All’armi son fascisti! Ah no, erano solo Minniti e gli altri dem

A leggere i giornali di questi giorni ci siamo molto spaventati: non è che in mano ai barbari populisti stiamo diventando un Paese fascista e xenofobo che respinge i migranti? Per rifarci gli occhi, siamo andati a ripescare notizie e dichiarazioni di un anno fa, quando l’Italia era un Eden di tolleranza, una terra promessa per l’umanità sofferente, un giardino felice nel quale tutte le etnie convivevano in armonia potendo contare su porti spalancati, carità cristiana e soccorso delle Ong, supportate da Marco Minniti, ministro dell’Interno del governo di sinistra, dalle Istituzioni e dalla stampa tutta.

“Siccome tutti i migranti vengono portati a terra in Italia, bisogna ricercare l’equilibrio tra i diritti di chi è accolto e i diritti di chi accoglie. O vaiu all’acqua o ’nnacu u figghiolu (O vado a prendere l’acqua o cullo il neonato). Le Ong scelgano da che parte stare” (Minniti al Fatto 5/8/17). “Le navi potrebbero portare i migranti in un altro Paese europeo e non solo in Italia” (Minniti a Repubblica delle Idee, 6/17). “La questione migranti è una questione europea. Oggi abbiamo deciso per un atto formale che non faccia più percepire questa affermazione come una semplice petizione di principio o, peggio, un ululato alla luna” (Minniti a Repubblica, 29/6/17). “Io sarei orgoglioso se una e una soltanto fra le navi che operano nel Mediterraneo, anziché in Italia, andasse in un altro porto europeo” (Minniti, convegno Governare l’immigrazione, 28/6/17). “Se il fenomeno dei flussi continuasse con questi numeri la situazione diventerebbe ingestibile. Contemporaneamente ai salvataggi e all’accoglienza, va garantita la sicurezza dei cittadini. È un fenomeno epocale” (Mattarella dal Canada, 28/6/17).

“L’Italia alla Ue: ipotesi blocco alle navi straniere. Mattarella: ‘Situazione ingestibile’” (Repubblica, 28/6/17). “Il governo alza la voce con l’Europa” (Ansa, 29/6/17). “Migranti, l’Italia pronta al blocco dei porti alle navi delle Ong” (Corriere, 28/6/17). “Si è fatto bene a bloccare gli sbarchi. Non c’è divisione nel Pd su questa cosa” (Matteo Renzi, Festa dell’Unità, Bologna, 1/9/17). “C’è un limite massimo di persone che puoi accogliere, è impensabile che tu possa accogliere tutti. Aiutiamoli davvero a casa loro” (ibidem). “Emergenza migranti, il governo valuta la chiusura dei porti italiani alle navi straniere” (Stampa, 28/6/17).“Siamo alle prese con la difficile gestione dei flussi migratori… un Paese intero si sta mobilitando per gestire questa emergenza. Che la smettano di girare la faccia dall’altra parte perché questo non è più sostenibile” (Gentiloni, congresso Cisl, 6/17). “Dopo la chiusura della rotta dei Balcani è indispensabile chiudere anche quella del Mediterraneo centrale” (Tajani, FI, presidente Parlamento Eu). “Ho temuto che, davanti all’ondata migratoria e alle problematiche di gestione dei flussi… ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese” (Minniti, Festa dell’Unità, Pesaro, 28/8/17). “L’Italia all’Ue: chiudiamo i porti” (La Stampa, 29/6/17). “Dobbiamo fare distinzioni prima che i migranti partano tra coloro che hanno diritto alla protezione umanitaria e coloro che non lo hanno” (Minniti 4/7/17). “L’impegno del governo nel rafforzamento delle politiche di rimpatri si è concretizzato col provvedimento che ha portato alla creazione dei centri permanenza per i rimpatri allo scopo rendere più efficaci i provvedimenti di espulsione” (Minniti, Camera, 15/11/17). “Sicurezza non è una parola che deve essere lasciata alla destra” (Minniti al Foglio, 17/2/17). “La gente ha paura degli immigrati, non ci possiamo prendere in giro. Non possiamo trascurare la paura della gente” (Serracchiani, 3/17). “Capite bene che se l’immigrazione non è regolata e controllata, quella irregolare rischia di alimentare le paure creando reazioni pericolose” (Franceschini 30/8/17). “Minniti: ‘Serviva una svolta’. Firmano altre Ong” (Repubblica, 9/8/17).

“La linea Minniti conquista anche il Vaticano. Sui migranti la svolta realista della Chiesa” (Lettera 43, 22/1/18). “Migranti, calano gli sbarchi. La svolta che viene ignorata” (Mieli, Corriere, 24/8/17). “Sondaggio SkyTg24, il 95% per la chiusura dei porti italiani alle Ong”. “I flussi migratori non governati minacciano la tenuta sociale e democratica dell’Italia. Questa è la mia politica” (Minniti, 15/8/17). “Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto un caso Traini” (Minniti, 7/2/18).

“Il problema dei migranti, un governo deve gestirlo con la virtù propria del governante: la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma integrarli” (Papa Francesco, 12/9/17).

Vibo, “vendetta per furti”. Fermato il killer di Sacko

Era “roba sua” quel terreno abbandonato nelle campagne di San Calogero (Comune in provincia di Vibo Valentia). Tutto quello che c’era all’interno lo riteneva di “sua proprietà”. Per questo Antonio Pontoriero non ha esitato un attimo a imbracciare il fucile e sparare contro i tre migranti, uccidendone uno, “colpevoli” di voler prendere alcune lamiere d’alluminio per costruire una baracca nel ghetto di San Ferdinando.

Fino a ieri solo indagato, per i carabinieri adesso ci sono “solidi e comprovati elementi di colpevolezza”. In nottata il procuratore di Vibo Valentia Bruno Giordano e il sostituto Ciro Luca Lotoro hanno proceduto al fermo dell’agricoltore di 43 anni per l’omicidio di Saumayla Sacko, il bracciante agricolo e attivista del sindacato Usb ucciso con un pallettone alla testa la sera del 2 giugno. Antonio Pontoriero è accusato anche di porto e detenzione illecita di armi da fuoco. Gli inquirenti così hanno ricostruiti i contorni di quel “quadro che era evidente sin dall’inizio”, come avevano dichiarato.

Un quadro che, nelle ultime ore, si è aggravato dal pericolo di fuga obbligando i pm a decidere per la misura cautelare in carcere prima ancora che il Ris di Messina consegnasse l’esito dello stub e degli accertamenti sui vestiti del presunto assassino. In attesa che le indagini consentano di capire se Pontoriero abbia agito anche per motivi razziali, secondo i carabinieri, il dato certo è che la sua è stata una vendetta motivata per la continua presenza di extracomunitari in quella che l’arrestato riteneva fosse ancora una sua proprietà. Si tratta del terreno dove si trova una fabbrica di mattoni, l’ex Fornace, finita al centro di un’inchiesta della Guardia di finanza in cui è stato coinvolto Francesco Pontoriero, lo zio del killer. Sotto la fabbrica era stata trovata una discarica abusiva (mai bonificata) dove sono state interrate 135 mila tonnellate di rifiuti tossici provenienti anche dalla centrale Enel di Brindisi. Nonostante il sequestro dell’autorità giudiziaria, l’agricoltore di San Calogero riteneva che, senza il suo consenso, nessuno potesse accedervi.

Subito dopo la sparatoria, gli investigatori hanno collegato l’omicidio di Sacko e il ferimento degli altri due migranti con la telefonata effettuata da qualcuno il 5 maggio scorso alla stazione dei carabinieri per segnalare una serie di furti nella zona. È stato poi appurato che a chiamare il 112 era stato proprio Pontoriero. Per il suo arresto, secondo il comandante provinciale dei carabinieri Gian Filippo Magro, sono state fondamentali le parole dei testimoni che erano con la vittima. Ma “anche gli accertamenti sul luogo dell’omicidio – aggiunge –. Ma l’inchiesta è ancora in corso”.

Il sindacato Usb e l’avvocato Arturo Salerni, difensore dei familiari di Sacko, chiedono che si faccia luce sull’eventuale movente razzista.

Voli cancellati, l’Antitrust multa Ryanair: 1,85 milioni

Multa da 1,85 milioni di euro a Ryanair per la cancellazione dei voli a settembre e ottobre dello scorso anno, causati dalla mancanza di piloti e una cattiva turnazione del personale. L’Antitrust ha chiuso il procedimento istruttorio contro la compagnia irlandese “accertando, quale pratica commerciale scorretta, l’avere operato numerose cancellazioni di voli in larga misura riconducibili a ragioni organizzative e gestionali già note alla compagnia – non dipendenti da cause occasionali ed esogene al di fuori del suo controllo – comportando notevoli disagi ai consumatori che avevano da tempo programmato i propri spostamenti e già prenotato e pagato il relativo biglietto aereo”, spiega l’Authority. A ciò si aggiunge “la riscontrata ingannevolezza nelle modalità attraverso le quali il vettore informava i passeggeri della cancellazione dei voli, dal momento che prospettava loro due possibili soluzioni, rimborso o modifica del biglietto, senza adeguatamente avvisarli circa l’esistenza del loro ulteriore diritto alla compensazione pecuniaria, ove dovuta e prevista dal regolamento Ue proprio in caso di cancellazione dei voli”.

Buona scuola. Studenti, altolà al governo

Dopo aver ammorbidito il giudizio sulla Buona Scuola, il premier Giuseppe Conte rischia di ritrovarsi con gli studenti in piazza a manifestare contro il governo. Non subito, ma al rientro dalle vacanze estive, quando i ragazzi torneranno tra i banchi. L’Unione degli studenti (Uds), l’associazione più rappresentativa, non ha perdonato quanto affermato mercoledì alla Camera, quando Conte ha detto che “non arriviamo per stravolgere cose, e questo vale anche per la Buona Scuola; abbiamo ragionato con i tanti soggetti interessati come dirigenti, insegnanti ed esperti, ci sono criticità sulle quali intendiamo intervenire”. A questo si aggiunga che il neo-ministro dell’Istruzione, il leghista Marco Bussetti, a marzo 2017 aveva definito la 107 “un’ottima legge che ha permesso di iniziare a ragionare con un sistema integrato tra mondo del lavoro e scuola”. L’Uds sta quindi pensando di scendere in piazza in autunno, anche perché in campagna elettorale i pentastellati e – in misura minore – i leghisti avevano attaccato la riforma renziana della scuola; posizioni sintetizzate nel contratto di governo: “Riforme inadeguate, come la Buona Scuola, intendiamo superarle con urgenza”. Questo arretramento rischia di creare una frattura tra il governo e il mondo della scuola, da sempre molto critico verso quella legge.

Attenti a quel clic: licenziati per un commento sui social

Alla fine è arrivata la sentenza della Cassazione: licenziamento per giusta causa nei confronti di una impiegata di Forlì che sul suo profilo Facebook si era lasciata andare a uno sfogo contro la sua azienda: “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda e della proprietà” è il post riportato sulla sentenza. Secondo i giudici, di carattere diffamatorio e tale da aver definitivamente incrinato il rapporto di fiducia tra dipendente e datore di lavoro. Non è però la prima volta né l’unico caso di licenziamenti e sanzioni disciplinari dovuti ai social network. Basta una breve ricerca per rintracciare una esplicativa casistica, come quella riportata dal sito Workengo, che si occupa di reputazione online. Ma partiamo da Forlì.

La vicenda risale al 2012. La donna pubblica sul suo profilo Facebook un post che nella sentenza della Cassazione viene riportato tra virgolette: “Mi sono rotta i coglioni di questo posto di merda e della proprietà”. Tra i suoi amici virtuali, però, c’è anche un collega nonché il legale della società. La donna cancella il post ma viene licenziata e la sanzione viene confermata in primo e in secondo grado. “La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone – scrivono i giudici della Suprema Corte – pertanto la condotta integra gli estremi della diffamazione e come tale correttamente il contegno è stato valutato in termini di giusta causa del recesso, in quanto idoneo a recidere il vincolo fiduciario nel rapporto lavorativo”. Giusta causa, dunque. La difesa ha provato a spiegare che la donna, 43 anni e invalida al 67%, non era consapevole della eco che avrebbe avuto il suo sfogo, che credeva corrispondesse a una chiacchierata con un gruppetto di amici. La fine del rapporto di fiducia, spiegano i giudici, c’è indipendentemente dalla natura colposa della diffamazione. E anche se l’azienda non era citata direttamente, il destinatario era facilmente identificabile.

A Nichelino (Torino) nel 2015, una dipendente di una mensa scolastica condivide sul proprio profilo Facebook il post di un politico che denuncia il ritrovamento di insetti nella purea servita agli alunni. Si limita a commentare: “Mah… io una polenta con aggiunta di scarafaggi non la mangerei volentieri”. L’azienda se ne accorge e la licenzia (guadagnava 370 euro al mese) nonostante non avesse nominato la mensa in cui lavorava direttamente e nonostante avesse condiviso il post in un profilo con impostazioni di privacy private.

Nel 2014 era toccato invece a una dipendente della Perugina, licenziata per aver criticato un capo-reparto con un post su Facebook. Nel messaggio raccontava di aver sentito che diceva a un collega che per lui era necessario il collare. Nonostante le proteste sindacali, l’azienda non si era scomposta e, contro la dipendente (che era oltretutto una sindacalista) aveva sostenuto che il caporeparto stesse riprendendo il dipendente per la scarsa osservazione delle norme di sicurezza e igiene. “Da un esponente sindacale – aveva spiegato la Nestlé – che ha la responsabilità di rappresentare centinaia di persone che lavorano nel più grande stabilimento del Gruppo Nestlé in Italia, ci si attendeva il sostegno e non la critica agli sforzi rivolti a salvaguardare la sicurezza sul posto di lavoro, l’igiene e la qualità del prodotto”.

E ancora. Nel 2012 un operaio abruzzese era stato adescato su Facebook dal proprio capo “sotto mentite spoglie”. Il titolare aveva creato un falso profilo femminile sulla piattaforma e si era accorto che il dipendente aveva preferito chattare invece di occuparsi di una lamiera incastrata sotto una pressa. La Cassazione aveva riconosciuto legittimo lo strumento di “investigazione” anche perché il lavoratore avrebbe avuto anche in precedenza atteggiamenti d’allarme: “Il lavoratore – si legge nella sentenza – era stato sorpreso al telefono lontano dalla pressa cui era addetto ed era stata scoperta la sua detenzione in azienda di un dispositivo elettronico utile per conversazioni via Internet”.

I motivi dei licenziamenti a causa dei social sono, comunque, molti. “Attenzione anche a usare troppo i social durante l’orario di lavoro, non è una grande idea”, si legge su Workengo. L’esempio è una sentenza del 2016 del Tribunale di Brescia in cui il datore di lavoro aveva calcolato che la sua dipendente ogni tre ore effettuava circa 16 accessi a Facebook sottraendo, secondo il giudice, tempo all’attività lavorativa e incrinando così il rapporto di fiducia tra lei e il suo datore di lavoro. “Se poi siete assenti dal lavoro e pubblicate foto mentre fate aperitivo o siete al mare invece di essere sotto le coperte e stravolti dalla febbre come avevate assicurato – spiegano ancora gli esperti di Workengo – beh… non si può dire che il vostro licenziamento sia immotivato da molteplici punti di vista”. E ricordano il caso del dipendente di Veneto Banca licenziato perché, dopo aver richiesto un permesso per stress psicofisico, era poi andato al concerto di Madonna.

Consob, Nava nomina la fedelissima segretario Generale

Alla fine Mario Nava l’ha spuntata. Il neo presidente della Consob è riuscito a far nominare Giulia Bertezzolo nuovo segretario generale dell’Authority di Borsa a partire dal prossimo 1 settembre. Bertezzolo è un avvocato specializzato in diritto amministrativo “con esperienza maturata nella regolazione finanziaria e nella gestione amministrativa”, recita una nota diffusa ieri. L’incarico di cinque anni – si legge – le è stato affidato “dall’intero Collegio”. Lo stesso che due settimane fa aveva chiesto a Nava chiarimenti sulla nomina della Bertezzolo – come lui funzionaria Ue nella stessa direzione a Bruxelles (Monitoraggio sistemi finanziari) – con una relazione che chiarisse il possesso dei requisiti per poter ricoprire una carica che la farà passare a un livello molto più alto e l’assenza di candidati interni adatti al ruolo. Curiosamente Bertezzolo dovrebbe arrivare “in aspettativa” da Bruxelles, mentre Nava ha scelto di restare formalmente un dipendente della Commissione in “distacco”. Una scelta che vìola la legge istitutiva della Consob (il collegio ha chiesto un parere legale e rischia la decadenza) che il neo presidente ha motivato con l’impossibilità di potersi mettere in aspettativa.

L’incubo delle nuove droghe, legali e non

“Di solito per ogni età c’è una droga di riferimento”, spiega Valerio. “Quando avevamo 16 anni eravamo in fissa con l’Mdma. Penso che ancora oggi se vuoi andare a ballare resta la droga migliore. Non la mischiavamo neanche con l’acqua, la pippavamo direttamente in modo che l’effetto fosse più rapido. È quella che ti dà la botta maggiore, ma allo stesso tempo ha un down pazzesco. Una volta ero a un rave e la musica era così bella che volevo andare avanti a ballare per tutta la notte. L’ho pippata e mi ha dato una scarica di adrenalina incredibile. Purtroppo ero così euforico che l’ho ripresa subito dopo. È stato terribile. A un certo punto ho provato a muovermi, ma le mie gambe erano immobili, come incollate al terreno. Ho vissuto una sorta di sdoppiamento, ero libero con la mente, ma imprigionato nel mio corpo. Mi è salita tutto di colpo e sono stato male. Ci ho messo 15 giorni per riprendermi, è stata la mia ultima esperienza con l’Mdma”.

Così, in un lungo reportage, un gruppo di universitari milanesi racconta senza ipocrisie le sue esperienze quotidiane con ogni tipo di droga a Fq MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da domani con “Siamo tutti drogati”, un numero dedicato a sostanze e dipendenze. Non solo illecite. Il mensile pubblica, fra l’altro, un approfondimento sul boom dell’abuso di psicofarmaci che, se negli Stati Uniti fa strage quotidiana (35 mila nel 2017 i morti da overdose da oppiodi), inizia a preoccupare anche da noi: 12 milioni di italiani ne fanno uso, e il consumo è più che raddoppiato in 15 anni. Anche tra i bambini: l’istituto Mario Negri stima che siano tra i 20 e i 30 mila quelli che assumono ‘pasticche’, spesso a fronte di ‘disturbi’ del comportamento sulla cui reale gravità il dibattito è aperto. E sempre i bambini sono vittime di una nuova patologia, la dipendenza dai giochi online: non si parla dei soliti videopoker e slot, ma giochi online di ruolo o di guerra che richiedono piccole somme per ‘potenziare’ il proprio personaggio e salire di livello. Le storie delle famiglie che ci sono cadute sono raccontate dalle terapeute che le seguono.

Mentre i fronti delle dipendenze si moltiplicano, Fq MillenniuM denuncia la quasi totale assenza di politiche di prevenzione, unica strada ormai raccomandata a livello internazionale dato il sostanziale fallimento dei programmi di conversione delle piantagioni da oppio e coca nel mondo (il mensile ne parla con Pino Arlacchi, già responsabile di quei programmi per l’Onu). Il Dipartimento delle politiche antidroga, diretta emanazione della Presidenza del Consiglio, un tempo regno di Carlo Giovanardi e del suo braccio destro superproibizionista Giovanni Serpelloni (oggi imputato a Verona per vicende legate alla locale azienda sanitaria) si dedica a minuscole iniziative locali. La conferenza nazionale di coordinamento sull’azione antidroga, imposta dalla legge, non è convocata dal 2009, idem la Consulta degli esperti e degli operatori. Le relazioni annuali al Parlamento non vengono mai discusse, il tema è scomparso dalle campagne elettorali. Un disinteresse che cozza contro i dati ufficiali che quei documenti contengono: in Italia uno studente su quattro si fa di una o più sostanze, gli eroinomani totali sono oltre 200 mila, le persone bisognose di cure specifiche 461 mila. Ma la responsabile del dipartimento, Maria Contento, contattata dal mensile del Fatto, “non rilascia colloqui”, è stata la risposta testuale del suo staff (epoca Gentiloni).

La droga, però, fa parte della storia e del costume: dall’oppiomane Marco Aurelio alle anfetamine di Jfk, passando per il vino alla cocaina che tanto piaceva al futuro santo papa Pio X, racconta un approfondimento del mensile. Lo scrittore Marco Malvaldi rispolvera la sua laurea in Chimica per raccontare quanto fosse zeppa di droga – precisamente di N-metilanfetamina, diffusa col nome di Pervitin – fin dal 1933 la Germania nazista che si preparava a conquistare l’Europa.

Grillo: “L’Ilva non va chiusa ma trasformata in un parco”

La proposta lanciata ieri da Beppe Grillo di riconvertire l’Ilva di Taranto in un parco tecnologico si è tradotta immediatamente per i 13.800 lavoratori della più grande acciaieria di Europa in un assaggio delle montagne russe.

Alle 3 del pomeriggio il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio è intervenuto nella discussione sulle ipotesi di chiusura: “Voglio dare un messaggio chiaro a tutti coloro che hanno queste preoccupazioni. Qualsiasi decisione sarà presa con responsabilità e attenzione, non davanti alle telecamere”. Tre ore dopo, il fondatore del Movimento 5 Stelle si è piazzato davanti a una telecamera e ha dato la sua linea sull’Ilva: “Nessuno ha mai pensato di chiuderla”, punto scottante sul quale Di Maio non si è ancora espresso da ministro.

Ecco la proposta: “Ho sempre sognato che questo bellissimo golfo di Taranto tornasse a essere una cosa meravigliosa con tecnologie di energie rinnovabili, con centro per le batterie”. Poi l’esempio del bacino della Ruhr in Germania (oltre 4mila chilometri quadrati e 6 milioni di abitanti, 142 miniere di carbone e 1.400 chilometri di autostrade e tangenziali tra Bonn, Colonia, Düsseldorf e Leverkusen). Quell’area è stata bonificata in dieci anni, dal 1990 al 2000, e ancora oggi rappresenta “un esempio seguito da tutti gli architetti, i bio-architetti e gli ingegneri del mondo industrializzato”.

Tutto vero, ma va anche osservato che nella Ruhr la grande bonifica e riconversione (costata secondo Grillo solo 2,5 miliardi) dell’inquinatissimo distretto industriale non ha lasciato in vita una sola acciaieria. Che trasformare l’acciaieria in un parco significhi non chiuderla è un concetto difficilmente afferrabile.

Il leader della Fim Cisl Marco Bentivogli ha imbracciato il bazooka: “Verrebbe la voglia di commentare le assurde parole pronunciate da Beppe Grillo se non ci fossero in ballo 20mila posti di lavoro (indotto compreso, ndr). La questione industriale merita competenza e serietà e per questo non parteciperemo a botta e risposta gravi e comunque poco seri”.

Caustico, via Twitter, il predecessore di Di Maio Carlo Calenda, che fino a pochi giorni fa ha cercato senza successo di sbrogliare la complicata matassa dell’Ilva: “Ho visto il video di Beppe Grillo dove da terrazza su mare stile grande Gatsby delirava su riconversione in parco giochi della prima acciaieria europea che dà lavoro a 14 mila operai e mi sono venuti i brividi”.

La sortita di Grillo rende ancora più incandescente la vicenda e aumenta le difficoltà per Di Maio. I sindacati confederali dei metalmeccanici (Fiom, Fim e Uilm) hanno scritto al ministro chiedendo “un incontro urgente” per capire le intenzioni del nuovo governo. Nella lettera i sindacati ricordano la “fase delicata” in sui si trova la trattativa con la cordata Am Investco (il leader mondiale anglo-indiano ArcelorMittal e Intesa Sanpaolo) “che dal primo luglio potrebbe prendere possesso degli stabilimenti senza aver raggiunto un’intesa sindacale”.

ArcelorMittal, basandosi sugli accordi con il governo, non è disposta a prendere in carico più di diecimila lavoratori, anche con sacrifici retributivi, e gli altri 3800 dovrebbero lavorare sostanzialmente per lo Stato nelle bonifiche. La trattativa è in stallo da mesi. Se da una parte c’è chi chiede la chiusura in nome dell’ambiente e della salute, dall’altra parte chi si batte per il rilancio dell’attività siderurgica in versione “pulita” è ancora in cerca della quadratura del cerchio, come dimostra la frustrazione di Calenda. E nessuno è certo che ArcelorMittal voglia davvero andare fino in fondo. La chiusura dell’Ilva rimane sempre la soluzione preferita dai signori europei dell’acciaio, da anni alle prese con una forte sovraccapacità produttiva.

 

Castellammare, la città che divora un sindaco ogni 2 anni

A Castellammare di Stabia, città tipo della deindustrializzazione nel Napoletano, dal 2012 sfiduciano un sindaco ogni due anni: in sequenza prima l’azzurro Bobbio e poi i dem Cuomo e Pannullo. Siamo alla quarta campagna elettorale in otto anni e i partiti ci arrivano slabbrati e sfiniti, con le carte rimescolate e i trasformisti sul piedistallo. A cominciare dal Pd, che tanto per cambiare è diviso. Con una lista monca (19 candidati su 24) appoggia un candidato sindaco, Massimo De Angelis, con trascorsi importanti in Forza Italia. Ma un dirigente dei dem, Andrea Di Martino, si è candidato a sua volta a capo di una coalizione di centro. Di Martino era il vice dell’ultimo sindaco, il Pd Pannullo. Prima di essere sfiduciato, Pannullo ha denunciato sulla stampa pressioni della camorra sulla sua amministrazione. Chiamato da due procure – Napoli e Torre Annunziata – Pannullo non ha però fornito nomi, fatti e circostanze precise. Il centrodestra schiera Gaetano Cimmino, un ex segretario del Pd stabiese, che avrebbe vinto il ballottaggio interno con De Angelis (sì, quello ora leader del centrosinistra…). La sinistra candida Tonino Scala, il M5S punta sull’ex An Francesco Nappi.

I Berluscones e gli ex Dc: il derby dell’usato sicuro

Il centrodestra spera di prendersi la Leonessa. Ma conquistare Brescia, che dal dopoguerra ha virato a destra una sola volta nel 2008 con Adriano Paroli (per poi tornare subito all’ex democristiano Emilio Del Bono) non sarà impresa facile, nemmeno confidando nell’onda lunga delle politiche nazionali e del nuovo governo. Le ultime stime danno in testa la coalizione di centrosinistra guidata dal sindaco uscente Del Bono (44-48%) sulla candidata di Forza Italia, Paola Vilardi (42-44%), risultato che sarebbe confermato anche in caso di ballottaggio, secondo il sondaggio Swg commissionato dal comitato elettorale di Vilardi. Il M5S, nonostante il meetup di Brescia sia uno dei più antichi e possa contare su un veterano del movimento, il senatore Vito Crimi, sempre stando ai sondaggi rischia di non superare il 10 per cento. E la campagna elettorale ha assunto sapori d’altri tempi, con la candidata Vilardi (moglie dell’ex sottosegretario del Pdl allo Sviluppo economico, Stefano Saglia) sostenuta da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Udc e Popolo della Famiglia che sembra aver riavvolto il nastro di diversi anni, intenta a cavalcare i vecchi cavalli di battaglia berlusconiani.

La mobilità? “Aprire la Ztl e un’ora di parcheggio gratis per chi fa acquisti in centro”. La raccolta rifiuti? “Basta con il porta a porta, ritornare ai cassonetti e ai compattatori”. Le politiche sociali? “Prima i bresciani” – adattamento locale del mantra salviniano – con una sorta di riedizione del bonus bebè voluto dall’ex sindaco del Pdl Paroli, bocciato sette volte dai giudici perché discriminatorio nei confronti dei cittadini stranieri (questa volta i 150 euro alle coppie con figli verrebbero assegnati in base a un punteggio dato agli “anni di residenza”). I commercianti? “Agevolazioni per l’occupazione dei plateatici e ordinanze per fermare le kebabberie e i negozi di cibi etnici”. Il centrodestra nel frattempo – riferiscono fonti del M5S – avrebbe cercato l’avvicinamento con il Movimento 5 Stelle (che non potendo contare sulla consigliera comunale Laura Gamba, reduce da 5 anni di opposizione, ha candidato l’imprenditore Guido Ghidini) offrendo in cambio un assessorato, ricevendo in cambio un secco no. Nessuna mossa invece da parte di Del Bono, sostenuto da Pd, Brescia per Passione, Brescia 2030 (Psi), LeU e da due civiche, forte dei sondaggi e della convinzione, diffusa negli ambienti che contano in città, che alla fine prevarrà una scelta di continuità: “Ancora di più”, lo slogan del suo comitato, punta su questa scommessa.

Il sindaco uscente snocciola i risultati della sua giunta – ed è stato tra l’altro multato per questo dall’Agcom, che ha censurato il sito bresciainchiaro.it collegato al portale del Comune e considerato “propagandistico” – su ambiente, conti, sicurezza, mobilità sostenibile, cultura e politiche sociali. Vilardi, intanto, attacca su sicurezza e immigrazione. Ma i dossier più importanti della città restano sempre sul tavolo: la bonifica del Sito inquinato d’interesse nazionale Caffaro, la fabbrica chimica che ha avvelenato Brescia con diossine e Pcb, per cui servono almeno 800 milioni di euro. L’emergenza abitativa, affrontata dall’assessore alle Politiche per la casa Marco Fenaroli ma senza un adeguato sostegno regionale e nazionale. La gestione pubblica del ciclo idrico, su cui a ottobre si terrà un referendum. Il rapporto con A2a, multiutility controllata insieme al Comune di Milano (Brescia detiene il 25% delle quote) e diventata una multinazionale dell’energia, le cui scelte strategiche sembrano sempre più scollegate dalle politiche del il territorio di riferimento. Anche se alla fine, nonostante le polemiche per l’inceneritore sovradimensionato a due passi dalla città (800 mila tonnellate di rifiuti l’anno) e per le inchieste giudiziarie che hanno svelato triangolazioni di rifiuti provenienti da Napoli e Roma, a spazzare via ogni dubbio sono arrivati i dividendi distribuiti dall’azienda al Comune di Brescia, 45,2 milioni di euro (la partecipazione di Brescia vale in totale 1,3 miliardi) che hanno lenito gran parte delle ferite.

Tutti temi, questi, su cui Del Bono si è esercitato con qualche timidezza, tanto da essere attaccato dagli alleati socialisti per aver agito con una “logica da amministratore di condominio”. L’estrema destra infine si presenta divisa, con Laura Castagna (Brescia Italiana, Forza Nuova e Azione Sociale) che corre separata da Davide De Cesare di Casapound e dalla lista di Leonardo Peli (“Pro Brixia – Il Bigio”, riferimento alla statua di Arturo Dazzi “Era Fascista” che la destra vorrebbe riportare in Piazza Vittoria). Mentre a sinistra è il simbolo comunista a dividere il medico Alberto Marino, candidato di Potere al Popolo!, disposto a metterlo da parte, e Lamberto Lombardi del Partito Comunista Italiano, indisponibile a rinunciare a falce e martello.