Il senso del Pd per i voli blu

La spietata opposizione del Pd incalza sui social network: “Conte vola in Canada con l’aereo di Stato utilizzato anche da Renzi e Gentiloni – scrive su Facebook l’ex bersaniana Alessia Morani – È assolutamente giusto e normale. Dall’anticasta alla casta è un attimo: basta un volo”. La deputata dem allega una fotografia che mostra l’Airbus 340-500, il mega aereo concesso in affitto (per 7 anni) da Etihad allo Stato Italiano per espressa volontà dell’allora premier Matteo Renzi e per la modica cifra di 150 milioni di euro. L’affare fu svelato dal Fatto e fu oggetto di una vivace protesta del Movimento 5 Stelle. Ora Morani rende il favore: vedete che siete “casta” anche voi adesso che governate? La deputata però commette un errore: l’aereo usato da Conte non è quello della fotografia. Lo staff di Palazzo Chigi ha evitato accuratamente di far partire il neo premier con l’“Air Force Renzi” dello spreco da 150 milioni: Conte è salito su un altro airbus della flotta di Stato. I grillini, volendo, esagerano con lo zelo: “Per le prossime volte, soprattutto nelle tratte più brevi, Conte prenderà i voli di linea”. Pare ci abbia provato anche per andare in Canada, ma tra staff e scali, il costo per l’erario sarebbe stato ancora più alto.

Più che nobili, ormai sono padri del deserto

La tenda di Prodi. Giunta alla milionesima intervista del Professore in poco più di un anno, la famigerata tenda prodiana si è trasfigurata nell’immagine biblica della Tenda, con la maiuscola, che custodiva l’Arca dell’Alleanza costruità da Mosè su ordine di Dio.

Solo che Prodi non è Mosè e sotto la sua Tenda non sembra scorgersi l’oracolo divino per resuscitare il Pd e l’intero centrosinistra dopo la catastrofe elettorale del Quattro Marzo. Basta leggere la solita intervista a Repubblica di ieri – stavolta un riassunto di quella pubblica alla kermesse delle “idee” del quotidiano di Calabresi – per rendersi conto che i cosiddetti padri nobili del Pd, in particolare Prodi e Walter Veltroni (non a caso altro ospite d’onore dell’iniziativa di Repubblica) sono ormai decaduti tristemente a padri del deserto. Chi li ascolta più in questa Italia della Terza Repubblica populista (massì diciamolo pure) completamente diversa da quella gestita più male che bene dal vecchio centrosinistra?

In questa sorta di patristica politica e democratica, il deserto prodian-veltroniano si sdoppia tragicamente. Vox clamantis in deserto, per citare il Nuovo Testamento. Ma anche deserto di voti.

Accantonando l’invettiva e ragionando su numeri e storia, viene fuori che sia Prodi sia Veltroni (ma anche Enrico Letta e altri padri nobili a eccezione di Bersani e D’Alema) sono stati testimonial autorevoli del referendum del Quattro Dicembre 2016 – prima catastrofe renziana, il fatidico inizio della fine – e il loro prezioso contributo non ha spostato un voto. Anzi. Così il Quattro Marzo, dove pur tra mille distinguo su Renzi e il renzismo il loro favore è andato al Pd. Non solo. Prodi ha persino benedetto una lista ulivista che ha preso lo zero virgola sei per cento dei voti.

Ovviamente si potrà ribattere che le idee non si misurano in modo semplicistico e volgare con le urne plebee, ma a questo punto sovviene l’intera storia della Seconda Repubblica, soprattutto a partire dal 2007, l’anno della fondazione del Partito democratico. Ché il rischio, nonché il pericolo, è che questo anno zero della sinistra italiana ricominci verniciando d’oro quello che oro non è. Ossia incorniciando la stagione ante-renziana come una irripetibile golden age.

Invece ci sarà un motivo se la nascita del Pd fu definita unanimemente come una “fusione fredda” senza passione e senza pathos come invece era accaduto ai tempi della svolta di Occhetto. In realtà, il Pd fu la fusione di due classi dirigenti a capo di due partiti, Ds e Margherita, che scelsero di unirsi con la speranza e l’obiettivo di tamponare una costante erosione di voti. Furono due debolezze a sommarsi, non due forze vitali.

I riscontri sono tantissimi ma è sufficiente un dato enorme: il Pd non ha mai vinto le elezioni politiche. Sconfitto da Berlusconi nel 2008, sconfitto da Monti, Napolitano (altro capitolo vasto le responsabilità di Re Giorgio nella distruzione della sinistra) e Grillo nel 2013, sconfitto da Salvini e Di Maio nel 2018. Senza dimenticare che nel 2007, la nascita del Pd innescò un processo nefasto che portò il governo Prodi a esplodere con la fine anticipata di quella legislatura. Dove sono le mirabilie del Pd ante-renziano?

Anzi, proprio il gestionismo consociativista, se non il poterismo di quell’intera classe dirigente ha spalancato le porte al bambino di Rignano che si è mangiato i comunisti. Ora, che le “idee” di quella blanda stagione riformista, tra centrismo e blairismo, possano servire per il futuro è un’illusione disperata più che vana. Il voto del Quattro Marzo ha segnato una cesura netta non solo con Renzi ma anche con chi è venuto prima di lui.

Di fronte a sé la sinistra ha una lunghissima traversata nel deserto (sempre qui si finisce). Ed è curioso, e contraddittorio, che i normalizzatori del berlusconismo di un tempo, proprio come Veltroni, oggi siano in prima fila a gridare contro il fascismo risorgente. Non basterà certo un Pd antifascista e non più renziano a recuperare il 45 per cento degli elettori di sinistra che ha votato M5S.

“Pino è” solo uno show da scuderia televisiva

Più che “Pino è” il tributo di giovedì a Pino Daniele, andato in prima serata su Rai 1, si sarebbe dovuto chiamare “Pino & Friends and Partners”, visto che la maggior parte degli artisti che si sono susseguiti su quel palco erano dell’agenzia di spettacoli di Ferdinando Salzano, ex manager del cantautore napoletano e ideatore dell’evento. Uno spot senza eguali per gli ospiti e per chi li gestisce, se si pensa ai 40.000 fan che ieri hanno affollato lo stadio San Paolo di Napoli e al 18,7 % di share su Rai 1 che ha superato i 2 milioni e 800 mila spettatori medi, con picchi di oltre 4 milioni e 700 mila. Anche se i ricavati netti dell’evento andranno in beneficenza. Senza parlare degli autori, dell’audio e della regia che è arrivata a far ripetere “A me me piace ‘o blues” a Eros Ramazzotti e Jovanotti, perché “occultata” dalla pubblicità. Duetti improbabili, artisti che non entravano a tempo e che dimenticavano i testi, napoletani compresi, costretti a uscire a fine serata per dare spazio ai nomi altisonanti della musica italiana. Ma i peggiori forse sono stati gli attori. Tra le poche performance invece degne di nota quella di Fiorella Mannoia che in “Sulo pe parlà” non ha fatto rimpiangere Pino. Bello anche il duetto di Gianna Nannini ed Elisa in “Je so’ pazzo”, poi la tecnica di Giorgia, il carisma di Irene Grandi, la voce di Massimo Ranieri in “Cammina cammina” e infine la N.C.C.P. che ha interpretato “Donna Cuncetta” insieme a Raiz. Un evento che qualitativamente è stato inversamente proporzionale al successo. L’unico tributo vero è stato l’amore incondizionato del suo pubblico, che nessuna telecamera potrà rovinare.

Retelit, il governo accoglie i dubbi dei clienti di Conte

È appena partito ma il governo ha già la sua prima grana per un potenziale conflitto d’interessi. Giovedì sera il consiglio dei ministri ha infatti deciso di esercitare la “golden power” – i nuovi poteri speciali sulle aziende strategiche – sulla società di telecomunicazioni Retelit. La riunione si è svolta sotto la presidenza del vice premier Matteo Salvini, visto che il premier Giuseppe Conte era volato in Canada per il G7. Un’assenza che ha evitato una situazione spiacevole che probabilmente gli avrebbe imposto comunque di non presenziare. Il 14 maggio, ben prima di diventare premier, Conte ha infatti formulato un parere legale per una delle cordate di soci che si sono contese la governance dell’azienda.

L’esecutivo ha esercitato i poteri speciali “con riferimento alla modifica della governance di Retelit derivante dall’assemblea dei soci del 27 aprile 2018 – recita una nota – mediante l’imposizione di prescrizioni e condizioni volte a salvaguardare le attività strategiche della società nel settore delle comunicazioni”. All’assemblea la lista presentata da Svm (Shareholder value management) insieme al fondo tedesco Axxion e ai libici di Bousval aveva prevalso nel voto sul rinnovo del cda ottenendo la conferma dei vecchi vertici. Svm ha battuto la Fiber 4.0, cordata guidata dal finanziere Raffaele Mincione, rider di Borsa che negli ultimi anni ha riempito le cronache finanziarie grazie a investimenti (e grandi proclami) nel settore bancario, anche con i suoi fondi lussemburghesi, con risultati non proprio entusiasmanti (oggi ha una quota in Carige e Banco-Bpm).

Come rivelato dall’agenzia Radiocor la cordata di Mincione si è rivolta a Conte, che il 14 maggio, nel suo ruolo di avvocato, ha fornito un parere sull’assunzione del controllo dei libici nell’assemblea e sull’eventuale violazione degli obblighi in materia di golden power. Secondo il parere, perlomeno alla data dell’assemblea i libici avrebbero dovuto notificare la novità al governo, come previsto dalla legge, visto che Retelit detiene asset strategici (i cavi sottomarini che collegano l’Europa all’Asia, passando per Bari) e quindi le delibere sul rinnovo del cda erano da considerarsi nulle. Esercitando i poteri speciali, il governo ha di fatto confermato in parte il parere di Conte (la novità andava notificata a Palazzo Chigi). Ora la società rischia una multa (il veto sul cda scatta solo in caso di “gravi rischi per la sicurezza delle reti”).

Che questa sia stata una delle prime decisioni del governo e la prima in materia di telecomunicazioni ha fatto discutere. “Come prima decisione, il Governo presieduto da Conte premier si adegua al parere espresso da Conte avvocato solo 9 giorni prima di essere nominato: conflitto di interessi clamoroso e senza precedenti. Siamo passati dalle porte girevoli di Berlusconi agli sportelli volanti di Conte: davvero il premier pensa di salvarsi da questo caso perché era in volo per il Canada mentre il Cdm recepiva il suo parere legale da avvocato sul caso Retelit?”, ha attaccato ieri il renzianissimo deputato Pd Michele Anzaldi. Secondo la legge Frattini sul conflitto d’interessi basta l’astensione per evitare problemi (ma la legge non prevede comunque sanzioni).

Quel che è certo è che l’esercizio del golden power è partito molto prima che il nome di Conte fosse tra i papabili premier. Ha un iter complesso e tempi molto lunghi. Fiber 4.0 aveva infatti inviato la prima segnalazione a Palazzo Chigi il 20 aprile.

Netanyahu non vuole vedere la Mogherini: salta l’incontro

Arrivadirettamente da Israele la notizia che il premier Benyjamin Netanyahu ha rifiutato di incontrare Federica Mogherini, l’alto rappresentante a capo della diplomazia europea. Lo sostiene la tv israeliana “Hadashot”. La stessa Mogherini doveva partecipare la settimana prossima a un forum a Gerusalemme, un incontro organizzato dall’American Jewish Committee. Cogliendo questa occasione, la Mogherini aveva chiesto di vedere Netanyahu, ma quest’ultimo si è rifiutato e così l’alto rappresentante ha annullato il suo viaggio in Israele.

A Bruxelles spiegano che la Mogherini sarà nei prossimi giorni in Medio Oriente, avendo in programma di andare in Giordania. Ma l’incontro con Netanyahu è ritenuto comunque importante: “Ci sono molte cose di cui discutere, a partire dal rapporto con l’Iran”.

Ieri intanto la Mogherini ha sottolineato l’importanza della collaborazione con la Nato, in vista di un rafforzamento della difesa europea: “È un aspetto importante per la stessa Nato e per questo la nostra cooperazione sta aumentando così tanto.”

The Donald spariglia i giochi e se ne va

Il cattivo del Gruppo dei Grandi è, senza dubbio, Donald Trump: il presidente americano si cala nella parte e la recita fin dalle prime battute. Arriva per ultimo – questione di protocollo stavolta, non di scortesia -, è freddo con i padroni di casa, il premier canadese Justin Trudeau e la moglie Sophie Grégoire in abito rosa, e con gli altri leader. Ha già fatto sapere che starà qui il meno possibile: ripartirà oggi, prima della fine dei lavori, destinazione Singapore, dove lo aspetta, martedì, il vertice con il leader nordcoreano Kim Jong-un. Melania non c’è: la first lady non può ancora viaggiare in aereo, dopo un intervento chirurgico a metà maggio.

Il buono del Gruppo, o almeno quello in qualche misura delegato a cercare d’ammansire il cattivo, sui dazi, l’Iran, il clima, tutti i temi del contenzioso transatlantico, è Emmanuel Macron: “Abbiamo la stessa posizione, andiamo nella stessa direzione con energia e determinazione”, dice il francese dopo un giro di tavolo pre-Vertice con i suoi “amici europei” – c’è pure Giuseppe Conte -. Macron ha con sé la moglie Brigitte: qui a Charlevoix, nel Québec, provincia francofona canadese, si sente un po’ a casa, ma evita di palesarlo ‘alla De Gaulle’. Prima dell’inizio dei lavori, anzi ancor prima di partire da Washington, Trump spariglia i giochi: forse per evitare di finire sotto attacco sui punti all’ordine del giorno, apre un nuovo fronte russo prospettando un ritorno della Russia fra i Grandi e un ripristino del G8 (Mosca ne fu bandita nel 2014, nel pieno della crisi ucraina).

L’unica eco positiva viene da Conte: gli altri sono sorpresi e contrari; Mosca risponde picche a giro di tweet. Nel consulto europeo pre-Vertice, con Macron, Conte, Angela Merkel, Theresa May, i presidenti delle Istituzioni comunitarie, l’opinione prevalente è che il formato del G7 per ora non vada toccato, almeno fin quando la Russia non rispetti le norme del diritto internazionale. “Dobbiamo riaprire il dialogo con Mosca – ammette il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker -, ma in altri modi. E dobbiamo salvaguardare i nostri principi, che gli Stati europei rispettino le regole del gioco”. A mitigare la bagarre è il diniego della Russia: “G8? No, grazie. Abbiamo altri formati su cui concentrarci”, afferma il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

E, infatti, il presidente Putin celebra a Pechino i riti della rinnovata amicizia con la Cina di Xi Jinping. Oggi, a Qingdao, i due partecipano al Vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, la Sco, di cui fanno parte anche Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India e Pakistan (l’Iran, con altri, è osservatore) e dove non è escluso che compaia Kim, anch’egli sulla via di Singapore. La Sco non vale il G7 sul piano dell’economia, ma ne vale tre demograficamente. Russia e Cina e i loro partner faranno “il possibile per preservare l’accordo sul nucleare con l’Iran” dopo “il deludente ritiro unilaterale degli Usa dall’intesa”: almeno su questo punto, Putin e Xi sono in sintonia con gli europei del G7.

Macron, che a Washington pareva avere stabilito un buon rapporto con Trump, fa il paciere: posta il video di un bilaterale con Trump prima del Vertice e scrive “il dialogo, ancora e sempre. Confrontarsi, cercare senza sosta di convincere, per difendere quanti credono che il mondo si costruisce insieme”. Vallo a spiegare a Trump, che ha in testa solo Kim: già pensa di invitarlo a Washington, se Singapore sarà un successo.

 

Lo spread sale ancora. Savona rassicura: “Euro va rafforzato”

La prima settimana del governo Conte si chiude con forti tensioni sullo spread Btp-Bund e con Piazza Affari ancora in rosso e vicina ai minimi annui. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi tocca quota 279 punti base in apertura di seduta per poi attestarsi a 268 alla fine di una giornata di bufera. Il rendimento del decennale italiano è arrivato oltre il 3,1%, a ridosso dei massimi toccati il 29 maggio. Si allarga anche lo spread tra Btp e Bonos spagnoli, che raggiunge i massimi dal 2012 a 166 punti base. La Borsa di Milano scivola ancora con il Ftse Mib conclude la settimana perdendo l’1,89% a 21.355 punti. Ad andare male sono state soprattutto le banche (in negativo anche le Borse europee). A poco sono servite ieri anche le rassicurazioni arrivate da Paolo Savona. “I due pilastri su cui si fonda l’Unione Europea sono il mercato comune e l’euro. L’uno implica l’altro. Noi chiediamo il rafforzamento di questi due pilastri al servizio dei cittadini europei”, ha spiegato il neo ministro degli Affari europei bloccato al vertice del Tesoro dal Quirinale di Sergio Mattarella per le sue tesi critiche sulla moneta unica.

Per il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, la causa è l’Italia, una crisi dovuta “probabilmente a tensione endogena, mentre le crisi precedenti sono state il frutto di choc di natura esogena”. Sui timori per la fragilità dei conti italiani ha provato a dare risposta il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz. “Spetta ai Paesi europei assumersi la responsabilità dei propri problemi – ha detto in un talk show sul canale televisivo tedesco Zdf – Sono certo che l’Italia non fallirà”, ha dichiarato dicendosi ottimista e aggiungendo che considera “un po’ irresponsabile” che i tedeschi si concentrino su potenziali crisi in arrivo per il cambio del governo in Italia. “Penso che possiamo mantenere una visione serena su questo”, ha detto Scholz, secondo cui Roma non lascerà la zona euro.

Conte fa “l’Americano” e la spalla diventa Trump

Chi s’aspettava che il professor Giuseppe Conte entrasse in punta di piedi sulla scena del G7, il più prestigioso ed esclusivo dei Vertici della ‘governance’ mondiale, è rimasto senza dubbio spiazzato: il premier ha mutuato il linguaggio, se non la postura, dei suoi due tribunizi vice-premier ed è stato esplicito negli incontri bilaterali e ‘d’area’ che hanno preceduto il Vertice. Ha cioè fatto quello che fonti di Palazzo Chigi avevano anticipato: con buona pace degli ‘sherpa, che avevano preparato l’appuntamento in conto Gentiloni’, e della consigliera diplomatica che l’accompagna, l’ambasciatrice Mariangela Zappia, il premier vuole lasciare la propria impronta, all’esordio internazionale, forte della legittimazione popolare dei partiti politici che lo sostengono e dalla fiducia del Parlamento.

La logica è quella di affermare la centralità dell’Italia e dei suoi interessi, dai dazi imposti da Trump sull’acciaio e l’alluminio europei alle sanzioni alla Russia, fino alla questione migranti, che al G7 non è esplicitamente sul tavolo. “Cambiamo linea, ci mettiamo al centro”, insistono le fonti: di che, non è chiaro, perché giocare la carta dell’equidistanza Bruxelles-Washington, come certi input dall’Italia sui dazi suggeriscono, vuol dire trovarsi isolati in mezzo all’Atlantico; e sposare la linea un po’ estemporanea di Trump sul ritorno della Russia nel G8, sganciandosi dai partner europei, espone a cambi di direzione bruschi.

Intorno al professor Conte e al governo italiano, c’è curiosità: lo prova il fatto che nei briefing pre-Vertice ci sono più domande su di lui che sui temi dell’agenda. Il presidente del Consiglio comprensibilmente non è del tutto a suo agio. Il presidente della Commissione europea Juncker lo accoglie con le braccia al collo e due baci sulle gote e lui è visibilmente sorpreso; e dopo la foto di famiglia con gli altri leader, se ne resta solo soletto, con le mani in tasca, mentre gli altri fanno comunella – la Merkel rivolge persino la parola a Trump e i due ridono.

Poi, però, Conte aggancia nel parco Trump e posta una foto insieme su Instagram: il ghiaccio è rotto, il magnate gli dice “Avete riportato una grande vittoria… Sei il vincitore”. A pranzo, il cerimoniale canadese lo colloca tra il presidente francese Macron e la premier britannica May.

Quando ‘gioca in casa’, coi giornalisti italiani, Conte appare calato nella parte e determinato: certo, il linguaggio è un po’ aspro, poco o nulla diplomatico, non si capisce se per scelta o per mancanza d’esercizio: “Esprimo una posizione forte perché ho la legittimazione per farlo… Sono il portavoce di tutti gli italiani e il difensore dei loro interessi… Sui dazi, l’Italia avrà una posizione moderata… Quanto a un veto sulle sanzioni a Mosca, valuteremo… Siamo nella Nato, ma siamo anche attenti all’impatto delle sanzioni sulla nostra economia…”.

Nei colloqui con Juncker e con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, Conte manifesta “totale insoddisfazione” sull’andamento dei negoziati per la riforma del protocollo di Dublino, che riguarda la gestione delle richieste d’asilo. Juncker e Tusk lo invitano a Bruxelles, per riparlarne prima del Vertice europeo di fine giugno. E Juncker evita di cadere nella trappola in cui finirono alcuni suoi commissari: “Lezioni all’Italia? Amo l’Italia, non ho lezioni da darle”.

Nella riunione pre-Vertice fra tutti gli europei, per collimare le posizioni su dazi e Russia, Conte mette un po’ d’acqua nel suo vino, perché molti leader ne escono con l’impressione che l’Italia giochi il gioco europeo. Ancora Juncker lo testimonia: “Ho l’impressione, da verificare, che l’Italia condivida le opinioni europee sugli scambi e i rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Non vedo divergenze tra l’Italia e il resto dell’Unione. L’Italia ha un ruolo importante, è la terza economia dell’Ue… L’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa non è completa senza l’Italia”.

Di Battista restituisce il tfr: “Mica è facile fare il populista”

Una dichiarazione sardonica: “Mica facile fare il populista”. Nel viaggio californiano di Alessandro Di Battista arriva un assegno: 43.726 euro, la liquidazione versata dalla Camera dei deputati agli ex parlamentari. “Servirebbero questi soldi per il futuro di Andrea”, dice lui parlando alla compagna Sahra e riferendosi al figlio, in un video condiviso su Facebook. “Potremmo mandarlo in una buona università, e invece…”. Invece Di Battista decide di rispettare l’impegno assunto in campagna elettorale, di restituire il Tfr, versandolo in un fondo a sostegno della piccola e media impresa: “Ho calcolato che se tutti i deputati e senatori ‘trombati’ del Pd o di quel che resta della sinistra (quelli per intenderci che parlano della povera gente o della redistribuzione della ricchezza) facessero altrettanto – scrive Di Battista, sempre su Facebook – ci sarebbero oltre 12 milioni di euro freschi freschi per le piccole e medie imprese italiane”.Ora, non resta che stare a vedere se anche gli altri ex parlamentari Cinque Stelle faranno come Di Battista.

Da spesometro a flat tax. I numeri del nuovo fisco

È il fisco il terreno su cui Lega e M5s intendono passare a breve dagli impegni di principio del contratto di governo, ai fatti. Passaggio non facile. Dall’introduzione della Flat tax fino al disinnesco di cartelle esattoriali e metodi di contrasto all’evasione, si preannuncia un profondo sconvolgimento dell’attuale impianto fiscale di cui, data la complessità della materia, è difficile prevedere i veri contraccolpi sui contribuenti e sull’economia.

Flat tax. La “tassa piatta” è un’imposta sul reddito che prevede una sola aliquota e nessuna detrazione o deduzione che allevi il prelievo a favore di una categoria. L’idea di introdurre una vera e propria “Flat tax” nel nostro ordinamento per riformare lo schema dell’Irpef sembra tramontata da tempo, anche se il nome resiste. Oggi si parla di una tripla aliquota: una pari a zero per i redditi più bassi, la seconda al 15% per i redditi familiari fino a 80mila euro e l’ultima al 20%. Si prospetta anche una deduzione di 3mila euro: per tutti fino a un reddito di 35mila euro e per i soli famigliari a carico nella fascia dai 35mila a 50mila euro. Si calcola che il mancato incasso sia intorno ai 50 miliardi. A guadagnarci, chi più chi meno, sarebbero tutti, ma soprattutto le fasce medio alte.

Differenze.Nell’Irpef attuale, le aliquote fissate sono cinque (23%, 27%, 38%, 41% e 43%) ma nei decenni sono state introdotte centinaia di agevolazioni fiscali. Ogni contribuente ha la sua ed è difficile capire chi guadagna e chi perde con un’eventuale riforma che le elimini o modifichi. Le cosiddette “tax expenditure” sono un ginepraio che neppure l’erario conosce. Gli esperti della Commissione che affianca il governo nel monitoraggio nel 2016 hanno censito – tributi erariali e locali – 610 misure, con impatto finanziario di 76,5 miliardi di euro. Sul 67,5% delle spese erariali, però, non ci sono dati completi ed è una cifra di molto inferiore ai 176 miliardi di euro calcolati nel 2017 nella nota integrativa allo stato di previsione dell’entrata nel bilancio 2016. Delle due agevolazioni più diffuse (deduzione della rendita catastale dell’abitazione principale e detrazione delle spese sanitarie) beneficiano 43 milioni di contribuenti e che alcune fasce di reddito di lavoratori dipendenti con carichi familiari sono soggetti ad aliquote marginali effettive più elevate e variabili rispetto ad altre categorie, come segnala l’Ufficio valutazione impatto del Senato in un suo dossier: “Contrariamente alle intenzioni, l’aliquota marginale effettiva risulta sostanzialmente invariata (cioè flat, ndr), anziché crescente, da 28mila euro annui fino a vari milioni”. Insomma, già ci perdono i redditi bassi.

Imprese.L’intenzione è di introdurre la cosiddetta Flat tax in tre anni, a partire dal 2019: il primo sulle famiglie a basso reddito, poi sulle imprese e il terzo, nel 2021 sulla fascia più alta. Oggi società ed enti pubblici e privati pagano l’Ires, una imposta proporzionale e personale con aliquota al 24%. Il progetto è di allargare l’applicazione anche a 5 milioni di partite Iva a persone fisiche.

Pace fiscale.Che sia per sete di giustizia fiscale o semplicemente perché a caccia di coperture, anche il fisco giallo-verde vuole mettere le mani sulla montagna di cartelle non pagate a carico di Equitalia. Ci hanno già provato Renzi e Gentiloni. La sensazione è che con le due milioni di adesioni si sia già raschiato il fondo del barile. Ma il nuovo governo è più ambizioso. Si parla di tre diverse “aliquote sanatorie”, al 25, al 10 e al 6 per cento a seconda della condizione economica del cittadino che vuole riappacificarsi col fisco. Secondo la versione leghista, potrebbero rientrare nella nuova rottamazione/condono solo i contribuenti con debiti fiscali non superiori ai 200mila euro (arrivati al fallimento o al dissesto a causa delle tasse) che abbiano dichiarato tutto ma non sono riusciti a pagare.

Redditometri. Gli strumenti anti-evasione adottati finora come split payment, redditometro, spesometro e studi di settore “hanno reso schiavo” chi “le tasse le ha sempre pagate” e vanno aboliti perché “a priori siamo tutti onesti, va invertito l’onere della prova” ha detto Lugi Di Maio all’assemblea della Confcommercio. L’abolizione dello spesometro è già prevista per legge con l’obbligo di fattura elettronica dal 1° gennaio 2019. Il redditometro era già estinto nel 2016: 2.812 accertamenti, in calo del 52% sul 2015, del 92% sul 2012. L’abolizione degli Studi di settore è già stata fissata dalla legge di Bilancio al 2019. Lo split payment prevede che lo Stato trattenga l’Iva sulle fatture da pagare ai fornitori, per evitare troppi giri contabili ed evasione. Il circuito delle aziende oneste si vede sottrarre dalla cassa miliardi di euro, in attesa dei rimborsi dello Stato. Come combattere l’evasione? “Incroceremo tutti i dati della pubblica amministrazione” dice Di Maio. Un vecchio sogno.