Montante, trovate altre carte nascoste. Sentito il vice dell’Aisi

Non ci sono solo le pen drive distrutte il 14 maggio, la notte dell’arresto. L’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, quel giorno gettò anche due sacchi azzurri che sono rimasti bloccati tra due tubi dell’acqua. Un altro pezzo di archivio, secondo quanto rivelato ieri da Repubblica Palermo. Gli investigatori non se ne sono accorti fino a quando quei sacchi non sono stati trovati da una donna, che ha avvertito il 113. Intanto, secondo quanto rivelato da La Verità, i pm di Caltanissetta hanno sentito come persona informata sui fatti Valerio Blengini, vicedirettore dell’Aisi (servizi segreti interni). Blengini, non indagato, viene citato in un’informativa di aprile 2017. Qui si parla di una relazione del Questore di Caltanissetta il quale ha riferito di aver “avuto un incontro con Blengini(…)” a Firenze. Secondo gli investigatori, Blengini “gli diceva di avere saputo che il colonnello D’agata (…) all’Aisi, era oggetto di indagine” a Caltanissetta. Blengini diceva di averlo saputo da colleghi. “Tale relazione – dice l’informativa – fornisce la conferma che il Generale Esposito (…) ha fatto in modo di attingere notizie più precise” su D’Agata, “tramite (…) Blengini che vantava rapporti di conoscenza con il Questore”.

Concussione e voto di scambio, Del Basso De Caro archiviato

Il deputato Pd Umberto Del Basso De Caro ha iniziato e concluso la scorsa legislatura con due inchieste. La prima, peculato per le spese pazze in Regione Campania, gli aveva fatto traballare la nomina a sottosegretario alle Infrastrutture.

La seconda, piombata a novembre 2017, stava per minargli la ricandidatura alla Camera. Sono state entrambe archiviate. Nel frattempo il parlamentare è rimasto sottosegretario ed è stato rieletto. L’ultimo proscioglimento è di ieri. Del Basso De Caro era accusato di tentata concussione e voto di scambio sulla gestione dell’ospedale Rummo di Benevento. Agli atti c’erano alcune telefonate del 2013 con la compagna Ida Ferraro, dirigente ufficio legale del Rummo, e una telefonata del 27 febbraio 2013 con il direttore dell’ospedale Nicola Boccalone.

Le informative della Mobile le avevano ricostruite ipotizzando un piano di De Caro per raccogliere un pacchetto di voti attraverso un piacere a una signora “Rita” (per identificarla ci sono voluti anni), e per fare pressioni su Boccalone affinché rimuovesse dirigenti ostili alla signora Ferraro “diversamente… partirà una guerra nucleare”. Difeso dall’avvocato Marcello D’Auria, De Caro è stato sentito dal procuratore capo di Benevento Aldo Policastro, dall’aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Francesca Saccone, e li ha convinti delle sue ragioni.

I tre magistrati infatti hanno firmato una articolata richiesta di archiviazione per De Caro e la compagna, secondo la quale il colloquio con Boccalone fu uno sfogo e avvenne in un piano di parità, senza prevaricazione. Mentre del presunto pacchetto di voti non c’è riscontro. Il Gip Camerlengo l’ha condivisa ed ha archiviato. “Resta profondo il rammarico per l’ingiusto coinvolgimento di mia moglie“ dice De Caro.

“Alla Fintecna (Cdp) svendita di partecipazioni pubbliche: danno patrimoniale da 46 mln”

Avrebbero “svenduto” partecipazioni e crediti di società pubbliche per oltre 64 milioni. È l’accusa ipotizzata dalla procura di Roma al termine di un’inchiesta della Guardia di Finanza nei confronti di 13 persone: 4 sono stati arrestati, altri 9 sono indagati a piede libero. In carcere sono finiti Riccardo Taddei, già direttore generale di Fintecna Spa (società controllata da Cassa Depositi e Prestiti, mentre in precedenza era controllata dal Ministero dell’Economia) e presidente del Cda della Ligestra Due srl e Vincenzo Eugenio Di Gregorio, amministratore delegato della Sagest Spa, mentre i domiciliari sono scattati per Alessandro La Penna, già Ad della Ligestra S.r.l. e consigliere delegato della Ligestra Due srl e Domenico Zambetti, già collaboratore a contratto della Ligestra Srl. L’accusa nei loro confronti è peculato ai danni della Ligestra Srl e della Ligestra Due, società controllate da Fintecna e appositamente costituite per la cessione dei patrimoni di società in liquidazione coatta amministrativa che facevano parte dei gruppi Efim e Italtrade o erano riconducibili a enti soppressi.

L’indagine del Nucleo di polizia economico finanziaria di Roma nasce da una segnalazione dell’Uif, l’unità di informazione finanziaria di Bankitalia, nei confronti di un istituto di credito dalla quale erano emerse anomalie nella gestione e riscossione di crediti delle due società Ligestra. Secondo gli investigatori alcuni degli indagati – che non fanno più parte degli organi direttivi delle imprese pubbliche – avrebbero acquistato partecipazioni societarie e crediti a condizioni tanto vantaggiose per la parte acquirente, quanto assolutamente diseconomiche per le società cedenti, il tutto a vantaggio di Di Gregorio. L’imprenditore, grazie a due contratti di consulenza con le società Ligestra, ha avuto accesso ad informazioni sul portafoglio di società acquisite dalle Ligestra, potendo valutare l’appetibilità di eventuali operazioni di acquisizione.

Sanità, La Valle diventa direttore della Città della Salute: vinse il concorso di cui scrisse il bando

Aveva bandito un concorso per la direzione di un ospedale, quello di Chivasso (Torino) e poi lo aveva vinto mantenendo un altro incarico. Il clamore della vicenda fece sì che l’assessore regionale alla Sanità Antonio Saitta chiedesse le sue dimissioni da uno dei due ruoli. Poi Giovanni La Valle, 49 anni, specializzato in Igiene e medicina preventiva, se ne era andato a fare il direttore sanitario al San Martino di Genova. Da alcuni giorni, però, come ha rivelato il Corriere della Sera, è tornato a Torino con il ruolo di direttore sanitario della Città della Salute, principale ospedale del capoluogo. È un caso che non ha nulla di illecito, ma ha creato comunque qualche imbarazzo nella sanità piemontese. A richiamare sotto la Mole il dirigente in cerca di poltrone di prestigio è stato il direttore generale del polo ospedaliero, Silvio Falco, nominato il 29 maggio dall’assessore Saitta.

Così il 1° giugno Falco nomina nel primo ruolo Valter Alpe e nel secondo La Valle, “che arriva dall’esperienza da direttore sanitario di un’importante realtà della sanità italiana quale l’Ospedale policlinico Ircss S San Martino di Genova e precedentemente dell’Asl To4”, si legge nella nota stampa. Ed è proprio nell’Asl con sede a Ivrea che La Valle aveva vissuto la vicenda contestata da Saitta: qui aveva il ruolo di direttore sanitario e nell’estate 2016, insieme al direttore generale e al direttore amministrativo, aveva firmato il bando della gara per il ruolo di direttore sanitario del presidio di Chivasso. Poi aveva partecipato e vinto col punteggio di 99 su cento. Infine si era messo in aspettativa del primo ruolo. Saitta aveva chiesto allora che si dimettesse dall’incarico all’Asl e così fece, salvo poi lasciare l’ospedale due mesi dopo per andare a Genova. Adesso l’assessore alla Sanità non commenta: al dg, e a lui soltanto, spetta poi la scelta del direttore amministrativo e del direttore sanitario del centro. Ma l’imbarazzo resta.

Nuove accuse di peculato per 3,3 milioni ai consiglieri del Piemonte del 2008-2010

Sembrava una vicenda dimenticata. Gli scontrini dei consiglieri regionali del Piemonte tra il gennaio 2008 e il febbraio 2010 giacevano in alcuni faldoni in mano agli investigatori. Il tempo passava e la prescrizione maturava. Eppure, nonostante tutto, la Procura di Torino ha deciso di andare avanti e ieri ha notificato a cinquanta ex consiglieri regionali, alcuni dei quali ora siedono in Parlamento, delle informazioni di garanzia e l’invito a presentarsi davanti ai pm perché indagati per peculato. Sono quasi 3,35 i milioni di euro di soldi pubblici utilizzati dagli ex eletti per spese che la polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza e i magistrati ritengono illecite. C’è chi dovrà giustificare ai pm l’impiego di pochissime migliaia di euro e chi, invece, dovrà spiegare importi fino a 300 mila euro. L’elenco degli indagati è lungo e tra i loro nomi spiccano quello del deputato Pd Davide Gariglio, ex presidente del Consiglio regionale, poi capogruppo e segretario piemontese, e dei senatori Stefano Lepri e Mauro Laus, quest’ultimo fino a pochi mesi fa presidente del Consiglio regionale. Tutti e tre sono passati al Pd dalle file della Margherita. Inoltre sia Gariglio, sia Lepri erano già stati indagati e poi assolti definitivamente per la prima “Rimborsopoli” piemontese. Tra gli iscritti figura anche l’eurodeputato di Forza Italia Alberto Cirio, possibile candidato del centrodestra alle elezioni regionali del 2019. Seguono una sfilza di altri nomi, tra i quali alcuni insospettabili che hanno lasciato la politica e rinunciato al vitalizio.

Prima di procedere, i sostituti procuratore Andrea Beconi e Giovanni Caspani, coordinati dall’aggiunto Enrica Gabetta, hanno studiato le sentenze della Corte di cassazione su alcuni processi per i rimborsi gonfiati ottenuti dai consiglieri regionali di altre regioni, come quelli della Valle d’Aosta, del Friuli Venezia Giulia o della Liguria. Lo hanno fatto perché, finora, le decisioni dei giudici di tutta Italia non sono state uniformi. Certe categorie di spese, tipo i pasti, le cene o i viaggi, sono state ritenute legittime e in altri no. Ad esempio a Torino il tribunale ha assolto moltissimi ex consiglieri coinvolti nella prima “Rimborsopoli”, quella dell’era di Roberto Cota, e ora la Corte d’appello deve valutare se confermare quel verdetto o riformarlo. Già in passato questa corte aveva stravolto la sentenza di assoluzione dei consiglieri della Valle d’Aosta, molti dei quali sono stati condannati in via definitiva dalla Cassazione. Oltre a una giurisprudenza ancora incerta, poi, si pone un altro ostacolo: la prescrizione. Il reato di peculato si prescrive in dieci anni, ma con gli inviti a comparire la Procura ha interrotto il corso della prescrizione, rimandata di almeno due anni e mezzo. Bisognerà procedere molto celermente per evitare la tagliola. Infine c’è un altro problema: dopo questi anni non ci sono i tabulati telefonici che, nella prima indagine, hanno permesso di capire se gli scontrini delle spese fossero stati ottenuti dai consiglieri oppure da altre persone.

Salta “90° minuto”, e pacchetti separati per il calcio in tv

Niente immagini in chiaro la domenica pomeriggio e le pay-tv che decidono gli orari delle partite: ecco la rivoluzione dei diritti tv del pallone. Il nuovo palinsesto della Serie A favorisce l’esclusiva e vale circa un miliardo a stagione. Tre pacchetti: il primo, più pregiato, comprende i match di sabato alle 18, domenica alle 15 e alle 20.30, con la possibilità di scegliere 8 partite a girone; il secondo, gli incontri delle 15 e il posticipo del lunedì (sempre 8 partite a scelta); il terzo punta sull’anticipo serale del sabato (4 partite a scelta). Nessuno potrà comprare tutto, ma sono possibili accordi per la ritrasmissione: l’offerta sembra pensata per Sky, che può avere tutto il campionato giocando di sponda con Perform (o addirittura Mediaset, che ha stretto un accordo con gli ex rivali). Solo gli spagnoli di MediaPro potrebbero rovinare i piani, comprando uno o più pacchetti per mettere in piedi un loro canale. In quel caso, i tifosi sarebbero costretti a fare due abbonamenti diversi. L’unica certezza è che, con le sintesi in chiaro solo la domenica sera, scomparirà “90° minuto”: nel calcio moderno non c’è spazio per la storica trasmissione Rai.

Meno spostamenti e più cattedre, i piani a confronto in Parlamento

Non di solo governo vive la scuola. In Parlamento, il nome per la Lega è ormai noto a tutti gli addetti ai lavori: Mario Pittoni è un senatore, da un decennio responsabile della scuola per il Carroccio. È vicinissimo al ministro, indicato come uno dei nuovi sottosegretari. Nelle ultime ore – dopo il caos generato dalle ipotesi sui diplomati magistrali – si è rifugiato nella stessa riservatezza del ministro Bussetti.

Il peccato originale sulla questione, però, era già stato ribadito: “Valeria Fedeli ha scaricato su questo governo un decreto che andava fatto mesi fa” ha detto nei giorni scorsi Pittoni. Ma al di là della sacca dei diplomati magistrali, sul fronte leghista il primo problema della scuola italiana sono gli spostamenti. Dal 2009 hanno in serbo la proposta dei concorsi gestiti a livello regionale, sostituendo il principio di idoneità con una graduatoria a scorrimento. L’idea è creare un meccanismo federale e stabilire il proprio domicilio professionale nella regione scelta per la partecipazione. Le grandi riforme sono viste come “piramidi lasciate dai ministri a ogni passaggio che si sono sedimentate l’una sull’altra fino a bloccare il sistema” senza affrontare singole criticità, come il Fit (la fase transitoria per accedere all’insegnamento) che riduce lo stipendio per i primi due anni a precari che magari lo hanno preso pieno per decenni, o come la necessità di un secondo ciclo di Pas.

I pentastellati, invece, non hanno un responsabile della scuola definito. A loro dovrebbe andare l’altro sottosegretariato e il nome circolato finora è quello del deputato Gianluca Vacca. Alla Camera è la neo-deputata Lucia Azzolina a spiegarci la scuola del Cinque Stelle. Ha costruito buona parte del suo impegno politico sui temi della scuola, ha una doppia laurea – filosofia e giurisprudenza – ed è stata insegnante. Si è poi specializzata in diritto della scuola. “Si parla spesso degli insegnanti, ma ci si dimentica degli studenti – spiega – che vanno rimessi al centro. La scuola non deve essere cannoneggiata da tagli e risparmio coatto”.

Abrogare e modificare molti commi della Buona Scuola e eliminare le classi pollaio sono punti di partenza. “Significherebbe pensare a una didattica personalizzata incentrata sulle inclinazioni di ogni studente”. Anche per sconfiggere la dispersione scolastica. “La conseguente creazione di più cattedre sanerebbe parte del precariato rendendo la vita dei docenti più serena e riavvicinandoli alle famiglie”. E ancora, interventi sull’edilizia scolastica e il ripristino del tempo pieno e delle compresenze nella primaria.

Maestre senza laurea in bilico. Perché la soluzione non arriva

La certezza, al ministero dell’Istruzione, è che sul tema delle diplomate magistrali rimaste senza cattedra bisogna andarci molto cauti perché la decisione riguarda non solo loro ma anche centinaia di migliaia di controinteressati, dai laureati in scienze della formazione ai vincitori di concorso, che potrebbero trovarsi improvvisamente scavalcati nelle graduatorie o comunque destinatari di una disparità di trattamento.

Per questo, l’ipotesi circolata nei giorni scorsi su alcune testate secondo cui sarebbe quasi pronta una sorta di sanatoria che inserirebbe tutti in un’unica graduatoria ha generato fiumi di polemiche ed è stata anche prontamente smentita dal Ministero dell’istruzione.

Il nuovo ministro, Marco Bussetti, in quota Lega è anche un tecnico, docente di educazione fisica, poi provveditore di Monza e infine di Milano. Senza certezze non ha intenzione di parlare. L’esito dovrebbe arrivare la settimana prossima, quando dovrebbe già essersi installato il nuovo capo di Gabinetto. Ma partiamo dall’inizio.

Parliamodei docenti destinatari della sentenza del Consiglio di stato depositata a dicembre 2017, che respingeva l’inserimento dei maestri che hanno solo il diploma magistrale – quindi non la laurea, obbligatoria dal 2002 per insegnare – nelle Graduatorie a esaurimento, le cosiddette Gae che danno la precedenza nella conquista di una cattedra a tempo indeterminato e che sono state appunto chiuse.

I diplomati magistrali iscritti nelle Gae dopo i contenziosi erano 43 mila, più di 7 mila quelli assunti di ruolo. Tutti, però, con riserva visto che non c’erano sentenze passate in giudicato (attese ora a partire da metà luglio e che dovrebbero modellarsi sul Consiglio di stato). Sono seguiti un parere dell’avvocatura di Stato, proteste davanti al ministero, appelli dei sindacati e promesse in campagna elettorale. L’unica via di uscita sembra essere un veicolo normativo, probabilmente un decreto data l’urgenza, che ora tocca al nuovo governo. L’ipotesi circolata nei giorni scorsi prevede che le maestre diplomate siano inserite nelle Graduatorie di concorso ma senza concorso, subito dopo i vincitori naturali. All’interno di questo blocco dovrebbero poi essere inserite anche le laureate in Scienze della formazione primaria per evitare l’ingiustizia nei loro confronti. Una ipotesi che il Miur ha però respinto dopo poche ore: “La situazione dei diplomati magistrali è una delle priorità – si leggeva in una nota –. In questi giorni il Ministro sta verificando le possibili soluzioni. Nessuna decisione definitiva è stata ancora presa. Risultano quindi premature le ipotesi che circolano”. Una smentita confermata anche al Fatto. Insomma, è presto per sapere e, soprattutto, l’ipotesi presenta non pochi punti deboli, da un inserimento a blocchi che potrebbe generare non pochi ricorsi alla contraddizione dell’accesso a una graduatoria concorsuale, ma senza concorso. La creazione di altri appigli per i ricorsi, insomma, avrebbe ben poco di governo del cambiamento.

Di sicuro, sul tavolo del ministero c’è un dossier con tutte le ipotesi proposte, da un concorso dedicato ai soli diplomati magistrali a una fase transitoria legata alla storia professionale del singolo. Bisognerà vedere su quale ricadrà la scelta.

Migrante ucciso, il 43enne resta in cella: “Mirava a tutti e tre”

I morti dovevano essere tre. È quanto emerge dall’indagine della Procura di Vibo Valentia sull’omicidio di Soumayla Sacko, il 29enne del Mali attivista sindacale della Usb ucciso sabato sera. “Ci sparava addosso, prendeva la mira”, ha raccontato uno dei due migranti sopravvissuti. Antonio Pontoriero, il 43enne di San Calogero fermato giovedì dai carabinieri che, rimarrà in carcere come ordinato ieri dal giudice Gabriella Lupoli. Prima la decisione di uccidere, poi il tentativo di depistare: secondo i pm, i famigliari dell’italiano avrebbero tentato di costruire una loro concordata versione dei fatti e di orientare la stampa. “Dobbiamo trovare il giornalista giusto”, dicono intercettati. In un altro passaggio della conversazione captata emergerebbe la volontà della sorella dell’indagato di “coprire” il fratello: “Io non canto, gli dico che mio fratello è un lavoratore. Di altro ho la facoltà di non rispondere”. Intanto continuano le indagini. Secondo quanto riferito da uno dei sopravvissuti, Pontoriero dopo aver sparato a Sacko, “punta il fucile e si sposta per avere una migliore visuale della mia sagoma e per cercare di spararmi”. Il gip ha emesso nei confronti di Pontoriero un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

“Clandestini”, una voce umana nel nostro buio

Clandestino. La caccia è aperta, il nuovo libro di Furio Colombo, è una bussola indispensabile per trovare un sentiero che ci porti fuori dal bosco nero in cui siamo finiti. Un testo che quel che resta della cultura democratica e progressista dovrebbe mandare a memoria per ritrovare pensieri e parole.

Colombo raccoglie la fitta corrispondenza con i lettori de Il Fatto scegliendo le lettere sul tema delle migrazioni. Le sue non sono mai risposte banali, ma veri editoriali di politica internazionale e interna. Come introduzione Colombo offre un “glossario della resistenza umana”, utilissimo per orientarsi nel tempo delle parole violentate per diffondere odio. “Tutto quello che vi hanno raccontato sul traffico in mare, di soldi, barche, navi, soccorso, vita e malavita dei migranti, non è vero”.

Basterebbe questo per far arrossire di vergogna chi (un anno fa, Pd al governo) sulla base di chiacchiere non supportate da solide inchieste, trasformò un Comitato parlamentare (Schengen) e una Commissione del Senato (Difesa) in commissioni di inchiesta sul lavoro delle Ong che salvano i migranti in mare. E poi arrivò la “teoria Minniti”.

Un lettore chiede un commento sulla linea del ministro dell’Interno Pd. La risposta di Colombo è netta: “Marco Minniti, Ministro di un governo ponte (…) ha due vite. In una rilascia nobili affermazioni sull’accoglienza e promette un paese civile che saprà farsi ascoltare dall’Europa, affinché apra le sue porte chiuse senza far pagare ai profughi la sventura di essere profughi. Nell’altra si aggira nel Nord Africa in cerca di tribù, gang, eserciti locali o governi provvisori, per formare una invalicabile barriera anti-straniero in modo da evitare respingimenti in Italia o internamenti nei ‘Centri di espulsione’, che lo stesso illuminato ministro sta preparando, per chi dovesse sfuggire alle maglie strette”. Dove ha portato il governo “ponte”, purtroppo lo sappiamo: a Salvini. E la sinistra non ha più parole. Quelle usate dalla destra populista e xenofoba hanno impronte antiche, sono le stesse usate dalla “destra ideologica Usa”. È il trionfo delle “fake news”, ripetute ossessivamente: “Come dice il grande inventore delle ‘verità alternative’ (Stephen Bannon) adesso prova tu a dimostrare che la storia è falsa”.

Politicamente corretto è un’espressione diventata una bestemmia in cattedrale: “Il disprezzo della destra estrema americana è stato immediato, al punto da usare l’espressione per ogni evento da negare o avversare e, quando possibile, da ridicolizzare. Nel discorso parafascista italiano è diventato sinonimo di ipocrita, profittatore, dannoso, radical chic, ‘buonista’ e comunque spregevole”. Concetti che gli italiani hanno sentito ripetere in modo ossessivo a talk unificati per anni. “Propongo che d’ora in poi, ogni volta che uno xenofobo ci illustra i suoi macabri progetti (…) ci sia una voce umana per rispondere. (…). Le televisioni italiane ospitano una quantità sproporzionata di tre materiali malefici: le cifre false (il mondo è assediato dai profughi), gli eventi falsi (i migranti, nella buona tradizione dei rom, rubano sempre qualcosa a qualcuno) e il comportamento falso dei governi, che pagherebbero alberghi e ville a disperati che in realtà non sanno dove dormire. Per esempio, nella televisione italiana, non vi è evento senza la presenza di Matteo Salvini e le sue notizie sugli immigrati, che rappresentano esclusivamente un suo mondo interiore. Gode di questo privilegio: non c’è persona pubblica (politica, accademica, religiosa) che abbia voglia di tenergli testa”. Ecco, ci mancano le parole giuste. Ci manca una “voce umana”.