“Le ’ndrine cercavano Salvini per avere appalti a Milano”

Oggi vicepremier, ieri consigliere comunale a Milano, il più giovane mai eletto. Storia lunga quella di Matteo Salvini. Storia che all’ombra del Duomo, secondo una nota riservata dei Servizi segreti, si intreccia anche con gli interessi di una lobby di affaristi calabresi vicini alla ’ndrangheta che in riva al Naviglio ha trovato porte aperte e appalti golosi. Tutto si svolge tra il 2008 e il 2009. All’epoca Salvini, che non sarà mai indagato, si divide tra palazzo Marino, Montecitorio e il Parlamento Europeo. A Milano, intanto, camion e ruspe delle cosche veleggiano con il vento in poppa. Manca più di un anno alle grandi retate di Infinito e simili. Tra città e provincia sono decine i boss di peso che puntano sul futuro affare dell’Expo. La Lombardia non è ancora il quarto “mandamento” della ’ndrangheta.

Il suo capoluogo è però terreno di caccia anche per i potenti clan reggini. Gli emissari sono già arrivati al Nord. Uno in particolare interessa a questa storia. Si tratta di Paolo Martino, poi condannato per mafia dopo un’inchiesta (Redux-Caposaldo) delle dottoressa Ilda Boccassini. Martino, vicino alla potente cosca De Stefano, gioca su diversi tavoli. In tasca si tiene contatti importanti. In agenda non solo cognomi criminali come i Lampada, broker in giacca e cravatta vicini alla cosca Condello, ma anche avvocati come Luca Giuliante, ex legale di Ruby, che in quel periodo cura la campagna elettorale per Guido Podestà, candidato alla poltrona della Provincia. Martino parla in modo confidenziale addirittura con Lele Mora. Frequenta gli uffici di via Durini 14, dove ha uno studio Bruno Mafrici, calabrese, avvocato senza laurea, nonché in rapporti con Lino Guaglianone, ex Nar e all’epoca nel Cda di Ferrovie nord. Guaglianone in via Durini 14 ha gli uffici della sua Mgim. Giuliante e Martino, poi, sono così in buoni rapporti che il primo lo inviterà a una cena elettorale nella villa di Lesmo di Silvio Berlusconi per presentargli Massimo Ponzellini, manager vicino alla Lega e all’epoca numero uno di Impregilo.

Paolo Martino ha rapporti anche con i Mucciola, imprenditori romani con residenza a Reggio Calabria. In quel 2008 i Mucciola (che non saranno mai indagati) puntano agli appalti pubblici in città. Nel mirino hanno la costruzione di una residenza per anziani al Pio Albergo Trivulzio, la Baggina dei milanesi da dove partì, era il 17 febbraio 1992, l’indagine Mani pulite. L’appalto dei Mucciola è di otto milioni di euro. È proprio in quel periodo che una nota riservata del Servizio centrale operativo segnala alcuni punti caldi. La fonte, si legge, è “istituzionale”. Tradotto: Servizi segreti. Si tratta di un appunto di oltre dieci pagine che racconta fatti e personaggi finiti tutti nelle future inchieste del 2010 e del 2011.

A pagina sette, però, si legge: “Paolo Martino, attraverso propri referenti, avrebbe favorito un incontro tra l’imprenditore reggino Fabio Mucciola e l’onorevole Matteo Salvini affinché quest’ultimo lo accreditasse presso il presidente del Pio Albergo Trivulzio, professore Emilio Trabucchi, in vista dell’aggiudicazione dell’appalto relativo alla realizzazione di due residenze sanitarie assistenziali del valore di circa 20 milioni di euro”. E ancora, per sottolineare il livello dei contatti del boss: “Martino nel capoluogo lombardo, più volte, avrebbe incontrato il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti”. I Mucciola vinceranno una gara, ma non l’altra. Particolare spiegato al telefono da Giuliante (mai indagato per fatti di mafia come anche Trabucchi) allo stesso Martino. La nota degli 007 non troverà conferme successive se l’incontro sia avvenuto o meno. Per ora questa storia si conclude in via Durini 14. In quel 2009 qui lavora Bruno Mafrici. Nel 2012 il suo nome compare negli atti dell’inchiesta sul reinvestimento dei fondi della Lega. Protagonista l’ex tesoriere Francesco Belsito, vicino all’allora ministro Roberto Calderoli, amico di Mafrici (già consulente di Calderoli) e in contatto con Romolo Girardelli, imprenditore ligure, già coindagato (2002) con Martino. Interrogato dai pm, Mafrici spiega: “Conosco Martino (…) è venuto nel mio studio a chiedere favori. Me lo presentò Franco Terlizzi, ex pugile di Guaglianone. Venne insieme a Mucciola di Reggio Calabria”.

Il cambiamento può cominciare dalla televisione

“Il dispotismo mediatico è così vasto e capillare da raggiungere ogni giorno, attraverso l’etere, la totalità degli adulti”.

(da “TAG” di Domenico De Masi – Rizzoli, 2015 – pag. 412)

Per chiunque intendesse mettere mano alla riforma della Rai, sarebbe difficile fare peggio della “riformicchia” introdotta a suo tempo dal governo Renzi, come qui l’abbiamo definita fin dall’inizio. Un’altra legislatura è passata sotto i ponti della politica italiana e non solo il servizio pubblico non è stato affrancato dalla sudditanza alla politica, ma anzi è diventato più che mai subalterno all’esecutivo, in spregio alle sentenze della Corte costituzionale che ne aveva attribuito il controllo al Parlamento. La vecchia maggioranza di centrosinistra avrebbe potuto e dovuto varare una riforma organica, imperniata necessariamente sull’informazione che rappresenta il “core business” di qualsiasi servizio pubblico radiotelevisivo. E invece ha aggravato ulteriormente la situazione, trasformando il direttore generale in un amministratore delegato con pieni poteri, nominato su indicazione del ministero dell’Economia, e mettendo quindi l’azienda alle dirette dipendenze del governo.

Ora il consiglio di amministrazione scadrà a fine giugno e i suoi componenti saranno ridotti da nove a sette: due verranno scelti dalla Camera e due dal Senato, altri due dal governo e il settimo dall’assemblea dei dipendenti Rai. Si può facilmente prevedere, dunque, che il prossimo Cda avrà l’imprinting della nuova maggioranza gialloverde, al massimo con un consigliere concesso a Forza Italia. Per gli altri due, toccherà al neo-ministro Tria decidere, proponendo due nomi al Consiglio dei ministri. E si tratterà di vedere se anche queste nomine saranno di stretta osservanza governativa o meno. Perfino nella cosiddetta Seconda Repubblica il fair-play istituzionale impose scelte di garanzia alla presidenza di viale Mazzini: tanto più opportuna sarebbe ora una soluzione del genere, anche per bilanciare un’eventuale presidenza della Commissione parlamentare di Vigilanza che – a quanto si dice – potrebbe essere assegnata a Maurizio Gasparri, plenipotenziario televisivo del centrodestra e custode supremo del conflitto d’interessi berlusconiano.

Per liberare la Rai dal giogo della politica, bisognerebbe innanzitutto trasferire il pacchetto azionario dell’azienda dal ministro dell’Economia a un soggetto terzo: per esempio una fondazione esterna, composta da rappresentanti del mondo accademico, culturale, giornalistico, sindacale; rappresentativa dell’articolazione della società italiana; eletta magari dal “popolo degli abbonati”. A questo organismo neutrale si dovrebbe affidare la nomina di un consiglio di amministrazione composto da non più di cinque membri, con un amministratore delegato affiancato da un direttore editoriale con compiti d’indirizzo e coordinamento.

Possiamo già immaginare che non accadrà nulla di tutto questo. Ma sarebbe lecito attendersi dal “governo del cambiamento” almeno una svolta civile. Vale a dire una scelta degli uomini e delle donne al vertice della Rai che non corrisponda a criteri partitocratici, di appartenenza o di fedeltà. Ma sia ispirata piuttosto a canoni di competenza, autonomia e indipendenza.

Sarà proprio questo il primo banco di prova per l’alleanza gialloverde. Se invece a viale Mazzini prevarrà la logica lottizzatrice del passato, vorrà dire che neppure la nuova politica riuscirà a cambiare il vecchio carrozzone della Rai. E allora, con buona pace del professore-premier e dei suoi due proconsoli, il servizio pubblico resterà imprigionato nella logica dell’opportunismo e del trasformismo.

Che paura Salvini! però aspettiamo…

Che paura Salvini al Viminale! L’ho scritto e detto fin da subito e lo confermo, a maggior ragione dopo aver letto il contratto di governo in cui si parla di chiusura dei campi rom irregolari (e dove vanno?), spostamento di fondi dall’accoglienza ai rimpatri (da portare a 500mila contro gli attuali 6mila, cioè 3 volte le espulsioni effettuate in tutta Europa nel 2016), no agli asili gratis per le famiglie straniere, nuova legge sulla legittima difesa. Paura.

Poi penso ai precedenti e confido innanzitutto che la Lega di governo sia diversa da quella di piazza e di opposizione, com’è stato in passato: la più grande regolarizzazione di stranieri mai fatta in Italia è stata con la Bossi-Fini; e nel 2011, con l’emergenza sbarchi a Lampedusa, l’allora ministro dell’Interno leghista Maroni invitava “tutti i territori a sentirsi coinvolti nell’accoglienza”, “un’emergenza grave richiede solidarietà, atteggiamenti di rifiuto non possono essere giustificati”. Niente ruspe, niente pacchie.

E penso anche a cos’è stato fatto in questi anni dai governi di centro(presunta)sinistra, dal Pd e dal Ministro Minniti, da tutti quelli che ora evocano fascismo, razzismo, xenofobia. Penso al Daspo urbano contro chi è “indecoroso”; al codice di comportamento per le Ong, che ha fruttato un ricorso alla Corte Europea per i diritti umani, per aver lasciato mano libera alla guardia costiera libica; alla riduzione degli sbarchi (meno 78% nel 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), grazie sì agli accordi con Stati nordafricani, ma anche al fatto che migliaia di migranti sono detenuti in centri libici in condizioni inumane denunciate anche dall’Onu, o che muoiono in mare (senza le Ong a salvarli), com’è successo in questo weekend al largo di Turchia e Tunisia. Penso agli accordi con l’Ue, accoglienza in cambio di flessibilità sui conti pubblici: soldi finiti magari in bonus elettorali più che agli immigrati; al reato di clandestinità – inutile e dannoso, continuano a ripetere i magistrati, perché ingolfa tribunali e carceri, facendo perdere tempo e soldi – che Renzi e il Pd avevano promesso di abolire, ma così non è stato; penso al business dell’accoglienza e a Mafia Capitale. E penso, sulla legittima difesa, alla proposta di legge Ermini con cui si voleva superare a destra la Lega, fortunatamente senza successo.

Penso a tutte queste cose e la paura, lungi dallo scomparire, si acuisce: cambiano le forze politiche ma non la sostanza. Non ci resta che aspettare e vedere cosa faranno davvero Salvini e il governo gialloverde, al di là degli slogan e delle piazze.

Sperando che si cominci dal superamento del Regolamento di Dublino, dal ricollocamento obbligatorio tra tutti gli stati Ue dei richiedenti asilo, dalla gestione finalmente europea dell’immigrazione, dalla lotta al business dell’accoglienza (da cui traggono vantaggio spregiudicati italianissimi e mafie), dalla legalità e dalla difesa di chi – come Soumayla Sacko, il sindacalista del Mali ucciso in Calabria – era qui per lavorare legalmente e costruirsi un futuro migliore.

Aspettiamo di vedere, caro Salvini, che l’applauso e la standing ovation per lui in Senato non siano stati solo un inevitabile e vuoto pro forma.

Riformare la scuola ascoltando i docenti

Il presidente del Consiglio non ha citato la scuola nel discorso al Senato. È inutile girarci intorno, è stato un errore. Di più: il contratto di governo è vago sull’Istruzione e del ministro Bussetti si sa poco. Speravamo/speriamo in qualcosa di più dal governo del cambiamento. Detto diversamente: il filosofo Gentile, nonostante il classismo, aveva una visione, un disegno organico, un’idea (forte) di scuola e di Paese. Che idea ha, oggi, della Pubblica Istruzione, il ministro Bussetti?

La domanda s’impone perché la scuola è in difficoltà e siamo – è noto – agli alunni che insultano i docenti. Urge un promemoria serio per il ministro perché i consigli letti sul Corriere della Sera sono, non trovo altra parola, risibili (Galli della Loggia, “Cattedre più alte per tutti i prof”, 5 giugno 2018). Indico tre suggerimenti dell’editorialista: 1. “Reintroduzione in ogni aula della predella, in modo che la cattedra sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni”. Ecco come si diventa autorevoli! Con un colpo solo Galli della Loggia elimina John Dewey; la centralità dell’alunno nel rapporto educativo; il concetto di classi aperte; decenni di innovazione didattica. Tutto sbagliato, si torna agli anni Trenta del Novecento. 2. “Cancellazione di ogni misura legislativa che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica”. Vuole abolire i decreti delegati del ’74, il Nostro, perché evidentemente individua negli Organi Collegiali e nei piccoli spazi di democrazia ancora esistenti nella scuola, la peste di cui liberarsi. È una tesi reazionaria e va motivata. Infatti la spiega. Sentite come: “Dal momento che non ci sono rappresentanti degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola”. Non è uno scherzo. Sul Corriere si leggono castronerie come queste che mettono insieme, come avessero qualcosa in comune, “motorizzazione” e “scuola”. Incredibile! 3. “Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane”. Non si capisce perché, ma Galli della Loggia ha stabilito che gli italiani non conoscono Lucca e Matera e devono superare la lacuna. La proposta appare di un provincialismo spaventoso in un’epoca in cui si studia inglese fin dalle elementari e i giovani viaggiano e cercano lavoro in Europa (“la casa comune”) da anni. Mi fermo qui ma vi assicuro che l’articolo contiene altre perle. Cercatelo. Dedico lo spazio finale ai temi che davvero dovrebbe affrontare Bussetti: qualche consiglio, posto che decenni d’esperienza nei licei significhino qualcosa: a) parli coi docenti, egregio ministro, e non imponga dall’alto riforme che il mondo della scuola rifiuta; b) ascolti con rispetto il disagio economico e sociale dei docenti; c) non dia la colpa di tutti i mali agli insegnanti e non giustifichi sempre gli errori della Pubblica Istruzione: gli organici carenti, i concorsi assurdi; i presidi sceriffo…; d) dialoghi seriamente coi sindacati; e) si adoperi affinché i tetti delle aule non crollino sugli alunni (l’edilizia scolastica abbia priorità); f) spinga perché i docenti abbiano stipendi europei (prestigio e status dei prof passano anche dalle retribuzioni); g) non pensi agli alunni come merce (la scuola non è una fabbrica); h) non prenda come oro colato la Fondazione Agnelli; i) abolisca l’alternanza scuola-lavoro; l) non lasci la scuola nel caos delle “chiamate dirette”, delle classi accorpate, degli orari ridotti.

Infine. Il Premier Conte. Spero che l’incredibile riabilitazione della “Buona scuola” (“Ci sono delle criticità, ma non abbiamo intenzione di stravolgerla”) sia una gaffe, altrimenti è grave. La riforma Renzi non piace ai docenti. Se ne prenda atto. C’è bisogno di un intervento profondo, coerente, organico: di una riforma vera. E c’è bisogno di soldi. Settis pone la domanda decisiva: “Il governo continuerà coi tagli all’istruzione pubblica e finanziamenti a quella privata?”. Ecco un tema forte. Basta superficialità e improvvisazione; basta credere che la scuola cambi “introducendo in ogni aula la predella”. Abbiamo già dato.

Mail box

 

Il vero segnale di novità sarebbe la lotta all’evasione

Il rifiuto a dare la ricevuta fiscale, non di rado anche insistentemente richiesta, è un comportamento diffuso che riguarda professionisti, artigiani e tecnici. Nessun governo, a parte le rituali dichiarazioni di principio, ha preso misure concrete ed efficaci per contrastare il fenomeno che ha sottratto e sottrae consistenti cifre alle finanze dello Stato. Il governo giallo-verde del Presidente Conte dimostrerebbe di essere veramente del “cambiamento”, se solo riducesse in modo considerevole il numero degli evasori. Nel programma penta-stellato si insiste molto su legalità, trasparenza e onestà, per cui la lotta all’evasione fiscale deve essere una priorità assoluta. Si tratta di passare dalle promesse, dalle parole ai fatti. Sarebbe un segnale di discontinuità, di volontà politica di essere vicini a chi paga onestamente le tasse.

Domenico Mattia Testa

 

Difficile illudersi di un sogno quando ormai ci si è svegliati

Perché nasconderci dietro un dito. Sono convinto che, nonostante tutta la sicurezza mostrata da Di Maio, per buona parte si sia pentito. Tutti i suoi capovolgimenti durante le trattative durate quasi novanta giorni hanno indebolito la sua leadership, anche perché credo non avrebbe mai voluto una convivenza forzata con il leghista Salvini.

Ma la paura di non essere in grado di formare un governo a tutti i costi lo ha soggiogato.

Credo che oggi sia già troppo tardi, anche se con qualsiasi scusa facesse saltare questa convivenza forzata il patatrac è fatto. E a chi gli ha dato una fiducia che pesa il 33% non potrà raccontare che l’alternativa al voto era formare un governo con la parte più estrema della politica del tuo Paese.

Che si chiami alleanza o contratto. Si può sostenere che il sogno sia ancora realizzabile. Ma quando ci si è svegliati è difficile riprenderlo un sogno. E soprattutto non è più la stessa cosa!

Massimo Testa

 

La preoccupazione tardiva degli antagonisti del governo

Incredibile come gli antagonisti di questo governo non si rendano conto di quanto sia ormai fuori tempo massimo il loro atteggiamento critico. La loro attuale accorata “preoccupazione” per le sorti del Paese avrebbero dovuto sfoderarla quando la corruzione dilagante stava spolpando le risorse degli italiani, o quando il mancato controllo sulla condotta delle banche divorava i risparmi di onesti cittadini, o ancora nel momento in cui una legge sbagliata rovinava la vita di tanti lavoratori alle porte del pensionamento.

Adesso è tardi per mettere in discussione (preventivamente!) i provvedimenti di chi tenta di ripristinare il rispetto per i diritti del popolo.

Il potere è passato di mano e non c’è più attacco mediatico che riesca ad ottenere la condivisione di gran parte degli italiani.

Giuliana Arbinolo

 

I ruoli invertiti alla Camera: Del Rio è il nuovo Di Battista

Mi mancherà molto il M5S all’opposizione, ruolo svolto indubbiamente in modo efficace: il Pd nei confronti di Forza Italia aveva solo fatto finta. Nessuno può sapere se saranno altrettanto bravi al governo, visti anche gli ingombranti compagni di viaggio che si ritrovano. Intanto cominciamo ad assistere a un originale e affascinante (se non si trattasse del nostro destino) spettacolo della politica, in cui i suoi rappresentanti si stanno scambiando i ruoli.

Non ho trovato molto credibile l’interpretazione del mite ed equilibrato Del Rio nel ruolo di Di Battista, specialmente nella scena in cui accusa Conte di nome di essere un “servitore di due padroni”.

Il conte di fatto, per via delle sue nobili origini, – ovvero Paolo Gentiloni – gli andava benissimo. Anche se era “servitore di uno solo”, ovvero di Renzi.

Enza Ferro

 

DIRITTO DI REPLICA

Scrivo in riferimento all’articolo apparso nel numero di oggi a firma di Barbacetto sull’operato del sig. Simone Patera. Il sig. Patera richiede immediata rettifica di quanto scritto, in quanto “non ha alcun guaio giudiziario” (cito testualmente il titolo dell’articolo). Non ci sono provvedimenti che lo riguardino, non è indagato in nulla e non ha alcun problema con la legge. Il sig. Patera è figlio di un carabiniere ed è cresciuto con un ferreo comandamento: il rispetto della legge. Chiediamo immediata rettifica per escludere il nome del sig. Patera dall’argomento “’ndrangheta” e speriamo che questo avvenga presto date le amministrative del 10 giugno. In caso contrario sarete immediatamente contatti dal nostro legale per diffamazione e danno di immagine a danno del sig. Patera.

Simone Patera

 

La lista Straordinaria Basiglio, di cui Simone Patera è candidato sindaco in coalizione con Fi e Lega, viene lanciata nel 2017 da Pierluigi Avarone durante un appuntamento pubblico che si è tenuto all’interno dello Sporting club di Milano 3. Sporting di proprietà della famiglia Stilo. Una società degli Stilo è stata destinataria di una interdittiva antimafia. Accertati, infatti, i contatti tra un manager dell’azienda e personaggi della cosca Mancuso. Gli Stilo sono entrati allo Sporting durante l’attuale amministrazione. Simone Patera, allo stato, non è indagato in alcun procedimento penale.

G.B.

Lavoro. La “questione operaia” viene fuori soltanto dopo le sentenze di tribunale

Mi sento molto vicinoai cinque operai della Fca licenziati per effetto della sentenza della Cassazione. Ho la sensazione che vi sia in essa qualcosa di intimidatorio e punitivo, dato che legittima il licenziamento degli operai responsabili della messa in scena di un finto suicidio dell’ad della Fiat (mi piace ancora chiamarla così) per protestare, legittimamente, contro la politica aziendale responsabile, a loro parere, del suicidio, questo vero sì, di un’operaia in cassa integrazione. Non ho sentito grandi prese di posizione da parte di Governo, forze sindacali e giornali. Ho la dolorosa sensazione che i cittadini, attraverso le armi della crisi e in particolare con la disoccupazione di massa, siano stati trasformati in sudditi ubbidienti e indifferenti.

Giuliano Mascitelli

 

Gentile Giuliano, il licenziamento ratificato dalla Corte di Cassazione ritenendo “travalicati i limiti della dialettica sindacale” è di quelle misure che esprimono il sentimento del tempo. I cinque operai avevano sicuramente inscenato una protesta “forte” con il finto funerale di Sergio Marchionne davanti ai cancelli della fabbrica. Il loro licenziamento deciso dall’azienda, però, era stato annullato in appello in quanto, per i giudici di secondo grado, la “rappresentazione scenica” era relativa a un finto suicidio e “non a un omicidio” e quindi non avrebbe travalicato quella dialettica che, invece, la Suprema Corte ha ritenuto lesionata. Gli stessi giudici, quindi, hanno offerto due letture diverse. Nella storia del secolare conflitto tra capitale e lavoro le forme di protesta operaia e sindacale sono state le più variopinte, e nei cortei degli anni 70 Agnelli e Pirelli venivano definiti “ladri gemelli”. Oggi ci si limita alla “rappresentazione scenica” e non c’è nessuna avvisaglia di travalicamento di limiti sindacali nelle lotte di fabbrica.

Le sentenze, spesso, esprimono un clima politico e sociale e, in questo caso, l’ammonimento agli operai a restare al proprio posto è del tutto esplicito. La questione è passata in larga parte sotto silenzio anche se il nuovo ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha ricevuto uno degli operai licenziati, Mimmo Mignano, ma solo perché questo si è incatenato davanti casa sua e si è cosparso il corpo di benzina. La “questione operaia” insomma, viene fuori grazie a casi drammatici o a sentenze di tribunale.

Eppure esiste e aiuta a capire che la dialettica classica e genuina tra “destra e sinistra” non è superata come sembra. E probabilmente il nuovo governo in qualche modo dovrà farci i conti.

Salvatore Cannavò

Sanzioni dannose, il premier fa bene a stare con Putin

L’esordio del nuovo governo italiano in un consesso internazionale, il G7 di La Malbaie in Canada, non poteva essere più difficile. Il nostro premier, Giuseppe Conte, è stato infatti il primo e finora l’unico leader europeo ad avere il coraggio, nel suo discorso d’investitura al Senato, di avanzare qualche riserva sulle sanzioni che gli Stati Uniti, seguiti dall’Europa, hanno imposto alla Russia per aver occupato la Crimea.

C’è stato subito un niet della Nato (che come tutti sanno è un’alleanza a solo uso e consumo degli Stati Uniti) attraverso le dichiarazioni del suo attuale e fantoccio Segretario generale Jens Stoltenberg e dell’ambasciatrice Usa nel quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, Bailey Hutchison. Una delle obiezioni per tenere fermo il punto su queste sanzioni è che non si possono violare le leggi di diritto internazionale senza che siano seguite da un’adeguata punizione. Ora, se c’è un Paese che negli ultimi vent’anni ha violato queste norme e agito col massimo disprezzo verso l’Onu, che rappresenta tutti gli Stati del mondo e ne dovrebbe essere il difensore, è proprio l’America. Quando, per esempio, si aggredisce la Serbia per la questione del Kosovo (1999) contro la volontà dell’Onu è poi difficile, avendo creato questo precedente, attaccare la Russia per essersi annessa la Crimea. Anche perché c’è una differenza sostanziale. Il Kosovo era fuori dall’area d’influenza americana e lontanissimo dai suoi confini, tanto che il presidente Clinton per convincere i suoi concittadini della bontà di quella aggressione, giustificata naturalmente in nome dei soliti “diritti umani” pronti per ogni uso, dovette prendere un’enorme carta geografica e con una bacchetta, come un maestrino, indicare loro dove mai fosse questo misterioso Kosovo che nessuno negli States aveva mai sentito nominare. La Russia ha invece occupato un territorio, la Crimea, che se proprio russo non è, era però russofono da sempre.

Si possono poi ricordare l’aggressione e l’occupazione dell’Iraq (2003) contro la volontà dell’Onu e, sempre contro la volontà dell’Onu, quella alla Libia di Muammar Gheddafi le cui conseguenze sanguinano ancora, e sanguineranno per chissà quanto altro tempo, sull’Europa e in particolare sull’Italia.

Per l’Europa e l’Italia un buon rapporto con la Russia di Putin (che è un autocrate se non un dittatore, come tanti altri leader di Paesi nostri alleati e magari membri della Nato, tipo Turchia) è essenziale. Per questioni di vicinanza geografica, energetiche, commerciali e anche, se si vuole, culturali. E ha detto bene, anche se non ha detto tutto, Matteo Salvini quando ha fatto notare che non vede nessuna minaccia della Russia nei confronti nostri e dell’Europa mentre vede benissimo lo sconquasso migratorio nel Mediterraneo provocato proprio dall’aggressione americana, francese e sciaguratamente appoggiata anche da noi italiani (governo Berlusconi). Salvini ha anche aggiunto –ed è il punto su cui ci permettiamo di non essere d’accordo- che la Nato è di questo che dovrebbe occuparsi: Dio ne scampi, più sta lontana dai nostri confini e meglio è. Naturalmente Salvini è stato subito accusato, in particolare da quel bel tipetto di George Soros, di essere a ‘busta paga’ di Putin. E tutta la grande stampa americana è contro il governo Cinque Stelle-Lega. Ha scritto Robert Cohen sull’autorevole New York Times: “Lega e il Movimento 5 Stelle mettono insieme il bigottismo e l’incompetenza a un livello insolito. Sono un gruppo miserabile portato in alto sulla marea globale anti liberale. In breve non vedo nulla da loro propagandato che non mi crei disgusto”. Questo disgusto deriva dal fatto che si capisce bene che il nuovo governo italiano cercherà, nei limiti delle sue forze, di svincolarsi dalla pelosa tutela yankee. Che è poi la stessa posizione di Angela Merkel, anche se con la Germania gli Stati Uniti sono costretti ad andarci più piano e a usare parole meno sprezzanti.

L’arroganza americana nei confronti dell’Europa si vede ancor meglio nella questione iraniana. Il governo degli Stati Uniti ha dato 180 giorni di tempo, a partire dall’8 maggio, alle imprese europee che hanno affari in corso con l’Iran. Siamo ai classici ‘otto giorni’ che si danno alla domestica quando la si licenzia. Gli ambigui francesi hanno subito obbedito: la Total e la Peugeot Citroen “si apprestano – come scrive Stefano Montefiori sul Corriere del 7.6 – ad abbandonare le joint venture che avevano creato con le imprese iraniane”. Ma anche l’Italia ha corposi e legittimi interessi in Iran, Eni in testa ma non solo. Noi europei non abbiamo nessun contenzioso aperto con l’Iran e nessun pericolo che può venire dal Paese degli ayatollah. E per spazzare il campo da ogni equivoco il 14 luglio 2015 il cosiddetto gruppo dei 5+1 (Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, tutti membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania) hanno firmato a Vienna un accordo sul nucleare iraniano in cui il governo di Teheran si impegnava a non arricchire l’uranio oltre il 20%, quindi mantenendo il nucleare a usi civili, e ad accettare le ispezioni dell’Aia, cosa che peraltro aveva sempre fatto almeno a partire dal 2003, in cambio dell’ammorbidimento delle sanzioni economiche che gli americani avevano imposto a quel Paese. Gli Stati Uniti si sono sfilati da quell’accordo perché da sempre hanno il dente avvelenato contro il regime degli ayatollah, per ragioni ideologiche e in funzione pro Israele la loro ‘longa manus’ in Medio Oriente. Naturalmente, e diremmo logicamente, il governo di Teheran ha minacciato di avviare un programma atomico, cui aveva sempre rinunciato, se anche gli altri protagonisti di quell’accordo, seguendo gli Usa, non vi terranno fede.

C’è poi la questione dei dazi su alluminio e acciaio che gli Stati Uniti hanno imposto anche all’Europa. Ma in questo caso l’Europa è in grado di difendersi perché come scrive Le Monde (ma non c’era bisogno dell’acume di Le Monde, lo avevo scritto anch’io, Il Fatto del 6 giugno) “l’Unione europea è la più grande area commerciale del mondo”.

C’è poi il fatto, come richiamava l’altro giorno Ferruccio Sansa, che i militari americani presenti in Italia, si tratti di Vicenza o di Napoli, possono commettere reati, tra cui stupri, avendo la pressoché totale certezza di rimanere impuniti (si possono ricordare, fra gli altri, fatti ancor più gravi come il Cermis o il rapimento da parte di agenti segreti statunitensi di Abu Omar sul suolo italiano).

Gli Stati Uniti infine non accettano che i loro militari siano giudicati dai Tribunali internazionali per crimini di guerra. Insomma gli americani sono “legibus soluti”. Aggrediscono, occupano, uccidono, ricattano economicamente, puniscono, fanno insomma tutto ciò che gli pare e piace. Ci fa piacere che, per una volta tanto fra gli occidentali, sia stato un italiano, il nuovo premier Giuseppe Conte, ad avanzare una sia pur timida riserva su questa intollerabile prepotenza.

Speedy Pizza, “golpe” e ruspe: così Mr. Lega ha liquidato B. e Renzi

Un po’ prima del cambio di copione, di costume e di scena, Matteo Salvini era un padano gagliardo, con l’orecchino al lobo, la ruspa nel cuore, la felpa verde sull’ampio petto, dove esibiva una sola idea alla volta e, esagerando, due: “Sono lombardo. Voto lombardo”. Nella Lega del Bossi Fondatore, c’è cascato da piccolo, all’ultimo anno del liceo Manzoni, autunno 1990, scrollandosi di dosso la polvere (e il buon fumo) del Leoncavallo, per diventare “comunista padano”, a nome di tutti gli sfruttati di Roma ladrona e di “Napoli merda, Napoli colera”. Erano i tempi del Formentini sindaco, dei matrimoni celtici, della Guardia padana che prometteva bossoli al giudice Guido Papalia di Verona, colpevole di indagare le camicie verdi per “attentato all’integrità della Nazione”. Lui batteva i mercati rionali al grido di “Secessione, secessione!”, con la bandiera, il megafono, il cuore aperto, il pugno chiuso, l’eloquio elastico: “Mi piace parlare con tutti. Mi dà la carica”. Credeva alle divine acque del Dio Po, alla sacra ampolla, a tutte le scempiaggini che si inventavano l’illusionista di Cassano Magnago e il suo scudiero, il piccolo Bobo Maroni, i suoi due capi carismatici, che lento-lento, chiatto-chiatto, ha fatto fuori una alla volta, vatti a fidare dei discepoli.

Matteo Salvini nasce robusto nell’anno 1973 a Milano. Gioca a calcio e beve gazzosa. Studia fino al diploma. Gramellini ha scritto che non ha mai lavorato un giorno, ma non è vero, per pagarsi la vacanza in Adriatico ha cucinato hamburger e pedalato per Speedy Pizza. Poi siccome sudava, ha deciso di riposarsi a carico nostro, diventando il più giovane consigliere comunale di Milano. Dentro Palazzo Marino ci è rimasto diciannove anni. Segnalandosi al mondo per la fissazione di “spianare i campi Rom”, proporre vagoni della metropolitana separati per le signore milanesi e i baluba di colore, rifiutarsi di stringere la mano al presidente Carlo Azeglio Ciampi, in visita a Milano, anno 1999: “No, grazie, dottore, lei non mi rappresenta”. Dove la parola chiave era “dottore”. Infischiandosene dell’Europa e delle sue burocrazie buone a nulla, si è preso la seggiola più alta di Bruxelles, europarlamentare per tre legislature. Stipendio dopo stipendio è diventato euroscettico, come il suo amico Mario Borghezio. E siccome detestava il familismo amorale della prima Repubblica, si è portato dietro, come assistenti a 12 mila euro al mese, la parte più fortunata della famiglia Bossi, Franco, il fratello del Capo e Riccardo, il figlio. Uno che riparava motori a Fagnano Olona, l’altro che li fondeva correndo come pilota di rally.

Quando comincia il declino della Lega – lo scandalo delle quote latte, la malattia di Umberto, il cerchio magico che lo imprigiona, le lotte tra i colonnelli – Salvini è un veterano che sta per conto suo. Coltiva i suoi scudieri a Radio Padania Libera, guida marce a scongiurare moschee, protesta contro i troppi professori meridionali nelle scuole del Nord, accudisce i Giovani padani che lo chiamano “Il Capitano”. Intanto si sposa, fa un figlio. Disfa il matrimonio. Fa una seconda figlia con un’altra donna, ma stavolta niente altare. Guarda a ciglio asciutto il suo partito, che dal coltello della rivoluzione permanente (“È l’anno del Samurai, taglieremo la gola al sistema!”) passa direttamente alla forchetta, istruito dal berlusconismo rampante, piegato dalle leggi ad personam, ridicolizzato dalle avventure del Trota, l’altro promettente figlio del Capo.

È l’ultimo arrembaggio della vecchia guardia, protagonista un personaggio come Francesco Belsito, ex buttafuori di discoteca, diventato tesoriere della Lega, ma per i giudici, anche “il bancomat di casa Bossi”. Un Terminator che a forza di diamanti della Tanzania, rimborsi non certificati e altri investimenti balordi, farà precipitare i conti del partito in un rosso da 48 milioni di euro. E a un incasso elettorale, alle politiche del 2013, franato al 4 per cento: anticamera dei libri contabili in tribunale e del partito ai giardinetti.

È in quel momento che Matteo Salvini si rimbocca la felpa e annuncia il nuovo corso: dio, patria e famiglia. Archivia Bossi con una frase: “Ha fatto tanto, però la storia va avanti”. Poi Maroni e pure Luca Zaia, plenipotenziario della “nazione Veneta” che piace alle partite Iva. Il 7 dicembre del 2013, festa di Sant’Ambrogio, conquista la segreteria con l’82 per cento dei voti.

Quel giorno, in platea lo applaude anche un tale Aleksey Komev, presidente della neonata associazione Lombarida-Russia che annota e approva. Chi è? Risulterà uno dei primi indizi di quella benevolenza – declinata in abbracci pubblici, inviti privati, ma mai in rubli, assicurano – che lo Zar Putin accorda al nascente sovranismo di Matteo. Così come, a stretto giro, la Russia ha fatto con la cugina francese Marine Le Pen, con l’ungherese Orban: tutti inciampi gettati tra gli ingranaggi dell’Europa troppo tedesca, troppo ricca, troppo forte. Per indebolirla un pezzo alla volta. Trasformarla nel paesaggio preferito dagli oligarchi foderati di materie prime e di contanti, che sognano di sorvolare una Europa in saldo.

Con il tavolino delle tre carte in mano, Matteo stabilisce che il Po non è più il confine del suo mondo, ma il nuovo punto di partenza della Lega. Cancella gli insulti contro i meridionali. Cavalca a braccia aperte verso Sud, conquista la Romagna, scavalca l’Appennino. La sua parola d’ordine, contro l’invasione “degli africani e dell’Islam”, diventa: “Prima gli italiani. Padroni a casa nostra”. E per casa, stavolta intende tutto intero lo stivale, dai canali scintillanti di Venezia, agli scempi edilizi della Valle dei templi di Agrigento. Il suo economista di fiducia, Claudio Borghi, detta la linea: “Con la crisi, Nord e Sud sono sulla stessa barca. Bisogna recuperare la sovranità monetaria dell’Italia intera”. Ha un libro nella fondina: Il tramonto dell’euro di Alberto Bagnai.

Con la nuova mappa, si mette in viaggio. Accarezza periferie e rancori. Maledice le tasse, inneggia alla legittima difesa. Non si scompone davanti alle bandiere di Casa Pound. E quando a Macerata Luca Traini, giustiziere con la testa vuota, prova a fucilare sette immigrati per “odio razziale”, lui deplora, ma non del tutto: “È anche colpa di chi ci riempie di clandestini”.

A chi gli rimprovera gli scandali della Lega, i 48 milioni di euro da restituire alla medesima collettività che si vanta di difendere, lui risponde con una alzata di spalle e un inno al futuro: “Sono la nuova Lega, non ho tempo per il passato”.

Accomodato dentro la sua permanente campagna elettorale, come in una vasca da bagno, perfeziona nell’ultimo anno il suo capolavoro. Liquida Matteo Renzi con una smorfia: “Vuole il potere per il potere. È cattivo”. Si mette spalla a spalla con l’ultimo dei suoi dante causa, Silvio Berlusconi, e lo tratta come si fa con la vecchia argenteria: “È finito il tempo delle cene a Arcore”. Usa la Destra come un taxi. Indossa la cravatta e perfino una nuova fidanzata glamour, la bella Elisa Isoardi, con coda di copertine dei settimanali pop, foto con figli in spalla, baci e bagnasciuga. Tutta roba buona per certificare che anche lui ha un cuore. O almeno ce l’ha fino a un certo punto. E il punto è la stravittoria elettorale del 4 marzo che saluta avvertendo i suoi: “Da oggi la Lega ha una voce unica. Chiunque dica qualcosa fuori posto, si accomoda fuori dalla porta”. Regola che per lui non vale. Capace com’è di dire ai nuovi schiavi che raccolgono pomodori per venti euro al giorno: “La pacchia è finita”. E di insultare a freddo la Tunisia, “che ci manda solo galeotti”, rischiando il rimpatrio del nostro ambasciatore.

Da tempo i giornali hanno smesso di chiamarlo Cazzaro Verde e Ragazzotto. Risulta (incredibilmente) il più autorevole del nuovo esecutivo. Di sicuro il più abile, visto come si si è cucinato, nel doppio forno, Gigi Di Maio, l’elegantone. Poi il professor Giuseppe Conte, detto il Dandy. E persino la bianca scorza di Sergio Mattarella, che stavolta non ha chiamato dottore, ma “presidente”. A noi, dalle ore 16 del 31 maggio scorso, tocca chiamarlo signor Ministro dell’Interno.

A Siracusa Pd diviso e destra unita. La carica degli “impresentabili”

La città più indagata d’Italia torna al voto. Come se fosse un concorso pubblico, saranno 670 i candidati al consiglio comunale di Siracusa, che però potrà ospitarne solo 23, distribuiti in 19 liste a sostegno di 7 sindaci.

Centrodestra compatto sull’avvocato ed ex assessore regionale Ezechia Paolo Reale, sostenuto da otto liste. Frammentato invece il centrosinistra, da una parte il Pd appoggia l’imprenditore Fabio Moschella, mentre il primo cittadino uscente e renziano Giancarlo Garozzo supporta il suo ex vicesindaco Francesco Italia.

Tra gli outsider c’è l’ex assessore di Totò Cuffaro e volto storico della destra siciliana Fabio Granata, il leghista aretuseo Francesco Midolo e l’avvocato Giovanni Randazzo. Unica donna in campo per il Palazzo Vermexio è la pentastellata Silvia Russoniello.

I toni della campagna si sono inaspriti nelle ultime settimane, a tenere banco il tema dei candidati “impresentabili”, sarebbero circa una trentina gli indagati per reati contro l’amministrazione, molti dei quali consiglieri uscenti.

Un altro feudo democrat alla prova del “barbari”

Non è un record ma da queste parti non si era mai visto: 10 candidati sindaco, 24 liste, ben 709 aspiranti consiglieri. L’ambitissimo Comune è quello di Massa, 70 mila abitanti nel nord della Toscana che hanno sempre espresso maggioranze e sindaci di centrosinistra. L’ultima volta nel 2013, quando Alessandro Volpi ottenne il 54,17 per cento al primo turno, staccando di 42 punti il Movimento 5 Stelle e lasciando il fu Pdl al 5,29 per cento. La Lega? Non era neanche sulla scheda elettorale.

Oggi Volpi, già docente di Scienze Politiche all’Università di Pisa, ambisce alla riconferma grazie al sostegno del Pd e da altre sei liste, ma in cinque anni è cambiato tutto. Lo scorso 4 marzo nel collegio massese i dem sono arrivati terzi (dietro al centrodestra e al Movimento 5 Stelle) e il vento sovranista del nuovo governo sembra aver ancor più ingagliardito i consensi leghisti. Il sindaco allarga le braccia, alza le sopracciglia e dopo un sospiro non può che ribadire la sua speranza: “Le elezioni amministrative seguono dinamiche diverse rispetto agli orientamenti nazionali. Anche se fosse, a Massa 5 Stelle hanno preso voti soprattutto da sinistra, non credo che quegli elettori vedano di buon occhio l’accordo con la Lega”.

Volpi rivendica di aver quasi dimezzato il debito del Comune, passato dai 120 milioni del 2013 ai 68 di oggi, e di aver messo in cantiere progetti a lungo termine per la città, come la bonifica di alcune aree industriali e la messa in sicurezza idrogeologica. Ad ascoltar le opposizioni, però, le grane non mancano: “La disoccupazione giovanile è al 48 per cento – tuona l’avvocato Francesco Persiani, candidato del centrodestra – e assieme alla sicurezza e al decoro urbano rappresenta l’emergenza più grave che ci lascia l’amministrazione”. La suggestione è facile: lui, penalista, vorrebbe emulare il premier civilista Giuseppe Conte che si è definito “avvocato del popolo italiano”: “Vorrei portare in politica il modus operandi della mia professione, che mi impone di ascoltare attentamente i cittadini per il loro bene”. Persiani eredita una coalizione – Lega, Forza Italia, FdI, Popolo della famiglia e una lista civica – che a Massa mai si era presentata unita, con l’obiettivo di diventare la prima amministrazione di destra della città. Pardon: “Centrodestra”, come tiene a specificare lui, “perché la coalizione guarda al centro, mentre il candidato della destra è un altro”. Il riferimento è a Francesco Mangiaracina, esponente di Tutto per Massa sostenuto da CasaPound, che però fa notare come molte delle battaglie della sua area politica “siano state ormai fatte proprie dalla Lega”.

Fare previsioni equivale a giocare al lotto. Nessuno si sbilancia, qualcuno tra i volti noti politica massese dà per certo il ballottaggio, ma non è chiaro tra chi. Persiani e Volpi devono fare i conti con Luana Mencarelli, candidata del Movimento 5 Stelle che lo scorso 25 maggio ha rievuto visita da Luigi Di Maio: “Se dovessi giudicare dall’affetto che ricevo dalla gente – dice lei – sarei sicura della nostra affermazione, ma le amministrative sono un rebus”. Di sicuro, secondo Mencarelli, a Massa non c’è spazio per accordi gialloverdi, neanche in caso di ballottagio: “Per fortuna la legge elettorale per i sindaci è ben diversa dal Rosatellum”.

Della partita anche Sergio Menchini, candidato civico che a marzo si è sfilato dalle primarie del Pd: “Erano una farsa – accusa –, per mesi hanno detto di non volerle fare, poi all’ultimo minuto il sindaco uscente ha dato la sua disponibilità, ma ormai era tardi”. Di più: il Pd, spiega Menchini, aveva chiesto ai candidati di firmare un documento che riconoscesse la buona amministrazione da parte di Volpi e la volontà di prosegure le sue politiche. Carta rispedita al mittente dall’interessato che ha preferito mettersi in proprio.

A sinistra ci sono poi altri tre simboli: il Partito Comunista che candida Marco Bondielli, Area2018 con Andrea Biagioni e Potere al Popolo con Nicola Cavazzuti. Ma guai a confonderli: “Il loro riformismo serve solo a migliorare il sistema, noi siamo per ribaltarlo”, spiega Bondielli, mentre Biagioni si rifa “all’esperienza del Brancaccio con Tomaso Montanari e Anna Falcone”, in disaccordo con la linea intrapresa dalla lista di Cavazzuti, che intanto rivendica di aver portato al centro del dibattito temi cari alla sinistra come “l’ambiente, l’acqua pubblica, la povertà, il precariato”.

Spazio poi ai “civici”: Lorenzo Pascucci, ex Alleanza Nazionale e Udc, si candida con Massa Libera e promette “che a Massa non si faranno più gli interessi di Roma e Firenze”. Civico, anzi, “civico davvero, non come gli altri che poi hanno tessere in tasca”, è anche Pieropaolo Bertilorenzi di Punto Zero, ultimo dei dieci a presentare la candidatura. Mai come questa volta, con una frammentazione del genere e con almeno quattro pretendenti al ballottaggio, le loro liste rischiano di essere decisive..