La diplomazia minima modello Casalino

Il “cambiamento” promesso dal governo Conte si vedrà anche dalla delegazione italiana al G7 in Canada che si apre oggi, il primo dell’era gialloverde: il premier Giuseppe Conte sarà quasi solo. Con lui il consigliere diplomatico ereditato dal governo Gentiloni, Maria Angela Zappia, e altri due novizi della diplomazia internazionale, il portavoce Rocco Casalino e la responsabile dell’ufficio stampa Maria Chiara Ricciuti. Al netto di qualche sherpa.

In questi giorni, Conte ha avuto giusto il tempo di gestire i due voti di fiducia tra Senato e Camera. Il G7 sarà stato l’ultimo dei suoi pensieri. Anche perché un premier che si è insediato da pochi giorni e non ha neppure completato la squadra di governo – deve ancora scegliere il consigliere diplomatico, le opzioni sono gli ambasciatori Pasquale Salzano o Luca Giansanti – può giusto presentarsi e poco altro. Anche nel gruppo dei Cinque Stelle più attenti alle questioni internazionali le ambizioni per questo primo consesso di leader sono ridotte al minimo: Donald Trump lascerà il vertice in anticipo per andare a incontra il dittatore coreano Kim Jong-un a Singapore, e un vertice senza gli Stati Uniti vale poco o nulla. Ma nel M5S sperano che Conte riesca almeno a fare due chiacchiere con la cancelliera tedesca Angela Merkel, giusto per creare un po’ di feeling in vista del Consiglio europeo di fine giugno dove si parlerà di migranti (senza decisioni operative, però).

Dalla Farnesina il nuovo ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, rimane in osservazione. Nel suo discorso di insediamento Conte ha chiarito la linea che Moavero, grande negoziatore europeo ai tempi del governo Monti, dovrà interpretare: saldo ancoraggio all’Occidente, sia Ue che Nato, ma apertura al dialogo con la Russia. Che è sempre stata la posizione di tutti gli ultimi governi italiani. Ma intorno al governo gialloverde c’è grande allarmismo, soprattutto da parte degli Stati Uniti, perché la passione di Matteo Salvini e della Lega per Vladimir Putin travalica di molto la tradizionale trasversalità italiana tra Mosca e Washington.

Moavero agli Esteri è il nome di garanzia che serve a rassicurare prima il Quirinale e anche gli altri partner internazionali. E vista la sua conoscenza di certi meccanismi della diplomazia di cui Conte è ancora digiuno, Moavero potrebbe riuscire a sfruttare proprio il panico che la russofilia della Lega e di pezzi del M5S sta generando.

Le dichiarazioni di Conte sulla volontà di abolire le sanzioni europee contro la Russia possono allarmare le ambasciate, ma sono prive di conseguenze: quelle decisioni si prendono a livello di Consiglio europeo, l’Italia ha sempre chiesto una linea morbida ma poi ha approvato il compromesso comune. Però l’Ue potrebbe usare la paura che la nuova Italia gialloverde sbilanci gli equilibri sulle sanzioni come leva negoziale per costringere Trump a rivedere le sue misure protezionistiche (dazi) contro i prodotti europei. Se questa operazione riesce, tutta l’Ue sarà in credito verso l’Italia (e Moavero). Un credito che verrà sicuramente escusso quando si discuterà di flessibilità di bilancio. Chissà se Conte ne è consapevole.

Un cambiamento c’è già: nei tipi umani del governo

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia delle Camere, non c’è niente da fare, capisco che possa essere frustrante per i pallidi rappresentanti del passato, ma è così. Ho seguito i due passaggi ascoltando lui e la nuvola di fantasmatiche dichiarazioni che ululano quello che avrebbe dovuto esserci, o non esserci, nel discorso di Giuseppe Conte.

Un discorso passato agli ultravioletti, al laser, alla critica formale del linguaggio. Intanto, sullo sfondo, una persistente, continua, infamante allusione: “Conte parla dicendo quello che vogliono Di Maio e Salvini, è telecomandato”.

Così ascoltare i guru dell’informazione, che hanno tirato fuori i loro grossi calibri per l’occasione, significa trovarsi di fronte a un paradosso davvero spettacolare: loro dicono implicitamente: “Conte è telecomandato da Salvini e Di Maio, invece dovrebbe dire quello che vogliamo noi, che sappiamo le cose, che abbiamo una nostra rappresentante al Bilderberg, che rappresentiamo da moltissimi anni acriticamente chi ha servito le banche e la finanza sino a ieri. Ma noi continuiamo e continueremo a farlo, nei nostri talk show”. Quelle sceneggiature rappresentano uno spazio virtuale per il telespettatore, dove chi vuole può sentirsi parte di quell’enorme Bilderberg allargato che i tromboni di quarto e quinto potere hanno inscenato.

Perché arrischiarsi a essere così paradossali? È semplice, sono i rappresentanti di quell’illusorio salotto buono del pensiero unico che ha tanto lavorato perché i diritti dei cittadini e la sovranità del popolo italiano fossero gradualmente storpiati, volti al basso, da una nuova cultura di sinistra… quella che io chiamo sinistra frou frou.

Ed è questo il cuore del mio messaggio: oggi le marionette della finanza sono in minoranza parlamentare, ma continuano a essere maggioranza mediatica, il mio blog è una delle isolette di quel piccolo arcipelago che ne vuole ospitare i dissidenti (come Diego Fusaro, Massimo Fini ecc.).

In conclusione: tutti stanno cercando di marionettizzare Conte, persino quelli che accusano gli altri di farlo. Per me, invece, è chiaro che lui sta semplicemente prendendo il suo posto in una istituzione che è stata in pessime mani per oltre 20 anni. Non riusciranno a far dimenticare agli italiani che questo governo è il primo segno di un cambiamento molto profondo, quello dei tipi umani che governeranno il Paese: la pazienza e il bon ton di Giuseppe Conte li illudono di riuscirci soltanto perché non si abbassa a smascherarli.

Conte debutta coi Grandi: al G7 dovrà solo evitare gaffe

L’obiettivo minimo è fare buona impressione ed evitare gaffe da esordiente. Ché il professor Giuseppe Conte esordiente lo è a tutti i livelli: prima sortita pubblica da premier, primo appuntamento internazionale e, subito, il Vertice dei Vertici, un G7 in Canada, nel Québec, a Charlevoix. Conte non conosce nessuno e nessuno lo conosce: l’inglese dovrebbe sorreggerlo, visto che andava a migliorarlo alla New York University; l’ordine del giorno pure.

I temi scelti dalla presidenza di turno canadese sono generici: crescita inclusiva, i lavori del futuro, l’uguaglianza di genere, la sicurezza, i cambiamenti climatici. Ci sono dossier su cui l’Italia rischia, come la questione dei dazi imposti dall’America di Trump all’export europeo di acciaio e alluminio e delle ritorsioni predisposte dall’Ue (su prodotti Usa per 2,8 miliardi di dollari, in vigore da luglio); e altri in cui l’Italia è coinvolta, come l’accordo sul nucleare con l’Iran e le sanzioni americane che potrebbero colpire Paesi e aziende che continuino a fare affari con Teheran.

Ma sono tutti temi su cui la posizione dell’Italia, prima e pure ora, appare allineata con quella dei partner europei: Merkel, Macron, la Commissione, persino May dovrebbero dire cose condivisibili dal professor Conte: no ai dazi, sì all’accordo. E lo stesso farà il padrone di casa, Justin Trudeau ormai leader del mondo liberal. Anche il giapponese Shinzo Abe, almeno sui dazi, dovrebbe avere posizioni simili a quelle europee.

Tutti contro Trump? Tra critiche dei partner e “caccia alle streghe” in patria – la definizione è sua – il magnate presidente è stato tentato di rinunciare, ma ci sarà, anche se non avrebbe ancora deciso se firmare la dichiarazione conclusiva. Macron invita tutti a “essere gentili” con lui, perché “abbiamo bisogno degli Usa”.

In Canada, Conte sarà privato dei suoi guardaspalle politici, Di Maio e Salvini; e non avrà neppure il conforto della presenza del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, esordiente pure lui a questi livelli, ma non digiuno delle materie in discussione (da anni i G7 non sono più carrozzoni mediatico-diplomatici con leader e ministri di Esteri e Finanze riuniti insieme).

Per cavarsela senza infamia, Conte potrà offrire ai partner una sintesi del programma illustrato in Parlamento, anche se c’è da augurarsi che i suoi interventi siano più articolati degli scarni passaggi di politica internazionale recitati alle Camere, dove ha dato – dice l’ambasciatore Nelli Feroci, ex commissario Ue – “l’impressione d’un Paese ripiegato su se stesso, con scarsa vocazione ad assumersi responsabilità internazionali”.

L’inesperienza e l’essersi appena insediato varranno al professore una benevola comprensione, magari accompagnata da qualche inespressa diffidenza e preoccupazione. C’è da scommetterci che la cancelliera Merkel, il presidente Macron e altri leader, nel dargli la mano e il benvenuto, lo inviteranno a incontri bilaterali; e che tutti si diranno “impressionati” dal suo esordio, fiduciosi che l’Italia mantenga gli impegni assunti.

Lui, dal canto suo, dovrà evitare di mettere un dito nell’occhio ai partner, tirando a esempio fuori l’intenzione di togliere le sanzioni alla Russia: ne potrà, se del caso, parlare in sede europea, al G7 dovrà al massimo usare espressioni tipo “mantenere la pressione sulla Russia per ristabilire il diritto internazionale”.

In un mese, il presidente del Consiglio farà un corso accelerato di leadership internazionale: dopo il G7, avrà il Vertice Ue di fine giugno e poi quello Nato del 10 e 11 luglio. Sulla carta, comincia dal gradino più alto. In realtà, i due appuntamenti di Bruxelles saranno più spigolosi: all’Ue, vincoli europei, politiche migratorie, Unione bancaria, riforma della governance dell’eurozona e Brexit; alla Nato, spese per la difesa e missioni militari all’estero – a partire da quella in Afghanistan – oltreché sanzioni alla Russia.

In Canada, alla fine, Conte dovrà solo unire la sua voce a quella dei colleghi per fare gli auguri al presidente Trump, atteso dal vertice di Singapore martedì col leader nord-coreano Kim Jong-un: giusto il tempo di tornare a casa, cambiare la valigia e ripartire.

Perché non parli?

Vorrei tanto essere una mosca e posarmi su qualcosa di marron: il capino levigato e moquettato di B.. Per ascoltare in diretta i suoi commenti sul governo appena nato. E per capire come mai non parla in pubblico da settimane. Sulla carta – quella del contratto Salvimaio – Conte guida il governo col minor tasso di berlusconismo dalla notte dei tempi. Precisamente dal 16 ottobre 1984, quando i pretori di Torino, Pescara e Roma sequestrano gli impianti che consentono alle tre reti Fininvest di trasmettere illegalmente in “interconnessione”, cioè in differita simultanea in tutta Italia, con un effetto-diretta riservato per legge alla Rai. Il Cavaliere “auto-oscura” Canale5, Rete4 e Italia1 e fa la vittima: chiagne e fotte, raccontando che sono stati i giudici cattivi a spegnere le sue tv e aizzando il popolo dei Puffi, di Dallas e di Uccelli di rovo contro la magistratura comunista. Il 20 ottobre il premier Bettino Craxi, suo amico e socio in affari, interrompe la visita di stato a Londra da Margaret Thatcher, rientra precipitosamente in Italia e vara un decreto urgente ad personam: il primo “decreto Berlusconi”, che legalizza l’illegalità del compare Silvio e neutralizza le ordinanze dei giudici. Ma persino la Dc e financo il ministro delle Poste e Telecomunicazioni Antonio Gava ritengono il decreto incostituzionale, che infatti il Parlamento non converte in legge. Il 6 dicembre, prima dello scadere dei 60 giorni, Craxi impone il secondo “governo Berlusconi”, minacciando gli alleati di andare alle elezioni anticipate se non lo convertiranno. Così il 4 febbraio 1985 il decreto diventa legge dello Stato e consacra il monopolio berlusconiano sull’emittenza privata.

Subito dopo B. si sdebita con Bettino organizzando, con l’aiuto di Cesare Previti, una cordata di imprenditori per impedire al suo nemico Carlo De Benedetti di acquistare la Sme, la finanziaria alimentare dell’Iri. E dà la scalata alla Mondadori per bloccare l’ascesa dell’Ingegnere nel gruppo che controlla Repubblica, Espresso, Panorama, Epoca e una dozzina di giornali locali. Missione compiuta nel 1991 con la sentenza del giudice Vittorio Metta, comprato da Previti con soldi di B., che scippa la Mondadori a De Benedetti per consegnarla al Caimano. In quegli anni, con vari giudici romani a libro paga, B. non ha guai giudiziari. Il suo chiodo fisso non è dunque il ministero della Giustizia, ma quello delle Telecomunicazioni. Che da allora, dopo il tiepido Gava nel governo Craxi, sarà sempre un suo amico. Per altri trent’anni. Caduto Craxi nel 1987, si susseguono i governi Goria, De Mita e Andreotti.

Alle Poste e Tlc c’è sempre il repubblicano Oscar Mammì, chiamato a scrivere la prima legge italiana sul sistema radiotelevisivo dopo il lungo Far West. Anni dopo racconterà una visita di B. al ministero: “Non smise un attimo di scherzare e fare battute, cercando in ogni modo di accattivarsi la mia simpatia. Alla fine, con sguardo impassibile, gli dissi solo che avrei tenuto in debito conto le sue parole. Un commesso aveva appena aperto la porta per accompagnarlo all’uscita quando accadde l’incredibile. Berlusconi mi si inginocchiò davanti e, baciandomi la mano, mi disse: ‘La prego, ministro, non rovini me e le mie due famiglie!’”. Poco dopo, è il 1990, Mammì partorisce una legge su misura del Biscione. Che, invece di introdurre finalmente un principio antitrust degno di una democrazia occidentale, consacra il monopolio berlusconiano: B. può tenersi le sue tre reti (circa il 50% del panorama televisivo e dell’affollamento pubblicitario), con due foglie di fico: la rinuncia al Giornale di Montanelli (subito aggirata passandolo al fratello Paolo) e il tetto del 10% di azioni delle pay-tv Tele+1, Tele+2 e Tele+3 (subito aggirato con la finta vendita delle quote eccedenti a vari prestanome). Negli stessi mesi, B. versa al principale supporter della Mammì, cioè a Craxi, 21 miliardi di lire in Svizzera. Il piano frequenze lo segue il giovane braccio destro del ministro, Davide Giacalone, che poi otterrà una miracolosa consulenza” di 600 milioni di lire dalla Fininvest, sarà arrestato per corruzione in Tangentopoli e ne uscirà con una mezza assoluzione e una mezza prescrizione. Nel 1991-’93, con i governi Andreotti, Amato e Ciampi, il ministero delle Telecomunicazioni passa al Psdi, finanziato dalla Fininvest tramite Gianni Letta (reo confesso e prescritto per una mazzetta al segretario Antonio Cariglia), prima con Carlo Vizzini (futuro deputato di FI), poi con Maurizio Pagani. Nemmeno da loro B. ha nulla da temere. Poi nel 1994 va direttamente al governo e i suoi problemi – con Alfredo Biondi alla Giustizia e Pinuccio Tatarella alle Poste – paiono risolti. Ma nel novembre ’94 viene indagato da Mani Pulite per corruzione della Guardia di Finanza; e la Consulta dichiara incostituzionale la Mammì e stabilisce che la Fininvest deve scendere da tre reti a due: Rete4 dovrà passare sul satellite e liberare le relative frequenze a un’emittente concorrente. Pochi giorni dopo, cade il primo governo B. e ne nasce uno tecnico, presieduto da Lamberto Dini. B. grida al golpe e al ribaltone, poi Dini gli fa scegliere il ministro della Giustizia (Filippo Mancuso, giudice in pensione nemico giurato dei pool di Milano e Palermo) e delle Telecomunicazioni (Agostino Gambino, avvocato di B. e in passato pure di Sindona). Così alla fine Forza Italia si astiene. E la sentenza della Corte resta lettera morta. Nel ’96 arriva il governo Prodi e B. ricomincia a tremare. Uomo di poca fede: l’Ulivo si rimangia le promesse contro la corruzione e il conflitto d’interessi, lo invita in Bicamerale a riscrivere la Costituzione e gli piazza pure alla Giustizia il garantista Flick e alle Telecomunicazioni il re di tutti gli inciuci: Antonio Maccanico. Questi, anziché attuare la sentenza della Consulta, spedire Rete4 su satellite e girare le frequenze a Europa7 che ha vinto la concessione, concede alla tv abusiva una proroga sine die, confermata dall’apposito successore nei governi D’Alema e Amato: Totò Cardinale, proveniente dal centrodestra (Ccd), molto gradito a B.. Anche la Maccanico, però, nel 2002 viene bocciata dalla Consulta, che conferma lo spegnimento di Rete4 entro il 31-12-2003. Ma ormai B. è tornato al governo: Gasparri, ministro delle Comunicazioni, esegue gli ordini e vara il condono tombale per Rete4, prima per decreto e poi per legge ordinaria. Nel 2006 il secondo governo Prodi schiera in quel ministero chiave un altro amico di Confalonieri e di Mediaset: Paolo Gentiloni, che infatti continua a infischiarsene dei diritti di Europa7 e a tutelare quelli del Biscione. Così come, nel 2008, il viceministro delegato Paolo Romani, nel terzo e ultimo governo B. Molto graditi al partito Mediaset, con marchette varie e assortite, i viceministri dei governi Monti (Massimo Vari), Letta (Antonio Catricalà), Renzi e Gentiloni (Antonello Giacomelli). Ora, per la prima volta da quando ha smesso i pantaloni corti, B. si ritrova alla Giustizia un amico dei giudici anziché degli imputati: Alfonso Bonafede. E, quel che è peggio, allo Sviluppo economico (con annesse Telecomunicazioni) l’unico leader politico degli ultimi 20 anni che ha sempre rifiutato di incontrarlo e perfino di rispondergli al telefono: Luigi Di Maio, che proprio per questo ha dovuto rinunciare a diventare premier. L’ultima speranza per B. è che Salvini strappi le Tlc ai 5Stelle e le affidi a un sottosegretario finto-leghista che lui gli indicherà (o gli ha già indicato). Sarebbe l’ultima truffa di una lunga serie. Ma, se dovesse andargli buca, abbiamo come l’impressione che B. romperebbe il silenzio. E si metterebbe a strillare per un fatto inusitato quanto scandaloso: la liberazione dello Stato Italiano, dopo 44 anni di sequestro nella prigione di Arcore. Come diceva Umberto Bossi ai tempi d’oro: “Ma vi pare che uno che possiede 140 aziende possa fare gli interessi dei cittadini? Quando Berluskaz piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non ha ancora trovato la combinazione della cassaforte”.

Calcio, squalifica, Alto Adige e Seppi: parole chiave di Ceck

“Se qualcuno vi dice che lo aveva sempre saputo, che ci credeva o anche solo ci sperava, ditegli da parte mia che è un bugiardo. Fino a due giorni fa Marco Cecchinato era un perfetto sconosciuto, il 99% degli italiani non lo aveva mai sentito nominare”. La voce di Nicola Pietrangeli va e viene, tra il traffico romano. Il primo italiano a vincere un trofeo del Grande Slam – il Roland Garros nel 1959 e nel 1960 –, allergico come sempre ai giri di parole, commenta così l’incredibile impresa di quello che ora tutti chiamano il Ceck, e che prima nessuno chiamava. Il ragazzo che potrebbe affiancare lui e Adriano Panatta – 1976 – nella ristrettissima élite dei vincitori italiani sulla terra rossa parigina. “Non serve un commento tecnico, non avrebbe senso. Quello che Cecchinato ha fatto parla da solo, ed è semplicemente straordinario. Straordinario”, dice Pietrangeli.

La vittoria del 25enne palermitano contro Nole Djokovic – 12 Slam in bacheca, per 223 settimane numero uno Atp – è ancora negli occhi di tutti: 3 ore e 26 minuti da brividi, per staccare un biglietto per le semifinali di uno dei tornei più prestigiosi del pianeta, evento che all’Italia mancava dall’exploit di Corrado Barazzutti 40 anni fa esatti.

Il tennis non è tra gli sport più democratici: chi è più forte vince sempre o quasi, e per i più è bene adeguarsi presto al ruolo di sparring partner. Solo che a volte qualcuno se ne dimentica.

“Bravo, bravo, bravo: ha fatto qualcosa di incredibile. Non so se il suo sia un 13 al Totocalcio, o se potrà ripetersi”. Lo scopriremo domani, quando Cecchinato se la vedrà con l’austriaco Dominic Thiem, classe 1993, per il terzo anno di fila tra i fab four del XVI arrondissement.

Intanto è passato dal numero 72 al 27 del ranking Atp, oltre ad essersi assicurato un generoso assegno da 560mila euro. Niente male per uno che fino all’adolescenza non aveva ancora deciso se voleva giocare a tennis o a calcio. Cecchinato ha iniziato a fare i primi scambi a sette anni al Tennis club Palermo 2 di via San Lorenzo, dove ieri erano in centinaia incollati alla tv, e alla fine sono fluiti torrenti di spumante. Nel 2009, spinto dal cugino Francesco, che aveva intravisto in lui la scintilla del vero talento, si era trasferito all’altro capo della penisola, a Caldaro, per allenarsi con coach Massimo Sartori. A 17 anni da Palermo all’Alto Adige, come in una barzelletta sui carabinieri. Ma con parecchia dedizione alla causa in più.

Lassù si è allenato per anni con Andreas Seppi, l’enfant du pays bolzanino divenuto suo amico e mentore, che mai nella sua onesta carriera ha potuto ambire a una giornata come quella vissuta martedì dal collega. Nel 2010 le prime apparizioni tra i professionisti, poi gli anni nei circuiti locali. Nel 2014 la prima volta agli Internazionali di Roma e l’anno dopo l’ingresso nella top 100. Anche per uno cresciuto con il mito di Marat Safin, talento tra i più accecanti e esaltanti dell’epoca recente, un punto d’arrivo.

La caduta era dietro l’angolo. Nel luglio 2016 il palermitano è squalificato dal Tribunale Federale per 18 mesi e sanzionato con 40mila euro di multa per presunte scommesse. La sentenza è stata resa più mite in appello e poi estinta dal Collegio di Garanzia del Coni per un difetto procedurale.

Quando è tornato in campo, non sono stati in molti ad accorgersene.

Ma il 2018 è l’anno di Marco Cecchinato, ora allenato da Simone Vagnozzi. La preparazione invernale in Spagna denota una condizione mai vista prima, e lui è il primo ad accorgersene. A fine aprile, ripescato come lucky loser dalle qualificazioni, superando tra gli altri proprio Seppi, vince il suo primo trofeo Atp a Budapest. Nessun siciliano ci era mai riuscito. A Monaco, poco dopo, elimina Fognini, il bizzoso portabandiera italiano degli ultimi anni, la cui stella è ora eclissata dal capolavoro del Ceck. E siamo a Parigi, dove, prima di Djokovic, aveva già conquistato lo scalpo di Carreno Busta – numero 11 – e Goffin – 9 al mondo. “A volte basta un clic: ti entra un colpo, vinci un match, e man mano prendi fiducia in te stesso, coscienza di quanto vali”, spiega Omar Camporese, che a cavallo tra anni 80 e 90 aveva illuso l’Italia della possibilità di dare vita a una nouvelle vague tricolore sotto rete. “Oggi non c’è più grande differenza tra le superfici, anche se è normale che la terra rossa, un po’ più lenta, dia qualche chance in più di giocarsela anche contro i mostri sacri. Ma, soprattutto quando vai al tie-break, se non sei più che solido mentalmente, oltre che forte fisicamente, crolli. Cecchinato ha stupito tutti quanti”. E allora perché non sperare? “La svolta è già arrivata”, conclude Camporese. “Ora crederci fino in fondo è un obbligo”.

“Mi sento un bambino soldato. Il mio rap è fatto (anche) di pillole”

“Aquesto punto della mia carriera so di aver ricevuto parecchie soddisfazioni, ma per come sono fatto io, per quanto sono severo con me stesso, non posso dire di essere arrivato. Al contrario, il punto di arrivo è sempre lontano. Mi fermerò quando avrò venduto più dischi di tutti gli altri”. Parlando con questo ragazzo di 25 anni, emigrato a Milano dalla Roma-bene, non si riesce a distinguere la persona dal personaggio, e cioè Giulio Elia Sabatello da Lowlow. In arte, rapper: “Ho cominciato prima di tutti, a 13 anni facevo le gare di freestyle e le vincevo perché la mia capacità di trovare le rime è naturale, istintiva. Da ragazzino mi dicevano che sono speciale. È vero, ma sono anche tanto fragile”. Lowlow convive da sempre con un malessere e il suo mondo interiore non è per niente facile. E così, dopo il successo dell’album di esordio, “Redenzione”, adesso torna sulla scena con dieci brani inediti che parlano molto, e soprattutto, di lui. “‘Il bambino soldato’ (il titolo dell’album, ndr) è sempre in guerra con il mondo. Oltre alla musica, ho la passione per il cinema. Guardo film d’autore e pellicole di arti marziali. Sono leale e machiavellico. Credo che ci siano due tipi di persone: quelli convinti di portare avanti una missione divina, e per farlo devono uccidere gli altri, e poi ci sono i rompicoglioni. Io faccio parte dei primi”.

Lowlow è figlio di due affermati psicanalisti, nella sua casa romana la cultura e i soldi non sono mai mancati. Eppure il suo rap non risparmia insulti e violenza, con un linguaggio diretto che disdegna la retorica e il politically correct: “Al liceo non mi piacevano quelli che andavano a manifestare senza accorgersi di non contare un cazzo. Io se ho qualcosa da dire la dico nelle canzoni, nuda com’è la realtà”. L’album mette insieme gli “Sfoghi di una vita complicata” alle “Pillole”, la “44 Magnum” a “Rimbaud”, il “Bipolare” alla “Storia di una farfalla”. E non tralascia un’altra cifra stilistica del rap, l’ironia. “Con ‘Redenzione’ mi sono addentrato nella bufera, anche di chi protestava o s’indignava. Adesso vedo che a ogni nuovo brano le persone sono più aperte, soprattutto quelle che hanno passato gli anta. Sono nella fase in cui tutti guardano quello che faccio. E credo di aver fatto il miglior disco rap degli ultimi 10 anni. Comunque vado avanti per la mia strada, finché ho voglia di scrivere so di avere un lavoro”. La scrittura, tasto dolente per molti musicisti: “Bisogna sfuggire alla sindrome del foglio bianco. Prima di buttare giù qualcosa, ho già la strofa in testa. Vengo dal freestyle e ho la mente veloce”. E allenata anche ai paradossi: “A differenza di mio padre, sono ignorante ma proprio per questo non sono schiacciato dai modelli. Anche se da lui ho imparato ad accostare i riferimenti alti a cosa più taglienti”. Che il pubblico sembra gradire: il video di “Ulisse”, tratto dal primo album, ha 32 milioni di visualizzazioni su Youtube. “Il pensiero strategico dietro la musica, l’idea di trovare le rime facilmente riproducibili per fare soldi, non è da ripudiare. Ma non è il mio caso, la musica per me è solo istinto. Il rap è il mio modo per spiegarmi agli altri. Adesso ho solo un obiettivo: trovare qualcosa che oltre a rendere contenti loro renda contento me”.

“La violenza va narrata. Questa oggi è la mia fede”

A volte succede che un libro interpreti un’epoca, pur trattando apparentemente d’altro. È il caso de L’educazione di Tara Westover, ospite stasera del Festival delle Letterature di Roma, il cui tema del 2018 è “il diritto e il rovescio”. Opera prima della trentenne autrice statunitense, tradotta in 53 Paesi, Educated – meglio si comprende nel titolo originale – interpreta #MeToo pur “essendo stata scritta prima della diffusione dei movimenti contro gli abusi fisici e psicologici sulle donne”, chiarisce Westover. Cresciuta in una famiglia di mormoni sulle montagne dell’Idaho, inesistente all’anagrafe fino all’età di nove anni, Tara non ha mai frequentato la scuola, né visto medici, né esplorato altro che i campi e il picco della “Principessa indiana”. Tara si è educata da sé. E dopo anni di abusi e violenze da parte di suo fratello, si emancipa scrivendo tutto, in un mémoire “che renda meno pesante la solitudine a chi ha avuto la mia stessa esperienza”. Tara ha perdonato la sua famiglia. “Ma perdono non significa riconciliazione”, chiarisce con lo sguardo fiero, ora che ha ricostruito tutto, anche le memorie della sofferenza.

Lei sostiene che questo non sia un libro pro o contro la religione. Ma è contro la radicalizzazione del pensiero.

La fede, così come le persone può essere meravigliosa o terribile. L’importante è evitare di demonizzarla o utilizzarla come capro espiatorio per non guardarsi dentro.

Il libro sembra quasi un thriller psicologico, con ricordi di avvenimenti che in realtà non sono mai esistiti. È frutto di una ricerca?

Sì, ho intervistato molti membri della mia famiglia. Ho riletto i miei diari, la mia posta elettronica, e ogni volta che ho trovato discrepanze incolmabili, ho messo delle note a piè di pagina. Volevo che il libro affrontasse la questione dei diversi ricordi, perché sono una parte importante nell’evoluzione dei miei rapporti familiari. La frattura tra me e i miei genitori è stata in parte dovuta al fatto che mio fratello fosse violento, ma soprattutto al fatto che i miei genitori non mi hanno creduta quando gliel’ho rivelato. Ma il problema vero è che loro mi credono e mi credevano anche allora. Proprio per questo mi hanno allontanata. Il diverso modo di ricordare è il fulcro del libro: così come le violenze e gli abusi fisici e la maniera in cui ci relazioniamo con le vittime. Se fossi stata una bugiarda, i miei si sarebbero preoccupati per me, e non mi avrebbero accusato di essere pazza o posseduta.

Dopo il #MeToo, nel macrocosmo, c’è chi ha avuto questo stesso atteggiamento punitivo nei confronti delle vittime. Cosa pensa del fatto che le donne abbiano denunciato “tardi”?

Mi spaventa vedere quanto sia stato facile normalizzare certe cose. Per molto tempo le donne hanno semplicemente dovuto adattarsi a vivere nel mondo così com’era, pensando che quasi non avesse senso parlare di certi argomenti. Anch’io la pensavo così: credevo che la famiglia fosse questo, che la vita fosse questa e che non avesse senso parlarne. Ma, tornando alla fede: è la speranza in qualcosa di migliore. Quindi parlare e cercare di cambiare le cose credo sia una forma di fede. Ma è altrettanto importante avere fiducia nelle istituzioni, nello Stato di diritto e nel sistema giudiziario.

Come ha fatto una persona come lei, che viveva in un mondo così chiuso, a fare lo scatto per emanciparsi?

Ci sono stati una serie di piccoli passi: l’educazione mi ha cambiata. Quando a 22 anni studiavo a Cambridge e tornavo a casa: avevo una vita del tutto diversa, leggevo cose diverse e interagivo con persone diverse. Credo che la forza di distruzione che aveva portato a normalizzare la violenza si sia indebolita man mano che avevo accesso a modi di pensare alternativi.

Nel suo libro, da un lato c’è suo padre e le sue credenze, dall’altro sua nonna che prova a portarla via di casa.

Mia nonna era abbastanza “mainstream”, voleva che andassimo a scuola. Per questo era in contrasto con mio padre, suo figlio. Ma a quell’età non c’era nessuno di cui mi fidassi di più che i miei genitori.

Perché ha scritto un libro così intimo?

Volevo offrire una storia che parlasse della perdita della famiglia. Non un manuale su come affrontarla, ma un modo per far sentire meno sole le persone che ci passano. Io mi portavo dietro uno stigma. Mi chiedevo: ‘Come faranno a credere che io sia una brava persona, se mia madre non crede che io lo sia’. Avevo bisogno di qualcuno che mi dicesse: ‘Queste cose accadono, è successo anche a me’.

Un #MeToo…

Quando si subisce una violenza, sapere che anche qualcun altro ci è passato è fondamentale.

L’Europa fa pagare The Donald: tariffe doganali su jeans e whisky

Arriverà a luglio la risposta europea ai dazi Usa sui metalli, La Commissione europea imporrà tariffe doganali su prodotti come il whisky bourbon, il burro di arachidi, i jeans Levi’s o le moto Harley Davidson. La lista dovrà essere approvata dagli Stati membri in sede di Consiglio Ue perché le tariffe possano essere efficaci. I dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento su quelle di alluminio voluti dal presidente Usa Donald Trump, sono entrati in vigore il primo giugno. Francia e l’Olanda sostengono la linea dura contro gli Stati Uniti, mentre la Germania ha sollecitato prudenza: “Affronteremo i disaccordi al G7 in Canada, in particolare con gli Stati Uniti su commercio internazionale, protezione del clima e politiche di sviluppo ed estere”. Le regole del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, consentono all’Ue di introdurre tariffe doganali corrispondenti al valore del danno causato dalla decisione statunitense sulle esportazioni europee di acciaio e alluminio negli Stati Uniti che, secondo i dati dell’export 2017, dovrebbe attestarsi attorno ai 6,4 miliardi di euro. “L’Ue eserciterà immediatamente i suoi diritti sui prodotti statunitensi” fino a 2,8 miliardi di euro, precisa la Commissione, quantificando in una nota l’impatto della prima lista di prodotti. Il riequilibrio, con l’imposizione di tariffe su altri 3,6 miliardi di euro aggredibili, sarebbe su tre anni. Intanto, si attende l’esito del ricorso dell’Ue al Wto, presentato il 1 giugno.

Sánchez e il colore rosa della Spagna. Donne 11, uomini 6

Questo governo è il riflesso di una società come quella spagnola che non perde la speranza”, con queste parole il neo-presidente Sánchez – che lo scorso sabato aveva promesso fedeltà alla Costituzione facendo a meno dei simboli religiosi – ha presentato ieri il suo governo “aperto, progressista, modernizzatore e europeista. Proposto dal Psoe, ma che ambisce a rappresentare la totalità dei cittadini”. “Un governo che è lo specchio del movimento delle donne sceso in piazza l’8 marzo”, continua il leader socialista; quindi annuncia che presso la sua presidenza si costituirà un Alto Comissario per combattere la povertà infantile.

Oggi l’insediamento e domani sarà la volta della prima riunione del Consiglio dei ministri. O del “Consiglio delle ministre”, com’è stato suggerito su twitter. Perché la novità principale è nella presenza femminile, quasi il doppio di quella maschile e tutta in ministeri-chiave, dalla Difesa alla Giustizia, dall’Economia al Tesoro, all’Industria: 11 donne contro 6 uomini, più il presidente.

Un governo con un alto livello di competenza, come dimostrano le personalità e i profili tecnici designati, con una presenza importante di operatori del sistema giudiziario: come nel caso della magistrata Dolores Delgado alla Giustizia, esperta di terrorismo jihaidista e vicina al giudice Baltasar Garzón; del magistrato Fernando Grande-Marlaska agli Interni, famoso per la lotta al terrorismo dell’Eta e vicino alla sinistra basca; dell’ex- magistrata Margherita Robles alla Difesa, attualmente portavoce del gruppo parlamentare; dell’astronauta Pedro Duque alla Scienza e all’Innovazione.

Che attinge a esperienze del passato, come nel caso di Carmen Calvo, vicepresidente e ministra d’Eguaglianza, già ministra con Zapatero e di Josep Borrell agli Esteri, già ministro con Felipe González. Un governo che vuole rassicurare i mercati e perciò presenta la direttora generale del Bilancio della Commissione europea Nadia Calviño all’Economia, nomina accolta con entusiasmo da Bruxelles e dalle banche, assai meno da Podemos, che vi legge una continuità con le politiche recessive dell’Europa. Che vuole scrollarsi di dosso l’accusa di aver pattuito chissà cosa con gli indipendentisti catalani e prova a recuperare l’immagine esterna con Borrell, mal visto dall’indipendentismo perché da questi duramente attaccato negli ultimi mesi. Mentre indica la catalana Meritxell Batet all’Amministrazione territoriale, perché ha promesso dialogo alla Generalitat.

Un investimento per un governo destinato a durare, nelle intenzioni del proponente. Ma pur sempre un governo di assoluta minoranza che dovrà conquistarsi il consenso parlamentare ad ogni passo.

Il giorno prima, con una delle sue mirabolanti allocuzioni verbali che hanno fatto la fortuna di comici e fumettisti, Mariano Rajoy annunciava la sua definitiva e immediata uscita di scena dalla prima linea del PP, di cui manterrà la presidenza fino al congresso straordinario di luglio. Lo faceva senza indicare nessuno alla sua successione, lasciando campo libero alla lotta interna al partito in cui si misureranno l’ex-vicepresidente Soraya Sáenz de Santa María, l’ex-ministra della Difesa María Dolores de Cospedal e il presidente della Xunta della Galizia Alberto Núñez Feijóo. Nel confronto, che si preannuncia breve ma intenso, si è affacciato perfino José María Aznar che, incurante del fatto che ben 13 ex-ministri dei suoi passati governi siano oggi in qualche modo implicati in casi di corruzione, si è offerto per ricostruire il centro-destra nazionale. Una sorta di ponte tra Partido Popular e Ciudadanos, quest’ultimo in crisi di astinenza da sondaggi trionfali, da quando la mozione di Pedro Sánchez ha agglutinato i voti di tutto il resto dell’opposizione, lasciandolo solo ad appoggiare Rajoy.

La Nazionale degli incarcerati da Al-Sisi

Alaa Abdel Fattah, Esraa Abdel Fattah, Mahmoud Abu Zeid, Malek Adly, Ismail Al-Iskandarani, Gamal Eid, Negad El Borai, Mozn Hassan, Aida Seif Al Dawla, Azza Soliman, Mohammed Zaree. È molto probabile che questa formazione non sia gradita al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Scorrendo la lista di giocatori, non figura il nome della stella mondiale per eccellenza, Mohamed ‘Momo’ Salah, e gli altri non sono che semplici sconosciuti agli amanti del calcio internazionale. In realtà l’11 in questione non rappresenterà la nazionale dei Faraoni all’imminente Mondiale di Russia 2018, limitandosi, piuttosto, a campeggiare sulle magliette indossate ieri sera dagli attivisti dell’organizzazione internazionale Euromed Rights durante la partita Belgio-Egitto. Di base in Danimarca, Euromed Rights si batte per il rispetto dei diritti umani in decine di Paesi e ha messo il regime di al-Sisi nel mirino. Magliette indossate da altrettanti attivisti davanti al pubblico presente sugli spalti dello stadio Re Baldovino di Bruxelles, dove si è disputata la gara amichevole in vista dell’inaugurazione della Coppa del Mondo, venerdì 14.

Una protesta completamente oscurata dai media egiziani, totalmente nelle mani del regime. Sul terreno di gioco i giocatori ‘reali’, fuori gli attivisti e le ‘pesanti’ magliette indossate. Dietro gli 11 nomi pubblicati ci sono storie drammatiche, come quella di Gamal Eid, difensore dei diritti umani che si era espresso anche sul caso di Giulio Regeni, oppure di Malek Adly, avvocato rinchiuso per mesi in carcere su decisione del governo.

Non poteva mancare il simbolo dell’assurda strategia del terrore imposta dal regime di al-Sisi, Mahmoud Abu Zeid ‘Shawkan’, il fotoreporter in cella e in attesa di giudizio da quasi 5 anni.

Gli 11 nomi stampati sulle magliette della nazionale ‘alternativa’ appartengono a persone che sono detenute, lo sono state e al momento hanno il divieto di viaggiare e di lasciare l’Egitto. Persone che, magari, avrebbero voluto essere presenti sugli spalti per tifare la propria squadra nazionale. Una forma di protesta civile e clamorosa al tempo stesso, in quanto va a toccare uno degli argomenti più sensibili del momento, il calcio, specie in un paese complesso come l’Egitto, dove il football rappresenta una vera e propria ancora di salvezza. Per almeno le prime due settimane della fase a gironi, periodo nel cui la nazionale allenata da Hector Cuper si giocherà le chance di accesso agli ottavi, il Paese nordafricano dimenticherà la violenza, i soprusi e l’insicurezza in cui versa ormai da troppo tempo. La repressione nei confronti di avvocati, giornalisti, blogger, attivisti e via discorrendo, ha subìto un ulteriore giro di vite dopo le elezioni farsa della fine di marzo, quando il presidente al-Sisi è stato rieletto con il 97% dei consensi. Ironia della sorte, tra i candidati ‘ombra’ del dittatore, proprio Salah ha ricevuto parecchi consensi, superando addirittura l’unico sfidante ufficiale, Moussa Mostafa Moussa, sconfitto pure dalle schede nulle.