Sbarchi in aumento, Salvini: “Porti chiusi”

Per il momento, e per momento si intendono circa le 22 di ieri sera, il dilemma è tra il credere che la scelta del Viminale di non accogliere la nave Aquarius e i suoi 629 migranti nei porti italiani sia una prova di forza oppure che sia una scelta politica definitiva. O meglio: se sia solo un modo per portare Malta allo scoperto oppure se si tratti dell’inizio di un piano per negare davvero l’accesso italiano a tutte le imbarcazioni delle Ong. L’unica certezza è però una nave sospesa nel Mediterraneo con centinaia di migranti tratti in salvo, di cui 123 minori e 7 donne incinte, che attendono di sapere dove attraccare.

Le prime notizie arrivano nella notte: alle 00.12 il lancio di agenzia recita “Migranti, 600 soccorsi al largo della Libia”. Sono stati recuperati in sei diverse missioni sull’onda degli oltre mille sbarchi degli ultimi giorni. Nel pomeriggio il Viminale decide di non autorizzare l’ingresso nei porti italiani della nave Aquarius che li ha raccolti. Matteo Salvini fa sapere di aver scritto una lettera alle autorità de La Valletta sostenendo spettasse a loro e al loro “porto sicuro” accogliere i migranti. La risposta di Malta arriva dopo poche ore: “Il salvataggio è avvenuto nell’area di ricerca e soccorso libica ed è stato coordinato dal centro di coordinamento di soccorso a Roma. Malta non è né l’autorità coordinatrice né è competente per questo caso” spiega un portavoce a Malta Today. Si aggiunge anche il premier: “Il mio paese ha sempre agito in accordo con le regole internazionali sull’immigrazione – dice in una intervista – ma è importante che regole e convenzioni internazionali sul salvataggio vengano seguite da tutti”. Dopo poco, fonti maltesi riferiscono di non avere ricevuto alcuna missiva e aggiungono che il salvataggio sarebbe avvenuto più vicino alle coste di Lampedusa. Su Facebook, Sos Mediterranee Italia – sulla nave insieme a Medici senza frontiere – scrive: “Prendiamo atto che le autorità Sar maltesi sono state contattate dalle autorità Sar italiane per trovare la soluzione”. Già sabato, Matteo Salvini aveva attaccato Malta: “La Valletta non può sempre dire no a qualsiasi richiesta d’intervento”.

La dinamica del sistema dei salvataggi è comunque complessa. Le operazioni di salvataggio con navi o aerei, le cosiddette “Sar” sono coordinate dai Maritime rescue coordination centre (MRCC), rappresentati dal Comando generale della Guardia costiera. Le aree Sar non corrispondono però alle acque territoriali e la Sar italiana coincide con circa un quinto del Mediterraneo (500mila km quadrati). Funziona così: il primo Mrcc che riceve notizia di una situazione di emergenza ha la responsabilità di intervenire, anche se fuori della propria area di responsabilità. Così, le navi italiane intervengono anche nel Mar Libico perché, nonostante la Libia abbia ratificato la convenzione Sar del 1979, ne ha solo di recente dichiarato la specifica area. Inoltre, per prassi il governo maltese non coordina praticamente nessun intervento con la conseguente copertura italiana.

Così, il cortocircuito: è vero che chi coordina l’operazione deve indicare quale sia il porto sicuro dove sbarcare, ma l’accettazione dello sbarco è competenza delle autorità nazionali per cui un Paese non può decidere per un altro. Di fatto, quindi, il coordinatore sceglie il porto nell’ambito delle proprie competenze. E non conta neanche quale sia il porto più vicino, se non in casi di emergenza. Ieri Salvini ha rincarato la sfida a Malta e all’Europa con un tweet in cui prospetta la “chiusura dei porti”. Tra l’opposizione del Pd e degli attivisti, mancava la voce del M5s, segno quanto meno di una non condivisione delle scelte. Solo il ministro delle Infrastrutture, Toninelli, ha firmato un comunicato con Salvini, ma per ora la chiusura dei porti sembra limitarsi ad essere una presa di posizione su casi singoli. Un atto formale sarebbe tecnicamente difficile e rischierebbe di violare convenzioni e norme internazionali.

Ma mi faccia il piacere

Johnny Stecchino. “Al Sud il randagismo continua a essere un problema” (Gian Galeazzo Biazzi Vergani, il Giornale, 28.5). E il traffico, dove lo mettiamo?

La fattoria degli animali. “Finalmente i cani arrivano in Parlamento” (Libero, 8.6). Sai che novità.

Esercito senza generali. “Lascia il fondatore dell’Esercito di Silvio. Altra grana per Fi” (Libero, 9.6). L’ultimo chiuda il mausoleo.

Cazzola flambé. “Sono così tanto depresso e schifato per questo governo che, se avessi un po’ di coraggio, prenderei una tanica di benzina e mi darei fuoco in piazza Maggiore come Ian Palach” (Giuliano Cazzola, ex deputato Pdl, Sc e Ncd, L’aria che tira, La7, 5.6). Se prende un autobus dell’Atac a Roma, è lo stesso.

Aridatece i vecchi. “In Sicilia c’è una disoccupazione da record, il reddito di cittadinanza sarebbe pericoloso” (Riccardo Di Stefano, vicepresidente Giovani Industriali, La Stampa, 9.6). C’è il rischio concreto che qualcuno non muoia di fame.

Camere con svista. “Il presidente Conte per la prima volta in Aula. Il Pd è assente”, “Ecco l’opposizione dura del Pd: zero rispetto dei cittadini. Mentre Renzi si farà il tour fuori dall’Italia mantenendo la carica e l’indennità da senatore, il gruppo del Pd segue l’esempio del capo… ancora una volta assenti in blocco in Aula, mentre il Presidente Conte si presenta alla Camera” (Francesco Berti, deputato M5S, Facebook e Instagram, citato da www.nonleggerlo, 5.6). Poi, con calma, gli hanno spiegato che quel giorno Conte era in Senato.

Castellucci di rabbia. “Resteremo o no nell’Europa e nell’euro? É questa una domanda che non solo è pericoloso, ma è anche sbagliato porsi” (Giovanni Castellucci, ad di Autostrade, Repubblica, 9.6). Nel frattempo, che ne direbbe il Castellucci di far funzionare le autostrade?

Segnali distensivi. “Sempre siano lodati i ricchioni. Una volta era severamente vietato essere frocio… Personalmente non ho nulla contro i gay… I buson mi piacciono, sebbene non sia ricchione. Ho un animo frocio, anche se non tradirei mai la patata cui giurai devozione eterna… Essere culattoni dichiarati rappresenta un valore aggiunto, eppure ci scandalizziamo ancora per il termine ‘finocchio’…” (Vittorio Feltri, Libero, 10.6). Rassicuràti, i ricchioni froci culattoni busoni rottinculo finalmente respirano.

Leggere e scrivere. “Una coppia di fatto al Fatto. Il quotidiano di Travaglio ammicca al premier… L’amore pazzo per Conte cresce pagina dopo pagina… Un titolo cubitale recita: ‘Conte in luna di miele, piace a un italiano su due’… Un titolo immaginifico e surreale: ‘Conte fa l’Americano e la spalla diventa Trump’. Una leccata globale… Se il fatto facesse il Fatto anche con se stesso, si autoinserirebbe nella rubrica dedicata al lecchinaggio d’oro. Anzi, stavolta pure di platino” (Francesco Maria Del Vigo, il Giornale, pag. 6, 10.6). Se Del Vigo, non sapendo scrivere, sapesse almeno leggere, troverebbe sul suo Giornale i seguenti titoli: “Il premier fa l’americano” (10.6, pag. 5) e “Scoppia la luna di miele: 7 italiani su 10 soddisfatti del governo” (7.6). Lecchinaggio d’oro, anzi pure di platino?

Colpa di Virginia. “Esquilino, c’è un nido di calabroni: niente giochi per i bambini. I residenti protestano: ‘E’ lì da una settimana ma nessuno lo rimuove’” (Repubblica, 9.6). Muovere il culo e rimuoverlo voi no, eh?

Facci ridere. “Caro Travaglio, anche tu non mi volevi in tv. Il direttore del Fatto attacca i politici che non vanno ai talk show perchè hanno paura di lui, ma dimentica di aver rifiutato inviti a programmi solo perchè ero io presente” (Filippo Facci, Libero, 10.6). Infatti io non sono un politico e sono libero di non andare dove non voglio. Che è cosa diversa dall’impedire ad altri di andare dove vogliono.

Ballonetti. “Mi ricordo che il sindacato ci chiamò tutti a piazza del Popolo per protestare contro la Rai che non aveva ancora fatto il contratto a Marco Travaglio” (Piero Sansonetti, Il Dubbio,5.6). Nessun sindacato ha mai manifestato per il mio mancato contratto Rai, né in piazza del Popolo né in altre piazze, strade o vicoli. Sicuro Sansonetti di sentirsi bene?

Cattivi maestri. “Il ministro ha smentito contatti con Davigo e Di Matteo ed è una buona notizia” (Andrea Mascherin, presidente Consiglio nazionale forense, Il Dubbio, 5.6). Pare infatti che i due siano incensurati.

Il titolo della settimana/1. “Il primo indagato del nuovo Parlamento. E’ Di Maio (con l’accusa di diffamazione)” (Libero, 9.6). Bei tempi quando le accuse erano mafia e corruzione.

Il titolo della settimana/2. “Importiamo sempre più mignotte” (Libero, 5.6). Siamo in piena ripresa.

Addio a Gino Santercole: ci lascia uno dei ragazzi della via Gluck

Fermare il tempo. Dominarlo. Riavvolgerlo. Era una delle ossessioni segrete di Gino Santercole. Sin da quando, ragazzino uscito di collegio dopo la morte del padre, si mise a fare l’orologiaio assieme allo zio. Uno zio di cui sarebbe divenuto, una volta adulto, anche cognato, aggrovigliando i fili di quel bizzarro stato di famiglia, il nucleo di pugliesi trapiantati dopo la guerra a Milano che gravitava attorno alla casa di via Gluck 10.

Era lì che il nipote Gino e lo zio Adriano, praticamente coetanei, trafficavano con le corone e le lancette, esultando ogni volta che quegli ingranaggi ripartivano e il tempo rispondeva alla loro sollecitazione. Il tempo per Santercole è finito stanotte, quando il suo cuore si è arreso per un infarto a Roma, la sua città adottiva sin dal 1972. Aveva deciso di stabilirsi nella Capitale dopo le riprese di Er più, il film sui bulli trasteverini in cui anche Gino aveva una parte, ma non così decisiva come quelle di zio Adriano, di Maurizio Arena o di Claudia Mori, la sorella della sua prima moglie, Anna Moroni.

Un rapporto coniugale complicato, tormentoso, che naufragò quando fu lo stesso Molleggiato a rivelare al nipote i tradimenti di Anna. Non ne uscì bene, Santercole, da quel fallimento sentimentale, fino alla ritrovata serenità con la seconda consorte Malù. Ma dietro quel sorriso aperto e comunicativo c’era sempre un tarlo a scavargli l’anima, un mal sottile scaturito dalla consapevolezza che le vite parallele non portano necessariamente agli stessi traguardi. “La mia è stata un’esistenza all’ombra di Adriano”, ammetteva: e chissà chi vinceva, come finivano le partite di baseball nei campi a due passi da Via Gluck, dietro la Bicocca pirelliana. Chissà cosa provava quando Celentano veniva incoronato re del r’n’r italiano e lui, Gino, restava in seconda fila, semplice membro dei Rock Boys e più tardi dei Ribelli, fondatore ma senza potere esecutivo di un Clan in cui lo zio amava far fuori tutti gli oppositori, a partire da Don Backy. E come immaginare che Il ragazzo della Via Gluck, la canzone che a Sanremo ‘66 era stata proposta in abbinamento tra Adriano e il Trio del Clan (Gino, Pilade, Ico Cerutti) venisse bocciata dalle giurie? Eppure era lo stesso, riuscitissimo manifesto protoecologista di cui poi si innamorò Pasolini, che da quel brano ipotizzava di ricavarne un film. E quanta fatica, per Gino, dover ripetere agli ignari che sì, la musica de La carezza in un pugno (sontuoso lato B dell’epocale 45 giri di Azzurro) l’aveva scritta lui, e pure Svalutation, Un bimbo sul leone, Straordinariamente. E chi ricordava più il suo maggior successo, Stella d’argento?

Roba di mezzo secolo fa e oltre. Se andavi a incontrarlo nel suo ristorante romano, Gino ti raccontava con piacere i trascorsi cinematografici con Risi, Monicelli, Montaldo, Comencini, Salce. Il sigaro e i silenzi di Pietro Germi. I rutti di Charlotte Rampling. Con zio, dopo anni di incomprensioni, e un pezzo esplicito come Adriano ti incendierò, aveva fatto pace in tv nel ‘99, a Francamente me ne infischio. E pure con la musica, il rock e il blues del suo album di quattro anni fa significativamente intitolato Vorrei essere me. Con gli orologi no. Ha continuato a litigarci fino alla notte scorsa.

“Scrivo l’ultimo Millennium in attesa di raccontare il Nulla”

Proprio come Gustave Flaubert, il giornalista e scrittore svedese David Lagercrantz ha un sogno, poter scrivere un giorno un romanzo sul nulla. Un libro dopo l’altro ha costruito una carriera solida e, dopo aver raccontato il mito di Zlatan Ibrahimovic (Io, Ibra), il quarto e il quinto capitolo della serie Millennium (Quello che non uccide; L’uomo che inseguiva la sua ombra) – subentrando con personalità al defunto Stieg Larsson –, Marsilio ha appena pubblicato un suo libro del 2005 (sinora inedito in Italia) il thriller psicologico in alta quota, Il cielo sopra l’Everest. Prendendo spunto da alcune tragiche vicende realmente accadute nel 1996, narra due spedizioni che nel 2000 osarono una scalata che si concluderà in tragedia, portando sulla pagina più di venti personaggi ma dando risalto a due antieroi con un rapporto agli antipodi con la montagna, Giuseppe Cagliari e lo svedese Jacob Engler. Lagercrantz pone l’uomo di fronte alla natura, mescolando ingredienti esplosivi come l’invidia e la paranoia dettata dall’alta quota. Eppure la scintilla creativa è giunta guardando un filmato sul relitto del Titanic, oscillando “fra la pulsione della morte e la spinta a sfidare i limiti imposti dalla natura, poiché noi dobbiamo sempre attraversare i confini”.

Cosa l’ha spinta sopra gli 8000 metri?

Il giornalismo ha un limite: non può rivelare i pensieri interiori dell’umanità. Non può seguire qualcuno che sta piombando nella morte, seguendone gli stati d’animo, narrandone la disperazione. Un vuoto d’emozioni che solo un romanzo può colmare.

Nel libro sottolinea un filo rosso che lega il relitto del Titanic alla cima dell’Everest.

Sono due fra i punti più distanti sulla faccia della Terra. Il più alto e il più remoto che possiamo raggiungere. Entrambi ci affascinano e ci terrorizzano, invocano la vita, profumano di morte e hanno un una desolazione poetica insita proprio nel fatto di essere inospitali, refrattari alla vita stessa.

Qui racconta le spedizioni di vip che montano lussuosi campi base in alta quota, scandalizzando e affascinando gli sherpa.

È un cortocircuito culturale, possiamo considerarlo come una deriva coloniale, una forma di dominazione dell’occidente che affascina persino gli sherpa da cui dipende la vita della spedizione in alta quota. Eppure questo turismo sta alimentando il benessere di queste popolazioni.

Racconta il rapporto con la montagna, le allucinazioni, le membra che congelano, il delirio. Com’è riuscito a portare il lettore fino a 8000?

È stata la sfida più grande. Del resto, il piacere di scrivere un romanzo è la capacità di combinare diversi punti di vista, sogni, tentazioni e pulsioni. Questa storia è il viaggio su una montagna ma anche e soprattutto dentro noi stessi. Non so perché ci si dedichi a uno sport così pericoloso come l’alpinismo ma l’umanità è sempre stata attratta dalla follia, dall’irrazionalità. Sono convinto di una cosa, noi dobbiamo attraversare i confini.

Cosa rappresenta l’Everest?

La montagna rappresenta il viaggio interiore. Un viaggio dentro il degrado e nella nudità umana.

C’è attesa per il prossimo capitolo di Millennium (in uscita nell’autunno 2019, sempre per Marsilio). Sarà il sesto della serie, il terzo a sua firma. Può anticipare qualcosa?

Ammetto che all’inizio le aspettative erano quasi asfissianti ma ho trovato la mia strada e ho dato la mia impronta alla storia, il mio taglio di scrittura. Credo che il prossimo libro potrebbe essere il mio miglior Millennium di sempre. Di sicuro, sarà l’ultimo. In tutta la mia vita ho avuto la necessità di andare avanti, accadrà anche stavolta e mi lascerò alle spalle Lisbeth e Mikael. È giusto che accada.

Nelle ultime pagine scrive che desidererebbe scrivere un romanzo sul nulla. Anche Flaubert espresse questo desiderio.

Trasformare il nulla in qualcosa è un grande sogno. Ho scritto e dato vita a magnifiche storie nei miei romanzi, sarebbe interessante prendersi il tempo per descrivere nature morte, solo nature morte. Ma lo farò davvero?

Da intellettuale svedese, lei cosa ne pensa della decisione di non assegnare il Nobel della letteratura quest’anno?

È un disastro. Adesso in tutto il mondo hanno la consapevolezza che abbiamo una Nobel Academy of Literature decisamente carente di valori morali. Hanno dimostrato un’incompetenza incredibile. La prego, non mi faccia dire altro.

“Brega menava, guai a farlo incavolare. Lo sa Volonté…”

Marcello, alias Christian De Sica, in Borotalco ne era certo: “Se c’è ‘na cosa che m’accide è l’indifferenza”. E magari quella lezione era stata metabolizzata anche da Mario Brega, offeso, anzi offesissimo con chi gli aveva regalato ruolo e fama; ruolo ed eternità cinematografica: “Dopo Troppo Forte si è incavolato perché non gli ho più ritagliato uno spazio, e se qualcuno gli domandava di me, rispondeva sempre: ‘Verdone? Non lo conosco’. Era così, negli ultimi anni di vita mi ha offerto lo stesso trattamento riservato un tempo a Sergio Leone”.

Alto quasi un metro e novanta, o più, dipende da chi lo ha visto tranquillo o iroso, un addome che definire importante è riduttivo, mani da carpentiere o da picchiatore specializzato, una vita spesso al limite, a Roma definita da “coatto antico”, quando la criminalità diventava quasi fisiologica, l’oro addosso il parametro di valutazione e la paura andava sfidata. Qui in mezzo c’era Mario Brega, uno dei grandi caratteristi della cinematografia italiana, maschera per Leone prima, Verdone poi, quindi i Vanzina nel padre di tutti i Vacanze di Natale e altri ammennicoli da set (su Brega è uscita una biografia, Ce sto io… poi ce sta De Niro di Ezio Cardarelli, edizioni “A est dell’Equatore”).

Verdone, quindi non la conosceva: il casus belli?

Un giorno gli ho chiesto il perché dell’attrito con Leone, e Mario: “Sergio me doveva dà trenta pose, alla fine so’ diventate tre”. E parliamo di C’era una volta in America, dove a sentire lui aveva recitato quasi alla pari di De Niro.

Stessa situazione con lei.

Non l’ho più coinvolto, quindi ero rientrato nel novero dei colpevoli; però lo conoscevo bene, dentro sorridevo.

Non si è offeso.

Mai. Con Mario Brega poche mediazioni: prendere o lasciare.

Sembra lo stereotipo del romano un po’ bugiardo, un po’ megalomane, un po’ millantatore.

Aveva un carattere irruento e creativo, il prototipo del “padrino” di una certa Roma compresa tra la Magliana e via Veneto: la sua struttura fisica, lo sguardo, il tono della voce, gli ori, il tutto incuteva timore. A volte terrore.

Della serie: meglio amico.

Il sottile confine del suo carattere lo portava a slanci di generosità enorme: magari litigava, poi ti dava dello stronzo, urlava, se ne andava, sbatteva la porta, e dopo due giorni tornava con un paio di scarpe di gran marca. Conosceva tutti i negozi di via Veneto.

Anche con lei?

A me, Sergio Leone e Carlo Simi (scenografo) ha regalato qualsiasi cosa.

Perché proprio le scarpe?

Era un patito dell’eleganza, come un vecchio boss di via Veneto in stile anni Sessanta: indossava completi bianchi, anello al mignolo, occhiali costosi, e grande attenzione al tessuto della camicia, della giacca e delle scarpe, per offrire a tutti il parametro giusto della sua autorevolezza. Per il romano del tempo la scarpa rappresentava il massimo.

Riscatto sociale.

Nasceva da una famiglia dignitosa ma non benestante, con il padre lavoratore e olimpionico su percorsi lunghi, tipo 1.500 metri e 3.000…

Però mitomane.

Un po’ sì, con un carattere in grado di travolgere gli altri, e con l’utilizzo di una bella faccia tosta; Mario Brega lo dovevi prendere per due motivi: o perché avvertivi un certo timore, o perché realmente ti serviva una figura del genere. In scena portava se stesso.

Ha accentuato i suoi lati per crearsi un personaggio.

No, sono stato io a segnargli un percorso: nei film di Leone era sempre il cattivo, pronunciava una o due parole e poi prendeva a cazzotti Clint Eastwood o Lee Van Cleef. Basta. Menava. Menava sempre. Compreso Volonté.

Brega era il triplo di Volonté.

Lo so, però Gian Maria aveva uno sguardo un po’ da matto; comunque a Mario non je ne fregava niente: siccome Volonté non aveva saldato un debito di poker, allora lo gonfiò di botte e parolacce.

Picchiare Volonté era sacrilegio.

Per tutti noi Gian Maria era un rivoluzionario con il quale si scherzava poco, e sapere che era stato picchiato da Mario e per il poker, ci causò qualche risata. Lo ammetto.

Brega se ne sarà vantato.

Era il suo repertorio, così come la scazzottata con Gordon Scott, quando i due recitavano nello stesso film, Buffalo Bill, l’Eroe del Far West (1964) e Mario lo stese con un pugno al volto perché, secondo lui, aveva subìto qualche cazzotto reale durante le riprese. Sì, Brega nel cinema portava le sue imprese, e in qualche modo narrava sempre la stessa vicenda.

Di scazzottate.

Il copione era: un tizio gli diceva qualcosa di sbagliato, lui replicava, poi partiva il cazzotto con il quale gli frantumava le mucose, rompeva il setto nasale, cadeva a terra come Gesù Cristo mentre lui infieriva urlando: “Arzateeeee!”.

Ha assistito a una sua rissa?

Mai, però l’ho visto incazzato, e suscitava paura.

Con lei si scocciò per le poche pose in “Bianco, Rosso e Verdone”.

Quando gli spedii il copione, il giorno dopo venne a casa mia: “M’aveva detto Sergio che nel film ce dovevo sta’ come er prezzemolo, e invece tu m’hai dato solo cinque pose. Ciiinque poseeee!”. Poi concluse lo sfogo con uno sputo sullo scritto, “trovate n’antro attore”. Andò via.

E lei?

Per superare l’effetto-Brega l’unica chance era quella di restare in silenzio, allargare le braccia e adottare un’espressione sottomessa. Il giorno dopo si presentò con un paio di scarpe, sempre di marca.

In “Bianco, Rosso e Verdone” il suo personaggio è cult.

Sono contento di un aspetto: aver fermato nel tempo gli ultimi grandi caratteristi del cinema italiano, Mario Brega ed Elena Fabrizi (Sora Lella); quando Roma resisteva aggrappata alla sua storia popolare e trasteverina, quando si chiacchierava da finestra a finestra, la strada era un teatro, la piazza un enorme palcoscenico. Poi dagli anni Ottanta tutto è mutato.

Cosa è accaduto?

I romani sono stati deportati in periferia, nei grandi palazzi-alveari.

Fabrizi e Brega li ha fatti incontrare proprio in “Bianco, Rosso e Verdone”…

E proprio la Sora Lella è un parametro di quell’immaginario collettivo, tanto da cadere in un presunto assurdo: noi conosciamo la grandezza di Aldo Fabrizi, attore straordinario sia nel drammatico che nel comico, però se oggi domandate a un liceale chi ama maggiormente tra lei e il fratello, la risposta è: “Aldo Fabrizi, chi?”.

I giovani non conoscono neanche Mastroianni.

E Tognazzi? In una scuola di cinema si parlava di commedia italiana, quindi consiglio la visione dei film con Ugo e subito gli studenti mi fermano: “Quale dei due fratelli?”. Per spiegargli chi era Ugo Tognazzi ci ho impiegato molto, e sono andato via incazzato.

Torniamo a Brega, e a due parole chiave: poker e donne.

Mai vista una donna, su questo era riservato, e poi lo incontravo solo sui set o a casa di Sergio Leone.

Frequentava così tanto Leone?

Credo tutti i giorni, addirittura più volte al dì. Si presentava con una serie infinita di regali, magari una cassetta di melanzane, un’altra di carciofi, poi le arance, l’olio: “A Se’, assaggia! Senti che d’è!” (Verdone allunga il dito indice, mima la scena, e sembra uno sketch del suo “Borotalco”).

Proprio a casa di Leone ha deciso di prenderlo per “Un sacco bello”.

Spesso andavo a lavorare da Sergio e un pomeriggio mi dice: “Dobbiamo decidere chi interpreta il padre dell’hippie”. E giù ipotesi, nessuna emozionante. Dopo un po’ entra nella stanza Brega con la montatura degli occhiali d’oro, un crocifisso enorme al centro del petto, una serie di anelli, il suo vestito di lino bianco, e le solite cassette di frutta e verdura: “Tié, queste arrivano daaaa Calabria”.

Lei si illumina…

Guardo Sergio: “È lui”. Brega capisce: “Ma che me stai a propone ‘na parte?”. Sì. “Bello vie quaaa”, e mi abbraccia quasi a stritolarmi. Improvvisamente ero diventato il suo idolo.

Perché questo rapporto tra Brega e Leone?

Mi meravigliavo perché uno come Sergio, uno molto tosto, con Brega derogava.

Brega andava spesso in via Veneto?

Ai tempi della Dolce Vita era fisso, conosceva tutti i camerieri, era bello come dava le mance, come domandava da bere, come si rapportava ai proprietari dei night club; e manteneva un occhio a 360 gradi su quello che scorreva attorno, era come una telecamera. Allora se ti potevi permettere di perdere tre ore della tua vita in via Veneto, significava che eri uno arrivato.

Il cinema per lui è stato più un mezzo che passione?

Era innamorato del personaggio che interpretava, era un po’ vanesio, e con quel carattere complicatissimo. Era pure capriccioso. Imponeva sempre il suo truccatore e il suo parrucchiere.

Una star.

Si portava dietro tre capigruppo: uno reggeva il pettine, un altro il phon, il terzo lo spazzolava. Erano ex pugili, chiamati solo con il soprannome.

Un uomo di rispetto…

Questo era quello che amava, e l’aveva raggiunto grazie alle pellicole girate con me… pensare che quando è uscito Bianco, Rosso e Verdone, il film venne criticato rispetto a Un sacco bello, e il botteghino non proprio dorato.

Un successo alla distanza.

Tutti i miei film, compreso Compagni di scuola, hanno ottenuto il tributo dopo un po’ di anni. Lì per lì ho preso critiche, alcune brutte, soprattutto con Bianco, Rosso e Verdone, ricordo un articolo di Repubblica, dal titolo: Che ci fanno tre cretini sull’autostrada.

E lei?

Pensai: ‘Ho sbagliato film’. Poi mi venne in soccorso Sergio Citti: lo incontro un pomeriggio, ascolta il mio dispiacere, e alla fine: ‘Sbattitene il cazzo, tu hai girato un film de ‘na poesia straordenaria, la scena del cimitero vale tutto. Te lo dice Sergio Citti. Fidate’. Aveva ragione.

In “Borotalco” quante volte avete girato la scena storica dell’alimentari?

Pochissime. Il racconto di Mario Brega dentro al negozio, quando picchia due persone per strada, è un episodio reale della sua vita, quindi l’ ho lasciato libero; mentre la battuta dell’oliva ‘greca’ è una mia improvvisazione. Con lui l’aspetto complicato era ottenere un tono più baso della voce, come quando parlava con l’hippie in Un sacco bello. Urlava perennemente. Perennemente sopra le righe.

Angelo Infanti è molto conosciuto grazie al suo personaggio di Manuel Fantoni.

Angelo era un attore vero, bravissimo e con un carattere raro per mitezza e allegria. Brega riuscì a litigare pure con lui.

Secondo i fratelli Vanzina, la scomparsa dei caratteristi è dovuta ai comici che hanno iniziato a realizzare film…

Un po’ è vero: io sono un comico e regista, eppure i caratteristi li ho utilizzati.

E qual è la parte assolutamente vera dell’affermazione?

Arrivo da una scuola seria di regia, mentre gli altri sono bravissimi a spararsi la macchina addosso, ma non hanno mai caratterizzato il contorno; e poi si sono affidati solo al direttore della fotografia per chiudere il film: la geometria delle riprese non è semplice, tra campo, controcampo e carrello. Bisogna studiare.

E poi…

Molti attori commettono un errore: pensano di poter interpretare un ruolo da protagonista, quando in realtà non hanno la struttura per reggere, mentre sarebbero degli eccellenti caratteristi. È una forma di presunzione.

I nuovi caratteristi.

Oggi per cercarli non bisogna tentare le strade segnate da Mario Brega o Lella Fabrizi, quello è un tempo morto, tempi finiti; oggi possono essere gli egiziani, i pachistani, i rumeni e l’ho capito anche dalla colazione della mattina, quando dedico almeno trequarti d’ora per parlare con gli avventori del bar e solo il 50 per cento sono italiani.

Gli stranieri conoscono i suoi film?

Molti dicono di aver imparato l’italiano grazie a me, Benedetta Follia lo abbiamo venduto in molti Paesi stranieri, anche i Balcani; anni fa mi dedicarono una personale a San Pietroburgo, e a pochi giorni dal debutto squilla il telefono, dall’istituto italiano di cultura, sono in allarme: “C’è una lista altissima di prenotazioni”. Non capivano. Poi hanno scoperto un sito pirata, seguitissimo, con tutta la mia filmografia sottotitolata in russo.

Mario Brega era fascista?

Le sue idee politiche si avvicinavano lì, soprattutto per tradizione familiare: il padre, da sportivo, per una medaglia aveva ricevuto l’encomio del Duce.

E quando avete girato la scena del “a zoccole’ so’ comunista così!”, con lui che alza due pugni chiusi?

Non fu semplice convincerlo, avrebbe preferito il braccio teso; alla fine si arrese, con la frase: ‘Va bene, accetto, ma la giro comunque a modo mio’.

Urlando…

Come sempre… Però a noi deve interessare l’attore. Quello conta. Il privato vale fino a un certo punto.

(E come diceva Brega in “Bianco Rosso e Verdone”: “’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ‘na piuma”. Vale anche con le parole…)

Nigeriani scagionati: Traini si scatena sui muri della cella

Dopo aver sentito alla radio della revoca della carcerazione per l’omicidio di Pamela Mastropietro per due dei tre nigeriani arrestati (Desmond Lucky e Lucky Awelima, che restano comunque in carcere per spaccio di droga), Luca Traini ha dato in escandescenze, battendo i pugni e il capo contro le pareti della cella dove si trova. Traini è in carcere ad Ancona, dove è recluso dopo la folle sparatoria a Macerata contro i migranti, con cui ha voluto vendicare la stessa Pamela.

La notizia è stata riportata dai media locali. Dopo averlo saputo, l’avvocato di Traini, Giancarlo Giulianelli, gli ha fatto visita per accertarsi delle sue condizioni di salute. Ha riportato solo lievi ecchimosi alla fronte e abrasioni alle nocche delle dita.

Gli agenti a guardia nel carcere erano intervenuti immediatamente per calmare il giovane.

Awelima e Lucky erano stati arrestati arrestati inizialmente per l’omicidio di Pamela, in concorso con Innocent Oseghale. Il gip di Macerata aveva revocato la custodia in carcere per le accuse di omicidio, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere.

La statua rubata di Lisippo che il Getty non restituisce

L’ “Atleta vittorioso” deve essere confiscato “ovunque essa si trovi”. Cioè al Getty Museum di Malibù, California. Lo ha deciso venerdì il giudice Giacomo Gasparini di Pesaro che ha respinto l’opposizione dei legali del museo contro una prima decisione che disponeva il sequestro della statua bronzea del IV secolo avanti Cristo attribuita dallo scultore greco Lisippo, rinvenuta nelle acque internazionali dell’Adriatico da alcuni pescatori di Fano nell’agosto 1964 e poi, dopo una serie di passaggi tra i proprietari del peschereccio, trafficanti italiani e mercanti d’affari tedeschi con base a Londra, è arrivata nel museo del magnate Paul Getty nel 1977.

Nonostante le norme italiane e internazionali, che vietano l’esportazione di opera archeologiche, il Getty non ha mai voluto renderlo. Così nel 2007 il professore Alberto Berardi con l’associazione “Cento città” e l’avvocato Tullio Tonnini (scomparso poco dopo) hanno fatto un esposto alla Procura di Pesaro. L’inchiesta dei carabinieri del nucleo “Tutela patrimonio culturale” non poteva portare al processo dei presunti responsabili dei reati, già prescritti, ma al recupero dell’opera. Tuttavia il percorso, seguito dal pm Silvia Cecchi, dall’avvocato dello Stato Lorenzo D’Ascia e dall’avvocato Tristano Tonnini, è stato tortuoso: per due volte il Tribunale stabiliva la confisca e per due volte la Cassazione annullava rinviando gli atti per un nuovo giudizio. “È stata trovata in acque internazionali e non fa parte del patrimonio italiano”, ha detto il direttore del museo Timothy Potts al programma “Petrolio” trasmesso mercoledì da Raiuno. Due giorni dopo un giudice ha dato un altro parere opposto. Per la restituzione dell’“Atleta vittorioso”, però, bisognerà aspettare ancora la Cassazione e poi, forse, l’intervento della giustizia Usa.

Parma, Whatsapp rovina la festa per la A

C’è un messaggio Whatsapp di Emanuele Calaiò al difensore dello Spezia Filippo Da Col al centro dell’inchiesta federale che mette in pericolo la favola del Parma, che il 18 maggio scorso ha agguantato la promozione diretta in Serie A. Un triplo salto mortale dall’inferno dei dilettanti in cui era precipitato dopo il fallimento del 2015.

La Procura federale ha sentito nei giorni scorsi Calaiò, attaccante di 36 anni che ha giocato a lungo al Napoli anche in A e il suo compagno Fabio Ceravolo, che aveva scritto a un altro difensore dello Spezia, Alberto Masi. Quest’ultimo era stato già sentito insieme a Da Col e a due dirigenti della società ligure, il team manager Leonar Pinto e l’amministratore delegato Luigi Micheli.

I messaggi tra i due del Parma e i due dello Spezia risalgono a quattro giorni prima della partita decisiva, vinta per 2-0 in trasferta contro una squadra che, come si dice, non aveva più niente da chiedere al campionato. Uno dei due difensori spezzini ha letto i messaggi nello spogliatoio e la società ha consigliato di consegnare tutto alla Procura Figc per evitare rischi di deferimento per omessa denuncia.

Così hanno fatto prima ancora del match che Masi, peraltro, non ha neanche giocato. Calaiò l’anno scorso era allo Spezia, quindi si rivolgeva a un suo ex compagno, peraltro molto più giovane di lui. Cosa gli ha scritto? “Messaggi con riferimento alla prestazione in difesa dello Spezia”, ha scritto la Gazzetta dello Sport ieri. “Mi raccomando, non fare cazzate, non farmi male”, racconta qualcuno che ha letto la chat. Nulla di esplicito ma frasi suscettibili di interpretazioni diverse.

La partita si è svolta in un clima di tensione perché i tifosi spezzini non amano i rivali, con i quali un tempo erano gemellati. Il Parma è andato subito in vantaggio con Ceravolo, Alberto Gilardino dello Spezia ha sbagliato un rigore contro la sua ex squadra che poi, nel secondo tempo, ha raddoppiato. Nel frattempo il Frosinone ha pareggiato con il Foggia: così il Parma è salito direttamente in A, mentre i ciociari sono andati ai playoff.

Da La Spezia fanno sapere che “non abbiamo denunciato nessuno, i nostri tesserati hanno fatto solo una segnalazione come erano tenuti a fare”. Un comunicato del Parma, che come società è estranea ai fatti, assicura che il testo dei messaggi “ non contiene alcun tipo di irregolarità o malizia, come già chiarito dai nostri tesserati e come siamo certi verrà accertato”. Ora la Procura dovrà decidere se archiviare o deferire i due. Il Parma rischia di tornare in B ma anche in caso di accertamento dell’illecito potrebbe cavarsela con una penalizzazione nel prossimo campionato di A.

’Ndrangheta in Emilia, può saltare il processo

Un anno di processo a rischio. Imputati nella più grande inchiesta degtli ultimi anni sulla ’ndrangheta al Nord che potrebbero tornare in libertà prima della sentenza.

A Reggio Emilia il processo Aemilia rischia una battuta d’arresto devastante. Una pronuncia della Cassazione – decidendo sull’impugnazione presentata da Luca Andrea Brezigar difensore di uno degli imputati – ha infatti annullato l’ordinanza con cui nel maggio 2017 i magistrati avevano disposto la celebrazione del processo nonostante lo sciopero degli avvocati. Le conseguenze sono imprevedibili: secondo i difensori degli imputati, infatti, tutte le udienze successive all’ordinanza sarebbero annullate. Insomma, un anno di lavoro andrebbe perduto. È l’ipotesi peggiore per il processo. C’è però anche chi sostiene che soltanto le due udienze incriminate – quelle celebrate durante lo sciopero nel maggio 2017 – sarebbero da ripetere. E chi, infine, sostiene che la decisione della Cassazione dichiara nulla soltanto l’ordinanza incriminata e non le udienze. Quindi non ci sarebbero effetti sul processo.

Tutto comincia, come ha raccontato la Gazzetta di Reggio nel maggio dell’anno scorso quando gli avvocati italiani dichiarano uno sciopero contro la riforma del ministro Andrea Orlando. A Reggio si stanno celebrando le udienze per uno dei tronconi del maxi processo Aemilia: oltre duecento imputati (calabresi, ma anche imprenditori emiliani). Un’inchiesta partita per una storia di false fatturazioni che poi, però, esplode raccontando le profondissime radici del clan Grande Aracri in questa terra ai confini tra Emilia, Lombardia e Veneto. In aula arrivano i pentiti che raccontano di omicidi, puntano il dito verso il mondo della politica che si sarebbe mosso in quella zona grigia tra ’ndrangheta e affari (soprattutto nell’edilizia). Responsabilità politiche, non penali.

Un processo che procede a marce forzate: bisogna sentire centinaia di persone, una lotta contro il tempo anche in vista della scadenza dei termini di carcerazione. La Corte cerca di accelerare i tempi, anche perché molti imputati sono detenuti, mentre c’è chi non ha alcun interesse ad arrivare a una sentenza in tempi brevi. E nel maggio dell’anno scorso, appunto, arriva lo sciopero degli avvocati. Saltano diverse udienze. Alla fine il presidente della Corte, Francesco Maria Caruso, decide di andare avanti lo stesso: il diritto costituzionalmente garantito dei detenuti ad avere un processo equo in tempi rapidi, sostengono i giudici, prevale su quello dei difensori – anch’esso costituzionalmente garantito – allo sciopero. Viene emessa un’ordinanza che investe della questione la Corte costituzionale, ma dispone nello stesso tempo di procedere. Ecco il punto: secondo ambienti della difesa, bisognava sospendere il processo e attendere la pronuncia della Consulta (uno stop di oltre un anno perché la decisione arriverà il prossimo 4 luglio).

Intanto il processo è continuato. Decine di udienze. È stato sentito, tra gli altri, il pentito Antonio Valerio che ha rivelato l’esistenza di omicidi di cui tra Reggio e Mantova non si sapeva nulla.

Ma adesso ecco che arriva una prima pronuncia della Corte di Cassazione. L’ordinanza dei giudici di Reggio sarebbe “abnorme”. Scrive la Suprema Corte: la Cassazione “nell’affermare che l’adesione del difensore all’astensione proclamata dagli organismi rappresentativi della categoria costituisce un diritto di rilievo costituzionale, ha statuito che, salvo il caso di prove non rinviabili il rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza motivata dall’adesione del difensore all’astensione collettiva, attuata in ottemperanza alle prescrizioni delle norme speciali regolatrici della materia, determina una nullità assoluta”.

Insomma, si rischia la nullità delle udienze celebrate durante lo sciopero. Ma la questione va molto oltre: “Allorché sollevi incidente di costituzionalità, il giudice è tenuto alla sospensione del giudizio in corso…”, si dice in un altro passaggio. Ecco il punto chiave: il giudice del processo Aemilia, chiedendo alla Corte costituzionale di pronunciarsi, doveva fermare il processo? Sarà proprio la Consulta a dirlo. Nel frattempo di nuovo ci si divide: gli avvocati vorrebbero sospendere il processo fino a luglio. I giudici hanno deciso di andare avanti.