Senza rete, su un filo teso a 50 metri d’altezza tra l’annunciato cambiamento radicale da una parte e l’inchino al vecchio ordine dall’altra, il duo Salvini-Di Maio offre un numero ad altissimo rischio: per la guida della macchina governativa pensano di affidarsi a chi dell’ancien régime è stato una bandiera, Vincenzo Fortunato. È lui uno dei papabili come segretario generale di Palazzo Chigi. Lui che per un quindicennio è stato il supermandarino della Repubblica e di recente è rispuntato come avvocato e consulente legale di grandi gruppi titolari di concessioni statali come Lottomatica-Igt (Lotto e giochi) e Toto (autostrade). A riprova della validità di un vecchio detto del potere romano: i governi passano, i superburocrati restano. E se sono bravi, come tutti riconoscono sia Fortunato, influenzano i governanti fin quasi a condurli per mano. Meglio ancora se sono pure ben incistati nei palazzi della giustizia amministrativa, dai Tar al Consiglio di Stato. E anche in questo Fortunato non ha rivali.
Come una salamandra che secondo gli alchimisti medievali poteva correre tra le fiamme senza bruciarsi, Fortunato ha attraversato indenne un periodo di fuoco: “Non ho mai ricevuto un avviso di garanzia, mai una citazione in giudizio e nemmeno i miei ministri hanno avuto guai per il mio lavoro”, rivendica parlando con Il Fatto Quotidiano.
Le inchieste e le polemiche gli sono passate a fianco, come per il Mose di Venezia, per esempio, per il quale Fortunato e l’ex presidente Anas, Pietro Ciucci, recitavano due parti in commedia, controllori e controllati con collaudi milionari delle singole parti, ma anche con una specie di supercollaudo finale. Un’operazione lautamente pagata e giudicata anomala perfino da un ministro niente affatto giacobino come Maurizio Lupi, che troncò l’andazzo.
Sessantadue anni, moglie e quattro figli, magistrato amministrativo, avvocato, docente alla Scuola nazionale dell’amministrazione (presieduta fino a non molto tempo fa da Giovanni Tria, nuovo ministro dell’Economia), Fortunato il mestiere di mandarino di Stato ce l’ha nel sangue. L’ha ereditato dal padre che nella Prima Repubblica fu capo di gabinetto di Emilio Colombo, governante di primo piano della Democrazia cristiana.
Vincenzo ha coltivato le stesse inclinazioni di centrodestra nella versione berlusconiana. Tutt’oggi è da lì, da Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dipinto come l’anima riflessiva e manovriera della Lega, che arriva la spinta per rilanciarlo al vertice della macchina statale.
Dal 2001 al 2013 Fortunato è stato a lungo il potente uomo ombra di Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e delle finanze. Con una parentesi (2006-2008) in un governo di centrosinistra alle Infrastrutture con Antonio Di Pietro, già suo compagno di corso in magistratura.
Lì Fortunato ha conosciuto pure Gianroberto Casaleggio, che per Di Pietro ministro curava la parte informatica e che poi divenne il nume tutelare dei 5Stelle.
Dal 2013 è fuori dalle stanze dei ministeri. Per lo Stato dovrebbe liquidare la società Ponte sullo Stretto posseduta all’81 per cento da Anas, ma la faccenda va stancamente avanti da 5 anni e ora si aspetta dal Tribunale civile una sentenza che dovrà stabilire se deve essere pagata una penale di 800 milioni di euro oppure appena di 10 milioni al costruttore Salini-Impregilo e ai progettisti Parsons.
Da tre anni Fortunato si è riciclato come avvocato e i suoi migliori clienti sono alcuni di quei concessionari pubblici con cui aveva avuto a che fare quando era capo di gabinetto. Da Lottomatica è stato ingaggiato per la grana della concessione del “Gratta e vinci” rinnovata proprio a Lottomatica senza gara per 9 anni e per 800 milioni di euro mentre la concorrente Sisal era disposta a offrire di più.
Nel gruppo Toto l’ha voluto Daniele, politico di centrodestra, ex deputato e nipote del capostipite Carlo. Fortunato ha ingaggiato un braccio di ferro con l’allora ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ed è riuscito in tribunale a far passare il principio che la rata dovuta per legge dalla Strada dei parchi-A24 all’Anas (53 milioni di euro l’anno) sia destinata alla ristrutturazione del tracciato autostradale vecchio e pericoloso.