C’eravamo tanto Facebook

Regola numero uno dei tempi moderni: sei giovane, e per giovane si intende un teeneger, stai su Youtube e su Instagram, di certo non su Facebook. Lo dicono i numeri del sondaggio condotto dalla statunitense Pew Research Center dal titolo Teen, social media e Technology 2018. La sintesi è brutale: agli adolescenti Facebook non piace più. O meglio: non lo trovano attraente come YouTube, la piattaforma che ospita video di ogni genere, e Instagram, il social network delle fotografie, dei video brevi e anche delle storie, che durano 24 ore e poi scompaiono.

Guardiamo ai numeri: secondo lo studio, il 51 per cento dei teenager americani tra i 13 e i 17 anni utilizza Facebook molto meno di altre piattaforme come YouTube (85 per cento), Instagram (72 per cento) e Snapchat (69 per cento). È possibile anche una comparazione temporale. La ricerca precedente risale agli anni 2014 e 2015, quando il 71% dei ragazzi usava Facebook, il 52% Instagram. Uno spostamento evidente, tanto che quest’ultima piattaforma è passata dai 300 milioni di utenti del 2016 ai 500 milioni del 2017 e ora si avvia tranqullamente a raggiungere quota 800 milioni di utenti, confermando la lungimiranza di Mark Zuckerberg che nel 2012 l’ aveva acquisita per 1 miliardo di dollari. Il confronto qualitativo, per quanto riguarda i social network, va fatto tra queste due piattaforma. Youtube ha infatti una funzione diversa: gli utenti subiscono i suoi contenuti più passivamente e l’interazione di minore interazione.

Per studiare il motivo da vicino, entriamo in una chat di Whatsapp composta da adolescenti che hanno tra i 12 e i 18 anni e cerchiamo la conferma (ovviamente su un campione ridottissimo) di questo studio. “Io preferisco Instagram a Facebook perché è più comune tra i ragazzi e facile da utilizzare – spiega Benedetta, 15 anni – Facebook lo vedo come un posto dove si riuniscono gli adulti, infatti ho l’account ma non lo uso”. Giulia e Alessia, 16 anni, non hanno dubbi: “Di solito si segue la massa – spiegano – e la massa sta su Instagram. Insomma… va di moda. Facebook lo gestiscono i vecchi, lo lasciamo agli anziani”. Anche Gerarda non ha dubbi: “Ormai è la piattaforma più usata, quindi sto lì”. Alessio, 15 anni, spiega che Instagram è un posto dove i suoi genitori non possono arrivare: “Non sanno neanche cosa sia – dice – e sono sicuro che non mi spiino”. Giorgio è d’accordo: “Facebook lo uso solo per tenermi in contatto con i grandi o con i professori e i parenti – racconta – oppure per vedere i meme e le cose che girano”. Ma non condividi nulla? “Raramente. I miei amici stanno tutti su Instagram”. Nella pratica, insomma, i social funzionano come una sorta di passaparola. Stare su uno “fa più figo” che stare su un altro. Alla dinamica è stata anche data una definizione: è il cosiddetto “context collapse”, ovvero il collasso del contesto. Si tratta di un fenomeno complesso che può essere sintetizzato nella incongruenza tra l’intenzione con cui si ricorre al social network e la realtà. Per dire: un ragazzino magari vuole interagire con i suoi amici, ma si ritrova intercettato anche da genitori, conoscenti e insegnanti.

Quello di Pew Research non è comunque il primo studio a indicare che gli adolescenti stanno lasciando Facebook. Lo scorso anno era stato uno studio di eMarketer a stimare che la base di utenti di Facebook tra gli americani di 12-17 anni sarebbe diminuita del 9,9% nel 2017. Il totale degli iscritti per quella fascia d’età, alla fine dell’anno, erano 12,1 milioni e Facebook avrebbe perso 2,8 milioni di utenti sotto i 25 anni. Un esodo controbilanciato dal fatto che invece cresce la presenza degli adulti. Unico neo: per gli inserzionisti i dati degli adolescenti sono fondamentali, soprattutto per la minore attenzione che pongono alla privacy.

E gli altri? Secondo lo studio eMarketer, Snapchat, con i suoi 250 milioni di utenti nell’ultimo anno negli Usa ha visto un incremento dell’8%, di cui circa il 20% nella fascia tra i 18 e i 24 anni. I ragazzi, secondo Business Insider, lo considerano anche più affidabile di Facebook o Twitter per proteggere la loro privacy. In rapida ascesa anche Musical.ly, una video community che in soli due anni ha già oltre 200 milioni di utilizzatori nel mondo, quasi tutti tra i 12 e i 21 anni.

Ad ogni modo, Facebook e i social network sono ben lontani dal dichiarare fallimento nonostante il turbinio di colpi all’immagine subito negli ultimi tempi e di cui potete leggere un resoconto nelle pagine qui accanto. Zuckerberg ha già pianificato da mesi il cambio di rotta, un social più concentrato sugli eventi e le realtà geograficamente vicine all’utente per spingerlo a un approccio costruttivo. Per l’immagine (e le pubblicità) resta Instagram, perfetto per il codice comunicativo fondato sulla immagine. È il luogo della sintesi e dell’esibizione, molto più di Facebook dove invece condividere una semplice foto senza una riflessione scritta sembra senza senso. A ben guardare, Facebook ha quasi accolto il microblogging che prima apparteneva, ad esempio, a Tumblr e ha lasciato a Youtube e a Instagram la parte legata al marketing. “Preferisco le immagini immediate e veloci dei miei amici – dice senza pensarci due volta Ilaria, 17 anni – non ho voglia di leggere i lunghi sfoghi che fanno i miei contatti di Facebook. Sono pesanti. E poi… si vestono male”.

I filo-curdi: “Liberate il nostro Mandela. Poi attenti ai brogli”

“Erdogan potrebbe non vincere al primo turno, ma il suo despotismo è ormai conclamato”: parla il parlamentare Ertugrul Kurkcu, presidente dell’Hdp, il Partito filo-curdo democratico dei popoli fondato dall’avvocato Selahattin Demirtas, rinchiuso in carcere da un anno e mezzo per motivi politici. L’Hdp è diventato una realtà politica importante essendo stato in grado di intercettare, fin da quando si è presentato alle prime elezioni legislative nel 2015, non solo il voto curdo ma anche quello di minoranze e di molti giovani turchi orfani della sinistra: “Entreremo in Parlamento, salvo brogli”.

Onorevole, nonostante il repentino deteriorarsi dell’economia e del tenore di vita dei turchi il presidente Erdogan mantiene ancora un forte sostegno politico, che comprende uno zoccolo duro del 30% e un 10% di elettori indecisi. Cosa sta avvenendo nel Paese?

Erdogan potrebbe non vincere le presidenziali al primo turno e il suo partito, l’Akp, rischia di perdere la maggioranza parlamentare. L’Akp del resto è caduto vittima della propria trappola, cioè la legge voluta dai suoi alleati nazionalisti che permette di stabilire ufficialmente alleanze pre-elettorali. In questo modo tutti i singoli partiti che compongono le alleanze, potranno entrare nell’Aula anche se singolarmente non avranno raggiunto la soglia di sbarramento monstre del 10%, pur conservando i loro seggi che altrimenti andrebbero al primo partito.

Demirtas, il “Mandela curdo”, verrà liberato almeno temporaneamente per tenere gli ultimi comizi dell’Hdp oppure resterà in carcere?

Posso dire che Demirtas, dopo un anno e mezzo, è ancora in regime di carcerazione preventiva. Una vergogna. Nessun giudice lo ha processato e condannato. Lui e altri otto deputati del nostro partito sono stati presi in ostaggio da Erdogan con lo scopo di abbattere il nostro partito e i nostri sostenitori. Il processo contro di lui è una presa in giro della giustizia. Alla fine uno dei giudici del tribunale ha rifiutato di prendere parte alla decisione di tenerlo ancora in prigione. Tuttavia, dal momento che è ostaggio politico, Erdogan potrebbe consentire la sua liberazione se sarà convinto che la liberazione di Demirtas potrebbe fargli ottenere qualche voto extra dei curdi o se non sarà in grado di resistere alle pressioni internazionali e interne per liberare il suo avversario. È una vergogna per l’Europa, per Macron, May, Merkel e ora il vostro Conte, che trovano in Tayyip Erdogan un socio in affari e un alleato.

Entrerete in Parlamento?

I sondaggi ci danno sopra la soglia, al 12%. Ma sappiamo quanto in Turchia i brogli elettorali siano frequenti.

Il prof e la lady di ferro: le insidie per il Sultano

È il professor Muharrem Ince a preoccupare più di tutti il Sultano, dal 2003 dominatore incontrastato della Turchia. Le elezioni presidenziali e legislative del 24 giugno sono imminenti e il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan alza i toni contro il più temibile dei suoi avversari, l’unico in grado di mettere a rischio la sua rielezione, perlomeno al primo turno e impedire, attraverso il Partito repubblicano di cui è parlamentare, anche la riconquista della maggioranza assoluta da parte dell’Akp: il partito della giustizia e sviluppo guida il paese dal 2002, ovvero da quando fu fondato da Erdogan assieme all’imam multimiliardario Fethullah Gulen, diventato il suo nemico numero 1 e accusato di aver orchestrato dagli Stati Uniti (dove risiede) il fallito golpe di due anni fa.

Eppure a voler anticipare le consultazioni di un anno e mezzo, usando come pretesto la richiesta del partito nazionalista dei Lupi grigi, da tempo fedele alleato dell’Akp, è stato proprio Erdogan, anche per evitare di dover affrontare una ulteriore perdita di popolarità a seguito di una nuova frenata dell’economia turca prevista dagli osservatori economici per il 2019 e quindi scongiurare l’ipotesi di dover lasciare fra un anno e mezzo il potere che mantiene da 15 anni. Ma non è solo l’instabilità economica ad aver causato la perdita di potere d’acquisto soprattutto del ceto medio urbano che, assieme alla classe religiosa e ai piccoli imprenditori anatolici ha finora costituito lo zoccolo duro del bacino elettorale dell’Akp e del suo fondatore. Anche la decisione del Sultano di mantenere in vigore la legge d’emergenza scattata nel luglio 2016 dopo il fallito golpe, ha danneggiato alla lunga le casse dello Stato e il conto in banca della maggior parte dei 54 milioni di turchi aventi diritto al voto. Lo stato d’emergenza, che comporta la sospensione dei diritti, assieme alla deriva autocratica del presidente turco, hanno fatto scappare gli imprenditori stranieri e bloccato chi avrebbe voluto investire in Turchia.

Ad aggravare la situazione concorre l’inflazione ormai a due cifre. “Mi hanno alzato l’affitto tre volte in un anno e il costo della vita è sempre più alto”, dice un manager italiano che da anni vive in Turchia e che sta tentando di tornare in Italia. Se Erdogan dovesse vincere le elezioni presidenziali, seppur al ballottaggio come indicano i sondaggi, potrebbe metter mano a una riforma costituzionale più drastica. Grazie alla vittoria assai risicata del Sì al referendum dell’anno scorso, dopo le elezioni la Turchia verrà trasformata da repubblica parlamentare a presidenziale. Ciò significa che il potere esecutivo passerà nelle mani del capo dello Stato (che potrà avere l’ultima parola emanando decreti leggi) e anche buona parte del potere giudiziario. A contrastare i piani del Sultano saranno due figure sconosciute all’opinione pubblica internazionale ma ben note in Turchia: il Professor Ince, appunto, e la Lady di ferro.

Nonostante la stampa indipendente sia stata annichilita e quasi tutti i media, tv compresa, appartengano ad editori vicini al presidente, Muharrem Ince è riuscito a guadagnarsi l’attenzione dei turchi con i suoi trascinanti ed energici comizi. Ince sembra in grado di galvanizzare, come faceva molto bene Erdogan agli inizi della carriera, anche la gente di campagna, non solo l’élite filo europea di Istanbul e Smirne, questa ultima roccaforte del Partito repubblicano. Nato 54 anni fa in un villaggio agricolo della provincia nord-occidentale di Yalova, nelle sue apparizioni pubbliche il professore non dimentica mai di ricordare di aver imparato prima a guidare il trattore e poi l’auto, di aver frequentato corsi coranici da bambino e che la sua famiglia include donne che indossano il velo islamico.

Così tenta di sottrarre altri voti all’Akp mentre predica la scienza e la nanotecnologia ai giovani e promette di non abolire l’insegnamento nelle scuole superiori della teoria di Darwin che invece Erdogan vorrebbe cancellare a partire dalla auspicata rielezione. Se eletto Ince promette di abolire immediatamente lo stato di emergenza, ripristinare la separazione dei poteri e cancellare la riforma costituzionale. E soprattutto tenterebbe di riaprire il dialogo con i curdi: da poco ha visitato in carcere Selahattin Demirtas, chiedendone la liberazione anche perché il leader del partito filo curdo Hdp corre per la presidenza. Imprigionato un anno e mezzo fa con l’accusa di sostenere i terroristi del Pkk, Demirtas oltre a essere un parlamentare è un avvocato specializzato in diritti umani.

Grazie al suo carisma e alla proposta inclusiva delle minoranze religiose e di genere ha ottenuto nelle due precedenti elezioni anche il voto di molti giovani turchi cittadini laici e di sinistra, ma è impossibile che arrivi al ballottaggio. Qualche chance in più di competere con Ince per andare al ballottaggio contro Erdogan dovrebbe averla Meral Aksener. L’ex ministro degli Interni, soprannominata Lady di Ferro, ha fondato il Partito buono (Iyi) dopo aver rotto con Edrogan sull’appoggio dei Lupi grigi.

I tre avversari di Erdogan promettono un ritorno alla piena democrazia e auspicano la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea.

A The Donald interessa solo l’incontro con Kim

Da un Vertice all’altro: Donald Trump, sabato sera, aveva fretta di lasciare il G7 in Canada per raggiungere Singapore, dove domani incontrerà il leader nord-coreano Kim Jong-un: Trump fa qualcosa di mai riuscito, o tentato, da nessuno dei suoi predecessori. Gli occhi del Mondo – lo dice Kim al premier di Singapore Lee Hsien Loong – sono puntati sull’evento: un momento di snodo possibile tra tensione e distensione in Estremo Oriente, minaccia (nucleare) e denuclearizzazione.

E, infatti, il Vertice di Singapore sarà seguito da oltre 3000 giornalisti e operatori dei media: al G7, erano di meno. L’appuntamento è fissato alle 9 del mattino, le tre di notte in Italia. Il nordcoreano è in città dalla mattina di ieri, l’americano è arrivato a tarda sera con un volo non stop di 17 ore: sulla sua rotta, l’Air Force One ha sorvolato Venezia.

Trump, che s’affida molto alla chimica personale, crede che gli basteranno cinque minuti per capire se la cosa può funzionare: lui e Kim hanno tratti in comune, sono entrambi egocentrici e irascibili. Ma con due protagonisti così impulsivi e imprevedibili, nulla è scontato.

Molti fanno il tifo perché l’incontro di Singapore sia un successo. I primi sono proprio Trump, che vuole migliorare la sua immagine internazionale e coltiva ambizioni di Nobel per la Pace; e Kim, che ha bisogno di un allentamento delle sanzioni e di un flusso di aiuti per migliorare le condizioni di vita nel Paese.

Le speranze di successo sono condivise dagli alleati degli Usa nell’Area: la Corea del Sud, il cui presidente Moon Jae-in è il vero artefice della distensione coreana, e il Giappone. E dai “padrini” della Corea del Nord, Cina e Russia: Pechino e Mosca si sono date molto da fare perché il Vertice, sovente a rischio, si svolga (e Putin assicura che Kim è pronto a essere costruttivo).

Costruttivo forse, di modiche pretese no di sicuro. Il dittatore alloggia in una suite di oltre 300 mq, che costa 8.000 dollari a notte. La lussuosa sistemazione, all’hotel cinque stelle St. Regis, è dotata d’una vasca idromassaggio e una palestra, un pianoforte a coda e lampadari di cristallo di Boemia. Le pareti sono decorate da opere d’arte di pregio, tra cui uno Chagall.

Chi pagherà il conto? Il premier di Singapore ha messo a carico della città-Stato le spese del Vertice – si stima 20 milioni di dollari -. L’hotel di Kim è una goccia nel mare. Lee gongola per la visibilità che Singapore sta ottenendo in questo frangente ed è riconoscente a Kim, che ha proposto a Trump d’incontrarsi qui.

Un presidente americano e un leader nord-coreano non si sono mai incontrati: Bill Clinton, a fine mandato, ci pensò seriamente, ma non condusse in porto il progetto. E Trump ha una voglia matta di raggiungere un accordo con Kim, riuscendo là dove decenni di diplomazia ortodossa non sono riusciti.

Il G7 strapazzato da Trump. Alla fine si salva solo Conte

Sorpresa! Chi ne esce meno peggio, da un G7 con il finale convulso e il veleno nella coda, è proprio il professore esordiente, il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte: nessuno se ne aspetta nulla e lui riesce a districarsi tra Donald Trump e i leader europei, si prende gli elogi del magnate (e un invito alla Casa Bianca), senza rompere con i partner dell’Ue. Conte e il premier giapponese Shenzo Abe – i giapponesi sono maestri nel defilarsi in queste circostanze – sono gli unici che tornano a casa senza le ossa rotte dal disastro diplomatico di Charlevoix, Quebec, Canada.

In questo contesto teso e increspato, il professor Conte è riuscito a costruirsi un suo G7 particolare: da neofita, ne giudica il bilancio “molto positivo” e afferma che non c’è conflitto “nel rapporto dell’Italia con Usa e Ue”; constata che Trump mostra “attenzione e apertura” per il suo governo; e si barcamena sulla Russia (“ha un ruolo cruciale, ci vuole dialogo”), sulle missioni militari italiane all’estero (“le valuteremo, ma non c’è nessun disimpegno”), sui dazi (“non ne siamo contenti, sono svantaggiosi per l’Italia e l’Ue”).

Senza avere accanto gli angeli custodi Salvini e Di Maio, il premier pare più sicuro di sé al Vertice. Schiva pure, almeno questa volta, le ramanzine sul debito dei partner e delle istituzioni internazionali (la signora Lagarde non gli esprime le preoccupazioni quasi rituali dell’Fmi per l’Italia), in attesa di momenti di confronto più specifici e più dettagliati. A fine mese, lo attende il Vertice dell’Ue a Bruxelles; a luglio, quello della Nato, sempre a Bruxelles.

Il neo più grosso nella prestazione di Conte è l’essere rimasto fuori dalla foto simbolo del G7, scattata da Jesco Denzel, fotografo ufficiale della delegazione tedesca (in realtà stava accanto a Trump, fuori dall’obiettivo). Nell’immagine, c’è tutta la dinamica della riunione: un Trump in versione Custer, con due fedelissimi – Bolton e Kudlow – assediato da una torma di europei, un’aggressiva Merkel, Macron, la May; Abe che cerca di scomparire.

Cos’è dunque successo? A cose fatte Trump manda all’aria con un tweet le conclusioni sbiadite e indolori di un G7 che aveva già cercato di sabotare, ponendo in extremis la questione del ritorno della Russia fra i Grandi (non era all’ordine del giorno). A lavori ultimati, e da remoto, il presidente Usa se la prende col padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau, “debole e disonesto”, e straccia le conclusioni faticosamente raggiunte sul commercio internazionale, poco più di acqua fresca. Le colpe di Trudeau? Avere aperto i lavori della seconda giornata senza aspettarlo e definito, in conferenza stampa, “un insulto” i dazi Usa sull’acciaio e l’alluminio europei e canadesi.

Così facendo, Trump sancisce l’inadeguatezza dei Vertici dei Grandi e forse ne accelera il tramonto. La Casa Bianca si sente “pugnalata” da Trudeau, gli europei presi in giro dagli americani. Le reazioni sono irritate e velenose: la Merkel parla di “fiducia tradita” e di “credibilità del G7 distrutta”; Macron invita a evitare che “scoppi d’ira determinino l’agenda” dei leader; l’Ue s’attiene al testo concordato. In un’analisi, il New York Times nota che Trump ha messo un cuneo tra gli Usa e i loro alleati, lasciando vacante il suo posto – lo fece pure al G7 di Taormina, quando rimase isolato sul clima, e l’ha rifatto in Canada, isolato sul commercio – abdicando alla leadership. Che sia calcolo o impuntatura, ancora una volta Trump spariglia i giochi: il compromesso di Charlevoix è nullo e le dichiarazioni degli altri leader tutte basate su una presunzione di accordo cancellata. Il testo era surreale: un impegno anti-protezionismo, mentre l’America si muove al contrario.

“Questo è un governo di selvaggi, ma il Pd doveva parlare coi 5stelle”

Nei suoi splendidi 95 anni di vita, Aldo Masullo, filosofo, sentimentalista, studioso della morale collettiva, già parlamentare per la Sinistra indipendente al tempo in cui il Pci reclutava gli intellettuali di rango, si trova a dover giudicare il governo giallo-verde dei Cinque Stelle con la Lega. “Domenica 3 giugno ero in casa in poltrona come rintronato dalla novità. Le immagini scorrevano e il nuovo mondo si presentava. Ho provato una enorme solitudine. Mi sono sentito perso. Il mio era lo straniamento di chi non ritrova non solo i volti, e questo è naturale, ma le parole, le movenze, le virtù e persino i vizi di una compagnia alla quale in qualche modo era abituato”.

Professore, lei sebbene col mal di pancia, ha votato Partito democratico.

L’ho fatto e ancora lo rifarei per il senso che io do alla parola fedeltà. La fedeltà non è una virtù privata o pubblica oppure un gesto romantico. So bene quali siano le pecche, quanti gli errori, e il numero dei narcisi e degli sprovveduti, degli arruffapopolo che sono transitati nel Pd. La fedeltà che ho tributato al mio partito di riferimento, dal Pci a tutti i suoi eredi, rappresenta lo sforzo continuo che noi facciamo per dare una durata alle nostre idee, conservare qualcosa che è avvenuto ieri. Nel deserto generale delle idee, la stabilità ideologica rappresenta per me un porto sicuro, un piccolo punto fermo.

Altri elettori di sinistra, e se ne contano a milioni, hanno deciso diversamente da lei.

So bene. Perciò mi sarei aspettato che il Pd, invece di divenire spettatore muto, promuovesse anzi provocasse nell’immediato dopo voto un confronto con i Cinque Stelle. Io non avrei atteso la chiamata, avrei invece avanzato dei punti programmatici sui quali discutere. Forse non sarebbe accaduto nulla di strabiliante, ma avremmo acquisito una posizione dominante nel dibattito politico e non saremmo relegati al solo commento di uno scenario così lontano dalle nostre aspettative.

Ora che i giochi sono fatti e le alleanze concluse qual è la posizione che dovrebbe assumere il Pd?

Non replicare l’opposizione al primo Berlusconi, non ritenere che l’agonismo possa soppiantare la politica. Entrare nel confronto con le idee ben chiare, con proposte efficaci. Ribaltare un esito elettorale che è anche un moto di popolo non è impresa che possa essere affidata a generosi provocatori. Ha bisogno di studi, competenze e soprattutto ha bisogno di entrare nelle viscere della società. La sinistra sembra estranea, riparata nel suo pertugio che adesso si fa quasi invisibile. Quindi non spingere il tasto dell’accanimento e del pregiudizio, non incamminarsi sulla strada degli odiatori di professione. Essere sempre pronti a cogliere le contraddizioni che ci saranno, hai voglia tu se ci saranno! L’aggressività è una manifestazione di debolezza. In genere il forte riduce l’altro alla ragione grazie alla logica, alla spietata virtù del principio di realtà.

È speranzoso che ciò accada?

Io avverto che spesso si commette l’errore di ritenere la politica solo un mantello che si adagia su un corpo altrui. Così si perde di vista l’enormità della questione che ci tocca affrontare col nuovo mondo.

Ricordo bene, lei li illustra spesso i tre problemi capitali.

A) la globalizzazione; b) la finanziarizzazione dell’economia; c) la tecnologia. Questi sono i tre nuovi poteri con cui bisogna fare i conti. Invece, e qui avanzo una parola di compatimento, vedo i politici, anche questi che hanno vinto, che vanno al combattimento senza accorgersi che sono morti (ps. dovrebbero leggere l’Orlando secondo me).

La politica è sempre sopraffatta dalla realtà.

Appare sempre debole, incapace, incompetente.

E questo governo? Chi lo chiama dei barbari, chi lo vede fascistizzante, chi populista, chi sovranista.

Ha qualche elemento selvaggio, anche se il premier possiede modi curati e un linguaggio piano che credo piaccia a chi ha bisogno di intendere parole semplici.

Tullio De Mauro, il grande linguista, ricordava sempre che più di un terzo degli italiani comprende solo messaggi lineari, legge e capisce periodi semplici dove il sostantivo dev’essere accompagnato dal verbo e dal complemento oggetto. Ogni incidentale è vietata perché rende intelligibile la frase.

Ecco, questo siamo.

E a quelli che chiama selvaggi cosa consiglia?

Ai Cinque Stelle dico che devono fare più attenzione a ritenere come un fatturato democratico il clic sul computer. L’opinione pubblica, anche la loro, non matura attraverso un continuo referendum del sì e del no. La loro gente avanzerà nella coscienza e anche nella proposta attraverso la discussione. Devono sapere, se non lo sanno, che l’opinione pubblica si forma nel dibattito continuo.

A quali rischi va incontro il movimento di Grillo?

Di essere divorato dalla Lega. In politica come in natura può capitare che un serpente ne divori un altro. I Cinque Stelle raccolgono una massa più numerosa di voti, ma sono voti disomogenei dove vasti bacini di dolore sociale si uniscono, formando questo esercito della salvezza, a presenze a volte capricciose di oppositori per partito preso, e piccoli e mobili aggregati clientelari.

La Lega ha una fanteria meglio armata.

Sì, nel linguaggio bellico i Cinque Stelle fanno la figura delle reclute e i leghisti quella di una cavalleria compatta. Il blocco geografico è sperimentato, socialmente omogeneo e anche culturalmente affine, per lifestyle, ai dirigenti del movimento.

Serpente mangia serpente.

Sì. Anche perché la Lega ha la chance di riserva: se butta all’aria il tavolo si rifugia nella casa del Padre, il noto centrodestra servente. Un blocco di interessi che non si sfalda neanche se declina la figura del suo leader storico, Silvio Berlusconi.

E i grillini dove vanno?

Ecco, non hanno dove andare. Questa prova di governo è la prima e rischierebbe di divenire l’ultima se la realtà dovesse negare il tempo che serve alla speranza di trasformarsi in un atto, cioè in un fatto buono.

Comunali, sale l’affluenza. Pd furioso col leader leghista che rompe il silenzio

I Uno strappo al bon ton istituzionale che manda su tutte le furie il Pd e le opposizioni. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha invitato ieri i cittadini a votare il suo partito, la Lega, rompendo il silenzio elettorale (“un segnale anche a giornalistoni e rosiconi che pensano che in 7 giorni risolvevamo i guai d 7 anni di governi del Pd”). I dem, furiosi, ne hanno chiesto le dimissioni. Ma il leader del Carroccio si gioca il tutto per tutto alle elezioni comunali anche per puntellare la leadership nel governo (da qui anche l’apertura dello scontro sui migranti).

Alle 19 di ieri l’affluenza registrava un incremento, dopo anni di flessione, passando dal 40,03% al 44,05. Il primo voto dall’insendiamento del nuovo governo ha coinvolto 7 milioni di italiani in 761 comuni; 109 hanno più di 15.000 abitanti e 20 sono capoluoghi di provincia. Il voto interessa 17 Regioni.

I seggi si sono chiusi alle 23, lo spoglio è iniziato nella notte. L’attenzione maggiore è sulla Toscana, dove il centrosinistra si gioca la guida delle roccaforti “rosse” di Massa, Pisa e soprattutto della Siena del Montepaschi (non c’è il candidato del M5s). In Emilia Romagna il centrosinistra teme di perdere Imola (dove governa da oltre 70 anni). Soffia il vento leghista in Veneto, dove centrosinistra rischia di perdere anche Vicenza, colpita dalle vicende della banca popolare (non c’è il candidato M5s) e Treviso.

Caro Battista, gli odiatori web lasciamoli nelle loro latrine

Leggo sul Corriere della Sera questo titolo: “Asia linciata sul web dai nuovi inquisitori”. Con due brevi sommari: “Gli odiatori (anonimi) senza pietà per l’attrice”. “Il pubblico assiste sbigottito a questa moderna caccia alle streghe senza limiti”. Asia è l’attrice Asia Argento – devastata dalla gravissima perdita del suo compagno Anthony Bourdain – e l’autore dell’articolo, Pierluigi Battista si occupa con indignazione, giusta e condivisibile, dei commenti (scagliati contro una figura femminile simbolo del caso Weinstein) che promanano dalle “latrine dei social network”. Domanda ingenua: quando fu che le latrine, di cui conosciamo la funzione, sono diventate scranno di “inquisitori”, e come è stato possibile che i loro miasmi abbiano raggiunto un “pubblico sbigottito”?
Da quando esistono, i commenti web degli odiatori (anonimi) vengono paragonati alle scritte sui muri dei vespasiani, oscenità spesso accompagnate dall’identità dei bersagli scelti (con relativa utenza telefonica). Risposta scontata: oggi, grazie o per colpa della Rete quegli insulti sono divenuti globali. Ok ma chi ci costringe a leggerli e soprattutto a renderli pubblici? È come se (per restare nella metafora web -wc) qualcuno prendesse accurata nota dei messaggi da latrina e ne divulgasse il contenuto con un grosso megafono in giro per la città. Eppure liberarci di quei gas mefitici sarebbe perfino più semplice che dare un’imbiancata alle pareti indecenti. È sufficiente, pensate, non spingere un semplice, piccolo pulsante sul computer. E ignorare quei poveri squilibrati e la materia in cui sono immersi.

Vi assicuro che si può vivere benissimo senza. Infatti se non andassimo a cercare i msg escrementizi, loro non potrebbero venire a cercare noi (tanto più che gli autori-odiatori una volta scoperti cominciano a scusarsi e a piagnucolare). Certo, lo sappiamo, quel semplice pulsante genera contatti che generano pubblicità che generano introiti. È il pubblico bellezza e tu non puoi farci niente. Anzi sì: non frequentare le latrine.

Nomine: Di Maio non cede le Tlc alla Lega

I posti di sottogoverno e quelli nelle grandi partecipate agitano il nuovo governo. L’unica novità, al momento, è che la strategica delega alle telecomunicazioni non andrà a un leghista – come ipotizzato nelle ultime ore – ma a un uomo scelto dai 5Stelle. È quanto filtrava ieri da fonti autorevoli proprio mentre si svolgeva il vertice sulle nomine a Palazzo Chigi tra Luigi Di Maio, Matteo Salvini e il premier Giuseppe Conte di ritorno dal G7 canadese.

Insomma la delega assai cara a Silvio Berlusconi e rilevante per i rapporti in seno a quello che fu il centrodestra è ancora in bilico. “Niente manuale Cencelli, cerchiamo le persone con la sensibilità più adattà”, ha spiegato Di Maio a In Mezz’ora (Rai3). In palio ci sono però tutti i posti da viceministri e sottosegretari. Ma il vertice convocato nel tardo pomeriggio, alla presenza anche di Giancarlo Giorgetti, non è risolutivo e solo da martedì tutte le caselle dei dicasteri avranno un volto, un nome e un cognome.

A Giorgetti, sottosegretario leghista a Palazzo Chigi dovrebbe andare quella al Cipe. Tlc, Editoria e Servizi sono al centro di un braccio di ferro sotterraneo tra M5S e Lega, con Di Maio che vorrebbe tenere per i 5Stelle le prime due, proponendo il senatore pentastellato Primo Di Nicola per l’editoria. I servizi potrebbero andare al premier Conte (mentre il vertice del Copasir, la commissione che vigila sui servizi andrà al Pd, con in pole Lorenzo Guerini, o a Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia).

Al M5S spetteranno circa 25 tra viceministri e sottosegretari, poco meno di venti andranno invece alla Lega. Al Tesoro sono in corsa i 5 Stelle Laura Castelli (come viceministro) e Stefano Buffagni, ai quali potrebbe accompagnarsi il leghista Massimo Garavaglia.

Al Mise-Lavoro, in quota Lega si fa avanti Alberto Brambilla, “mente” della proposta sulle pensioni del Carroccio mentre alla Farnesina è salda la candidatura di Emanuela Del Re, proposta dal M5S come ministro degli Esteri prima del voto. Nicola Molteni o Stefano Candiani della Lega potrebbero fare da vice al Viminale, il leghista ligure Edorardo Rixi è in pole per i Trasporti, i 5 Stelle Nunzia Catalfo e Luca Frusone sono in corsa come vice di Di Maio ed Elisabetta Trenta, alla Difesa.

In ballo ci sono anche le nomine a Cassa depositi e prestiti. La presidenza è già opzionata dalle Fondazioni azionista, che hanno indicato Massimo Tononi, ex Mps e Goldman Sachs. Per l’amministratore delegatosembrerebbero in pole Massimo Sarmi (in quota Lega) e dell’attuale Cfo Fabrizio Palermo (M5s). Quest’ultimo, per risolvere l’impasse, potrebbe essere promosso a direttore generale. In questo modo i 5Stelle otterrebbero la nomina del direttore generale del Tesoro.

Libia nel caos e centri saturi: perché ripartono i barconi

L’inferno libico apre un nuovo fronte. Dopo mesi di relativa calma, le partenze dal Paese nordafricano sono riprese e i migranti stanno sbarcando a migliaia in Italia. La situazione lungo gli oltre 200 chilometri di costa tra Misurata e il confine tunisino, soprattutto nei pressi di Tripoli, è molto agitata in questo periodo. A giugno, con l’esplosione della stagione estiva, era normale attendersi un rigurgito di partenze dalla Libia.

I centri di detenzione dei migranti, stando alle notizie fornite dalle organizzazioni che operano sul campo, stanno esplodendo. Quelli di Tripoli e dintorni – Trik al-Matar, Tajoura e Trik al-Sikka – presentano un sovraffollamento allarmante. Le nostre ong che avevano aderito al piano di emergenza, scattato a gennaio, stanno operando per supplire alle gravi carenze igienico-sanitarie e di sicurezza, ma presto il progetto terminerà. Centri in cui manca tutto, luoghi dove i migranti vengono ammassati in attesa di capire quale piega prenderà il loro futuro. Una parte aderisce ai rimpatri assistiti curati dall’Oim, l’agenzia dell’Onu per i migranti, altri cercano di allontanarsi, chi in cerca di un passaggio via mare sui barconi, chi per scappare verso Tunisia o Algeria.

Le autorità di Tripoli, in fermento sullo scenario nazionale dove galleggiano due governi autoriconosciuti, appoggiati dai diversi partner internazionali e in conflitto tra loro, cercano di arginare un fenomeno di nuovo fuori controllo. La strategia complessiva del governo italiano in Libia sta rivelando una serie di crepe, già al confine desertico con il Niger, dove i capo tribù, disposti a cooperare con l’Italia un anno fa, si dimostrano meno attenti. Lì i migranti sono tornati a viaggiare lungo le rotte della disperazione, grazie alle maglie dei controlli molto più larghe rispetto al passato. C’è un altro aspetto da tenere in considerazione: mille sbarchi in due giorni sono un’emergenza e arriva proprio nella prima settimana di governo gialloverde. Sarà una coincidenza o anche un segnale per saggiare la reazione italiana?

Alla luce degli eventi, qualche iniziativa concreta Salvini, al di là degli slogan, dovrà iniziare a prenderla come ha fatto ieri, andando oltre gli elogi nei confronti del suo predecessore, Marco Minniti. Lui capace, esattamente un anno fa, di bloccare le partenze di migranti dalle coste libiche dopo aver preso accordi con la controparte libica, non sempre di specchiata moralità. Innanzitutto rinegoziando alcuni di quegli accordi, magari logorati dal cambio dell’esecutivo e dai tre mesi trascorsi in attesa di formare il governo. Del resto Giugno sta diventando il mese-chiave per la questione migranti e il Ministro dell’Interno deve assolutamente invertire la rotta, puntando sugli accordi e non sulle liti diplomatiche. A parlare sono le statistiche. Nei primi sei mesi del 2017, con circa 120mila profughi soccorsi, si prefigurava l’anno record per gli sbarchi, ben superiore alle 180mila unità dell’anno precedente.

Poi il ribaltone voluto dal premier Gentiloni nel dicembre del 2016 ha iniziato ad avere i primi effetti. Nella seconda parte del 2017 gli sbarchi sono stati poco più di 10mila. Il trend positivo, a seconda dei punti di vista, si è manifestato anche nei primi quattro mesi del 2018, con un calo dell’85% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. L’unico fastidio, tra agosto e ottobre, è arrivato dalle coste tunisine. Fronte tornato di nuovo caldo nelle ultime settimane a causa di un drammatico naufragio al largo dell’isola di Kerkenah, 78 corpi recuperati in mare, e reso incandescente dal principio di crisi innescato sempre dal ministro Salvini, deciso nell’affermare come dalla Tunisia arrivassero galeotti e non gentiluomini.