prima del vertice, la Casa Bianca è rimasta sul vago: parleremo dei diritti umani? Sì, no, forse.

In uno Stato in cui il governo ha il controllo assoluto dell’informazione, e tanto della vita politica che soprattutto di soprattutto di quella privata, gli abusi di potere sui cittadini vengono documentati da anni, grazie al lavoro degli attivisti di ong internazionali e alle testimonianze di dissidenti e sopravvissuti alle prigioni. Difficile dire esattamente quante persone si trovino nei campi di detenzione, paragonabili a veri e propri lager, la cui esistenza sempre negata dal regime è stata documentata in modo incontrovertibile lo scorso anno attraverso immagini satellitari.

Il Dipartimento di Stato Usa, nel suo ultimo rapporto, ha stimato che nei campi di prigionia possano trovarsi fra le 80.000 e i 120.000 persone, ma c’è chi parla addirittura di 200.000. Secondo la descrizione di molti attivisti, chi vi è imprigionato paga reati che possono andare dall’aver guardato un dvd sudcoreano all’aver tentato la fuga dal Paese: in ogni caso, crimini di opinione.

Amnesty International ha descritto la vita dei prigionieri come “dura all’inverosimile”, dettagliando torture e violenze per gli uomini e abusi sessuali per le donne.

Il rapporto della Commissione d’inchiesta Onu (2014) riassumeva la situazione ricordando che le violazioni sistematiche dei diritti umani in Nord Corea includono “omicidio, schiavitù, tortura, imprigionamenti, stupro, aborti forzati e altre violenze sessuali”. Ce n’è abbastanza per denunciare Kim per “crimini contro l’umanità”.

Nel 2015, in effetti, il Consiglio per i diritti umani Onu adotta una risoluzione di condanna contro Pyongyang, autorizzando anche la creazione di un gruppo di esperti indipendenti con l’intento di portare il regime a risponderne davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja. Kim Jong-un non sembra essersene preoccupato troppo. È bastato il rilascio di 3 detenuti con passaporto americano, a marzo, per fare sorridere l’inquilino della Casa Bianca – e provare a cancellare la tragedia trans-pacifica del giovane Warmbier. I nordcoreani, in fondo, non sono che fantasmi. Per Donald, si capisce, mica solo per Kim.

Sfida atomica Kim-Trump: guerra o pace hollywoodiana

Non scoppierà subito la pace. E neppure scoppierà subito la guerra. Ma il vertice tra il presidente americano Donald Trump e nord-coreano Kim Jong-un può imprimere spinte opposte alla sicurezza dell’Estremo Oriente. Se Trump e Kim s’intendono, se la loro ‘chimica’ funziona, la strada è quella di una progressiva ‘denuclearizzazione’ della penisola coreana e della trasformazione in pace dell’armistizio del 1953, in cambio del blocco delle sanzioni e della concessione di aiuti. Se Trump e Kim si lasciano in malo modo, il confronto potrebbe di nuovo inasprirsi e gli Stati Uniti potrebbero pensare a un’azione coercitiva e rispolverare la ‘dottrina Bush’, secondo cui “i leader degli Stati canaglia sono attori irresponsabili ed irrazionali, disposti a far subire al proprio popolo una durissima reazione pur di arrecare danni ai loro nemici”.

Che Kim sia un dittatore, Trump pare per ora esserselo dimenticato. Anzi, la sua vigilia è stata tutta all’insegna dell’ottimismo: a pranzo con il premier di Singapore Lee Hsien Loong, s’è detto sicuro che il Vertice “andrà molto bene” e ha ringraziato l’anfitrione per l’accoglienza e la collaborazione – tanto per dire, paga lui tutte le spese -. Lee gli ha fatto trovare una torta di compleanno anticipata: giovedì, Trump compirà 72 anni. Kim, invece, s’è concesso la sera un giro in auto dei ‘Gardens by the Bay’, un parco molto popolare ricavato su oltre 100 ettari di superficie bonificata nel centro di Singapore, accanto al lago artificiale Marina Reservoir.

Le delegazioni americana e nord-coreana hanno lavorato sui possibili sbocchi dell’incontro, anche se l’imprevedibilità e l’impulsività dei due leader rende l’esito dei colloqui aleatorio. Il programma prevede, dopo la stretta di mano alle 9, le tre del mattino in Italia, subito un incontro che potrebbe anche durare due ore.

Il vertice dovrebbe concludersi con un pranzo di lavoro; poi, Trump farà una conferenza stampa e ripartirà da Singapore alle 20, le 14 italiane. Già si parla di un bis: Kim, che ripartirà con lo stesso aereo cinese con cui è arrivato, potrebbe invitare Trump a Pyongyang già a luglio (e, allora, potrebbe esserci pure il presidente sud-coreano Moon Jae-in). Nel dare per la prima volta l’annuncio del vertice, i media nordcoreani scrivono che Trump e Kim discuteranno una “nuova relazione tra Washington e Pyongyang” e che si scambieranno opinioni su come costruire “un meccanismo di pace duratura e permanente nella penisola coreana”, perseguendo anche l’obiettivo della denuclearizzazione. Gli Usa, dal canto loro, insistono “per la completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione della penisola coreana”, scrive su Twitter il segretario di Stato Mike Pompeo, che guida la squadra dei colloqui preliminari, svoltisi al Ritz Carlton. Con lui c’è Sung Kim, ex ambasciatore degli Usa in Corea del Sud ed ex capo negoziatore sul nucleare con il Nord, richiamato poche settimane fa dalle Filippine.

Le foto pubblicate da Pompeo mostrano che, a capo della delegazione nord-coreana, c’è Choe Son-hui, vice ministro degli Esteri, esperta da anni di relazioni con Washington e autrice della nota in cui dava dello “stupido” al vicepresidente Usa Mike Pence, che aveva prospettato per la Nord Corea una “soluzione libica”. Trump ne era stato indotto a cancellare il vertice “per la rabbia tremenda e l’aperta ostilità” mostrata da Pyongyang.

Le fonti di stampa nord-coreane citano pure Kim Yo-jong, sorella del leader, il ministro degli Esteri Ri Yong Ho e Kim Yong Chol, ex capo dei servizi d’intelligence militare, ora considerato il braccio destro di Kim. A Singapore, ci sono i due team che nelle ultime settimane si sono incontrati più volte a Panmunjom, sul confine tra le due Coree. Pompeo dice che Trump è pronto a dare a Kim “certezze e sicurezze”. Fra le curiosità della vigilia, il lapsus d’una conduttrice della Fox che in diretta ha definito il vertice tra Trump e Kim “un incontro tra due dittatori”. Abby Huntsman, figlia di Jon, l’ambasciatore Usa in Russia, stava parlando con Anthony Scaramucci, ex direttore per undici giorni delle comunicazioni della Casa Bianca, che non ha battuto ciglio; la conduttrice s’è poi scusata. Quando tornerà a Washington, Trump troverà grane ad attenderlo: le dimissioni del capo dello staff John Kelly e del suo vice Joe Hagin sarebbero già pronte. Alla Casa Bianca regna di nuovo il caos, come l’estate scorsa, quando ci fu una raffica di licenziamenti e dimissioni. S’ipotizza un esodo dopo le elezioni di mid-term a novembre, ma la prospettiva non turba molto il presidente, convinto che sia meglio sbarazzarsi di chi non gli dà sempre ragione e non lo asseconda.

Modella rapita, Herba condannato a 16 anni Pm: “Poteva morire”

È statocondannato a 16 anni e 9 mesi di carcere Lucasz Herba, polacco arrestato nel luglio 2017 per il sequestro della modella inglese Chloe Ayling messo in atto col fratello Michal Konrad, preso in Inghilterra e che sarà estradato. La 20enne, tenuta segregata tra l’11 e il 17 luglio in un appartamento a Milano e poi in una baita in provincia di Torino, venne minacciata, secondo l’accusa, di essere messa all’asta e venduta sul deep web prima di essere rilasciata. Stando alle indagini del pm Paolo Storari, la modella alla fine venne liberata dallo stesso Lucasz, un “mitomane avventuriero”. Secondo le indagini, i due fratelli avrebbero anche chiesto al manager e ai familiari della ragazza in un primo tempo 300 mila e poi 50 mila dollari, mai ottenuti. Il condannato ha provato a sostenere prima che il rapimento era stato organizzato da una sedicente banda di rumeni e poi che la 20enne era d’accordo con lui. Il pm ha sottolineato, durante la sua requisitoria, che la modella “poteva morire” se semplicemente fosse stata allergica alla ketamina con cui è stata addormentata. La Corte, infine, ha stabilito l’espulsione del polacco, dopo che avrà scontato la sua pena.

Bancarotta ex Zanussi in aula. Tra gli accusati c’è Pecorella jr.

Il caso del fallimento della ex Zanussi elettromeccanica finirà davanti al Tribunale di Pordenone. La lunga storia di un settore d’élite dell’azienda friulana, poi passata agli svedesi e da qui, prima di finire oggi ai cinesi, andata in amministrazione straordinaria è ora tema di processo penale per quanto riguarda i fatti tra il 2008 e il 2013. Tutto nasce da un esposto del Commissario straordinario Maurizio Castro, che indica nella società milanese Alix Partners e nel suo ad Luca Ramella gli artefici finali del fallimento. Viene così contestata una ipotesi complessa di bancarotta. Sull’esposto indaga la Guardia di finanza. Agli atti diverse perizie della stessa Procura che però chiederà l’archiviazione del caso. Archiviazione criticata in prima istanza dalla Procura generale e solo tre giorni fa dal giudice di Pordenone che al termine dell’udienza ha disposto l’imputazione coatta per Ramella e ha chiesto l’iscrizione nel registro degli indagati degli altri due soci. Tra loro c’è anche Cesare Pecorella, figlio di Gaetano, ex legale di Silvio Berlusconi.

Il giudice ha rilevato un conflitto d’interessi di Ramella, consulente esterno ma anche nel Cda della società che si chiamava Acc compressor. “Ramella percepisce compensi nonostante la conclamata situazione di crisi”. Compensi elargiti a se stesso. Contestate operazioni interne “servite solo per figurare un quadro più roseo dell’azienda”. Vengono, secondo il gip, “occultate” le perdite del 2011: 22 milioni a fronte di solo 2,5 espressi nel bilancio. “I plurimi addebiti trovano conferma nei documenti analizzati dalla Finanza”. Molte email interne ad AlixPartners saranno nascoste alla Finanza. In una, “Ramella scrive che per gestire una società da lasciare squattrinata lui andava benissimo”.

Il gip riapre l’indagine per peculato su Romeo

La notizia è in un provvedimento di 14 pagine: il Gip di Napoli, Dario Gallo, ha disposto la riapertura delle indagini per peculato nei confronti dell’immobiliarista del caso Consip Alfredo Romeo. Indagini che potrebbero allargarsi a ipotesi di falso, perché la decisione si fonda sull’accertamento dell’esistenza di documentazione contraffatta. Spetterà alla discrezionalità della procura di Gianni Melillo.

L’accusa di peculato riguarda i rapporti economici intrattenuti da Romeo col Comune di Napoli, e in particolare la gestione del patrimonio immobiliare, di competenza del gruppo Romeo fino al 15 dicembre 2012. Rapporti conflittuali con il sindaco Luigi de Magistris, che alla fine decise di estromettere Romeo da Palazzo San Giacomo e da allora fior di avvocati si stanno dando battaglia su cifre da capogiro. Nel mirino dei magistrati penali c’è il trasferimento di circa 26 milioni di euro da un conto all’altro del gruppo Romeo che trasformarono le somme “da pubbliche a private”, violando la transazione del 5 aprile 2012 sui conteggi dare-avere relativi alla vendita di alcuni immobili e ad alcune prestazioni delle imprese di Romeo. Sul versante penale era una partita chiusa con un proscioglimento in udienza preliminare del 21 settembre 2015 – vidimata dalla Cassazione – e lo sblocco di 25 milioni sequestrati. Il pm Giuseppina Loreto l’ha riaperta mettendo in campo nuove carte: quelle provenienti dall’inchiesta del nucleo investigativo dei carabinieri e dei pm Henry John Woodcock e Celestina Carrano su Romeo, l’ex dirigente patrimonio del Comune Giovanni Annunziata e gli appalti del Cardarelli, poi sviluppatasi fino al caso Consip. Le intercettazioni di Annunziata, accusato di essere “a libro paga” di Romeo, hanno sollevato dubbi sulla documentazione grazie alla quale l’immobiliarista e l’amministratore di Romeo Gestioni Enrico Trombetta (per il quale il Gip ha disposto la definitiva archiviazione) furono prosciolti. Dubbi cresciuti dopo che i carabinieri hanno sentito due volte la dirigente del Comune Elvira Capecelatro, che subentrò nel settore patrimonio. La dottoressa ha disconosciuto firma e autenticità di due Certificati Esecuzione Provvisoria del 4 febbraio 2013 e del 21 aprile 2013. Documenti che la difesa di Romeo allegò alla memoria consegnata nel 2015 e richiamati nelle motivazioni di un proscioglimento che si ritiene inquinato alla fonte.

Il provvedimento del Gip Gallo è un nuovo punto a favore della bontà delle indagini sul ‘sistema Romeo’. Indagini attaccate su più versanti quando partendo da Romeo si arrivò al mondo renziano: i pm sono finiti sotto processo al Csm, un ufficiale del Noe è stato inquisito per falso. Ma questa è un’altra storia.

Soldi e favori in carcere. Manette all’ex direttore

Corruzioni, assunzioni clientelari, atti falsificati, disparità di trattamenti dei detenuti. Ruberie vari anche. I water ad esempio. Nuovi di zecca, portati via dall’ex direttore. E poi addirittura risme di carta e pure apparati per la videosorveglianza. Al carcere di Bergamo le cose andavano così. E non solo: in via generale la gestione della cosa pubblica era a totale disposizione di interessi privati. Dunque, perché non usare una guardia penitenziaria per andare, in orario di lavoro, a ricaricare due bombole di gas per il direttore. È successo anche questo. L’impietosa fotografia emerge dalle 34 pagine di ordinanza di custodia cautelare a carico di sei persone.

Tra loro l’ex direttore del penitenziario, andato in pensione solo poche settimane fa. Si tratta di Antonino Porcino. Con lui due imprenditori di una ditta individuale, oltre a due dirigenti sanitari e al comandante della Polizia penitenziaria. La figura centrale dell’inchiesta, coordinata da carabinieri e Guardia di finanza, è certamente Porcino, il quale, secondo il gip, ha mostrato “un elevato spessore delinquenziale”. I bergamaschi ieri hanno appreso la notizia senza grossi sussulti. Ormai sono abituati. Nel giro di un anno e mezzo sono finiti indagati l’ex questore, l’ex direttore dell’Inps e l’ex direttore del carcere.

Negli atti depositati ieri viene citato anche l’attuale procuratore di Brescia Tommaso Buonanno. Il magistrato, che non risulta indagato, viene intercettato mentre chiede ad Antonio Ricciardelli, comandante del corpo di polizia penitenziaria, di poter aver un colloquio più lungo con il figlio Gianmarco, arrestato nel febbraio scorso per aver compiuto una rapina a bordo dell’auto del padre. Fatto che avverrà. Con il colloquio durato un’ora e mezza, mentre sul registro viene annotata solamente un’ora. La cosa si ripeterà per due volte. A redigere l’atto saranno due guardie penitenziarie su richiesta del loro stesso comandante. Ed è a proposito di questi episodi che il giudice annota: “La complessiva gestione dei detenuti all’interno della struttura penitenziaria di Bergamo è, spesso, concretamente avulsa da criteri di parità”. L’ex direttore, ad esempio ha, secondo la Procura, coordinato la regia per ottenere 205 giorni di malattia adducendo una sindrome ansiosa-depressiva, “sindrome del tutto inesistente”. Intercettato, Porcino chiede al suo medico di base: “Qual è la sindrome che devo accusare? Dipende da motivo di servizio? E scrivilo, scrivilo. Devo essere grave”. Da lì a poco Porcino sarebbe andato in pensione.

C’è anche una piccolo appalto da pilotare. Si tratta delle forniture di macchinette di cibo e bevande nel carcere di Monza. In questo caso Porcino fa sponda con il Commissario capo della penitenziaria. “Fagli dare il parere favorevole (…) fammi sapere quello che vuoi che glielo dico io”. Il 30 marzo scorso, eccolo Porcino salire in auto. Che fa? Conta i soldi: “Tremila e cinque, tremila e otto”. Totale 3.800 euro. Valore della corruzione, secondo il giudice. Le ruberie contestate non finiscono qua. Scrive il giudice: “Porcino in concorso con due agenti della Penitenziaria si appropriava di due water nuovi e di un circuito Dvr (videosorveglianza, ndr) a otto canali, il tutto di spettanza dell’amministrazione Penitenziaria”. Nulla resta intoccato, anche alcune risme di carta e l’uso dei dipendenti per suo scopo personale. E poi, come detto, l’episodio che riguarda il procuratore di Brescia. “Noi – dice Ricciardelli a proposito dei colloqui del magistrato con il figlio – registriamo sempre un’ora (…) ma gli facciamo fare un po’ di prolungata”. Ci sono poi le assunzioni pilotate. Una per un ruolo di infermiera, dimostra “come gli indagati considerassero l’amministrazione strumento per ottenere vantaggi privati”. Dice Francesco Bertè, dirigente sanitario del carcere: “I colloqui li faccio io (…). L’assumiamo in anticipo e poi quando c’è il concorso glielo facciamo fare”.

Il giudice nel motivare il carcere per Antonino Porcino spiega che sono emerse altre “condotte penalmente rilevanti”. Tra queste alcune truffe assicurative allo stato prescritte. Porcino, inoltre, è persona dalle molte “conoscenze” con “soggetti di rilievo nel campo politico”. Conoscenze anche nel mondo della malavita, allacciate per via della sua passione per il gioco, lui frequentatore del casinò di Saint Vincent. Tra questi, un tale Jordan, di origine rom che, viene riferito, “spacca i milioni” e vuole la sua “amicizia”. Infine Porcino, parlando della pensione con un imprenditore, ammette: “Resto sempre in circolo (…) in qualsiasi cosa posso esserti utile (…) tu sai bene (…) visto che ora abbiamo le elezioni un’altra volta”. Si attendono sviluppi. Anche perché allo stato, oltre ai sei arrestati, gli indagati sono ben 27. Nel mirino degli investigatori soprattutto i contatti politici dell’ex direttore.