Per l’Africa nera il problema siamo noi

Sulla questione della nave Aquarius Salvini ha ragione nella sostanza, ma un grave torto nella forma e crediamo non innocente. Ha ragione perché è un messaggio forte alla Ue perché vengano finalmente sancite e imposte, con leggi europee, le quote di migranti di cui ogni Paese del Vecchio continente deve farsi carico. Ha torto nella forma perché non si può all’improvviso fermare una nave con più di 600 migranti il cui recupero era stato coordinato dal centro di Roma, come ha obiettato il governo maltese per giustificare il diniego dell’approdo nei suoi porti.

Lo stesso risultato si sarebbe potuto ottenere mandando una nota preventiva a Bruxelles più o meno di questo tenore: d’ora in poi non accoglieremo più le navi o i barconi dei migranti finché l’Unione europea non avrà stabilito, con una legge valida per tutti i Paesi della stessa unione, un’equa ripartizione.

In questo modo chiunque avesse voluto approdare con un carico di migranti in un porto italiano sarebbe stato avvertito che non era cosa. Poiché, come diceva quello, “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre” Salvini ha giocato cinicamente, per motivi propagandistici, sulla pelle di questi disperati. Bastava, ripeto, invertire i tempi: prima l’avvertimento alla Ue e poi la chiusura delle frontiere.

Detto questo due osservazioni. Una di portata interna, l’altra più generale e drammatica.

1) I sindaci dem di Palermo e Messina, per fare le “anime belle”, si sono dichiarati disponibili ad accogliere l’Aquarius. Non sta né in cielo né in terra che dei sindaci possano andar contro una decisione del ministro degli Interni, cioè dello Stato italiano di cui fan parte.

2) Purtroppo, se alziamo un po’ lo sguardo, la questione delle migrazioni verso l’Europa in particolare l’Italia sembra irrisolvibile. L’80 per cento di questi migranti non arriva da guerre, che prima o poi finiranno, ma dall’Africa subsahariana, cioè da quella che un tempo chiamavamo Africa Nera. Non cercano approdo in Europa perché attratti dalle bellurie del modello occidentale, come fu per la prima migrazione albanese (gli albanesi vedevano la Tv italiana e immaginavano il nostro come il paese di Bengodi). Vengono per fame. Perché la loro economia, autoproduzione e autoconsumo, oltre che la loro socialità, è stata distrutta dall’introduzione in quelle terre del nostro modello di sviluppo. In genere si crede nell’ignoranza generale che l’Africa Nera sia sempre stata alla fame. Non è così. Agli inizi del Novecento, l’Africa Nera era totalmente autosufficiente dal punto di vista alimentare. Lo era ancora, sostanzialmente (al 98 per cento) nel 1961. Ma da quando ha cominciato a essere aggredita dall’integrazione economica occidentale – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza alimentare è scesa all’89 per cento nel 1971, al 78 nel 1978 (P.N. Bradley, Produzione e distribuzione degli alimenti: la fame nel mondo in Geografia di un mondo in crisi, Franco Angeli, 1992). Per sapere come stanno le cose oggi, anno 2018, basta osservare, appunto, la fiumana di emigranti che tanto ci preoccupa. Ma quello che vediamo oggi non è che un pallido fantasma di ciò che vedremo domani. L’integrazione globale in Africa non fa che aumentare (adesso ci si sono messi anche i cinesi) e quindi non può che aumentare anche la fame. Per questo la posizione dell’“aiutiamoli a casa loro” è ipocrita e priva di senso. Perché più li “aiutiamo”, più li vincoliamo al nostro modello e li strangoliamo, riducendoli da poveri a miserabili. Ora, gli abitanti dell’Africa subsahariana sono 720 milioni (lasciando da parte il Sudafrica che fa caso a sé). Basta che una quota rilevante di questa gente, spinta dalla fame, cerchi la salvezza presso noi europei e non ci sarà chiusura delle frontiere che tenga. Non basteranno a far guardia le navi da guerra, i cannoni o qualsiasi altra misura. Saremo sommersi.

Chi dice, fra la gente comune e anche fra i politici (per esempio Giorgia Meloni) “via gli africani dall’Europa, ognuno deve restare a casa propria” avrebbe ragione se aggiungesse che anche noi avremmo dovuto restare a casa nostra e non invadere l’Africa Nera e i Paesi che con ipocrisia e drammatica ironia chiamiamo “in via di sviluppo”, con le nostre industrie, con le nostre aziende, con i nostri “aiuti” pelosi e anche non pelosi, insomma col nostro modello di vita.

Chi è causa del suo mal, oltre che di quello altrui, pianga se stesso.

Mail box

 

Il cambiamento può partire dalla Pubblica amministrazione

Il dibattito politico sembra ormai tutto concentrato sulla riduzione delle imposte, soprattutto per chi ha redditi più alti, sull’ennesimo condono fiscale e sulle modifiche della Fornero.

Nessuno dei nuovi ministri che spenda una parola sul ruolo che pubbliche amministrazioni e dipendenti pubblici debbano svolgere in questa particolare congiuntura economica.

Nessuno parla più di efficacia ed efficienza, penso in particolare alla Giustizia il cui mal funzionamento scoraggia tanti imprenditori stranieri dall’effettuare investimenti in Italia.

È possibile che questi tre milioni di persone che lavorano nella Pubblica amministrazione possano dare un contributo al cambiamento auspicato dal nuovo presidente del consiglio, pure lui dipendente del ministero di Istruzione e ricerca?

Giuseppe Barbanti

 

DIRITTO DI REPLICA

Ho letto con attenzione le parole scritte domenica nei miei confronti dal valente Giorgio Meletti, sul Fatto di domenica.

Meletti fa bene a rammentare il, diciamo così, pedigree giudiziario di alcune grandi opere. Tuttavia, non deve aver letto in modo completo le mie dichiarazioni al Sole 24 Ore circa il rapporto tra infrastrutture e rilancio economico.

È vero che gli investimenti in questo settore possono dare una grande spinta al sistema Paese: l’ho detto e lo confermo.

Peraltro, esiste un’ampia letteratura scientifica tesa a mostrare come, soprattutto in periodi di crisi, il moltiplicatore della spesa, soprattutto in conto capitale, sia superiore persino a quello del taglio delle tasse. Però non ho mai parlato di colate di cemento tout court, tanto che in quella stessa intervista faccio riferimento anche a “infrastrutture immateriali”, “opere utili” e “manutenzione ordinaria” di cui il Paese ha urgente bisogno.

In ogni caso, grazie del prezioso lavoro di pungolo che non potrà che rendere migliore il mio gravoso operato.

Danilo Toninelli, ministro per le Infrastrutture

 

Ringrazio il ministro per l’aggettivo “valente” e, con cortesia che spero pari alla sua, mi limito a far notare (ai lettori, Toninelli e il M5S lo sanno già) che secondo la letteratura scientifica citata la spesa per soccorrere i migranti dà più spinta alla crescita economica delle opere inutili.

G. Me.

 

Ho letto la pagina che riassume i curriculum inviati per le candidature al Cda Rai. Delle quattro pagine fitte del mio cv, Gianluca Roselli non nota laurea, docenza universitaria, pubblicazioni, premi e riconoscimenti ricevuti, non nota le numerose inchieste portate avanti per Le Iene , non nota gli oltre quaranta fra film e fiction in cui ho lavorato, collaborando con Scola, Risi e altri registi importanti, non nota praticamente niente di tutto il lavoro fatto in oltre venti anni di carriera. Si concentra però invece su una sola riga in fondo, nelle oltre cinquecento del testo, dove – fra le informazioni aggiuntive – elenco i software che so utilizzare, le lingue parlate, gli strumenti che so suonare e gli sport praticati. Roselli solo di quelli scrive, come se fossero l’unica voce del mio cv, o la più importante, e come se provassero dei miei difetti di competenza. Ora: io non credo che saper suonare o sciare sia incompatibile con la candidatura al cda Rai, ma posso sbagliare. Sono sicuro invece che tentare di ridicolizzare una carriera ventennale concentrandosi su un dettaglio come se fosse l’unica voce di un lungo cv, sia un’operazione scorretta, tipica di altre testate che ben conosciamo, e distantissima dal bel modo di fare giornalismo che ho apprezzato in questi anni al Fatto, che è e resta il mio quotidiano preferito.

Dino Giarrusso

Caro Giarrusso, leggendo l’articolo non le sarà sfuggito che lo spirito del pezzo non fosse quello di raccontare i curricula e la vita professionale dei candidati, ma quello di pescare curiosità, stranezze, elementi stonanti. La sua critica potrebbe essere avanzata da tutte le persone citate, di cui non si sono raccontate vite e carriere, ma solo una qualche stranezza nel Cv. Nel suo caso mi è parso curioso trovare citati gli sport praticati (e a che livello), voce non riscontrata in nessun altro Cv.

G. Ros.

 

Con riferimento all’articolo dal titolo “Finlombardia, chiusa l’indagine su mazzette, favori (e sesso)”, comparso nella pagina 6 de Il Fatto Quotidiano del 6 giugno 2018 a firma di Gianni Barbacetto e Leonardo Piccini, mi occorre smentire alcune affermazioni non corrette che mi riguardano. L’articolo dà per accertata la verità dei fatti ipotizzata dal p.m., usando formule assertive che non lasciano spazio al dubbio, mentre su tali circostanze non solo non vi è stato alcun accertamento dell’autorità giudiziaria, ma nemmeno nessuna possibilità di contraddittorio da parte degli indagati.

Essi sono in questi giorni venuti a conoscenza di tale ipotesi, attraverso un atto, l’avviso di conclusione delle indagini, che nell’ordinamento ha solo funzione di garanzia dell’indagato e che attraverso un uso giornalistico come il vostro diviene indebitamente una gogna pubblica.

Marco Flavio Cirillo

I contenuti dell’articolo erano tutti ricavati (e fedelmente riportati) da un atto giudiziario, l’avviso della conclusione delle indagini, inviato agli indagati.

G. B.

Clausole Iva. Ma l’aumento dei prezzi è davvero la tragedia che tutti temono?

Continuamente i media ci propongono la catastrofe per l’aumento dell’Iva a causa delle clausole di salvaguardia. Ho cercato di farmi i conti in tasca. Dispongo di pensione di anzianità per un assegno di 507 euro al mese. Questo reddito lo impiego tutto per vivere. Se aumentasse l’Iva del 2% mi troverei a perdere 10,14 euro. Certo, non potrei acquistare due bistecche, due chili di pane, oppure dovrei spegnere la televisione prima (meglio, data la qualità delle trasmissioni). Ma se posso sopportarlo io, perché non può farlo chi guadagna ben più di me? E poi a cosa serviranno tutti quei miliardi? A pagare gli F-35, a rifinanziare il Mose, a fare la Pedemontana e tutte le opere improduttive dei governi precedenti? Suggerisco al nuovo governo di riapplicare l’Imu e un ticket sanitario anche agli immigrati e a chi ha fortunatamente e forse meritatamente di più. Sono ingenuo? Che sia la mia età (79 anni)…

Alessandro Marcigotto

 

Gentile Alessandro, la sua disponibilità al sacrificio per il bene comune è apprezzabile, così come il suo approccio pragmatico alla finanza pubblica. Che però non può essere ridotta ai proverbiali “conti della serva”. Primo: gli investimenti per gli F-35 sono già stanziati, sono difficili da cancellare e in ogni caso non coprono i 12,5 miliardi da trovare nel 2019 e 19,2 nel 2020 per evitare che scatti la clausola di salvaguardia (cioè l’aumento di tasse differito deciso dal governo Renzi) che comporta l’aumento dell’Iva (dal 22% al 24,2% e poi al 25% per l’aliquota più alta, dal 10% all’11,5% e quindi al 13% quella intermedia). Un aumento che non serve a pagare nuove spese o sprechi, ma a dare copertura a impegni già assunti senza appropriati finanziamenti (altrimenti sale il deficit e poi il debito). L’aumento dell’Iva farebbe salire i prezzi al consumo, ma non in modo uniforme, alcuni arrotondamenti sarebbero superiori all’incremento dell’imposta. Ma soprattutto non colpisce tutti allo stesso modo: i poveri ne soffrirebbero più dei ricchi, i dettaglianti più delle grandi imprese che scaricano a valle gli aumenti, lavoratori dipendenti e pensionati più dei liberi professionisti. Per garantire l’equità, la Costituzione prevede che le imposte siano progressive (come l’Irpef) non proporzionali (come l’Iva). Detto questo: tagliare gli investimenti, la sanità o i fondi per il sociale oppure tassare il lavoro farebbe più danni all’economia che alzare l’Iva. Certo, sarebbe meglio rimettere l’Imu sulla prima casa (4 miliardi all’anno di gettito) ma questo pare un tabù anche per Lega e M5S.

Stefano Feltri

Don Roberto, prete tra gli schiavi “niri”

Rosarno è uno svincolo dell’autostrada Salerno Reggio Calabria. È un non luogo, un cartello stradale per chi si addentra nella Piana di Gioia Tauro.

Da bambino ho percorso il tratto di strada che collega Rosarno a Polistena (dove sono nato), a piedi assieme a mia nonna Rosa che con un cesto di vimini in equilibrio sulla testa, attraversava gli agrumeti e la campagna per acquistare uova fresche e verdura da rivendere al mercato, la sua tessera sindacale indicava la numero 4 della Cgil braccianti, arruolata quando raccoglieva le olive a mano e veniva pagata a cottimo, tanto raccogli, tanto hai, qualche litro d’olio da rivendere, con i caporali che ti bastonavano se provavi a mettere da parte un pugno di olive.

Vita da schiavi diceva. Sto pensando a lei mentre sto andando al campo di S. Ferdinando, a incontrare Jacob Atta, sindacalista della Cgil. Dentro lo spiazzo, una miriade di baracche di cartone e plastica attorniate da immondizia. Intorno tanta polizia. Vengo controllato insieme alla mia troupe e mi viene raccomandato di non entrare nel campo, per non eccitare gli animi, mi dicono. Mi guardo intorno spaesato, molta desolazione e poco più. Continuo a chiedermi cos’è questo posto di cui tutti hanno paura. Una baraccopoli, un campo raccolta di rifugiati e immigrati, una bidonville di una periferia di una qualsiasi città africana. È tutto questo insieme tecnicamente. I nigri , come vengono chiamati da queste parti, sono molti e affollano il posto. Tutto diventa chiaro, quando cominciano i primi racconti degli amici di Jacob. Nella quasi totalità, in mezzo al fango tra gli scoli del liquame e fuochi d’immondizia, vivono dei braccianti, lavoratori con regolare permesso di soggiorno. Mi urlano nel microfono che sono pagati poco, 1 euro per una cassa di mandarini, 50 centesimi per una di arance e che soprattutto i padroni, da quanto non sentivo questo termine, non pagano i contributi e quindi niente diritti a fine stagione. Niente di nuovo tutto come con mia nonna a inizio Novecento.

In tutta questa zona della Calabria ci sono giovani uomini e donne che quando gli viene permesso lavorano come degli schiavi, che bramano la possibilità di avere una vita dignitosa, farsi una doccia quando tornano sudati dai campi, che cucinano il cibo del loro Paese d’origine e che cantano le loro canzoni intorno al fuoco, parlando dei figli e mogli che vorrebbero rivedere. Persone gentili che parlano inglese o francese, che hanno imparato anche il dialetto calabrese per farsi capire meglio, che vengono ripagati dall’indifferenza e dal disprezzo generale con un cordone di polizia che li tiene sotto controllo in un recinto. Queste persone sono per lo più impaurite e infreddolite, stanche e ammalate, in continua apprensione per la sorte dei loro parenti o delle loro famiglie che vivono in Paesi dove c’è la guerra e aspettano i soldi dall’Italia, per cominciare a camminare, attraversare deserti e mari e potersi ricongiungere ai loro cari in un luogo indefinito del mondo, in questo svincolo dell’autostrada della Salerno Reggio Calabria.

Entro con Jacob nel campo. Mi accorgo con stupore che qui ci sono le macchine di alcuni ragazzotti calabresi, i caporali, che stanno contrattando il poco lavoro del giorno dopo. Io non posso fare il mio lavoro per non eccitare gli animi e i caporali fanno invece indisturbati il loro sporco e illegale. Attraversiamo il campo, c’è il bar e l’alimentare e i gruppi di persone agli angoli che ascoltano la musica dai telefonini, al fondo verso l’uscita c’è lui. Don Roberto, accanto al suo furgoncino posteggiato sotto un albero, sembra abbia mille mani e cento bocche e mille occhi, parla con tutti, si occupa di tutti. Da vicino: è giovane, il suo fisico è piccolo e gracile, parla a bassa voce ed è vestito di nero. È il parroco di S. Ferdinando, che dopo le messe di ordinanza alla parrocchia, sale sul suo furgoncino e viene al campo. Per non essere soffocato dalle centinaia di mani che lo cercano si rifugia nel suo furgoncino e io dietro di lui mi accuccio tra scatole di medicine e centinaia di buste contenenti codici fiscali, fogli con richieste di permessi di soggiorno, lettere di avvocati, sentenze di giudici, qua dietro c’è di tutto. Intanto Don Roberto si attarda ai vetri laterali scorrevoli e con infinita pazienza affronta tutti i casi che gli vengono sottoposti. È insieme, medico, avvocato, giudice, amministratore locale, prete e assistente sociale e infine funzionario dello stato. Mi racconta la storia di tutti quelli che si affacciano, qualcuno di loro mi fa vedere le foto dei figli sul telefonino, lui conosce la storia di ognuno. Poi chiude bottega, si mette al volante e lentamente attraversiamo tutto il campo. “Di queste persone non gliene importa niente a nessuno. Ho visto passare tutti da qui, dalla Caritas a Emergency, nessuno è stato capace di fare niente. Tutti si occupano del loro orticello, nessuno di questo piccolo mondo di disperati”. Intanto qualcuno ci blocca in mezzo alla strada, un uomo si deve far medicare un dito, Don Roberto leva la garza piena di sangue e pus, poi ripulisce e disinfetta una ferita a un dito, piuttosto profonda. Poi allunga un antidolorifico. Un altro ne approfitta per sapere se può avere un sonnifero. Perché non vanno all’ospedale? chiedo. Si fanno male sul lavoro e non vogliono perdere la giornata, non possono tornare a casa senza niente. L’ospedale è lontano e bisogna andarci a piedi, e quindi vengono da me a farsi curare, prima di buttarsi su un materasso per terra.

Il prefetto dice che quelli come lui creano false speranze, il vescovo lo ignora, qualche poliziotto lo minaccia dandogli la colpa di quel che succede qui. Io invece penso che tutto questo enorme baraccone che si muove intorno a queste persone non serva a niente: sarebbe meglio aprire un presidio medico, la posta, e uno sportello per le pratiche burocratiche. “Ma a me comunque non m’importa nient’altro che venire tutti i giorni al campo a dare una mano”. E basta? Dico io. Sì e continua, io voglio andare in Paradiso e uscire da questo Inferno. Mi sembra una risposta che ha un senso. Sorrido e saluto. Torno verso Polistena, e in questo viaggio di ritorno verso casa, non riconosco niente della mia infanzia, la mutazione è totale, la modernità ha completamente cancellato la storia, le facce sono uguali a quelle di tutti, i tatuaggi sono i soliti, i vestiti, i capelli, le smorfie rendono tutti uguali è il reality che è diventato vita, storia. Polistena è diventato il posto della movida della Piana, tutte le sere migliaia di persone mangiano, bevono e si dedicano a ogni tipo di stupefacente, per divertirsi e dimenticare che ormai non esistono più. Nella navata centrale della chiesa Matrice, Don Pino De Masi mi dice che è appena tornato da Vibo Valentia dove aveva partecipato alla commemorazione di un altro assassinio di ’ndrangheta. Guardo a lungo la fonte battesimale, dove mia madre mi ha raccontato ero stato portato di corsa appena nato, perché non riuscivo a respirare, al contatto con l’acqua benedetta cominciai a piangere e i miei polmoni cominciarono a funzionare. E tutti gridarono al miracolo.

“Era un povero ragazzo veramente sfortunato, un anno e mezzo fa aveva chiamato il 118 perché aveva dolori addominali e non riusciva a mangiare, ma non gli avevano creduto. Io l’ho portato in ospedale alle 4 del mattino e lo hanno dovuto operare urgentemente di ulcera perforata. E l’ha scampata, poi altre due volte ha avuto problemi con la sua baracca. Ora i ragazzi andavano a prendere delle lamiere in una fabbrica abbandonata, oltretutto sotto sequestro. I ragazzi l’avevano scoperta e a turno erano andati a prendere lamiere per rinforzare la baracca. Questa volta gli hanno sparato”. È Don Roberto che racconta come è morto Soumayla Sacko. Ucciso da un colpo di fucile alla testa, a S. Calogero nel Vibonese, mentre si appropriava di un pezzo di lamiera. Noi condannati a morte nel vostro quieto vivere cantavano i Negazione nel 1985. Riposa in pace Soumayla Sacko. Uno di noi.

La produzione industriale frena più del previsto: -1,2%

L’Italia delle fabbriche segna una battuta d’arresto ad aprile. L’Istat registra un calo della produzione dell’1,2% rispetto a marzo e un aumento dell’1,9% rispetto al 2017. È il tasso di crescita più basso dell’ultimo anno. Il segno meno ad aprile era atteso da molti analisti, ma non in questa entità e rischia di indebolire la crescita del Pil nel secondo trimestre. A meno di un rimbalzo “spettacolare”, osserva il senior economist di Intesa Sanpaolo, Paolo Mameli, “difficilmente la produzione registrerà un incremento significativo nel trimestre in corso” così è “concreto” il rischio di un rallentamento del Pil dopo il +0,3% dell’ultimo trimestre. Segnali di un possibile raffreddamento dell’economia reale hanno iniziato ad accumularsi nelle ultime settimane. Prima c’è stata la caduta della fiducia di imprese e famiglie rilevata dall’Istat per maggio, poi i dati sulla disoccupazione, ferma all’11,2% ad aprile, e quelli sul commercio, diminuito del 4,6% quel mese rispetto all’anno precedente. L’istituto di statistica aveva suonato il campanello di allarme nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia prevedendo “una fase di rallentamento dei ritmi produttivi” nei prossimi mesi.

La prima di Nava: fuori la politica da Consob

Milano

Per il suo debutto ufficiale, il presidente della Consob Mario Nava ha voluto subito sottolineare l’autonomia dalla politica della commissione che vigila sui mercati finanziari: “Il rispetto dell’indipendenza della Consob e il rispetto dei delicati meccanismi di mercato da parte di tutti gli operatori di mercato e di tutti i decisori politici è essenziale per la stabilità e la prosperità economica del Paese”.

Non sempre, in verità, la Consob è stata autonoma dalla politica. Ma ieri Nava, intervenendo davanti alla comunità finanziaria riunita nella sede della Borsa di Milano per quello che è stato chiamato il “Consob day”, ha voluto ricordare che “tutte le democrazie liberali si fondano su due pilastri: le istituzioni che dipendono dal voto dei cittadini e le istituzioni indipendenti”. Fra queste, Consob e Bankitalia, che “costituiscono il meccanismo di pesi e contrappesi essenziale al buon funzionamento delle nostre democrazie di mercato”. Per il suo settennato alla guida della commissione, Nava annuncia una “vigilanza proattiva”, cioè “che vuole anticipare e orientare”.

Gli è stato chiesto in conferenza stampa se la Consob si stia muovendo a proposito degli effetti sui mercati provocati dalla pubblicazione di una bozza di contratto di governo tra Lega e Movimento 5 Stelle che conteneva toni anti-euro poi cancellati nella versione definitiva: “Abbiamo visto la notizia di stampa”, ha risposto Nava, “e stiamo guardando come procedere. Non posso dire nulla di più”.

Quanto alle eventuali, prossime speculazioni contro i nostri titoli di Stato, Nava ha comunicato che la Consob è già al lavoro: “Le posizioni ribassiste vengono monitorate ogni giorno”. Cioè la commissione tiene d’occhio chi “scommette” sul calo dei titoli. Ma è più difficile farlo per i titoli di Stato, perché la soglia d’attenzione in questo caso è dello 0,5 per cento: molto alta, essendo calcolata su uno stock totale di 2.300 miliardi di debito. L’abbassamento della soglia è oggetto di “discussione con Banca d’Italia e ministero dell’Economia e delle finanze, poi bisogna portarla all’Esma” (cioè la Consob dell’Unione europea, ndr) e alla Commissione europea.

Tante polemiche sui ritardi degli interventi delle Autorità di controllo sono superate d’un balzo dicendo che “bisogna riconquistare la fiducia” dei risparmiatori, sapendo però che “la tutela pubblica del risparmio non può significare l’azzeramento del rischio di investimento. La regola numero uno della finanza è ‘no risk, no return’, se non c’è rischio, non ci può essere rendimento”. D’altra parte, gli italiani sono poco informati e preparati: “Il risparmio è diverso dall’investimento” e “la maggior parte degli italiani non ha un piano finanziario, né legge l’informativa finanziaria, e quasi il 40 per cento investe senza comprendere”. Insomma: chi perde i soldi ha le sue colpe, dice il nuovo presidente dell’Autorità che dovrebbe tutelare gli investitori. “La ricerca economica dimostra che non c’è peggior investitore di colui che non sa di non sapere”.

E l’euro? Alla domanda sulla possibile uscita dell’Italia dalla moneta europea, Nava risponde con tono rassicurante: “Il risparmio degli italiani è espresso in euro e per me non c’è nessunissimo dubbio che l’euro è rock solid”, ossia saldo come una roccia.

Alitalia, i vertici esultano. Ma i piloti ora fuggono via

Per i piloti l’Alitalia non è più madre, ma matrigna. E quindi scappano fidandosi poco dell’ottimismo profuso dai commissari straordinari, pronti e enfatizzare ogni refolo positivo come i ricavi da traffico passeggeri in crescita a maggio (+7,6% rispetto allo stesso mese del 2017) e le buone previsioni per giugno. I piloti si spostano ovunque trovino un posto alla cloche, e in questo momento di boom mondiale dei voli, non devono faticare troppo per trovarlo. Da Easyjet a Volotea, da Wizzair a Ryanair a Cargolux, decine di compagnie sono pronte ad accoglierli. Pur di voltare le spalle alla vecchia casa madre italiana, alcuni giorni fa un comandante di Boeing 777 ha scelto di volare per Air Ethiopian, compagnia che non brilla nel firmamento dell’aviazione. Il calcolo più attendibile dell’esodo è stato fatto dai comandanti Franco Zorzo e Leonardo Galiotto, presidenti di due neonate organizzazioni professionali gemelle, Navaid (Associazione nazionale del personale navigante), e Naca (Rappresentanza dei piloti Alitalia).

Secondo queste fonti, negli ultimi mesi, sono almeno 150, forse 200 su un organico di poco più di 1.400 i piloti fuggiti da Alitalia. Molti sono di City Liner, la compagnia regionale considerata una cayenna, ma se ne sono andati anche moltissimi piloti del medio raggio e perfino comandanti del lungo arrivati a fine carriera e prossimi alla pensione. Ci sono due conferme indirette. La prima proviene dalla stessa Alitalia che trovandosi sguarnita è dovuta ricorrere a reclutamenti in extremis con criteri giudicati dalle associazioni dei piloti e dai sindacati molto sbrigativi e lontani dai metodi severi seguiti per decenni. Nel sito della compagnia sono apparsi annunci per l’assunzione temporanea (12 mesi) di primi ufficiali per Airbus 320 con base a Milano e Roma, ma tra i requisiti minimi richiesti non figura neanche la padronanza dell’italiano come lingua madre. Questa circostanza è stata denunciata all’Alitalia dai sindacati confederali più Ugl e Anpac. In una nota i sindacati ricordano che tra i requisiti diposti dalla normativa aerea per l’assunzione di piloti c’è il “possesso dell’Italian Language Icao Proficiency Level 6 (expert)”, cioè la padronanza dell’italiano come lingua madre. I sindacati rammentano inoltre che in base agli accordi la compagnia non può assumere nuovi piloti a sua totale discrezione, ma “deve attingere in via prioritaria… dal personale attualmente in forza presso Alitalia-City Liner”. Dall’Alitalia fanno sapere che hanno a cuore la formazione dei piloti e per questo stanno riaprendo la scuola che un tempo fu ad Alghero.

La seconda conferma indiretta dell’esodo è la difficoltà che l’azienda sta incontrando per organizzare i turni delle ferie estive dei piloti. Secondo il comandante Galiotto dell’associazione Naca ci sono piloti che devono ancora smaltire le ferie 2017 e per l’anno in corso si sta profilando una ripetizione aggravata dell’inconveniente. In base alle regole aziendali i piloti devono comunicare il piano ferie (30 giorni) entro il 30 settembre per l’anno successivo, compresi i 10 giorni consentiti da giugno a settembre. L’azienda dovrebbe rispondere entro il 30 novembre per le ferie dei mesi tra gennaio e maggio e entro il 30 aprile per quelle estive. Secondo le segnalazioni arrivate al Fatto, Alitalia non rispetterebbe i tempi e quindi i piloti al momento non sanno se e quando potranno godere le ferie.

Sono molti i motivi che spingono i piloti alla fuga. In primis c’è il futuro nebuloso della compagnia. E poi la certezza che non c’è più prospettiva di carriera. L’aspirazione di ogni pilota sarebbe diventare comandante sui voli di lungo raggio e fino a una decina di anni fa questo approdo veniva generalmente raggiunto senza intoppi. Ma dalla privatizzazione voluta da Silvio Berlusconi in poi è saltato tutto e ci sono piloti inchiodati al loro posto anche da 20 anni. I circa 650 che volano sul medio raggio si sentono inoltre maltrattati da turni massacranti, con orari di servizio spropositati rispetto alle ore effettive di volo, quelle che in forza alla politica retributiva perseguita da Alitalia danno corpo alle buste paga.

A Velletri la disfatta per il fratello grillino della ministra Trenta

A Velletri,l’effetto traino del governo Conte non aiuta il candidato del M5S Paolo Trenta, fratello di Elisabetta, neoministro della Difesa. L’aspirante sindaco pentastellato, quando le sezioni scrutinate sono oltre la metà, è ben lontano anche dall’andare al ballottaggio per la guida della città dei Castelli Romani (supera di poco l’11%). Secondo il deputato del Pd, Michele Anzaldi, il risultato è una punizione inflitta dagli elettori Cinque Stelle, e twitta: “Il candidato sindaco M5s, fratello della neoministra della Difesa finisce fuori da ballottaggio e arriva addirittura quarto. Conosciuto l’incredibile conflitto di interessi portato al Ministero, gli elettori hanno punito il Movimento”. Al secondo turno se la vedranno Orlando Pocci, alla guida di una coalizione di centrosinistra ‘allargata’ (con LeU e i civici), in testa sopra il 35%, e Giorgio Greci (FdI, Lega e altri), circa 6 punti sotto. A Velletri è in corsa anche un altro candidato di centrodestra, sostenuto da Forza Italia: Alessandro Priori (quasi all’11%); buona l’affermazione di Paolo Felci di Casapound, che al momento è al 9,20%.

La grande paura azzurra: Forza Italia sta sparendo

La Lega va come un treno, e traina il centrodestra, mentre Forza Italia sprofonda sempre più, cannibalizzata da Matteo Salvini. Questo, in estrema sintesi, il dato politico di questo primo turno delle amministrative per quanto riguarda il centrodestra, che in generale va bene anche grazie al fallimento del M5S e alla tenuta senza gloria del Pd. Salvini può dirsi soddisfatto sia per il successo nei confronti dei pentastellati sia per quello, tutto interno, su Silvio Berlusconi.

Perché se è vero che il centrodestra a livello nazionale si attesta al 37,6% e al 43,1% nel Nord, è soprattutto merito del Carroccio, che aumenta a dismisura i voti sopra il Po e nell’Italia centrale, specialmente nelle roccaforti rosse. Forza Italia dà filo da torcere alla Lega solo al Sud, come a Brindisi e Catania. Ma alcuni distacchi sono impressionanti: a Pisa, col centrodestra in vantaggio, la Lega è al 24% e FI al 3,5; a Sondrio, Lega al 15 e FI al 3; a Terni, Lega al 29 e FI al 9,5; a Treviso e Vicenza, città conquistate al primo turno, Carroccio a 19,4 e 15, azzurri al 3,6 e 5,2.

Per questo tra gli azzurri si evidenzia il successo della coalizione, senza scendere troppo nel dettaglio. “Il centrodestra unito si conferma la formula vincente”, twitta Mariastella Gelmini. “Siamo l’unica coalizione che può dare stabilità e governabilità”, osserva Maurizio Gasparri. “Il centrodestra è in ottima salute”, afferma Giovanni Toti. L’umore delle truppe, però, non si risolleva col buon risultato di un’alleanza a metà, che non prevede il governo nazionale. Anche se alcuni ce la mettono tutta a pensare positivo. “Questo turno amministrativo dimostra che la coalizione c’è ancora, che Forza Italia non è morta e che i suoi voti sono spalmati su tutto il territorio. Il voto, inoltre, ci restituisce un quadro sostanzialmente bipolare, visto che i 5 Stelle si sono dimostrati ultronei, non pervenuti”, osserva Giorgio Mulè.

Detto questo, le percentuali sono quel che sono. E nemmeno la svolta di rinnovamento annunciata da Silvio Berlusconi riesce a risollevare il morale, ma semmai mette in fibrillazione i big.

Dalle pagine del Corriere, infatti, il leader annuncia “l’apertura di una stagione nuova”, spiegando che “al mio fianco avrò un vicepresidente, un comitato esecutivo, un coordinatore nazionale e una consulta del presidente”. L’idea della svolta è maturata dopo il 4 marzo. “I tempi della politica hanno imposto un’accelerazione. Dobbiamo muoverci”, sottolinea Mulè. In altre stanze del partito l’annuncio non provoca eccessivi entusiasmi. “Quante volte negli ultimi anni abbiamo sentito Berlusconi annunciare cose del genere? Ma poi…? Ora è una scelta obbligata, se stiamo fermi moriamo, non teniamo più nemmeno quell’8% che serve a far rieleggere i fedelissimi. Ci vorrebbe un coordinatore vero, alla Scajola, mentre, per nemesi, Scajola ce l’abbiamo pure contro”, ragiona un forzista che vuole restare anonimo.

Giorgia Meloni, intanto, esulta per il risultato di FdI e Salvini gongola: “Siamo andati forte e abbiamo guidato la coalizione. Spero che anche gli alleati godano di buona salute”, dice. E, se annuncia che non ci saranno apparentamenti col M5S, nei ballottaggi è a quei voti che punta: “Faremo un appello agli elettori”, sottolinea il ministro dell’Interno. E c’è da credergli.

Ecco perché Salvini ha vinto anche se ha torto (ma perderà)

Ecco perché Matteo Salvini ha ragione anche se ha torto. Salvini ha ragione perché l’Unione europea, e gli altri Paesi che ne fanno parte, con i loro costanti “me ne fotto” alle ripetute richieste di aiuto dell’Italia sulla questione migranti gli hanno regalato una campagna elettorale coi fiocchi. Anzi, per mostrarsi un minimo riconoscente il leader leghista dovrebbe ora spedire a Bruxelles un bel mazzo di fiori. Infatti, se l’Europa non si fosse mostrata così stupidamente sorda e insensibile, lasciandoci affogare in un mare avete capito di cosa (come riconosciuto dalla stessa Merkel, purtroppo a babbo morto) Salvini, probabilmente, si sarebbe dovuto trovare un lavoro onesto. Invece che impazzare dal Viminale a colpi di diktat, bloccando navi e chiudendo porti come giocasse a Risiko.

Salvini ha ragione perché con il fiuto volpino che gli va riconosciuto ha scelto il giorno giusto (una domenica elettorale), la nave giusta (una Ong con bandiera di Gibilterra) e il nemico giusto (la minuscola e chiacchierata Malta) per sferrare l’attacco. Al grido di “spezzeremo le reni a La Valletta” oggi canta vittoria.

Salvini ha ragione perché dichiarando guerra a 629 africani in balia delle onde è diventato l’eroe di un altro pezzo d’Italia, che si aggiunge a quello che lo vorrebbe già proclamare duce. Come dimostra l’ulteriore avanzata del Carroccio nelle Amministrative di domenica.

Salvini ha ragione perché con l’editto del 10 giugno ha dimostrato chi comanda davvero nel governo gialloverde testé inaugurato. Fedele alla massima del prima meno e poi discuto, solo dopo aver comunicato al mondo le decisioni prese le ha trasmesse al ministro delle Infrastrutture grillino, Danilo Toninelli, competente per i porti. Dopodiché, con gesto di squisita cortesia, ne ha messo al corrente il collega vice Luigi Di Maio. Dicono i maligni che il premier (?) Giuseppe Conte abbia appreso la notizia dai tg.

Salvini ha torto perché la sua è una vittoria di Pirro. Sul problema immigrati, l’Ue continuerà tranquillamente a fottersene perché non c’è un solo Paese, tra i 27, che voglia seriamente accollarsi una minima parte del peso che da sempre ricade sull’Italia. Per ragioni geografiche: siamo l’approdo naturale per chi parte dalle coste africane. E per demerito dei leghisti predecessori di Salvini che firmarono gli sciagurati accordi di Dublino sul Paese di prima accoglienza che si becca tutto il cucuzzaro.

Salvini ha torto perché oggi ha trovato il premier spagnolo, il socialista Pedro Sánchez disposto ad accogliere i profughi dell’Aquarius. Un atto definito di “buon cuore” dal medesimo Salvini, ma piuttosto umiliante per il nostro Sparafucile. Senza contare che nella stagione estiva degli sbarchi, di navi Aquarius ne arriveranno chissà quante. E allora il ministro degli Interni dovrà decidere se lasciarle alla deriva, attirandosi e attirando al governo le accuse più infamanti di disprezzo per la vita umana. Oppure cuccarsi in silenzio gli sbarchi.

Salvini ha torto perché dopo aver tenuto in ostaggio per un’intera giornata 629 persone, tra cui numerosi bambini e alcune partorienti, la sua immagine è già irrimediabilmente macchiata. L’obbligo della salvezza in mare è una legge universale a cui per nessuna cinica ragion di Stato si può derogare.

Salvini ha torto perché, dopo il trattamento subito, nel M5S crescono i malumori per un’alleanza di fatto sbilanciata dal protagonismo dal socio di minoranza. Senza contare l’emergere nel Movimento di sensibilità diverse rispetto alla politica dei negher fora di ball. Come dimostra l’annuncio dell’apertura del porto di Livorno (poi ritirato) del sindaco grillino Nogarin. E il viaggio del presidente della Camera Roberto Fico andato nella bidonville di San Ferdinando a portare le condoglianze dello Stato ai compagni del sindacalista di colore Sacko ucciso a fucilate.

Salvini, infine, ha torto perché a quella grande massa di voti raccolti seminando rabbia e protesta contro i migranti presto o tardi dovrà dare una risposta assai concreta. Perché quegli stessi elettori, disposti ad applaudire i suoi spottoni, si aspettano poi che ne rispedisca a casa (come promesso) cinquecentomila. Vasto programma.