La Milano di Fo e Quasimodo è a rischio di un’onda nera

L’altro giorno, in un bar di Porta Romana, ho sentito dire che forse “è un bene stia tornando il fascismo. Così tutti questi immigrati metteranno la testa a posto”. Altrimenti, gli sparano alla testa, avrebbe ironizzato Dario Fo, come hanno fatto in Calabria. D’altra parte, Milano è la città dove a un anarchico arrestato capitò una morte accidentale, volando giù dal quarto piano della Questura. La casa di Fo è vicina a quel bar. Un vecchio palazzo di inizio Novecento, lui abitava all’attico. Quando passo davanti, lo sguardo va in automatico, si solleva sino al cielo. Maledizione! È un mese che nubi scure promettono e mantengono l’ormai quotidiano temporale: pare non piovesse così tanto dal 1859, l’anno che il Regno di Piemonte ci conquistò. Vorrà pur dire qualcosa, o no?

La storia parte sempre in salita, ci accompagna coi suoi fantasmi. Cinquant’anni fa i nostri occhi sessantottini erano pieni di speranze. Ora, di cataratta. Nella mia lunga primavera del ’68 ci fu anche il funerale del milanese d’adozione Salvatore Quasimodo, che si svolse il 17 giugno: seguii il feretro dal Cimitero Monumentale a corso Garibaldi, dove lui aveva lo studio, e sino alla basilica di San Simpliciano. Quante volte ci siamo sentiti soli “sul cuor della terra” trafitti “da un raggio di sole:/ed è subito sera”? A me piaceva La notte d’inverno. Profetica. “O compagno/hai perduto il tuo cuore: la pianura/non ha più spazio per noi./Qui in silenzio piangi la tua terra:/e mordi il fazzoletto di colore/con i denti di lupo:/non svegliare il fanciullo che ti dorme accanto/coi piedi nudi chiusi in una buca./Nessuno ci ricordi della madre, nessuno/ci racconti un sogno della casa”. Purtroppo, caro Fierro, la città di Fo e Quasimodo – due premi Nobel della letteratura! – è la stessa di chi grida “la pacchia è finita”, a chi fugge la morte, la povertà, la disperazione. La stessa città che vede moltiplicarsi le attività di social web, collettivi, gruppi, formazioni politiche, associazioni studentesche di stampo fascista. Un’onda nera che si prepara a sommergere Milano.

Il doppio compleanno della Teologia della Liberazione e gli auguri del papa

Un altro Sessantotto da festeggiare: quello della Teologia della Liberazione. Mezzo secolo fa. Fu nel luglio di quell’anno che a Chimbote, un paesino peruviano, padre Gustavo Gutiérrez (nella foto, ndr) parlò per la prima volta di questa dottrina rivoluzionaria che ha segnato il Novecento latinoamericano. Il religioso era davanti a un gruppo di catechisti.

Nel mese successivo, a Medellín, in Colombia, la conferenza dei vescovi di quel continente battezzò ufficialmente la Teologia della Liberazione. Lo stesso titolo del libro di padre Gutiérrez di tre anni dopo, nel 1971. Teologo peruviano e domenicano, il fondatore della TdL, classe 1928, ha compiuto 90 anni l’8 giugno scorso. Per l’occasione, papa Francesco gli ha scritto una lettera di auguri: “Mi associo alla tua azione di grazie a Dio, e ti ringrazio anche per il tuo contributo alla Chiesa e all’umanità tramite il tuo servizio teologico e il tuo amore preferenziale per i poveri e gli scartati della società”.

Da sempre scettico sulla Teologia della Liberazione, fu proprio il gesuita Bergoglio, all’epoca arcivescovo di Buenos Aires, a sciogliere definitivamente il nodo principale e più controverso della dottrina cara a chi vedeva in Gesù il primo marxista della storia. Lo fece nel 2007 ad Aparecida, in Brasile, quando ribadì il primato della fede rispetto al povero “ideologizzato” e contro “l’uso di una ermeneutica marxista”.

A differenza di Leonardo Boff, altro grande interprete della TdL e “processato” negli anni della “repressione” conservatrice di papa Giovanni Paolo II, padre Gutiérrez è invece sempre rimasto nella Chiesa. Anzi. Suo discepolo è stato il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, prefetto dell’ex Sant’Uffizio (la Congregazione per la Dottrina della Fede) fino al 2017 e punto di riferimento della destra clericale e anti-bergogliana.

Ma l’erede di padre Gutiérrez è il suo connazionale e neocardinale Pedro Barreto Jimeno, arcivescovo di Huancayo. Gesuita, Barreto Jimeno è stato soprannominato “il guardiano dell’Amazzonia” ché oggi la liberazione dei poveri passa per la nuova frontiera ecologista.

Anche la Ligue 1 batte la Serie A

Dunque, dopo 12 anni in cui il calcio italiano è diventato, per usare un eufemismo, una bruttura (ma forse il periodo è molto più lungo: il Mondiale del 2006 venne vinto tra i miasmi e le ignominie di Calciopoli che imperversavano almeno dal 1994, anno in cui Umberto Agnelli prese la decisione di affidare la Juventus alla Premiata Ditta Moggi & Giraudo, poi radiati dal calcio e condannati in via definitiva per associazione a delinquere), tanto che il campionato francese, la Ligue 1, da noi considerato da sempre alla stregua di un torneo dei bar, è appena stato venduto per una cifra mai raggiunta dalla nostra Serie A (1153 milioni all’anno per i prossimi 4 anni dal 2020 al 2024).

Dopo 12 anni, dicevamo, in cui l’Italia dei commissari tecnici Marcello Lippi, Cesare Prandelli e Giampiero Ventura è riuscita nell’impresa di: 1) arrivare ultima al primo turno del mondiale del 2010 in Sudafrica preceduta da Paraguay, Slovacchia e (tenetevi forte!) Nuova Zelanda!; 2) arrivare terza su quattro, e quindi farsi eliminare, sempre al primo turno, nel mondiale del 2014 in Brasile preceduta da Costarica e Uruguay; C) di non qualificarsi, seconda volta nella storia dopo il precedente del 1958, al mondiale in Francia che scatterà sabato e al quale parteciperanno Arabia Saudita e Islanda, Iran e Corea del Sud, Tunisia e Panama, Marocco e Australia, Giappone e Senegal e stavamo aggiungendo la Svezia, ma poi ci è sovvenuto che gli svedesi sono i colossi che ci hanno spezzato le reni ai playoff, quindi una specie di Grande Ungheria di Hidegkuti, Kocsis e Puskas; dopo tutto questo, per l’appunto, arriva la notizia che la telenovela dei diritti-tv del prossimo triennio, che come la Bella di Torriglia tutti li vogliono ma nessuno se li piglia, verranno ceduti in modo tale da costringere il povero utente ad accendere non uno, ma ben due abbonamenti-tv nel caso voglia continuare a vedere tutto. E insomma, ammesso e non concesso che il feuilleton vada finalmente in porto, la morale della favola è che lo sportivo, quello che in questi anni si è visto infliggere Abete e Tavecchio, Beretta e Miccichè, il bollito Lippi e il super bollito Ventura (non per niente consigliato a Tavecchio dal bollito numero 1, il prode Marcello), quello che ha visto sparire dai monitor due corazzate come Inter e Milan (un po’ come se in Spagna colassero a picco Real e Barcellona), quello che ha seguito in televisione partite giocate in stadi paleolitici e sempre più deserti, affidate ad arbitri che De Santis e Racalbuto, al confronto, erano Santa Maria Goretti, l’appassionato di calcio, dicevamo, per sorbirsi tutta questa sbobba in tv nei prossimi tre anni dovrà pagare il doppio.

Un po’ come passare a fare shopping da via Montenapoleone ai banconi della Upim e vedersi chiedere per un cachemire bucato e da due soldi il doppio di un cachemire di Falconeri. C’erano una volta Maradona a Napoli, Platini a Torino, Falcao a Roma, Rummenigge a Milano, Zico a Udine: e il Verona di Osvaldo Bagnoli che con Tricella e Di Gennaro, contro questi signori, vinceva lo scudetto. Correva l’anno 1985, c’era il sorteggio degli arbitri e nei nostri stadi non c’era posto nemmeno per uno spillo. Adesso vendono le partite a pacchetto e con l’opzione pick (sic) e negli stadi nemmeno un cane. Come si dice in questi casi: per il resto, tutto bene.

La diagnosi sulla sconfitta che il Pd non vuol sentire

Meglio evitare giri di parole. Il Partito democratico venne pensato per la gente, per il “popolo”. Ma la messa in opera ha avuto un timbro diverso. Il disegno, utopico nell’ispirazione, è stato cucito come un vestito di sartoria per un ceto politico. Molti dei guasti di adesso derivano da quella scelta. Dopo la sconfitta peggiore della nostra vita, senza una correzione alla radice il progetto non avrà terra per ricrescere. Cosa c’era di più ambizioso della fusione tra ceppi divisi del riformismo italiano? Cattolici, comunisti, socialisti, verdi, radicali (pochi), amanti dei diritti e del diritto, azionisti per elezione, liberali e modernisti, senza patria o partito, donne, uomini, ragazzi, intellettuali, precari, casalinghe, pensionati, reduci dell’altro secolo, orfani della questione morale, imprenditori di quarta generazione, patiti di start up, millennials, blogger. Tanti hanno scorto la novità capace di sradicare appartenenze da proiettare in uno spazio tutto da arredare.

L’89 aveva archiviato l’anomalia a sinistra col più grande partito comunista in Occidente. Il triennio 1992-94 ha sancitola fine del sistema costruito su due baluardi: una democrazia impedita e la spesa pubblica come diga di consenso. C’erano le premesse di una unità dei progressisti da contrapporre alla coesione di moderati e destra. Un bipolarismo, magari immaturo, ma per i tempi l’alba del nuovo giorno.

L’Ulivo aprì la strada all’atto fondativo di un partito – il Pd – originale in ogni senso. Una forza inedita perché impossibile nel mondo precedente la caduta del Muro di Berlino e la fine del modello di crescita perseguito dall’Italia nei cinquant’anni dopo la guerra. Queste furono le premesse. Alte. Persino esagerate. Comunque in conflitto con la materia disponibile. Intendo le culture riversate nell’impresa e il metodo scelto per predisporla. Come avviare la costruzione di un palazzo e all’apertura del cantiere trovarsi in dotazione solo sabbia. “Pensammo una torre, scavammo nella polvere” è il verso scolpito da Ingrao per figurare il comunismo, “grande ambizione e grande fallimento”. Parafrasandolo nel partito del secolo dovremmo dire “Pensammo una torre. E non pensammo più”. Doppiamente colpevoli dinanzi a un mondo in procinto di capovolgersi sotto i nostri occhi.

All’atto fondativo ricordo personalità spiegare senza titubanze la vera rottura. A nascere non era solo una forza post-ideologica, e fin qui al più si poteva eccepire. No, il cambio di scenario era dare vita a un partito post-identitario. Nella traduzione equivale a dire “senza identità”. Ecco, tra mille peripezie, almeno quel traguardo è stato raggiunto. La verità? Temo sia nella diagnosi di Massimo Cacciari: “C’è oggi chi ciancia di un’identità da ritrovare. Ma quale identità può ritrovare chi mai l’ha avuta?”.

Nelle intenzioni, ma solo in quelle, il Pd è stata la forza pensata per catturare passioni e generosità di un popolo sparso e in parte sperso perché orfano di ancore ideali tese a riscattarlo. Questo voleva significare “un partito pensato per la gente”. E la reazione all’inizio fu conferma di una comunità in attesa, ben disposta e tutto sommato fiera, dopo tanto peregrinare, di trovare la casa del sogno. O dell’umana e ragionevole utopia. La nuova casa per una sinistra “di lotta e di governo”.

E invece? Invece il disegno più ambizioso del secolo ha presto fatto spazio alle ambizioni di un ceto politico inadatto a ritrarre lo sforzo. Non solo per modestia soggettiva. Di quella ciascuno sopporta il peso e prova a conviverci. Tanto meno a ragione di una moralità difettosa. Anche questa c’è stata, ma ha punito i singoli e non riguarda il discorso aperto qui. No, la critica – l’autocritica – investe la scelta di una classe dirigente convinta di presidiare sé stessa nell’unica forma possibile, l’esercizio del potere, dentro e fuori. L’intera costruzione si è piegata a quello scopo. Statuto, regole, filiere, correnti e carriere, ogni passo da lì in poi ha teso a esasperare un profilo schiacciato sulle istituzioni, con la sola vocazione al governo, ma in una scissione dalle ragioni più prossime al mondo esterno.

E allora se fossi alla guida del Pd scuoterei l’albero. Suggerirei un congresso diverso. Non una conferenza sul programma. E neanche la conta sui nomi. Proporrei delle assise particolari, insolite anche nel percorso, e spiegherei perché nulla sa essere più politico del modo di organizzare le risorse: umane, intellettuali, finanziarie, passionali. Dedicherei a quell’appuntamento attenzione e rigore assenti da oltre vent’anni.

Chiamerei le persone disposte a venirci. Scomoderei le migliori pratiche sperimentate, ci sono anche vicinissimo a noi o dentro di noi. Busserei alla porta di discipline diverse e metterei gli spiriti più dotati a rivoltare la politica cominciando dal valore sconosciuto da dare all’atto singolo, l’adesione a un cammino comune. Ripenserei la cittadinanza dell’iscritto, i suoi diritti, le sue prerogative.

Insomma, ci proverei. Con un appello rivolto a chi non si è arreso. Nonostante tutto. Abbiamo sbagliato un sacco di cose? Sì. Ne abbiamo anche fatte di buone? Certo. Ma scuotiamo l’albero e facciamo cadere i frutti. Qualcosa di sano, qualcosa di nuovo, tornerà a crescere.

Fotovoltaico, cellule o birra: l’innovazione italiana è under 35

Un cerotto fotovoltaico che sfrutta i raggi solari per riparare la pelle e accelerare la guarigione della ferita. Un sistema di navigazione che con l’intelligenza artificiale aiuta l’orientamento anche negli edifici chiusi – in un’aeroporto o in un supermercato, per esempio –, lì dove non funziona il gps. O ancora: i pannelli solari che si gonfiano come se fossero una tenda da campeggio: si possono montare anche in zone di guerra o dove si è scatenato un terremoto. Persino la burrata con pochi grassi, ma che mantiene una lunga conservazione, che detto così sembra quasi un paradosso.

Sono tutte idee che sono diventate progetti d’impresa: start up, in genere, o ricerche già in fase di sperimentazione. Oggi e domani saranno premiate alla Bologna business school, per iniziativa della versione italiana della Mit technology review, la rivista del celebre istituto di tecnologia del Massachusetts. Il padrone di casa sarà Romano Prodi, presidente del comitato scientifico del Mit technology review Italia. E sarà una sorta di vetrina italiana dell’innovazione, fatta da giovanissimi.

I premiatisono undici, provengono da vari settori e hanno tutti meno di 35 anni. Segno che ci sono ragazzi in Italia che cercano di superare la crisi puntando sulla tecnologia e sull’innovazione. Inventandosi magari un lavoro: “Sono riusciti a trasformare le loro idee in qualcosa di concreto, e questo è importante – spiega Alessandro Ovi, editore della rivista italiana del Mit –. Cerchiamo di premiare progetti che possano essere utili e che non rimangano solo sulla carta”. E magari finiscono con modificare la quotidianità di tutti. Come quello di Chiara Volpi, produttrice di birra artigianale nel cuore della Toscana.

Nella zona di Sasso Pisano ci sono spaccature del terreno, dalle quali fuoriesce vapore acqueo ad alta pressione e temperatura. Sfruttando questa caratteristica naturale, Chiara produce birra con l’energia termica, senza usare i tradizionali combustibili fossili: “La nostra è una birra ecosostenibile. Abbiamo un risparmio economico, ma soprattutto teniamo molto all’aspetto ambientale: il vapore è un’energia totalmente rinnovabile”. Ma nella lista ci sono innovazioni che riguardano anche la salute, come quello di Velia Siciliano. “Questa idea potrebbe potenzialmente trasformarsi in una terapia contro i tumori, anche se è bene precisare che non abbiamo ancora affrontato studi clinici, ma solo in vitro: ci sono però risultati promettenti”, spiega la ricercatrice.

L’intento è di sfruttare delle particolari cellule immunitarie, i macrofagi, che si innestano nei tumori, ma vengono normalmente eliminate da questi. Utilizzando l’ingegneria genetica, l’intento è di riuscire a modificare queste cellule, affinché resistano e possano quindi bloccare la crescita dei tumori. Un procedimento molto simile – che coinvolge altri tipi di cellule – ha già permesso la terapia di diverse leucemie: l’idea della ricercatrice potrebbe applicarsi invece anche ai tumori solidi.

Il temporale sconfitto dal presidente Pertini alla festa dell’Anpi

E dopo il diluvio giunse l’ora dell’orgoglio. Ma partiamo dall’inizio. Cologne, provincia di Brescia, nel cuore della Franciacorta, dove, dice il mio accompagnatore, “ogni fazzoletto di terra diventa un vigneto”. Festa dell’Anpi, di quelle che si usavano una volta. Tre strutture stabili a formare un triangolo, una delle quali chiusa in muratura, e in mezzo una tensostruttura bianca. È prevista una serata speciale, una jam session tra libri e musica in onore della legalità. L’Anpi, ormai lo sanno tutti, non è più fatta di ex partigiani in via di estinzione. Molti giovani, dunque, e ancor più adulti, nostalgici di un partito che un giorno c’era e ora non c’è più.

Resistenza e Costituzione. Cologne è paese di 7.700 abitanti e 62 associazioni. Non per nulla il mio ospite, un giovane avvocato cattolico, Giovanni Bonardi, è assessore alla Cultura e alle associazioni. Sui tavoli pullulano birre e patatine, mentre i menù promettono i mitici casoncelli, ripieni di erbe e immersi in burro sfuso. Poi tutto cambia in un minuto di orologio. Nell’allegria contagiosa spuntano d’improvviso in cielo nuvoloni cupi e minacciosi. A Brescia diluvia, arriva la voce. Speriamo che il temporale vada da un’altra parte, si sussurra ai tavoli. Il temporale invece ci vede benissimo, e punta esattamente sulla festa dell’Anpi. Pochi secondi ed è un uragano. “Sempre governo ladro” è il primo commento.

Si aprono gli ombrelli dei pochi previdenti, “era da giorni che annunciavano l’uragano e non veniva mai, chi ci credeva più…”, inveisce una signora. Ma il popolo resistente non si arrende, aspetta che passi l’acquazzone. “È troppo forte, in mezz’ora finisce”. Altre birre, la jam session è solo rinviata. I resistenti intanto si addensano sotto il tendone, chi ha il permesso si infila nella struttura in muratura. Fioccano i bicchieri di vino per scaldarsi. E iniziano i motteggi politici. “Preparatevi, qui grandinerà per cinque anni”, con perfida allusione al governo Conte. Passa la mezz’ora, passano quaranta minuti, ma il temporale non ne vuol sapere. Gli organizzatori ora si preoccupano. Qualcuno va via ma il grosso dei presenti non demorde. “Oh, noi mica molliamo, i partigiani non scappano”. Non si scoraggiano i più giovani. “Li vede?”, dice fiera in cucina la signora Maria, capelli raccolti dietro la nuca e figlia alle birre. “Questi giovani li ho allevati io, facevano le gite con le scuole sui sentieri partigiani”.

Conciliaboli. Il sindaco di Cologne, il sindaco di Palazzolo sull’Oglio, l’assessore. Che si fa, si rinvia tutto? L’aria è costernata. Sì, ma a quando? Si anima il dibattito della “dirigenza”, chi può entrare in cucina dice la sua. Sotto la tensostruttura non si può stare, arriva acqua dai lati, si è bagnato anche il microfono, bagnati gli allacciamenti elettrici, addio musica. Arrendiamoci, mica è colpa nostra se c’è il temporale. Qualcuno osa suggerire di suonare con la chitarra acustica e la tromba e di parlare ad alta voce. Bocciato, la gente non resterebbe. Il grande murale dedicato due anni fa da un gruppo di giovani a Sandro Pertini, si illumina sotto i fulmini nel suo incredibile realismo. Il presidente partigiano appare in quello scompiglio come un nume tutelare. A un certo punto uno dei musicisti lancia l’idea. Ma perché non andiamo tutti nell’auditorium accanto? Figurati, e chi si bagna in queste condizioni, ci saranno in tutto dieci ombrelli. Ma il musicista, Alessandro si chiama, insiste, fiancheggiato da una ragazza di Libera, Aurora. Scusate, ma andiamo sotto la tensostruttura e chiediamolo noi alla gente: ci verreste? Qualcuno gli dà man forte: ma sì, dai, facciamo un sondaggio, oggi vanno di moda. Allora il musicista esce lui stesso e domanda: ci verreste? Una selva di mani si alza. Tutte. Certo che veniamo. L’auditorium si riempie subito di gente di ogni età, bagnata ma contenta di avere saputo resistere al maltempo. Per un’ora e mezzo si parla di legalità e di lotta alla mafia, di diritti e Costituzione, di giovani e di università. Il popolo dell’Anpi si scalda sui temi che ha più a cuore. Alla fine arrivano davvero chitarra acustica e tromba e perfino una chitarra elettrica. Parte i Cento passi ed è tutto un emozionarsi, un filmare. Poi O bella ciao ed è un tripudio. L’uragano è stato sconfitto. Si canta, si applaude, alla faccia del “nemico” piombato dal cielo sul più bello. Guardi quella gente felice e non sai se sia più giusto commuoversi o arrabbiarsi con chi ha fatto di tutto per cacciarla dalla politica. Teniamocela cara.

“Non giochiamo in Russia perché il calcio è per ricchi”

“Ogni tanto ripenso alle vecchie nazionali, alla mia nazionale, e mi sento male”. Per Claudio Gentile la maglia azzurra è quasi una seconda pelle: campione del mondo nell’82 da giocatore, campione d’Europa nel 2004 con l’Under21 e bronzo olimpico ai Giochi di Atene da ct. “La mancata qualificazione ai mondiali è stato un grande dolore: con la nazionale ho vissuto i momenti più belli della mia vita”, racconta. Anche se poi la storia è finita male: accantonato senza troppa riconoscenza nell’era post-Calciopoli. Quello sgarbo non l’ha dimenticato, con la Figc è sempre stato molto critico: “Lì dentro ho visto tante cose che non vanno e a cui non ho voluto piegare la testa, infatti ormai sono fuori dal giro”.

Giovedì 14 giugno iniziano i Mondiali senza l’Italia…

Ancora non ci credo. È una sciagura: è come un gran premio di Formula1 senza la Ferrari, i tifosi lo seguono per vedere quelle 3-4 squadre. Poveri russi, immagino che pure loro siano molto delusi.

È il punto più basso della storia del nostro calcio?

Senza dubbio. E credo ci sia qualcosa in più del semplice risultato negativo. Il pallone ha sempre fatto parte della nostra cultura, è un elemento di identità popolare, è stato anche motivo di orgoglio e unità nazionale: oggi invece c’è un misto di vergogna e sfiducia a parlare di calcio.

Com’è potuto succedere?

C’è stato un fallimento di programmazione, dal 2006 in poi: dopo il Mondiale vinto siamo andati avanti per inerzia, convinti all’Italia tutto fosse dovuto. Le due eliminazioni al primo turno nel 2010 e 2014 avrebbero dovuto far suonare l’allarme. Il buon Europeo 2016 con Antonio Conte ct ci ha illuso, ma i segnali c’erano. Non li abbiamo visti. O forse qualcuno non li ha voluti vedere, perché era più comodo far finta di nulla.

Il processo sommario ha già condannato Ventura?

Figuriamoci: non era all’altezza, ma è stato vittima di qualcosa più grande di lui.

Carlo Tavecchio?

Capro espiatorio. Ha ereditato una situazione compromessa e ha pagato per tutti.

Di chi è la colpa, allora?

Troppi stranieri e pochi giovani, società malate che impoveriscono il livello della Serie A stagione dopo stagione, dirigenti attaccati alla poltrona. Il calcio italiano è diventato un business, in cui tutti pensano agli interessi e il valore passa in secondo piano. Chi non si piega a queste logiche, viene messo alla porta.

È per questo che lei non lavora più in Figc?

Anche: io le convocazioni le ho sempre fatte in base al merito, alle mie idee magari sbagliate, e non per ordini di scuderia. E questo non è mai piaciuto. Ma non sono l’unico, pensate a Roberto Baggio: lui sarebbe un maestro di calcio straordinario, solo averlo in Federazione avvicinerebbe decine di migliaia di ragazzi a questo sport. Invece l’hanno fatto scappare a gambe levate.

Il fallimento azzurro è causa o conseguenza della crisi?

È la cartina di tornasole del movimento. Oggi purtroppo in nazionale arrivano giocatori che, molto semplicemente, non sono da nazionale: 10 o 20 anni fa non ci avrebbero mai giocato.

Sembra che il nostro calcio non sia più in grado di produrre campioni.

Il talento si esaurisce se non viene coltivato. Datemi del nostalgico, ma per me uno dei problemi maggiori è aver perduto gli oratori: lì si giocava liberamente dall’una alle otto di sera, e il pallone ti piaceva per davvero. Oggi un bambino deve iscriversi da qualche parte e pagare, non tutti se lo possono permettere con la crisi. Questo non è giusto e riduce progressivamente il serbatoio. E poi le scuole di calcio ormai pensano solo a far quadrare i conti, a sfornare talenti per le società: troppi interessi, poco pallone.

Abbiamo perso di vista lo spirito del gioco?

Da noi la tattica e la competitività a livello giovanile sono sempre più esasperate, anche in categorie in cui il calcio dovrebbe rimanere un gioco. A 10 anni sei costretto a fare la parte fisica, quella teorica, gli esercizi senza palla, poi alla fine se va bene 5 minuti di partitella. La professionalità è importante, ma un bambino deve innanzitutto divertirsi.

È arrivato Mancini: è l’uomo giusto per ripartire?

Da solo non potrà fare nulla: bisogna investire sui giovani e sul lavoro sul campo. Lui, però, da ct ha un obiettivo fondamentale: qualificarsi ai prossimi Europei. Sembra poco ma non è scontato: un’altra eliminazione renderebbe la crisi irreversibile.

Mr Giulio Einaudi e quell’incontro di 10 minuti con B.

Un verso di Charles Baudelaire recita: “Ho più ricordi in me che se mille anni avessi”. Anche Domenico Fiorino, Mimmo per gli amici, per quasi vent’anni autista personale di Giulio Einaudi (1912-1999), il “principe” dell’editoria italiana, ha tante memorie come se avesse vissuto più di una vita. Autore di un primo libro di ricordi, Alla guida dell’Einaudi, pubblicato nel 2011 da Mondadori, Fiorino – calabrese fiero e acuto, trapiantato a Torino quando lo Struzzo era ancora lo Struzzo del “dottore”, cioè di Giulio Einaudi – ha da poco finito di scrivere il secondo volume che è in attesa di pubblicazione. S’intitola Alla guida dell’Einaudi 2. I viaggi continuano, ed è introdotto da una breve premessa che dà il senso di questa epica einaudiana commossa e nostalgica: “Caro Giulio, nel primo libro mi sono preso la libertà di chiamarti per nome, e allora me la piglio di nuovo! Mi manchi, e mi mancano pure i tuoi strani appuntamenti con i tramonti”.

A stretto e quotidiano contatto con il “principe”, dai giorni neri del commissariamento della casa editrice di via Biancamano, all’epoca in cui il “dottore” si rifugiava tra i monti da Mario Rigoni Stern per evitare un possibile arresto per bancarotta, al ritorno dell’editore nello Struzzo non più suo, Mimmo sa, racconta, qualche volta glissa o tace per rispetto e per affetto. Come quando, poco prima della crisi degli anni Ottanta, Gianni Agnelli offrì al figlio del presidente della Repubblica Luigi Einaudi di acquisire un 30 per cento del pacchetto azionario della casa editrice torinese. Sarebbe servito per risalire la china e rilanciarsi, ma Giulio non accettò: per orgoglio o per timore di perdere il controllo del suo Struzzo, o chissà per quale altra ragione. C’è poi, nel racconto di Forino, rapido ma indelebile, il frammento di memoria di un giorno del 1994, il giorno in cui la Mondadori di Silvio Berlusconi comprò l’Einaudi dagli altri soci subentrati in via Biancanano dopo la crisi. L’editore e Mimmo andarono a Milano, in via Montenapoleone. “Arrivati a destinazione”, rievoca, “accostai al marciapiede e parcheggiai. Davanti alla nostra auto ce n’erano altre tre, tutte blu. Da quella di mezzo scese un uomo basso e con pochi capelli, subito circondato da numerose guardie del corpo. Era il cavalier Silvio Berlusconi”. L’incontro “non durò a lungo; dopo dieci minuti era già finito. Einaudi aveva la stessa espressione di prima: arrabbiata, o disperata, o triste, o forse tutte e tre le cose insieme”.

Ritornarono a Torino. Davanti al portone di casa, Einaudi “si voltò verso di me. Abbassai il finestrino ma non dissi nulla, in attesa. Mi fece un sorriso arrabbiato, disperato, triste ma in qualche modo affettuoso, che mi strinse il cuore, e poi aprì il portone. “Buona sera, dottore, salutai, anche se non poteva più sentirmi. Quel giorno, la Mondadori aveva comprato la Giulio Einaudi Editore”.

Incontri, storie inedite, volti di scrittrici e di scrittori, di dirigenti di via Biancamano, da Roberto Cerati a Vittorio Bo. Ecco Primo Levi in un pomeriggio di pioggia, a Torino, senza l’ombrello, che sorrride quando Mimmo lo accompagna e vede una bella ragazza che passa, anche lei senza ombrello. Ed ecco la poetessa Alda Merini, che allegra gioca a pallone con Lorenzo Fazio, allora dirigente einaudiano, sul piazzale di un autogrill.

Prendono forza, nella narrazione, Francesco Biamonti e Nico Orengo, Natalia Ginzburg e Cesare Garboli, Nuto Revelli e Lalla Romano, Sebastiano Vassalli, Rigoni Stern, Giulio Bollati, Dario Fo e Roberto Benigni. Appare pure quel redattore della casa editrice inviso a Einardi, perché aveva definito “robetta” Radici di Alex Aley, che con Rizzoli avrebbe venduto centinaia di migliaia di copie.

Su tutti, ovviamente, ancora e sempre il “principe”. Una volta, scrive Fiorino, venne “quasi alle mani con il professor Davico”, Guido Davico Bonino. Einaudi glielo confermò: “Beh, sì, è vero. È una storia di Petrolio”. E Mimmo: “Di petrolio, cosa c’entra il petrolio, lei mica ha una raffineria!”. Naturalmente Petrolio era il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, per cui Giulio “intervenne addirittura sui giornali per difendere le ragioni della sua casa editrice”. Quell’Einaudi che si fa portare dal pittore Ennio Morlotti, nel ponente ligure, e che “continuava a dirgli di “superare questo tir che andava piano e quella macchina che andava piano”, ma “poi continuava a dire a me di andare più piano…”.

Il “dottore”, insomma, che un giorno inventa il bookcrossing. Tornavano da Trieste, da una riunione con i librai. Erano nel bar dell’aeroporto, l’editore doveva prendere un volo. Chiese a Mimmo se erano rimasti dei libri, lui andò a prenderli in auto: “Lascia un libro sul tavolino, mi sussurrò. Guadai i tre titoli, scelsi La chimera” di Sebastiano Vassalli. Mentre stavano uscendo, il cameriere li chiamò: “Signori! Avete dimenticato un libro. Non lo abbiamo dimenticato, gli rispose Einaudi. Lo abbiamo lasciato lì apposta per chi vuole leggerlo”.

Giulio Einaudi non c’è più, conclude Mimmo Fiorino, “ma io avevo bisogno di viaggiare ancora con lui”: con un “principe” vero della cultura europea del secolo breve.

“Piacciono le ‘storie’ di foto: dopo 24 ore non lasciano traccia”

Gli adolescenti non vogliono stare negli ambienti in cui stanno genitori o adulti come Facebook. Per questo è naturale il loro spostamento verso piattaforme simili, come Instagram”: Giovanni Boccia Artieri è un sociologo e insegna all’Università Carlo Bo di Urbino.

Un social dove si condividono solo foto e video è percepito come “più intimo”?

Sì, perché appunto gli adulti vi sono ancora in gran parte esclusi e perché i profili sono più blindati. Inoltre, ci sono le star che i ragazzi seguono: il social diventa il luogo della disintermediazione rispetto ai loro idoli. Poi c’è la questione del linguaggio.

Si riferisce alle “storie” di Instagram, che oltretutto danno la possibilità di controllare chi visita il proprio profilo?

Non solo. I video brevi, le animazioni, le immagini messe in fila che si cancellano dopo 24 ore consentono alle persone di raccontare la loro quotidianità senza che questa poi li definisca a distanza di tempo. È come se ci fosse un doppio canale: le foto del profilo, che restano e forniscono l’immagine che vuoi far passare di te, e le storie che raccontano invece gli attimi e le giornate. Senza contare che i commenti e le interazioni sulle storie sono privati, restano tra chi pubblica e chi scrive senza essere esposti al pubblico come invece accade su altri social network. Si parte da una foto, ma si entra in una sorta di “dimensione chat”.

Gli inserzionisti come vivono questa fuga?

Semplicemente si spostano. Instagram, ad esempio, è un ambiente in cui puoi entrare in sintonia con i gusti dei tuoi potenziali consumatori perché il sistema di chi segue personaggi e marchi è strettamente legato alle passioni che esprimono. È meno generalista, molto più facile catalogare.

Le persone abbandoneranno mai i social network?

Al momento direi di no, perché rispondono al bisogno di contatto e di relazioni intime e di massa insieme, mettono in narrazione i gusti, permettono di “scoprire” gli altri e sperimentare, anche, la vita pubblica.

Caro “Faccia-libro”, adesso ti lascio. Ma non troppo

L’indignazione è quasi sempre la scintilla che mette in moto la macchina del cambiamento. La sfida è riuscire a mantenere le proprie decisioni nel tempo, anche se questo significa perdere vantaggi competitivi. Saranno però felici gli amanti delle belle donne nel sapere che la pagina Facebook di Playboy è ancora attiva, nonostante la dichiarata intenzione di abbandonare il social dopo lo scandalo Cambridge Analytica e dopo la censura di molte foto di nudo. La protesta #deletefacebook aveva coinvolto nomi famosi e marchi, uniti contro l’ingerenza del social network nella privacy degli utenti. Lo scandalo Cambridge Analytica aveva rivelato il ricorso sistematico allo studio delle abitudini degli utenti per scopi non solo commerciali e, soprattutto, la trasmissione incontrollata dei dati raccolti a terze parti.

Tra gli affiliati più radicali, Elon Musk, il patron di Tesla e Space X, che invece sembra aver rispettato l’intenzione di starne lontano. Se oggi ci si collega al sito ufficiale, l’unica icona social presente è quella che collega al profilo Twitter.

È viva e vegeta anche la pagina da oltre due milioni di fan della cantante statunitense Cher, che aveva dichiarato di voler aderire alla protesta e di aver sofferto molto nel cancellare il suo account perché Facebook l’aveva aiutata molto per la beneficenza. Nulla di strano però: già poco dopo la dichiarazione in molti si chiedevano cosa avesse cancellato, dato che la pagina era sempre lì. Probabilmente solo il suo profilo privato. L’attore Jim Carrey se n’era andato invece molto prima di Cambridge Analytica, già quando la stessa Facebook aveva dichiarato di aver intercettato ‘interferenze russe’ durante le elezioni americane. E con gran rammarico di tutti i suoi fan, non è ancora ritornato. “La censura è lo strumento di coloro che vogliono nascondersi da se stessi e dagli altri”: è con questa citazione di Charles Bukowski che l’attrice Susan Sarandon aveva annunciato, il 12 aprile, la sua volontà di cancellarsi dal social. Ironia, lo aveva fatto attraverso Instagram, piattaforma detenuta dalla stessa Facebook. E poi, Brian Acton, il cofondatore di Whatsapp (anche questa azienda acquisita da Zuckerberg) e Steve Wozniak, cofondatore di Apple. Non ha cancellato l’account, lo ha solo disattivato. La scusa? Assicurarsi che il nome “SteveWoz” non fosse utilizzato da nessun altro.