Il Papa ai petrolieri: “L’energia non distrugga l’umanità”

“Gli effetti del cambiamento climatico non sono distribuiti in modo uniforme. Sono i poveri a soffrire maggiormente delle devastazioni del riscaldamento globale, con le crescenti perturbazioni in campo agricolo, l’insicurezza della disponibilità d’acqua e l’esposizione a gravi eventi meteorologici”. È la denuncia di papa Francesco che ieri ha ricevuto in udienza i dirigenti delle principali imprese del settore petrolifero, del gas naturale e dell’energia. La transizione energetica, secondo il pontefice, è “una sfida epocale, ma anche di una grande opportunità, nella quale avere particolarmente a cuore gli sforzi per un migliore accesso all’energia dei Paesi più vulnerabili per una diversificazione delle fonti di energia. “La civiltà richiede energia, ma l’uso dell’energia non deve distruggere la civiltà! La questione energetica è diventata una delle principali sfide, teoriche e pratiche, per la comunità internazionale. Da come verrà gestita dipenderà la qualità della vita e se i conflitti presenti in diverse aree del pianeta troveranno più facile soluzione, oppure se essi, a causa dei profondi squilibri ambientali e della penuria di energia, troveranno nuovo combustibile per alimentarsi, bruciando stabilità sociale e vite umane”.

Artisti occupano palazzo Nardini contro la vendita

Alcune associazioni di artisti hanno occupato pacificamente nel primo pomeriggio di ieri Palazzo Nardini, nel centro di Roma, per scongiurarne la vendita ai privati. A due passi da piazza Navona, è stato costruito tra il 1470 e il 1480 e prende il nome dall’arcivescovo di Milano, Stefano Nardini, che alla metà del XV secolo fu nominato governatore di Roma dal papa Paolo II. Nel tempo è poi diventato la sede della Casa delle donne (prima che venisse spostata a Trastevere) e da metà degli anni ’80 di nuovo abbandonato. Proprio di fronte alle possibile vendita del palazzo, la Soprintendenza speciale di Roma ha avviato nei mesi scorsi la riformulazione del vincolo di interesse storico-culturale per rendere l’edificio inalienabile. Contro la procedura della Soprintendenza, Invimit, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze che si occupa della vendita, ha presentato ricorso al Tar. Le associazioni (Stalker, Associazione Scomodo, Rialto Sant’Ambrogio e altre) hanno aperto il palazzo e hanno esposto uno striscione: “Roma sogna”. Scomodo ha anche allestito una instant-mostra di disegni e altre opere. Diversi direttori di musei romani hanno espresso solidarietà alla manifestazione.

Il focus: le colpe dei maestri

 

Maggio 2018. ”Zozzoni, cretini e asini”: erano gli epiteti usati da un’insegnante della provincia di Salerno. È stata sospesa per un anno. Nello stesso periodo schiaffi, spintoni e percosse vengono documentati dalle telecamere nascoste in un asilo in provincia di Parma: due maestre sono arrestate.

 

Aprile 2018. Una maestra di 45 anni viene fermata a Varedo, in provincia di Monza e Brianza: in una scuola materna costringeva i bambini a stare immobili per ore, con le braccia conserte.

 

Marzo 2018. Un insegnante di inglese in una scuola materna di Roma, viene arrestato: è accusato di violenza sessuale nei confronti di bambini fra i tre e i cinque anni. Sempre a Roma è arrestato anche un insegnante di karate. Ha abusato di una ragazzina di 14 anni. Una scuola materna privata, in provincia di Pordenone, viene sottoposta a sequestro: le insegnanti prendevano a schiaffi i bambini.

 

Dicembre 2017. Un maestro di 67 anni, che insegnava in una scuola elementare di San Donato Milanese, viene condannato a 7 anni e 4 mesi: chiamava le bambine alla cattedra e poi le palpeggiava.

 

Novembre 2017. Sberle, spintoni e insulti. Tirate di orecchie e altre umiliazioni. Tutto viene documentato da una videocamera nascosta in una scuola materna di Vercelli. Tre maestre sono accusate di una cinquantina di episodi di violenza.

La scuola violenta. “Prof, non la passerai liscia”. Un lungo anno di aggressioni

Scuole chiuse, o quasi, dopo un anno di battaglia. E non in senso figurato. Gli ultimi nove mesi sono stati scanditi da notizie di aggressioni agli insegnanti da parte di alunni e genitori. È uno dei primi problemi che dovrà affrontare il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. Politici, educatori, dirigenti ed esperti concordano: la figura dell’insegnante ha perso autorevolezza. Sottopagati, considerati meri esecutori dei capricci dei genitori, vittime della disintermediazione che illude di non aver bisogno di professionisti. Viene chiamata “fine dell’alleanza educativa” tra scuola e famiglia, di cui l’istituzione non riesce più a farsi mediatore.


Il bilancio

33 violenze fisiche accertate e 81 stimate

La rivista Tuttoscuola ha perciò attivato un contatore che ha raccolto, durante l’anno scolastico, i casi di aggressione ai docenti. “Non sono poche e tendono ad aumentare – spiega la rivista –. E per ogni aggressione di cui si ha conoscenza certa, si stima che ve ne siano almeno altre tre non rese pubbliche. Per non parlare delle violenze verbali, ancora più diffuse come ci confermano diversi dirigenti scolastici”. Dal settembre 2017, si contano 33 violenze fisiche accertate e 81 violenze fisiche stimate. Una media di quattro episodi a settimana.


Paola, settembre ‘17

Primo giorno, la figlia chiama e lei attacca la prof

La madre di una ragazza di 16 anni entra in classe e strattona e spintona l’insegnante davanti agli alunni dopo essere stata chiamata dalla figlia in lacrime. La ragazza era stata rimproverata. La mamma si difenderà sostenendo che la professoressa “perseguitava” la ragazza dall’anno precedente.


Mirandola, ottobre ‘17

Lanciano il cestino contro la professoressa

C’è un video: un 15enne afferra il cestino dell’immondizia e lo scaraventa contro la docente che sta spiegando alla cattedra. Un altro, tira delle penne, un terzo riprende la scena. I tre minorenni vengono denunciati per violenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.


Monserrato, Ottobre ‘17

“Via lo Smartphone” e lo prende a pugni

Un alunno, rimproverato dall’insegnante, le sferra un pugno in pieno volto. “Il ragazzo stava dando dei colpi con un pezzo di cartone ai compagni, forse un album da disegno o un quaderno, non ricordo bene – ha raccontato la docente –. A quel punto l’ho ripreso e invitato a comportarsi bene dicendogli che se non avesse smesso gli avrei preso il cellulare”. Il quattordicenne ha preso il suo telefonino e le ha sottratto la borsa. Quando lei si è avvicinata, l’ha colpita. La donna è caduta a terra e ha perso i sensi. È stata portata in ospedale.

 

Avola, gennaio 2018

In due per rompergli le costole all’uscita

Il professore di educazione fisica di sessan’anni rimprovera l’alunno di 12, irrequieto. Gli dice di chiudere la finestra e di stare composto, il ragazzino – sostiene il docente – gli tira un libro. Lui chiama i genitori che lo fermano in cortile e lo prendono a calci e pugni fino a che l’uomo non finisce all’ospedale con una costola rotta. Nella loro versione, sosterranno che sarebbe stato il professore a lanciare il libro contro il ragazzo.

 

Como, gennaio 2018

Insulti e bestemmie perché gli avrebbe rotto il telefono

Esiste un video: 84 secondi di insulti, bestemmie, minacce e accuse. Secondo il ragazzo, il professore sarebbe colpevole di aver danneggiato il suo smartphone, probabilmente ritirato dal docente in precedenza.

 

Caserta, Febbraio 2018

Maestra percossa per un consiglio

Una mamma di una bambina di quattro anni picchia la maestra, sbattuta ripetutamente con la testa contro il muro, perché non è d’accordo con il suggerimento dato. La maestra aveva solo spiegato alla bambina come fare delle “stanghette”.

 

Caserta, Febbraio 2018

L’interrogazione va male, lui la accoltella

Uno studente di 17 anni accoltella in classe l’insegnante di 54 anni che voleva interrogarlo per permettergli di recuperare una insufficienza. Lui si rifiuta, lei gli impedisce di uscire. È una escalation: dalle proteste alla nota disciplinare. Fino alla ferita al volto, un lungo taglio con un coltellino tascabile. La professoressa viene ricoverata.

 

Alessandria, Febbraio ‘18

Legato alla sedia, ripreso e insultato

Una insegnante supplente di prima superiore in un istituto tecnico, con difficoltà motorie, viene legata alla sedia della cattedra con lo scotch, presa a calci e sbeffeggiata da un gruppo di studenti mentre altri riprendono la scena con uno smartphone. Ad allertare il bidello, uno studente di un’altra classe che passava per caso.

 

Foggia, Febbraio 2018

Percosse al vicepreside di una scuola media

Trenta giorni di prognosi dopo essere stato picchiato con calci e pugni dal padre di uno degli alunni che frequentano la prima della scuola media dove insegna. L’uomo lo ha aggredito all’uscita. Il giorno prima aveva rimproverato il figlio di otto anni perché spingeva e rischiava di far cadere le compagne in fila.

 

Lucca, Aprile 2018

“Inginocchiati e mettimi la sufficienza”

Due video che mostrano violenza contro lo stesso professore in un istituto tecnico di Lucca: nel primo, uno studente prova a strappargli di mano il registro elettronico, gli intima di inginocchiarsi e di mettergli sei sul registro. “Prof non mi faccia inc…re. Metta 6”. I compagni riprendono la scena col telefono. E ancora: “Lei non ha capito nulla. Chi è che comanda? Si inginocchi”. Dopo pochi giorni, inizia a circolare un altro video in cui alcuni studenti indossano un casco integrale in classe, provando a prendere a testate il professore.


Pesaro, Aprile 2018

Accendini al volto, i ripetenti: “Ti brucio”

Uno tiene un accendino acceso davanti al volto del professore, l’altro lo spinge, i compagni li incitano a dargi fuoco e riprendono la scena. Il docente, molto scosso, non dice nulla. La preside lo scopre solo tramite il video su Whatsapp di un conoscente. Oltre ai due studenti, ripetenti, è stato identificato un terzo studente che incitava più di altri ad appiccare il fuoco.

 

Torino, Aprile 2018

Punizione in biblioteca, il papà gli sferra un pugno

Il padre di uno studente, mandato in biblioteca come sanzione per un ritardo, colpisce con un pugno alla mandibola il professore, che finisce al pronto soccorso.

 

Velletri, Aprile 2018

“Ti mando all’ospedale e ti sciolgo nell’acido”

“Te faccio scioglie in mezzo all’acido, te mando all’ospedale professore’”: il video è girato in un Istituto Tecnico di Velletri e a parlare è uno studente, rivolto alla sua professoressa. Il diverbio è del 2017, ma è diventato virale solo quest’anno. Dieci minuti di discussione, l’insegnante ha minacciato di spedirlo dal preside per l’ennesima nota. “Ma chi sei tu per dirmi che devo stare zitto. Ma voi volete proprio finire all’ospedale – dice il ragazzino –. Ti faccio squaglià in mezzo all’acido, ti faccio squaglià”. I compagni ridono e riprendono. “Mo ti alzo tutto il banco ti alzo, vuoi vede’? Non mi provocà professore che poi la macchina non te la ritrovi”. E quando lei esce per chiamare il preside, lui prende a calci la porta.

 

Palermo, Aprile 2018

Picchia il prof ipovedente: emorragia cerebrale

Un professore di 50 anni ipovedente viene picchiato e ferito gravemente dal padre di una studentessa di terza media di un istituto comprensivo di Palermo. Il professore avrebbe ripreso l’alunna in classe e lei, all’uscita dalla scuola, avrebbe riferito al padre che l’insegnante l’avrebbe picchiata. Salvo poi ritrattare e ammettere di essere solo stata allontanata dall’aula.

 

Milano, Maggio 2018

“Ha graffiato mio figlio”: malmena la maestra

Una mamma milanese quarantenne prende a “schiaffi” e a “calci” e tira i capelli alla maestra durante un’ora disupplenza nella classe del figlio di 8 anni. “La maestra ha stretto il braccio di mio figlio, che è un bambino vivace, seguito dai servizi sociali, per tenerlo fermo. Gli affondava le unghie. Lui si era agitato dopo aver saputo che non sarebbero andati in ludoteca”, ha detto la mamma. La scuola ha dato un’altra spiegazione: “Il bimbo soffre di un disturbo oppositivo-provocatorio. Quel giorno si stava azzuffando con un compagno e la maestra è intervenuta per separarli. Lo ha allontanato per proteggerlo, il bambino ha cercato di morderla e l’ha presa a calci. E nella concitazione si è ferito, graffiandosi”.


Taranto, Maggio 2018

Propone la sospensione per il bullo, lo schiaffeggiano

Il padre di un alunno di scuola secondaria di I grado aggredisce con schiaffi e pugni il professore che aveva proposto la sospensione per 5 giorni del ragazzo che, richiamato perché picchiava i compagni, si era rivolto in modo minaccioso al docente.


Padova, Giugno 2018

La figlia va male in inglese, lei picchia l’insegnante

La madre di un alunno di scuola media aggredisce l’insegnante di inglese che aveva dato un voto insufficiente al figlio. Allo scontro verbale nel cortile della scuola prima delle lezioni è seguito uno schiaffo in faccia. La professoressa è caduta a terra, si è ferita al labbro e, con un livido in volto, si è fatta medicare all’ospedale.

Salvati 467 migranti: sono i primi sbarchi dell’era Salvini

Sono i primi migranti arrivati in Italia con Salvini come ministro dell’Interno. In totale 467, sbarcati ieri in Sicilia e Calabria. Fra loro c’è anche un bambino che racconta: “Mi hanno venduto per 700 dinari e per mesi ho lavorato come schiavo”.

L’odissea dei migranti è durata giorni, sia per le cattive condizioni del mare, sia – denunciano i soccorritori delle ong, le organizzazioni non governative – per il rifiuto di Malta di far entrare nel loro porto una delle imbarcazioni in difficoltà. Alla fine è arrivato l’ok dell’Italia, con molti dei migranti in condizioni già precarie, disidratati e con le ferite subìte per le torture in Libia.

I 232 sbarcati ieri a Reggio Calabria sono stati soccorsi dall’ong tedesca Sea Watch, fra loro ci sono anche una trentina di minori senza genitori e una donna incinta. Per lo più si tratta di profughi sudanesi, ma molti arrivano anche da Mali, Niger e Gambia. Altri 235 sono arrivati a Pozzallo e saranno ridistribuiti nelle prossime settimane, in gran parte in altre regioni. Giorgia Rinaldi, rappresentante della Sea Watch, dice: “Quello che facciamo è ottemperare all’obbligo di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà in mare“.

I “dimenticati” nell’inferno dei lager libici

Non è facile salire “sui barconi stracolmi di sofferenza e dolore”: provare a raccontare le vite di chi è normalmente considerato merce senza più umanità. “Per capire da dove vengono queste persone e dove vogliono andare a cercare una minima possibilità di futuro per sé e per la propria famiglia”. Francesco Viviano e Alessandra Ziniti – giornalisti di Repubblica – lo fanno ora in un libro: Non lasciamoli soli, edito da Chiarelettere.

Nei giorni scorsi il neo ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che non tutto ciò che ha fatto il suo predecessore, Marco Minniti, andrà buttato. Il riferimento è all’accordo stretto con Tripoli che ha avuto l’oggettivo effetto di ridurre gli sbarchi. Ma andando a guardare quello che succede al di là del mare, Viviano e Ziniti hanno scoperto una realtà ancora poco raccontata. Migliaia di migranti intrappolati in Libia, ridotti a schiavi e torturati. Donne e bambine violentate, costrette a prostituirsi. Giovani in fuga che si devono reinventare torturatori. I due giornalisti hanno raccolto le testimonianze di chi è riuscito a fuggire dai lager libici, per raccontare le storie di chi è anima e corpo, non solo – come ha scritto, in introduzione al libro, l’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini – “una figura di cartone”.

In Non lasciamoli soli si parla anche delle ong, le organizzazioni non governative. Un capitolo è dedicato a Medici senza frontiere. Uno dei responsabili, Marco Bertotto, racconta come ha vissuto in prima persona il fuoco di fila contro di loro: “Ci hanno accusato di aver violato le leggi del mare, di complicità con il network di scafisti, di incentivare con la nostra presenza le partenze dei barconi dalla Libia e addirittura di aver contribuito ad aumentare la mortalità in mare”. All’inizio erano piccole teorie cospirative. Poi il tema è stato affrontato in un rapporto da Frontex e il capo della Dda di Catania Carmelo Zuccaro ha aperto un’indagine su un’ipotesi di associazione a delinquere fin qui non riconosciuta dai giudici.

Per le ong è sempre più difficile scrollarsi di dosso il pregiudizio di essere un incentivo per chi deve partire. La realtà – sostengono Viviano e Ziniti – è che gli sbarchi in Italia sono sì diminuiti nell’ultimo anno, ma non le partenze e le morti in mare, spesso per l’inadeguatezza della guardia costiera libica. “Nessun accordo e nessun muro – scrivono – potrà arrestare il flusso migratorio epocale di questi ultimi anni, le cui radici affondano nelle drammatiche condizioni di vita di buona parte dei paesi dell’Africa, divenuta una bomba a orologeria oltre che un nuovo campo di semina della jihad”.

Fra le storie, c’è quella di Rambo: arrivato in Libia dalla Nigeria per migrare, riconvertitosi a torturatore, nei lager stipati da chi non può partire. Rambo – vero nome John Ogais – usava la corrente elettrica per torturare. Di giorno uccideva, di notte stuprava. Ma il suo destino si deciderà in un tribunale italiano, dato che anche lui alla fine è sbarcato, ha cercato protezione internazionale, ha trovato le manette: un suo ex schiavo lo aveva denunciato. C’è la storia di Segen: trentacinque chili a 22 anni, diciannove mesi di prigionia in Libia, la morte su un barcone. E quella di Ahmed, lo schiavo scelto per fare il becchino del mare, a riempire le fosse comuni sotto le dune di sabbia del deserto. Samir e Abbas, venduti all’asta, da un padrone all’altro. Maryam che voleva fare il medico ed è stata costretta a prostituirsi.

Tutti racconti che si svolgono con lo stesso scenario: il sole della Libia, la sabbia del deserto, il nero del mare. E quella voglia disperata, spesso illusoria, di immaginarsi un futuro.

Pride 2018 romano in tono minore. Ma si rivede il Pd

“Non voglio entrare nel merito della politica, ma non possiamo fare lo sgambetto alla storia. Se il mondo sta andando in una direzione, non voglio vivere in un Paese che ci costringe a essere ‘quelli fuori dal coro’”. Racconta così la sua esperienza al Pride di Roma Sabrina Impacciatore, madrina della manifestazione. E aggiunge: “Tutti coloro con cui ho parlato oggi, che ho guardato negli occhi, mi hanno resa felice. Ho capito che solo gli stolti potrebbero pensare siano diversi da noi e che meritino di godere di meno diritti”.

Alle 16 il grande carrozzone dell’orgoglio Lgbti è partito da Piazza della Repubblica, al grido di “Brigata Arcobaleno, la Liberazione continua”. In testa al serpentone, due testimonial d’eccezione: i partigiani dell’Anpi Modesto Costa, 92 anni, e Tina, 93, che ha tuonato: “Fontana, ma che vuole, chi è? E Salvini: ma noi avevamo bisogno di un ministro come lui? Dobbiamo riprenderci in mano tutti assieme, riprendere le redini del Paese, non sarà questo governo che lo cambierà. Oggi avete dimostrato che si può, bisogna osare. Se osiamo tutti assieme saremo vincitori”.

Diciotto carri, compresi quelli delle ambasciate del Regno Unito e del Canada, hanno accompagnato due ore di corteo; sfilano anche il comitato Orgoglio Trans, la Rete dei dipendenti Lgbti del Ministero degli Affari Esteri, e quello delle Drag Queen.

Sotto il sole di Roma ci sono Anthony, 78 anni e James, 82, arrivati dall’Inghilterra come turisti, e oggi manifestanti per caso: “Ci siamo conosciuti 50 anni fa”, racconta James, “io ero un quasi medico, Anthony faceva il cameriere al bar vicino casa. È stato amore a prima vista”. Lo interrompe Anthony: “Oggi siamo qui per supportarvi, è ora che anche voi facciate un passo in più.”.

Poco più in là, mentre giocano con il loro bimbo, ci sono Giovanna e Alessia: “Per la legge solo Giovanna è madre del nostro bambino. Io sono invisibile”, dice Alessia, “siamo nel 2018, sarebbe il caso di accelerare con la ‘burocrazia’ e di placare tutto questo finto perbenismo e moralismo”.

Inglesi, russi, austriaci, americani, indiani, italiani, tutti insieme, “non tanto per sottolineare la nostra ‘diversità’, come la chiamate voi ‘gente normale’, quanto perché siamo esattamente come voi”. A parlare è Elena, una volta era Michele. Fa la badante, “immagina se con la mia laurea in lettere io sia riuscita a trovare un lavoro degno della mia qualifica. Questo è il punto”. Come per tutti i Pride, non tutti sono omo, bi, o trans: “Sono qui per incoraggiarli. Etero dalla nascita ma era giusto esserci”, ha detto sorridendo Ludovica che passeggiava al fianco dei manifestanti con il marito e i tre figli.

Non mancano gli sberleffi al neo ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che nelle scorse settimane è balzato alla cronache per le affermazioni sulle famiglie arcobaleno: “Ministro Fontana, lei ha avuto una mamma e un papà, eppure ha delle idee ‘deviate’”, recita il cartellone di un manifestante. A seguire, una parata di goliardate, come la ragazza che in mano tiene il cartello: “Sono gay e pure mancina: #medioevoproblems”.

Alla festa era presente anche quello che resta della sinistra italiana: il segretario del Pd Maurizio Martina e il presidente del Pd Matteo Orfini; il leader di Leu Piero Grasso che ha dichiarato: “Una società civile ed evoluta deve fondarsi sul principio di uguaglianza previsto dall’articolo 3 della Costituzione”. Manifestano anche la senatrice radicale Emma Bonino e la segretaria della Cgil Susanna Camusso. Assente il sindaco della Capitale Virginia Raggi, perché fuori città, ma al suo posto sfila il vicesindaco Luca Bergamo. Al suo fianco, il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e il vicepresidente Massimiliano Smeriglio.

Secondo gli organizzatori erano 50 mila, secondo fonti di polizia circa 20.000 alla partenza e 10.000 all’arrivo, in piazza Madonna di Loreto. In ogni caso, molti meno di un anno fa.

Mail Box

 

Per risolvere il problema Ilva trasferitevi a Taranto

Avrei una modesta proposta per avviare a soluzione il problema dell’Ilva: trasferire un prossimo sottosegretariato del ministero dell’Ambiente a Taranto, con ovvio obbligo per gli addetti di prendervi residenza, mandare i propri figli nelle scuole del quartiere Tamburi e servirsi unicamente degli ospedali locali.

Potrebbero così avere il tempo di visitare l’ex stupendo centro storico, murato e inabitato da decenni, habitat ideale per topi e scarafaggi. Potrebbero anche parlare con il documentatissimo primario del Reparto di Ematologia dell’Ospedale Moscati, e chiedergli notizie aggiornate sulla incidenza dei vari tipi di tumore nelle famiglie tarantine.

Potrebbero anche cercare qualche vecchio del luogo per domandargli come era il golfo e che fine hanno fatto gli aranceti, gli uliveti e le vigne esistenti: tutto raso al suolo per edificare il mostro, che prima si chiamava Italsider, ma la quantità di veleni prodotti è rimasta la stessa. Io non conosco la soluzione del disastro, ma credo che vivere sulla propria pelle certe realtà aiuterebbe se non altro a capirle.

Vincenzo Bruno

 

Un premier che sa le lingue è già un segnale positivo

Spero come italiana nella riuscita di questo governo perché quello di prima pur essendo di sinistra ha guardato più ai poteri forti che ai bisogni dei cittadini. In questi giorni i media hanno alzato aspre critiche, politici sino ad ora silenti si sono svegliati dal torpore per urlare la loro indignazione in Parlamento.

Ma dov’erano questi parlamentari quando una legge elettorale assurda fu imposta con la fiducia? Oggi la tv ha fatto vedere l’arrivo in Canada del nostro primo ministro e l’ho visto dialogare prima con chi lo riparava dalla pioggia sulla scaletta dell’aereo, poi con le autorità canadesi che lo accoglievano!

Beh, vedere finalmente un rappresentante dell’Italia che dialoga in un inglese fluente è rassicurante.

Adriana Re

 

La liquidazione è veloce, ma solo se sei parlamentare

Leggo sul Fatto di ieri che all’onorevole Di Battista è stata accreditata la liquidazione per i suoi 5 anni parlamentari, la somma accreditata è importante e comprendo il suo rammarico a privarsene e do atto alla sua coerenza e onestà intellettuale. Ciò che voglio qui rimarcare è il mio caso uguale a tutti i dipendenti pubblici che sono andati in pensione dopo il 2011. Io sono andato in pensione nel novembre del 2016 con 42 anni e 10 mesi di anzianità e 63 anni di età, fino a oggi non ho percepito un centesimo della mia liquidazione.

Ora, se le parole hanno un senso, si chiama “premio di servizio” ne percepirò una parte (spero) il prossimo novembre e la rimanenza nel novembre 2019.

Pensare che gli onorevoli Cicchitto, Alfano, Giovanardi – per fare qualche esempio – questo mese abbiano ricevuto quanto loro dovuto, e che io debba attendere degli anni, mi lascia diciamo un pochino perplesso per non usare altri aggettivi che non sarebbero così polically correct.

In questo caso come in molti altri vale quanto detto dal Marchese del Grillo.

Luciano Meneghelli

 

Una nuova legge elettorale per essere pronti al voto

Ora il Parlamento c’è, c’è il governo, abbiamo le commissioni parlamentari.

Tutto è pronto per partire. Spero con tutte le mie forze che la prima cosa a cui metteranno mano sia un nuovo sistema elettorale che garantisca rappresentanza e governabilità senza insultare il buon senso, i principi democratici e la Costituzione.

Lo spero come la cosa più essenziale al momento perché c’è sempre il rischio di caduta del governo. Seppure i partiti come FI e Pd abbiano subìto una batosta infernale, è troppo forte la tentazione in troppa gente di sostituire il governo Conte con un governo posticcio, tecnico o di altro nome fasullo.

Viviana Vivarelli

 

La luna di miele con Conte e l’autonomia dell’Italia

Il Pd ha contestato Giuseppe Conte per gli appunti che a Montecitorio gli ha passato Luigi Di Maio e per aver consentito che il portavoce di Palazzo Chigi, Rocco Casalino, stringendone il braccio, dichiarasse, bruscamente, conclusa, in Canada, la prima conferenza-stampa del professore. Episodi marginali, che l’opposizione dovrebbe trascurare, proponendo alternative, se ve ne sono, alla linea dell’esecutivo, sui vari punti del “contratto.”

Come ha informato Pagnoncelli, sul Corriere della Sera, un italiano su 2 ha approvato la prima settimana di lavoro del successore di Gentiloni. Le ragioni? La consapevolezza che, a Bruxelles e al G7, l’Italia non ossequia i partner, con il cappello in mano, ma presenta posizioni, forse, discutibili, ma autonome, come in passato Moro e Craxi.

Pietro Mancini

 

Nel governo giallo-verde in realtà la Lega sarebbe blu

Volevo ricordare che oggi il colore giusto per segnalare la Lega di Salvini è il blu. Verde era Bossi.

Giordano Sangiorgi

Bail-in in fiamme al largo di Orione: ho visto cose che voi umani…

Ogni tanto qualche commentatore parla ancora di banche. No, per carità, mica di Deutsche: più che altro si tratta di variazioni sul bel tempo andato di quando c’erano i competenti e non “i dilettanti allo sbaraglio”. Ad esempio l’idea grilloleghista di provare a riformare il bail-in (la norma Ue che vieta gli aiuti di Stato nelle crisi bancarie prima che siano azzerati azionisti, obbligazionisti e correntisti sopra 100 mila euro) li manda fuori di testa. Lo ammettiamo: di recente non ci è capitato di vedere navi in fiamme al largo di Orione, però abbiamo sentito con non meno sorpresa un autorevole cronista sostenere in tv che il bail-in è in vigore “fin da un regio decreto del 1936” e letto su un ancor più autorevole giornale che “in Italia non è mai stato applicato” e nel caso Etruria & C. sono solo “andati in fumo gli investimenti in obbligazioni subordinate che sarebbero evaporati in ogni caso”; “quanto al fatto che il bail-in abbia destabilizzato il sistema del credito in Italia è una fandonia”. Ora, la settimana scorsa le due Autorità europee che si occupano di banche e mercati (Eba e Esma) hanno pubblicato un documento in cui si dice: il bail-in rischia di destabilizzare il sistema via crisi di fiducia, sarebbe meglio dunque escludere dalla tosatura gli obbligazionisti retail (i piccoli risparmiatori). Lavoce.info ci ricorda che in Europa ci sono 262 miliardi di bond bancari al dettaglio, molti dei quali in Italia: forse sulla Gazzetta di Tannhäuser è previsto che, colpiti dai raggi B, “evaporino in ogni caso”. Ho visto cose che voi umani…

Caro Minniti, cosa sapeva delle sofferenze di Sacko?

 

“In Calabria, Salvini sarebbe dovuto andare già da tempo perché l’omicidio di Sacko Soumaila è un fatto gravissimo. In queste circostanze il ministro degli Interni prende un aereo e va sul posto”.

Marco Minniti ospite di “Piazza Pulita”

 

Sono sicuro che molti di noi rimpiangeranno Marco Minniti al Viminale, e l’altra sera le osservazioni che ha rivolto al suo successore Matteo Salvini sull’immigrazione clandestina (presto si accorgerà che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, Mediterraneo) ci sono apparse impeccabili. E tuttavia (come lui direbbe) l’impressionante servizio sulla baraccopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) dimora del sindacalista assassinato Sacko Soumaila, suscita alcune domande che gli giro da questa rubrica contando sulla sua cortesia. Come è stato possibile che, chissà da quanti anni, una moltitudine di esseri umani (regolari, irregolari, chi può dirlo?) siano stati costretti a vivere, anzi a sopravvivere e vegetare, in condizioni subumane? In un luogo privo dei più elementari servizi igienici (latrine a cielo aperto), immerso nella melma, esposto alle intemperie, sotto tetti di cartone che il povero Sacko cercava di sostituire con quel pezzo di lamiera che ha pagato con la vita? Ora è pur vero che la banalità del degrado ci circonda tutti quanti e che davanti a essa spesso preferiamo distogliere lo sguardo. Quando sui marciapiedi delle grandi città passiamo accanto ai fagotti umani buttati in un angolo o ripiegati su se stessi per strapparci un’elemosina di pietà. O quando dall’autostrada gettiamo uno sguardo distratto sui fortilizi dell’abbandono costruiti sui rifiuti, chiamati campi rom. Ma se il nostro senso della vergogna non risponde più al riflesso dell’umana misericordia, peggio per noi. E se la nostra protesta civile si limita allo sdegno per una frase detta o non detta o detta male da un premier improvvisato, peggio per noi. E peggio per noi se necessita che a un giovane uomo del Mali venga spappolata la testa da una fucilata per accorgerci che non lontano da un’altra autostrada, laggiù nei campi, un esercito di schiavi si spezza la schiena per un lavoro e una paga che nessun italiano tra quelli che gridano “prima gli italiani” potrebbe mai accettare. Ma se davanti allo scempio e alla vergogna chi avrebbe dovuto fare qualcosa, per dovere d’ufficio o per responsabilità istituzionale, non ha mosso un dito, il problema, ne converrà onorevole Minniti, è molto, molto diverso. Per essere più precisi: chi sarebbe dovuto intervenire per sottrarre i corpi di quella umanità alla melma offrendo loro un rifugio non di cartone o di lamiera. Il sindaco? Il prefetto? Il governatore della Calabria? E l’allora ministro degli Interni, figlio di quella terra, in che termini fu messo al corrente dell’esistenza di un posto simile (e di quanti altri ancora) emblema di illegalità e di ingiustizia? E in caso affermativo quale fu la sua reazione? Non è un interrogatorio, ci mancherebbe, ma una richiesta di conoscenza rivolta a chi ha cercato di governare questa complicatissima materia. Leggere, infine, che il campo profughi “doveva essere smantellato ma è rinato sulle ceneri di se stesso perché la tendopoli più vivibile costruita dall’altra parte della strada non può contenerli tutti” (“Corriere della Sera”) rende tutto più inaccettabile. Perché quando lo Stato allarga le braccia subito c’è qualcuno che arriva con la ruspa.