Come la maggioranza può cacciare Boeri: riformare la governance e prendersi l’Inps

Non ci sono solo i posti di sottogoverno e quelli nelle grandi partecipate che agitano in questi giorni gli uomini nuovi del governo. Quando sarà partito, nell’esecutivo gialloverde ci si inizierà a porre il problema di come “prendersi” gli enti previdenziali: vale a dire Inps e Inail.

I motivi per cui questo sarebbe razionale per Lega e M5S, anche al netto della legittima ambizione dei “nuovi barbari”, sono diversi: intanto l’Inps è un enorme bacino di potere al momento “occupato” da un presidente assai influente e con rilevanti agganci mediatici che si va qualificando come un “oppositore” del governo (vedi, da ultimo, le polemiche di Tito Boeri sul costo del reddito di cittadinanza e delle modifiche alla riforma Fornero delle pensioni, riforme che avranno probabilmente entrambe bisogno del duro lavoro dell’Inps); quanto all’Inail – che si occupa dell’assicurazione anti-infortunistica dei lavoratori – è un istituto che ha meno appeal mediatico, ma moltissima liquidità i quali, grazie a una legge del 2015, sono stati sottratti al fondo di tesoreria e possono essere usati in investimenti di vario genere.

La battaglia vera, comunque, è sull’Inps e la Lega – partito maggiormente esperto in “guerra delle poltrone” rispetto agli odierni alleati – si sta già ponendo il problema. Matteo Salvini avrebbe destinato a un posto con Luigi Di Maio al Lavoro Alberto Brambilla, esperto di previdenza con qualche conflitto di interessi e già sottosegretario al Welfare con Maroni: è stato lui ad aver scritto la parte del contratto di governo in cui si parla delle modifiche agli attuali meccanismi di pensionamento (la quota 100 che dovrebbe eliminare lo “scalone Fornero” riportando l’età di uscita da 67 a 64 anni).

Nella stessa Lega, però, c’è chi – come Giancarlo Giorgetti – vedrebbe meglio Brambilla alla guida dell’Inps (di cui fu consigliere d’amministrazione negli anni Novanta) al posto di Boeri: “Se dovessi scegliere col cuore, andrei all’Inps”, conferma al Fatto Quotidiano lo stesso Brambilla.

Come si fa a “cacciare” subito un presidente che ha un mandato che scade nel 2019 e perché? Farlo è difficile, e di sicuro mediaticamente non indolore data la potenza di fuoco del “nemico”, ma di certo non impossibile. Il piano, peraltro, lo ha già predisposto il Pd quando, nel corso del 2017, pensava di liberarsi anzitempo di Boeri.

Breve premessa: dal 2008, anno del ritorno al potere di Silvio Berlusconi, iniziò all’Inps il lungo regno di Antonio Mastrapasqua prima da commissario e poi, grazie a una governance dell’istituto ritagliata su di lui, da presidente monocratico con vasta concentrazione di poteri (peraltro aumentati sotto Tito Boeri).

La necessità di tornare a un sistema “plurale” in cui anche un consiglio d’amministrazione garantisca l’indirizzo politico è, a chiacchiere, condivisa da tutti: il Parlamento, che ha votato mozioni in tal senso, la Corte dei Conti, i governi da Monti in poi, persino lo stesso Boeri (che ha problemi di rapporti col Civ, il Comitato di indirizzo e vigilanza dell’istituto, che vorrebbe rimettere al suo posto).

Proprio la condivisa riforma della governance dell’Inps, a partire dalla reintroduzione del cda, sarebbe però il cavallo di Troia della Lega: con un istituto riformato si ripartirebbe da zero anche negli incarichi di vertice.

Per non lasciare troppe impronte sulla manovra, poi, basterebbe introdurre la novità con un emendamento parlamentare in un decreto in materia previdenziale, magari la riforma della Fornero con l’abolizione dell’anticipo pensionistico social e altre misure: sarebbe approvato entro l’autunno lasciando subito libera la poltrona per Brambilla o altri. Perché questa fretta? Il retropensiero non pare ottimistico sulle possibilità di durata dell’accordo gialloverde attorno al mitico contratto.

L’editore imputato diventa pentaleghista sperando in un aiuto

Valter Mainetti, proprietario della testata del Foglio, ha problemi serissimi. È imputato per calunnia ai danni dell’ex presidente dell’Enasarco Brunetto Boco e dell’ex direttore finanziario Roberto Lamonica. Il pm romano Alessia Miele ha aperto un nuovo fascicolo per “gestione infedele” (art. 167 Tuf) sugli immobili Enasarco affidati alla Sorgente sgr dello stesso Mainetti e ha mandato la Guardia di Finanza a raccogliere documenti negli uffici dell’Enasarco e della Sorgente. Ad attivare la giustizia penale è stato il procuratore della Corte dei Conti Massimo La Salvia che sulle acrobazie gestionali di Mainetti indaga da tempo.

La fondazione Enasarco, che gestisce le pensioni degli agenti di commercio, l’Inpgi (giornalisti) e l’Enpam (medici) hanno presentato esposti contro Mainetti alla Consob e alla Banca d’Italia, che vigilano sulle società di gestione del risparmio con la stessa attenzione mostrata sulle banche.

Infine i tre enti previdenziali hanno revocato il mandato di gestione a Sorgente sgr per i fondi immobiliari Megas e Michelangelo 2. E il presidente dell’Enasarco Gianroberto Costa ha affidato all’ex ministro Paola Severino un esposto contro Mainetti al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

Tutto questo per dire che “poscia, più che il dolor poté il digiuno”. Solo l’endecasillabo con cui Dante sigilla la tragedia del conte Ugolino può spiegare la mossa disperata e senza precedenti con cui Mainetti ha imposto al suo giornale la pubblicazione in prima pagina di un editoriale a sua firma, un peana del governo gialloverde e un attacco alla linea di “critiche e sberleffi” del direttore Claudio Cerasa, ricondotta alla “consorteria di interessi che unisce una parte della ‘vecchia’ politica, la burocrazia finanziario-amministrativa e alcuni media”.

Gli imprenditori devono essere sempre governativi, soprattutto se sono in cerca di aiuto. E il direttore l’ha presa sportivamente: “Sarebbe facile e conformista dire che i nostri padroni sono i lettori. No. Chi rischia capitali per tenere insieme la baracca è il professor Mainetti”. In effetti il gruppo Sorgente, scarseggiando i lettori desiderosi di esserne padroni, tiene insieme la baracca ripianandone le perdite e rischiando non “capitali” ma il denaro estratto dagli enti previdenziali.

Il Foglio perde da anni. Nel periodo 2010-2016 la cooperativa di giornalisti che pubblica il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara si aspettava di incassare dallo Stato 14 milioni di contributi per l’editoria ma ne sono arrivati solo 9,68. E Foglio Edizioni srl (la società di Mainetti che dal 2016 possiede la testata e l’affitta alla cooperativa) ha dovuto anticipare ai giornalisti 4,5 milioni.

Mainetti sostiene Il Foglio con i soldi estratti dagli immobili degli enti. I fondi perdono, il gestore guadagna. Nel 2017 gli immobili del fondo Megas (520 milioni di valore) hanno portato affitti per 19 milioni e costi per 36, con una perdita finale di 17,5 milioni. Il fondo Michelangelo 2 (221 milioni di immobili) ha perso in un anno 32,6 milioni. Nel frattempo Sorgente ha incassato solo come commissioni di gestione 7,7 milioni.

Mainetti ha ragioni cogenti per inneggiare così al governo Conte: “La ‘rivoluzione’ più importante e temuta investe soprattutto le gerarchie di potere del paese, dagli ex politici agli ex sindacalisti, sparsi in innumerevoli consigli di amministrazione di enti simil-privati e pubblici”. L’ossessione di un Paese in balia di “gerarchie di ex” è da riferire agli enti previdenziali che, secondo il nuovo politologo, lo vogliono rovinare anteponendo, a quanto pare, la difesa delle pensioni degli italiani a quella del tenore di vita della famiglia Mainetti e della “comunità di ribelli disciplinati” che tiene a libro paga.

La voglia matta di essere amico del governo ha una ragione concreta. Il governo Renzi e il governo Gentiloni, appoggiati perinde ac cadaver dal Foglio, per Mainetti sono stati una vera pacchia. Al ministero del Lavoro c’era il disattento Giuliano Poletti ma il sottosegretario barese Massimo Cassano, che aveva la delega agli enti previdenziali, ha sempre mostrato massima attenzione al mondo degli immobiliaristi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non si è mai occupato del problema, lasciando che se lo smazzasse la Banca d’Italia d’intesa con la Ragioneria dello Stato, due santuari dove Mainetti ha sempre vantato solide amicizie.

Adesso invece il futuro di Mainetti dipende da alieni gialloverdi. A vigilare sugli enti previdenziali arriva Luigi Di Maio da Pomigliano d’Arco. Va riconosciuto a Mainetti di aver avuto fiuto e preveggenza. In tempi non sospetti ha sponsorizzato la mancata governatrice grillina del Lazio Roberta Lombardi. E ha avuto anche fortuna. Sei mesi fa ha rumorosamente annunciato una causa al Fatto (stiamo ancora aspettando) per aver scritto notizie vere ma sgradite e l’ha affidata all’avvocato Guido Alpa, il maestro del premier Giuseppe Conte. Vedremo se è vero che chi trova un avvocato trova un tesoro.

Quel conflitto di interessi del prossimo vice di Di Maio

Ha una lunga esperienza in gestione previdenziale. Talmente lunga che se fosse nominato sottosegretario al Lavoro rappresenterebbe un conflitto d’interessi. Alberto Brambilla, classe 1950, da giorni indicato come prossimo alla poltrona da vice del ministero guidato da Luigi Di Maio, è fondatore e presidente di Itinerari Previdenziali, una realtà che si presenta come “indipendente” e attiva nella “ricerca, formazione e informazione” nel welfare ma è anche un centro studi che organizza eventi sponsorizzati da banche, Sgr, Sim e assicurazioni che offrono la gestione finanziaria ai fondi pensione che, una volta al governo, Brambilla sarà tenuto a regolamentare. E influenzare.

Itinerari Previdenziali è della Social Venture srl, società di proprietà della famiglia Brambilla. Lui è presidente del Consiglio di amministrazione mentre i figli Flavia e Valerio – di 33 e 40 anni – sono i due unici consiglieri. Il sottosegretario in pectore presiede il centro studi di Itinerari affiancato da figure di primo piano nella gestione dei fondi. C’è Paolo Novati, già responsabile del fondo Deutsche Bank e dei fondi ex Bpl. C’è Pietro De Rossi, membro del Cda di Fon.te, fondo complementare dei dipendenti delle aziende del terziario (commercio, turismo e servizi) che, come gli altri fondi, affida la gestione del proprio patrimonio (pensioni comprese) a intermediari che rientrano in una delle quattro categorie autorizzate. E cioè banche, Sgr, Sim e assicurazioni.

Nel comitato tecnico scientifico di Itinerari figura Paolo De Angelis, uno dei maggiori esperti del settore. È passato persino dalla gestione del fondo Cometa, fino al 2011 una delle realtà previdenziali più grandi del nostro Paese (gestiva le pensioni dei metalmeccanici) e, fra la miriade di incarichi, oggi è responsabile del fondo di Eurovita Assicurazioni, membro della commissione di sorveglianza del fondo Axa e nel ramo vita di Poste, Intesa SanPaolo, Cattolica previdenza, Eurovita e Gruppo Unipol Sai. De Angelis è anche revisore in Deloitte e Pwc. Non basta. Siede anche nei cda del Fondo sanitario Metafondo e di Net Insurance Spa. Infine è consulente della Sim Previdenza di Intesa Sanpaolo.

Brambilla, nonostante l’esperienza fallimentare della banca Padana CredieuroNord – condivisa da membro del cda con l’oggi sottosegretario Giancarlo Giorgetti – è rimasto di fede e legami leghisti. È infatti il movimento di Matteo Salvini a volerlo al governo come ombra di Di Maio. Qui aveva fatto il suo ingresso nel 2001 con il suo amico Roberto Maroni, all’epoca ministro del Welfare. Ed è proprio grazie al lavoro certosino svolto sin da allora che Brambilla è riuscito a riunire nella sua Itinerari i maggiori esperti del settore previdenziale.

Nel 2005 venne nominato alla guida del Nvsp – il nucleo di valutazione della spesa previdenziale del dicastero – che aveva il compito proprio di monitorare gli andamenti degli enti welfare. Incarico che ha mantenuto fino alla soppressione del Nvsp avvenuta 2012, a parte una breve parentesi di due anni in cui ne è stato consigliere.

Nel 2008, mentre è alla guida del nucleo, fonda Itinerari Previdenziali. E iniziano i convegni in giro per il mondo. Sponsorizzati da banche, Sgr, Sim e assicurazioni. Dalla settimana in Giordania nel settembre 2008 – finanziata dalla francese Sociètè Generale, da gruppo Generali, Cattolica e altri, con invitati i responsabili delle casse previdenziali più importanti come l’Enpma e l’Enasarco – fino all’ultimo dedicato alle assicurazioni che si è concluso venerdì scorso nel bellissimo resort di Castelfalfi alla presenza dei vertici delle compagnie più importanti: Unipol, Intesa, PosteVita, Hdi, Cattolica, Reale. Sponsor? Credit Suisse, Jp Morgan, Aberdeen, Lyxor e altri.

Un bagaglio di rapporti e conoscenze che potrebbe rappresentare un conflitto d’interessi se nominato sottosegretario. Lo ammette lo stesso Brambilla che, contattato dal Fatto, garantisce: “Se mai dovesse accadere lascerei l’incarico” in Itinerari, “seppur svolga un lavoro a mio avviso fondamentale per lo Stato”. E spiega: “Come centro studi stiliamo il rapporto che prima faceva il Nucleo, nel frattempo azzerato dal governo Monti,” lamenta. Ma prima era un servizio dello Stato, oggi è remunerato e sponsorizzato da società interessate a gestire quei fondi. Inoltre il rapporto è soltanto uno dei tanti eventi organizzati dalla sua società. “Tutto vero”, dice, per questo “credo che non mi farò nominare ma se dovesse accadere, come nel 2001, lascerò ogni incarico”.

Orlando: “Ormai il Pd non esiste più in gran parte d’Italia”

“Il Pd non esiste più in gran parte del Paese, dobbiamo ricostruirlo. E dove esiste sarebbe meglio non esistesse, soprattutto in molte realtà del Mezzogiorno”. È molto dura l’analisi del deputato dem ed ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, presentata ieri a Milano nel convegno L’Europa tra democrazia e populismo, organizzato dai parlamentari europei socialisti e democratici. Secondo Orlando “abbiamo l’esigenza di aprire una fase radicalmente nuova e dobbiamo dire cambiamo le regole e andiamo subito a congresso, perché non possiamo stare in una posizione di limbo dove non si capisce chi detta la linea. Rischiamo di perdere ancora più voti”. Poi, interpellato sulla linea del nuovo governo sulla giustizia, l’ex Guardasigilli ha dichiarato: “Ho molte preoccupazione al riguardo, ma non mi piace la marcatura a uomo. Ritengo sia utile aspettare i primi atti”. Più tardi, anche notando l’eco delle sue dichiarazioni, Orlando ha precisato: “Alcune parole estrapolate dal contesto possono apparire fuorvianti e offensive per la comunità del Pd, che è una forza fondamentale per la democrazia italiana”.

Di Maio: il governo sosterrà i sindaci M5S. E i partiti insorgono

Luigi Di Maio assicura a tutti gli (eventuali) sindaci dei 5Stelle che “avranno il governo dalla loro parte”. Però insorge mezzo mondo politico e in serata il vicepremier e ministro del Lavoro è costretto a correggersi. La miccia della polemica pre-elettorale è un video su Facebook, in cui il capo del M5S fa gli auguri ai candidati sindaci del Movimento: “Spetterà ai loro concittadini decidere se eleggerli, ma questa volta avranno un governo dalla loro parte che li potrà aiutare a risolvere problemi complessi come le crisi aziendali. Avere sindaci 5 stelle significa avere sindaci che potranno parlare con i ministri per risolvere i problemi”. Parole che provocano una pioggi a di reazioni. L a presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni tira i n ballo Salvini: “Il nostro alleato nella maggior parte dei Comuni spieghi a Di Maio che i cittadini non si ricattano”. Mentre per il governatore del Lazio, il dem Nicola Zingaretti, “I sindaci, gli elettori e le persone libere dei 5Stelle dovrebbero ribellarsi alle parole di Di Maio. I cittadini sono tutti uguali”. Così il grillino precisa: “Sappiano tutti i primi cittadini che sarò dalla loro parte sempre, al di là del colore politico, soprattutto nella soluzione delle crisi aziendali che vertono sui loro territori”.

Due municipi votano sulla Raggi: al voto vanno in oltre 330 mila

Anche la capitale oggi torna alle urne per eleggere i Municipi III e VIII (che assommano la non piccola cifra di oltre 330 mila residenti), in entrambi gli ex presidenti sono caduti in anticipo per contrasti interni alla maggioranza M5S. Il voto è un test per tutte le forze politiche: i 5 Stelle sono chiamati a una verifica a due anni dall’elezione di Virginia Raggi in Campidoglio, il laboratorio civico del centrosinistra che corre con due outsider che hanno sconfitto i candidati Pd alle primarie e la Lega, reduce dal 10% alle politiche in tutte le periferie romane.

La sfida più interessante è nel Municipio III (Montesacro-Val Melaina), dove la ex presidente a 5 Stelle Roberta Capoccioni se la gioca con Giovanni Caudo, già assessore all’Urbanistica con Ignazio Marino, che non nasconde la voglia di correre in futuro per il Campidoglio, e Francesco Maria Bova, ex vicequestore candidato dal centrodestra in quota Lega. Qui al ballottaggio i 5 Stelle potrebbero avere bisogno dei voti della Lega, alleata al governo. In ottavo, zona tradizionalmente rossa (Appio latino, Ostiense, Ardeatino), il giovane “movimentista” Amedeo Ciaccheri (centrosinistra) se la vedrà col 5 Stelle Enrico Lupardini. L’incognita è il tasso di astensione.

Nella roccaforte rossa l’unica speranza del Pd è il ballottaggio

La coalizione di centrosinistra ormai lo ha capito: nulla è scontato, neanche dove da sempre si alternano maggioranze più o meno rosse. Dopo aver perso storiche roccaforti – Livorno su tutte – e dopo il tonfo alle Politiche, sul fronte toscano i dem devono difendere il Comune di Pisa.

Le premesse, però, non sono buone: due mesi fa il Pd locale è stato commissariato per la pessima gestione della candidatura a sindaco, poi ricaduta su Andrea Serfogli dopo un tira e molla sulle primarie, alla fine non effettuate. Serfogli, già assessore al Bilancio, se la vedrà con Michele Conti (centrodestra), che arriva forte dello slancio leghista nei sondaggi e al governo e dell’ampio sostegno ricevuto da Matteo Salvini e Susanna Ceccardi, sindaca del Carroccio della vicina Cascina.

I 5 Stelle, che candidano l’avvocato Gabriele Amore, sembrano più indietro: il 4 marzo sono arrivati a dieci punti dal Partito democratico e dalla coalizione di centrodestra, ma l’ago della bilancia, in caso di ballottaggio tra Serfogli e Conti, saranno loro. Non una buona notizia per i dem, in tempo di contratto di governo, ma a Pisa gli elettori dei 5 Stelle vengono quasi tutti da sinistra: sarà l’ultima occasione per riportarli a casa.

Nella città dell’acciaio il giallo e il verde corrono su fronti opposti

L’ultimo lembo di rosso in terra d’Umbria, la regione più affezionata ai suoi riti e al suo partito di riferimento (Pci, Pds, Ds e ora Pd) domenica cederà il passo al nuovo corso nazionale. Cinque Stelle e Lega si affrontano a Terni ma da avversari. Favoriti i grillini fino a qualche mese fa, con Thomas De Luca, un candidato conosciuto e impegnato nelle battaglie ambientaliste, adesso il vento sembra soffiare a favore del leghista Leonardo Latini, che aggancia al suo carro il solito furgone del centrodestra che pesca nella borghesia conservatrice, tra le botteghe e oggi anche tra gli operai della Thyssen.

Terni infatti è la città nata con l’acciaieria che oggi vive il suo declino economico perché l’azienda riduce attività e maestranze, ed è immersa in una crisi politica prodotta dal commissariamento del Comune (l’ex sindaco pd fu arrestato).

I due candidati più forti sono con la testa già al ballottaggio: il giallo e il verde, i colori del governo del professor Giuseppe Conte, qui si guardano da curve opposte e con le tifoserie schierate.

Il Pd punta a perdere il meno possibile grazie all’usato sicuro o, volendo, alla forza della tradizione: Paolo Angeletti, ingegnere di 72 anni ed ex dirigente del Pci.

In 6,5 milioni oggi alle urne: il primo test per i gialloverdi

Oggi circa 6 milioni e mezzo di italiani sono chiamati alle urne per il primo turno di elezioni amministrative: rinnoveranno sindaco e giunta ben 761 comuni, di cui 109 “superiori” (cioè con più di 15.000 abitanti) e 20 capoluoghi. È una tornata importante, non solo per i cittadini dei comuni coinvolti, ma anche per misurare lo stato di salute delle forze politiche nazionali. È infatti il primo “test elettorale” da quando si è insediato il governo Conte, retto da un’inedita maggioranza M5S-Lega. Vediamo allora i numeri da tenere d’occhio per misurare correttamente i risultati di queste elezioni.

I comuni da guardare con maggiore attenzione sono i 109 superiori, per due ragioni: perché coinvolgono un numero maggiore di elettori, ma anche perché il loro sistema elettorale (che prevede un ballottaggio qualora nessun candidato riesca a vincere al primo turno) fa sì che si ritrovino spesso liste di partito nazionali, il che consente di fare bilanci e paragoni immediati, pur con le specificità tipiche del voto locale – come la presenza di tante liste civiche.

La lista nazionale che si ritroverà con più frequenza è quella del Movimento 5 Stelle, presente in 89 Comuni superiori su 109. Seguono Forza Italia (83 comuni), Lega e Pd (76) e Fratelli d’Italia (73). Liberi e Uguali, nelle sue varie denominazioni “ufficiali” (Sinistra Italiana e/o Mdp) sarà presente solo in 19 comuni, ma è una stima riduttiva: in molti comuni ci saranno liste dichiaratamente di sinistra (frequente è la denominazione “Sinistra per…” seguita dal nome del comune) in cui saranno presenti esponenti di quell’area. Un discorso simile vale anche per il Pd, i cui esponenti locali in alcuni comuni hanno scelto di formare delle liste “pseudo-civiche” (spesso denominate “Democratici per…”).

Dal punto di vista territoriale (e politico) non si tratta di un campione di comuni omogeneo: quasi due terzi dei Comuni superiori (65 su 109) si trovano infatti al Sud: in Campania (32 Comuni), Puglia o Sicilia. In quest’ultima regione, la legge elettorale prevede che per vincere al primo turno, evitando il ballottaggio, bisogna ottenere solo il 40% + 1 dei voti validi (invece che almeno il 50% come negli altri comuni superiori italiani). Considerando che alle ultime Politiche il M5S ha ottenuto oltre il 48% dei voti in Sicilia, questo fa sì che nei 19 comuni superiori dell’isola il Movimento parta quantomeno con i favori del pronostico.

Per fare un bilancio non sarà necessario aspettare l’esito dei ballottaggi (previsti per il 24 giugno). Già soltanto avere il quadro di chi arriverà al ballottaggio (e con quali numeri) potrà dirci molto, soprattutto se si guarda ai precedenti. Tra le amministrazioni uscenti, il centrosinistra governava in ben 57 comuni superiori su 109 e addirittura in 15 capoluoghi su 20. Per contro, il centrodestra guidava le giunte uscenti rispettivamente in 20 e 2 casi, il M5S in 4 e 1.

Fin troppo facile prevedere che gli equilibri dopo questa tornata saranno molto diversi. Anche perché, per la maggior parte di questi comuni, le Comunali precedenti risalgono al 2013, un’altra èra politica: basti pensare che Enrico Letta era appena diventato premier, che Renzi non era ancora segretario del Pd o che il partito di Berlusconi di chiamava ancora Popolo della Libertà. Per avere un quadro di paragone più completo, allora, non possiamo evitare di guardare anche al voto nazionale del 4 marzo scorso.

Anche da qui si vede come il campione dei comuni sia parecchio “sbilanciato”: infatti alle Politiche il M5S è stato complessivamente non solo la prima lista ma anche la prima “coalizione”, raccogliendo il 39,2% nei comuni superiori e il 36,5% in quelli capoluogo a fronte del 32,7% nazionale. La parte politica più sotto-rappresentata è invece il centrodestra, che nello stesso giorno otteneva il 37% in tutta Italia e solo il 33,8% nei comuni superiori (e il 32,9% in quelli capoluogo). Il dato del centrosinistra e del Pd è meno “sballato”, soprattutto se si considerano i soli capoluoghi.

Alla luce di questi numeri, cosa dovremo aspettarci da questo voto e quali saranno gli obiettivi delle varie forze politiche? Sicuramente il M5S punterà ad aumentare considerevolmente il suo bottino: anche se non riuscirà a replicare il dato delle Politiche (obiettivo troppo ambizioso), sarà ben difficile che non arrivi primo in molti più comuni rispetto al 2013.

Discorso opposto, anche qui, per il Pd. Che dovrà cercare di limitare i danni, sapendo che replicare il risultato di cinque anni fa sarà impossibile e che perderà inevitabilmente diverse amministrazioni finora rette. Dal punto di vista “simbolico” per i dem sarà importante arrivare al ballottaggio in più comuni possibile, soprattutto nei comuni delle sue tradizionali zone di forza: i capoluoghi toscani Massa, Pisa e Siena ad esempio, ma anche Imola in Emilia-Romagna, regione dove il 4 marzo la Lega ha dimostrato di essere ormai penetrata profondamente come mai prima d’ora.

E la Lega? Il partito di Salvini gioca una partita doppia: sul piano “generale” deve puntare a vincere nel maggior numero possibile di comuni trainando i candidati di centrodestra verso la vittoria, imponendosi come prima coalizione per numero di voti e magari (ma non sarà facile) come numero di amministrazioni controllate. Sul piano “interno” invece Salvini deve confermare ciò che sta emergendo dai sondaggi degli ultimi mesi, e cioè che ormai la Lega è largamente la forza predominante del centrodestra, dopo aver attratto anche molti ex elettori di Forza Italia.

Se il 4 marzo la partita interna era finita a favore della Lega (prima lista della coalizione in 59 comuni contro 50) ma con un certo equilibrio, è quasi certo che stavolta si assisterà a un risultato molto più netto, che ben si presterebbe alle ambizioni politiche del neo ministro dell’Interno.

*YouTrend

Sindrome Spelacchio

A furia di sentirlo ripetere, ci eravamo quasi convinti che Di Maio fosse teleguidato da Grillo e dunque, per la proprietà transitiva, lo fosse anche Conte per interposto Di Maio: una specie di telecomandato al quadrato, oppure al cubo se è vero che il premier è a sua volta burattinato da Casalino, o alla quarta potenza se si dà retta a chi lo dipinge pure come una marionetta del puparo Casaleggio. Ieri però, senza che vi fossimo preparati, ci è crollato addosso tutto il teatro dei pupi: è stato quando abbiamo appreso, dalla fertile fantasia di Jacopo Iacoboni de La Stampa, che Grillo è stato brutalmente “messo da parte” da Di Maio, protagonista di “un caso da manuale di ingratitudine politica”. È bastato che Di Maio facesse il suo mestiere di ministro del Lavoro, tentando di conciliare lavoro, salute e ambiente all’Ilva di Taranto e definendo “opinione personale” il sogno dell’utopista-fondatore di riconvertire l’area a parco ambientale sul modello della Ruhr, per concludere che “Grillo è come se non ci fosse più”, mentre con Casaleggio “non c’è empatia”. E tutto questo è molto brutto. Così com’era molto brutto che Grillo e Casaleggio ci fossero, pilotando Di Maio & C. È sempre tutto molto brutto ciò che accade nel M5S: tutto, ma anche il suo contrario. Comunque si muovano, qualunque cosa facciano, è sempre sbagliato. Ed è questo pregiudizio universale negativo che sconcerta l’opinione pubblica, danneggia la già bassa credibilità della stampa, rafforza un governo pieno di contraddizioni, scredita le opposizioni e spiega perché un oggetto ancora misterioso come Conte goda nei sondaggi di un consenso tanto alto quanto immotivato.

L’altra sera, invitando quel che resta del centrosinistra a essere serio, Pier Luigi Bersani ha detto: “Per mesi abbiamo letto dichiarazioni e titoli indignati su un albero spelacchiato a Roma, come se il problema della Capitale fosse questo e bastasse questo a indebolire il M5S”. Ora la strategia Spelacchio dilaga dappertutto, con effetti boomerang per chi la usa, benéfici per chi la subisce e ridicoli per chi assiste. A Torino si riunisce il Bilderberg, un club semiclandestino di potentoni che pensano di fare e disfare le sorti del pianeta e ogni tanto (ma sempre meno sovente) ci riescono. I 5Stelle l’hanno sempre bersagliato, dunque la sindaca Appendino, diversamente da Sala, ha disertato la cena di gala. Polemiche à go-go. Immaginate se ci fosse andata: ecco, l’incoerente grillina si fa bella al club che ha sempre attaccato! Insomma polemiche à go-go.

Ora non passa giorno senza un appello di Gentiloni, del garrulo Calenda, di Renzi, di Confindustria & giornaloni.

Tutti intenti a intimare al cosiddetto “governo del cambiamento” di “non disperdere le tante cose buone fatte da chi l’ha preceduto”. Cioè di cambiare il meno possibile. Ma benedetti ragazzi: se la maggioranza degli elettori pensasse che i governi precedenti hanno fatto un sacco di cose buone, avrebbe votato i partiti che li esprimevano e li avrebbe rimandati al governo. Se ha premiato 5Stelle e Lega è perché vuole che cambi tutto (o quasi), convinta com’è che i governi precedenti abbiano fatto un sacco di cazzate. Torna in mente l’ultimo refrain di Renzi: “Vigileremo perché il governo mantenga gli impegni presi in campagna elettorale”. Il pover’uomo non si rende conto di quel che dice: se si batte perché il governo faccia ciò che ha promesso, significa che ritiene giusto il Contratto M5S-Lega, dunque non si capisce perché mai stia all’opposizione; né tantomeno perché abbia impedito al Pd di sedersi al tavolo apparecchiato da Di Maio con la motivazione che le due forze politiche erano troppo distanti e prive di punti comuni (se l’avesse fatto, oggi avremmo Minniti ministro dell’Interno al posto di Salvini). Sul Messaggero, Luca Ricolfi si domanda quale sia la linea del Pd, che riesce a dire contemporaneamente due cose opposte: e cioè che 1) il governo Conte sfascerà i conti pubblici, aumentando il deficit e il debito, con la riforma della Fornero, la flat tax e il reddito di cittadinanza; ma anche che 2) il governo Conte s’è già rimangiato queste tre promesse, destinate dunque a restare sulla carta. Ora, l’affermazione 1 elide l’affermazione 2 e viceversa: o il governo fa quelle cose e sfascia tutto; oppure non le fa e non sfascia nulla. Basterebbe decidersi.

Romano Prodi, intervistato da Repubblica che non fa un plissè, definisce le sanzioni alla Russia “completamente inutili”. Si può condividere o meno. Ma, se non si obietta nulla a Prodi, non si può poi descrivere Conte, o Salvini, o Di Maio, come pericolosi nemici dell’Occidente al servizio di Putin quando dicono la stessa cosa. Gentiloni, sempre su Repubblica, accusa il successore di “tradire i nostri fondamenti atlantici ed europeisti” e di andare

“in cerca di guai”: direbbe la stessa cosa all’amico Romano? Avete presente l’Air Force Renzi? Il megalomane fiorentino accarezzò il suo super-ego facendoselo affittare da Alitalia presso Etihad per la modica cifra di una trentina di milioni l’anno. Ora è inutilizzato e sarebbe il caso di disdettare il contratto. L’altro giorno Conte, non trovando posti sufficienti sui voli di linea, ha usufruito di un vecchio aereo di Stato usato da molti suoi predecessori. Il Pd s’è inventato che abbia volato sull’Air Force Renzi, gridando allo scandalo. Ma, anche se l’avesse usato (nulla di scandaloso, visto che ancora lo stiamo pagando), gli ultimi a poter protestare sarebbero stati quelli del Pd, che ai tempi di Renzi lo dipingevano come un mezzo di trasporto assolutamente indispensabile, doveroso e anche molto conveniente per noi tutti. A meno che non facciano ammenda e non ci dicano che Renzi aveva buttato via un sacco di milioni per un capriccio, nel qual caso dovrebbe restituirceli. Sull’unghia.