La multinazionale del traffico di droga: a bordo del cargo arrestati in 9 (di 7 nazionalità)

Dieci tonnellate di hashish, con il marchio del cavallo rampante, sono state sequestrate dalla Guardia di Finanza a 130 miglia a Sud-Est della Sicilia Orientale. Per circa 40 ore, le Fiamme gialle hanno seguito lo scafo battente bandiera olandese, in seguito all’abbordaggio hanno trovato la droga nascosta nelle celle frigo all’interno di sacchi di juta. Un carico da 20 milioni di euro, che venduto al dettaglio ne avrebbe fruttato 100 milioni. L’operazione inserita nella Libeccio International, attività investigativa condotta dalle autorità italiane, spagnole, francesi e inglesi, per il contrasto al traffico di stupefacenti. Lo scafo di circa 41 metri, già usato per i trasporti oceanici e di assistenza e soccorso in mare, è partito da Malta passando per Gibilterra con destinazione Alessandria d’Egitto. Dopo la sosta in Marocco e Algeria, dove sarebbe stata caricata la droga, la merce sarebbe dovuta finire a largo delle coste libiche di Tobruk, ma non si esclude la possibile rotta balcanica. In arresto sono finiti i 9 componenti dell’organizzazione criminale, composta dal capitano romeno, da un maltese, due ucraino, due egiziani, un olandese, un turco e un italiano, un siciliano ex agente della polizia penitenziaria.

Professore si oppone alla parata di militari e poliziotti a scuola, l’istituto lo “processa”

“Non potevo crederea quello che vedevano i miei occhi. Soldati dell’esercito e agenti della Digos che si aggiravano per il cortile della scuola come fossimo a una grande parata militare”.

Antonio Mazzeo è un docente e insegna Scienze motorie all’Istituto comprensivo “Canizzaro-Galatti” di Messina. Da sempre impegnato sui temi della pace, e del disarmo, si trova oggi sotto procedimento disciplinare per “mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici”.

Il caso è esploso il 14 aprile scorso, quando Mazzeo ha inviato una lettera aperta alla dirigente scolastica dell’istituto in cui lavora, e alla stampa: “Apprendo oggi dalla stampa che il 17 aprile, nel cortile del nostro Istituto, si terrà un evento legato al progetto denominato ‘Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore’ per ‘promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale’ e in cui si prevede che ‘militari e studenti insieme condivideranno l’atto solenne della cerimonia dell’alzabandiera intonando il ‘Canto degli Italiani’ alla presenza della banda della Brigata ‘Aosta’”.

Ritenendo l’iniziativa in contrasto con i valori didattico-educativi dell’istruzione scolastica, Mazzeo aggiunge “esprimo il mio totale dissenso e non accetterò di parteciparvi personalmente né di accompagnare le mie classi”. Una presa di posizione che non è andata giù alla dirigente scolastica, Giovanna Egle Candida Cacciolla, e che ha avviato il procedimento disciplinare. “Una mattina, per posta, mi è arrivata una raccomandata e ho realizzato che era stato avviato un procedimento disciplinare, per aver fatto il mio dovere”. Secondo l’accusa, Antonio Mazzeo si sarebbe lasciato andare a “esternazioni in pubblico riguardanti l’istituzione scolastica e la figura dirigenziale che non possono essere ricondotte a una legittima critica dell’operato del datore di lavoro”. Il “processo” si svolgerà l’11 giugno. Nel frattempo, dice Mazzeo: “Continuerò a battermi in ogni modo al processo di e militarizzazione della scuola, nel pieno rispetto dei principi costituzionali”.

Nuovi mestieri usuranti: bibliotecaria nell’era Casa Pound

Quello che è il sogno di (quasi) tutti – finire in televisione – a Fabiola Bernardini ha fatto (quasi) perdere il lavoro. La sua colpa: essere stata inquadrata in un servizio del tg regionale, sorridente. Durata del misfatto, qualche frame. Sufficiente.

La dottoressa Bernardini, laurea in lettere e specializzazioni in Archivistica e Biblioteconomia, è da anni l’anima della biblioteca comunale di Todi (Perugia), patrimonio inestimabile anche per i documenti antichi che custodisce. Con successo di pubblico, di critica e di premi ricevuti in questi anni. È anche iscritta all’Anpi, però.

Alle elezioni comunali di Todi, lo scorso anno, ha vinto (meglio rivinto, essendo già stato sindaco due legislature fa) l’avvocato Antonino Ruggiano, Forza Italia, ma a capo di una coalizione di stomaco forte, con dentro – senza quindi astensioni, appoggi esterni o altre furberie – perfino Casapound, che nella città di Jacopone ha ottenuto quasi il 5%. Il nesso tra il francescano e le “tartarughe”, sfugge, ma ci sarà sicuro.

Ruggiano ha idee chiare e semplici. Destra è opposto a sinistra. L’altra volta, per dire, come prima mossa dopo l’elezione staccò dalla parete la foto dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. E la lasciò a prendere polvere per un lustro dentro un cassetto. Stavolta, bontà sua, ha lasciato appeso Mattarella, ma si è scatenato su altro.

A novembre la giunta – appassionata dell’Index librorum prohibitorium – chiede alla Bernardini prima di “escludere” dalla biblioteca alcuni libri riguardanti temi “sensibili” (omosessualità, omofobia, gender). Poi di fare una lista completa di libri con “carattere, omogenitoriale, omosessuale e transessuale”. E quai sarebbero? Lo scandalo è negli occhi di chi guarda, e legge. A Venezia, per dire, il sindaco Brugnaro vide germi di depravazione in Ninna nanna per una pecorella.

La Bernardini rispose spedendo il catalogo intero di 4.500 titoli, dichiarandosi incapace di citarne anche solo uno. Libri che magari usano metafore e iperboli, e che – prima e oltre l’essere capiti – meriterebbero di essere letti.

Il 25 aprile scorso, Ruggiano nega il patrocinio all’Anpi per la festa della Liberazione Nella confusione, la giunta concede, il 6 maggio scorso, il patrocinio alla Festa delle famiglie arcobaleno omosessuali. Wow! Casapound grida al “tradimento e tappezza la città con striscioni: “La famiglia è papà, mamma e figli”. Arrivano le telecamere del tg regionale e, nel servizio che va in onda, viene inquadrata anche la Bernardini, mentre legge insieme ad un bambino. Sorridente.

Passano pochi giorni e Ruggiano annuncia – legittimamente – un massiccio spoils system, che riguarderà 22 impiegati comunali sui 100 totali. In mezzo c’è chi ha fatto un uso disinvolto della legge 104, chi ha chiesto espressamente di essere spostato, chi è a disposizione e accetta tutto. La Bernardini, che è tra i 22, no. Resterebbe volentieri dov’è.

Ma nella “visione” della giunta Ruggiano, per lei, è già pronta una scrivania al settore Urbanistica, dove le profonde conoscenze umanistiche servono come il pane. Speriamo.

Montante resta in cella. Crocetta convocato in Antimafia

Resta in carcere l’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, mentre sono stati revocati gli arresti domiciliari all’imprenditore di Caltanissetta Massimo Romano, al quale il Tribunale del riesame ha applicato il divieto di dimora nella città. Arresti domiciliari confermati anche per l’ex capocentro Dia di Palermo, il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata e per Diego Di Simone, il poliziotto poi passato a ricoprire il ruolo di responsabile della sicurezza di Confindustria. Così hanno deciso i giudici del Riesame nel valutare i ricorsi presentati dagli indagati nell’inchiesta “Double face”, con cui la Procura ha fatto luce sui presunti intrecci tra Montante e diversi componenti delle forze dell’ordine che gli avrebbero fornito informazioni in cambio di favori. Sul caso indaga pure la Commissione regionale Antimafia che ha convocato giornalisti, dirigenti dell’amministrazione regionale e politici. Tra questi, anche l’ex governatore Crocetta (non è stata ancora indicata la data della convocazione), indagato in un filone dell’inchiesta di Caltanissetta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito.

Per tutte le trame: tra affari e servizi (segreti)

Il “faccendiere”. Francesco Pazienza (nella foto), nato in provincia di Taranto nel 1946, venne arruolato nel 1980 come consulente del Sismi di Giuseppe Santovito, l’allora servizio segreto militare infiltrato dalla P2. Il suo nome è legato ad alcuni dei misteri più fitti della storia della Repubblica, dall’attentato al papa Giovanni Paolo II a opera di Ali Agca al rapimento da parte delle Br dell’esponente della Dc Ciro Cirillo, dalla morte del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi alla strage di Bologna del 2 giugno 1980. Fu condannato in via definitiva nel 1995 per aver tentato di depistare le indagini sulla strage, cercando di accreditare la “pista internazionale” e facendo trovare nel 1981, sul treno Milano-Taranto, lo stesso tipo di esplosivo usato l’anno prima alla stazione. Fu condannato anche per il crac dell’Ambrosiano e per associazione a delinquere. Ha scontato in carcere una decina di anni. Oggi vive a Lerici (La Spezia)

Bologna, la “verità” di Pazienza: “La bomba l’ha messa Gheddafi”

Il telegramma è partito da quassù, dove vive il principe dei faccendieri, in una villa alta sul mare da cui si contempla il golfo di La Spezia, il castello di Lerici e, di fronte, Portovenere, la Palmaria, il Tino e il Tinetto. Nel giardino corre Evita Perón, la sua cagnetta Westie. No, “faccendiere” proprio non gli piace come definizione. Risponde con una massima di Winston Churchill: “Quello dei servizi segreti è un lavoro talmente sporco che solo un galantuomo può farlo”. Francesco Pazienza ha lavorato a lungo a fianco di Giuseppe Santovito detto “Bourbon”, dal 1978 al 1981 direttore del Sismi, il servizio segreto militare. Vita avventurosa, intrighi, affari, soldi. Un paio di condanne, 10 anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, 3 per il crac del Banco Ambrosiano. Una decina d’anni di carcere, infine il ritorno nella sua villa bianca sopra Lerici, arredata con mobili d’antiquariato e foderata di bei tappeti.

A 72 anni, sembrava uscito di scena. Invece parte il telegramma. Inviato al “dottor Leoni Michele”, presidente della Corte d’assise che a Bologna sta processando Gilberto Cavallini, accusato di concorso nella strage del 2 agosto 1980: “Chiedo cortesemente alla S.V. di poter essere convocato nel processo Cavallini onde depositare atti e documentazione di possibile interesse”. Pochi giorni dopo, il 5 giugno 2018, un altro telegramma per il giudice bolognese: “Inviato voluminoso plico documentale sperando sia decisivo per convincimento mia audizione. Con osservanza. Francesco Pazienza”.

Che rivelazioni promette, Pazienza, sulla bomba alla stazione? Che documenti invia sul più grave attentato della storia repubblicana? Li abbiamo sfogliati insieme, in un pomeriggio di sole. Sono carte in cui ricorrono i nomi di Mario Mori, ex capo del Sisde, il servizio segreto civile, e di due ex ufficiali del Sismi, il generale Demetrio Cogliandro e l’ammiraglio Fulvio Martini. A Bologna, la Corte d’assise sta giudicando Cavallini indicato dalla Procura come colui che avrebbe dato supporto logistico agli attentatori, fornendo loro alloggio, un’auto, documenti falsi. Gli attentatori che hanno provocato 85 morti e oltre 200 feriti sono Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, capi dei Nar, i fascistissimi Nuclei armati rivoluzionari, e Luigi Ciavardini. I tre sono condannati definitivi, con sentenze irrevocabili della Cassazione. Ciavardini, allora minorenne, ha avuto un distinto percorso processuale che ha confermato quello che ha accertato le responsabilità di Mambro e Fioravanti, i quali continuano però a proclamarsi innocenti, sostenuti da molti, insospettabili supporter.

Pazienza racconta la sua vita che assomiglia a un film. Divaga. Apre infinite parentesi. Narra storie. Quella volta che diede l’idea al presidente delle Seychelles di “fare cassa”, privatizzando la compagnia petrolifera del Paese e lasciando a bocca asciutta la Gran Bretagna, la Bp e Mi6. Quella volta che scrisse una lettera al leader della Dc Flaminio Piccoli chiedendogli a muso duro 50 milioni di lire che aveva dovuto sborsare ai camorristi per trattare il rilascio dell’assessore democristiano Ciro Cirillo sequestrato dalle Br (“Me ne hanno ridati 30”, giura). Quella volta che garantì la sicurezza dell’Italia facendosi aiutare da Cosa Nostra americana… “Santovito mi chiamò e mi disse: ‘Abbiamo un problema, vai a New York e risolvilo’. Io andai a New York dove l’uomo locale del Sismi mi disse che il capo degli Ustascia croati, protetto dalla Cia, stava organizzando un attentato a Roma all’ambasciata della Jugoslavia. Lo incontrai e gli dissi che a Roma non doveva permettersi. Mi rispose sprezzante facendomi capire che aveva l’ombrello della Cia. Allora io l’ho salutato e mi sono fatto portare a Brooklyn, caffè Milleluci, dove ho chiesto di parlare con John Gambino. La notte successiva l’auto del capo ustascia è saltata per aria. Il giorno dopo sono tornato da lui è gli ho detto: ‘La volta prossima tocca a te, vallo a dire ai tuoi amici della Cia’. Tremava. ‘Possiamo fare almeno una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata jugoslava?’, mi ha chiesto. ‘Certo’, gli ho risposto, ‘i volantini ve li stampiamo noi’”.

E la strage di Bologna? “È stato Gheddafi”, dice. Ma le carte mandate alla Corte d’assise non riguardano chi mise la bomba, bensì il suo coinvolgimento nel depistaggio. “Mi hanno incastrato e mi sono fatto anni di galera. Sono stato zitto. Ma ora posso dire che è stata una vendetta del giudice di Roma Domenico Sica che voleva farmi dire che avevo dato soldi del banchiere Roberto Calvi al senatore Claudio Vitalone. Era il 1982 e al colloquio con Sica era presente l’ex direttore dell’Ufficio affari riservati Federico Umberto D’Amato, al quale peraltro passavo 10 milioni di lire al mese da parte del Sismi per finanziare la sua struttura informativa, che aveva mantenuto dopo aver lasciato l’Ufficio. La verità è che Bettino Craxi, il giudice Sica e l’ammiraglio Martini avevano bisogno di montare uno scandalo Sismi per poter licenziare gli uomini di Santovito e mettere i loro. Così nel 1984 s’inventano il SuperSismi e il mio depistaggio delle indagini sulla strage. Li aiuta, con queste relazioni di servizio – vede? – l’allora colonnello Mori. Dissero che ero in rapporti con il capo della P2 Licio Gelli, ma io Gelli l’ho conosciuto soltanto nel 2009”.

Evita Perón chiede intanto di essere coccolata. “Mando tutto al giudice di Bologna. È tutto provato”. Il vero e il falso, si sa, sono ingredienti del cocktail dei servizi segreti che vanno mixati con cura.

“Non mi chiameranno a testimoniare. Hanno paura”. Intanto fuma la pipa – ha da tempo abbandonato i sigari cubani – e beve acqua di Vichy. “La importo dalla Francia, anche ieri sono stato a Montecarlo. È buonissima. Introvabile in Italia”.

Bussoleno, frana la montagna: 200 evacuati dal paese

Circa 200 persone sono state evacuate a Bussoleno a causa di una frana, provocata dall’insistente maltempo culminato ieri pomeriggio in un violento temporale, che si è staccata al principio di una zona montana e ha investito una parte del paese. “È un disastro”, dice il sindaco, Anna Maria Allasio.

Gli sfollati sono stati accolti in un punto allestito dalla Croce Rossa di Susa. Questa è la quarta frana, in poco meno di un mese, che si abbatte su Bussoleno e i Vigili del fuoco, insieme ai carabinieri di Volpiano, stanno perlustrando l’area per valutarne la sicurezza. Non risulterebbero né feriti né dispersi.

“Eventi come quello di Bussoleno ci dimostrano ancora una volta la fragilità del territorio montano del Piemonte e dell’intero Paese – commenta Marco Bussone, vicepresidente di Uncem Piemonte, l’Unione Nazionale Comuni Comunita’ Enti Montani –. Di certo, l’emergenza incendi dell’autunno 2017 lascia gravissime conseguenze. Serve immediata attuazione al piano straordinario di intervento post-incendi messo a punto da Regione, enti locali, professionisti e Ipla (Istituto Piante da legno, ndr)”.

Fine Ramadan con Salvini: i timori dell’Islam italiano

“Siamo preoccupati – dice l’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis: la Comunità religiosa islamica – nel contratto di governo ci sono dei punti allarmanti”. Aboulkheir Breigheche, imam di Trento, è ancora più esplicito: “Il contratto è discriminatorio e anticostituzionale perché parla di leggi specifiche per una sola religione”. Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia, aggiunge: “Spero che la propaganda sia finita e che si inizino a fare le cose nell’interesse del Paese, senza più discriminazioni”. Voce fuori dal coro il solo Massimo Abdallah Cozzolino, segretario generale della Confederazione islamica italiana: “L’importante è che si sia formato un governo, il resto lo vedremo. Non dobbiamo avere noi dei pregiudizi”.

Sta per finire il mese sacro del Ramadan, i musulmani celebrano in questi giorni – la data varia fra sciiti e sunniti – la “notte del destino”, la più importante per chi crede nell’Islam. Quest’anno coincide con le prime mosse del nuovo governo. Il fatto che il ministro dell’Interno sia Matteo Salvini basta a preoccupare associazioni e imam (molti di loro sono italiani nati in Italia). Il vicepremier leghista non ha mai nascosto le sue idee sull’Islam: “È la presenza islamica organizzata che va chiarita, non quella del singolo cittadino”, diceva Salvini a Genova lo scorso 9 febbraio. La Lega una volta al governo “vieterà l’apertura di nuove moschee”, prometteva il segretario.

Ma la campagna elettorale è finita. Al Viminale hanno spiegato a Salvini che proprio la presenza di luoghi di culto – riconosciuti e controllabili – è il miglior modo per evitare pericolose derive radicali. A Milano in questi giorni il sindaco Giuseppe Sala ha varato un piano che mira alla regolarizzazione di quattro centri islamici, in una città che ha tanti luoghi di preghiera, ma nessuna moschea riconosciuta ufficialmente.

Nel contratto di governo si parla in maniera esplicita di Islam, nel tredicesimo capitolo, quello sull’immigrazione: “Occorre disporre di strumenti adeguati per consentire il controllo e la chiusura immediata di tutte le associazioni islamiche radicali nonché di moschee e di luoghi di culto, comunque denominati, che risultino irregolari”. Bisogna quindi “adottare una specifica legge quadro sulle moschee e luoghi di culto, che preveda anche il coinvolgimento delle comunità locali”.

Una legge solo per i musulmani non piace alle associazioni islamiche. Anche perché in Italia – secondo i numeri diffusi nell’aprile 2016 dall’allora ministro Angelino Alfano – ci sono quattro moschee, 858 luoghi di culto e 343 associazioni culturali. Su quali calerà la mannaia giallo-verde?

“Vedo il pericolo che in Italia si limiti la libertà religiosa, usando a pretesto la sicurezza: ma religione e sicurezza sono due diritti, entrambi vanno difesi – dice Pallavicini –. Si fa confusione fra immigrati, clandestini, religione e terrorismo. Io sono italiano e musulmano di nascita. A Salvini chiedo: quando dice ‘prima gli italiani’, i musulmani sono esclusi?”.

“La Costituzione è chiara – dice Elzir –. Non si possono fare discriminazioni su base religiosa. A me sembra che nel contratto queste discriminazioni ci siano già. Noi siamo i primi a volere la legalità. Ma la sicurezza non ha religione. Mi appello al senso istituzionale di Lega e Cinque Stelle: la propaganda è finita. Ci sono questioni aperte e servono un tavolo di confronto e un disegno di legge per la libertà di religione, di tutte le religioni. Noi ci siamo. E voi?”.

La Costituzione prevede già, all’articolo 8, la possibilità di un’intesa fra lo Stato e una religione. È stata firmata con la maggior parte delle confessioni (ebraismo, induismo e buddismo fra le altre), ma non con l’Islam. Significherebbe riconoscere l’esistenza dei musulmani in Italia, che potrebbero anche accedere all’otto per mille, allontanando il sospetto di finanziamenti irregolari.

“Ci sono due motivi per cui non lo si è fatto ancora: da un lato perché l’Islam ha una struttura complessa, non c’è un Papa e un’autorità riconosciuta da tutti – spiega Pallavicini –. Ma soprattutto firmare un’intesa con l’Islam è diventata una scelta impopolare dopo l’11 settembre 2001”. Per tutti i governi, di qualsiasi colore politico.

A febbraio 2017 – ministro Marco Minniti – si è arrivati alla firma di un “Patto nazionale per l’Islam italiano”. Le associazioni si sono impegnate a fornire una serie di garanzie: i sermoni del venerdì in italiano, un elenco pubblico degli imam, la democrazia interna alle comunità e la trasparenza nei finanziamenti. In cambio lo Stato ha promesso di avviare le trattative per l’intesa. Massimo Campanini – professore universitario, fra i maggiori esperti di Islam in Italia – spera che il nuovo governo continui su questa strada: “Le premesse non sono buone, la Lega ha sempre avuto un atteggiamento islamofobo, i Cinque stelle ondivago. Sono poco fiducioso, spero di sbagliarmi. Bisogna capire una cosa: il terrorismo nasce dove ci sono particolari circostanze economiche, sociali e culturali, con la povertà e l’emarginazione. Su quelle condizioni si deve intervenire: dare la colpa all’Islam è una sciocchezza”.

“La politica non cavalchi l’odio”

A un certo punto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, legge dal Vangelo secondo Matteo, la parabola dei talenti: “C’è chi sa far fruttare il proprio talento, come i primi due servi, e chi lo disperde, come il terzo. Ecco, vorrei ricordare che ricevere una patria è un dono, ma anche un talento, e non bisogna perderlo. Lo sa bene chi una patria non ce l’ha o ha dovuto abbandonarla…”, sostiene il cardinale.

Siamo a Santa Maria in Trastevere, a Roma. Qui la Comunità di Sant’Egidio, la cui sede dista poche decine di metri, ha organizzato una “veglia di preghiera per l’Italia”. La chiesa è colma. Oltre allo stato maggiore della comunità (Impagliazzo, Olivero, Marazziti, Riccardi), in prima fila c’è anche il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Qua e là qualche altra faccia nota: l’ex viceministro degli Esteri Mario Giro, l’ex Dc Francesco D’Onofrio. I big di Sant’Egidio cercano di essere diplomatici: “Non è un’iniziativa contro il governo. Anzi, facciamo loro i migliori auguri. Noi però siamo preoccupati per l’Italia”. Ma l’evento è tutto politico: è stata organizzato due giorni fa e nella tempistica coincide con il primo Consiglio dei ministri dopo la fiducia. L’iniziativa vanta un solo precedente: nel gennaio del 1994, dopo la tempesta di Tangentopoli e con Berlusconi in arrivo, Giovanni Paolo II tenne una Messa di preghiera per l’Italia.

“Dal giorno delle elezioni – dice Bassetti – abbiamo vissuto giornate convulse, dense di conflittualità e scontri. Con il solo presidente Mattarella a garanzia delle istituzioni. Ora siamo contenti che si sia riusciti a comporre un governo. Ma diciamo: attenzione, non soffiate sul fuoco della rabbia sociale, chi semina vento raccoglie tempesta. Ognuno si prenda le proprie responsabilità. Dobbiamo essere capaci di unire, non di dividere, siamo tutti interdipendenti: gli italiani tra loro, l’Italia con l’Europa”. Il destinatario è il governo di Giuseppe Conte, è Luigi Di Maio, ma è soprattutto Matteo Salvini. Le cui politiche economiche e sull’immigrazione spaventano Sant’Egidio. “I corridoi umanitari devono continuare, sono un modello in tutta Europa. Sulla flat tax, invece, credo che una tassazione legata al reddito sia più giusta”, osserva Andrea Riccardi. Ancora Bassetti: “Lo dico ai partiti di governo: non agitate le paure, non cavalcate l’odio e i razzismi”. Poi si rivolge ai cattolici: “Non abdicate alle vostre responsabilità, anche in politica… in questo momento delicato fatevi sentire”.

La Messa è partecipata, intensa, condivisa. Come si diceva un tempo, in altri passaggi della vita italiana, c’è aria da emergenza democratica. “Il governo nasce su un inganno. Lega e 5Stelle hanno preso più voti, ma non hanno vinto le elezioni: si sono presentati agli antipodi, non per governare insieme”, spiega Mario Marazziti. Che poi sospira: “Se temo una svolta a destra? Sì, è peggio del governo Tambroni”.

Macerata, cade accusa di omicidio per i complici di Oseghale

Il gip di Macerata Giovanni Maria Manzoni ha revocato la custodia in carcere, ma solo per le accuse di omicidio, vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere, a carico di Lucky Awelima e Desmond Lucky arrestati inizialmente per concorso con Innocent Oseghale per l’omicidio di Pamela Mastropietro e lo smembramento del cadavere. La decisione del gip innescata dalla richiesta della Procura di Macerata. I due restano in carcere per spaccio di eroina. Il Procuratore Giovanni Giorgio precisa che al momento, comunque, “non c’è l’archiviazione delle accuse” nei confronti di Awelima e Lucky che, per ora, restano nell’inchiesta e rimangono in carcere ad Ancona solo per l’accusa di spaccio di eroina.

A spingere la Procura a chiedere la scarcerazione dei due per le accuse più gravi sono stati i risultati delle perizie eseguite dal Ris e di quelle telefoniche che avrebbero escluso la presenza di Awelima e Lucky nell’appartamento di via Spalato 124 dove si consumò il massacro. Per l’uccisione e lo smembramento della 18enne romana resta in carcere ad Ascoli Piceno solo Oseghale per il quale anche il Tribunale del Riesame di Ancona ha escluso l’ulteriore accusa di violenza sessuale.