La grillina Palumbo: “L’intesa con Salvini è tradimento: vado via”

Coerente fino all’ultimo, Dora Palumbo, la consigliera comunale pentastellata di Bologna che ieri ha preso le distanze dal Movimento. Il motivo? L’alleanza 5 Stelle con la Lega di Salvini. “Oggi ho preso le distanze dal M5S perché ritengo che abbia abbandonato i suoi principi fondanti. L’alleanza-contratto con la Lega è un’alleanza con la casta, quella casta che per tanti anni avevamo combattuto”, ha scritto in una nota. Palumbo ha criticato in particolare la scelta di andare “a governare con una forza politica che non ha a cuore gli ultimi, ma cerca il consenso seminando odio e paura per poi innalzarsi ad antidoto per accaparrarsi voti”.

“Mi auguro comunque che questo governo operi per il bene del paese. Per conto mio – ha scritto la consigliera senza esplicitare ma rendendo di fatto quasi inevitabile una sua uscita dal gruppo dei 5 Stelle – continuerò a lavorare come avevo promesso nel 2016 come se i valori fondanti del M5S non fossero mai stati calpestati, difendendo gli ultimi, l’ambiente e la libertà.

“I revisori dei conti vogliono farci morire”

“Bene le intercettazioni. Non abbiamo nulla da nascondere”. Il giorno in cui alcune sue conversazioni intercettate compaiono sui giornali locali, Chiara Appendino replica con serenità. Si parla dell’inchiesta sul caso Ream in cui la sindaca M5S di Torino, l’assessore al Bilancio Sergio Rolando, l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana e il direttore del settore finanze Paolo Lubbia sono indagati a vario titolo per falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio in merito alla violazione di una norma sugli impegni di spesa.

Per la procura, entro la fine del 2016 la Città avrebbe dovuto restituire una caparra di cinque milioni di euro alla società Ream, che aveva versato quella somma per avere la prelazione su un’area da riqualificare. Tuttavia quel progetto è stato vinto da un’altra società e quindi il Comune avrebbe dovuto renderli.

Nell’autunno 2016, predisponendo il bilancio di previsione, però, Appendino, Rolando e Giordana convincono l’allora direttrice della sezione Finanza Anna Tornoni che sono in corso trattative con Ream per posticipare il pagamento e non registrarlo tra i debiti. Secondo i pm in verità non c’era nessun accordo in corso: sarebbe un falso in atto pubblico, ma così facendo avrebbero commesso anche un abuso d’ufficio “provocando al Comune di Torino un ingiusto vantaggio patrimoniale”, cioè l’avere a disposizione quei 5 milioni, “contestualmente provocando a Ream un danno ingiusto di pari entità”.

Appendino e Rolando avrebbero ripetuto gli stessi reati l’estate successiva (non più con Giordana, ma con Lubbia) nella preparazione del bilancio di previsione 2017-2019. Al centro di tutto ciò c’era però uno scontro con i revisori dei conti sulla valutazione di alcuni principi contabili introdotti nel 2016. I tre controllori ritenevano che quel debito dovesse essere registrato come “debito fuori bilancio”, ma questo avrebbe costretto Appendino a fare dei tagli per far quadrare i conti disastrati della Città. Così, il 25 luglio scorso, la sindaca – al telefono con l’assessore Rolando – commenta il parere fornito dai revisori: “Ho letto il parere dei revisori. Ma sono matti?”. Risponde l’assessore: “Sono pazzi. Sì, sì lo so”. E in un’altra occasione: “È chiaro che se ci fanno mettere a bilancio adesso i 5 milioni vuol dire farci male”. E Rolando: “Guardate che noi moriremo eh, qui… Moriremo coi revisori”. E lei: “Il loro obiettivo è quello, secondo me”. Comune, a quel punto, la volontà di “pararsi” chiedendo “un parere a un avvocato”.

E così ieri la sindaca ha dovuto commentare: “Che ci fosse un rapporto teso coi revisori dei conti e differenti opinioni rispetto all’iscrizione a bilancio si sapeva. Che il Comune fosse in grande difficoltà finanziaria non l’abbiamo mai nascosto, qualcun altro sosteneva che non fosse così”.

Appendino era più serena da quando, nel febbraio scorso, una delibera della sezione di controllo della Corte dei Conti del Piemonte aveva approvato il bilancio previsionale 2017-2019 e dato ragione alla Giunta affermando che quella caparra (restituita alla Ream a gennaio) potesse non essere registrata nei “debiti fuori bilancio”.

Alla Procura di Torino, però, interessano i reati e non i principi contabili. Anzi, secondo quanto è possibile apprendere, dall’abuso d’ufficio e dalla violazione della norma non è emerso un vantaggio per il Comune, nel senso della città, ma per la giunta, che evitando pasticci coi debiti si è messa al riparo da eventuali commissariamenti. “Stiamo gestendo enti in grandissima difficoltà – ha aggiunto Appendino – e ci siamo assunti la responsabilità di farlo senza creare effetti traumatici sui cittadini. Per questo abbiamo anche fatto la scelta di non andare in pre-dissesto (sorta di amministrazione controllata che avrebbe provocato tagli lineari e aumenti delle tariffe, ndr), perché abbiamo sempre messo davanti l’interesse della città anche rischiando”.

Niente accordone sui posti: Camere ferme altri 10 giorni

Le Camere restano sostanzialmente ferme, in attesa che nel complicato mosaico di nomine e poltrone ogni tessera trovi il suo posto. L’incarico pieno conferito al governo Conte con il doppio voto di fiducia, martedì e mercoledì, non ha risolto l’impasse: la soluzione di una crisi politica di tre mesi non basta per far partire l’attività parlamentare. Per farlo servono le commissioni. E le commissioni non vedranno la luce prima di lunedì 18 giugno.

Prima, Lega e Movimento 5 Stelle devono chiudere la faticosa trattativa su quello che rimane del governo e sugli altri incarichi vacanti. Da diversi giorni si parla di un accordo di massima già trovato e di “dettagli da limare”, ma intanto l’operazione resta in sospeso. E ogni singola partita condiziona le altre: alcuni di coloro che resteranno fuori dall’infornata di viceministri e sottosegretari potrebbero essere compensati con la presidenza di una commissione. Sempre bloccate le questioni Tlc e Servizi: la delega alle telecomunicazioni è contesa tra il “superministro” Luigi Di Maio e la Lega, la seconda – che pareva essere destinata al grillino Vito Crimi – per ora dovrebbe restare al premier Conte. Mentre il borsino di giornata dà in ascesa il nome del deputato del Carroccio Massimo Garavaglia come viceministro dell’Economia.

Nel quadro complessivo della spartizione, poi, rientrano anche le nomine imminenti ai vertici delle aziende pubbliche (Rai, Cassa depositi e prestiti, Enel, Eni, Fincantieri, Poste, solo per citare le principali).

Mentre i partiti di maggioranza cercano l’accordo le Camere lavorano a singhiozzo. Ieri la riunione dei capigruppo a Montecitorio ha definito il calendario di giugno. La prossima settimana l’assemblea è convocata solo due giorni: mercoledì i deputati eleggono un questore e un vicepresidente, visto che il 5Stelle Riccardo Fraccaro e il leghista Lorenzo Fontana nel frattempo sono diventati ministri e hanno lasciato sguarniti i rispettivi incarichi; giovedì sarà esaminato il decreto sugli incentivi alle imprese ereditato dal governo Gentiloni. Poi tanti saluti e appuntamento al lunedì successivo: senza commissioni l’aula non serve a granché. Per questo il presidente della Camera Roberto Fico ha inviato una lettera di sollecito ai gruppi parlamentari, invitandoli a fare in fretta. Ma qui si torna al punto di partenza: finché Lega e 5Stelle non si accordano sulle poltrone vacanti, le presidenze delle commissioni restano a loro volta in sospeso.

La data limite è lunedì 18 giugno: i due partiti di maggioranza dovrebbero trovare la quadra sui sottosegretari entro la fine della prossima settimana (l’ha garantito Fraccaro, ministro per i rapporto con il Parlamento). Ma pure se non dovesse succedere, ieri i capigruppo hanno convenuto su un fatto: non si aspetterà ulteriormente. Il 18 giugno le commissioni si fanno comunque.

A quel punto saranno passati 106 giorni dalle elezioni del 4 marzo: non pochi. Senza dimenticare che Lega e Movimento 5 Stelle avevano proposto di far partire i lavori in anticipo, mentre si era ancora nel pieno della crisi politica. Il contesto ovviamente era molto diverso: in quei giorni Sergio Mattarella aveva affidato l’incarico a Carlo Cottarelli, stava per nascere un governo tecnico senza maggioranza parlamentare. I gialloverdi volevano manovrarlo, appunto, attraverso le commissioni parlamentari. Poche ore dopo è tornato in sella Giuseppe Conte e le priorità sono cambiate.

Da quel momento è iniziata una trattativa incessante sui nomi del governo e poi del sottogoverno. Riassume Federico Fornaro, capogruppo di LeU: “E meno male che non erano interessati alle poltrone”…

Il profeta Piero non si rassegna…

A Piero Fassino va riconosciuto il coraggio. Malgrado le ferite del passato, continua a regalare profezie. Mercoledì ha battezzato Giuseppe Conte: “Il suo discorso è imbarazzante. Non possiamo rassegnarci a lasciare l’Italia in queste mani”. Sottotesto: il governo non durerà. Visti i precedenti ci si poteva aspettare più cautela: le sue capacità divinatorie – immortalate nella pagina Facebook “Le lungimiranti profezie di Fassino”, oltre 20 mila iscritti – sono ormai nella leggenda. Un mito che affonda le radici nella storica sentenza del 2009: “Se Grillo vuol fare politica fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende”. Ahia. Non ancora consapevole dei propri mezzi, Piero ha fatto il bis nel 2015, rivolgendosi a una consigliera di opposizione a Torino: “Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo cosa riesce a fare”. Si chiamava Chiara Appendino, l’anno successivo l’ha battuto alle elezioni. Anche questo giornale, va detto, ha beneficiato dell’arte di Fassino. Quando era segretario dei Ds e Antonio Padellaro dirigeva l’Unità, il profeta chiedeva il licenziamento di Marco Travaglio dal quotidiano di Gramsci. All’ennesimo rifiuto, sibilò un anatema micidiale: “Se volete fare di testa vostra, fatevi un nuovo giornale e poi vediamo come va”. Il Fatto Quotidiano è approdato in edicola il 23 settembre 2009.

I due Pd: il Partito del Pop-corn e il No pasaran!

La due giorni della fiducia al primo governo “populista” tra le molte novità ne ha portata anche una nel Partito democratico e non piccola. Dal dibattito parlamentare è venuto fuori che i Pd sono (almeno) due, uno al Senato e uno alla Camera, per semplificare quello dei “pop-corn” e quello “No pasaràn!”.

Il comportamento in Aula ha reso le due linee – i due partiti – di plastica evidenza. Il gruppo dem di Palazzo Madama è il fortino di Renzi e del suo macronismo di ritorno. Il modo in cui bisognerà rapportarsi col governo l’ha messo a verbale direttamente il capo, il “senatore semplice di Firenze, Scandicci, Signa, Lastra a Signa e Impruneta”, cui i colleghi altrettanto “semplici” hanno generosamente concesso i loro minuti di dibattito per permettergli un intervento più lungo: “Lei è un premier non eletto, potrei dire un collega – ha detto a Conte – Ma nessuno le nega la legittimità perché non ce n’è motivo”. E ancora: “Il presidente del Consiglio non avrà la nostra fiducia, ma avrà sempre il nostro rispetto. Noi la rispetteremo perché lei è anche il nostro presidente”. E a Di Maio: “Avete fatto la storia almeno 80 volte in 89 giorni, lei ha detto ‘Lo Stato siamo noi’, ma lei non è lo Stato, voi siete il potere e tocca a voi. Non avete più alibi, siete l’establishment”. È la linea detta “del pop-corn”: tutti calmi, non passate per rosiconi, lasciateli fare e vedrete che si ammazzano da soli.

A Montecitorio, però, non si sgranocchia nulla. Il gruppo Pd è appannaggio degli anti-renziani (Martina, Franceschini, etc) o dei post-renziani (Delrio) e lì l’opposizione assume invece i toni un po’ ridicoli, dati gli interpreti, dell’antifascismo militante: “No pasaràn!”, appunto. Per questo mercoledì il capogruppo Graziano Delrio, invece che l’ex sindaco democristiano della bassa padana che è, sembrava Buenaventura Durruti: “Presidente Conte, lei ha rivendicato di essere populista ma in nome del popolo in questo Paese sono stati commessi delitti orrendi, approvate leggi razziali, in Europa sono stati commessi genocidi. Tutti i grandi dittatori lo fanno in nome del popolo”.

L’ex ministro cattolico, una vita familiare pienissima e una politica in serena seconda linea, s’è pure lanciato nell’attacco diretto al premier: “Non venga qui a darci lezioni. Ci faccia un piacere, studi: riprenda il programma e lo riscriva di suo pugno, perché è lei il presidente del Consiglio. Non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti”. Attorno a Buenaventura Delrio, intanto, si scalmanavano gli anarcosindacalisti Fiano e Scalfarotto. Dopo la fiducia, Luca Lotti (partito del pop-corn) s’aggirava per Montecitorio sconsolato: “Così non va bene, glielo avevo pure detto”.

D’altra parte, i popcornisti ricordano che si partì così anche con Berlusconi nell’aprile 1994 e, nonostante all’epoca avesse la metà dei voti dei “populisti” di oggi, il Caimano ha poi governato a lungo e sta ancora lì col suo partito azienda, il cui gruppo – curiosamente – ora si scambia graziosamente gli applausi in Aula con quello del Pd, cioè con gli stessi che gli davano dei fascisti al debutto. La politica di palazzo fa strani giri: “Meglio il pop-corn”, dice Renzi pensando all’incerto futuro.

Fortunato e i suoi conflitti d’interessi puntano a Chigi

Senza rete, su un filo teso a 50 metri d’altezza tra l’annunciato cambiamento radicale da una parte e l’inchino al vecchio ordine dall’altra, il duo Salvini-Di Maio offre un numero ad altissimo rischio: per la guida della macchina governativa pensano di affidarsi a chi dell’ancien régime è stato una bandiera, Vincenzo Fortunato. È lui uno dei papabili come segretario generale di Palazzo Chigi. Lui che per un quindicennio è stato il supermandarino della Repubblica e di recente è rispuntato come avvocato e consulente legale di grandi gruppi titolari di concessioni statali come Lottomatica-Igt (Lotto e giochi) e Toto (autostrade). A riprova della validità di un vecchio detto del potere romano: i governi passano, i superburocrati restano. E se sono bravi, come tutti riconoscono sia Fortunato, influenzano i governanti fin quasi a condurli per mano. Meglio ancora se sono pure ben incistati nei palazzi della giustizia amministrativa, dai Tar al Consiglio di Stato. E anche in questo Fortunato non ha rivali.

Come una salamandra che secondo gli alchimisti medievali poteva correre tra le fiamme senza bruciarsi, Fortunato ha attraversato indenne un periodo di fuoco: “Non ho mai ricevuto un avviso di garanzia, mai una citazione in giudizio e nemmeno i miei ministri hanno avuto guai per il mio lavoro”, rivendica parlando con Il Fatto Quotidiano.

Le inchieste e le polemiche gli sono passate a fianco, come per il Mose di Venezia, per esempio, per il quale Fortunato e l’ex presidente Anas, Pietro Ciucci, recitavano due parti in commedia, controllori e controllati con collaudi milionari delle singole parti, ma anche con una specie di supercollaudo finale. Un’operazione lautamente pagata e giudicata anomala perfino da un ministro niente affatto giacobino come Maurizio Lupi, che troncò l’andazzo.

Sessantadue anni, moglie e quattro figli, magistrato amministrativo, avvocato, docente alla Scuola nazionale dell’amministrazione (presieduta fino a non molto tempo fa da Giovanni Tria, nuovo ministro dell’Economia), Fortunato il mestiere di mandarino di Stato ce l’ha nel sangue. L’ha ereditato dal padre che nella Prima Repubblica fu capo di gabinetto di Emilio Colombo, governante di primo piano della Democrazia cristiana.

Vincenzo ha coltivato le stesse inclinazioni di centrodestra nella versione berlusconiana. Tutt’oggi è da lì, da Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dipinto come l’anima riflessiva e manovriera della Lega, che arriva la spinta per rilanciarlo al vertice della macchina statale.

Dal 2001 al 2013 Fortunato è stato a lungo il potente uomo ombra di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e delle finanze. Con una parentesi (2006-2008) in un governo di centrosinistra alle Infrastrutture con Antonio Di Pietro, già suo compagno di corso in magistratura.

Lì Fortunato ha conosciuto pure Gianroberto Casaleggio, che per Di Pietro ministro curava la parte informatica e che poi divenne il nume tutelare dei 5Stelle.

Dal 2013 è fuori dalle stanze dei ministeri. Per lo Stato dovrebbe liquidare la società Ponte sullo Stretto posseduta all’81 per cento da Anas, ma la faccenda va stancamente avanti da 5 anni e ora si aspetta dal Tribunale civile una sentenza che dovrà stabilire se deve essere pagata una penale di 800 milioni di euro oppure appena di 10 milioni al costruttore Salini-Impregilo e ai progettisti Parsons.

Da tre anni Fortunato si è riciclato come avvocato e i suoi migliori clienti sono alcuni di quei concessionari pubblici con cui aveva avuto a che fare quando era capo di gabinetto. Da Lottomatica è stato ingaggiato per la grana della concessione del “Gratta e vinci” rinnovata proprio a Lottomatica senza gara per 9 anni e per 800 milioni di euro mentre la concorrente Sisal era disposta a offrire di più.

Nel gruppo Toto l’ha voluto Daniele, politico di centrodestra, ex deputato e nipote del capostipite Carlo. Fortunato ha ingaggiato un braccio di ferro con l’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ed è riuscito in tribunale a far passare il principio che la rata dovuta per legge dalla Strada dei parchi-A24 all’Anas (53 milioni di euro l’anno) sia destinata alla ristrutturazione del tracciato autostradale vecchio e pericoloso.

Anm e giornalisti: “Bene lo stop a decreto intercettazioni”

Consenso dall’Anm e dai giornalisti, critiche dagli avvocati penalisti. L’intervista di ieri sul Fatto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha suscitato molte reazioni. A cominciare da quella del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Francesco Minisci, che accoglie con favore l’intenzione del ministro di intervenire sul decreto sulle intercettazioni, in vigore dal 21 luglio: “La riforma delle intercettazioni è sbagliata e dunque se ci sarà un ripensamento non potremo che essere d’accordo”. E anche il procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho commenta: “Una riflessione va fatta, un sistema che renda più difficile il lavoro della polizia giudiziaria ostacola l’efficienza del contrasto alla criminalità”. Mentre Fnsi e Ordine dei giornalisti dichiarano: “Abbiamo contestato nel metodo e nel merito il provvedimento, quindi non possiamo che accogliere positivamente le parole di Bonafede”. Il presidente dell’Unione delle Camera penali, Beniamino Migliucci, lo critiva invece per aver annunciato di voler fermare il cosiddetto decreto salva carceri: “ll Guardasigilli ha una visione della pena fondata sul carcere, totalmente sbagliata. Confonde la certezza della pena con il fatto che vada scontata in carcere”.

La replica di Cantone: “Fatti passi in avanti, io resto fino al 2020”

La replica di Raffaele Cantone è arrivata a poche ore dall’attacco di Conte: “Forse il Paese ha investito troppo” per l’Autorità nazionale anticorruzione, aveva detto il premier. “Il mio incarico finisce nel 2020 – ha risposto Cantone –. Possiamo anche essere insoddisfatti, ma abbiamo fatto grandi passi in avanti, non mettendo la spazzatura sotto il tappeto ma buttandola fuori di casa”. E poi: “Non è vero che parlare di corruzione fa male, è una bugia – ha aggiunto Cantone –. Negli ultimi tre anni nella percezione della corruzione l’Italia ha guadagnato dieci posizioni nelle classifiche internazionali”. In questo caso il riferimento è a un’altra dichiarazione del primo ministro, quando durante la Festa della Repubblica aveva detto che “è sbagliato rappresentare l’Italia come un Paese di corrotti”.

Il rischio dello scontro è alto e allora Palazzo Chigi ferma la polemica sul nascere. In un comunicato dice che i due si sono sentiti “al telefono” e il colloquio è stato “cordiale.” Entrambi sono d’accordo “sulla necessità di rafforzare la lotta alla corruzione, individuando specifici percorsi di legalità nell’ambito della pubblica amministrazione, ma con una semplificazione del quadro normativo“.

Le promesse di Di Maio: “L’Iva non aumenterà. Alla Ue diremo anche no”

“L’Iva non aumenterà, vi do la mia parola”. Dal palco dell’assemblea di Confcommercio, il vicepremier nonché ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ieri mattina ha giurato che “le clausole di salvaguardia saranno disinnescate”. Il passaggio più importante in un discorso in cui Di Maio ha seminato rassicurazioni alla platea: “Quando parliamo di turismo parliamo di infrastrutture, in cui alcune regioni strategiche neanche ce ne sono, in altre ci sono luoghi bellissimi e neanche un treno che porti i turisti fino a lì. Chi sta raccontando che questo sia il governo del no alle infrastrutture sbaglia”.

Poi ha ribadito una tesi già più volte presentata in campagna elettorale: “La ricetta per fare decollare le imprese che creano lavoro e sviluppo è lasciarle in pace”., Tradotto, “via redditometro e spesometro”. Di Maio ha anche colto l’occasione per ripetere che il suo governo si farà sentire con l’Unione europea: “Se vogliamo bene all’Italia, e noi gliene vogliamo, dobbiamo contrattare con l’Europa le condizioni che l’Italia non può più sostenere, dicendo anche dei no”. Ma gli applausi più forti li ha presi quando ha promesso l’inversione dell’onere della prova in materia di evasione fiscale: “Fino a prova contraria siete tutti onesti”. Mentre sono stati attimi di gelo invece quando il capo politico del M5S ha insistito sulla necessità di “garantire un salario minimo” a tutte le categorie di lavoratori che attualmente sono fuori della contrattazione collettiva.

La minaccia per i gialloverdi è la fine degli acquisti Bce

Come nei giorni del panico e di Carlo Cottarelli: il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni ieri è tornato sopra il 3 per cento, sul mercato secondario dove gli operatori comprano e vendono i Btp che hanno in portafoglio. A inizio settimana era al 2,5 per cento. “Questi movimenti rivelano la vulnerabilità dei mercati del debito nella periferia dell’eurozona, con l’Italia che trascina al rialzo i rendimenti dei bond degli altri Paesi”, scrive Kate Allen per il Financial Times. Sta tornando la crisi dell’euro? Molti analisti cominciano a chiederselo, ma non è colpa del governo italiano gialloverde.

Giovedì prossimo, la Bce riunirà i governatori per il meeting mensile e non si annunciano buone notizie: Peter Praet, il capo economista della Banca centrale europea, ha detto che “la prossima settimana il Consiglio direttivo valuterà se i progressi fatti finora sono stati sufficienti a giustificare una graduale uscita dal Quantitative easing”. E gli ultimi numeri indicano che i progressi ci sono stati: a maggio l’inflazione saliva dell’1,9 per cento, la Bce ha l’obiettivo del 2. Il presidente Mario Draghi nei mesi scorsi si era cautelato spiegando che il Quantitative easing – cioè l’acquisto di titoli di Stato da parte di Francoforte – non sarebbe terminato in modo meccanico al raggiungimento della soglia obiettivo, ma soltanto quando la tendenza dei prezzi si fosse assestata. Però sarà sempre più difficile contenere le pressioni che arrivano soprattutto dalla Germania per ridurre lo stimolo monetario straordinario – oggi 30 miliardi al mese – che ha come effetto collaterale di deprimere i rendimenti degli investimenti finanziari dei risparmiatori tedeschi i quali non si curano del costo del proprio debito pubblico, vicini a zero.

Il governo Conte rischia di trovarsi in una tempesta perfetta, con l’inizio della fine del Quantitative easing in autunno che si sovrappone alla sessione di bilancio. Ancora ieri Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo e leader M5S, ha ripetuto la promessa di non far aumentare l’Iva nel 2019: servono 12,5 miliardi da trovare nella legge di Bilancio. Poi ci sarebbe la manovra correttiva da 10 miliardi che la Commissione europea avrebbe titolo di richiedere (ma è difficile che lo faccia). Poi ci sono tutte le promesse del “contratto” di governo che valgono decine di miliardi. Se a questo si aggiungono tensioni sullo spread e un aumento della spesa per interessi (un incremento dell’1 per cento dei tassi, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, farebbe salire il conto di 1,8 miliardi già il primo anno).

“Cos’è la sostenibilità del debito dell’eurozona senza la garanzia della Banca centrale?”, la domanda di Claudio Borghi, economista e deputato della Lega, pare filosofica. Ma indica una linea: il problema del debito non sono le scelte della politica, ma il comportamento della Bce. Se anche Francoforte ridurrà il suo sostegno, il governo non ridurrà le sue pretese: “C’è un contratto di governo da rispettare, dovremo discutere di deficit con l’Ue e non stiamo parlando di un paio di miliardi”, assicura Borghi. Non sarà un autunno per deboli di cuore.