Non ci sono solo i posti di sottogoverno e quelli nelle grandi partecipate che agitano in questi giorni gli uomini nuovi del governo. Quando sarà partito, nell’esecutivo gialloverde ci si inizierà a porre il problema di come “prendersi” gli enti previdenziali: vale a dire Inps e Inail.
I motivi per cui questo sarebbe razionale per Lega e M5S, anche al netto della legittima ambizione dei “nuovi barbari”, sono diversi: intanto l’Inps è un enorme bacino di potere al momento “occupato” da un presidente assai influente e con rilevanti agganci mediatici che si va qualificando come un “oppositore” del governo (vedi, da ultimo, le polemiche di Tito Boeri sul costo del reddito di cittadinanza e delle modifiche alla riforma Fornero delle pensioni, riforme che avranno probabilmente entrambe bisogno del duro lavoro dell’Inps); quanto all’Inail – che si occupa dell’assicurazione anti-infortunistica dei lavoratori – è un istituto che ha meno appeal mediatico, ma moltissima liquidità i quali, grazie a una legge del 2015, sono stati sottratti al fondo di tesoreria e possono essere usati in investimenti di vario genere.
La battaglia vera, comunque, è sull’Inps e la Lega – partito maggiormente esperto in “guerra delle poltrone” rispetto agli odierni alleati – si sta già ponendo il problema. Matteo Salvini avrebbe destinato a un posto con Luigi Di Maio al Lavoro Alberto Brambilla, esperto di previdenza con qualche conflitto di interessi e già sottosegretario al Welfare con Maroni: è stato lui ad aver scritto la parte del contratto di governo in cui si parla delle modifiche agli attuali meccanismi di pensionamento (la quota 100 che dovrebbe eliminare lo “scalone Fornero” riportando l’età di uscita da 67 a 64 anni).
Nella stessa Lega, però, c’è chi – come Giancarlo Giorgetti – vedrebbe meglio Brambilla alla guida dell’Inps (di cui fu consigliere d’amministrazione negli anni Novanta) al posto di Boeri: “Se dovessi scegliere col cuore, andrei all’Inps”, conferma al Fatto Quotidiano lo stesso Brambilla.
Come si fa a “cacciare” subito un presidente che ha un mandato che scade nel 2019 e perché? Farlo è difficile, e di sicuro mediaticamente non indolore data la potenza di fuoco del “nemico”, ma di certo non impossibile. Il piano, peraltro, lo ha già predisposto il Pd quando, nel corso del 2017, pensava di liberarsi anzitempo di Boeri.
Breve premessa: dal 2008, anno del ritorno al potere di Silvio Berlusconi, iniziò all’Inps il lungo regno di Antonio Mastrapasqua prima da commissario e poi, grazie a una governance dell’istituto ritagliata su di lui, da presidente monocratico con vasta concentrazione di poteri (peraltro aumentati sotto Tito Boeri).
La necessità di tornare a un sistema “plurale” in cui anche un consiglio d’amministrazione garantisca l’indirizzo politico è, a chiacchiere, condivisa da tutti: il Parlamento, che ha votato mozioni in tal senso, la Corte dei Conti, i governi da Monti in poi, persino lo stesso Boeri (che ha problemi di rapporti col Civ, il Comitato di indirizzo e vigilanza dell’istituto, che vorrebbe rimettere al suo posto).
Proprio la condivisa riforma della governance dell’Inps, a partire dalla reintroduzione del cda, sarebbe però il cavallo di Troia della Lega: con un istituto riformato si ripartirebbe da zero anche negli incarichi di vertice.
Per non lasciare troppe impronte sulla manovra, poi, basterebbe introdurre la novità con un emendamento parlamentare in un decreto in materia previdenziale, magari la riforma della Fornero con l’abolizione dell’anticipo pensionistico social e altre misure: sarebbe approvato entro l’autunno lasciando subito libera la poltrona per Brambilla o altri. Perché questa fretta? Il retropensiero non pare ottimistico sulle possibilità di durata dell’accordo gialloverde attorno al mitico contratto.