Sgoccioli di pallone giocato: Palermo e Frosinone in campo. E la A in vista

Può una squadra riprendersi, dopo una mazzata come quella subita dal Frosinone nell’ultima sfida di campionato contro il Foggia? Per il Palermo è già tempo di tornare in Serie A, al termine di una stagione diversa da quella che si aspettavano oltre lo Stretto? Riusciranno le due bellezze venete Cittadella e Venezia ad andare oltre il loro ruolo di vittime delle due potenze di categoria che pare scritturato per loro?

Tante domande rimangono aperte, a poche ore dal ritorno delle semifinali dei playoff di Serie B. Inevitabile, dopo che in entrambi i casi le gare di andata sono terminate sull’1 a 1. E giusto così, perché in linea con un torneo massacrante e equilibrato, in cui tutti possono sognare il colpaccio oppure temere gli eterni rimpianti. Poi ci sarebbe una categoria da mantenere l’anno successivo, ma quello è un altro paio di maniche, come le ultime stagioni di immediati saliscendi dalla A dimostrano ampiamente.

Il primo appuntamento per chiarirci le idee è domani alle 18.30 a Palermo, in quello che tutti hanno ribattezzato come “derby di Zamparini”, per il piacere di farlo arrabbiare. Tornato all’ombra del Monte Pellegrino, dopo la farsa Baccaglini, il “vulcanico” ha cambiato come sempre in corsa l’allenatore. Finora pare aver fatto la scelta giusta, perché l’approdo sulla panchina di Roberto Stellone ha segnato il cambio di ritmo dei rosanero, grazie a una notevole dose di coraggio nello stravolgimento delle gerarchie. In un Barbera che va verso il tutto esaurito arriverà il Venezia di Pippo Inzaghi, che, comunque vada, anche in B ha dimostrato di essere un allenatore vero. Per arrivare in finale e ritrovare la massima serie con i lagunari – si dice che per Super Pippo sia fatta per la panchina del Bologna, quindi in ogni caso lui ritornerà protagonista alla domenica pomeriggio – è necessario il colpaccio in trasferta, perché con il pari passano i siciliani, meglio posizionati nella stagione regolare. Lontano dal Penzo il Venezia ha faticato tutto l’anno e là davanti non ci sono bombardieri emuli del loro tecnico, eppure i giochi rimangono aperti. E difficilmente si chiuderanno prima dei tre fischi.

Stesso discorso per Frosinone-Cittadella, che va in scena alle 21 in terra laziale. Per la squadra di Roberto Venturato, alla seconda ottima stagione in B, un solo risultato disponibile, sperando magari in qualche fiammata di Christian Kouame, 20enne ivoriano, che, dopo una stagione da 11 gol e altrettanti assist, è stato visionato da mezza Serie A. Se la palla corre, lui si scatena e può fare davvero male. Il problema è che il Frosinone, tra le squadre più solide e fisiche, concede spazi di rado.

I due Ciofani, Dionisi, Terranova o Bardi, i nomi della rosa raccontano la delusione di una stagione che si sarebbe, con ogni probabilità, dovuta concludere prima delle disfide di giugno, con tutti i pericoli che comportano gli scontri diretti ad alte temperature. La beffa al ’90 con il gol del foggiano Floriano, che ha regalato la A diretta la Parma, brucia ancora in Ciociaria. Se l’anno prossimo si vuole tornare a sfidare Dybala, Mertens o Icardi, bisogna scacciarli al più presto.

Au revoir Paris, Thiem è più forte del sogno “rosso” di Cecchinato

La popolarità dentro e fuori i confini italiani e le prime pagine dei quotidiani, una sensazione mai provata prima. I complimenti di chi fa il tuo lavoro e anche di chi nemmeno sa cosa sia un rovescio. La convinzione che un’altra carriera è possibile. E un assegno da 560mila euro, che male non fa.

Questo è quanto si porta a casa Marco Cecchinato dalle due settimane più incredibili della sua vita, culminate con la semifinale del Roland Garros, che ieri all’ora di pranzo ha calamitato l’attenzione di migliaia di italiani. La travolgente corsa del 25enne palermitano, balzato dal numero 72 al 27 della classifica Atp, si è fermata al penultimo atto contro Dominic Thiem, che ha saputo fare di più e meglio dei tre big caduti sotto i colpi del Ceck: Pablo Carreno Busta, David Goffin e, soprattutto, Novak Djokovic.

Che il giovane austriaco fosse troppo forte, solido mentalmente e fisicamente, è apparso chiaro sin da subito sulla terra rossa parigina.

Ha vinto il più forte. Per tutto il corso del match, durato 2 ore e 17 minuti, Cecchinato ha faticato in battuta, difettato sul dritto e sbagliato alcune letture chiave. Ma ha anche sprecato delle occasioni, e a questi livelli avere dei rimpianti non è affatto una cosa scontata. Perché, nonostante le difficoltà, l’atleta siciliano è sempre stato all’altezza dalla sfida, almeno fino al terzo set, quando era ormai chiaro a tutti che Thiem aveva conquistato la sua prima finale di un Grande Slam.

Il match di Cecchinato era iniziato alternando gioco lungo e palle corte – ormai un trademark –, mentre l’austriaco metteva in scena un tennis estremamente ragionato e mostrava una maturità finora inedita. I due si sono scambiati i break, ma l’ultimo, decisivo per il 7-5 che chiude il primo set, è di Thiem, più lucido.

Il secondo atto è ancora più equilibrato, con Cecchinato maggiormente reattivo nelle risposte e preciso nelle traiettorie. Il tie-break è da infarto: prima tre set-point consecutivi per l’attuale numero 8 al mondo, poi anche l’italiano ha le sue opportunità di impattare la sfida. Alla quinta palla per chiudere Thiem non tentenna e manda in archivio le velleità del nostro. “Sono stato anche un po’ fortunato”, ha ammesso l’austriaco in seguito. Il 6 a 1 del terzo set, per come sono andate le cose, è apparso quasi inevitabile.

Finisce così per Marco Cecchinato, che nel frattempo è stato adottato da mezzo Paese, con i consueti tweet di politici e discorsi da bar che accompagnano imprese di questo tipo.

“Andrò via da Parigi con tanti pensieri positivi, ma c’è tanto da lavorare. Posso fare ancora tanto bene e il match di oggi mi è servito. Da lunedì sarò in top-30 e vedermi lì era il sogno sin da bambino”, il suo commento in conferenza stampa.

Ora arriva il difficile: dimostrare che il suo Roland Garros, che segna il ritorno di un connazionale tra i migliori quattro di un torneo del Grande Slam a distanza di 40 anni, non è stata una irripetibile fiammata, per quanto entusiasmante e benefica per tutto il movimento sportivo in questa estate di tregenda senza i Mondiali. Dopo tanti, tantissimi anni di anonimato l’Italia spera di avere trovato anche tra gli uomini un interprete di livello, in grado di togliersi delle soddisfazioni in un mondo cannibalizzato da dei mostri sacri impossibili da abbattere. Di fare quel passo in più che a un talento incostante come Fabio Fognini è sempre mancato.

Chiedergli di compierlo sin da subito era, oggettivamente, pretendere troppo. Anche perché, con la vittoria sul Philippe Chatrier di Parigi – campo leggendario, che, nelle prossime settimane sarà in larga parte raso al suolo per iniziare i lavori di costruzione della copertura –, Thiem diventa il numero due del pianeta sulla terra. Peccato che quello più forte di lui se lo troverà davanti domenica, per l’ultimo atto della rassegna francese: contro Rafa Nadal, che ha eliminato in maniera agevole l’argentino Del Potro 6-4, 6-1, 6-2.

Lo spagnolo punta alla undicesima vittoria nelle ultime 14 edizioni, e tutto fa pensare che ci riuscirà. Peccato che a interpretare il ruolo di Golia non possa essere il nostro Ceck.

“Dimenticato, tradito, svilito. E invece vi spiego chi sono”

Buongiorno, sono il punto e virgola e sono ancora vivo; ho deciso di uscire allo scoperto per togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Non sapete quanto mi pesa usare gli altri segni, lo so che siamo tutti necessari, anzi è proprio ciò che voglio sostenere – ognuno col suo compito, ognuno pronto a essere flesso dalla creatività dello scrivente –, ma ne ho subite troppe di umiliazioni e rischio di cadere in depressione. C’è il partito di quelli che sostengono che non servo a niente: mi getterebbero alle ortiche senza rimpianti; tra questi c’è un editore che mi ha soppresso dalle sue norme redazionali. Il bontempone ha vietato ai suoi redattori di impiegarmi. Ma ci pensate? Questo è terrorismo interpuntorio. C’è poi il partito dei possibilisti, che sì riconoscono la mia esistenza, ma mi trattano come l’amica eccentrica, che puoi invitare a cena al massimo una volta all’anno. Nella loro grammatica compaio tutt’al più come una curiosità – una specie rara. Li senti dire “oggi ho usato il punto e virgola” come se stessero chiedendo il permesso per fare la pipì. Sono gli stessi che mi relegherebbero alla saggistica pomposa, o nel regno del burocratese a veicolare garbugli in mezzo ai garbugli, lì dove le frasi sono lunghe e sbilenche per statuto.

In ultimo c’è la folta compagine di coloro che non mi conoscono, se non per sentito dire. Non si sentono autorizzati a usarmi. (Eh, sì, sto dando per scontato ciò che le statistiche del piffero decretano ogni due per tre: nessuno legge più il becco di un libro; e dico libro perché sui giornali non c’è pericolo di trovarmi).

A scuola non si insegna più la punteggiatura: non c’è tempo, non c’è voglia, o che ne so. Posso giudicare solo i risultati, e per me quello che conta di più è la disaffezione, il pochissimo amore per la lingua. Una volta uno studentello mi ha detto che gli faccio paura. “Perché mai?” ho risposto. “La professoressa vuole farci fare il dettato e io non so mai quando usarti”. “Tu prova e vedi cosa succede”. “Sì, ma poi la professoressa mi mette ‘mediocre’. Non ci ho capito niente. Dice che tu sei la pausa intermedia, ma io non ho capito cos’è ‘la pausa intermedia’. Con il punto è facile, con la virgola pure, basta che stai attento a non metterla tra il soggetto e il verbo e ti ricordi di chiudere gli incisi. Ma con te, non so proprio come si fa. Ho cercato su internet, ma non ci ho capito niente”. Allora, intendiamoci una volta e per sempre. Io non sono una pausa, e la punteggiatura non discrimina le pause né la respirazione; io non sono intermedio; io sono un signor segno e voglio che mi trattiate con rispetto. Voglio che mi diciate “buonasera, signor punto e virgola, la prego si accomodi”. Voglio che i ragazzi mi diano il cinque. Voglio semplicemente fare ciò che mi riesce meglio: dividere senza separare, lasciando una cordicella di collegamento; voglio scandire i concetti in un flusso articolato; voglio distinguere gli elementi di un elenco complesso, fatto di frasi grassottelle, così si capisce chi appartiene a chi e non si fa confusione con gli incisi.

Ebbene sì: sono un operatore logico e ho più di cinquecento anni di onorata carriera alle spalle. Santi furono Bembo e Manuzio, e Griffo che mi foggiò, ma questa è un’altra storia. “Resteremo soli con il punto” ha detto qualcuno, e mi sa che sarà uno schifo. La odio questa scrittura a mitraglietta che scempia i giornali. Sono aperto a tutto, ma alla tirannia di punti e di virgole tuttofare non mi piego. Per necessità o virtù, o semplicemente per vezzo, avete bisogno di me. “Passano gli anni, i treni, i topi per le fogne” diceva il poeta. Passeranno pure le semplificazioni, perché voi siete la vostra punteggiatura, la punteggiatura è fusa con lo stile e lo stile è il pungolo del contenuto. Facciamolo scorrere su binari solidi e belli lisci. Ah, quando volete metterci un po’ di sgurz (cercate su Google); fate come Moravia, al suo esordio, negli Indifferenti: “Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto”.

E non ditemi che non è meraviglioso.

“Alzati e uccidi per primo”. Tutto il sangue del Mossad

Dubai, 18 gennaio 2010. A partire dalle 7 del mattino e alla spicciolata nelle ore successive, almeno 26 uomini sbarcano nell’aeroporto della città del Golfo con voli provenienti da diverse capitali europee. Hanno un solo compito da portare a termine entro la notte: eliminare fisicamente Mahmoud al-Mabhouh, palestinese e co-fondatore del braccio armato di Hamas. La maggior parte di loro fa parte di un’unità speciale del Mossad chiamata Caesarea, squadra d’élite i cui membri non hanno nome e identità se non camuffata e non si incontrano se non quando devono colpire un obiettivo.

L’unità è incaricata di assassinii mirati, sabotaggi e tutte le operazioni più delicate in Medio Oriente. Il corpo senza vita di al-Mahmud verrà trovato la mattina del giorno dopo nella sua stanza d’albergo.

Il responsabile della chirurgica quanto implacabile eliminazione di un uomo considerato da Israele uno dei suoi nemici giurati fu indicato in Meir Dagan, dal 2002 al 2011 direttore proprio del Mossad, la principale organizzazione israeliana d’intelligence. Poco prima di lasciare il suo incarico per divergenze politiche con il premier Netanyahu, lui che certo non amava le rivelazioni, ha svelato un piccolo segreto. Nel suo ufficio di Tel Aviv, il capo dei servizi aveva la foto di un uomo con la barba, suo nonno, che implorava pietà dalle truppe naziste che lo avrebbero ucciso. Una foto che Dagan mostrava ai suoi uomini prima di ogni operazioni delicata. “Molti ebrei durante l’Olocausto sono morti senza combattere”, spiegava. “Noi non possiamo più permettercelo”.

Con circa 2300 missioni segrete, “dal dopoguerra a oggi Israele ha assassinato molte più persone di ogni altro Paese occidentale (in operazioni di questo tipo, ndr)”. Ne è convinto Ronen Bergman, giornalista investigativo israeliano di cui è stato da poco tradotto in inglese “Rise and Kill First” (Alzati e uccidi per primo), volume di quasi 800 pagine che si propone di documentare, sulla base di testimonianze anonime di agenti o ex agenti degli apparati di sicurezza, la storia segreta degli omicidi mirati attribuiti al Mossad: da Abu Hassan, autore della strage di Monaco 1972, ad Abu Jihad, braccio destro di Arafat, fino appunto al leader dell’Olp, scomparso nel 2004.

Il titolo del libro è una citazione dal Talmud, “se qualcuno viene a ucciderti, alzati e uccidilo tu per primo”, che l’autore utilizza per illuminare la logica dietro le operazioni del Mossad. Quando un popolo si sente perennemente in pericolo, la spinta è quella ad agire per legittima difesa.

“La dipendenza di Israele dall’assassinio come strumento militare non è un caso”, scrive Bergman all’inizio del volume, “ma si origina dalle radici rivoluzionarie e militanti del movimento sionista, dal trauma della Shoah, dal senso che il Paese e il suo popolo sia in perenne pericolo di annientamento. E che nessuno verrà in aiuto, quando il peggio dovesse accadere”.

Eppure, denuncia Bergman, proprio in nome della sicurezza nazionale, si è superata abbondantemente la soglia della legalità, portando a termine “esecuzioni sommarie di sospettati che non rappresentavano alcuna minaccia immediata, in violazioni di leggi nazionali e di codici di guerra”. Una contro-argomentazione, esposta nel volume, arriva ancora una volta attraverso le parole di Dagan, una delle fonti di partenza di “Rise and Kill First”. L’ex capo del Mossad, scomparso nel 2016, sostiene che le eliminazioni mirate dei nemici – in gran parte appartenenti a gruppi palestinesi, egiziani, libanesi, siriani, iraniani – hanno contribuito a depotenziare conflitti aperti e su larga scala, primo fra tutti quello catastrofico e ancora incombente tra Tel Aviv e Teheran.

D’altra parte, Bergman nota come la proverbiale efficienza dell’intelligence israeliana abbia portato a innegabili successi – tra i quali, la liberazione di 102 ostaggi ad Entebbe in Uganda nel 1976 – ma a dubbi risultati strategici. L’eliminazione a sangue freddo di Abu Jihad, braccio destro di Arafat, all’inizio della prima Intifada (1988), si rivelò controproducente per il processo di pace.

Le vite risparmiate dal flop dell’ultimo corteo di Hamas

Gerusalemme

Se Hamas pensava di ripetere gli exploit delle manifestazioni precedenti lungo la Barriera di confine, quella di ieri è stata un mezzo flop. Circa 10.000 palestinesi hanno preso parte alle manifestazioni di massa lungo il confine della Striscia di Gaza per l’undicesima settimana consecutiva. I palestinesi si sono riuniti in 5 punti lungo i 37 chilometri di frontiera con Israele, cercando di avvicinarsi alla Barriera di confine. Negli scontri sono morte almeno 4 persone e – secondo il ministero della Sanità di Gaza – i feriti sono oltre 600, 90 dei quali da pallottole vere sparate dai cecchini israeliani appostati oltre la Barriera. I palestinesi hanno bruciato gomme, lanciato granate lacrimogene e pietre contro i soldati israeliani. Sono stati lanciati centinaia di aquiloni incendiari in territorio israeliano, che hanno provocato numerosi incendi nei campi agricoli circostanti la Striscia. La maggior parte dei feriti aveva inalato gas lacrimogeni, l’arma di dispersione antisommossa meno letale dell’esercito israeliano.

Il numero dei manifestanti ieri era molto più basso di quanto previsto dall’esercito. L’Idf si aspettava che decine di migliaia di persone partecipassero, vista anche la mobilitazione totale di Hamas nell’organizzare questa marcia che ricordava anche la Naksa, la bruciante sconfitta degli arabi nella guerra dei Sei Giorni nel 1967 e la conquista israeliana di Gaza e della Cisgiordania.

L’Idf ha anche schierato intorno a Gaza i sistemi di difesa missilistica “Iron Dome” per contrastare qualsiasi attacco missilistico proveniente dall’enclave costiera, come avvenuto la scorsa settimana quando oltre 100 tra missili e mortai sono stati sparati contro Israele.

Hamas sperava in una partecipazione più massiccia, almeno 40.000 persone per l’ultimo venerdì di Ramadan come parte delle proteste annuali in occasione della Giornata di Al-Quds, così chiamata per il nome arabo di Gerusalemme. La giornata è contrassegnata da manifestazioni in tutto il mondo musulmano e in alcune città europee. Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha dichiarato che le proteste al confine di Gaza continueranno fino a quando Gerusalemme non sarà “libera”, secondo la rete tv israeliana Channel 10. Haniyeh ha anche detto che Hamas è disposto a considerare “un’autentica iniziativa per concludere l’assedio a Gaza, ma non a spese dell’integrità della questione palestinese”.

I sorrisi poi le urla: il video del naufragio dei tunisini

I volti stanchi, ma in larga parte sorridenti, appartengono ai circa 200 migranti, in maggioranza tunisini. Sono tutti abbastanza giovani, curati e sono ammassati a bordo di una sorta di peschereccio in condizioni precarie. Una musica orientaleggiante in sottofondo, chi saluta a casa, chi con la mano regala il segno della vittoria, altri fumano, dormono o chiacchierano. Da pochi minuti il barcone della speranza ha lasciato una rada dell’isola di Kerkennah, davanti la costa tunisina all’altezza di Sfax. È il 2 giugno e siamo alla vigilia dell’ennesima tragedia del mare, con un bilancio drammatico e, purtroppo, ancora non definitivo: i corpi recuperati sono 78, ma ci sarebbero altri dispersi di cui, forse, non sarà possibile recuperare i corpi. Uno dei migranti gira il video col telefono e lo invia ad alcuni conoscenti. È la prova finale: ce l’ha fatta, il difficile è alle spalle, ancora poche ore di navigazione e il peschereccio entrerà in acque italiane e l’approdo a Lampedusa sarà concreto. Poche ore di navigazione che per lui e per molti degli altri compagni di viaggio si stanno trasformando in una trappola mortale. I sorrisi del video lasciano spazio alle urla, alla paura e alle disperazione, fino alla morte. Oltre al drammatico video, pubblicato sui social tunisini, dall’inchiesta è spuntata fuori pure una conversazione tra il pilota del barcone e il suo superiore, a capo di una banda di trafficanti di esseri umani. Il pilota è nervoso, dice che sarà difficile arrivare alla fine del viaggio, che 200 uomini sono troppi per una barca che ne può trasportare appena un terzo. Il rischio, insomma, è assoluto, ma dall’altra parte il suo capo gli dice, gli impone piuttosto, di non preoccuparsi e di andare avanti, altrimenti si vedrebbe costretto a riconsegnare i soldi a chi ha pagato il viaggio di sola andata verso le coste italiane. L’epilogo, purtroppo, è noto.

Tra Turchia e Grecia riscoppia il ping-pong sugli immigrati

La risposta dell’Unione europea alla decisione della Turchia di sospendere l’accordo per il ritorno degli “immigrati economici” dalla Grecia, come rappresaglia per la liberazione di 8 ufficiali militari turchi che hanno richiesto asilo ad Atene, è stata diplomatica: “L’accordo bilaterale Grecia-Turchia sul rimpatrio dei migranti è parte dell’intesa Ue-Turchia e dovrebbe esser attuato in modo continuativo per soddisfare i parametri della roadmap per la liberalizzazione dei visti alla Turchia”, ha spiegato un portavoce della Commissione Ue.

Ieri Ankara ha annunciato di aver sospeso l’intesa con Atene, come forma di ritorsione per non aver estradato gli ufficiali turchi fuggiti dopo il fallito golpe del 2016. Il Commissario europeo alla Migrazione, non per caso greco, Dimitris Avramopoulos sarebbe in contatto con le autorità turche e greche. L’impatto reale della sospensione si prevede minimo, per ora, dato che tra il 2017 e il 2018 sono stati rimandati in Turchia dalla Grecia in tutto 125 migranti, ma mette in luce il forte potere di ricatto che la Turchia è riuscita a sviluppare sull’Unione europea con la questione migranti.

L’accordo – pagato 6 miliardi di euro, era stato voluto dalla Germania allo scopo di placare l’ira di destra nei confronti della cancelliera Merkel in seguito alla decisione di aprire le porte ai profughi – ha contribuito a fermare il flusso dei migranti che dalle coste turche, attraverso il braccio di mare Egeo, tentano di raggiungere l’Europa approdando sulle isole greche. Perciò la sospensione delle riammissioni dalla Grecia non preoccupano Bruxelles.

Ciò non toglie che l’opinione pubblica greca consideri la mossa di Ankara un atto supremo di arroganza, come dovrebbe essere considerato dal resto d’Europa. “La protervia turca mostra che il desiderio di Ankara di fare pressione su Atene ha la precedenza sul rispetto degli accordi, anche se la loro rottura dovesse causare problemi all’Unione europea intera”, spiega Nikos Konstandaras, vicedirettore di Khatimerini, principale quotidiano greco.

La decisione di Ankara potrebbe causare problemi alla Grecia, ma è, allo stesso tempo, una confessione della debolezza diplomatica e politica del governo turco. Secondo l’editorialista “Ankara è sempre riuscita a ottenere le maggiori concessioni da altri paesi a causa del valore geostrategico del Paese, della sua forza militare e della sua economia. Guadagna senza concedere nulla, mentre le sue trasgressioni rimangono impunite”.

L’accordo Ue-Turchia su rifugiati e migranti è un esempio da manuale. La Turchia ha svolto un ruolo di primo piano nella destabilizzazione della Siria e ha permesso (se non incoraggiato attivamente) la migrazione di massa verso l’Europa attraverso la Grecia; poi Ankara ha sfruttato il panico della Germania due anni fa e ha accettato di controllare il flusso e i ritorni dalla Grecia, in cambio di denaro e la promessa di rinuncia ai visti per i cittadini turchi.

Da allora, sebbene abbia ridotto il numero di persone che si dirigono verso l’Europa, Ankara non ha rispettato altre condizioni, per esempio la disputa con la Grecia su Cipro dovuta anche alla questione dello sfruttamento dei giacimenti di gas scoperti nel mare dell’Isola divisa e contesa tra ciprioti di etnia freca e ciprioti turchi. “La Turchia vuole privilegi senza precondizioni. Con questa tattica ora sta rompendo l’accordo con la Grecia ma cerca di fregare la Ue mantenendolo in vita con il resto dell’unione. Ma in sostanza il risultato è la rottura di entrambe le offerte”.

L’Austria sorpassa a destra i leghisti: chiuse 7 moschee

Sulla porta della moschea un foglietto la scritta “Camii Kapalidir”, che significa “chiuso”. Il governo di Sebastian Kurz ha disposto la chiusura di 7 templi islamici dell’associazione turca Atib. Con due obiettivi: contrastare il radicalismo in Austria e punire il mancato rispetto della legge sull’Islam, che bandisce, fra l’altro, i finanziamenti dall’estero. Terreno fertile per uno scontro con il leader di Ankara, Erdogan, che ha subito tuonato contro “islamofobia e razzismo”. E per ricevere il sostegno del ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, cha plaude all’iniziativa: “Credo nella libertà di culto, non nell’estremismo religioso. Chi usa la propria fede per mettere a rischio la sicurezza di un paese va allontanato – ha twittato – Spero già la prossima settimana di incontrare il collega austriaco per confrontarci sulle linee d’azione”.

I timori del governo austriaco non sono infondati: una delle moschee viennesi che da ieri è chiusa è ritenuta sotto l’influenza di un movimento fascista noto come “leoni grigi”. Foto di sfilate di bambini, infilati nelle divise militari turche per celebrare la battaglia di Gallipoli, hanno fatto scalpore nei mesi scorsi. E sono state segnalate prediche dai chiari accenti salafiti. La chiusura, come immaginabile, ha creato però profondo sconcerto nella comunità musulmana locale.

“Ci vogliono impedire di pregare”, è stata la reazione indignata raccolta da der Standard, che ha parlato con uno dei tanti fedeli delusi a Vienna.

Nel mirino della cancelleria sono finite 4 moschee viennesi, 2 in Alta Austria e una in Carinzia. Inoltre 40 imam rischiano di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno. “Non c’è posto nel nostro paese per società parallele e tendenze alla radicalizzazione”, ha sillabato Kurz. “Non accadrà che si tollerino prediche dell’odio con il pretesto di una religione”, ha rincarato la dose l’alleato della destra oltranzista Fpoe, Heinz-Christian Strache.

L’Unione turco-islamica Atib raccoglie 60 associazioni, 60 imam e 100 mila membri in tutta l’Austria. Espressione dell’Islam sunnita, l’organizzazione è la longa manu dell’ente per la religione turco Diyanet, che fa capo al partito di Erdogan. Il loro portavoce ha protestato: “Il governo mi indichi per favore una moschea per la quale si possa parlare di radicalizzazione. Non ce n’è una”, ha sbottato Yasar Ersoy. È vero, ha ammesso, che gli imam vengono pagati con fondi turchi, ma in Austria non vi sono i mezzi per un’adeguata formazione. Durissimi i commenti ad Ankara: “Espressione dell’ondata islamofoba, razzista e discriminatoria che attraversa l’Austria”.

“Era il mio amore, la mia roccia. Sono devastata”

“Era il mio amore, la mia roccia, il mio protettore”. Così Asia Argento, in una dichiarazione pubblicata sui social network, ha voluto ricordare il compagno Anthony Bourdain, chef di fama internazionale, scrittore, conduttore di format televisivi di successo, trovato morto ieri mattina in un albergo di Strasburgo, dove si trovava per girare una puntata del suo programma.

“Anthony ha dato tutto se stesso – ha scritto nel pomeriggio l’attrice e regista italiana – in tutto quello che ha fatto. Il suo spirito brillante e coraggioso ha toccato e ispirato così tante persone e la sua generosità non conosceva limiti. Era il mio amore, la mia roccia, il mio protettore. Io sono più che devastata. I miei pensieri vanno alla sua famiglia. Vi chiederei di rispettare la sua privacy e la mia”.

Anthony Bourdain la fame di vita non gli è bastata

Aveva una faccia alla Leonard Cohen, bella e vissuta. Dava l’impressione di mangiarsela la vita, in un sol boccone, interessato a tutto, basta che fosse creato dalle mani dell’uomo. E invece ieri Anthony Bourdain – famoso cuoco americano, scrittore e star televisiva – la vita se l’è tolta in un albergo di Strasburgo. Era nella città francese per registrare una puntata del suo ultimo programma televisivo, Parts Unknown, in onda sulla CNN. Sessantadue anni da compiere a giugno, Bourdain era un personaggio diverso dai soliti celebrity chef: scorretto, anarchico, spesso rude ma sempre dalla parte “della strada” e mai da quella delle stelle, capace persino di portare a pranzo Barack Obama in un bugigattolo, un piccolo ristorante familiare vietnamita.

Aveva deciso di raccontare il mondo attraverso il cibo, i suoi programmi, così come i suoi libri, erano distillati antropologici più che guide gourmet. Controverso, contraddittorio – “perché sono vasto, contengo moltitudini” diceva Whitman – detestava sia chi mangiava troppa carne sia chi si professava vegano ortodosso, soprattutto in Occidente. Uno chef – questo era, prima di ogni altra cosa – graduato al Culinary Institute of America nel 1978, poi via a lavorare per i più prestigiosi ristoranti newyorkesi, fino a diventare executive chef della Brasserie Les Halles di Manhattan. Scriveva per il gotha del giornalismo internazionale: New York Times, New Yorker, The Independent, Gourmet, Rolling Stone. Il libro che lo ha reso celebre, Kitchen Confidential, raccontava gli orrori che accadono nelle cucine dei ristoranti americani, tra ideali traditi e rischi per la salute.

Tanti programmi tv, tanti articoli, tanti libri, tra questi, uscito in Italia per Feltrinelli, Al sangue, dove sosteneva che in cucina non si può mentire: “Una omelette o la sai fare o non la sai fare”, perché in cucina non c’è neanche Dio che ti può aiutare. E ancora: “Nessuna credenziale, nessuna cazzata, nessuna bella frase o nessuna supplica cambierà le cose. La cucina è l’ultimo baluardo della meritocrazia, un mondo di assoluti”. Quanta ignoranza, quanti luoghi comuni ha sbaragliato questo cuoco anticonformista: pane al pane, vino al vino, lui era così.

Un uomo famelico di vita, amava i tatuaggi, le moto, i viaggi, bere e mangiare, conoscere nuovi risvolti dell’umanesimo contemporaneo. Appariva attratto dalle storie sottaciute, dimenticate, minori. Corpo allampanato, sguardo da rockstar, quando nel 2016 venne a Roma per girare una puntata di un suo programma ecco l’incontro fatale con Asia Argento: subito innamorati, un grande amore, insieme per il mondo, con lo stesso sguardo rivelatore – solo qualche giorno fa lei ha firmato la regia della puntata di Part Unknown girata a Hong Kong. Quando Asia ha denunciato lo stupro subito da Harvey Weinstein lui ha alzato la voce, vicino alla donna che amava. Con le donne, contro i predatori, poche balle.

Sempre in direzione ostinata e contraria – sarebbe piaciuto a Erri De Luca – elogiava la risorsa che rappresentano gli immigrati clandestini in America, messicani, ecuadoriani, caraibici, che portano idee e braccia alla ristorazione yankee “più degli studenti bianchi e freschi di scuola professionale”.

Bourdain era uno dei pochi critici a non essere solo gourmant, ossia ad avere lo sguardo ristretto solo al piatto. Per questo lui parlava di “pasto” e non di “cibo”, perché l’esperienza del mangiare deve essere omnicomprensiva, dalle tovaglie alle persone intorno, non solo palato. Era un bon vivant, anche quando parlava di persone o di città la descrizione era molto simile alla grammatica gastronomica: sostantivi solidi, descrizioni visive, elenchi, linguaggio spiccio, a volte vernacolare. Le sue pagine correvano via veloci, ogni riga restituiva colore, odore e sapore, come un piatto.

“Mi uccido per non morire” lasciò scritto Gilles Deleuze prima di buttarsi dalla finestra. Bourdain non ha lasciato biglietti. Solo i muri di quella stanza d’albergo conserveranno la verità. E resteranno l’ultimo racconto non scritto di Anthony.