Al vertice della Cdp l’uomo che assunse il fratello di Alfano

Il governo gialloverde ha trovato l’uomo nuovo per il vertice della Cassa Depositi e Prestiti. Si chiama Massimo Sarmi, compirà 70 anni ad agosto, e vanta i titoli tipici di chi ha combattuto una vita contro le élite: Commendatore dell’Ordine equestre della Santo Sepolcro di Gerusalemme, Commendatore della Repubblica italiana, Grand’ufficiale della Repubblica, Grand’ufficiale al merito Melitense, Cavaliere di Gran Croce, Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno, Cavaliere del lavoro.

Il banchiere Flavio Valeri è andato a chiedere la benedizione a Davide Casaleggio, Sarmi si è rivolto direttamente al leghista sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, un vero professionista del sottogoverno capace, a differenza dei neo-lottizzatori grillini, di apprezzare le benemerenze dell’usato sicuro. Chi conosce bene la vicenda giura che, negli accordi segreti tra M5S e Lega, la Cdp (azionista tra l’altro di Eni e Poste) tocca a Salvini e le controllate a Di Maio. Purtroppo le trattative in streaming sono state abolite, ma gli scommettitori più esperti giurano che la decisione ultima su Cdp spetta a Salvini. Sarmi era già potentissimo trent’anni fa. Nella Sip pubblica e lottizzata da democristiani e socialisti il grande capo Ernesto Pascale gli affidò gli acquisti, poltrona di pertinenza Dc. Da quella scrivania passavano ogni anno appalti e contratti per 5-10 mila miliardi di lire che coprivano tutto il territorio nazionale, cioè tutte le satrapie partitocratiche locali. Da allora il mondo politico di ogni colore ama Sarmi. Dopo la privatizzazione della Telecom Roberto Colaninno lo allontanò e lui trovò subito impiego a capo della filiale italiana della Siemens, uno dei principali fornitori di Sip-Telecom. Nel 2002 il governo Berlusconi gli affidò le Poste, in quota Gianfranco Fini. Sarmi ha resistito dodici anni, quattro mandati triennali, durante i quali ha inanellato l’onorificenza di cui pochi potenti sono privi, l’assunzione del figlio (un congiunto) alla Finmeccanica, uno dei grandi fornitori di Poste italiane.

La sua inossidabile reputazione di yesman è diventata mito nel 2004. Come rivelò sul Fatto Daniele Martini, battezzò l’enorme ufficio postale di piazza San Silvestro a Roma “Sistema Informativo a Livello Virtuale di Integrazione Operativa” con l’unico scopo di produrre l’acronimo SILVIO.

Quando il governo Letta gli ha chiesto di buttare 75 milioni per sostenere l’Alitalia eterna morente non solo si è messo sull’attenti ma per fare contenti i mandanti ha teorizzato la sinergia tra il trasporto dei passeggeri e quello dei pacchi postali. L’economista Roberto Perotti, esaminato il curriculum del manager, si fece prendere dallo sconforto: “È con una certa preoccupazione che apprendiamo dalla stampa che Sarmi sta già lavorando al piano industriale per Alitalia e ha già ‘qualche idea in testa’”.

Nel 2013 il suo capolavoro politico, l’assunzione come manager alle Poste con sontuoso stipendio (160 mila euro) di Alessandro Alfano, fratello di Angelino. Venuta fuori la storia nell’inchiesta giudiziaria sui fratelli Pizza (vecchia schiatta democristiana), Sarmi disse che la scelta di Alfano fratello dipendeva solo “dalla sua buona conoscenza del territorio del Sud Italia”, come se dovesse fare il postino. In realtà il faccendiere Raffaele Pizza raccontava che Sarmi, fatto fuori dalle Poste dal governo Renzi, era tornato a bussare alla porta del ministro Angelino per farsi sponsorizzare come amministratore delegato dell’autostrada Milano-Serravalle, su cui comandava il governatore lumbard Roberto Maroni. Maroni infatti lo nominò, ma quando emerse lo scandalo Sarmi disse tutto serio: “Ritengo che la scelta degli azionisti di affidarmi l’incarico sia stata determinata dal mio percorso professionale.” Anche per Cdp sicuramente deciderà il curriculum. Tra i numerosissimi che Giorgetti sfoglia in queste settimane, quello di Sarmi si staglia come il più adatto per far capire agli elettori che cos’è un governo del cambiamento.

Il segretario generale allevato nei palazzi tra Pd, Soro e Rutelli

La prima scelta di Giuseppe Conte per palazzo Chigi è proprio di Giuseppe Conte. Non di Luigi Di Maio, non di Matteo Salvini. Il presidente del Consiglio ha indicato l’avvocato Giuseppe Busia, sardo di Nuoro, classe ’69, avvezzo da vent’anni al potere romano, per il ruolo di segretario generale di palazzo Chigi. Busia è già segretario generale, ma all’Autorità per la Privacy con i vertici in scadenza di mandato, in un compito neanche paragonabile alla più complessa e fragile macchina di governo.

Il giovane pensionato Paolo Aquilanti (58 anni), segretario generale uscente e perlopiù assistente personale di Maria Elena Boschi, ieri ha ricevuto Busia con la gentilezza del burocrate e l’ha accompagnato nell’escursione turistica di Chigi.

Il presidente Conte è al G7 in Canada, ma sempre ieri – di soppiatto – Aquilanti ha salutato i colleghi di palazzo Chigi. Paolo ha già un buon rifugio: il consiglio di Stato, il posto che Boschi gli ha procurato e conservato. Il legame fra Conte e Busia è professionale e, per semplificare, confessionale. Anche Busia frequenta Villa Nazareth, che da decenni tramanda lo spirito di comunità del cardinale Domenico Tardini, il collegio universitario dove si formano le menti del cattolicesimo democratico e dove pure Conte è cresciuto. Busia non è estraneo al ramificato sistema di rapporti di Guido Alpa, l’ex capo del consiglio nazionale forense, mentore del premier. Il prossimo segretario generale – manca solo la nomina ufficiale – è l’esatto opposto dei riferimenti del governo gialloverde.

Busia assaggia la politica con Francesco Rutelli, che lo nomina vicecapo di gabinetto al ministero della Cultura durante l’ultimo governo Prodi. Assieme a Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, in una stagione che sembra archeologia politica, Busia contribuisce a definire le regole per le primarie del Partito democratico ancora in gestazione. Era il 2007. Cinque anni più tardi, il presidente Antonello Soro – il primo capogruppo dem a Montecitorio – lo arruola per la Privacy con l’assenso del collegio dell’Autorità: la leghista Giovanna Bianchi Clerici, Augusta Iannini (già magistrato e moglie di Bruno Vespa) e la professoressa Licia Califano. Busia ha rivestito l’identico incarico all’Autorità degli appalti pubblici – adesso confluita nell’Anac di Raffaele Cantone – all’epoca di Sergio Santoro. Busia non è scoperto sul fronte Colle, non soltanto perché era tra i papabili collaboratori di Sergio Mattarella. La moglie Claudia Di Andrea – vicesegretario generale della Camera con Laura Boldrini – fa parte della fucina di funzionari allevati da Ugo Zampetti, il segretario generale del Quirinale, forse l’unico interlocutore rimasto ai Cinque Stelle e anche abbastanza indebolito dalle fallimentari strategie post elettorali.

Busia ha scritto più volte per Astrid, la fondazione creata da Giuliano Amato e Franco Bassanini e, qualche anno fa, ha firmato un testo con un titolo per tanti versi premonitore, “L’uovo di Mattarella”: “E se tornassimo al Mattarellum? E se, dopo l’approvazione del Porcellum, provassimo a riportare le lancette dell’orologio elettorale indietro di un sistema? (…) Il ritorno al sistema elettorale figlio del referendum del 1993 è probabilmente la soluzione che potrebbe, da un lato, mettere d’accordo il maggior numero di soggetti politici e, dall’altro, assicurare un funzionamento più che soddisfacente del nostro sistema politico-istituzionale. Si ritiene che tale soluzione rappresenti il classico uovo di Colombo, o se si preferisce di un più moderno ‘uovo di Mattarella’”. Conte ha indugiato su Busia per qualche giorno in un sottile gioco di attese col sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Il candidato principale per la guida di Chigi, per i leghisti, era Vincenzo Fortunato, l’uomo di Giulio Tremonti al Tesoro. Il presidente ha trattenuto Aquilanti per una settimana, ma nel frattempo – come testimoniano autorevoli fonti – ha usufruito dell’aiuto di Busia anche per il discorso di fiducia al Parlamento. Con Paolo Gentiloni c’erano Chigi 1 (il suo) e Chigi 2 (quello di Boschi e Aquilanti). Con il prof Conte – se non funziona la coabitazione con i vice Di Maio e Salvini – rischia di nascere Chigi 3. Nel caso, c’è Busia.

Conte in luna di miele: i piace a un italiano su 2

Per i bilanci, è ancora presto visto che è passata solo una settimana dal suo insediamento. Ma almeno per adesso, il governo Conte è in luna di miele con gli elettori.

Il nuovo premier si è presentato venerdì scorso al Quirinale per il giuramento, questa settimana ha ottenuto la fiducia di Camera e Senato e nei primi sondaggi ha un grado di approvazione elevato.

Il giudizio dei diversi istituti è unanime. Secondo DemoPolis, alla domanda “Come vede il prof. Giuseppe Conte nel ruolo di presidente del Consiglio?”, il 46% degli intervistati ha risposto positivamente, contro un 25% che ancora non sa esprimere un giudizio. Apprezzato anche il discorso di insediamento: il 68% del campione intervistato ha detto di aver gradito– tra i vari passaggi – la frase in cui il nuovo premier mette “l’ascolto dei cittadini al centro dell’azione del Governo”. Il55% ha detto di aver apprezzato “l’impegno al contrasto alle mafie e alle loro economie”.

Nel sondaggio di Eumetra Mr addirittura il70% degli intervistati è favorevole al governo gialloverde (il 20% ha un giudizio molto positivo, il 50% abbastanza positivo), solo il 29% ne ha un’opinione negativa.

Secondo Ipr Marketing, l’indice di gradimento per Conte e i suoi ministri è al 40%, per Emg Acqua invece è favorevole al governo il 45% degli elettori, mentre al 35% il nuovo esecutivo non piace, e il 20% non ha ancora un’opinione.

Per Euromedia Research il 68, 1% della popolazione è soddisfatto della nascita di un governo giallo-verde, e il 45,8% è ottimista sul futuro dell’attuale legislatura.

Chiude il cerchio l’Istituto Piepoli con il 51% degli intervistati che si esprime favorevolmente verso il nuovo premier e i suoi ministri.

Gli indici di fiducia sono alti, insomma, nonostante il governo non goda certo di buona stampa: i principali quotidiani italiani hanno assunto dal principio una posizione molto critica nei confronti dell’esecutivo.

Secondo Nicola Piepoli (presidente dell’istituto omonimo), i giornali hanno smarrito la capacità di orientare l’opinione pubblica: “Non c’è nessun legame tra elettorato e mondo dell’informazione. E questo accade perché gli italiani non si affidano più ai giornali per farsi un’opinione. Non li leggono, e di conseguenza non sono influenzati dai pensieri espressi dai quotidiani.”. E conclude: “Quello italiano è un popolo fatto di gente ostinata, che se decide di andare in una direzione, lo fa in modo del tutto autonomo.”.

Antonio Noto di Ipr Marketing ha un’opinione diversa: “Il legame tra giornali e consenso esiste. È minimo, ma esiste. Abbiamo stimato che circa il 20-25% degli elettori intervistati è condizionato da quello che legge sulla stampa. E questo continua a incidere, in parte, nel momento in cui si è chiamati a esprimere un parere su temi politici”.

Intanto, anche nel mondo dell’informazione televisiva c’è chi, come la giornalista e conduttrice di La7 Myrta Merlino, ha commentato le prime uscite del premier: “Ho trovato Giuseppe Conte molto più ‘politico’ di tanti che fino ad oggi hanno occupato il Parlamento. È entrato al Senato da avvocato e ne è uscito premier. Ecco, al Senato si è comportato da persona avveduta, abile nel mestiere, che sapeva il fatto suo. Diverso è, invece, il discorso che riguarda la Camera. Lì ho avuto l’impressione che Conte fosse un uomo sospeso, impacciato, che non sapesse bene cosa fare; tanto hanno inciso le gaffe, come quella sul fratello di Mattarella, o gli appunti scordati. Queste cose non devono capitare”.

Enrico Mentana, direttore del Tg La7, ritiene che “non è ancora il momento di giudicare. I tempi non sono ancora maturi per esprimere un giudizio su Conte e i suoi. Per quanto mi riguarda potrebbe essere un grande statista come un assoluto incapace, ma sarà il tempo a dirlo. Aspettiamo di vedere le prime mosse prima di avanzare giudizi, per adesso proprio non saprei.”

Fico stoppa Salvini: “Lo Stato è vicino alle Ong e a chi soffre”

Suona comeun messaggio a Matteo Salvini, quello del presidente della Camera Roberto Fico sulle Organizzazioni non governative: “Vanno supportate quelle che aiutano gli altri: lo Stato è vicino a chi soffre”, dice. E poi spiega che la sua non è una polemica politica, perché è la “terza carica dello Stato”. Ma il riferimento è comunque chiaro, dopo che il ministro dell’Interno, il vicepremier Salvini, ancora qualche giorno fa ha chiamato i rappresentanti delle Ong “vicescafisti”.

Fico usa toni diversi, incontrando una delegazione di Medici senza frontiere, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi e Annunziata Marinari, responsabile della campagna “Verità per Giulio Regeni”. “Lo Stato è vicino a chi soffre – dice – ai deboli, a chi è considerato ultimo e ultimo non è. La loro sofferenza è la mia sofferenza, la loro ricerca di dignità è la mia ricerca di dignità. Ma non solo sul tema dei migranti, in generale per la sofferenza di chi ha negati i propri diritti.”

Salvini ha invece parlato delle Ong a Como, dove è arrivato per portare la solidarietà agli autisti del bus, aggrediti da alcuni richiedenti asilo. Ha confermato la linea dura sui migranti: “Certe Ong non fanno volontariato ma affari – ha detto – Sto studiando e lavorando per chiudere i rubinetti a monte: porte aperte per chi scappa veramente dalla guerra, porte sbarrate per tutti gli altri.” E ancora: “L’Italia è sotto attacco da sud, Malta non può sempre dire no a qualsiasi richiesta d’intervento”.

Parole che non sono piaciute a La Valletta e che hanno fatto insorgere il Pd. Ma che rischiano ora di aprire anche una frattura con la parte dei Cinque Stelle più a sinistra. E così Fico lancia anche un altro segnale. Lunedì sarà a San Calogero, dove è stato ucciso Soumayala Sacko. Lo hanno annunciato i parlamentari del Cinque Stelle Paolo Parentela, Giuseppe d’Ippolito, Dalila Nesci, Riccardo Tucci e Nicola Morra, gli stessi che hanno presentato un’interrogazione proprio a Salvini per chiedere che lo Stato “scavi a fondo sull’omicidio”. Anche per capire se c’è il coinvolgimento della ‘ndrangheta.

L’idea Guggenheim e il parco in Germania

Sono esempi riusciti di riqualificazione industriale: zone abbandonate e riconvertite nel rispetto dell’ambiente. L’area della Ruhr, la storica regione dei bacini minerari e degli impianti siderurgici in Germania, il Paese più industrializzato d’Europa. E Bilbao, città portuale della Spagna, dove il Guggenheim – tra i musei più importanti al mondo: aperto nel 1997, attira milioni di visitatori ogni anno – è sorto al posto delle officine metallurgiche e dei cantieri navali, facendo respirare nuovamente una città che era soffocata dai fumi.

Il piano della Ruhr – durato 10 anni – ha coinvolto circa seimila ettari di aree industriali dismesse, una dimensione pari al 70 per cento delle aree abbandonate. Sono serviti due miliardi di euro, molti provenienti da fondi europei di sviluppo regionale. A Dortmund ci sono ora percorsi museali, teatri e birrerie. A Duisburg un grande parco naturale e il vecchio bunker-magazzino trasformato in una parete per arrampicate. L’ex gasometro, riempito d’acqua, è ora il più grande sito artificiale d’Europa per i sottomarini.

Dal fiume “rosso sangue” al bando per la rinascita

“Hai mai visto Bormida? Ha l’acqua color del sangue raggrumato”. Così scriveva Beppe Fenoglio. Parlava del fiume che corre tra Liguria e Piemonte: negli anni Ottanta, il più inquinato d’Europa. L’acqua si confondeva con ammoniaca, coloranti, solventi. In Val Bormida – 21 comuni – c’erano la famigerata Acna e decine di industrie inquinanti. La popolazione disperata arrivò a fermare il Giro d’Italia, a chiedere aiuto dal palco di Sanremo. Poi cominciarono le chiusure: l’Acna, ma anche Montecatini e Montedison. “In trent’anni – racconta Andrea Pasa, segretario generale Cgil di Savona – si sono persi circa 20mila posti di lavoro”. Alcune grandi industrie resistono: dalla Continental alla Saint Gobain. Ora la sfida è il recupero e la riconversione dell’area. Il protocollo d’intesa è siglato: Stato e Regione daranno 20 milioni ciascuno. Il 2 luglio scadrà il primo bando e 123 imprese hanno manifestato interesse. Lo scopo è attirare nuove industrie sostenibili da un punto di vista ambientale. “Tocca ai privati, servono investimenti per 250 milioni – spera Pasa –. Sennò sarà la fine”.

Taranto è rassegnata a non cambiare mai

L’Ilva di Taranto è sempre lì: campo di prova dell’ennesimo governo italiano. Giuseppe Conte è il quinto presidente del Consiglio dal 26 luglio 2012, giorno in cui la magistratura sequestrò gli impianti per il disastro ambientale e l’avvelenamento di sostanze alimentari provocate dalle emissioni velenose della fabbrica siderurgica.

Eppure tra i tarantini ancora una volta trionfano rassegnazione, attesa e indolenza. La polemica tra Grillo e Di Maio non li sfiora. Passeggiando nella “città dei due mari” non si percepisce alcuna tensione. Non ci sono sit in, presìdi o cortei di protesta. Anzi. Tra il caldo umido e la manifestazione musicale “Medimex” che ha portato in riva allo Ionio icone della musica mondiale come Kraftwerk e Placebo, il capoluogo ionico non appare affatto come la città simbolo dell’eterno conflitto tra diritto alla salute e diritto al lavoro.

Forse perché dopo anni di promesse irrealizzabili – e quindi irrealizzate – la gran parte dei tarantini ne ha piene le tasche delle dichiarazioni della politica: i cittadini di Taranto – e quindi anche buona parte degli operai – sono semplicemente in passiva attesa.

Il fronte unico nato nell’estate 2012 è defunto poco dopo: la “primavera tarantina” ha lasciato spazio a un autunno colorato di personalismi che hanno trasformato il movimento unitario in una galassia di associazioni, gruppi, comitati in perpetuo conflitto. Il banco di prova sono state le amministrative del 2017: il fronte ambientalista , unito, avrebbe raggiunto almeno il 30 per cento dei consensi, ma si è spaccato in 4 diverse candidature a sindaco agevolando così la vittoria di Rinaldo Melucci sostenuto da Pd e centro sinistra.

I decreti “salva Ilva” hanno fatto il resto: da luglio i nuovi padroni indiani di Arcelor Mittal potrebbero entrare ad amministrare la fabbrica anche grazie all’immunità penale acquistata insieme agli impianti. Ma non è questo l’unico pericolo. Sul fronte ambientale bisogna fare i conti con il disastro ambientale causato dallo smaltimento delle scorie contaminate dell’Ilva. In una lettera aperta al ministro della Salute Giulia Grillo, al ministro dell’Ambiente Sergio Costa e al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, il presidente di Peacelink, Alessandro Marescotti, ha spiegato che “al divieto di pascolo ora si aggiunge un divieto di consumo di frutta e verdura” a causa dell’inquinamento della falda generata dalle polveri degli elettrofiltri tombati nelle discariche interne all’Ilva. Rifiuti che contengono diossine, furani, piombo e altre sostanze altamente tossiche. “Oggi – ha aggiunto Marescotti – quelle polveri vengono portate a Orbassano per il trattamento in quanto rifiuti speciali pericolosi”, ma “in passato tutto veniva messo sotto terra nella discarica”.

La notizia, però, non ha suscitato clamore tra i tarantini, ormai rassegnati a queste tragiche scoperte e agli annunci propagandistici della politica. Il cambiamento annunciato dai pentaleghisti non può che partire di qui. Come hanno fatto tutti gli altri: i tarantini aspettano sempre.

Ilva sta morendo: perso un quarto della produzione

I dissidi tra Luigi Di Maio e Beppe Grillo sul futuro dell’Ilva rischiano di arrivare tardi. Da sei anni la politica accompagna distrattamente l’agonia del siderurgico più grande d’Europa. L’ultimo scontro nasconde un dato di fatto: il gruppo sta già morendo. Nel 2016 Ilva produceva quasi 6 milioni di tonnellate di acciaio, le ultime proiezioni dicono che il 2018 si dovrebbe fermare a 4,5 milioni, 200 mila tonnellate in meno del 2017. In un anno e mezzo Ilva ha perso quasi un quarto della sua capacità produttiva e lo ha fatto in un periodo di forte ripresa del settore, in cui i concorrenti hanno fatto affari d’oro. Il 2011, ultimo anno dell’era dei Riva, si chiuse con quasi 8 milioni di tonnellate prodotte da un impianto la cui capacità sfiorava i 10 milioni di tonnellate. In 6 anni si è dimezzata.

La sfilza di piani di risanamento, decreti, commissariamenti e subcommissariamenti in questi anni non ha invertito il declino. Nel 2012, quando fu commissariata dal governo Monti, Ilva aveva un patrimonio netto intorno ai 2,5 miliardi; dopo 18 mesi il tribunale di Milano ne ha dichiarato l’insolvenza (aveva un capitale circolante negativo per 866 milioni e una posizione finanziaria netta negativa per 1,5 miliardi). Con questo trend l’Ilva ne avrà ancora per poco. L’azienda, in amministrazione straordinaria da gennaio 2015, perde quasi 30 milioni al mese. Oggi sono rimasti 60 milioni di liquidità degli 800 forniti dai vari governi: entro agosto al massimo si esaurirà. Le prostrazione del gruppo è conclamata. Gli impianti sono al limite per l’assenza di manutenzione e tecnici, si fatica perfino a coprire i turni, alcuni capi turno sono diventati responsabili di produzione. La crisi finanziaria ha azzerato il know how e gli impianti sono ormai obsoleti. Senza soldi in cassa, il gruppo ha dovuto ridurre gli acquisti di materia prima e la produzione è calata.

Oggi Ilva è a un bivio. Il gruppo ArcelorMittal, che ha vinto la gara del governo a marzo 2017 dovrebbe rilevare gli impianti entro il primo luglio, ma punta a riassumere 10 mila dei 14 mila operai diretti, con sacrifici anche sulla retribuzione. Una proposta irricevibile per i sindacati. Il rischio che Mittal si sfili, addossando la colpa a sindacati e politica, non è tramontato anche se viene considerato remoto da chi segue il dossier. In questa situazione il nuovo governo non sembra avere alternativa al colosso franco-indiano per evitare una vertenza occupazionale da 20 mila lavoratori (compreso l’indotto). E per questo punta a strappargli impegni più forti sul piano ambientale per produrre acciaio senza bruciare carbone ma gas.

In questo scenario i concorrenti europei non si strapperanno i capelli se chiuderà un produttore la cui produzione potenziale è pari alla sovracapacità produttuiva del settore. Che l’Ilva torni ai livelli toccati nel 2008 ai tempi dei Riva, accusati dai magistrati tarantitni di aver perpetrato un inquinamento ventennale a danno della città ionica, è oggi improbabile. Mittal punta a riportare in alto la produzione soprattutto portando a Taranto prodotti già semilavorati nei suoi stabilimenti francesi da laminare, una produzione con margini ridotti. Non a caso nel piano del colosso siderurgico gli esuberi saliranno nel tempo.

L’altro versante della partita è quello finanziario. Gli 1,8 miliardi offerti da Mittal andranno a ripagare i creditori (lo Stato rivedrà solo una parte dei suoi soldi, di cui il grosso è già imputato a perdita) soprattutto banche e fornitori. Dei 3 miliardi di debiti dell’Ilva, 1,5 sono riferibili agli istitui di credito, di cui 900 milioni fanno capo a Intesa Sanpaolo. Per dare il via libera alla vendita, l’Antitrust Ue ha imposto l’uscita dalla cordata del gruppo Marcegaglia, già grande debitore di Ilva. Le sue quote veranno rilevate dalla pubblica Cassa depositi e prestiti e, guarda caso, proprio da Intesa, banca con cui il gruppo Marcegaglia è esposto per una cifra che sfiora i 600 milioni. Un intreccio finanziario che non piace al nuovo governo ma difficile da sciogliere.

La “continuità” di Di Maio per evitare l’assedio al Mise

Per il cattolico Luigi Di Maio, il settimo giorno avrebbe dovuto essere quello del riposo. E invece, al capo politico dei Cinque Stelle, è toccato chiudere la prima settimana da ministro con una fatica edipica. Era andato a dormire con un video in cui “papà” Beppe Grillo sognava praterie al posto dell’Ilva, al risveglio ha dovuto “ucciderlo” dai microfoni di Radio1: “Tutto quello che viene detto da Grillo o da altri, sono opinioni personali. Io non prendo decisioni finché non incontro le parti. Poi decideremo e se serve valuteremo anche la continuità”.

Che ci fosse il rischio di uno scollamento – peraltro già certificato dalla nascita del nuovo blog – tra le “utopie” del fondatore e il realismo governativo, era nell’aria. Epperò la divergenza è tanto più pesante perchè arriva su una delle primissime urgenze che il ministro Di Maio si troverà ad affrontare. Il travaglio dell’acciaieria di Taranto – commissariata dal 2012, in amministrazione straordinaria dal 2015 – porta la scadenza del 1 luglio, quando la cordata di ArcelorMittal prenderà possesso degli stabilimenti. L’accordo con i sindacati ancora non c’è, la risoluzione del nodo tra salvaguardia dell’occupazione e tutela ambientale neanche e i nuovi arrivati allo Sviluppo Economico si stanno rimettendo a studiare le carte: Di Maio, lo ha ripetuto ieri, deciderà il da farsi solo dopo aver incontrato le parti coinvolte nella trattativa. Difficile che il ministro riesca ad andare a Taranto a breve (gliel’ha chiesto il sindaco della città pugliese), visto che sarà impegnato alla Camera con la discussione di due decreti e due informative. Più probabile che convochi tutti al Mise, anche se l’incontro non è ancora in agenda.

Sull’esito del colloquio, però, qualcosa è già scritto, nella testa del leader M5S e dei suoi collaboratori: primo, non si può in venti giorni far saltare tutto quello che è stato fatto finora; secondo, se l’accordo non regge, il 1 luglio i 13800 lavoratori Ilva si ritroveranno davanti al portone del ministero, non proprio un bel biglietto da visita per il governo del cambiamento che ha giurato un mese prima. Così, con le mani piuttosto legate, Di Maio si accinge a “valutare la continuità”, provando a inserire qualche garanzia in più sul fronte ambientale: avrebbe voluto andasse diversamente, ma sa che le condizioni di partenza non si possono cambiare senza rischiare pesanti contraccolpi.

Già l’altro ieri, in una intervista a Il Mattino, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa era stato piuttosto chiaro sull’ipotesi di soluzioni alternative: “Il soggetto acquirente si è impegnato ad osservare tutte le prescrizioni e gli steccati ambientali imposti dall’Ue e dal contratto. Sono questi gli aspetti su cui spetta al ministro dell’Ambiente vigilare. Le scelte complessive sono di competenza di altri”. Riecco Di Maio, quindi – che dalle poltrone del ministero dello Sviluppo Economico e del Lavoro – dovrà sbrogliare la grana più grossa. “Decido io”, ha ripetuto ieri. Lanciando un messaggio anche al Movimento. Il contratto di governo siglato con la Lega prevede “un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della Green Economy e delle energie rinnovabili e sull’economia circolare”. Propositi di lunghissimo respiro, che ognuno interpreta un po’ come gli pare. Il deputato “consigliere” economico di Di Maio, Lorenzo Fioramonti, continua a parlare di “fallimento industriale e finanziario”, l’operaio Ilva Massimo Battista (oggi consigliere comunale M5S a Taranto) continua la sua battaglia contro Mittal e gli operai “che ancora credono che quel rottame vecchio sia il futuro”. L’eurodeputata grillina Rosa D’Amato ha lasciato l’ultimo tavolo con i sindacati, venti giorni fa, al grido di “Programmiamo la chiusura. L’obiettivo era e resta questo!”.

È la stampa, bruttezza!

Sta montando la polemica sul modo di comunicare dei nuovi governanti che finora si sono sottratti ai confronti in tv, preferendo monologhi in diretta Facebook o finte interviste (tipo Barbara D’Urso). L’altro giorno, su La7, Gaia Tortora ha giustamente sbeffeggiato i pentaleghisti che protestavano per l’assenza di giallo-verdi nello studio pieno di esponenti dell’opposizione, spiegando che erano stati i 5Stelle e la Lega a rifiutare l’invito. Diciamo subito che nessun politico è obbligato a mischiarsi con i pollai televisivi popolati dalla solita compagnia di giro di figure, figurette, figurine e figuranti morti di fama che bivaccano in tv da mane a sera a berciare, interrompere, contraddire e soprattutto contraddirsi. E non c’è nulla di scandaloso se leader o ministri parlano in diretta Facebook o in streaming sui social, equivalente moderno degli antichi comunicati stampa. Purché non si limitino a quello. Chi ricopre pubbliche funzioni non può limitarsi alla comunicazione unidirezionale, camuffata dietro la foglia di fico di qualche risposta ai commenti degli utenti in rete. C’è anche un dovere di trasparenza dinanzi all’opinione pubblica, che va adempiuto confrontandosi con giornalisti informati, in grado non solo di muovere obiezioni e svelare altarini, ma soprattutto di rivolgere la fatidica “seconda domanda” smascherando seduta stante bugie, inesattezze e imprecisioni contenute nella risposta precedente.

È proprio questo pericolo che tiene lontani – non da oggi: da sempre – i leader dai giornalisti critici e informati. Frequentando alcuni talk show tv da una dozzina d’anni, potrei raccontare di decine di politici che respingevano gli inviti di Santoro, Gruber e Floris ad Annozero, Servizio pubblico, Otto e mezzo, Dimartedì perché c’ero io. Salvo poi magari chiedere un dibattito con me quando avevano l’acqua alla gola e tentavano di tornare a galla creando un “evento” che facesse ascolti e clamore. Per fortuna né Santoro, né Gruber, né Floris hanno mai accettato di levarmi di torno per accaparrarsi un ospite appetitoso. Il quale però trovava sempre altri anchorman disposti a fargli scegliere gli interlocutori e le domande. È così che si turba il “mercato” dell’informazione: chi rifiuta di sedere nei salotti scomodi sa benissimo che ne troverà altri più comodi in cui esibirsi a rischio zero e a vantaggio mille (per lui). Quello degli intervistati che decidono gli intervistatori e le domande è un malvezzo unico nel mondo libero: nelle altre democrazie, se uno vuole parlare solo con chi vuole lui e delle cose che vuole lui, in tv non mette proprio piede.

Anche perché non può possedere né controllare tv. Ora però, così almeno dicono, c’è il “governo del cambiamento”. E uno dei banchi di prova sarà proprio il suo rapporto con l’informazione. Chi accusa Conte, Di Maio e Salvini di essere allergici al contraddittorio fa ridere, visto che di contraddittorio ai tempi di B. o di Renzi se n’è sempre visto poco o punto. Ma sbaglierebbero di grosso Conte, Di Maio e Salvini se si sottraessero a un contraddittorio autorevole: basterebbe accettare, in tv e sui giornali, dei faccia a faccia con uno o due giornalisti non scelti da loro e “senza rete”. Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere dalle domande, anche le più ostili e urticanti. Ma non ci sono solo le interviste. L’altra grande funzione di una stampa libera, mai prevenuta ma sempre scettica, è aiutare il potere a sbagliare meno. Ciò che è mancato a Renzi, per citare solo l’ultima meteora che ha dilapidato in quattro anni un enorme patrimonio di consensi anche perché la grande stampa l’ha sempre leccato e incoraggiato a sbagliare (dalla catastrofica campagna referendaria alla scelta demenziale di spingere Di Maio tra le braccia di Salvini).

L’altro giorno alcuni giornali, fra cui il Fatto e il Corriere (con Gian Antonio Stella) hanno segnalato il pericolo che il “governo del cambiamento” riciclasse alcuni vecchi gattopardi galleggianti: come Vincenzo Fortunato, già potente capo di gabinetto di ministri di destra (Tremonti) e di centrosinistra (Di Pietro), ora avvocato di grandi gruppi. I boatos lo davano in pole position come segretario generale a Palazzo Chigi grazie all’amicizia con Giancarlo Giorgetti. Ma ora il premier Conte, si spera anche grazie a quanto ha letto sui giornali, ha deciso diversamente. Lo stesso è accaduto, per un fatto molto più trascurabile, nel M5S. Nei giorni della difficile gestazione del governo, il Fatto ha pubblicato ritratti al curaro di alcuni papabili ministri, fra cui il dimaiano Vincenzo Spadafora. Su di lui non gravava alcuna questione penale o morale: quelle vecchie intercettazioni con l’ex amico Balducci erano state ritenute irrilevanti dagli stessi pm, che non ritennero di ascoltarlo neppure come testimone. Ma andavano conosciute, per dovere di cronaca: la nostra prima e unica bussola. Dopo quell’articolo il braccio destro di Di Maio, che per quel poco che sappiamo è un politico competente e corretto, è uscito dalla lista dei ministri, dove non avrebbe sfigurato: forse darà il suo contributo come sottosegretario. Se la stessa attenzione (o anche un po’ meno) alle questioni di opportunità, oltreché a quelle penali e morali, l’avessero usata i vecchi partiti, forse non sarebbero finiti come sono finiti.

Ps. L’altro giorno, in un dibattito su Sky, Paolo Becchi se l’è presa con la Repubblica definendola graziosamente “il giornale dell’orfano”. Cioè di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi assassinato nel 1972 da Lotta continua. Ho polemizzato e continuerò a polemizzare con Mario e col suo giornale sulle idee, ma sentirlo oltraggiare in quel modo in tv mi ha fatto ribrezzo e mi è venuta voglia di abbracciarlo.