Il mondo dei sogni che affama i lavoratori

Nel mondo delle favole è scoppiata la guerra. Mickey Mouse e Minnie hanno fame. Stanno urlando: vogliamo giustizia. California del Sud, nella città-giocattolo della Walt Disney, Anaheim. Il “posto più felice del mondo, dove i sogni diventano realtà”, come promette l’insegna, è l’incubo in technicolor di migliaia di lavoratori. È povertà al gusto pop-corn, indigenza pura allo zucchero filato.

Il Pluto che fa foto ricordo con i bambini ha dato probabilmente i suoi in affido. Sotto quel costume di gomma c’è qualcuno che ha i figli che vivono dai parenti, perché chi lavora alla Disney non guadagna abbastanza per mangiare tre volte al giorno: solo due terzi degli operai ha cibo assicurato quotidianamente. Chi ti allunga un hot dog nella città Disney ha probabilmente fame. Tre quarti di loro non sa come arrivare a fine mese e uno su 10 dei lavoratori dei resort non ha una casa, rivela il report dell’Occidental College.

O forse è uno di quell’11% di lavoratori che, secondo un recente sondaggio tra gli operai dell’azienda, ha sperimentato “cosa significhi essere un senzatetto”. Una di quelle vite che vanno sbiadendosi nelle roulotte o nei motel lungo le highways a stelle e strisce. Destini di uomini e topi. Da quelli di gomma che vendono, a quelli con cui dividono le stanze che riescono a permettersi.

“Voglio sentire qual’è la difesa morale di un’azienda che fa 9 miliardi di profitti l’anno e ha i lavoratori che muoiono di fame”. Rosso di rabbia e di bandiera, Bernie Sanders ha abbracciato questa protesta come Pippo i bambini all’ingresso del parco. Il senatore del Vermont è tornato. Vuole sapere perché una compagnia da 150 miliardi di dollari, con un amministratore delegato con un compenso da 423 milioni, “abbia tre quarti dei suoi dipendenti che non possono pagarsi le spese elementari”.

Dal 2000 al 2017 il salario minimo degli operai Disney è sceso da 15,80 dollari l’ora a 13,36. L’aumento richiesto dai sindacati adesso è di un solo dollaro orario, un intervento urgente dovuto all’aumento del costo della vita e all’inflazione. La compagnia l’ha accordato, ma solo nel 2020. Le lotte per i diritti dei lavoratori non hanno mai trovato un lieto fine da favola sotto le guglie dei castelli di Biancaneve.

All’ombra delle montagne russe vengono organizzate dal 2010 marce per dire “stop the Disney poverty”, mettere fine alla povertà Disney e alcuni lavoratori sono anche entrati in sciopero della fame, dice la sindacalista Ada Briceno, ma è sempre più difficile andar avanti.

Da Minnie a Marx. Sono “vittime di uno spietato sfruttamento, con condizioni di lavoro atroci, la loro lotta è la nostra”. Dopo gli operai delle favole, Sanders con i sanderistas raggiungerà quelli dei docks, le banchine dei porti d’America. Da una costa all’altra, fino alla Casa Bianca: Bernie ha detto che ci proverà di nuovo nel 2020.

Hamas e il sacrificio palestinese nel venerdì di sangue di Gaza

Si prepara l’esercito israeliano schierato attorno alla Striscia di Gaza. I punti deboli della Barriera sono stati sostituiti, le linee sono state rinforzate con altri reparti arrivati di fresco. Elicotteri e caccia sono pronti al decollo nelle basi del sud. Il dispositivo militare per fermare oltre la Barriera che circonda Gaza le masse palestinesi è pronto per l’ultimo venerdì di Ramadan. Dall’altra parte del confine anche Hamas è pronto, i palestinesi si preparano per una nuova Great Return March che oggi assume anche il ricordo per l’anniversario della Naksa, la bruciante sconfitta del 5 giugno 1967 degli eserciti arabi con l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. Si preparano i miliziani mobilitati al massimo per portare anche oggi migliaia di persone a manifestare lungo i 37 chilometri della Barriera di confine con Israele. Si preparano gli “aviatori” di Hamas, i lanciatori degli aquiloni incendiari che hanno bruciato centinaia di ettari di terreni agricoli israeliani intorno alla Striscia. Si preparano i medici e paramedici volontari palestinesi: nelle marce sono finora morte 120 persone e 10.000 sono state ferite, 3.500 da munizioni vere. Cifre impressionanti che potrebbero limitare il numero dei partecipanti alle proteste, dipenderà dalla capacità di Hamas di convincere i disperati della Striscia che la soluzione alle loro emergenze passa attraverso la “Great Return March”.

Ieri mattina l’aviazione israeliana ha lasciato cadere i volantini lungo tutta la Striscia di Gaza, invitando i palestinesi a non prendere parte a violente proteste lungo la Barriera di sicurezza. L’esercito si aspetta che migliaia di residenti di Gaza vadano a protestare, a cercare di abbattere in alcuni punti la Barriera e far sciamare migliaia di manifestanti verso le cittadine e kibbutz che sorgono nelle vicinanze. Un incubo per la sicurezza israeliana. Ieri sera il portavoce dell’Idf ha detto che l’esercito è “pronto e preparato” per una serie di scenari diversi lungo il confine ed è “determinato a proteggere i cittadini di Israele e la sua sovranità”. Ieri mattina, come ulteriore deterrenza, sono stati lanciati volantini dagli aerei per dire agli abitanti di Gaza che Hamas sta cercando di usare loro e i loro figli per i propri obiettivi politici, per creare “l’anarchia”. “Per il tuo bene” – recita il testo – “è meglio per te non prendere parte a manifestazioni violente lungo il confine o attraversarlo. E non lasciare che Hamas ti trasformi in uno strumento per i suoi ristretti interessi”.

Giovedì scorso, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha difeso l’uso da parte israeliana di munizioni vere contro i manifestanti di Gaza e ha detto che Hamas vuole che i palestinesi muoiano. “L’ultima cosa che vogliamo è la violenza o lo scontro”, ha sostenuto il premier. Sull’uso delle munizioni vere – quelle usate durante questa crisi sono “modificate” e hanno un effetto devastante nelle parti colpite – la Corte Suprema israeliana questa settimana ha respinto all’unanimità una petizione di due gruppi per la difesa dei diritti umani che accusavano l’Idf di aver violato la legge usando cecchini e munizioni vere contro manifestanti armati di sassi e molotov.

La “questione Gaza” deve essere affrontata, concordano anche molti ufficiali dell’Idf. Ma come? Le condizioni di vita dentro sono terribili e l’emergenza umanitaria è dietro l’angolo. Israele può combattere contro Hamas che controlla la Striscia, ma non può riconquistare Gaza militarmente, il costo umano – oggi – sarebbe spaventoso. L’Anp di Abu Mazen non è in grado di riprendere politicamente il controllo della Striscia.

Mail Box

 

Meno sbarchi e meno morti: è il merito di Minniti

Gentile Marco, le scrivo da estimatrice che la considera “Il giornalista” in Italia e che apprezza lo sforzo costante (divenuto, credo, un modus cogitandi) di analizzare sempre i fatti con assoluta onestà intellettuale. Premessa questa necessaria per comprendere la domanda che le farò, che non parte da una critica acerba ma dal disorientamento che mi provocano i suoi continui apprezzamenti all’operato di Minniti sui migranti. Parliamo di movimenti umani, di persone che hanno anima, cuore, desideri e che, nel contenere, bisognerebbe assicurarsi che vengano trattate con rispetto umano.

C’ero alla festa del Fatto in Versilia quando Minniti rifiutò le soluzioni della bravissima Milena Gabanelli (che parlava di riformare i centri di accoglienza, assumendo chi insegnasse la lingua ai migranti, risistemando vecchie carceri in disuso…), ma promise al pubblico (attento ma sempre criticamente vigile com’è il lettore del Fatto) che nel pattuire con la Libia uno stop alla partenza dei barconi, avrebbe vigilato sul rispetto dei diritti umani. Invece, arrivarono le immagini di Report (e non solo) di persone (con un’anima e della passioni, ripeto) stipate in galere, vendute come schiave al miglior offerente, stuprate, torturate.

Non mi pare che nel patto stipulato con la Libia, Minniti abbia mantenuto la promessa fatta all’uditorio della Versilia; non mi pare abbia fatto un “buon” lavoro in termini di umanità, rispetto delle donne, interventi di non violazione dei diritti umani.

Per questo rimango basita: il giornalista che apprezzo, stima il lavoro di Minniti guardando ai numeri (gli sbarchi ridotti) e fregandosene della indicibile sofferenza umana di chi subisce torture fisiche e psicologiche (e se fossimo noi al loro posto?) e per le quali Minniti è rimasto inerte, evitando anche, accuratamente, le soluzioni della Gabanelli?

Barbara Cinel

 

Cara Barbara, grazie a Minniti l’Onu e l’Unhcr hanno avuto per la prima volta accesso in Libia, anche se molte cose ancora non vanno.

Ciò premesso, ridurre gli sbarchi e dunque i morti in mare, è un merito e non un demerito.

Sulla proposta di Milena Gabanelli (in parte raccolta dal “contratto” del nuovo Governo) concordo in pieno con lei.

m.trav.

 

Giudichiamo il premier Conte senza faziosità politica

Dalla facoltà di Giurisprudenza a Firenze, una volta in via Laura ai tempi di Sartori e Spadolini, proviene il premier Giuseppe Conte. Penso che una buona parte del giornalismo italiano dovrebbe interrogarsi su come porsi di fronte a un professore ordinario di diritto proveniente da una tale alta istituzione accademica. L’impressione è che, da parte di alcuni, si perda il senso del rispetto che personalmente nutro verso una autorità ora anche politica oltre che giuridico-culturale. Inseguo sempre il sogno di un giornalismo indipendente stile anglosassone che è il contrario del giornalismo dipendente e schierato a priori. Un giornalismo che non rimpasti i refrain delle parti politiche a cui fa riferimento. Voglio sperare che, una volta passata la temperie dell’insediamento del premier, si estenda quel tipo di giornalismo critico e analitico.

Amedeo Furfaro

 

Governo: al Pd converrebbe un esame di coscienza

Sembra che Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, per evitare polemiche, abbia richiesto il trasferimento del suo coniuge, il capitano Claudio Passarelli da addetto alla segreteria del vicedirettore nazionale degli armamenti, all’ufficio Affari Generali. Ma, al contrario, il deputato Pd Michele Anzaldi ritiene invece che sia un chiaro esempio di conflitto di interesse. A me risulta che nè il predetto deputato nè il suo partito si siano mai espressi contro il gigantesco conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Sarà per il loro ruolo di politici avversari-alleati?

Ivo Bagni

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo pubblicato in data 5 giugno, Vodafone precisa che la tariffazione verso i numeri Iliad è sempre stata regolare, e che le anomalie tecniche descritte nell’articolo non si sono mai verificate. Nell’articolo si afferma che l’azienda riconoscerebbe per errore il prefisso 351 come internazionale, applicando di conseguenza la tariffazione internazionale ai propri clienti che chiamano un numero Iliad. È quindi privo di fondamento affermare che Vodafone non abbia adeguato i propri sistemi, e che lo abbia fatto per “fare uno sgambetto” all’operatore nuovo entrante.

Ufficio stampa Vodafone

 

Ringrazio Vodafone e prendo atto della precisazione. Le decine di segnalazioni che ci sono arrivate in merito alle anomalie riscontrate riguardano la tariffazione a pagamento del customer care di Iliad e che i clienti Vodafone hanno contattato non sapendo che fosse a pagamento. Circostanza di cui Vodafone non è responsabile.

P.D.R.

Mafie. Pd: “Non siamo rimasti in silenzio”. “Ma nessun applauso e pochi atti concreti”

 

Scrivo in merito all’editoriale del 6 giugno scorso in cui Peter Gomez accusa il Pd di un “silenzio infastidito di fronte alla parola mafia” pronunciata nell’Aula del Senato dal neo premier Giuseppe Conte. Forse Gomez non ha ascoltato il dibattito nell’aula di Palazzo Madama. E per questo inviterei Il Fatto, per una volta, ad evitare strumentalizzazioni politiche, almeno su un tema delicato come la battaglia contro le mafie.

Come vicepresidente del gruppo dei senatori del Pd sono intervenuto nel corso del dibattito sulla fiducia e ho incentrato tutto il mio discorso proprio sul fatto che non basta la frase striminzita letta da Conte – “combatteremo con ogni mezzo le mafie aggredendo le loro finanze e la loro economia” – per indicare un percorso per noi irrinunciabile, quando invece i primi fatti del governo vanno esattamente nella direzione opposta. Il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, quindi non uno qualunque nell’esecutivo giallo-verde-nero, nella sua visita in Sicilia non ha neanche pronunciato la parola “mafia”, come se la criminalità organizzata non esistesse. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché altro vicepremier, Luigi Di Maio, non ha pronunciato verbo per giorni sull’uccisione del sindacalista Soumayla, avvenuta in un’altra regione segnata dalla presenza mafiosa e dal caporalato. Ci fa piacere che il Governo voglia applicare le leggi varate nella scorsa legislatura, a partire dal nuovo codice antimafia, utilizzando tutte le possibilità che esso prevede per colpire nei suoi interessi economici e finanziari le mafie. Ma da un Governo che si presenta alle Camere per ottenere la fiducia tutti si aspettano indicazioni più chiare ed esplicite da rivolgere al Paese di una semplice dichiarazione di principio. E, aggiungo, non si aspettano certo le brutte figure come quella fatta a Montecitorio nei confronti della memoria di Piersanti Mattarella! Bisogna dare segnali concreti che la lotta alla mafia è una priorità. Prima di tutto con comportamenti coerenti che, ad oggi, non ci sono stati.

Franco Mirabelli, vicepresidente del gruppo del Pd al Senato

 

Ho ascoltato il dibattito, ho ben presente cosa ha detto Mirabelli. Ho scritto, come si evince da tutte le immagini, che – al contrario di quello che è accaduto alla Camera – praticamente nessun esponente del Partito democratico e di Forza Italia ha applaudito i passaggi dedicati alla lotta che il governo intende fare alla mafia. Mirabelli forse dovrebbe leggere prima di scrivere.

Ps: come ha potuto leggere sul sito del Fatto, abbiamo denunciato che Salvini in Sicilia sostiene un candidato sindaco nipote di un boss. Attendiamo che Mirabelli, anziché occuparsi di parole, si occupi di fatti.

Peter Gomez

Il cda Rai, primo banco di prova per l’esecutivo

Il primo banco di prova del governo sarà a breve, quando verrà deciso il futuro della Rai con il rinnovo del Cda. Avremo la solita lottizzazione o finalmente l’azienda sarà liberata dalla servitù politica? Credo di parlare con cognizione sin da quando un mio pamphlet, Senza chiedere permesso, fu tra le cause della caduta del secondo governo Andreotti, inciampato sulle rovine dell’allora monopolio. In queste ore si sono palesate le prime bramosie. Scandalosa la pretesa dei consiglieri uscenti che senza pudore hanno chiesto di essere rinnovati (tutti eccetto uno), dopo aver dato prova di inerzia e vassallaggio.

Hanno persino avallato la cacciata di Massimo Giletti, nonostante gli ottimi ascolti. Aveva ragione Montanelli quando diceva che i dirigenti tv andrebbero processati non solo per ciò che fanno, ma per ciò che non hanno mai fatto. Saranno capaci 5Stelle e Lega di dare un segnale, rinunciando alla spartizione dei tg, che ci affligge sin dai tempi di Telekabul? L’ultimo asservimento è stato sancito da Renzi, quando ha varato una riforma peggiore persino di quella del dominus targato Dc Ettore Bernabei. Il Pd renziano, dopo aver promosso direttore Campo Dall’Orto, lo ha costretto alle dimissioni, reo di non ubbidire abbastanza. Di recente è stato pubblicato un bando e poco dopo i nominativi di chi ha fatto domanda per il nuovo Cda. Sarà la solita farsa di parvenza democratica per coprire decisioni prese nelle segrete stanze? Roberto Fico, che prima di diventare presidente del Senato era a capo della Commissione di Vigilanza Rai (un coacervo di inutilità), ha pubblicato un post auspicando che la scelta avvenga “in base al merito e alla competenza”. Gli ha risposto Michele Anzaldi, fedelissimo renziano, chiedendo un consigliere anche per il Pd, dunque sancendo il diritto a perpetuare la lottizzazione. Stando alla legge, il Cda dovrà essere formato da 7 componenti, di cui 6 di nomina politica, roba da repubblica delle banane. Manca la possibilità che qualche consigliere venga espresso dal pubblico attraverso una consultazione e qualcun altro dalle associazioni giovanili. Dovrebbero essere questi i primi referenti, se si avesse rispetto degli spettatori. Nel bando si specifica che possono partecipare “persone di riconosciuta onorabilità, prestigio e competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti, che si siano distinte in attività economiche, scientifiche, giuridiche, della cultura umanistica o della comunicazione sociale, maturandovi significative esperienze manageriali”. Una poltiglia così vaga da consentire di nominare anche quei due disgraziati studenti di aria fritta, nipoti di Vittorio Feltri, di cui si lamenta dovendoli mantenere a casa. Ho avuto modo di leggere curricula molto interessanti, inviati da una docente della Sapienza e da alcuni esperti di comunicazione. Venisse scelto anche solo uno di loro, avremmo un bel salto di qualità. Attraverso quali criteri e quale trasparenza verificabile dall’opinione pubblica verranno fatte le nomine? Temo nessuna.

Occorrerebbe che personalità di conclamata indipendenza vagliassero le proposte, valutandole alla luce del sole. Salterebbero i soliti giochini dei partiti per premiare i fedeli, anziché gente competente con la schiena dritta. Infine la cosa più importante: nulla si dice del progetto di tv che si vuole perseguire, né dei programmi da realizzare invece del quotidiano minestrone. Siamo contenti che la Rai sia seguita da un pubblico ultra anziano (i cosiddetti telemorenti) e disertata dai giovani? E ci sta bene che le risorse finanziarie siano divorate da appalti esterni in presenza di circa 13.000 dipendenti lasciati all’angolo, da presentatori costosissimi e servili, da una fiction sempre uguale che spartisce circa 200 milioni di euro l’anno in barba a ogni pretesa di equità?

Il voto a Basiglio, due candidati con accuse (gravi)

Domenica 10 giugno, tra i cittadini italiani che andranno a votare per scegliere il loro sindaco ci saranno anche quelli di Basiglio, un paesone ai confini di Milano noto anche fuori dai confini della Lombardia perché è a Basiglio che Silvio Berlusconi ha costruito Milano 3, una delle sue “città satellite”. Ebbene, gli elettori di Basiglio domenica troveranno sulla scheda elettorale alcune liste politiche ma anche qualche problema criminale. Innanzitutto avranno tra i simboli da scegliere quello di “Cittadini solidali per Basiglio”, una lista civica con candidato sindaco Marco Flavio Cirillo: ex sindaco di Basiglio sotto le bandiere di Forza Italia, nonché ex sottosegretario nel governo Letta. “Informazione a orologeria”, hanno protestato i suoi sostenitori, perché quattro giorni prima del voto il Fatto Quotidiano ha rivelato che il pm Paolo Filippini, chiusa l’inchiesta su Finlombarda (la “banca” della Regione Lombardia) sta per chiedere il rinvio a giudizio per corruzione di Cirillo, che di Finlombarda era consigliere d’amministrazione. Metti che domenica sia eletto sindaco: tra qualche mese dovrà dividersi tra gli impegni in municipio e il processo a palazzo di giustizia.

È accusato di aver incassato “tangenti e altre utilità” dai rappresentanti di alcune società a cui faceva ottenere finanziamenti Finlombarda. Dalla Kerotris srl si è fatto promettere un incarico societario per sé e l’assunzione di un’amica, oltre ad aver goduto di una buona cena da “Cesarina”, a Roma, seguita da un incontro sessuale con una giovane signorina straniera. Dalla società Vitali spa ha ricevuto un finanziamento elettorale di 10 mila euro per il candidato sindaco di Novara di cui era il sostenitore. Dalle Officine Meccaniche Castellini spa ha ricevuto – scrive il pm – “la promessa di utilità o somme di denaro non meglio precisate, oggetto di specifici accordi, come risultano dalle intercettazioni telefoniche”.

Sarà il giudice dell’udienza preliminare a decidere se rinviarlo a giudizio e poi saranno i giudici del tribunale a sentenziare se è colpevole di corruzione oppure no. Ma i cittadini hanno subito il diritto di conoscere i fatti contestati a Cirillo e le intercettazioni in cui si accordava con gli imprenditori a cui faceva arrivare i finanziamenti. Non “informazione a orologeria”, dunque, ma informazione utile a conoscere i candidati per poi poter scegliere serenamente se votarli oppure no.

Neppure un favore fatto dal nostro giornale – come qualcuno ha malignato – all’avversario di Cirillo, il giovane Simone Patera, della lista “Patera sindaco” che riunisce Forza Italia, Lega e un paio di liste civiche. Perché è da mesi che Davide Milosa non soltanto racconta sul Fatto quotidiano che la lista di Patera è attivamente sostenuta da Paolo Berlusconi, il quale spera di realizzare presto a Basiglio, dopo Milano 3, anche Milano 4, una nuova città con tanto cemento e tanti profitti per la famiglia dell’ex presidente del Consiglio nonché fondatore di Forza Italia; ma rivela anche che la lista di Patera è nata nello Sporting Club di Basiglio, di cui è proprietario Emanuele Stilo.

La famiglia di Stilo, ricorda Milosa, era titolare della Ausengieneering, azienda che nel 2015 fu oggetto di un’interdittiva antimafia che la escluse dai lavori per Expo: per i rapporti tra il suo direttore generale e i membri della cosca Mancuso di Limbadi, pura ’ndrangheta calabrese. Insomma, Cirillo o Patera, quante belle scelte hanno, domenica, i cittadini di Basiglio! Sulla scheda elettorale queste notizie non ci sono. Meno male che c’è “l’informazione a orologeria”.

Tav, penali fasulle e sprechi reali

Il programma concordato tra Movimento 5 Stelle e Lega per il governo ha rimesso al centro del dibattito la questione della linea ferroviaria Torino-Lione, nota come Tav. Il breve passaggio del programma sul punto è modesto e volutamente ambiguo (“Con riguardo alla linea Alta velocità Torino-Lione ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”), ma tanto è bastato a mettere in fibrillazione i promotori (pubblici e privati) dell’opera, l’establishment affaristico finanziario che la sostiene e i media che ne sono espressione. È iniziata così la saga delle bufale su mirabolanti quanto inesistenti “penali” che dovrebbero essere pagate (non si sa a chi…) in caso di rinuncia all’opera. Il tutto al fine di esorcizzare un approfondimento che, se effettuato seriamente, non potrebbe che portare all’abbandono del progetto, la cui evidente inutilità si accompagna a sprechi e passaggi amministrativi spericolati.

A tali sprechi richiama un esposto presentato nei giorni scorsi alla Corte dei conti da esponenti del Controsservatorio Valsusa, tra cui chi scrive, supportati da docenti di Diritto amministrativo e costituzionale dell’Università di Torino. Con esso si chiede alla magistratura contabile di accertare eventuali responsabilità, anche per danno erariale, connesse con l’avvio delle procedure di “realizzazione dei lavori previsti, finanziati e parzialmente autorizzati con deliberazioni del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) n. 67 del 7 agosto 2017 e n. 30 del 21 marzo 2018”.

La delibera 67/2017 del Cipe ha autorizzato la spesa di 5.574,21 milioni di euro per la realizzazione di cinque lotti costruttivi non funzionali del tunnel di base (più 57,26 milioni per “misure di accompagnamento”). Ma lo ha fatto ricorrendo a improprietà e artifici produttivi di danni ingenti per il nostro Paese. Il finanziamento autorizzato riguarda la realizzazione di parti dell’opera (lotti costruttivi) prive, singolarmente considerate di qualunque possibile utilizzo, che interverrà solo a opera ultimata. E ciò benché il nostro sistema, al fine di evitare sprechi di denaro pubblico in caso di cambi del progetto, richieda il finanziamento dell’intera opera o di sue parti suscettibili di utilizzazione autonoma (cosiddetti lotti funzionali).

È vero che, per opere a carattere sovranazionale in cui siano coinvolti più Stati, la realizzazione di lotti costruttivi è consentita, nonostante le critiche della Corte dei conti, da una legge del 2009. Ma in questo caso la spesa può essere autorizzata – come previsto negli accordi governativi relativi alla Torino-Lione – solo ove ciascuno Stato abbia stanziato la sua quota: ciò perché, a salvaguardia di un elementare principio di buona amministrazione, il complesso dei lavori deve produrre un risultato globalmente funzionale. Ebbene, nel momento in cui il Cipe ha autorizzato l’erogazione della quota italiana, la Francia non aveva stanziato la sua quota: cosa che tuttora non ha fatto, né si sa se e quando farà.

Il costo complessivo del tunnel di base indicato nella delibera del Cipe è di 9630,25 milioni di euro, di cui il 57,9 per cento a carico dell’Italia e il 42,1 per cento a carico della Francia. Ciò benché il tunnel insista per l’80 per cento in territorio francese e solo per il 20 per cento in territorio italiano. Tale squilibrio, previsto negli accordi tra Italia e Francia avallati dal Parlamento, è privo di ogni giustificazione (se non quella di convincere il governo francese, da sempre riluttante, a partecipare al progetto) e rende l’esborso di denaro nazionale contrario a criteri di buona amministrazione.

In ogni caso, tale ripartizione è riferita al costo iniziale (in valuta 2012) del tunnel di base (pari a 8.609,68 milioni di euro), mentre gli accordi prevedono che i costi aggiuntivi siano divisi al 50 per cento tra i due contraenti. Di ciò la delibera del Cipe non tiene conto e, considerata la rivalutazione, determina la quota a carico dell’Italia in 5.574,21 milioni di euro (anziché in 5.493,8 milioni di euro) e quella a carico della Francia in 4.056,04 milioni (anziché in 4.136,5) con indebito aggravio di oltre 80 milioni di euro per il nostro Paese.

La somma di cui il Cipe autorizza l’erogazione, infine, non tiene conto del contributo dell’Ue pari – secondo quanto sostenuto in tutte le sedi ufficiali – al 40 per cento del costo previsto in valuta 2012, e cioè a 3.443,87 milioni di euro. Dunque le quote a carico di Italia e Francia, correttamente conteggiate, dovrebbero essere, rispettivamente, di 3.581,91 e di 2.604,47 milioni di euro. Evidente l’improprietà del finanziamento autorizzato, ancora una volta in danno delle finanze nazionali. E ciò anche a tacere del fatto che il contributo dell’Ue non era all’atto della delibera del Cipe (e non è oggi) stanziato e che ciò non consentiva il finanziamento di lotti costruttivi. I danni reali per il Paese stanno qui, e non in future (e inesistenti) penali.

Lettera a Conte sulla Costituzione

Signor presidente del Consiglio: ho letto con attenzione il Suo discorso al Senato e mi permetto di sottoporLe qualche domanda. Due aspetti del Suo testo mi hanno colpito: le fonti d’ispirazione e la gerarchia delle priorità.

Sulle fonti d’ispirazione: Lei ha citato cinque volte (tutte appropriate) la Costituzione, nove volte (tutte superflue) il cosiddetto “contratto di governo”, un accordo privato fra leader di partito che la Costituzione non prevede. È ben vero che Lei si dichiara “consapevole delle prerogative che l’art. 95 della Costituzione assegna al presidente del Consiglio dei ministri”, ma due righe più sotto interpreta queste prerogative nel senso di “rendersi garante dell’attuazione del Contratto per il governo del cambiamento”. “Garante” è certo molto di più della qualifica di “esecutore” che Le è stata da altri affibbiata; ma Lei è proprio sicuro che “garante del contratto” corrisponda ai doveri costituzionali prescritti dall’art. 95, secondo cui il presidente del Consiglio “dirige la politica generale del governo e ne è responsabile”? Di tale “contratto” Lei, così ha scritto, ha “condiviso i contenuti – pur in via discreta – sin dalla sua elaborazione”. Non ritiene opportuno spiegare ai cittadini che cosa vuol dire “condividere in via discreta”, rispetto ai Suoi doveri costituzionali? E di precisare quando e dove e in che termini, nel Suo discorso, si esplicita la Sua promessa di “anticipare in quale direzione si esplicherà il Suo personale contributo”?

Vengo al secondo aspetto. Forse perché segue la falsariga del cosiddetto “contratto”, il Suo discorso è organizzato per punti, offrendo una sorta di mappatura tematica dei problemi da affrontare, ma non una chiara gerarchia di priorità, ad esempio indicando il rapporto fra misure di riduzione della spesa pubblica (o di maggiore introito fiscale) da un lato, e di incremento della spesa dall’altro. Secondo molte analisi della situazione italiana, il consenso popolare ai partiti che sostengono il Suo governo è largamente dovuto all’insoddisfazione generalizzata per le politiche di austerità e di taglio della spesa sociale imposte dai governi precedenti in nome dell’Europa. Il Suo discorso contiene in merito affermazioni condivisibili, in particolare sul possibile ruolo dell’Italia nel re-indirizzare le politiche europee secondo principi di equità e di giustizia. Non crede che questo punto avrebbe dovuto essere articolato in modo meno generico, e posto alla base del Suo intero progetto di governo indicandolo come assoluta priorità dalla quale tutte le altre politiche dovrebbero discendere?

Tornando alla Costituzione: pur richiamandone in generale i principi altre due volte, Lei ne cita poi solo l’art. 95 che riguarda la figura del presidente del Consiglio, l’art. 1 (la Repubblica fondata sul lavoro), e poi (due volte) l’art. 3 comma 2, che riguarda l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Citazioni tutte lodevoli. Ma poiché Lei assegna al Suo governo “l’obiettivo di dare concreta attuazione ai valori fondanti della Costituzione” non crede che fra questi avrebbe potuto richiamare anche l’art. 9 (promozione della cultura e della ricerca, tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione)? Crede che il Suo vago accenno alle “nostre scuole e università in grado di formare eccellenze assolute” basti per delineare una politica della scuola, dell’università, della ricerca in linea con gli articoli 9, 21, 33 e 34 della Costituzione? Il Suo governo intende proseguire nella politica di tagli alla scuola pubblica e finanziamenti alla scuola privata, che secondo l’art. 33 (comma 3) dovrebbe essere “senza oneri per lo Stato”? Che posizione ha il Suo governo rispetto al drammatico de-finanziamento delle nostre università ed enti di ricerca, che mette l’Italia in coda all’Europa? E’ proprio sicuro che fine della ricerca sia, come nel Suo discorso, “mantenere in Italia le filiere produttive”, o non valeva forse la pena di ricordare il ruolo della ricerca fondamentale? E come si interpreta l’assenza, nel Suo discorso, di ogni accenno al precariato e al sottoimpiego nelle università, un settore che Lei certo conosce personalmente assai bene?

Ci sono nel Suo discorso, Signor presidente, passaggi condivisibili, come quello sulla sanità pubblica, che sembrano presupporre i relativi articoli della Costituzione (nella fattispecie, l’art. 32). Ma allora come mai vi manca non solo la citazione dell’art. 9 Cost., ma ogni pur minimo accenno alla cultura e alla tutela del patrimonio artistico e paesaggistico del nostro Paese? E come Lei intende mettere insieme in modo coerente e conforme a Costituzione le positive affermazioni del Suo discorso relative alla tutela dell’ambiente con la dichiarata intenzione di “ridare slancio agli appalti pubblici”, che negli ultimi decenni sono stati fra le maggiori cause del degrado ambientale e idrogeologico del territorio?

In un importante passaggio al principio del Suo discorso Lei nota che “il ruolo e l’autorevolezza di governo e Parlamento non possono basarsi esclusivamente sugli altissimi compiti che a essi assegna la nostra Carta fondamentale”. Certo. Ma, si è tentati di commentare, tali altissimi compiti non possono e non devono nemmeno essere selezionati o (in taluni casi) messi a tacere sulla base di un documento extra-costituzionale come il “contratto” a cui Lei così spesso ha voluto far riferimento. Non è dai discorsi, ma dai fatti che il Suo governo dovrà essere giudicato dai cittadini. E tutti sappiamo che, nonostante tre mesi di tortuosi negoziati, le mosse decisive per il varo del Suo governo (compreso forse il Suo discorso) sono state compiute all’insegna dell’urgenza e della fretta “che l’onestate ad ogni atto dismaga” (Dante, Purgatorio, III, 11). Se, come è da sperare, le apparenti dimenticanze, incertezze e incongruenze del Suo programma di governo non sono intenzionali, il momento di correggere il tiro è questo.

“Nessuna vittima del clan in aula: è la prova del 416 bis”

Per i magistrati che conducono da anni le indagini sul clan Spada, la decisione delle parti offese di disertare l’aula bunker di Rebibbia nel giorno della prima udienza del maxiprocesso, è un segnale preoccupante e inquietante. Una decisione che dal punto di vista giudiziario può essere letta anche come il riconoscimento implicito che nella zona di Ostia “resiste” un sistema criminale che rientra nel profilo del 416 bis, l’organizzazione di stampo mafioso. Per chi indaga è una decisione quella di non presentarsi davanti ai giudici della III corte d’Assise “forse prevedibile ma che non lascia indifferenti”. Ieri a Rebibbia non “sono mancate solo le vittime delle vessazioni ma ciò che colpisce di più è la totale assenza di rappresentanti dell’associazionismo locale – spiegano da piazzale Clodio –, di quelle sigle che sono attive nel quartiere di Ostia”. Negli uffici della Procura fanno notare che negli ultimi mesi lo Stato ha risposto con decisione all’aggressione criminale nel quartiere di Roma che affaccia sul mare. Arresti, un presidio costante delle forze dell’ordine. Una strategia che però forse non è servita a liberare Ostia dalla paura.

Formigli non danneggiò la Fiat. La Cassazione respinge il ricorso del Lingotto contro il giornalista

La Fiat non riceverà nessun risarcimento da 5 milioni di euro dalla Rai e da Corrado Formigli, a cui deve invece pagare le spese legali. Ieri la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso contro la sentenza della Corte d’appello di Torino che il 28 ottobre 2013 aveva annullato il maxi-risarcimento ottenuto dal Lingotto l’anno prima.

Il 20 febbraio 2012 Fiat si era vista riconoscere un indennizzo da 5 milioni di euro per il danno d’immagine e il danno patrimoniale provocato da un servizio, realizzato dal conduttore tv all’epoca inviato del programma Annozero di Michele Santoro, in cui venivano comparate le prestazioni dell’Alfa Romeo Mito, di una Mini Cooper e una Citroen Ds.

Dal video, andato in onda il 2 dicembre 2010, emergevano criticità sulla Mito che non erano piaciute all’azienda, secondo la quale il modello aveva poi subito un calo di vendite per una perdita stimata in 1,8 milioni di euro.

In primo grado il Tribunale di Torino aveva dato ragione al Lingotto, ma poi l’appello aveva capovolto la sentenza. Secondo i giudici “il comportamento tenuto dal giornalista Formigli è del tutto lecito” e, sebbene l’attuale conduttore di Piazza Pulita avesse avuto un’“attitudine lesiva della reputazione dell’auto nelle affermazioni”, “nessuna delle informazioni date nell’occasione era non veritiera”. Ieri, respingendo il ricorso di Fiat, è stata confermata l’ultima sentenza.

“Non è soltanto la fine di un incubo – ha scritto ieri Formigli su Facebook –, è soprattutto l’affermazione di un principio: la libertà di critica nei confronti di un grande marchio, di un prodotto commerciale”. Secondo Formigli, assistito dall’avvocato Natalia Ferro, questa è “una sentenza che rende un po’ più forti e meno condizionabili i giornalisti”.