Facce di casta

 

Bocciati

Oscar per il miglior trucco “Se uno perde, significa che errori ne ha fatti, mi dispiace per Matteo Renzi, ma è la politica. Paradossalmente ora tifo questo governo, perchè c’è e deve rilanciare il Sud e creare lavoro”: così parlò Oscar Farinetti, senza nemmeno tagliarsi i baffi per essere meno riconoscibile. “Se voglio ancora bene a Renzi? Certo, io sono uno fedele per natura”: manca il coraggio di chiedersi cosa sarebbe successo se non lo fosse stato. Se nella vita si vogliono evitare i dubbi politici, le incertezze esistenziali, gli essere o non essere che tormentano la vita umana, basta utilizzare il sistema scelto dal fondatore di Eataly ma già brevettato da altri imprenditori: mai resistere alla corrente.

voto 5

 

Promossi

Il brivido della stefetta “Appena insediato come ministro dell’Interno, andai a Tunisi e a Tripoli per stringere accordi e per tessere rapporti con quei governi. Il mio successore, il primo giorno da ministro, ha accusato la Tunisia di esportare galeotti”, “raccomando prudenza nelle parole”. E ancora: “Mi auguro che nessuno ripeta da uomo di governo quello che ha detto in campagna elettorale”: a giudicare dalla preoccupazione con cui Marco Minniti guarda alle prime mosse del suo successore, se avesse i capelli vi infilerebbe senz’altro dentro le mani. Considerando che abbiamo rischiato un incidente diplomatico dopo 24 ore dall’insediamento al Viminale e che, nonostante i panni ministeriali, Matteo Salvini continui a berciare di ‘pacchia’, di Ong che equivarrebbero a ‘vicescafisti’ e d’innumerevoli altre sciocchezze, vogliamo rassicurare Minniti che le mani nei capelli ce le mettiamo noi per lui.

voto 6

Giusti presentimenti “La storia, per quanto sappiamo che si ripeta, in realtà non si ripete mai. Ogni situazione è diversa. I grandi silenzi , il grande disinteresse, la grande indifferenza , quello si ripete. Sono le persone e i fatti ad essere diversi. Ma rivedo l’osceno sospetto di chi fino ad adesso non ha osato e adesso osa”: il fatto che un intervento come quello di Liliana Segre durante la fiducia del governo al Senato, sia suonato non solo opportuno ma addirittura necessario, racconta che certe pulsioni dell’uomo non sono mai del tutto sconfitte, ed è bene vigilare sempre perchè la ragione non permetta a primitivi istinti suprematisti di farla da padroni. L’attualità delle parole di una delle ultime sopravvissute all’Olocausto, raccontano anche che la scelta di Sergio Mattarella di nominarla senatrice a vita non fu solo un simbolo ma anche un’intuizione: che l’esperienza del passato si faccia di carne e d’ossa e venga a far da monito.

voto 10

La speranza nel Prodi-gio Un ispiratissimo Romano Prodi, sempre nomade con la tenda sulle spalle, ma con la lucidità di chi guarda le cose dalla giusta distanza, ha tentato di mostrare al partito democratico come stia nuovamente imboccando la strada sbagliata: “Non si può fare opposizione senza alternativa, questo è il punto. L’alternativa è parte essenziale del sistema democratico”. Che magari, prima o poi, qualcuno si decida a dargli retta.

voto 7

La Settimana Incom

 

N.C.

Mara amara Mara Venier tornerà a essere il volto di “Domenica In”, dopo la disastrosa stagione delle sorelle Parodi. Come lo sappiamo? Lo ha detto proprio lei a Fabio Fazio, domenica scorsa a “Che tempo che fa.” Ecco lo scambio di battute: “Si dice di un tuo ritorno in Rai…”, dice Fazio.
La gente mormora, risponde lei, che ammicca e allude. E poi conferma: “Si saprà tutto il 27 giugno, giorno della presentazione dei palinsesti Rai.” Quando il conduttore le fa notare che quindi la risposta è sì, lei sorride imbarazzata come se lo avesse rivelato per sbaglio. Ma mi faccia il piacere!

Il miglior marito dell’uomo Katia Ricciarelli intervistata da Oggi: “Preferisco non parlare di Baudo. Posso dirle che lo ritengo un grande professionista. Se mi manca? Guardi, posso dirle che mi manca moltissimo la mia cagnolina Dorothy.”

Al mio segnale scatenate lo scherno Russell Crowe ha presenziato al galà benefico con red carpet in occasione cine-concerto, con la proiezione de “Il Gladiatore” (film sul grande schermo al Colosseo e orchestra dal vivo a eseguire la colonna sonora firmata da Hans Zimmer) che è valso l’Oscar a Crowe.
Il confronto ieri-oggi è un po’ impietoso, ma l’attore è apparso superbamente indifferente ai chili di troppo.

 

Promossi

Un gran servizio Marco Cecchinato è stato il primo italiano a raggiungere la semifinale del Roland Garros da 40 anni a questa parte: l’ultimo era stato Corrado Barazzutti nel 1978. Ed è anche il giocatore con il più basso ranking Atp a conquistare la semifinale di un Grande Slam (era 72esimo al mondo). Nato a Palermo, a 17 anni si è trasferito a Caldaro, in provincia di Bolzano, per allenarsi con Massimo Sartori. Una favola tutta italiana, dalla Sicilia all’Alto Adige.

Padrino sono Mentre si attende con trepidazione di conoscere la Selezione ufficiale dei film in concorso, buone nuove da Venezia. Michele Riondino, noto per vestire i panni del giovane Montalbano, sarà il padrino della Mostra del Cinema di Venezia.
Dopo Alessandro Borghi in Laguna si punta ancora sulla conduzione al maschile. Sono le pari opportunità!

Girls just wanna have fun (il sequel) Secondo indiscrezioni, RaiTre starebbe pensando di proporre un remake de “La tv delle ragazze”, mitico programma che trent’anni fa lanciò un’intera generazione di attrici, conduttrici e comiche. Presenterà Serena Dandini, che finalmente rivedremo sul piccolo schermo.

In fabula Torna a Modena (fino al 17 giugno), il Festival più bello del mondo, dedicato a grandi e piccini: il Festival della Fiaba, che saranno il cuore dell’evento. Per la prima volta oltre a quelle tedesche, norvegesi e russe, verranno presentate anche le bellissime fiabe italiane di Basile e Calvino.

Poveri ciccioni, inseguiti dai fissati delle diete e pure da Greenpeace

Una premessa fondamentale: l’autore di questo articolo è un convinto ciccione. Sì, è vero, logica e regola vorrebbero che il cronista si limitasse ai fatti, ma stavolta – e capirete perché – è diverso. Molto diverso. Pochi giorni fa, infatti, è stato presentato a Edimburgo, in occasione del meeting annuale sullo stato di salute dei cittadini del mondo, lo studio di un docente italiano, che tenta di dimostrare, per la prima volta, quale sia “l’impatto ecologico dell’obesità”. Sì, avete letto bene: l’obesità considerato un fattore inquinante globale. Ecco perché la premessa era fondamentale: il cronista deve limitarsi ai fatti, ma quando i fatti significano ritrovarsi ad essere colpevole dell’inquinamento del pianeta, allora le cose cambiano. E non solo, perché a realizzare quello studio è stato il professor Mauro Serafini, docente della Facoltà di Bioscienze dell’Università di Teramo, città nella quale il vostro cronista vive.

Dunque, c’è una competenza fisica e una territoriale. Concedetemi il diritto alla difesa. Lo scopo del professor Serafini, che è un riconosciuto scienziato, con lavori citati in tutto il mondo, è questo: “Definire un indicatore che valuta i chili di cibo sprecato che consuma una persona in sovrappeso o obesa e il suo impatto ambientale in termini di emissioni di anidride carbonica, consumo di acqua e di terreno sottolineando l’insostenibilità nutrizionale ed ecologica dell’obesità”.

Insomma, i ciccioni bevono troppo, occupano troppo spazio, producono troppa anidride carbonica respirando e sprecano troppo cibo, con gli avanzi dei loro pantagruelici banchetti. Nell’elenco delle colpe manca, almeno per ora, la valutazione delle emissioni di metano, ma prima o poi vedrete che, subito dopo gli animali degli allevamenti intensivi.

Certo, qualcuno, a difesa dei sovrappeso, potrebbe sostenere che, in realtà è raro che l’obeso sprechi, anzi: di solito non fa prigionieri, ma il professor Serafini non ha dubbi e ne calcola anche la quantità: “Il Metabolic Food Waste/Spreco alimentare metabolico associato all’obesità a livello mondiale è risultato essere di circa 141 miliardi di tonnellate di cibo sprecato”.

Le conclusioni sono inevitabili: se prima i chili di troppo nuocevano gravemente alla salute di chi li portava, adesso la ciccia nuoce gravemente alla Natura. In un attimo, un disagio personale diventa un caso mondiale, un problema soggettivo diventa un caso collettivo, con il rischio che se fino a ieri dovevi proteggerti solo dai maniaci delle diete, adesso magari ti viene a cercare Greenpeace.

E, mentre, il professor Serafini teorizza: “La sfida del prossimo futuro si baserà sulla capacità dell’essere umano di adottare stili di vita e regimi alimentari a basso impatto ecologico e ad alto valore funzionale”, il cronista sovrappeso si chiede: ma se la Natura soffre, non sarà colpa di tutti quelli che mangiano insalate a tonnellate, frutta a cassette, verdure a quintali?

Le banconote non sono (più) il male assoluto per via Nazionale

I vertici della Banca d’Italia si sono iscritti in massa ai corsi del Goethe-Institut? Imparato il tedesco, hanno finalmente capito le posizioni dei loro omologhi di Francoforte? E hanno deciso di stare dalla parte dei comuni cittadini anziché dei banchieri?

All’assemblea annuale della banca centrale italiana, tenutasi il 29 maggio, è stata distribuita una nuova pubblicazione insieme al bilancio, al discorso del governatore, ecc.

Rivolta ai non addetti ai lavori, ha il manifesto obiettivo di recuperare credibilità dopo quattro banche saltate nel 2015, due nel 2017 e una (il Monte dei Paschi) salvata dallo Stato, nonostante l’attività di vigilanza dell’istituto di via Nazionale. Ignorato dal giornalismo economico, l’opuscolo La Banca d’Italia. Funzioni e obiettivi merita invece qualche citazione.

In particolare i contanti non sono più demonizzati e anzi, fra le diverse ragioni “alla base della centralità del contante fra i mezzi di pagamento”, leggiamo a pagina 30 che esso “è l’unico mezzo di pagamento ad aver corso legale.

Il suo impiego è gratuito e anonimo e la riservatezza viene garantita. Il contante può essere usato in casi di emergenza, ad esempio se le apparecchiature per i pagamenti con le carte non funzionano o se ne sono stati superati i limiti di utilizzo”. Inoltre il contante “può essere utilizzato come riserva di valore”. Toni e tesi davvero inusuali per la Banca d’Italia. Riserva di valore (Wertaufbewahrung) è un concetto ribadito alla noia dai banchieri centrali tedeschi, non certo da quelli di via Nazionale.

Per altro la stessa pubblicazione vanta l’attività di educazione finanziaria di Bankitalia in collaborazione col ministero dell’istruzione. Peccato che nel Quaderno didattico per le scuole medie superiori del 14 novembre 2017 la pagina 32 su “Il denaro contante” non sia altro che una sistematica e ossessiva denigrazione di esso, che non si risparmia neanche la favoletta dei suoi alti costi.

Passati solo sei mesi, in via Nazionale sembra che tiri tutta un’altra aria. Misteri romani. Supponendo comunque che faccia fede l’ultima versione, traiamo qualche conclusione operativa. Appurato che le banconote non sono (più) il male assoluto, esse forniscono una soluzione per chi è preoccupato per un’uscita italiana dall’euro. Prelevate e messe in una cassetta di sicurezza, preservano da conversioni forzose in una nuova valuta, da imposte straordinarie e altre cose sgradevoli.

@beppescienza

Ancora troppi pesticidi usati in agricoltura

In Italia l’agricoltura intensiva si sta pagando a caro prezzo. Siamo infatti tra i maggiori utilizzatori di pesticidi in Europa insieme a Malta, Paesi Bassi, Cipro e Belgio. Secondo una stima dell’Agenzia europea dell’ambiente, ne consumiamo oltre 5 chili per ettaro contro una media di 3,8. In Veneto si registra la più alta concentrazione di sostanze chimiche impiegate nelle coltivazioni. Ma gli effetti dannosi per l’ambiente e per l’uomo causati dall’esposizione cronica a questi prodotti sono ormai noti alla comunità scientifica. Il nostro Paese nel 2014 ha adottato un piano per un uso più sostenibile dei fitofarmaci. Il problema è che ancora troppo spesso le Regioni concedono deroghe all’utilizzo di prodotti tossici. Pan Italia ne ha rilevate oltre 200 negli ultimi due anni. Il ministero della Salute invece ne ha autorizzati più di 90 per emergenze fitosanitarie. “Uno dei motivi di queste emergenze – denuncia Pietro Massimiliano Bianco di Pan Italia – è che si piantano piante di interesse economico, come vite e olivo anche in contesti ambientali non adeguati determinando una debolezza immunitaria”.

Carte di credito, nessuna multa per i senza-Pos e troppe spese

Nessuna multa a professionisti, commercianti e artigiani che non accettano pagamenti con il Pos (la macchinetta in cui si strisciano bancomat e carte di credito), nonostante sia diventato obbligatorio già dal giugno 2014. A rimandare alle calende greche l’applicazione delle sanzioni, fino a 30 euro, – che hanno il chiaro scopo di agevolare l’utilizzo della moneta elettronica fino all’importo di 5 euro – è il Consiglio di Stato. I giudici, pur condividendo l’obiettivo della lotta al riciclaggio e all’evasione, hanno però messo in stand by il meccanismo che rimanda all’articolo 693 del Codice penale, perché di fatto sarebbe stata sanzionata la mancata accettazione della moneta elettronica e non la presenza o meno del Pos nel negozio.

Ora cosa succederà? In attesa che la palla patata bollente passi in mano al nuovo Parlamento, che dovrà presentare e approvare una legge ad hoc per colmare l’attuale vuoto normativo, senza una sanzione certa resterà tutto invariato. Le formule più che collaudate de “Il bancomat è rotto” o “Qui si paga solo in contanti” continueranno, infatti, a essere ripetute nei negozi, negli studi dei professionisti (dentisti o avvocati) o nei taxi. Insomma, anni di campagne di sensibilizzazione contro l’uso del contante non hanno dato grandi risultati con il cash in circolazione che abbonda.

Tanto che a fine 2017 ne circolava in Italia una somma pari a 197 miliardi di euro, quasi 30 miliardi di più rispetto al 2008, così come ha calcolato il rapporto elaborato da The European-Ambrosetti. Mentre ogni anno l’utilizzo del contante costa 24 miliardi di euro di mancato gettito allo Stato, nero che potrebbe emergere se si utilizzassero carte e altri sistemi di pagamento elettronici. Proprio come dimostra l’ultimo report della Banca d’Italia, pubblicato a novembre: nel confronto europeo, l’Italia si connota per un basso numero di operazioni con strumenti diversi dal contante. Nel dettaglio si tratta di 92 operazioni pro capite nel 2016 contro una media di 215 nell’area euro e ben lontano dai dati della Svezia, dove si viaggia intorno a 300 operazioni.

Eppure nel 2017, secondo i dati Bankitalia e dell’Osservatorio Politecnico di Milano, considerando le transazioni digitali e quelle con carta di credito, prepagate e bancomat, sono stati registrati movimenti per 220 miliardi di euro (+10% sul 2016). Un volume realizzato a fronte di 24 milioni di carte in circolazione, 53 milioni di carte di debito e 26 milioni di prepagate. Dati che non sono un controsenso, ma che dimostrano come sempre più italiani stiano preferendo la moneta di plastica sfruttando le nuove risorse tecnologiche delle transazioni contactless. Facile il meccanismo: basta avvicinare la carta a un terminale di pagamento per effettuare l’acquisto. In aumento del 150% nell’ultimo anno, il Politecnico di Milano si aspetta che possano salire dai 18 miliardi del 2017 fino ai 90 miliardi di euro nel 2020.

Del resto chi, fino a oggi, si è aperto ai pagamenti istantanei è un cliente che utilizza almeno due modalità di pagamento diverso per pagare online come Paypal (68% degli utenti), seguito dalle carte di credito (46%).Un canale, quindi, in forte espansione e che potrà concorrere alla sfida contro il contante. Anche perché ormai è fin troppo zavorrata la partita delle carte credito a causa delle commissioni salate che continuano a condizionare negativamente il loro utilizzo. Qui, infatti, entra in gioco la tanto dibattuta questione delle gabelle a carico degli esercenti. Anche se la direttiva europea sui servizi di pagamento (Psd2), in vigore da inizio anno, ha ridotto il tetto alle commissioni in pagamento dallo 0,5% medio allo 0,2% del valore delle operazioni per le carte di debito e prepagate e dallo 0,7% medio allo 0,3% del valore transazionale nel caso di carte di credito, il taglio – pur atteso e positivo – non riguarda però automaticamente le commissioni a carico delle imprese e dei commercianti (cioè dei merchant) ma, appunto, quelle interbancarie.

“Servirebbero rendere meno salate anche le commissioni che i commercianti versano alle banche per ogni acquisto tramite Pos, visto che con i costi attuali non solo non si continua a rendere stimolante il pagamento elettronico, ma lo si rende persino penalizzante”, commenta Anna Vizzari dell’Ufficio studi economico giuridici di Altroconsumo. Che aggiunge: “In base a delle comparazioni che abbiamo effettuato negli scorsi mesi, è emerso che per un caffè da un euro un barista potrebbe ritrovarsi a versare anche 12 centesimi, vale a dire più del 10% dell’incasso. Quindi da un lato la norma ha fissato un tetto per le spese tra le banche, ma poi le stesse banche possono continuare a far pagare le stesse commissioni di sempre ai negozianti. Serve agire anche su questo fronte”.

Massimo Fini e tutti gli eventi del mondo che ha vissuto

Come John Cage, il grande maître dell’avanguardia di un’epoca, che, nei suoi contestati concerti di pianoforte, voleva la finestra aperta “perché si sentisse il rumore dei camion”, Massimo Fini annota aspetti, pensieri, fatti e persone (una piccola parte di ciò che gli è accaduto, aprendo porte e finestre della sua densissima vita) in modo che si senta tutto il rumore di fondo dei decenni che narra. Come se non bastasse, questo misto di verità, di ricordi, di eventi che si passano sopra come le scie incrociate degli aerei di linea quando il cielo è troppo azzurro, sono narrati come se fossero l’arguto sentito dire del narratore di villaggio, ma anche con la precisione del reporter o del testimone cruciale. Massimo Fini tratta le sue avventure, un po’ recitando Don Chisciotte, un po’ da capitano di ventura, strano caso di patriota e ribelle, parlandoci, senza riguardo per i presenti, da un autobus affollato in cui sale e scende sempre qualcuno di cui bisogna dire una cosa.

In quella calca, dove c’è un’aria di festa che non c’è mai nel mestiere di ricordare, trovi sempre una immagine che porta memoria, un ricordo che stimola osservazione, una parola che evoca un fatto, un passaggio di bambini e famiglia (sull’autobus sale, tra due fermate, l’autore da piccolo). Lì accanto, una persona realmente esistita (metti Susanna Agnelli) viene a fare conversazione, usando frasi celebri e ignote, un episodio rivelato e uno pensato, non come invenzione , ma come naturale conseguenza di ventate improvvise. C’è un pieno di cose notissime, ignote o pensate, che diventano fatto nuovo e rivelazione nel momento e nel modo in cui l’autore-proprietario le accatasta. Nel suo locale compare improvvisamente qualcuno, che ha vissuto e contato, nel groviglio di vite incrociate che sbattono porte di esordio o congedo. In questo modo facciamo la conoscenza di un protagonista multiplo, autore, soggetto, spettatore preciso di se stesso. Però senza altra ambizione che il racconto. Il racconto gli viene bene, tra accelerazioni e lentezze che sono letteratura. Ma l’espediente è di non permettere ai tanti visitatori delle sue pagine di impedire o limitare le lunghe escursioni (una serie di monologhi e conversazioni che sono, insieme, visione, filosofia e presa in giro dei “valori” e della vita, degli “amori” e degli “amanti”, del privato e privatissimo (compresa la narrazione a certi momenti intimi di felicità, brevi lampi di poesia) e anche del suo mestiere e del potere politico. É quasi impossibile voltarsi a narrare la propria vita. Massimo Fini l’ha fatto. Valeva la pena.

La periferia, verso il riscatto di una nuova categoria politica

Viene dalla periferia, aveva detto Luigi Di Maio di Giuseppe Conte nella sua prima apparizione. Ed è – l’evocazione del suburbio da parte del capo CinqueStelle – il dettaglio rivelatore più di un qualunque lapsus. È un ascensore sociale che non funziona mai, quello della periferia. Meghan, un’attrice da telefilm, fa il suo Royal Acchiappo e lo sconosciuto prof. Conte è serenamente presidente del Consiglio mentre quel dettaglio – “viene dalla periferia” – ancora più che una sorta di Enalotto è già una categoria del politico. È, la periferia, un hinterland di destino più che di anagrafe.

E il deserto sociale – in periferia nessuno più c’è – è la cifra di gran parte d’Italia dove ogni “vissuto” quasi se ne scivola nelle famose tabelle sulla qualità della vita sempre inversamente proporzionali. Tanto più bello è il tempo quanto più v’incombe il degrado. E così via. La periferia, dunque. Improvvisamente l’Italia, pezzo dopo pezzo, è inghiottita da un grande nulla – culturale, sociale ed economico – fino a relegare in pochi palazzi e alcuni fortilizi, la vita attiva e il nucleo di decisione. La politica, la finanza, il giornalismo, quel poco d’industria e poi – come in uno slot a disposizione di pochi – la gestione del traffico su chi va, arriva.

Passa un’idea – ed è una vecchia ed efficace suggestione di Roberto Saviano – che “chi resta al Sud sia sfigato”. Non c’è più consolazione sentimentale a far ammenda per tutte le volte in cui il topo di campagna prevalga sul sorcio di città (in campagna, si sa, è sempre un’altra cosa). Nell’Italia dei paesi, dei Comuni, delle province, i territori che facevano diga al dilagare della periferia dormitorio – nelle singole realtà – estirpano da loro stessi ogni genius loci, ogni specifico carattere, ogni eccentricità. La campagna si consegna mani e piedi alla città in cambio di alienazione. L’intero Mezzogiorno d’Italia rinuncia alla propria identità per accogliere la narrazione del pittoresco, ad andar bene, fino al sociologismo spinto. La periferia è metafora di contenimento di un più ampio lascito sociologico.

Ingloba la provincia, dismette strapaese, fabbrica l’apnea di afasia e narcosi dove relegare la maggioranza silenziosa. Negli Anni 30 del secolo scorso, da Bagheria, poteva venire fuori un Renato Guttuso. Il paese era centro autosufficiente anche per un artista che in biblioteche, in botteghe d’arte e scuola, aveva agio di consumare il proprio apprendistato. Impossibile oggi quando un nuovo Guttuso altro tirocinio non ha che un’inaspettata lotteria.

Ecco, dunque, la tombolata: la periferia da sempre “sommersa” – come ha scritto Antonello Caporale – si prende il centro da sempre “salvato”. La famosa maggioranza silenziosa. Quella stessa che oggi, forse, trova voce. E un destino, anche?

Gli insulti alla Leotta, i nuovi idoli sballati e il suicidio di Bourdain

Cara Selvaggia,ho letto il suo articolo sugli insulti social a Diletta Leotta. Ho 71 anni e non ho mai fatto parte di movimenti femministi. La cosa che mi colpisce di questi cosiddetti “maschi” (anche se preferirei il termine usato da Sciascia di “ominicchi”), volgari arroganti e ignoranti è che sono convinti che il loro stupido aggeggio sia una sorta di icona, di idolo di fronte a cui le signore dovrebbero liquefarsi in adorazione. E come se l’unico fatto di possedere un pene fosse sufficiente a far impazzire una donna, laddove ben altre sono le cose che piacciono a noi: certamente l’abilità a letto e la passione, ma anche la gentilezza e la comprensione dei nostri bisogni, oltreché -“rara avis”- l’intelligenza. Costoro, tra cui c’è perfino un bambino che probabilmente l’unica cosa che sa fare è masturbarsi, credono di poter far centro su una bella donna che avrà chilometri di corteggiatori e che non li degnerebbe neanche di un’occhiata. Anche se non l’ho fatto per mestiere, nella mia vita mi sono occupata parecchio di psicanalisi junghiana. Jung riteneva che ognuno di noi possieda un’ombra (che lui chiamava ‘la stanza degli assassini’) dove sono represse e ben nascoste le nostre emozioni peggiori e migliori, che l’Io si rifiuta di riconoscere per l’educazione ricevuta, per conformismo, per il bisogno di seguire il gregge. Probabilmente in questi poveri esseri blateranti e insultanti sono nascoste emozioni che – se espresse – li farebbero sentire meno “maschi”, se maschi si possono dire coloro che si adeguano all’idea che la donna sia un essere da dominare, da maledire, perfino da uccidere. Quest’ultimo sentimento è talmente diffuso, purtroppo anche tra la popolazione femminile, che molte di noi si adeguano a matrimoni con individui che non hanno la minima gentilezza e comprensione, che sono maneschi, che le maltrattano. Che tristezza! Perché esistono uomini e donne rozzi, arroganti e villani, laddove ce ne sono altri civili, disponibili, aperti? Non so dare una risposta e credo che nessuno ce l’abbia. Soprattutto credo che ci vogliano ancora secoli – o millenni – prima che l’umanità prenda coscienza di far parte di un consesso che ha gli stessi bisogni, paure, debolezze, che necessitano di comprensione, e non certo di aggressività, razzismo, odio.

Bianca

Cara Bianca, le confesso una cosa. Da quando il web mi “regala” la possibilità di conoscere “la stanza” degli assassini di tanti maschi italiani con frustrazioni e repressioni di varia natura, anche la mia stanza degli assassini è affollatissima. Il giorno in cui decidessi di aprire la porta, non se ne salverebbe uno.

 

Ciao Selvaggia! Ti scrivo perché sono turbata. Ho letto adesso il tuo articolo su Young Signorino e mi è tornato alla gola il video pubblicato da una nuova trapper: Felisia Piana alias Fishball, nota “suicide girl”, bellissima modella alternative. Seguo con attenzione la campagna di sensibilizzazione che stai facendo sul bullismo e vedo che le persone sui social stanno cambiando modo di “vedere”. Poi sbatto in un video della suddetta ragazza con un milione e 400 mila follower, dove dichiara che ha spacciato 15.000 droghe diverse, che non è una morta di fame perché raccatta i cocomeri e che se vuole spendere 50mila euro da Gucci può farlo. Poco male, di gente idiota ne è pieno il mondo. La cosa che mi preoccupa sono i commenti dei ragazzini di 15 anni che le dicono che lei ha le palle e che è il loro nuovo mito. L’idea che mia figlia tra un paio di anni possa sentirsi dire da ragazzine dal bel viso che se non hai soldi è normale spacciare, mi fa rabbrividire. Come è possibile che al giorno d’oggi questi siano i nuovi idoli? Perché le famiglie non controllano quello che viene pubblicato?

Isa

Cara Isa, ci sono ragazzini che idolatrano una spacciatrice dichiarata? Ti ricordo un po’ di cose che riguardano generazioni più adulte. Angelo Izzo si è sposato in carcere. Per decenni Renato Vallanzasca, rapinatore, sequestratore e pluriomicida, ha ricevuto lettere da ammiratrici. Erano così tante che la moglie le ha raccolte in un libro intitolato “Lettera a Renato.” Parolisi idem. Perfino Bossetti. Fabrizio Corona è pagato da stampa e tv come fosse un idolo, anziché uno che entra e esce dal carcere.

Abbiamo votato pregiudicati e li rimpiangiamo, perfino. Non sono solo le nuove generazioni che hanno idoli sballati. Di fessi attratti da modelli sballati, purtroppo, è pieno il mondo. E no, non è problema anagrafico. È imbecillità, trasversale e senza età.

 

Selvaggia, mi ha molto colpito il suicidio di Bourdain. Lo stimavo come chef e narratore. Le sue parole furono illuminanti per il mio lavoro. Ho letto che era anche il compagno di Asia Argento. E che lei stesse vedendo un giornalista con cui era stata fotografata di recente. Davvero una persona di 60 anni, colta, con interessi infiniti e raffinati, con stimoli, mille impegni e responsabilità, può togliersi la vita per amore?

Vncenzo

Ecco, questa vaga insinuazione che aleggia nell’aria da due giorni è davvero pessima. Nessuno si toglie la vita “per amore”. Tutti – anche qualora fosse vero che era stato sorpreso da una nuova relazione della Argento – abbiamo avuto qualcuno che ci ha feriti. Quasi tutti abbiamo le risorse emotive per ricostruire e superare. Chi non le possiede si suicida per questo, perché è troppo fragile, perché non ha lo scheletro emotivo per reggere il contraccolpo, perché ha dei problemi pregressi (Bourdain era stato dipendente da droghe e più volte aveva parlato del suicidio come di un’ipotesi che in passato aveva considerato). Non possiamo sapere perché l’ha fatto, ma ci doveva essere un abisso molto più profondo di due paparazzate su un giornale.

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No, è tutta l’Italia. E la lotta alla mafia è solo slogan urlati

Caro Coen, se c’è un’onda nera a rischiare non è solo Milano, ma l’Italia intera. Non vedo il fascismo alle porte, ma qualcosa che gli somiglia molto sì. Vedo l’odio irrazionale che diventa politica di governo. Vedo parole violentate per anni (politicamente corretto, buonista, radical chic, invasione, paura, insicurezza), diventate patrimonio del lessico di governo. Le parole non valgono mezzo cent. Un fratello ucciso dalla mafia, che ti è spirato tra le braccia, viene derubricato a “congiunto”. Come nel più polveroso ufficio anagrafe. Eppure dietro quella morte c’è una parte importante e tragica della storia d’Italia. Ma tant’è, la lotta alla mafia è solo slogan urlati, ormai. Vedo un Matteo Salvini che ha già trasformato il Viminale in una sua personalissima macchina di propaganda. Farà lo sceriffo, il cacciatore di neri, il buttafuori. Avrà bisogno che le tv, telegiornali e talk, ogni sera trasmettano le immagini delle sue imprese.

Uno sfratto di qua, un respingimento di là, l’inaugurazione di nuovi centri di detenzione per gli immigrati. E slogan, parole, l’occhio fisso nella telecamera a trasmettere insicurezza. E gli altri? Non dico solo la politica, il Pd che sta all’opposizione. Parlo degli intellettuali, scrittori, analisti, poeti, saggisti, registi, attori, musicisti… chi ce la racconta l’Italia che non ci sta? Chi si mette di traverso, chi usa parole altre? Caro Coen, vedo molta rassegnazione in giro, ma anche tanto opportunismo. Una cattedra, una consulenza in un ministero, uno strapuntino in una trasmissione televisiva, mettono tutti d’accordo. Poi si vedrà. E la sinistra? Non c’è. È sconfitta, impaurita, divisa, senza pensieri nuovi. Muta. Del Pd non vale la pena parlare. Le stesse facce in giro di gente abituata a frequentare ministeri e consigli d’amministrazione, commissioni parlamentari e compiacenti studi tv. L’opposizione non è mestiere loro. La traversata nel deserto sarà lunga e dolorosa.