Per il nuovo governo socialista di Madrid è “urgente” rivedere la Costituzione della Spagna per cercare di risolvere la crisi separatista in Catalogna. Lo ha dichiarato sabato il ministro della Politica territoriale, Meritxell Batet. Una revisione della Costituzione spagnola del 1978 è “urgente, fattibile e desiderabile”, ha detto Batet nel corso di una manifestazione del suo partito a Barcellona. “Perché abbiamo bisogno di superare la crisi istituzionale che stiamo vivendo, soprattutto in Catalogna, ma che è fondamentalmente una crisi di Stato” che colpisce tutti gli spagnoli, ha aggiunto. Il neo primo ministro incontrerà presto il capo del governo della Catalogna, Quim Torra, e revocato il controllo da parte di Madrid delle spese dell’esecutivo catalano istituito dal predecessore, Mariano Rajoy.
La prima tregua dei Talebani dal 2001
I Talebani annunciano la prima tregua dal 2001. Un cessate il fuoco di tre giorni in coincidenza con l’Eid al-Fitr, la festa islamica che segna la fine del mese santo di Ramadan.
La novità nella presa di posizione della dirigenza talebana è costituita dal fatto che si tratta della prima reazione positiva a una proposta di tregua avanzata dal governo di Kabul da quasi 17 anni, da quando prima i militari Usa, poi anche quelli della Nato, sono intervenuti in Afghanistan per contrastare i gruppi terroristici. Il comunicato, pubblicato sul portale La Voce della Jihad e firmato dal Leader dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, ha ricevuto un rapido benvenuto del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e del presidente afghano Ashraf Ghani.
In dichiarazioni all’Ansa, il portavoce dell’Alto Consiglio per la pace (Hpc) Sayed Ihsan Taheri ha detto di sperare che “questo sia l’inizio di un negoziato diretto di pace concepito e guidato dagli afghani fra governo e talebani”. “Auspichiamo – ha sostenuto – che cresca la fiducia da entrambe le parti per una estensione del cessate il fuoco finalizzata alla pace”. Lo stesso Ghani, perseguendo l’obiettivo prioritario di far sedere i Talebani a un tavolo delle trattative, aveva ordinato giovedì alle forze di sicurezza di sospendere le operazioni militari contro gli insorti per una settimana dal 12 giugno, per celebrare la fine del Ramadan e la festa di Eid. A questa tregua governativa, che non riguarda gruppi come Isis o al Qaeda, ha aderito anche il generale John Nicholson, comandante delle forze Usa e della Nato in Afghanistan.
Il comunicato talebano contiene cinque direttive che dovranno essere “strettamente eseguite” dai mujaheddin dal 14 al 16 giugno, in coincidenza con la festività di Eid. La prima riguarda “la sospensione di tutte le operazioni offensive contro le forze di opposizione interne”; la seconda prevede “l’esclusione delle forze di occupazione straniere” da questa tregua che “dovranno essere invece colpite ovunque e quando ve ne sia la possibilità”. La terza prevede la possibilità di liberazione di prigionieri che “promettano di non tornare a unirsi al nemico per combattere i mujaheddin”; la quarta, la possibilità di un incontro di famigliari con i prigionieri nelle carceri dell’Emirato islamico. La quinta infine consiglia ai combattenti di “non partecipare a incontri pubblici laddove vi sia pericolo di raid aerei” e “possano esservi danni” per i civili.
Questi propositi, se applicati, dovranno costituire una interruzione degli scontri armati che anche in questi giorni hanno causato 65 vittime (civili, militari e fra i militanti) in varie province, fra cui Herat, Kunduz, Nangarhar e Sari Pul.
Trump si alza e se ne va. Il G7 finisce in pareggio
Se n’è andato a lavori ancora aperti, come aveva preannunciato, parlando come parlano i presidenti degli Stati Uniti: “Il commercio deve essere libero da tariffe, barriere e sussidi”, i dazi devono cadere per tutti. Peccato che i dazi, sui prodotti europei, li abbia messi proprio lui, Trump, che sostiene che l’America è maltrattata nel commercio mondiale: “Un sistema che ci danneggia è inaccettabile”. Gli altri, partner o alleati che siano, dovrebbero ‘stare muti’: “Se gli europei pensano a rappresaglie stanno compiendo un errore”. In realtà, le contromisure sono già state annunciate: scatteranno il 1° luglio su esportazioni dagli Usa nell’Ue per 2,8 miliardi di dollari, bilanciando i dazi sull’export europeo di acciaio e alluminio.
Il Vertice del G7 in Canada si chiude con una dichiarazione comune sul commercio internazionale, ma non risolve nessun problema: i dazi, l’Iran, la Russia, il clima, tutti temi di contenzioso tra i Sei e gli Usa. Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte poteva sperare in un esordio meno spinoso: pure nel secondo giorno riesce a stare in scia agli europei senza creare frizioni con Trump, che, dopo un colloquio “cordiale”, lo invita alla Casa Bianca.
La testa del magnate presidente era però altrove: ieri, alla ripresa dei lavori, s’è presentato in ritardo e il padrone di casa, il premier canadese Justin Trudeau, non l’ha aspettato per cominciare. Trump era già proiettato verso il Vertice di Singapore, martedì, con il leader nord-coreano Kim Jong-un: “Sento che Kim vuole fare qualcosa di grandioso per il suo popolo: ora ha questa opportunità e sa che non ne avrà un’altra, un’opportunità che se guardiamo alla storia pochissimi hanno avuto”. Si tratta – aggiunge Trump – di “una possibilità secca di pace durevole e prosperità … Corea del Sud, Giappone, Cina, molti Paesi vogliono che questo succeda”.
Al tavolo del G7, per gli Usa, resta lo sherpa e vice-assistente del presidente per gli affari economici internazionali Everett Eissenstat: almeno, Trump non si fa sostituire dalla figlia Ivanka, com’era brevemente accaduto al G7 di Taormina. Le discussioni proseguono: accademiche sul clima, dove il dissenso degli Stati Uniti è acquisito; accanite sugli scambi, dove c’è uno sforzo di compromesso.
I negoziati erano già andati avanti venerdì fino a tarda: i leader dei Grandi s’erano di nuovo riuniti dopo avere assistito a uno spettacolo del Cirque du Soleil. Alla fine, trovano “un’intesa ambiziosa” – la definizione è del presidente francese Macron -, che, però, al di là delle parole, non cambia le cose come stanno.
Trump parla di “colloqui produttivi” e dà un bel 10 alle sue relazioni cogli alleati, nonostante le tensioni del G7; ma dice che “le cose devono cambiare”. La sensazione è che, a lui, la Merkel, che ammette “Le distanze restanze”, darebbe piuttosto l’insufficienza: “Avremo sul commercio un testo comune, che però non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti dagli Usa”. Macron riconosce che “la dichiarazione non risolve tutto”. Conte dà per fatto l’accordo sul commercio prima che sia stato perfezionato: “Dazi, tariffe, barriere, ne abbiamo molto discusso e abbiamo convenuto che il sistema del commercio internazionale basato sul Wto è un po’ datato e richiede un adeguamento”, anche perché “la Cina è molto invasiva”. Lo sostiene pure Trump, che non vuole accettare le pastoie d’un sistema multilaterale.
Il presidente del Consiglio auspica che la Russia rientri al più presto nel gruppo dei Grandi, ma nota che lo stop alle sanzioni alla Russia non avverrà “dall’oggi al domani”. Trump, andandosene, riafferma che “è un bene per tutti che la Russia torni nel G8”. Parrebbe un asse Usa-Italia, se non ci fosse l’erraticità degli americani: il capo dell’intelligence Usa Dan Coats sostiene che “la Russia sta cercando di spaccare la Nato” e “sta provando a influenzare le elezioni di midterm”, dopo avere interferito nelle presidenziali Usa e in voti in Europa – ha citato Francia, Germania, Norvegia, Spagna e Ucraina.
Su altri punti, Conte è vago: “In tutte le plenarie e nei bilaterali, ho anticipato le posizioni italiane, ma mi sono riservato di approfondire alcune questioni, visto che ci siamo appena insediati”. E pubblica una foto in piedi intorno a un tavolo con il ‘club degli europei’.
La Casaleggio dà il via al tour per portare i cittadini su Rousseau
Parte da Torino il Rousseau City Lab, il tour con cui l’Associazione Rousseau di Davide Casaleggio intende ampliare i partecipanti alla piattaforma per la democrazia diretta creata dalla Casaleggio&Associati: “Vogliamo coinvolgere gli imprenditori, le persone che hanno scritto libri e che hanno innovato sul territorio”, ha detto ieri pomeriggio all’interno di una struttura gonfiabile (a forma di mouse gigante) di fronte a pochi attivisti. Alla base dell’iniziativa c’è il pensiero che le proposte formulate dagli iscritti sulla piattaforma ora possono avere più riscontri perché in parlamento ci sono più eletti del M5S. “Faremo due tappe al mese – ha spiega Max Bugani – per aumentare gli iscritti a Rousseau, ma anche per far capire che la democrazia diretta non è un sogno”. E a proposito di democrazia diretta, Casaleggio si è detto soddisfatto dell’istituzione di un ministero apposito affidato a Riccardo Fraccaro: “È un grandissimo successo non solo per il MoVimento 5 Stelle ma per l’Italia”.
La distanza inevitabile tra discorsi e coperture
Si chiude la prima settimana del governo Conte con la domanda che ha accompagnato il suo debutto: dove troverà i soldi per mantenere le promesse fatte nel doppio discorso della fiducia a Camera e Senato?
La sessione di bilancio si aprirà in autunno, qualche accenno di negoziato con la Commissione è già cominciato, in attesa di capire se ci sarà una linea di trattativa dura (come temono i critici del ministro degli Affari europei Paolo Savona) o pacata nello stile di Enzo Moavero, ministro degli Esteri sempre attento ai dossier europei.
Il dibattito così precoce sulle coperture è uno dei pochi effetti concreti già registrati del “cambiamento” promesso dal tandem “Salvimaio”. Per almeno tre ragioni.
Primo: i discorsi di insediamento degli ultimi tre premier, a differenza di quello di Conte, non contenevano la promessa di misure specifiche. Enrico Letta (Pd), il 29 aprile del 2013 parlava di una “riduzione fiscale senza indebitamento che sarà un obiettivo continuo e a tutto campo”, ma poi citava soltanto il blocco dell’Imu sulla prima casa dal mese seguente, misura pretesa da Forza Italia allora in maggioranza e che vale 4 miliardi all’anno. Matteo Renzi, il 24 febbraio 2014, annunciava una “riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale, attraverso misure serie e irreversibili, legate alla revisione della spesa”, primo accenno del bonus 80 euro, e prometteva il Jobs Act, senza però dettagliare. Paolo Gentiloni, il 14 dicembre 2016, presenta il suo “esecutivo di responsabilità” ma non accenna all’intervento da 20 miliardi una tantum che avrebbe varato di lì a pochi giorni per il settore bancario.
Giuseppe Conte, invece, deve citare nel suo discorso i capisaldi del contratto di governo: reddito di cittadinanza e flat tax, interventi pesanti che possono costare, a seconda delle scelte del governo, da un minimo di 7 a un massimo 80 miliardi all’anno.
La seconda differenza è che Conte eredita una clausola di salvaguardia – introdotta dal governo Rernzi – da 12,5 miliardi (soldi da trovare entro dicembre o a gennaio sale l’Iva) e una richiesta di manovra correttiva da parte dell’Unione europea da 10 miliardi. Anche sui governi precedenti pendevano scadenze simili, eredità di misure senza copertura che risalgono addirittura al governo Berlusconi del 2011, ma la differenza è che i governi Renzi e Gentiloni hanno già usato tutta la flessibilità nelle regole di bilancio europee che l’Italia era riuscita a ottenere nel 2015: 19 miliardi spariti tra bonus e incentivi alle assunzioni. Conte, almeno stando alle regole attuali, non può contare su simili deroghe.
La terza ragione per cui c’è tanta attenzione sulle coperture nel caso di Conte è che, a differenza dei suoi tre predecessori, dovrà attuare la sua politica economica senza l’ombrello della Bce. Dal luglio 2012 Mario Draghi, dal vertice di Francoforte, ha rassicurato i mercati con la promessa prima e la concretezza poi di politiche straordinarie. A settembre quel ciclo inizierà a chiudersi, con la quasi certa riduzione degli acquisti di titoli di Stato (oggi 30 miliardi al mese). Le tensioni sui mercati obbligazionari e la salita dello spread si spiegano anche così: se sale la spesa per interessi, Conte avrà ancora meno risorse per attuare il programma del contratto Salvimaio.
Le domande sulle coperture, comunque, rimarranno senza risposta almeno fino a settembre quando il governo dovrà presentare la sua prima nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. E indicare quanto deficit vuole fare davvero.
Solo una fedelissima per Tria e resta la squadra di Padoan
Il neo ministro dell’Economia Giovanni Tria si è insediato da soli tre giorni e la prima partita sarà quella delle nomine ai vertici del ministero e, a cascata, delle partecipate, in primis la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).
Le prime mosse hanno stupito tutti: più continuità che cambiamento. Ha confermato le prime linee ereditate da Pier Carlo Padoan. Ha rinnovato il capo di Gabinetto Roberto Garofoli, ex dalemiano, consigliere di Stato promosso l’anno scorso a presidenze di sezione pur essendo fuori ruolo da 10 anni. Garanzia di conferma anche per il Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco, nominato da Letta nel 2013 e rinnovato per un anno da Gentiloni. Stesso discorso per il direttore generale delle Finanze Fabrizia Lapecorella, sopravvissuta dal 2008 in tutti i governi. L’unica riconferma in bilico è quella di Luigi Ferrara come capo dipartimento degli Affari generali: può contare sul supporto di Garofoli, ma pesa il coinvolgimento nell’indagine Consip sulla fuga di notizie che ha azzoppato l’inchiesta, dove è indagato per false informazioni ai pm. Dubbi anche sul rinnovo di Valentina Gemignani a direttore del Gabinetto, uno dei sindacati interni ne contesta la nomina.
L’unico vero cambiamento dovrebbe arrivare nella pedina chiave del direttore generale del Tesoro. Al posto dell’uscente Vincenzo La Via è pronto il decreto di nomina di Antonio Guglielmi di Mediobanca, ieri fulminato sul Corriere della Sera dagli editorialisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, che lo hanno accusato di vicinanza alla Lega e simpatie no euro per aver firmato nel 2017 uno studio sui costi dell’abbandono della moneta unica. L’ex capo della ricerca per 10 anni ora a capo dell’equity market di Piazzetta Cuccia ha una lunga esperienza sui mercati, molti estimatori e molti detrattori. In realtà lo studio (Re-Denomination Risk down as times go by) concludeva che l’Italexit non conviene più. Guglielmi è da tempo legato ai 5Stelle: amico di Gianroberto e Davide Casaleggio, è sponsorizzato da Luigi Di Maio e dalla grillina Laura Castelli, futura viceministro all’Economia. L’apparato ministeriale, e un pezzo di estabilishment, vorrebbe invece Alessandro Rivera, capo dipartimento del sistema bancario ma pesano i disastri del credito fatti dagli ultimi governi.
La nomina di Guglielmi è rallentata dall’incastro con quelle ai vertici della Cdp. La presidenza spetta alle fondazioni azioniste, il cui dominus, Giuseppe Guzzetti, ha già scelto Massimo Tononi, ex Mps e Goldman Sachs. L’ad invece compete al Tesoro. Finora Cdp ha garantito alle fondazioni lauti dividendi grazie all’aiutino di Padoan che ha alzato la remunerazione del conto di tesoreria dove la Cassa tiene i 160 miliardi raccolti dal risparmio postale. Temendo un ad vicino ai grillini che metta in discussione questo equilibrio, Guzzetti ha spinto per Rivera per assicurarsi controllore e controllato. Ma nel complicato sistema di lottizzazione scelto dal nuovo governo, con grillini e leghisti a bilanciarsi in ogni ministero e partecipata, quella casella spetta alla Lega (Massimo Sarmi, ex Poste, e Dario Scannapieco della Bei i favoriti). I 5Stelle potrebbero accontentarsi della promozione del Cfo Fabrizio Palermo a dg, incassando Guglielmi.
Tria ha però chiesto di spostare di dieci giorni le assemblee delle partecipate che devono rinnovare i vertici (quella di Cdp è il 20 giugno) per decidere. Nel frattempo sostituirà Fabrizio Pagani al vertice della segreteria tecnica con Renata Pavlov, sua fidata collaboratrice da anni, fin dai tempi delle consulenze al ministro Renato Brunetta (2008-2011). Una figura che al Tesoro crea malumori ma lascia presagire che sulle nomine Tria vorrà contare. Pavlov, ex consulente di George Soros, è finita nelle carte (mai indagata) dell’indagine sulla Bpm di Massimo Ponzellini. Report rivelò un pagamento di 30mila euro del commercialista di Ponzellini, Guido Rubbi, a Pavlov per un progetto immobiliare in Veneto, da sponsorizzare al governatore Luca Zaia. Il progetto non è stato mai realizzato e Zaia ha smentito qualsiasi contatto.
Di Maio indagato per diffamazione: ora decide la Camera
La Camera dei deputati ha ricevuto una richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Luigi Di Maio per diffamazione a mezzo stampa lo scorso primo giugno, poche ore prima che il capo dei 5Stelle celebrasse l’assenza di indagati nel nascente governo tra Lega e M5S. Tutto nasce da una querela presentata contro Di Maio un anno fa, quando il leader del Movimento consegnò al presidente dell’Ordine dei giornalisti un elenco di nove giornalisti a suo avviso da sottoporre a verifica perché scrivevano “in maniera scorretta e dolosa” dell’inchiesta sulle polizze vita di Salvatore Romeo intestate alla sindaca di Roma, Virginia Raggi. Nell’elenco c’era anche la cronista del Quotidiano nazionale Elena Polidori, che denunciò per diffamazione Di Maio. La querela era stata poi archiviata nel novembre 2017 dal gip del Tribunale di Roma Alessandra Boffi per “l’insindacabilità delle opinioni espresse di un parlamentare prevista dall’articolo 68 della Costituzione”. Ma a seguito di un reclamo, il tribunale ha annullato l’archiviazione, e il gip ha espresso una nuova valutazione, che ha portato alla richiesta di autorizzazione , su cui ora dovrà esprimersi la Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio.
Pallone, cravatte e lauree. Quando “90° Minuto” era il calcio (dopo lo stadio)
In attesa di conoscere di che “pacchetti” dovremo morire o abbuffarci, la notizia che 90° minuto rischia la chiusura pugnala la memoria, che non sarà tutto ma non è neppure poco. I diritti sono diritti e, dunque, il divieto di proporre sunti delle partite prima delle 22 di ogni domenica, se confermato, non lede le leggi del mercato. Ha solo l’aria, mesta, di una fine.
Fratello di Tutto il calcio minuto per minuto, che fu lanciato in radio nel 1960 e innalzò i transistor al rango di inseparabili feticci, Novantesimo minuto (in lettere, all’inizio), nacque dieci anni dopo, nel 1970.
Chi scrive, lo ha abbandonato da tempo al suo destino, il destino dolce ma disarmato di quel piccolo mondo antico che il progresso – si chiama così – deporta spesso alla periferia del Nuovo. Con l’invasione televisiva è cambiato tutto: il calcio spezzatino, che esecro a giorni alterni, ha allargato il ventaglio dei mestieri, compreso il mio: opinionista fa rima con “poltronista”. Meno scarpino, più vedo.
L’idea venne a Maurizio Barendson, Paolo Valenti e Remo Pascucci. Il conduttore più popolare, non ancora sinonimo di populista, risultò Valenti. Dalle voci si passò alle facce, dall’immaginazione alle immagini. Una svolta epocale: sul serio. Dalla tribuna dello stadio correvo in sala-stampa mendicando un televisore. Avrei potuto finalmente correggere gli errori di tiro, non solo quelli di ortografia.
La trasmissione raggiunse picchi di venti milioni di fedeli. Era una sorta di messa vespertina che univa nord e sud. Il tifoso la beveva, l’appassionato la studiava, e persino la casalinga la sbirciava curiosa. Era sport, era giornalismo, era teatro. I filmati scorrevano e saziavano, certo, ma pure i “cuochi” che li preparavano e commentavano diventarono, in breve, attori non meno dei calciatori. Giorgio Bubba da Genova, Luigi Necco da Napoli, Piero Pasini da Bologna, Cesare Castellotti da Torino, Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Gianni Vasino da Milano, Ferruccio Gard da Verona, eccetera. Ancora oggi, noi ragazzi del secolo scorso li citiamo come se fossero la formazione di una squadra. Segno che il passato non passa mai.
Competenza e lauree nascoste fra giacche e cravatte che i sarti dei social demolirebbero, pronunce impronunciabili di meteore slave, postura e linguaggio ammiccanti, battutine a distanza: l’Italia dei campanili chiedeva al calcio il sollievo di una metafora, e l’ottenne.
Piano piano, 90° minuto si è allargato alla moviola e alla Serie B, ha accettato e combattuto la sfida impari con le pay tv che lo riducevano a offertorio stringato e parziale, in balia di anticipi e posticipi.
Sono, i giornalisti di “90°”, giapponesi che sanno di aver perso la guerra ma continuano a resistere, in chiaro per tutti. Ho scritto “continuano” e mi auguro che restino margini per non scivolare all’imperfetto. In fin dei conti, qualche dovere dovrebbero averlo pure i signori dei diritti, a maggior ragione in un Paese come il nostro che sposa le regole e va a letto con le eccezioni. O forse fa paura l’11,32% di share, pari a 1.581.000 telespettatori, che ottenne la puntata del 6 maggio?
Vaticanista esperta di Beatles, il capotreno e avvocati civilisti
Come si scrive un curriculum? In tempo di nomine e rinnovo dei vertici statali e parastatali, la domanda è di stretta attualità. C’è chi lo scrive in modo discorsivo, chi lo butta giù come fosse un tema al liceo, chi è schematico, chi si attiene al modello europeo, chi è prolisso (sulla quindicina di pagine) e chi stringato (una sola paginetta). Chi si limita allo stretto necessario e chi ci mette dentro qualsiasi cosa. E poi: s’inizia dal presente e si va indietro o è meglio partire dalle guerre puniche per giungere all’oggi? Ecco, di tutto un po’ lo troviamo nei 236 curricula arrivati a Montecitorio e Palazzo Madama per candidarsi ai 4 posti del Cda Rai di nomina parlamentare. I curricula sono online e, su questi nomi, deputati e senatori saranno chiamati a votare, a metà luglio, per scegliere 4 dei 7 consiglieri.
Tra i candidati ci sono nomi illustri e perfetti sconosciuti. Il primo volto noto è Michele Santoro. Due pagine in stile colloquiale, stringate, in cui viene ricordato come “il 18 aprile 2002, durante una conferenza stampa a Sofia, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi chiede e ottiene che Biagi, Santoro e Luttazzi siano allontanati dalla Rai”. Poco più avanti si annota pure che “alle Europee del 2004 Santoro viene eletto con un numero di preferenze superiore a quello di Berlusconi”. Altro big televisivo in campo è Giovanni Minoli. Anche lui discorsivo, ma più prolisso (10 pagine), non dimentica di far notare come “Mixer sia diventato il più importante news magazine televisivo italiano (…) sinonimo di televisione di contenuto”. Mentre con Un posto al sole ha contribuito (nei Cv va molto la terza persona) alla “creazione di oltre 1500 posti di lavoro” con un indotto che va “dai cestini per il pranzo ai costumi…”. Altro numero uno della tv è l’attuale membro del Cda Carlo Freccero, che si ricandida. Sette pagine divise tra lavoro, università e pubblicazioni, articoli e attività congressuale. Fabrizio Del Noce, invece, parte dal lontano 1974, e ricorda come “durante la mia direzione Rai1 ha registrato gli ascolti più alti da quando esiste l’Auditel” e pure che “la mia fedina disciplinare è immacolata, eccezion fatta per un giorno di sospensione, nel 1992, per un’intervista non previamente autorizzata”. Con tanto di appello finale: “Aggiungo che la mia carriera (e la mia vita) è sempre stata improntata all’onorabilità (…) e sarebbe per un onore ricoprire l’incarico…”.
Pier Lombardo Vigorelli (detto Piero), ex Rai e Tg5, rammenta invece come il suo programma Detto tra noi, la cronaca in diretta “abbia rivoluzionato il pomeriggio televisivo con il racconto della cronaca nera, bianca, rosa e dei misteri religiosi”. Molta cronaca nera, ci par di ricordare, tanto che all’epoca gli venne affibbiato il soprannome “Vampirelli”. Altro personaggio televisivo è l’ex Iena Dino Giarrusso, vicino al M5S, non eletto lo scorso 4 marzo. Il suo è un Cv da uomo di spettacolo in cui si ricorda anche come sia “ottimo in canto e chitarra” ma pure in “calcio, tennis e sci”, mentre è solo “buono in pallanuoto e mezzofondo”. Non mancano neppure i personaggi politici, come Nunzia De Girolamo, forzista non eletta che, col suo Cv assai schematico, punta molto sul suo essere “avvocato a Benevento con specializzazione nella pratica civilistica”. Per invogliare nella scelta, sottolinea, con una tipica formula da Cv, come abbia “capacità di comunicazione, senso dell’organizzazione, esperienza nella gestione di progetti e gruppi, leadership e predisposizione al raggiungimento degli obbiettivi stabiliti”. Trovassimo mai il contrario.
Pescando un po’ in giro: Flavia Barca (sorella di Fabrizio) si dilunga con 10 pagine che stenderebbero chiunque; il manager e lobbista Emmanuel Gout fa un preambolo in cui dice di “dover moltissimo all’Italia dove, nel 1982, a 23 anni, mi accolse Biella come venditore di lana”; Alberto Contri, ex manager Rai, all’ultima riga scrive: “Ulteriori informazioni, articoli, interviste, musica, hobby su www.albertocontri.it”. Per chi volesse saperne di più. Il giornalista salentino Francesco Greco, invece, cita i suoi maestri (Montanelli, Brera, Martellini) e fa sapere che “segue fiere, mostre, mercati di vari brand (vini, olii, ecc.)”.
Per il Cda Rai vengono pure dall’estero, come il giornalista tedesco Wolfang Achtner, il cui curriculum sembra una biografia scritta da altri: il signor Achtner di qua… il signor Achtner di là.. Mentre la quirinalista di Radio Rai, Maria Grazia Trabalza, fa sapere di aver studiato 10 anni pianoforte e di essere “esperta di musica, anche contemporanea, in particolare rock anni 60 e Beatles”.
Infine, tra gli sconosciuti, troviamo un ex capotreno della Roma-Lido, Salvatore Acanfora (che si è candidato a tutto, compresa la presidenza della Repubblica); un odontoiatra di Teggiano (Salerno), Innamorato Rada; un tecnico esperto in impianti di sicurezza, l’italo-iraniano Shahriar Malekahmadi. Evviva.
“Falla finita”, “Non fare il bullo”. Calenda e Boccia litigano sull’Ilva
Una lite in pubblico, anzi su Twitter. L’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda e il deputato dem Francesco Boccia ieri si sono scambiati colpi durissimi sul tema caldo dell’Ilva, l’impianto siderurgico di Taranto. Il cinguettio che ha dato fuoco alle polveri è stato quello di Calenda: “Disturbi della personalità di Boccia che vuole confronto con me su Ilva. Francesco sei del Pd! Devi chiederlo a Di Maio il confronto! Alle brutte Salvini. Falla finita. Di buffoni in giro ce ne sono già troppi. E Ilva è una questione troppo seria per le vostre battaglie interne al Pd”.
Ma il deputato vicino al governatore pugliese Michele Emiliano gli ha risposto sullo stesso tono: “Trasparenza, si chiama trasparenza e non fare il bullo con me perché non attacca. Di Maio dovrà tenere aperta Ilva perché è giusto così. Ma nel Pd dobbiamo ripartire da una posizione unica e tu devi chiarire molte cose tra Taranto, Piombino e Bruxelles. A presto”. Ma Calenda non ha resistito, e gli ha controreplicato: “Basta! mi sono stancato di polemiche pubbliche interne al Pd. Questa è l’ultima risposta che ti do. Su Ilva ho chiarito tutto fino all’esaurimento in ogni sede. Se vuoi altre risposte chiamami. Confronti li faccio con gli avversari. Quando finalmente ti iscriverai ai Cinque Stelle ripassa”.