Ivrea, il Movimento solo quarto nella città dei Casaleggio

Niente ballottaggio perfino nella Ivrea dei convegni di Davide Casaleggio. Nel difficile turno elettorale di domenica, il M5S ha pagato dazio anche nella città piemontese che era la sede della Olivetti, azienda per cui ha lavorato Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del Movimento. E non a caso da qualche anno il figlio Davide vi tiene i convegni dell’associazione dedicata al padre e di Rousseau, l’associazione che prende il nome dall’omonima piattaforma web, ormai il cuore operativo del Movimento. Però tutto questo non è bastato per tenere in partita il M5S, solamente quarto con il suo candidato Massimo Fresc, fermo al 13,5 per cento. E così al ballottaggio se la giocheranno centrosinistra, che guida il Comune da decenni, e centrodestra. Ma per il Movimento arrivano brutte notizie da Orbassano, altro Comune del Torinese ed ex roccaforte rossa, dove i 5Stelle sono arrivati terzi con il 17,7 per cento. Ergo, potrebbero essere decisivi nel secondo turno, magari sostenendo la Lega, con cui tira aria di accordo in diverse città d’Italia.

Il Pd è ancora vivo: perde, ma non tracolla

La vittoria netta a Brescia, la sconfitta nella roccaforte di Terni e il ballottaggio in una delle città simbolo, Imola, danno la misura di come sia andata questa tornata elettorale per il Pd. Perde, ma non tracolla: il dato delle prime Amministrative dopo la débâcle del 4 marzo fa registrare un risultato meno negativo di quello temuto al Nazareno. “I dati sono incoraggianti perché rivelano come ci siano tante persone pronte a dare ancora fiducia al centrosinistra e al Pd”. Il commento alle Amministrative di Maurizio Martina, reggente dem, arriva durante una conferenza stampa convocata al partito quando è già pomeriggio.

L’atmosfera che si respira è una via di mezzo tra il sollievo e l’incredulità. Il centrosinistra mostra un tracollo rispetto alle comunali del 2013 (dal 41,7% del 2013 al 24,4% di domenica secondo Youtrend), ma in risalita rispetto al risultato negativo delle Politiche, sempre al netto della difficile comparabilità dei dati nel tempo e tra diverse elezioni.

Il Pd amministrava in 15 dei 20 capoluoghi di provincia al voto. Vince solo a Brescia e Trapani. Va al ballottaggio (col centrodestra) in vantaggio a Massa, Siena, Ancona e Avellino (trainato dalle civiche). Va al ballottaggio da secondo rispetto al centrodestra a Pisa, Teramo, Brindisi, Sondrio. Al ballottaggio con i Cinque Stelle a Imola. Perde Catania, Terni, Vicenza, Treviso, Viterbo.

La vittoria più netta è quella di Brescia. Il sindaco uscente Emilio Del Bono vince al primo turno col 53,86% delle preferenze appoggiato dal Pd che sfiora il 35%. Segue l’azzurra Paola Villardi che si è fermata al 38,1% confermando la tendenza al rialzo della Lega (al 24,17%) nel centrodestra (che avrebbe voluto presentare un candidato suo) e le difficoltà di Forza Italia (al 7,56%). La compattezza della coalizione e la buona amministrazione vengono considerati in casa dem i motivi della vittoria. Non a caso, i complimenti per Delbono si sprecano.

Il Pd vince anche a Trapani: Giacomo Tranchida asfalta tutti col 70%. Ma sparisce il simbolo del Pd e sono 7 le liste in suo sostegno. Scende in campo per lui anche l’attuale assessore della giunta Musumeci Mimmo Turano, con la lista Trapani Tua.

A Terni il Pd passa da 17477 a 6336 voti. Nella città umbra la crisi economica pesa più che altrove, con le acciaierie in costante affanno: la giunta dem di Leopoldo Di Girolamo crollata con un anno di anticipo. Finita pure l’era del sindaco Enzo Bianco a Catania, mentre per la prima volta il Pd è costretto al ballottaggio a Imola: Carmen Cappello, la candidata voluta dall’ex sindaco Manca, ora senatore, si è fermata al 42%. Il 24 giugno se la vedrà con Manuela Sangiorgi del Movimento 5 Stelle, che ha preso il 29,2%.

Tra i ballottaggi a rischio, quello delle roccaforti rosse. A Siena tra Bruno Valentini, che prende il 27,4%, e Luigi De Mossi del centrodestra, che raggiunge il 24,2%. Per la poltrona di Massa, il candidato dem Alessandro Volpi con il 33,9% sfida Francesco Persiani del centrodestra, che arriva al 28,02%, e quello di Pisa, dove Michele Conti (centrodestra) col 33,4% arriva al ballotttaggio davanti al dem Andrea Serfogli (32,2%).

Ad Ancona risultato buono: la sindaca uscente, Valeria Mancinelli va al ballottaggio con il 48% dei consensi contro Stefano Tombolini del centrodestra al 28,4% (sarà sostenuto anche dal Movimento). Infine, il Pd canta vittoria per il fatto che i 5 Stelle restano fuori dai ballottaggi per i 2 municipi di Roma al voto domenica. Gentiloni sintetizza: “Il Pd deve cambiare da cima a fondo, ma la notizia della sua morte era fortemente esagerata. C’è bisogno di alternativa”.

L’amaro risveglio dei 5 Stelle: “Basta candidati sconosciuti”

Ai dominatori del 4 marzo è andata male. Perché le Amministrative non sono il loro campo di gioco, d’accordo. Ma anche perché il Movimento si è fatto male da solo. Con i suoi candidati spesso “inadeguati” come ammettono dal M5S, non testati da una struttura nazionale già troppo sottile e ora sfibrata e distratta. E perché la regola del doppio mandato, che ha spinto a bordo campo i veterani, è come una pietra al collo.

Eccoli, i nodi dietro allo scivolone nelle urne dei Cinque Stelle, che andranno al ballottaggio solo in otto Comuni, e solamente in tre partiranno in vantaggio. Mentre se si spulciano le percentuali, si scopre che il M5S nei Comuni sopra i 15 mila abitanti (quelli dove è previsto il secondo turno) ha preso una media dell’11 per cento. Numeri su cui incide, e parecchio, l’intransigenza del Movimento che non fa accordi elettorali, neppure con liste civiche.

Però c’è comunque poco da sorridere per il Luigi Di Maio che ieri su Facebook ha protestato: “Ogni volta che ci sono delle elezioni amministrative i media raccontano che siamo in affanno e che rispetto alle Politiche è andata male. Ma è una lettura che si è sempre rivelata falsa”. Non pago, il capo politico azzarda: “I risultati hanno dimostrato che Davide vince contro Golia”. Però Davide, cioè il Movimento, le ha prese. Anche nella Sicilia dove il 4 marzo il Movimento aveva vinto in tutti i 28 collegi uninominali. Invece ieri ha agguantato il ballottaggio solo a Ragusa, dove governa, e ad Acireale (Catania), dove partirà molto dietro. Perfino nella piccola Priolo (Siracusa), dove alle Politiche aveva sfondato il 71 per cento, si è fermato al 16 per cento. E poi c’è la disfatta di Roma. La città della sindaca Virginia Raggi, dove in due Municipi che pure amministrava, III e VIII, il Movimento non è riuscito ad andare neppure al secondo turno. Abbastanza per spingere la sindaca a fare pubblica ammenda: “Ripartiamo dal territorio, i cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti”. E non a caso i consiglieri comunali nelle chat invocano la testa dei tre assessori competenti, Pinuccia Montanari, Margherita Gatta e Linda Meleo. Insomma, tira aria di rimpasto, con la Meleo che pare la più in bilico.

E di certo pesa il tweet di Roberta Lombardi, capogruppo in Regione del M5S e avversaria della sindaca (con cui era in tregua da mesi): “Vola in alto con la testa e stai con i piedi a terra. E sui nostri territori, Roma in primis. Ripartiamo da un nuovo staff per gli enti locali e i gruppi territoriali #merito”. Sillabe che fanno rima con quelle della deputata Carla Ruocco: “Decisioni e incarichi di governo più vicini ai territori. Valorizziamo le competenze come diceva Gianroberto Casaleggio”. E nei due tweet non c’è solo la critica alla sindaca. C’è anche e soprattutto l’invito al capo Di Maio a dotare il Movimento di una vera struttura per gli enti locali. E a non calare dall’alto i candidati, investendo invece su attivisti di provata fede. Ma sul tavolo torna anche il tema del limite dei due mandati. Perché ieri tra i 5Stelle osservavano: “Nei tre Comuni dove siamo andati meglio, Pomezia (Roma), Ragusa e Assemini (Cagliari), abbiamo candidato i presidenti uscenti dei Consigli comunali”. Ovvero, personaggi conosciuti sul territorio.

Dove invece la regola dei due mandati ha imposto lo stop ai consiglieri uscenti, bagno di sangue. Ergo, “dovremmo avere il coraggio di ripensare la regola almeno a livello locale”. Ipotesi a cui un anno fa aveva aperto lo stesso Beppe Grillo, salvo poi rallentare. Intanto ai piani alti si consolano con il secondo turno afferrato a Terni e soprattutto a Imola, anche in questo caso con una consigliera uscente. “Imola va al ballottaggio per la prima volta nella sua storia” rivendica Max Bugani, capogruppo a Bologna e membro dell’associazione Rousseau. Che non chiude affatto a un appoggio della Lega nel secondo turno: “Un passo alla volta, ma è facile immaginare una convergenza”. Ed è un altro totem, o tabù, che vacilla.

Sgarbi di nuovo sindaco: vince a Sutri e promette “più luce”

Oltre a essere deputato di Forza Italia, da ieri Vittorio Sgarbi è sindaco, di nuovo, di un paese in provincia di Viterbo. Il critico d’arte è stato eletto a Sutri con il 58,79% delle preferenze, pari a 2.207 voti, precedendo l’esponente della Lista Civica Sutri, Luigi Di Mauro, che si è fermato al 41,20% (1.547 voti). Questo il primo commento, al soluto ironico, di Sgarbi: “Sono l’unico uomo che è stato sindaco di tre Comuni: San Severino, Salemi e ora Sutri, tutti con in comune una cosa: iniziano con lettera S”. Il primo impegno del sindaco-onorevole-critico: assicura che resterà i primi cento giorni: “Certo che resto, Sutri è la Capitale della Tuscia e la prima cosa che farò riguarda l’illuminazione. Voglio dare luce a Sutri. Ora c’è una luce tristissima, ne voglio una chiara, limpida e luminosa, di quelle che si trovano nei luoghi più belli”. Da sindaco di Sutri celebrerà le Unioni civili? “Solo quelle. Io sono contrario al matrimonio…”. A chi darebbe la cittadinanza onoraria di Sutri? “Al mio nuovo amico Luigi Di Maio”. Prenderà una casa a Sutri? “No, sono solo 33 km da Roma”.

Ritornano il Partito del Cemento e Scajola: va in crisi il modello Toti

Il ballottaggio che viene dal passato. Tra due settimane i cittadini di Imperia troveranno sulla scheda gli stessi nomi che dominavano la città quindici anni fa: Claudio Scajola, trionfatore di questo primo turno con il 35,6%, contro il suo ex delfino, Luca Lanteri (29). Il settantenne ex-ministro, dopo mesi a fare campagna scorrazzando in scooter, ieri sfoggiava un piglio da ragazzino: “È la fine della patacca del modello Toti”. Il più giovane sfidante pareva un pugile ammaccato: “Pensavo di andare al ballottaggio, ma non con questo risultato”.

Un vincitore, comunque, c’è già: il partito del cemento. Che qui a Imperia e nella vicina Alassio stravolse il Ponente ligure. A cominciare dal gigantesco porto, un fallimento a cielo aperto: scheletri di cemento alti lungo la costa e, ai piedi del centro storico, moli lunghi chilometri ancora mezzi vuoti. Protagonisti di quella stagione furono proprio Scajola – che rivendica la paternità di quel progetto e giura di poterlo rilanciare – e Lanteri, che in campagna elettorale ha cercato di glissare. “Se il Pd al ballottaggio confluirà su Scajola, il gioco per l’ex ministro sarà fatto”, è convinto Claudio Porchia, oggi uno dei più attenti commentatori delle cose imperiesi. Aggiunge: “Se c’è una cosa che accomuna gli schieramenti di Scajola e Lanteri, è il cemento”.

Che errore madornale è stato credere che la rete di potere di “u ministru” – come lo chiamano ancora – fosse smantellata! A cominciare dal giovane nipote, tutt’altra tempra politica, che ieri ha puntato il dito verso il Carroccio: “Ci è mancata parte della Lega”, ha detto Marco Scajola. Oggi è assessore in Regione con Toti e aveva dato il benservito allo zione. Che non ha gradito: “La scelta di mio nipote mi ha fatto molto male”, sibila Scajola senior.

Il più malconcio è il governatore Giovanni Toti. Lui che – per meriti politici e per un buon fattore C – dopo la Liguria aveva conquistato Savona, Genova e La Spezia. Il Governatore che sognava Roma e si ritrova con i piedi d’argilla. Ancora Porchia: “I candidati anti-scajoliani di Toti hanno perso anche a Vallecrosia, Bordighera e Alassio”. Dove ha dominato un altro scajoliano di ferro, quel Marco Melgrati già sindaco nella stagione del mattone che cambiò il panorama della cittadina. Indietro tutta.

Toti non sa più dove aggrapparsi: arretra in Liguria, mentre a Roma si sfalda la maggioranza che lo sostiene in Regione. Non basterà il compagno di cene Matteo Salvini per tenerlo in piedi se l’asse Lega-M5S manderà in frantumi il centrodestra. Del resto, dopo tre anni, i risultati della Giunta non sembrano straordinari: certo, i tappeti rossi, decine di chilometri di passatoie sparse in mezza Liguria e costate centinaia di migliaia di euro. Ma poi? Una demolizione della sanità pubblica che spalanca le porte ai soliti privati e preoccupa molto i liguri.

Magro anche il bottino M5S: in alcuni Comuni non si sono presentati. Dove lo hanno fatto – vedi Imperia – hanno portato a casa risultati a una cifra: 6%. Alle politiche da anni sono il primo partito, ma poi, quando si tratta di individuare candidati forti, non hanno mai vinto. E il prossimo anno si vota in due Comuni chiave: Ventimiglia e Sanremo, con i loro problemi di crisi, infiltrazioni mafiose e ancora di cemento. Scajola prepara lo scooter.

Sorpresa: torna il centrodestra (ma è verdissimo), si salva il Pd

Il primo turno delle Amministrative – che si è concluso domenica – conferma quello che era già emerso alle ultime consultazioni locali: il centrodestra è la coalizione spesso vincente, ma ormai la Lega ha reso gli alleati di Forza Italia e Fratelli d’Italia quasi marginali.

Analizzando il voto nei 20 capoluoghi, il centrodestra va al ballottaggio in 11 Comuni, tra cui Ragusa dove però il candidato è un esponente della destra e di FdI. Nei restanti, 7 vedono in vantaggio il centrosinistra e una lista civica, quella di Scajola a Imperia.

Fra i capoluoghi, inoltre, 4 sono stati assegnati al centrodestra (Barletta, Treviso, Vicenza e Catania), e 2 al centrosinistra (Brescia e Trapani). Il quadro non cambia di molto nei Comuni superiori ai 15.000 abitanti: in media è la Lega a imporsi con il 15,3% dei voti, rispetto al 5,8% di Forza Italia.

Diversa, sempre nei Comuni non capoluogo, è la situazione per gli avversari, ovvero centrosinistra e Movimento 5 Stelle. Il centrosinistra ha tentato di attutire il colpo per la perdita di consensi rispetto alle Politiche del 4 marzo, sebbene perda un numero consistente di Comuni rispetto alle Amministrative precedenti. Il Movimento 5 Stelle, invece, non replica il boom di consensi ottenuto alle Politiche, cosa che peraltro non è mai riuscito a replicare in occasione di elezioni comunali o amministrative, eccezion fatta per quelle Comunali di Roma e Torino del 2016: infatti, nei Comuni superiori ai 15.000 abitanti si ferma intorno al 9,5 per cento, rimanendo spesso fuori dai ballottaggi.

Se si guarda ai risultati singoli, 34 dei 109 Comuni superiori hanno eletto il proprio sindaco già nella giornata di domenica. In particolare, 14 amministrazioni sono andate al centrodestra, 13 a una coalizione civica e 7 al centrosinistra. Nei restanti 75 Comuni si giocherà la partita decisiva al ballottaggio, quindi tra due settimane.

In questa nuova tornata, in 29 Comuni sarà il centrodestra a partire in vantaggio, mentre il centrosinistra sarà avanti in 20 comuni. Al Movimento 5 Stelle spetterà il vantaggio in sole 3 amministrazioni.

Il dato più indicativo sulla rinnovata supremazia del centrodestra è che la coalizione raggiunge il secondo turno in 57 occasioni contro le 40 del centrosinistra; amaro il risultato del M5S cui spettano solo 8 ballottaggi. In termini di voti, la coalizione di centrodestra si consacra come la più forte: ottiene infatti il 37,6% dei voti a livello nazionale nei 109 comuni, contro il 24,4% del centrosinistra e l’11% del Movimento 5 Stelle. Se si prendein considerazione l’area geografica, il risultato è ancora più netto. Al Nord, infatti, la coalizione di Salvini e alleati non ha rivali, conquistando il 43% dei voti. Il centrosinistra resiste solo nelle “zone rosse”, dove resta prima coalizione con il 32,8% dei voti. Tracciando, infine, una panoramica di questa prima tornata, e confrontando i numeri con quelli delle precedenti amministrative, l’alleanza Lega-FI-FdI riesce a vincere 10 Comuni in più al primo turno (14 contro 4).

Al contrario, il centrosinistra ne perde 11 (7 contro 18). Cala infine il numero dei comuni che vanno al ballottaggio: 75 contro gli 81 delle scorse Comunali. Per quanto riguarda il centrosinistra, alle scorse elezioni fu prima coalizione in 56 Comuni contro i 24 del centrodestra e il solo del Movimento; il risultato oggi si ribalta totalmente: è infatti il centrodestra a essere primo in 43 Comuni contro i 27 del centrosinistra. Il Movimento 5 Stelle, invece, vanta un primato in soli 3 Comuni. In vista dei ballottaggi, Salvini ha dichiarato che con i Cinque Stelle “non ci sarà nessun apparentamento ufficiale. Faremo appello ai cittadini nei Comuni in cui siamo al ballottaggio. Laddove siamo fuori, daremo indicazioni per il governo del cambiamento. Non daremo altre indicazioni”, rimandando, tra le righe, a un’alleanza fra le due forze politiche.

Fondi per i trasporti in Umbria, processo per Mazzoncini

Nei passaggi che portarono all’erogazione di poco meno di 6 milioni di euro di contributi statali alla Regione Umbria (nel maggio del 2016) destinati al servizio di mobilità locale si configurerebbe una truffa. È l’ipotesi per la quale ieri il gup di Perugia ha rinviato a giudizio gli allora vertici di Umbria mobilità e l’amministratore delegato di Busitalia, Renato Mazzoncini, che attualmente ricopre lo stesso ruolo nelle Ferrovie. Secondo le Fs “non può che essere confermata l’assoluta estraneità ai fatti dell’ad”. L’accusa ha invece ipotizzato “artifizi e raggiri” consistiti nell’inserimento telematico di dati “non riconducibili agli effettivi ricavi di traffico e ai corrispettivi di servizio” maturati nell’anno 2012 da parte di Umbria mobilità Tpl e mobilità spa, nella banca dati dell’Osservatorio Tpl del ministero dei Trasporti. Per l’accusa sarebbero stati così indotti in errore i ministeri eroganti, Trasporti e Tesoro, sull’esistenza dei presupposti di legge per la concessione del contributo in favore della Regione Umbria. Procurando – per l’accusa – un ingiusto profitto di 5 milioni e 996 mila euro. A giudizio anche l’ex ad di Umbria Mobilità, Franco Viola, l’ex presidente della società, Lucio Caporizzi e una dipendente.

Conte: “Sui tempi per ricostruire non ho risposte”

“Sono qui per un gesto di solidarietà, per non farvi sentire abbandonati, non per fare promesse”. E ai giornalisti che lo incalzano sui tempi della ricostruzione dopo il terremoto dice: “Non mi fate domande, non ho le risposte”. Parole che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in maniche di camicie causa l’elevata temperatura, inizia a pronunciare ad Amatrice (che piange le sue 292 vittime) dove arriva a metà mattinata, e ripete ad Accumoli, fino ad Arquata del Tronto, toccando le due regioni colpite dal sisma di due anni fa, Lazio e Marche. Il tema del giorno è la nave Aquarius con a bordo oltre 600 migranti ferma nel Mediterraneo fra Malta e la Sicilia in attesa di conoscere il porto d’approdo, dopo che il ministro degli Interni Salvini e quello dei Trasporti Toninelli hanno detto no all’approdo in Italia. Ai giornalisti che chiedono notizie sugli sviluppi di una vicenda dal volto drammaticamente umano, ad Amatrice risponde: “Seguo gli sviluppi ma su questo non rispondo”. Passano le ore, Conte arriva ad Accumoli e dice che la Spagna ha offerto il porto di Valencia. “Ringrazio il governo spagnolo per la disponibilità e i ministri Salvini e Toninelli per aver mostrato fermezza, il vero problema è la gestione dell’accoglienza, lo affronterò nei prossimi giorni con Macron e la Merkel”.

Ad Accumoli depone una corona di margherite bianche sul monumento alle 11 vittime del sisma dell’agosto 2016, nello spiazzo desolato e assolato che dovrebbe essere la piazza di questo insediamento di circa 170 casette. Prefabbricati dove, ci dicono, d’inverno si muore dal freddo e ora di caldo. Dove le fogne non funzionano, dove mancano i telefoni fissi e un pronto soccorso per le emergenze. “Se un anziano si sente male muore – racconta Roberta Paoloni –. Mia sorella dorme da tempo con la porta aperta perché è rotta. Queste non sono casette di legno prefabbricate ma container adattati a case con il tetto di lamiera”. La nostra comunità è scomparsa” le fa eco Chiara Paluzzi, che ha perduto la casa e il ristorante. Ad attenderlo anche il Vescovo di Rieti, Domenico Pompili, che nel corso dell’Omelia ai funerali di Stato tuonò: “Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo”. Una anziana signora da dietro la rete di recinzione che separa altre casette urla: “Ministro venga a vedere la casa dove vivo, qui si muore dal caldo, venga”. Il premier si avvicina e la invita a pranzo, ma lei insiste: “Salga, le offro il caffè”. Conte percorre di corsa la salita, entra nella sua casa e si intrattiene a parlare con lei qualche minuto, poi riparte alla volta di Arquata del Tronto dove ad attenderlo ci sono i sindaci del cratere della provincia di Ascoli che, non essendo stati invitati, lo attendono con la fascia tricolore. Il primo cittadino di Comunanza, Alvaro Cesaroni, gli consegna una lettera con le istanze dei 150 lavoratori della Whirlpool che rischiano il posto di lavoro. Si avvicina ai giornalisti, tenuti sempre rigorosamente dietro alle sbarre e ripete: “Questa è la mia prima visita in Italia e l’ho voluta dedicare a chi ha tanto sofferto e continua a soffrire, penso soprattutto agli anziani che chiedono di vedere ricostruiti i loro paesi prima di morire. Nessuna promessa mirabolante e annunci roboanti, sono qui come atto di vicinanza”. Poi aggiunge: “Non vi lasceremo soli”. E il nastro sembra riavvolgersi a due anni fa quando quelle stesse parole furono pronunciate dall’allora premier Matteo Renzi. “La ricostruzione sarà lunga e di difficile attuazione e non solo per una questione finanziaria, ma già da domani in aula saremo al lavoro sul decreto terremoto in discussione, nei prossimi giorni, in Parlamento, questo è il primo passaggio fondamentale”, dice Conte. E a chi gli fa presente che il problema sta nella burocrazia il premier spiega: “Conosco bene il problema, non a caso mi ero reso disponibile per la carica di ministro della Deburocratizzazione poi è andata com’è andata”. Alla domanda: se è già stato deciso il nome di chi sostituirà il Commissario straordinario alla ricostruzione, Paola De Micheli, anche lei presente, risponde: “Non sta a me deciderlo. Sono venuto per un gesto doveroso di solidarietà”.

Entra in Chiesa accompagnato dal Vescovo di Ascoli Piceno, Giovanni D’Ercole che poco prima aveva confidato la sua forte preoccupazione per come il ministro degli Interni intende affrontare un tema così sensibile come quello dell’immigrazione: “Non si possono fare promesse in campagna elettorale giurando sul Vangelo e tradirlo una volta eletti, sulla pelle di poveri cristi”. Il sindaco di Arquata del Tronto, Aleandro Petrucci, che con la frazione di Pescara del Tronto ha contato ben 47 morti, chiede notizie sui decreti attuativi e una sanatoria per i piccoli abusi che impediscono la ricostruzione di molte case. Conte non fa altro che ascoltare.

A Carrara Forza Italia difende (da sola) la scelta di governo

Il Consiglio comunale di Carrara, a maggioranza M5s, ha respinto una mozione di sostegno alla politica del governo sugli sbarchi presentata, dopo il caso Aquarius, da un consigliere comunale di Forza Italia.

La mozione, presentata dal consigliere azzurro Lorenzo Lapucci (in foto), invitava “il Consiglio comunale a esprimere soddisfazione e sostegno per l’inversione di tendenza che è stata dimostrata dal Governo Lega-Cinque Stelle, dopo anni di immobilismo sulla politica dell’immigrazione clandestina” e di riconoscere che “tale cambiamento debba essere rappresentato e sostenuto anche a livello locale dall’Amministrazione comunale oltre che dai rappresentanti politici in Regione e dai parlamentari al governo”. La mozione ha ricevuto il solo voto favorevole dello stesso Lapucci e respinta dal resto dell’Assemblea comunale, compresi gli esponenti M5s.

Il responsabile di Fi a Carrara Gianni Musetti prova a trarne un qualche vantaggio politico: “È la dimostrazione che quel partito non ha alcuna idea, e quelle poche che hanno, sono decisamente confuse”.

“Dissi io a Minniti: i porti non si chiudono”

È passato un anno esatto da quando in Italia si è cominciata a ventilare l’ipotesi di chiudere i porti alle navi dei migranti. Era giugno dell’anno scorso quando Marco Minniti, diretto a Washington, dopo uno scalo in Islanda tornava indietro per fronteggiare l’emergenza. Erano le settimane in cui al Viminale si studiava il codice di condotta per i salvataggi da sottoporre alle Ong e si prendevano in considerazione misure estreme per ridurre gli sbarchi. Ieri l’ex ministro dell’Interno ha dichiarato a Repubblica: “Io i porti non li ho chiusi neanche quando in Italia arrivarono in 36 ore 26 navi con 13.500 migranti. Umanità e sicurezza si devono poter conciliare”.

Il punto, però, è che la chiusura dei porti dipende dal ministero delle Infrastrutture. E il codice di navigazione lo permette solo in presenza di gravi problemi di ordine pubblico. L’anno scorso l’allora ministro, Graziano Delrio, era fermamente contrario a questa misura. Una posizione portata avanti per tutta l’estate. “Dissi a Minniti: non c’è bisogno di chiudere i porti, l’ordine pubblico lo preserviamo distribuendo i migranti. Glielo chiarii: io questa cosa non la faccio”, racconta oggi, confermando che la questione era oggetto di discussione e di valutazione. La diversità di approccio alla questione tra Delrio e Minniti, allora, andò avanti per tutta l’estate. Il titolare delle Infrastrutture, ad agosto, quando la Guardia costiera soccorse una nave di Medici senza Frontiere, fece valere le convenzioni internazionali che impongono il salvataggio in mare di chi rischia di morire e il fatto che, appunto, la sala operativa della Guardia costiera deve far intervenire la nave più vicina.

Delrio, che sulla questione ha un intero dossier, nota come, rispetto ad allora, gli sbarchi siano nettamente diminuiti: “Una cosa era sostenere la tesi che ci fosse un problema di ordine pubblico con 180mila sbarchi, una cosa è farlo adesso che sono diminuiti. Ma a parte questo ricordo che abbiamo abbattuto già gli sbarchi con un’azione seria, congiunta con la guardia costiera libica, gli accordi internazionali”. E ancora: “Se si vuole evitare che sbarchino i migranti in Italia non bisogna lasciare in mare 700 persone, questo è contrario a tutti i codici umanitari e di diritto internazionale”. Sulla situazione di queste ore non è secondario il fatto “che i sindaci si stanno offrendo di accoglierli i migranti”.

E poi, c’è un altro punto: “Per chiuderli i porti ci vuole un provvedimento. Per adesso, Salvini lo ha minacciato, ma non lo ha fatto. Certo, può sempre proporre una modifica alla legge come governo, ma per adesso di atto formale, di un testo non c’è traccia”.

La parola che tiene banco nel Pd (che ha anche chiesto al governo di riferire in Parlamento sulla questione) è “propaganda”. Il capogruppo Pd alla Camera prova anche a smontarla: “La grande vittoria di Salvini consiste nel farci isolare sempre di più dagli altri grandi Paesi europei, dalla Tunisia, da Malta e dalla soluzione stabile del problema migratorio. Non è una grande strategia quella per cui la Spagna deve intervenire per evitare una grande catastrofe umanitaria”.