Incidente mortale: 7 anni e 8 mesi per Domenico Diele

Sette anni e 8 mesi. È la condanna per l’attore Domenico Diele, accusato di aver tamponato violentemente, mentre era alla guida della sua autovettura, lo scooter sul quale viaggiava una donna di 48 anni, Ilaria Dilillo, che quella notte perse la vita. La vicenda è avvenuta il 24 giugno dello scorso anno, lungo la corsia nord dell’autostrada del Mediterraneo, nei pressi dello svincolo di Montecorvino Pugliano (Salerno). Ieri mattina, al Tribunale di Salerno, è stata letta la sentenza del processo, con rito abbreviato, in cui era imputato per omicidio stradale Diele. L’attore 32enne che ha recitato in diverse serie televisive di successo, come 1992, e nel film Acab, all’epoca dell’incidente venne sottoposto ad accertamenti di rito e risultò positivo a oppiacei e hashish. “Non posso parlare di vittoria – spiega il legale della famiglia Dilillo, l’avvocato Michele Tedesco – se non da un punto di vista professionale. Perché non vi è mai una vittoria quando una persona perde la vita, ma almeno abbiamo ottenuto una condanna significativa e per di più in tempi rapidissimi”. Per ora l’attore non andrà in carcere ma rimane un uomo libero, in attesa, dunque, dei prossimi gradi di giudizio.

Acqua pubblica, ora il M5S dia seguito al referendum

Questa mattina, con i saluti di apertura del presidente della Camera Roberto Fico, uno dei protagonisti della stagione dei beni comuni, ben prima della nascita del M5S, il Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II ricorderà i referendum del 2011 che abrogarono il processo di privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Quel giorno rappresentò il culmine di un processo di conflitti e mobilitazioni, iniziato dopo Genova nel 2001, che aveva segnato, in variegate forme, la forza ed il desiderio, da parte delle comunità locali, dei movimenti, delle associazioni di organizzarsi e reagire a un modello neo liberista cinico e soprattutto teso, per interessi economici, allo sfruttamento del lavoro e al saccheggio selvaggio dell’ambiente.

È proprio in quegli anni che nasce, o meglio si recupera, una categoria classica quella dei beni comuni, con la progressiva consapevolezza che la proprietà pubblica aveva svenduto la propria anima non impedendo, e a volte agevolando, la privatizzazione dei beni pubblici.

Quel movimento, che si diffondeva a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale, si contrapponeva alle scorribande delle multinazionali che entravano nel nostro territorio utilizzando, tipo basisti, amministratori locali lusingati da queste relazioni pericolose che facilitavano i processi di privatizzazione. Insomma le comunità locali sono i veri protagonisti di un processo di formazione del diritto dal basso, di resistenza, di antagonismo ma anche di proposta. Ed è così che si arriva alla proposta popolare di legge per l’acqua pubblica nel 2006 firmata da oltre mezzo milioni di cittadini e finita nelle mani di parlamentari insipienti e inconsapevoli tipo Scilipoti.

Con grande frustrazione questo processo si arresta, ma la battaglia per l’acqua bene comune continua con:

1. L’istituzione della Commissione Rodotà (2007), istituita per la riforma del codice civile dal governo Prodi, che introduceva accanto ai beni privati e ai beni pubblici i beni comuni, proprio per uscire dalla logica proprietaria;

2. Con la proposta referendaria per l’abrogazione del decreto Ronchi ( Governo Berlusconi 2008) che imponeva le privatizzazioni dei servizi pubblici locali, a partire proprio dall’acqua, dal grande business dell’oro blu.

Ancora una volta, una grande mobilitazione popolare è il motore di questo processo di democrazia diretta e partecipativa, che si svolge al di fuori dei partiti, e la Corte costituzionale, con una sentenza coraggiosa nel gennaio del 2011, dichiara l’ammissibilità del referendum, affermando che il diritto europeo non impone assolutamente le privatizzazioni.

La vittoria straordinaria del giugno del 2011 vede 27 milioni di cittadini votare per l’abrogazione delle privatizzazioni dei beni comuni. A quel punto, a parte la Città di Napoli, che ripubblicizza nell’arco di pochi mesi il servizio idrico, comincia una reazione politica, economica, delle lobby contro l’esito referendario. Si susseguono interventi legislativi da parte dei governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi che non soltanto ignorano l’esito e la volontà di 27 milioni di cittadini, anche in contrasto con la giurisprudenza della Corte costituzionale, ma che addirittura vanno in senso opposto. Ancora una volta le reazioni e le proposte vengono dal basso, dalle comunità, cercando di utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione, anche i referendum locali .

Alcuni Comuni, penso a Latina, bloccano cessioni privatistiche di Veolia ad Acea, altri iniziano molto lentamente lo studio per la ripubblicizzazione.

Tutto è difficile e dipende dall’assenza, dopo sette anni, di una legge nazionale che rispetti la volontà referendaria del 2011, dallo strapotere delle multinazionali, dallo strangolamento economico dei comuni, dalla scomparsa nel nostro Paese della finanza pubblica a sostegno degli investimenti.

Lo scenario politico è cambiato! Il M5S ha nel suo Dna le battaglie per i beni comuni e per l’acqua pubblica.

Chiederò dunque ufficialmente martedì al presidente Fico, anche perché l’acqua pubblica costituisce uno dei punti fondamentali del contratto di governo M5S-Lega, di:

1. Rilanciare la Commissione Rodotà per introdurre nell’ordinamento giuridico la categoria dei beni comuni;

2. Sollecitare, attraverso le commissione parlamentari competenti, con metodo partecipato e inclusivo, una proposta legislativa che, nell’arco di tre mesi, dia attuazione al referendum del 2011; 3. Sollecitare in tempi rapidi un testo di attuazione della direttiva Bolkestein a difesa delle coste e delle spiagge, evitando che per i prossimi trent’anni il nostro litorale sia sostanzialmente privatizzato e sottratto al godimento dei cittadini.

Di tutto ciò ne discuteremo oggi nell’aula De Sanctis del dipartimento di Giurisprudenza con i movimenti, i giuristi, le istituzioni.

Pure la Svizzera dice “No” alle Olimpiadi invernali

L’ennesima città che boccia le Olimpiadi con un referendum e una pericolosa rivale in meno per l’Italia. Il ritiro di Sion dalla corsa ai Giochi invernali del 2026 da una parte conferma che quasi più nessuno in Europa è disposto a ospitare un evento considerato (a torto o ragione) insostenibile; dall’altra (o forse proprio per questo) spalanca le porte alla tripla candidatura italiana di Milano, Torino e Cortina, destinata nelle prossime settimane a diventare unica (con la prima in pole), e fra un anno magari persino a vincere. A condizione, tutt’altro che scontata, che il governo sia d’accordo.

Sion era la favorita per le Olimpiadi 2026: piccola, moderna, con tradizione e anche un credito aperto, visto che nel 2006 si era vista scippare la manifestazione proprio da Torino. Al Cio l’avevano praticamente già incoronata. C’era solo un piccolo ostacolo: il referendum popolare, che come in tutti i casi recenti si è rivelato fatale. Domenica il 54% dei cittadini del Canton Vallese ha votato no, bocciando un progetto che peraltro prevedeva un minimo esborso da parte degli enti locali (87 milioni, a fronte degli oltre 800 a carico del governo centrale). Agli organizzatori non è rimasto che annunciare il ritiro e la liquidazione del comitato promotore. Non è la prima volta: era già successo a Innsbruck, Amburgo, Budapest, Cracovia, Monaco, senza dimenticare le altre (tra cui Boston, e ovviamente Roma) che hanno dato forfait per la contrarietà dell’opinione pubblica. Il Cio è disperato, lamenta che la decisione è frutto di “informazioni sbagliate e non aggiornate sui costi”. E per questo la disponibilità dell’Italia è una manna dal cielo per il suo capo, Thomas Bach (al punto da concedere una deroga alla regola che non ci permetterebbe di concorrere, visto che già ospitiamo a Milano la sessione 2019 che assegnerà l’evento). Mentre il resto del mondo si tira indietro, noi abbiamo proposto tre città: nei piani del Coni la prescelta è sempre Milano, visto che a Torino la sindaca Appendino continua ad avere problemi interni e potrebbe partecipare come partner, mentre il Veneto è più indietro. La vera incognita, però, è rappresentata dall’appoggio del nuovo governo, in cui convivono due anime: M5S, scettico sui grandi eventi, e la Lega, che invece le Olimpiadi al Nord le vuole da sempre. Dopo il ritiro di Sion non ci sono molte alternative: Sapporo e Graz sono candidature di bandiera, a Erzurum in Turchia non ci vuole andare nessuno, c’è Calgary ma dopo Corea del Sud e Cina sarebbe meglio tornare in Europa. Le chance dell’Italia aumentano e per questo Giovanni Malagò tornerà alla carica col sottosegretario Giancarlo Giorgetti, che ha in mano la delega allo Sport e il destino del suo sogno olimpico. Manca solo il suo ok per far decollare la candidatura italiana. A questo punto siamo noi i favoriti. O semplicemente gli unici che ancora vogliono i Giochi.

Battuto Luzzi, il sindaco degli anni del re Carminati

Per meno di cento voti Patrizia Nicolini è diventata sindaco di Sacrofano, comune in provincia di Roma, battendo Tommaso Luzzi, il sindaco uscente, esponente dell’estrema destra. Chi è Luzzi l’ha spiegato qualche giorno fa il Fatto Quotidiano: “Luzzi è di nuovo in corsa nella cittadina, otto mila anime, diventata famosa per essere la ‘terrazza’ su Roma di Massimo Carminati, detenuto (condannato a 20 anni) ma non più al 41 bis dopo la sentenza di primo grado per i fatti del Mondo di mezzo. Il sindaco dopo esser stato indagato per associazione mafiosa è stato archiviato e il Comune di Sacrofano, dopo una proposta di commissariamento per mafia del prefetto Franco Gabrielli (oggi capo della polizia), è rimasto in piedi fino al termine del mandato che scade in questi giorni.

Si vota per il rinnovo di sindaco e Consiglio comunale, infatti, la prossima domenica. E Luzzi, appunto, è ricandidato con la sua lista civica appoggiata dalla destra nera romana afferente ai Gramazio e a Maurizio Gasparri, che qualche giorno fa non ha fatto mancare un suo comizio in piazza”. Ma questo è ormai passato.

Il Carroccio si riprende Treviso e conquista la “bianca” Vicenza al primo turno: Zaia festeggia

Il Venetoè decisamente a trazione leghista: il Carroccio strappa al Pd Treviso e Vicenza (dove i Cinque Stelle avevano scelto di non candidarsi). Mario Conte, appoggiato da tutto il centrodestra, spodesta il democratico Giuseppe Manildo con il 54,48% dalla poltrona di Cà Sugana e Francesco Rucco, un passato in Alleanza Nazionale, con il 50,6% archivia a Vicenza i due mandati del sindaco Achille Variati, mortificando le speranze del suo delfino Otello Dalla Rosa. Conte è stato fortemente sostenuto dalla lista di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto e Giancarlo Gentilini, ex sindaco sceriffo. Una Lega più vicina a quella del passato che al partito oggi guidato da Matteo Salvini. “La mia lista è stata la spallata che ha fatto vincere Mario Conte, temevo il ballottaggio che è sempre un azzardo e quindi ho corso perché il nemico, politicamente, va ammazzato subito”, ha dichiarato senza mezzi termini Gentilini. Manildo, appoggiato dal centrosinistra, si è fermato al 37,63%. Domenico Losappio (M5S) ha ottenuto un pessimo 4,26%.

A Vicenza l’incoronazione di Rucco avviene all’alba. “Con tutta onestà non mi aspettavo di vincere al primo turno – ammette il neo sindaco – ma alla fine questa è la scelta che dimostra la voglia di cambiamento dei vicentini. Ora dobbiamo riordinare le idee, ma ci metteremo al lavoro in tempi più brevi possibili per risolvere i problemi principali della città”. Per il Pd è invece il momento delle riflessioni. “Il voto della città di Vicenza è certamente una sconfitta della proposta che abbiamo fatto alla città – sostiene Dalla Rosa, che si è fermato al 45,8% – Ma è il frutto anche di un clima nazionale che ha contribuito a politicizzare il voto”.

Nel resto del Veneto il responso finale delle comunali nelle città più grandi è affidato ai ballottaggi del 24 giugno, con l’eccezione di Villafranca (Verona) dove è stata schiacciante la supremazia del candidato di centrodestra Roberto Luca Dall’Oca con il 63,41%.

Anagni è nerissima: Casa Pound al ballottaggio contro l’uomo della Lega e di Fratelli d’Italia

Un  derby  nero, nella città dei Papi. Ad Anagni, 21 mila abitanti in provincia di Frosinone, i neo-fascisti di CasaPound agguantano il ballottaggio con la loro coalizione composta da quattro liste civiche, assieme a cui sostengono Daniele Tasca, arrivato al 20,6 per cento. E tra due settimane se la vedranno contro il candidato del centrodestra, Daniele Natalia, sostenuto anche da alcune civiche, avanti con il 39,7 per cento. Fuori invece il candidato del M5S e solo quarta la candidata del Pd. Tradotto, tra 15 giorni sarà una partita tra destre. E per il segretario nazionale di CasaPound, Simone Di Stefano, è già tempo di celebrare: “Continuiamo a crescere e a ottenere consiglieri. I grandi media ci ignorano ma i territori ci premiano, e anche a questa tornata di amministrative siamo riusciti a piazzare una nutrita pattuglia di eletti e a dimostrarci decisivi in diversi Comuni”. E il granaio di voti dell’organizzazione di estrema destra rimane sicuramente il Lazio. Perché tra i risultati spiccano quello di Velletri, in provincia di Roma, dove CasaPound ha preso il 9,78 con il suo candidato sindaco, e quello di Viterbo, dove con il 3 per cento potrebbe eleggere un consigliere.

A Pisa sbarcano i lumbard: possibile la storica sconfitta del Pd (che resta avanti a Massa)

Se sarà un crollostorico lo dirà il ballottaggio, ma intanto il primo turno delle comunali a Massa e a Pisa risponde a molte delle domande della vigilia. Una certezza, per iniziare: sarà centrosinistra contro centrodestra, con i 5 Stelle ancora indietro (15 per cento a Massa, 9,9 a Pisa) anche a causa della mancanza di liste civiche a supporto. A provare a strappare ai dem le due roccaforti toscane saranno Francesco Persiani e Michele Conti, ringalluzziti da un voto che li appaia al centrosinistra in ottica ballottaggio. A Massa il sindaco uscente Alessandro Volpi (33,94%) si è piazzato comunque davanti a Persiani, staccato di 5 punti, ma la partita è aperta: ago della bilancia, ancor più dei 5 Stelle – che hanno già escluso ogni appoggio ai candidati – sarà Sergio Menchini, avvocato a guida di una coalizione di liste civiche che ha raccolto il 13 per cento. Tre mesi fa aveva rinunciato alle primarie del Pd, in polemica con la decisione del partito di sottoporre ai candidati un documento in cui si impegnavano a riconoscere il buon operato del sindaco uscente. Un precedente che porta acqua al mulino del centrodestra, che ora potrebbe lusingare Menchini per tentare il colpaccio.

I “civici” saranno decisivi anche a Pisa, dove Michele Conti, grazie allo storico 24,7 per cento della Lega, è arrivato al 33,36 ed è già davanti al dem Andrea Serfogli, fermo al 32,26. Bisonerà vedere che ne sarà del 6,6% di Raffaele Latrofa, candidato civico spesso in contrasto con la Lega ma con un elettorato per lo più di destra e che adesso potrebbe far gioco a Conti. Ciccio Auletta, invece, porta in dote un prezioso 7,8 per cento. Si definisce di sinistra, ha ottenuto il sostegno di Rifondazione Comunista, ma ha basato la campagna elettorale sulla volontà di “rompere con il sistema di potere del Pd pisano”. La speranza dei dem è che lo spauracchio di un amministrazione a traino leghista – una bestemmia da queste parti fino a qualche tempo fa – sia sufficiente per fargli cambiare idea.

Imputati, incandidabili e cavalli di ritorno: il voto in Sicilia

Il “patto dell’arancino”siglato dal centrodestra, porta in trionfo Salvo Pogliese a Catania. La corazzata composta da nove liste ottiene il 52 per cento dei consensi, con il sostengo di Raffaele Lombardo, Totò Cardinale e Giuseppe Castiglione. A farne le spese, il primo cittadino uscente democratico Enzo Bianco. Ma la fascia tricolore potrebbe avere una breve durata, su Pogliese pende l’imputazione per peculato nel processo che si celebra a Palermo, che in caso di condanna potrebbe provocarne la sospensione dai pubblici uffici fino a 18 mesi.

Dall’altra parte della Sicilia sorride il centrosinistra, dove Giacomo Tranchida vince a Trapani con l’appoggio degli uomini del governatore regionale Nello Musumeci. Ex comunisti e missini a braccetto insieme nelle sette liste che conquistano il 70 per cento dei consensi, lasciando poche briciole agli avversari.

E poi ci sono i ballottaggi. Bisognerà attendere due settimane per sapere chi guiderà la città di Siracusa. All’avvocato Ezechia Paolo Reale, ex assessore del governo Crocetta, non sono bastate le otto liste del centrodestra per ottenere la vittoria al primo turno. A contendergli la carica a Palazzo Vermexio è Francesco Italia, appoggiato dai renziani che fanno capo all’ex sindaco Giancarlo Garozzo, mentre resta escluso lo zoccolo duro del Pd. Sullo sfondo però, c’è il nodo degli “incandidabili” che sarebbero presenti in alcune liste del centrodestra, finiti sotto la lente di Prefettura e Procura di Siracusa. Lungo la costa dello Stretto, il sindaco uscente di Messina Renato Accorinti si ferma al quarto posto. Dovrà osservare da spettatore lo scontro tra i due uomini del centrodestra: Placido Bramanti e l’ex deputato regionale Cateno De Luca, che l’anno scorso fu arrestato e poi rilasciato subito dopo l’elezione a deputato regionale.

Fini qui chi c’è, poi c’è anche qualcosa che manca: dove sono finiti gli elettori siciliani dei 5 Stelle? Se lo staranno chiedendo gli attivisti dei capoluoghi di Catania, Messina, Trapani e Siracusa che non hanno ottenuto gli straripanti risultati delle passate elezioni regionali e politiche, finendo fuori dai ballottaggi. Bicchiere mezzo vuoto a Ragusa, amministrata fino a poco tempo fa dal pentastellato Federico Piccitto. Il grillino Antonio Tringali sarà costretto al ballottaggio contro l’ex cestista Giuseppe Cassì del centrodestra. Stefano Alì ad Acireale invece, porta al secondo turno Michele Di Re di Fratelli d’Italia. Sorrisi per il movimento a Pantelleria, dove Vincenzo Vittorio Campo è il neo sindaco.

A volte ritornano. Festeggiamenti da stadio anche a Priolo Gargallo (Siracusa), con cori fino a tarda notte per Giuseppe ‘Pippo’ Gianni, che dopo 34 anni torna alla guida della sua città, amministrata dal 1984 al 1991. Copione simile a Capaci (Palermo), dove trionfa Pietro Puccio con il Pd, già sindaco nel biennio 1994-96. Hanno atteso 16 anni invece a Taormina (Messina), per rivedere Mario Bolognari. Docente universitario, con un passato alla Camera nel Pci, ha già guidato la città messinese dal 1993 al 2002. Premiato anche il ritorno di Bruno Mancuso del centrodestra, eletto a Sant’Agata di Militello (Messina) dove aveva ricoperto la carica per due mandati a partire dal 2004.

Pregi e difetti: breve guida per chi non ha ancora capito Conte

Vien quasi da provare invidia per chi, su Giuseppe Conte, ha già le idee chiare. Beati loro. Ci sono quelli per cui “sarà senz’altro il governo del cambiamento”, e quindi vai coi peana. E poi – soprattutto su tivù, social e giornaloni – ci sono quelli del “pregiudizio universale”, secondo cui sono tornati i nazifascisti e Conte è solo un mezzo coglione che si tinge i capelli: null’altro che un innocuo Re Travicello eterodiretto da Casaleggio, Di Maio, Salvini e Giorgetti. Quest’ultima critica è insopportabile, perché non ha neanche il rispetto minimo dell’uomo, e fa molto ridere che a portarla avanti sia spesso gente col coraggio dei pioppi feriti e l’indipendenza intellettuale dei morti di sonno. Di Conte, in questa rubrica, si è già parlato. Voi avete già le idee chiare su di lui? Complimenti. Io no. A me pare che ci siano cose che convincano e altre no.

Quello che non sembra andare. Ritrovarsi presidente del Consiglio da un giorno all’altro non è facile. Lo scenario attuale è surreale: tutto è mutato con velocità inusitata e vedere Conte accanto a Trump e Merkel, tre giorni fa, pareva quasi una scena tagliata del bar di Guerre Stellari. Ovvio che l’uomo sia parso in difficoltà nel primo discorso al Senato (discreto ma troppo lungo) e nell’intervento irrisolto del giorno dopo alla Camera. Anche sulla vicenda Aquarius, Salvini gli sta totalmente rubando la scena. Per quanto stesse in realtà lodando il presidente della Repubblica, contrapponendolo alla violenza belluina dei deficienti che ne hanno insultato il fratello ammazzato dalla mafia nel 1980, chiamare Piersanti “un congiunto” è intollerabile: ovvio che Conte non voleva mancare di rispetto, ma così ha prestato il fianco alla immediata crivella degli scafatissimi Delrio (il quale, magari, poteva esibire analoga baldanza anche durante la dittatura scema del suo amico fenomeno Matteo). Non ha aiutato poi Conte quel “no” di Di Maio, che gli ha impedito di dire qualcosa che evidentemente non poteva dire. Esagerata dai media la scena in cui Casalino lo ha portato via dai giornalisti al G7: accadeva anche con Renzi, solo che quando lo faceva Filippo Sensi era una cosa figa. Poiché però molti pensano che sia un “pupazzo”, Conte deve stare attento a tutto. Anche ai dettagli. Soprattutto ai dettagli.

Quello che sembra andare. Se sei italiani su dieci hanno fiducia su Conte, vuol dire che per ora sembra un incapace a Zucconi – che del resto ha ancora il poster in camera di Nardella – ma non alla maggioranza degli italiani. Al G7 Conte si è mosso bene, denotando persino “troppo” cipiglio. Forse era la fortuna del dilettante o forse tutto è fuorché un pesce lesso. Se al Senato ha mostrato giusto il ditino alzato da professore, in Canada ha (quasi) messo le palle sul tavolo. È stato un buon esordio. Persino la scena di lui lasciato solo sotto la pioggia, dopo esser sceso dall’aereo, gli ha donato un’aria da simpatico loser. Conte ha cominciato il G7 da mezzo sfigato: nessuno se lo filava. Poi ha trovato una sponda inattesa con Trump (?) ed è uscito dall’angolo.

Giuseppe Conte deve abituarsi a una regola molta italiana: poiché sembra debole, molti sembreranno forti con lui. Zimbellandolo e bullizzandolo: ovviamente son quasi sempre gli stessi censori che, fino a ieri, leccavano il poro Renzi. Ve lo ricordate? Ma sì, dai. Quel tipo quasi fiorentino che, quando parlava in inglese, diceva “shish” e “mai mater u crai”, mentre il Re Travicello Conte parla in tedesco coi tedeschi, in francese coi francesi e in inglese con gli inglesi. Insomma: proprio un politico pieno di difetti.

Chiesa e pedofili, non basta la denuncia

Per affrontare fenomeni globali ci vogliono organizzazioni globali. Questo vale anche in quello degli abusi sessuali commessi dal clero cattolico. È di ieri la notizia della costituzione, a Ginevra, dell’Eca (Ending Clerical Abuse), un’associazione internazionale formata da vittime di abusi e da attivisti contro la pedofilia clericale provenienti da quindici paesi sparsi in tutti i continenti. Del nuovo organismo, ricevuto a Ginevra da una delegazione di funzionari delle Nazioni Unite, fa parte anche l’italiana Rete L’abuso, rappresentata al suo presidente Francesco Zanardi, che ha per intanto reso noto al mondo intero un dettagliato dossier sul processo milanese contro don Mauro Galli, di cui si è occupato di recente anche FQ Millennium.

L’Eca indicherà all’opinione pubblica mondiale tutti i vescovi accusati di aver protetto i pedofili e inviterà il pontefice a creare un nuovo strumento centralizzato per individuare e punire chi ha coperto e tutelato i pedofili. Lo scopo della nuova istituzione è mostrare che il caso del Cile è più la regola che un’eccezione. Nel Paese sudamericano, poche settimane fa, tutti i membri dell’episcopato hanno rimesso il loro mandato nelle mani del pontefice, assumendosi di fatto la responsabilità di aver coperto i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali sui minori. L’Eca non solo invita il papa (che non ha ancora preso una decisione in materia) ad accettare in blocco le dimissioni di quei vescovi e a rinnovare la classe dirigente cattolica del Cile, ma lo esorta anche a epurare i dirigenti ecclesiali coinvolti negli scandali di questi anni.

La nascita dell’Eca è un evento incoraggiante per tutti coloro che desiderano contrastare la pedofilia clericale. Grazie al suo intervento sarà più facile mettere a confronto il comportamento dei diversi episcopati, incalzare la Santa Sede ad assumere un atteggiamento efficace nella limitazione del fenomeno e interloquire con l’Onu con gli altri organismi internazionali.

Tuttavia non bisogna farsi troppe illusioni, dal momento che il problema verrà davvero risolto solo se la Chiesa cattolica deciderà di mettere mano alla sua struttura organizzativa, procedendo anche a rivedere radicalmente le modalità attraverso le quali vengono addestrati i suoi funzionari.

Sono i seminari i luoghi dove il problema ha origine. È lì che si genera quella mentalità omertosa, collusiva e settaria che spinge i membri del clero a considerarsi parte di una casta superiore al riparo dalle responsabilità per le azioni che compie esercitando il proprio ufficio. Sono i seminari le palestre dove viene praticata quella sistematica repressione sessuale e quella sterilizzazione della sfera affettiva che, in molti casi, sono la vera radice della sessualità distorta e predatoria di chi pratica gli abusi.

Si potranno mettere in pratica tutte le epurazioni di questo mondo, ma il problema non verrà risolto sino a quando non si risalirà alle sue cause profonde, al suo motore primo, e cioè alla mentalità clericale e ad un modello organizzativo basato sulla superiorità di genere (e l’esclusione delle donne), lo spirito di corpo (e la superiorità sui laici), la disciplina ferrea e la sistematica repressione dei bisogni sessuali combinata con l’obbligo della solitudine affettiva, l’addestramento all’incapacità di amare e di identificarsi davvero nei sentimenti del prossimo.

L’Eca dovrebbe farsi promotrice, oltre che di puntuali azioni investigative su questo o quel vescovo, di un’azione di riforma complessiva della Chiesa cattolica, basata su solide evidenze scientifiche e nell’interesse generale di tutti i membri della società, e soprattutto dei più deboli. In questo modo, aiuterebbe moltissimo coloro ai quali sta a cuore la vita e la serenità dei bambini a scrivere un’importante pagina di storia.