La fede e la condivisione del Signore costituiscono la comunità cristiana

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé”. Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: “Come può Satana scacciare Satana? Se un Regno è diviso in se stesso, quel Regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito impuro”. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre” (Marco 3,20-35).

La pagina evangelica odierna è conclusiva di un capitolo molto articolato e vario. Una folla numerosa accorre da tutta la Palestina; dal gruppo di discepoli, Gesù ne sceglie 12 perché condividano il suo destino. Le parole e gli atti di Gesù preoccupano i parenti per il buon nome della famiglia, da Gerusalemme arriva la commissione d’inchiesta degli scribi con l’accusa di magia. Gesù dà prova di muoversi con libertà imprevedibile, meravigliosa e senza artifici in uno scenario confuso di gente che gli ruota attorno e lo ascolta, mentre la parentela e i teologi lo incastrano in una manovra a tenaglia per toglierlo di mezzo. Quelli del suo clan, per la seconda volta e ora con sua madre, escono per andare a prenderlo perché è fuori di sé. Come per gli scribi è posseduto da Beelzebùl. Ma Gesù, con la sua pedagogia del dialogo, li chiamò vicino a sé e con la parabola della casa imprendibile perché custodita da un uomo forte, dimostra che la sua azione unifica la persona e che il bene da lui compiuto libera dalla potenza del maligno. Il nome del demonio è Divisore, come la sua opera! Forse, dietro alle domande degli scribi non c’è un amoroso desiderio di comunione nell’unità della verità. Ma Gesù è venuto per vincere la forza disgregatrice del male operato da Beelzebùl. La stessa distanza e opposizione le riscontriamo nell’approccio con i suoi: sua madre e i suoi fratelli, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Anche le relazioni più profonde della famiglia, della propria casa sono segnate dal rifiuto di un dono che viene dall’Alto, fuori da ogni prevedibilità! Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Parole che sembrano dure anche verso Maria. Per Gesù non è la familiarità della parentela a favorire la comprensione della Sua missione. Anche se la Vergine santissima all’angelo risponde ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38).

Gesù, girando intorno lo sguardo, unisce folla, scribi, parenti, discepoli proponendo il suo nuovo criterio d’appartenenza: il coraggioso cammino della fede. I discepoli si staccano e costituiscono la vera e nuova famiglia di Gesù. Egli non rigetta gli affetti famigliari, la dolcezza dell’amicizia. Lo Spirito Santo donerà per sempre alla sua Comunità questa consapevolezza: la fede e la condivisione della vita del Signore Risorto costituiscono la vera comunità cristiana. Non ci sono altri legami: Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre! Gesù non arretra, incoraggia nell’incertezza, guarisce da impedimenti ma, tra tanta solitudine, continua deciso il cammino.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Toninelli si vaccini, in quel ministero gira un brutto virus

Al ministero delle Infrastrutture circola un brutto virus e il neo ministro Danilo Toninelli dovrebbe vaccinarsi. Il virus è stato creato nei sofisticati laboratori del partito del cemento. Colpisce il cervello dei ministri. Appena nominati cominciano a fare la supercazzola con frasi senza senso. “Le infrastrutture sono il volano migliore per far ripartire l’economia”, ha dichiarato Toninelli nella sua prima intervista al Sole 24 Ore, organo ufficiale del partito del cemento. Prima di lui l’aveva proclamato Graziano Delrio e prima ancora Maurizio Lupi, allievo di Ercole Incalza, l’ideologo dell’opera inutile. Le infrastrutture erano il volano migliore per far ripartire l’economia (forse) ai tempi di Franklin D. Roosevelt. Ma il partito del cemento è talmente attivo nel diffondere questa stupidaggine che anche Toninelli, digiuno dell’argomento, si è sentito in obbligo di ripeterla, come per educazione, come ci si segna entrando in chiesa. Ma Toninelli, per la prima volta dopo decenni, non è stato scelto per piacere al partito del cemento, semmai per non dispiacergli troppo. Quindi si vaccini. Legga. Vada su Google e metta qualche parola chiave. Ci permettiamo di suggerirgli qualche stringa: “Terzo valico Cociv Michele Longo Stefano Perotti”, “Pedemontana Veneta Vernizzi Dogliani”. Legga e si attrezzi. Perché è evidente che le sue prime esternazioni sono il sintomo di un durissimo scontro. La Lega, organica al partito del cemento come Forza Italia e Pd, pretendeva quel ministero e il M5S ha dovuto accettare un compromesso, un ministro pentastellato senza competenza specifica, quindi più debole.

Sarà dunque una battaglia, giorno per giorno, nomina per nomina, mattone per mattone. Il partito del cemento non è un’astrazione, è fatto di uomini e aziende: la Impregilo di Pietro Salini, la Condotte di Duccio Astaldi recentemente arrestato, la Astaldi di Paolo Astaldi, la Pizzarotti, la coop Cmc di Ravenna, il gruppo Gavio, il gruppo Dogliani per fermarsi ai più grossi. Poi ci sono i grandi studi di ingegneria che in questo momento tengono il mazzo. E poi ci sono i duecento dirigenti del ministero la cui eventuale compiacenza è ricompensata con consulenze e collaudi (quando va bene). Poi ci sono giudici del Tar e consiglieri di Stato pronti a sistemare le cose con le loro sentenze. Non è una battaglia da fare col fioretto. Proporre l’analisi costi-benefici delle opere da fare è talmente giusto da sembrare ovvio, eppure Delrio per anni ne ha solo parlato. La vera questione sono le opere in corso. Il punto non sono i fenomeni di corruzione più o meno endemici nel mondo degli appalti. Il cancro sono i progetti espressamente concepiti ai vertici del sistema per derubare lo Stato. Vanno fermati subito, non affrontati con lo studio e la riflessione. Quelli servono solo al partito del cemento per prendere tempo e continuare a emettere i mitici Sal (stato avanzamento lavori, in parole povere fatture).

La prima mossa di Toninelli è azzeccata. Ha scelto come capo di gabinetto (il ruolo chiave nel ministero) un alieno assoluto, il costituzionalista Gino Scaccia, dal cui curriculum non risulta alcuna esperienza pregressa negli appalti e nella Pubblica amministrazione. Può darsi che di opere pubbliche non sappia niente. Benissimo, comunque è meglio uno così del superburocrate azzeccagarbugli pieno di amici strani. Per prima cosa Toninelli e Scaccia devono fare nel ministero quella pulizia con cui Delrio per tre anni si è solo sciacquato la bocca. Purtroppo il sistema dei lavori pubblici è stato ridotto a un tale porcaio che chiunque abbia un minimo di esperienza del settore e sia in buonafede invoca l’arrivo dei dilettanti. Almeno non conoscono nessuno.

Storia d’Italia: ora non c’è ritorno

Riassumiamo: c’è un presidente del Consiglio part-time. È part-time perché, costituzionalmente e politicamente, quando non è in scena, non c’è. Col dovuto preavviso si presenta in aula vestito da Quirinale, incluso il fazzoletto bianco al taschino, che sarebbe ormai in disuso. Ma i professionisti non sono alla moda, sono in divisa. Quando è il momento “il presidente” enuncia, senza la minima vibrazione o emozione o passione (non sarebbe professionale) ciò che è stato concordato sulle schede preparate dai suoi datori di lavoro.

Il suo lavoro è rappresentare un governo che non si è mai formato, nel senso che non c’è unione o condivisione su nulla, né vi sono progetti o passioni in comune. D’altra parte tutta la gente che vediamo al governo, alcuni fino a un momento fa del tutto estranei a ciò che gli sta succedendo, tutta quella gente è stata eletta da due masse diverse e contrapposte di elettori, che volevano mondi diversi. A essi hanno spiegato che, date le circostanze, solo unendosi fra estranei si può governare. A questo punto inizia lo show. Prevede che arrivi un signore sconosciuto che si presta a pronunciare il discorso. Poi lo show deve continuare, e non sarà quel bravo signore vestito da premier part-time a guastarlo. Lo sa anche lui, come lo sanno i cittadini-spettatori dell’evento unico al mondo, che lui è il presidente di nessuno. Ma questo non vuol dire che lascerà il lavoro a metà. Perciò prende l’aereo e va in Canada, in una missione anomala: presentare al mondo il nuovo governo italiano da cui non è stato eletto, per cui non ha lavorato e in cui non conosceva nessuno. E prendere, in nome dell’Italia, decisioni mai discusse da alcun Parlamento. Compito difficile, se volete imbarazzante. Ma non più che presentare il “governo del cambiamento” agli italiani, che non avevano mai sentito parlare del loro presidente del Consiglio fino al giorno del giuramento, e che del cambiamento adesso conoscono solo il nuovo amore italiano per Putin, il progetto di “rimpatriare” subito 600 mila immigrati (detti “clandestini” benché siano sempre in vista se qualcuno di razza bianca ha in mano un fucile), la “tassa piatta” rifiutata con dignità e sdegno dal presidente dei Giovani Industriali italiani “perché è un dono ai ricchi”, la contiguità del ministro della Difesa del cambiamento con una ditta che assume mercenari (contractor) per le aree a rischio del mondo (ricordate Quattrocchi e la frase per cui ci hanno chiesto celebrazione “adesso vi faccio vedere come muore un italiano”?). Era un alunno dell’università del cambiamento. Ci sono due vice primi ministri, accanto al professionista dell’apparenza di cui stiamo parlando. Per fortuna ciascuno dispone di un ministero o due per esistere. Ma il mestiere di vice primo ministro (ovvero sostituto del capo del governo) nessuno dei due lo potrebbe fare mai perché sarebbe come scendere all’improvviso da una altalena. L’altro cadrebbe. Infatti quello dei due che assumesse, anche per un istante le funzioni di governo, come vice in sostituzione del capo, romperebbe il “contratto” diventando, magari solo per poche ore, più importante dell’altro. Per la stessa ragione il premier part-time non può essere davvero e legittimamente chiamato premier, designazione che, nella Costituzione italiana, non significa primo ministro, ma primus inter pares. Il designato italiano non può perché non ha pares. Ha datori di lavoro. E non ha colleghi, perché i ministri dipendono direttamente o da Salvini o da Di Maio. Infatti non ci sono, almeno per ora, tracce di relazione anche solo di conversazione tra il presidente del Consiglio part-time e i ministri che fanno capo ai due vice.

D’altra parte il “contratto” che sembra vincolare tutta questa strana macchina organizzativa, è un oggetto, ignoto e privo di significato in politica, perché vincola individualmente i contraenti solo in quanto privati. Strano che un simile paradosso (fondare sul diritto privato il funzionamento di un governo, che è il vertice della cosa pubblica) venga messo, sia pure part-time, nelle mani di un docente di Diritto privato, che avrebbe dovuto, per prima cosa, chiarire l’equivoco. In conclusione, abbiamo un presidente del Consiglio part-time che non ha una sua idea, non appartiene a un partito, non ha un leader, non è un leader, lavora per due grandi clienti, e pare che la sua bravura sia nell’armonizzare, o almeno tollerare, due gruppi incompatibili. C’è da domandarsi se, in caso di difficoltà, che all’improvviso potrebbero dimostrarsi più gravi, non si possano avere due primi ministri, a funzione alternata. Sì, è vero, sarebbe una situazione molto strana. Ma non più. Abbiamo mandato in Canada a trattare i destini dell’Italia un signore che una settimana prima non aveva la minima idea di dover fare politica mondiale e né la minima conoscenza sul come farlo. È il cambiamento, bellezza.

Salah rassicura il raìs al-Sisi: recupero in tempo per l’esordio

Mohamed Salah ha dichiarato al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi che è sulla buona strada per la ripresa dall’infortunio alla spalla patito nella finale di Champions League. “Il presidente è stato rassicurato sulle condizioni di salute del giocatore, che ha affermato di essere migliorato notevolmente e di essere sulla via del recupero, se Dio vuole”, ha detto il portavoce della presidenza Bassam Radi. Salah, 44 gol con il Liverpool la scorsa stagione in tutte le competizioni, è stato costretto ad uscire anzitempo dalla finale di Champions contro il Real Madrid dello scorso 26 maggio, in lacrime, tenendosi la spalla sinistra dopo essere uno scontro con Sergio Ramos. Per diversi giorni si era temuto che l’attaccante più prolifico di quest’anno sarebbe dovuto rimanere a vedere i suoi compagni in tv, poi la rapida guarigione.

L’attaccante è stato comunque incluso nella rosa dei convocati dell’Egitto. I “Faraoni” esordiranno con l’Uruguay sabato, prima di affrontare la Russia il 19 e l’Arabia Saudita il 25.

Accuse di molestie sessuali contro il ct dell’Argentina

A pochi giorni dall’inizio del Mondiale in Russia scoppia il caso Jorge Sampaoli. Il ct dell’Albiceleste è finito nella bufera per un presunto caso di molestie sessuali. La notizia è stata riportata da Gabriel Anello, giornalista di Radio Mitre, secondo cui “l’Afa sta cercando con tutti i mezzi possibili di non far sporgere denuncia alla donna”, una cuoca che lavora per la federcalcio argentina. Il giornalista ha poi aggiunto che “tutti hanno confermato quello che è successo”. Anello, che ha definito questo fatto “pericoloso per l’ambiente della Nazionale argentina e per l’allenatore stesso” ha concluso spiegando che fornirà altri dettagli quando avrà le prove di quanto accaduto. Intanto Enzo Perez sostituisce l’infortunato Manuel Lanzini nella rosa dei 23 giocatori dell’Argentina convocati per il Mondiale. Lo comunica l’Afa. Il centrocampista del River Plate è stato chiamato dopo la notizia della rottura del legamento del ginocchio destro dell’esterno del West Ham durante l’allenamento di venerdì. Il giocatore faceva parte del gruppo che nel 2014 arrivò fino in finale nel Mondiale in Brasile, perso 1-0 ai supplementari contro la Germania.

Cyber-bagarinaggio: biglietti venduti in Internet a 10 volte tanto

Allarme truffa sui biglietti in vendita online, con gli utenti vittima di cyber-bagarinaggio: alcuni tagliandi sono stati venduti anche dieci volte il loro prezzo originale. Le informazioni di pagamento usate per acquistare i biglietti hanno poi fornito altri dati per truffe future.

Si prevedono poi attacchi di interruzione di servizio e di “defacement”, cioè la modifica del contenuto di un sito in chiave politica, satirica o provocatoria. Una tecnica adottata dal gruppo hacker Anonymous. L’obiettivo principale – secondo gli esperti è esporre la Russia mostrandola vulnerabile. Da un punto di vista geopolitico, si è in passato registrata un’accelerazione di attacchi e fughe di informazioni per screditare eventi o organizzazioni.

Cosa devono fare gli utenti per proteggersi? “Massima attenzione e prudenza – spiega Check Point Software Technologies –: non cliccare se si hanno dei dubbi, aggiornare i propri sistemi operativi e antivirus o installarne qualora non dovessero esserci. È importante poi leggere bene quanto ci viene proposto, spesso possiamo accorgerci che ‘è troppo conveniente per essere vero’ o ‘troppo facile’, pertanto meglio evitare. Attenzione alle mail e ai banner pubblicitari, leggiamo bene l’indirizzo del mittente o l’indirizzo del sito che stiamo per visitare, tendenzialmente quelli pericolosi non hanno attinenza con il contenuto che ci aspettiamo di trovare”.

Miracolati o eroi. L’11 impossibile negli stadi di Russia

Per noi resterà sempre il Mondiale senza l’Italia. Tutti gli altri se ne sono già fatti una ragione: giovedì 14 giugno a Mosca inizia una delle edizioni più incerte e affascinanti degli ultimi decenni. Anche senza gli azzurri in Russia non mancheranno stelle e meteore, protagonisti attesi o improbabili del torneo di calcio più importante del pianeta: dal portiere nomade dell’Iran o il difensore eroe di Panama, che hanno già coronato il loro sogno, ai fenomeni Messi, Ronaldo e Neymar, per cui quella coppa è un’ossessione ancora da realizzare.

 

ALIREZA BEIRANVAND

Portiere dell’Iran

Figlio di una famiglia di nomadi, da piccolo dormiva sotto il cielo del Lorestan, una delle regioni più sperdute dell’entroterra persiano. Da ragazzo sbarcava il lunario in un autolavaggio o come spazzino, per coronare il sogno di fare il calciatore. Ce l’ha fatta e nel 2017 è diventato il portiere più pagato della storia dell’Iran, ma non dimentica le origini: è famoso per la straordinaria rimessa con le mani, frutto di anni passati da bambino a giocare a “dal paran”, passatempo locale che consiste nel gettare a grandi distanze massi di pietra.

 

SERGEY IGNASHEVICH

Difensore della Russia

Quando ha cominciato a giocare a pallone, nelle giovanili della Torpedo Mosca, c’era ancora l’Urss. Ha attraversato quasi tre decenni di calcio russo, dai fasti di Euro 2008 alla crisi recente. Era convinto di guardare i Mondiali di casa davanti alla tv, dopo essersi ritirato dalla scena internazionale nel 2016. Ma il ct Cherchesov lo ha richiamato: a quasi 40 anni, la sua malandata Nazionale ha ancora bisogno di lui.

 

RAFA MARQUEZ

Difensore del Messico

Se giocherà, eguaglierà il record di 5 edizioni diverse della Coppa del mondo disputate, al pari di una leggenda come Lothar Mattheus e il suo connazionale Antonio Carbajal. Per arrivare in Russia, ha dovuto superare anche dei guai con la giustizia: l’anno scorso alcune sue aziende sono finite sotto inchiesta per presunti legami col narcotraffico.

 

ROMAN TORRES

Difensore del Panama

Se Panama è la Cenerentola della Coppa, lui non ha proprio le fattezze del principe azzurro: in un’altra vita avrebbe fatto il bucaniere o il buttafuori, invece l’Enorme Romàn (come l’hanno ribattezzato in patria) fa il difensore centrale e con uno storico gol all’ultimo secondo contro il Costa Rica ha qualificato per la prima volta il suo piccolo Paese ai Mondiali. Eroe nazionale.

 

LUKA MODRIC

Centrocampista della Croazia

È il capitano e faro indiscusso della Croazia, che si candida a essere une delle possibili sorprese del torneo. La sua storia recente, però, è un po’ più opaca: è accusato di aver mentito nel processo a Zdravko Mamic, padre padrone del calcio croato appena condannato a 6 anni di carcere per malversazione. Ora rischia di finire alla sbarra anche lui.

 

KEVIN DE BRUYNE

Centrocampista del Belgio

Pupillo di Guardiola al Manchester City, in questo momento è considerato il centrocampista più forte del mondo. Se anche in Russia farà vedere il suo talento, chissà che l’eterna promessa del Belgio non possa essere mantenuta.

 

TIM CAHILL

Centrocampista dell’Australia

Il vecchio Tim a 38 anni praticamente non si muove più, ma in Australia nascono più canguri che calciatori e così sarà presente anche in Russia. Se segnerà ancora (come già nel 2006, 2010 e 2014), raggiungerà il primato di Pelé, Klose e Seeler, unici 3 calciatori capaci di realizzare un gol in 4 edizioni diverse dei Mondiali.

 

NEYMAR

Attaccante del Brasile

Stella del Brasile che 4 anni fa in casa subì l’onta del Maracanazo e ora si sente pronto per il riscatto. Lui vuole vincere per il suo Paese, e anche per sé: solo grazie al Mondiale può conquistare il Pallone d’oro e arrivare finalmente al livello di Messi e Ronaldo.

 

CRISTIANO RONALDO

Attaccante del Portogallo

Nelle ultime tre stagioni ha vinto tre Champions League col Real Madrid, due Palloni d’oro e l’Europeo 2016 con il Portogallo, regalando alla sua Nazionale il primo storico trionfo a livello internazionale, impresa in cui nemmeno Eusebio era riuscito. È già nella storia, col Mondiale sarebbe leggenda.

 

PAOLO GUERRERO

Attaccante del Perù

La sua Nazionale si qualifica ai Mondiali 36 anni dopo l’ultima volta e lui, capitano e protagonista assoluto dell’impresa, si fa beccare positivo alla cocaina: “Colpa di un tè contaminato”. Come no: infatti l’antidoping lo aveva squalificato per 14 mesi. Anche i giudici, però, alla fine si sono inteneriti e hanno deciso di sospendere e rinviare la sanzione per non fargli perdere l’occasione della vita. In Russia ci sarà pure lui.

 

HARRY KANE

Attaccante dell’Inghilterra

L’Inghilterra ha di nuovo un grande centravanti, forse il più forte del mondo nel suo ruolo, come non succedeva dai tempi di Shearer: quest’anno col Tottenham ha segnato 41 gol in 45 partite, in Nazionale 8 reti nelle ultime 7 gare. Qualcuno Oltremanica crede davvero che possa essere la volta buona.

 

LEO MESSI

Attaccante dell’Argentina

È l’uomo più atteso, la stella più brillante di Russia 2018: la reincarnazione di Maradona, che però a differenza del suo idolo non ha mai vinto nulla con la Nazionale. Ha persino rischiato di non partecipare ai Mondiali, visto che l’Argentina stava per essere eliminata nel girone sudamericano e solo una sua tripletta contro la Colombia l’ha salvata. A 30 anni, dopo la finale persa malamente nel 2014, probabilmente questa è la sua ultima occasione. Altrimenti rischia di essere ricordato un po’ come il Philip Roth del calcio: il più grande di tutti, che però non ha mai vinto il Nobel.

 

HECTOR CUPER

Allenatore dell’Egitto

Proprio lui, l’allenatore del 5 maggio dell’Inter. Quando la sua carriera sembrava ormai finita tra categorie inferiori e una triste parentesi in Georgia, il più grande perdente della storia del calcio è ripartito dall’Egitto. E anche lì ha perso la finale di Coppa d’Africa. Ma l’hombre vertical non si è mai piegato alle sconfitte, e alla fine ha riportato i Faraoni al Mondiale, dove mancavano da 28 anni. Se lo chiedete al Cairo, nessuno ha vinto quanto lui.

Hooligan, gay, terrore jihad: Putin e l’ossessione security

Lunedì 4 giugno: -10 al D-Day, la partita inaugurale Russia-Arabia Saudita. Allarme di Kasperski Lab: più del 20 per cento dei servizi di connessione nelle città che ospitano le partite mondiali “presentano criticità per la cybersecurity”. Le reti spesso non sono criptate, “potrebbero essere prese di mira dagli hacker”. La più esposta ai raid dei corsari web è San Pietroburgo (37%), seguita a ruota da Kaliningrad (35%) e Rostov (32%). Lo stesso giorno il New York Times rivela che 300 cosacchi pattuglieranno Rostov. Scopo? Controllare che le coppie gay non si scambino effusioni in pubblico, in ossequio alla legge omofoba che dovrebbe tutelare i minori. I cosacchi sono i pretoriani di Putin, famosi per la violenza con la quale hanno represso le proteste durante l’inaugurazione del quarto mandato presidenziale.

Martedì 5 giugno: -9. Mosca. Parla Vladimir Chernikov, capo del dipartimento di sicurezza della capitale russa. Annuncia che è stato negato il fan ID, ossia il “passaporto del tifoso”, a 467 hooligans. Un terzo (per l’esattezza 157), riguarda ultras residenti a Mosca: “La lista include i nomi di pericolosi estremisti degli stadi forniti anche dagli altri paesi. Durante i Mondiali saranno attive videocamere dotate di sistemi di riconoscimento facciale. Stiamo lavorando in modo operativo coi rappresentanti di club stranieri come il Chelsea, il Liverpool, il Manchester United”. Dall’Inghilterra sono attesi diecimila tifosi. Una forza d’urto difficile da controllare. Qualcosa ancora deve essere messo a punto, ammette Chernikov. La novità è l’istituzione della “polizia turistica”, formata da agenti speciali poliglotti del ministero dell’Interno, dal 25 maggio vigilano le zone intorno agli stadi e le aree destinate ai tifosi nelle undici città del mondiale. Inoltre la polizia tiene sotto controllo tutti i capi delle diverse tifoserie. In fatto di schedature, l’Urss ha fatto scuola.

Mercoledì 6 giugno: – 8. L’Isis minaccia il Mondiale. Pugnale e sangue sul logo di Russia 2018. Appelli “scegliere il tuo bersaglio”: uno dei 12 stadi mondiali. Fotomontaggi cruenti diffusi da Wafa Media Foundation, braccio web dello Stato Islamico. In una di queste immagini si riconosce Lionel Messi: in ginocchio, sul prato di uno degli stadi russi, con un aguzzino che gli solleva la testa per il ciuffo. Messi è indossa la famigerata tuta arancione, quella delle esecuzioni: “Non ti piacerà la sicurezza finché non la vivremo nei paesi musulmani” è la didascalia. Messaggio intimidatorio.

Diretto più che a Messi, a Putin. Tradotto: attento, siamo capaci di lanciare attacchi in Russia durante il tuo Mondiale. La macchina della prevenzione poliziesca e militare disposta da Putin è formidabile e sistematica. I confini sono presidiati come non mai, specie quelli piuttosto perforabili del Caucaso o con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, focolai dello jihad, da dove in totale sono partiti 8500 foreign fighters: quanti ne sono tornati? “Non ci lasciamo intimorire”, dice il Cremlino. Delle forze terrestri (170mila le forze attive, 35mila uomini le truppe aerotrasportate, 190mila circa i coscritti), sono state mobilitate 9 brigate Spetsnaz – i gruppi d’assalto più spietati ed efficienti – e un reggimento di ricognizione. Una compagnia di guerra elettronica vigila sul traffico telefonico, supportato dalle divisioni informatiche dell’Fsb, i servizi eredi del Kgb, e dall’Mvd (l’intelligence del ministero degli Interni). A disposizione, 9500 marines, ripartiti in tre brigate indipendenti, quattro battaglioni e un reggimento. Le missioni di pattugliamento marittimo sono state intensificate, come quelle di contrasto alla guerra elettronica (in cui l’Isis svolge un ruolo di costante disturbo). Pure le forze aeree (148mila uomini) sono pronte a operare, laddove fosse necessario, con elicotteri da combattimento (in totale sono un migliaio, di cui 620 Mi-24 Hind D/V/P).

Lo stato d’allerta è al massimo livello da un mese. Ventimila uomini delle forze speciali di polizia (gli ex Omon dell’antisommossa) son stati mobilitati per presidiare le aree “sensibili”. Sono coadiuvati da un capillare lavoro dell’Fsb che monitora chiunque sia entrato in Russia da maggio: le previsioni ora parlano di un milione di turisti. Un anno fa il ministero del turismo parlava di 2,8 milioni.

Giovedì 7 giugno: -7. Nizhny Novgorod. La troupe della Bbc guidata da Sarah Rainsford, corrispondente di Mosca, sta preparando un servizio sulla città che ospita la nazionale inglese di calcio. Il filmato della Bbc mostra che a essere pedinati con varie auto civetta sono di sicuro i giornalisti ficcanaso, quelli che vorrebbero parlare con gli attivisti dell’opposizione o con gli ultras locali. Nella città dove Andrej Sacharov, il fisico nucleare dissidente, venne confinato e isolato dal Kgb durante le Olimpiadi del 1980, poco è cambiato da allora.

Nonostante le assicurazioni di Dmitry Svatkovsky, il vicegovernatore, che promette la massima ospitalità ai visitatori e alle orde dei tifosi, l’atmosfera riportata dal reportage è tristanzuola. Il 6 maggio un uomo fermato a un posto di controllo ha ferito 3 poliziotti. Si è poi rifugiato in un appartamento a una decina di chilometri dallo stadio, lo hanno stanato e ucciso. C’è stata la rivendicazione del Califfato. Il terrorismo si somma al clima ostile nei confronti della squadra inglese: un mix che inquieta Londra. Mosca non dimentica le accuse per l’avvelenamento col gas nervino dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia Yulia. E neanche Boris Johnson, il ministro inglese degli Esteri, che ha paragonato il Mondiale russo ai Giochi di Hitler…

Sabato 9 giugno: – 5: “Abbiamo aperto il nostro cuore al mondo”, è il benvenuto di Putin. Che si gioca la faccia se succede qualcosa.

Addio a Gena Turgel, la “Sposa di Belsen” che curò Anna Frank

Sopravvissuta all’Olocausto dopo aver conosciuto gli orrori di ben quattro campi di concentramento, a 95 anni è morta Gena Turgel, nota come la “Sposa di Belsen” dopo che sposò uno dei soldati inglesi che il 15 aprile del 1945 liberarono il lager di Bergen-Belsen, lo stesso dove Gena accudì l’adolescente Anna Frank malata di tifo prima che morisse. Il suo abito da sposa, realizzato con un paracadute dell’esercito britannico, è ora esposto all’Imperial War Museum di Londra.

Turgel ha dedicato tutta la vita a condividere quel pezzo di storia così “difficile da ascoltare e da raccontare per assicurare che gli orrori dell’Olocausto non vengano mai dimenticati”, ha ricordato Karen Pollock, a capo dell’Olocaust Educational Trust. “Oggi si è spenta una luce brillante, insostituibile”, ha commentato commossa.

Nata a Cracovia, in Polonia, nel 1923, Gena Turgel perse gran parte della sua famiglia dopo l’invasione tedesca del ’39. Era la più giovane di 9 figli, ed aveva 16 anni quando i nazisti invasero la Polonia il 1° settembre 1939, dando inizio alla Seconda guerra mondiale.

Suicida si butta dal tetto della Grande Moschea

Un uomo si è suicidato gettandosi dal tetto della Grande Moschea nella città sacra dell’Islam, la Mecca. Spiega la polizia saudita: uno straniero si è gettato dal tetto della Grande Moschea della Mecca verso il cortile sottostante. Si tratta di un gesto raro, ma non inedito nella città sacra dell’Islam che, come le altre religioni monoteiste, proibisce il suicidio. Un’inchiesta è in corso ”per determinare l’identità della vittima, cosa ha portato all’atto e come è stato in grado di commetterlo nonostante l’esistenza di una recinzione metallica”, ha spiegato la polizia. L’anno scorso davanti alla Kaaba alla Mecca, aveva provato a darsi fuoco un cittadino saudita. Il pellegrinaggio alla Mecca è il quinto pilastro dell’Islam. Ogni credente deve recarsi nella città sacra almeno una volta nella vita. Il viaggio rappresenta un mezzo di purificazione.