La vita segreta dei musicisti (bravi) pittori

Uno degli incontri più famosi tra la musica e la pittura è rappresentato dalla suite per pianoforte Quadri da una esposizione di Modest Petrovic Musorgskij, che il compositore russo scrisse nel 1874 ispirandosi ai disegni e agli acquerelli dell’architetto Viktor Aleksandrovic Hartmann. Nella mostra “Voci su tela-In My Secret Life”, aperta fino al 2 settembre al Palazzo Cavour di Torino, sono invece i musicisti e le musiciste, i cantanti pop e rock, i jazzisti e i cantautori, a darsi all’arte, facendo proprio il titolo e il senso di un celeberrimo quadro di Francis Picabia del 1915: Music is like painting, per l’appunto.

Nelle sale del palazzo subalpino in cui nacque e morì il conte Camillo Benso di Cavour, il Tessitore dell’Unità d’Italia, sono esposti i lavori di star internazionali come Leonard Cohen, Elvis Costello, Miles Davis, Bob Dylan, Jimi Hendrix, Grace Slick, Patti Smith, Ron Wood, Frank Zappa, così come, sul coté nazionale, quelli di Edoardo Bennato e di Paolo Conte, di Andy e di Teresa De Sio, Tiziano Ferro, Nada, Laura Pausini, Piero Pelù, Patty Pravo, Francesco Renga, Roberto Vecchioni, Renato Zero, Zibba e di moltissimi altri. Si tratta di una collezione unica nel suo genere, con oltre 150 opere, tra dipinti, disegni, bozzetti e schizzi, che il giornalista e critico musicale Massimo Cotto ha raccolto a partire dal 1992, dopo un soggiorno negli Stati Uniti e l’incontro con Leonard Cohen, che gli regalò alcuni disegni. Accanto alle tele dei protagonisti della scena musicale, poi, Cotto ha voluto fare esporre opere di personaggi del teatro, della televisione, della letteratura: da Dario Fo a Giorgio Faletti (notevoli i suoi lavori), da Vincenzo Mollica a Hugo Pratt (presente con lo splendido Tango).

La mostra torinese dimostra benissimo quanto si proponeva Picabia, che voleva esprimere nell’arte l’armonia musicale, i movimenti della danza. Quasi tutti i quadri e i disegni esposti a Palazzo Cavour sono più che dignitosi, con punte di eccellenza: dalle opere di Bennato, dedicate ai migranti, alle donne stilizzate di Miles Davis, alle figure nostalgiche di Conte, fino al segno di Leonard Cohen e alla pop art di Andy. “Molto spesso”, ha spiegato Cotto, “c’è un’attrazione fatale fra chi fa musica e chi dipinge: chi sa tenere in mano uno strumento e un microfono sa, in genere, usare anche pennelli e matite”. Una parte del ricavato dai biglietti dell’esposizione, rammentano gli organizzatori, sarà devoluto in beneficenza alla onlus Associazione Casa Oz.

 

Quando un graffio si trasforma nel racconto di una vita

Oggi parliamo di Ernest Hemingway e del suo breve libro di racconti Le nevi del Kilimangiaro. In questo libro l’autore ci racconta la storia di un uomo, un giornalista fallito che durante un viaggio in Africa, durante un’escursione sul Kilimangiaro, si graffia. Questo graffio però si trasforma nell’avventura che porterà a uno sviluppo inaspettatamente intrigante, ma allo stesso tempo interessante e coinvolgente della storia.

È proprio questo graffio che dà il via a questa storia che, come suggerisce l’autore, ha come scopo quello di fuggire da qualcosa, da qualunque cosa, come spesso succede nelle storie del grande scrittore. Ebbene, Hemingway ci fa scoprire grazie a questo graffio la vita intera di quest’uomo: si è sposato con una moglie ricca soltanto per i soldi, la insulta sul letto di morte per tutte le cose brutte che gli sono capitate nella vita, le tragedie, le disgrazie e l’infelicità propria. È la triste storia di un uomo che per colpa di un graffio non curato finisce in cancrena e alla fine in tragedia.

Lo scrittore ci parla nel libro di una strana coppia, uno strano uomo ferito in un viaggio e una strana storia che però si rivela in qualcosa di inimmaginabile.

 

L’altro Sessantotto dei morti viventi nelle foreste del Vietnam in guerra

Tra i tanti segnali di fermento culturale di quell’anno durato decenni che è stato il Sessantotto ci fu La notte dei morti viventi . Nel film horror di George Romero i critici già all’epoca videro molto più che un’orgia di effetti speciali splatter: quell’orrore senza spiegazioni, senza via di uscita, con cadaveri che si cumulavano a cadaveri in Pennsylvania era (anche) un’allegoria della guerra degli Stati Uniti in Vietnam. Nel 2004 lo sceneggiatore Mark Kidwell decide di espandere l’intuizione di Romero e, allo stesso tempo, di renderla più didascalica: vuole raccontare come si è sviluppata l’apocalisse zombie nel resto del mondo, in particolare proprio in Vietnam.

Il progetto poi si arena, subisce le traversie che spesso capitano ai fumetti meno tradizionali, ma alla fine vede la luce nel 2011 per l’etichetta Image Comics, grazie anche e soprattutto al disegnatore Nat Jones e al colorista Jay Fotos.

L’idea, appunto, è semplice: inserire l’orrore immaginario dentro l’orrore reale, gli zombi in guerra. L’effetto è un po’ straniante, perché all’improvviso i normali massacri a colpi di pallottole sembrano una quotidianità rassicurante.

Al contempo, introdurre la piccola variabile dei non-morti cancella ogni dilemma morale: se il nemico non è umano, ucciderlo con un proiettile, farlo esplodere con una granata o decapitarlo è un gesto privo di implicazioni etiche. L’editore italiano Saldapress, che deve il suo successo ad altri zombi, quelli di The Walking Dead, ha già pubblicato in volume la serie ’68 di Kidwell, Jones e Fotos. Oggi, in un singolare modo di celebrare la ricorrenza del Sessantotto, la porta anche in edicola in albi mensili. Piccolo spoiler: non affezionatevi troppo ai personaggi, muoiono tutti, subito. Ma la serie continua. Scoprirete come.

 

Milano, “Serpente” è il boss spacciatore risorto come commissario

Una trovata geniale, la Austerity Room di un ricco industriale di Milano: “Commissario, questa non è la sauna. È la Austerity Room. Mi chiudo qui quando devo riflettere o espiare. (…). Il fatto è che quando un intero popolo soffre una crisi economica e valoriale come quella che attraversiamo, chi ha di più deve saper essere compassionevole e partecipare a quel dolore”. La Austerity Room: una stanzetta rotonda rivestita di legno, con una panca in mezzo.

L’industriale si chiama Giuliano Perrotta. Il commissario Alessandro Valtorta. Il poliziotto era uno spacciatore di grandi speranze, da futuro boss del Corvetto, la Scampia meneghina. Stesse dinamiche, solo con un accento diverso. Ma la morte del fratello Giorgio, di eroina, provoca a Valtorta detto Serpente sia l’odio del padre comunista sia l’affetto di un ispettore. E così cambia campo. Sbirro. Ma i guai nella testa non sono finiti perché durante un blitz viene ammazzata Samantha, la figlia del suo vecchio capobanda “condivisa” per anni con l’amico Beppe.

Fin qui il passato. Da commissario Valtorta si ritrova a indagare sull’omicidio di una bellissima prostituta russa, superba manipolatrice di uomini. Il suo vice è l’odiato Cainati, cui ha soffiato Miranda, la psicologa che lo ha riportato alla normalità. E con Valtorta c’è pure De Pin, l’ispettore che ha sostituito il papà. Le indagini incrociano la scomparsa di un sindacalista della Fiom in carriera, impegnato in una dura trattativa con l’industriale Perrotta. Tutto in una Milano modernissima ma sempre destinata a “essere meglio prima”. Nostalgia, dolore, doppie e triple vite. Thriller di qualità Nel fuoco si fanno gli uomini, per trama, ritmo, personaggi.

 

 

La vita dopo la morte non sarà mai la stessa

È un’elegia commovente e dolorosa il nuovo romanzo di Yari Selvetella, Le stanze dell’addio. Perché di morte si parla, quella della moglie, mancata nel gennaio 2013 per colpa di una malattia del sangue incurabile. Ma è possibile, c’è da chiedersi, trasferire un evento così strettamente privato e tanto poco lontano nel tempo in una narrazione che tenga, senza scivolare in una peraltro rispettabile lamentazione che esula dalla letteratura? Certo, è possibile, se ci sia trasfigurazione. Come qui, perché la morte di Giovanna, e i ricordi che invadono l’autore, sono anche l’immagine e l’essenza del nostro essere nella morte e per la morte, e con noi quella di tutto il genere umano, in ogni momento. Rimoviamo pervicacemente, nella vita quotidiana, l’idea della morte. Ci disturba. Ci atterrisce. Ne prendiamo atto con rabbia e stupore, sensi di colpa e desideri di riparazione, quando ci tocca venendo meno una persona che amiamo. Eppure, siamo stati educati al mondo circondati dalla morte. Pensiamo al percorso dell’apprendimento scolastico, dove non facciamo caso (altra rimozione) che dietro le opere degli scrittori si nascondono uomini e donne, gli autori stessi, tutti, irrevocabilmente defunti. Vivono nelle opere, considera il Foscolo, uno dei pochi che ha affrontato con coraggio la certezza (per lui) del “nulla eterno” e il desiderio di sopravvivenza nel cuore dei propri cari e nella memoria della posterità (purtroppo, oggi, ormai smemorata). È ben vero, ma quest’ansia di totalità e universalità del sentire sublima ma non lenisce il dolore. I nostri cari, o gli autori che amiamo, sono vivi ma insieme sono morti, ben morti. Non vedranno più “lo dolce lome”. Così accade nel romanzo di Selvetella, dove il protagonista dapprima condivide con coraggio la malattia della moglie, giorno dopo giorno, in un alternarsi di speranze e disinganni. E, a tre anni di distanza dal giorno fatale, era ancora a vagare per l’ospedale, di reparto in reparto, chiedendo a medici e infermieri dove si fosse nascosta una ricoverata introvabile. Perché il suo letto è vuoto. Una parte di lui è sempre lì, e lo sarà anche dopo, quando si sarà rifatto una vita: ne è prova il romanzo. “Si nasce, si muore, non c’è altro”, commenta il giovane barista dell’ospedale, che a sua volta ha perso il padre, e che un giorno fraternizza con chi si aggira per il luogo che ha visto la morte della moglie ricordando con affetto e amarezza profonda i suoi ultimi giorni di tormento. Salvo poi ritornare come un sonnambulo a perlustrare le camere e a domandare dove l’amata sia finita. No, non c’è davvero altro quando la morte, come qui, si frappone tra due persone che si amano.

Appare, prima della fine del romanzo, un recupero di fiducia: superata la nebbia della mente, si può “andare avanti”, ci si può ancora innamorare. Ma questa considerazione meno ci colpisce, nella sua relativa ovvietà e tenuto conto dell’ancor giovane età dello scrittore-protagonista, rispetto al percorso di una néquia per frammenti, volutamente scomposta, come accade all’onda tormentosa dei ricordi che ci avvolgono all’improvviso. Sì, ci si può ancora innamorare, ma non si potrà mai dimenticare, fino alla fine.

 

La battaglia di Lucia Calamaro: “La solitudine uccide più dell’obesità”

Silvio vive da solo da tre anni, isolato dal resto del mondo. Non vuole più camminare, nemmeno alzarsi dalla sedia: così lo trovano i suoi tre figli e suo fratello, andati finalmente a trovarlo. Silvio è Silvio Orlando, protagonista dell’ultima opera di Lucia Calamaro – Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato) –, “scritta proprio intorno a lui. È un attore che ho sempre amato tantissimo. Ci siamo detti ‘facciamolo’, ed eccoci qua”.

Lo spettacolo debutterà al Napoli Teatro Festival il 30 giugno (con replica il 1° luglio); sarà ospite dei “Due Mondi” di Spoleto il 12 e 13 luglio, “mentre la tournée vera e propria partirà dal Piccolo di Milano a marzo”, spiega l’autrice e regista, tra le più luminose oggi in Italia. Al cuore di questo suo testo c’è la “solitudine sociale, che uccide più dell’obesità e innesca aggressività. Eppure sembra una patologia segreta, silenziosa, non molto spettacolare: una manovra interiore, mentale, psicofisica, che avviene nel silenzio della società. Io ne ho conosciute di persone così: per loro provo una profonda pietas, oserei dire un sentimento di carità cristiana. Pensiamo ai nonni che rimanevano soli, ma anche agli adolescenti chiusi nelle loro camere con gli ‘aggeggetti’: non hanno più voglia di uscire; preferiscono ‘aggeggiare’ tutto il pomeriggio anziché incontrare l’altro”.

Di Calamaro Einaudi ha appena pubblicato La vita ferma e L’origine del mondo: anche l’editoria si è finalmente accorta della drammaturgia contemporanea, da Massini a Borrelli a lei… “Credo che ci sia un normale bisogno di ritorno al senso, un bisogno di parole, di storie, di personaggi a cui affezionarsi. Il pieno della nostra vita è sempre più svuotato dall’invasione delle macchine. Dal teatro alle serie tv il meccanismo è lo stesso: creare personaggi che amiamo e che ci fanno compagnia, dando sollievo alla solitudine esistenziale che ogni giorno ci massacra”.

 

Erodiàs, ripudiata e finalmente donna

C’è qualcosa di delizioso, commovente e umanissimo in Erodiàs, nell’Erodiàs che vibra sul palco del piccolo Teatro i più ancora di quella che vibra sulla carta del grande Giovanni Testori: la sovrana ieratica e altezzosa, di cui narra la tradizione evangelica, diventa qui una “dama squinternada”, che non riesce a “stragediare”, col “core da gatta e natura, manco troppo secretizia, de ninfomana”.

Smania per “Giuan”, al secolo Giovanni Battista, questa Erodiade, lussuriosa e infedele, restia a credere a “’sta balla del Cristo”, cinica e vendicatrice come ogni tapina respinta dal suo bello: sarà lei a chiedere la testa del profeta, armando la mano di Salomè, di cui è gelosa. Alla trama sentimentale si avviluppa quella sessuale, e al piano religioso si aggroviglia l’intrigo politico, di un regno – quello di Erode – minacciato da una nuova e potentissima fede: il cristianesimo.

Diretta da Renzo Martinelli, Erodiàs è la superba Federica Fracassi, per questa interpretazione candidata di nuovo ai Premi Ubu e vincitrice del “Franco Enriquez” 2017 nella sezione dedicata allo scrittore lombardo: di lei si possono apprezzare anche le oniriche foto di scena scattate da Enrico Fedrigoli, in mostra nel foyer fino alla fine delle repliche.

Erodiàs è il secondo di tre monologhi – tre “lai”, ovvero lamenti – sbozzati da Testori (1923-1993) poco prima di morire: il primo è Cleopatràs, con la regina egizia che piange il suo Marcantonio; il terzo è Mater Strangosciàs, con la Madonna che lacrima sul Cristo. Erodiàs, delle tre, è più carnefice che vittima, diabolica ideatrice della decollazione del santo, salvo poi commuoversi sulla sua “crapa porca, crapa santa, crapa istaccata dalla pianta”.

La scena disegnata da Martinelli – e splendidamente supportata dalla drammaturgia di Francesca Garolla, dalle luci di Mattia De Pace e dai suoni di Fabio Cinicola – è una teca, una “vetrina di sbarlusc”, in cui si agita “un personaggio sottovuoto, un manichino”. La donna è mobile marionetta: ingessata ora in un vestito regale, ora in una gonna-impalcatura, che la scarrozza in giro per il palco.

È mostruosa Erodiàs, mezza umana e mezza bambola, mezza donna e mezza uomo: all’inizio della recita è lei stessa a essere Giovanni, in un gioco di travestitismo carnascialesco e sguaiato, che include una testa mozzata, una barba posticcia, una figura emaciata, una postura sbilenca da asceta saccente. Lui è ridotto a fallo di gomma, a trastullo, a feticcio ridicolo, mentre lei, pian piano, si umanizza e femminilizza, riappropriandosi di quel corpo e di quello spirito che l’amante schizzinoso aveva censurato, rifiutato e bestemmiato.

La messinscena è burlesca, perfidamente ironica e blasfema: il torbido viene portato in superficie, l’ossessione fallica esplicitata e caricaturizzata. “Atea mi hai fatta diventare”, sbraita Erodiàs sul finale: non si sa se si riferisca all’autore o al santone. Ma come non darle ragione.

 

Eastwood, il segreto della longevità è stare sul set

A 88 anni appena compiuti, Clint Eastwood ha cominciato a girare lunedì scorso The Mule, il suo 37esimo lungometraggio di cui questa volta è anche interprete con Bradley Cooper, Larry Fishburne, Dianne Weist e sua figlia Alison Eastwood. Sceneggiato da Nick Schenk partendo da un articolo del New York Times Magazine il film è incentrato sulla figura di Leo Sharp, un orticoltore modello novantenne decorato in guerra arrestato per aver trasportato con la sua auto attraverso il Michigan una serie di partite di cocaina del valore di 3 milioni di dollari per conto di pericolosi trafficanti messicani.

Lunedì prossimo Massimo Boldi e Christian De Sica si ritroveranno insieme su un set dopo 13 anni grazie all’inizio delle riprese di Amici come prima, una commedia annunciata come una sorta di Quasi amici all’italiana, di cui l’attore romano sarà anche il regista, realizzata a Milano da Indiana Productions e Medusa che la lancerà a Natale. Sarà interpretata anche da Maurizio Casagrande e Regina Orioli.

Il regista David Frankel (Il diavolo veste Prada) dirigerà per Fox 2000 l’adattamento del romanzo di Jess Walter “Beautiful Ruins” ambientato nel 1962 tra la riviera ligure e Roma quando un’attrice americana si ritrova ad intrecciare la sua vita con la tormentata lavorazione del kolossal Cleopatra e l’amore tra i due protagonisti Liz Taylor e Richard Burton.

Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes con Un affare di famiglia il giapponese Hirokazu Kore-Eda dirigerà in Francia Catherine Deneuve e Juliette Binoche in The Truth About Catherine dove una matura star del cinema che pubblica le sue memorie si ritroverà a scontrarsi duramente con sua figlia che torna per l’occasione con il marito e il loro bambino dagli Stati Uniti dove si era trasferita per sfuggire la sua invadenza.

La periferia non è mai stata così “abbastanza”

Criminalità e periferia romana? Sì, ma La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo non è la solita “mala-storia”, ancor meglio: non è il solito cinema italiano da mezzanino, democristianamente imbonitore per maggioranze depresse. Luminoso parto gemellare d’esordio dei 28enni Damiano e Fabio, campeggia senza imbarazzo nei cartelloni di tarda primavera accanto ai gioielli nazionali premiati a Cannes: una congiuntura astrale senz’altro casuale ma che induce a riflettere sul possibile sintomo di una ritrovata positività, peraltro così diversamente espressa.

Certo, il racconto sceneggiato e diretto dai D’Innocenzo appartiene a pieno titolo ai territori “garroniani” (i due si dichiarano “groopie” del regista romano al cui Dogman hanno contribuito in fase di scrittura) ma anche non fosse ciò che conta è la ricchezza di idee e la capacità di realizzarle attraverso un linguaggio cinematografico ad esse coerente. E in tal senso, i gemelli nati e cresciuti nella capitolina Tor Bella Monaca sembra che il cinema l’abbiano ingerito col latte materno per la fluidità e la consapevolezza narrative profuse in un testo tanto complesso e denso di temi alti, che osano un respiro epico. Attraverso la vicenda dei poco più che ventenni Mirko e Manolo (rispettivamente l’exploit Matteo Olivetti e il già apprezzato Andrea Carpenzano in Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni) i D’Innocenzo bros hanno aperto una semplice storia di criminalità suburbana alla tragedia classica, intrisa di archetipi quali il senso del destino, le conseguenze della hybris, il peso della colpa e – al centro di tutto – i legami di sangue e di territorio attraverso i quali ciascuno di questi topoi eterni vengono trasmessi. Le atmosfere sono livide e feroci, le luci contrastate a dovere sia negli ammirevoli campi lunghi che nei primissimi piani dei protagonisti, il commento musicale mai compiacente: è in tale limbo di totale alienazione e non poca disperazione che si consuma un incidente automobilistico notturno dai tratti apparentemente consueti. Ma quando gli amici per la pelle Mirko e Manolo si accorgono di aver messo sotto un infame odiato persino dalla mala locale (“senza volerlo abbiamo fatto un favore al clan”) la loro esistenza tanto vuota e marginale si lascia abbagliare, ma in realtà non può che peggiorare, con l’inferno a bruciare ciò che resta della perduta innocenza. Hanno studiato all’alberghiero i gemelli dall’evidente talento: lavorando dove capita si sono nutriti di cinema, fra generi ed autori (sì, anche i “tutelari” Pasolini e Caligari..), e il risultato è la messa a punto di un progetto espressivo che ha convinto in primis dei grandi del mestiere quali il direttore della fotografia Paolo Carnera e il montatore Marco Spoletini (il loro tocco è inconfondibile), e in seconda battuta il Festival di Berlino ove il film concorreva nella sezione Panorama. Solo il futuro ci dirà se la stella di Damiano e Fabio non era che un abbaglio: per ora questa terra ci offre “abbastanza” per ben pensare e ancor meglio sperare.

“Con Lou da mamma a mangiare lasagne”

Sette anni di lavoro con Lou. “Io e Reed andammo a suonare in Israele”, racconta Marc Urselli, il superproduttore, mixer e sound designer italo-svizzero di base a New York. “A Gerusalemme fummo seguiti da dei fan di Spielberg convinti che la nostra guida fosse il regista. Chiesero a Lou, non riconoscendolo, se poteva scattare loro una foto con il presunto Spielberg. Ho anche portato Reed a casa in Puglia a mangiare la lasagna di mia madre. Lui, a dieta, aveva chiesto una bistecca: assaggiò la pasta dal piatto di Laurie Anderson, mise via la carne e volle la lasagna”.

In studio com’era Reed?

Una volta mixai un suo brano. Gli piacque ma voleva sperimentare altre soluzioni. Alla fine optò per la mia versione. Ammise che non si poteva fare di meglio. A cena gli chiesi perché avesse voluto buttare 4 costose ore di studio. Mi disse: ‘Nella vita bisogna provare tutto per sapere di essere sulla strada giusta’. Una lezione che mi porto dietro”.

Urselli, oggi e domani lei sarà ospite al Medimex di Bari.

Sono nato in Svizzera da padre italiano. A 8 anni la mia famiglia si trasferì nel Tarantino. Da ragazzo aprii il mio primo studio a Grottaglie. Ma nel Sud mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Ipotizzai di andare a Milano o tornare in Svizzera per seguire le mie ambizioni.

Invece?

Non ero mai uscito dall’Europa né salito su un aereo, e a 19 anni mi imbarcai da solo su un volo per New York. Puntavo a uno stage ai leggendari EastSide Sound studios. Dopo sei mesi mi porsero un aspirapolvere. Pulivo i bagni, facevo i caffè. Per 2 anni ho lavorato senza stipendio vivendo in un seminterrato nel New Jersey. Con un musicista punk dividevo una stanza che si allagava quando pioveva. Dormivo su un materasso galleggiante. Finalmente presero a pagarmi e ad assegnarmi a delle session come assistente. Ora sono il capo ingegnere di quello stesso studio.

Fra il 2005 e il 2006 tre Grammy vinti (due per il disco-omaggio a Les Paul, uno per l’album di Lila Downs). Più altre due nomination.

Non potei partecipare agli show. Ero agli inizi della carriera e andare a Los Angeles ai Grammy mi sarebbe costato migliaia di dollari: neanche il biglietto per la cerimonia è gratis. Quando fu annunciato il mio nome in tv mi fermai per 20 minuti a festeggiare. E di nuovo al lavoro!.

Sul disco per Les Paul c’era una truppa di rockstar. Sting, Keith Richards, Clapton, Jeff Beck…

Fran Cathcart, uno dei due produttori e co-proprietario di EastSide Sound, mi volle come fonico per il progetto. Cinque mesi in studio. Le star parteciparono con umiltà e grande rispetto per Les Paul. Suonai il basso sul pezzo di Richards e il piano con i Goo Goo Dolls.

Lei registra cento album l’anno. A ottobre 2017 lavorò per un “progetto segreto” che coinvolgeva anche gli U2. Sarà un album-tributo ai T-Rex.

Gli U2 erano alle prese con il Joshua Tree tour. Ci dissero che avrebbero avuto un paio di ore libere per registrare.

Due ore?

Ci chiamarono con 36 ore di preavviso: avevano un pomeriggio libero a New Orleans. Prenotammo voli da New York, alberghi per me e il produttore Hal Willner, dovemmo trovare una sezione fiati di New Orleans per la session, portare microfoni. Scegliemmo un ex studio aperto al pubblico divenuto privato e dopo aver convinto il nuovo proprietario a farcelo usare andammo lì al mattino per togliere i mobili. Verso le 18 spunta la band. Noi avevamo già provato con i fiati. Gli U2 hanno suonato il brano un paio di volte. The Edge era seduto con me in regia. Adam e Larry dall’altra parte del vetro e Bono alla mia sinistra in un iso booth per le voci. 2-3 ore dopo il pezzo era finito: tutti contenti. L’ho mixato a New York e l’ho mandato al gruppo per l’ok. Fa un effetto strano scrivere mail a Bono o a The Edge e ricevere una risposta. Dovrebbe uscire a settembre.

E con i Foo Fighters lo scorso gennaio?

Sono stato in studio con loro a Los Angeles, dove vivono. I Foo sono un gran gruppo rock, così ho deciso di registrarli tutti in presa diretta nella stessa grande sala. Dave Grohl era al centro e il resto del gruppo in semicerchio intorno. Sono super tranquilli: erano venuti da soli con le loro auto e Dave ha portato un braciere di carne cucinata da lui stesso nel barbecue del suo giardino. Abbiamo passato mezza giornata a provare varie versioni del brano. Sono simpaticissimi ma attenti al risultato. Dave ha cantato senza mai stancarsi. Sentirete che roba.

Com’è il mercato visto dagli Usa?

Il declino è globale. Però la scena a New York resta una delle più creative. Venite lì!