Il governo gialloverde ha trovato l’uomo nuovo per il vertice della Cassa Depositi e Prestiti. Si chiama Massimo Sarmi, compirà 70 anni ad agosto, e vanta i titoli tipici di chi ha combattuto una vita contro le élite: Commendatore dell’Ordine equestre della Santo Sepolcro di Gerusalemme, Commendatore della Repubblica italiana, Grand’ufficiale della Repubblica, Grand’ufficiale al merito Melitense, Cavaliere di Gran Croce, Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno, Cavaliere del lavoro.
Il banchiere Flavio Valeri è andato a chiedere la benedizione a Davide Casaleggio, Sarmi si è rivolto direttamente al leghista sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, un vero professionista del sottogoverno capace, a differenza dei neo-lottizzatori grillini, di apprezzare le benemerenze dell’usato sicuro. Chi conosce bene la vicenda giura che, negli accordi segreti tra M5S e Lega, la Cdp (azionista tra l’altro di Eni e Poste) tocca a Salvini e le controllate a Di Maio. Purtroppo le trattative in streaming sono state abolite, ma gli scommettitori più esperti giurano che la decisione ultima su Cdp spetta a Salvini. Sarmi era già potentissimo trent’anni fa. Nella Sip pubblica e lottizzata da democristiani e socialisti il grande capo Ernesto Pascale gli affidò gli acquisti, poltrona di pertinenza Dc. Da quella scrivania passavano ogni anno appalti e contratti per 5-10 mila miliardi di lire che coprivano tutto il territorio nazionale, cioè tutte le satrapie partitocratiche locali. Da allora il mondo politico di ogni colore ama Sarmi. Dopo la privatizzazione della Telecom Roberto Colaninno lo allontanò e lui trovò subito impiego a capo della filiale italiana della Siemens, uno dei principali fornitori di Sip-Telecom. Nel 2002 il governo Berlusconi gli affidò le Poste, in quota Gianfranco Fini. Sarmi ha resistito dodici anni, quattro mandati triennali, durante i quali ha inanellato l’onorificenza di cui pochi potenti sono privi, l’assunzione del figlio (un congiunto) alla Finmeccanica, uno dei grandi fornitori di Poste italiane.
La sua inossidabile reputazione di yesman è diventata mito nel 2004. Come rivelò sul Fatto Daniele Martini, battezzò l’enorme ufficio postale di piazza San Silvestro a Roma “Sistema Informativo a Livello Virtuale di Integrazione Operativa” con l’unico scopo di produrre l’acronimo SILVIO.
Quando il governo Letta gli ha chiesto di buttare 75 milioni per sostenere l’Alitalia eterna morente non solo si è messo sull’attenti ma per fare contenti i mandanti ha teorizzato la sinergia tra il trasporto dei passeggeri e quello dei pacchi postali. L’economista Roberto Perotti, esaminato il curriculum del manager, si fece prendere dallo sconforto: “È con una certa preoccupazione che apprendiamo dalla stampa che Sarmi sta già lavorando al piano industriale per Alitalia e ha già ‘qualche idea in testa’”.
Nel 2013 il suo capolavoro politico, l’assunzione come manager alle Poste con sontuoso stipendio (160 mila euro) di Alessandro Alfano, fratello di Angelino. Venuta fuori la storia nell’inchiesta giudiziaria sui fratelli Pizza (vecchia schiatta democristiana), Sarmi disse che la scelta di Alfano fratello dipendeva solo “dalla sua buona conoscenza del territorio del Sud Italia”, come se dovesse fare il postino. In realtà il faccendiere Raffaele Pizza raccontava che Sarmi, fatto fuori dalle Poste dal governo Renzi, era tornato a bussare alla porta del ministro Angelino per farsi sponsorizzare come amministratore delegato dell’autostrada Milano-Serravalle, su cui comandava il governatore lumbard Roberto Maroni. Maroni infatti lo nominò, ma quando emerse lo scandalo Sarmi disse tutto serio: “Ritengo che la scelta degli azionisti di affidarmi l’incarico sia stata determinata dal mio percorso professionale.” Anche per Cdp sicuramente deciderà il curriculum. Tra i numerosissimi che Giorgetti sfoglia in queste settimane, quello di Sarmi si staglia come il più adatto per far capire agli elettori che cos’è un governo del cambiamento.