Lionel Messi come Arafat Palestina batte Israele 1-0

Dalla Palestina, grazie Messi”. Questo il cartello che ieri campeggiava nella sala della conferenza stampa a Al-Bireh convocata da Jibril Rajoub, presidente della Federazione calcio palestinese, dopo la decisione della nazionale argentina di annullare la partita con Israele. L’amichevole si doveva giocare sabato, inizialmente nello stadio di Haifa ma poi con una decisione – dettata da motivi che sono subito apparsi poco sportivi – il ministro dello Sport e della Cultura israeliana Miri Regev aveva organizzato uno spostamento della partita a Gerusalemme, inserendola nel quadro dei festeggiamenti per il 70° anniversario di Israele, trasformando cosi Messi e le altre star del calcio argentino in comparse di una sceneggiatura già scritta destinata a una celebrazione politica. Poi c’è stato l’appello della Federcalcio palestinese e infine ieri notte la decisione dei giocatori argentini. Inutili gli sforzi israeliani di correre ai ripari, il match è stato annullato. “Il calcio inizia e finisce in un campo di gioco e non ha nulla a che fare con la violenza, trascende le religioni, trascende i sessi, perché tutti giocano a pallone”, ha spiegato Claudio Tapia presidente della Federcalcio argentina, parlando dal ritiro della nazionale a Barcellona.

“La scelta fatta dai giocatori, primo fra tutti Messi, è stata la mossa giusta”, ha spiegato Jibril Rajoub, un ex generale ed ex capo dei servizi segreti che da 10 anni guida la Federcalcio palestinese. Ha attaccato frontalmente il ministro Regev: “Lo sport dovrebbe essere separato dalla politica, mentre Israele ha cercato di sfruttare la partita con l’Argentina per ragioni politiche, spostando da Haifa a Gerusalemme l’amichevole per segnare i 70 anni dell’Indipendenza dello Stato ebraico, dell’unità di Gerusalemme e dello spostamento dell’ambasciata Usa in città contro la legge internazionale”.

Domenica Rajoub, che è fra i candidati alla successione del presidente Abu Mazen, aveva chiesto a Lionel Messi di non giocare la partita e ai tifosi del fuoriclasse di bruciare le sue magliette, se fosse sceso in campo. “Messi è un simbolo di pace e amore, gli chiediamo di non giocare e ripulire l’immagine dell’occupazione israeliana e dei suoi crimini”.

“Ha decine di milioni di fan nei Paesi arabi e musulmani, chiederemo a tutti di bruciare le loro magliette con il suo nome e i poster con la sua immagine”.

Il match si sarebbe dovuto disputare inizialmente ad Haifa, ma poi era stato programmato al Teddy Kollek Stadium di Gerusalemme, nel quartiere di Malha, dove un tempo sorgeva il villaggio di Al Maliha. Teatro nella guerra del 1948 durante la guerra arabo-israeliana del 1948, di una strage che costrinse gli abitanti arabi a fuggire.

La signora Regev, sostiene che la gara è stata annullata per le “chiare minacce ricevute dai giocatori della nazionale argentina da gruppi terroristici” e che questa è una manovra del movimento Bds contro Israele.

“L’Argentina – commenta il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, ha ceduto a “quelli che predicano l’odio”. Ma anche nel mondo politico israeliano le critiche contro il ministro Regev sono feroci. “Un fiasco imbarazzante” titola il quotidiano Haaretz. I partiti dell’opposizione incalzano il governo e ne chiedono le dimissioni. La Federcalcio israeliana ha presentato una protesta alla Fifa. Ma l’attaccante argentino Gonzalo Huguain, parlando ai microfoni della tv sportiva Espn, ha chiuso il caso: “Alla fine è stata fatta la cosa giusta”.

Risse, rapine e stupri: la legge non è uguale per i soldati Usa

Tredicimila extracomunitari. Il 12 per cento della popolazione. Ma questi immigrati non arrivano dall’Africa. Ci sono anche quelli, ovviamente, ma qui parliamo dei soldati americani.

Ecco Vicenza, che racchiude uno ‘stato’ di 60 ettari, una volta e mezzo il Vaticano e con una popolazione quindici volte superiore. Sono le caserme statunitensi Ederle e Dal Molin. Oltre alle strutture militari si contano 31 edifici tra alloggi, bar, ospedali e piscine. Un mondo a parte: vicentini e americani vivono gli uni accanto agli altri, ma raramente si frequentano anche se qualche ufficiale ha cominciato a vivere fuori dalle caserme.

Non è mai filato tutto liscio. Ma negli ultimi anni la situazione è peggiorata. Qui passano ragazzi poco più che ventenni che partono o tornano da zone di guerra, dall’Iraq all’Afghanistan. Così, con sempre maggiore frequenza, le cronache hanno registrato incidenti stradali, risse, droga, ma anche violenze sessuali. Il punto, però, è delicato: la legge è davvero uguale per i militari americani? Se lo sono chiesti gli stessi statunitensi. Stars and Stripes, organo di informazione molto seguito tra le truppe, ha pubblicato un’inchiesta: “I militari americani accusati di reati in Italia spesso evitano la pena”.

La questione esplode nel 1998 con la tragedia del Cermis: un aereo da guerra americano, volando a bassa quota, tranciò i cavi della funivia provocando la morte di venti persone. Ma le autorità statunitensi impedirono alla giustizia italiana di processare i due piloti. Il capitano Richard J. Ashby e il suo navigatore, Joseph Schweitzer vennero sottoposti a processo negli Stati Uniti. Furono assolti dalle accuse di omicidio preterintenzionale e omicidio colposo. In seguito furono riconosciuti colpevoli di ostruzione alla giustizia e condotta inadatta a un ufficiale per aver distrutto il video registrato sull’aereo. Pochi mesi di carcere – solo per uno dei due – e congedo dai Marines.

Casi che incrinarono le relazioni tra Italia e Usa, come il sequestro dell’imam Abu Omar avvenuto per le strade di Milano. Il pm Armando Spataro ricostruì le responsabilità di agenti americani. Che furono sottratti alla nostra giustizia.

A Vicenza, però, il confronto tra giustizia italiana e statunitense è pane quotidiano. Perché, in base alle convenzioni, funziona così: “Quando un soldato commette reati non legati al suo servizio se ne occupa la giustizia ordinaria”, spiega il procuratore di Vicenza Antonino Cappelleri, “Noi dobbiamo avvertire il ministero della Giustizia. Lo Stato straniero può chiedere all’Italia di rinunciare alla giurisdizione (che passa alle Corti militari americane, ndr). Prevalentemente gli americani l’hanno chiesto. E prevalentemente il ministero l’ha concesso”. È avvenuto centinaia di volte. Militari americani che commettevano reati e poi venivano benevolmente processati in patria. Per non dire dei casi in cui i militari nel frattempo avevano lasciato l’Italia. Impuniti.

Basta leggere i dati del ministero della Giustizia: tra il 2013 e i primi tre mesi del 2014 le autorità americane chiesero ben 114 volte di non processare i militari. E l’Italia in 91 casi accettò. Poi la situazione è un po’ cambiata: nel 2016 ci sono state 49 richieste di rinuncia (42 accolte), nel 2017 siamo passati a 47 (45 accolte). Mentre nel 2018 le richieste sono di nuovo salite a 29 in cinque mesi.

Pochi restano in Italia. Il caso del parà Jerelle Lamarcus Gray è un’eccezione. Ma troppa era stata l’indignazione dell’opinione pubblica. È la sera del 9 novembre 2013, siamo alla discoteca Ca’ di Dennis. Gray, sostenne l’accusa, attese all’uscita una minorenne. Poi, tappandole la bocca fin quasi a farla soffocare, la violentò. Per questo Gray è stato condannato in appello a 7 anni e 6 mesi di reclusione. Non basta: secondo gli investigatori italiani mentre attendeva il processo Gray avrebbe anche violentato una prostituta rumena incinta di sei mesi. E ancora: mentre era ai domiciliari nella base Usa, Gray sarebbe evaso e avrebbe picchiato altre due prostitute. Il parà, oggi 26enne, è uno dei pochissimi militari americani nelle carceri italiane. Ma le cronache venete riportano continui episodi che vedono protagonisti soldati alleati: nel novembre 2014 un militare americano viene arrestato dai carabinieri e accusato di due rapine. Nel maggio 2016 nella discoteca Liv di Bassano del Grappa scoppia una gigantesca rissa tra militari e immigrati africani, 13 soldati vengono arrestati e subito rilasciati. A marzo dell’anno scorso tre parà americani sono stati denunciati perché hanno rubato il Tricolore in piazza a Vicenza. In giugno un militare viene denunciato perché avrebbe distrutto i reperti (su cui avrebbe poi anche orinato) in mostra per il raduno dei Marinai italiani. Nel settembre 2017, dopo una lite in un pub, un militare Usa investe due ragazzi (uno dei due finisce in rianimazione) con la propria auto. A febbraio un militare di ritorno dall’Afghanistan viene accusato di violenza sessuale ai danni della fidanzata (all’epoca dei fatti minorenne). L’accusato avrebbe filmato la ragazza minacciando di diffondere le immagini su Facebook. Quando esplode lo scandalo l’accusato, pur condannato dalle autorità militari per detenzione di materiale pedopornografico e indagato dalla giustizia italiana, è in Corea. Chissà se tornerà.

Nicola Amenduni 100 anni di lavoro. Dall’olio del padre al trono d’acciaio

Il suo pane, amore e fantasia è, va da sé, Olio, acciaio e fantasia. È il titolo del suo memoriale. Ed è l’unica concessione, neppure vanitosa, alla curiosità altrui. È la storia di Nicola Amenduni – l’ingegnere dell’acciaio – che in tutti i suoi 100 anni, festeggiati il 4 aprile scorso, nei limiti della cortesia ha rifiutato onorificenze, cavalierati, titoli, scegliendo sempre la regola del “fare senza dire”. Ed è come il moto quasi perpetuo della sua idea d’industria: “Ho robotizzato il magazzino della Valbruna, un gioiello alto trenta metri, che preleva i prodotti d’acciaio che produciamo, prepara, prepara i pacchi sulla base degli ordinativi, carica gli autotreni al ritmo di quattro ogni quarto d’ora”.

L’apparentemente immobile ulivo millenario forgia ellissi e cerchi di centrifughe dinamiche. Come il celebre Profilo continuo di Renato Bertelli, capolavoro futurista, che Amenduni tiene sulla scrivania, al quinto piano del palazzo uffici delle Acciaierie: “Il dinamismo antiretorico del capo, vigile e insonne, che tutto vede e sorveglia”, per dirla con Marco Moretti.

Arrivato da Bari, Amenduni è il negro per eccellenza di Vicenza se a ripercorrere le pagine del suo libro “i difficili inizi vicentini” torna alla memoria la straordinaria Italia dei miscugli, quella che negli anni del dopoguerra, meticcia il meglio del sud col meglio del nord.

Un imprenditore di macchine oleari qual è lui arriva alla Valbruna per litigare col capo stabilimento – questioni legate alle commesse – e però fa amicizia con Ernesto Gresele, il proprietario. Lo invita a Bari per una vacanza e lì Nicola ne conosce la figlia Maria, anzi Mariuccia – ma anche Mariù come la chiama solo lui – se ne innamora e le chiede il permesso di corteggiarla.

Sono sul Lungomare Araldo di Crollalanza: “Giravamo per Bari”, racconterà dopo Amenduni a Marino Smiderle, “ci salutavano con deferenza e la mia futura moglie pesava che io fossi un mafioso”.

Li sposa padre Pio, è il 1957, ma il Sud del Sud dei Santi approda nella città del Palladio anni dopo quando Nicola, titolare della fonderia Michele Amenduni & C – specializzata nella fabbricazione di macchine per le olive – assume anche la guida delle Acciaierie Valbruna alla morte del suocero.

Nicola Amenduni, ancora oggi, ogni giorno, non manca all’appuntamento col lavoro. Dirige e decide le strategia di un’industria che s’avvale della presenza dei suoi figli: Michele, Ernesto, Massimo, Maurizio e Antonella. Tutti all’opera, nell’inossidabile acciaio del patriarcato.

Vicenza rivoltata più bar che campanili: il Veneto non è più bianco

Il Veneto non è più bianco e Vicenza non è più la sagrestia d’Italia.

Eppure sembra ieri. Una piscina pubblica in città, proprio no: “Arrivano poi le ragazze col due pezzi e dove andremo a finire…”. Vicenza, dunque: “Più chiese che bar, ecco”.

È il prevosto del Seminario minore di Vicenza che parla. Pier Paolo Pasolini raccoglie le voci dell’amore in un documentario Rai. Intorno a lui la ressa di tonachelle. “Neppure la facoltà di Architettura serve, così tuonava il Vescovado”, ricorda oggi Roberto Floreani, pittore – erede di Umberto Boccioni – “e i democristiani di Mariano Rumor obbedivano ai preti: troppi studenti, troppo disordine!”.

Ma il gregge cattolico emerge sempre più poco: “L’ultima volta alle primarie del Pd”, spiega Giovanni Diamanti, giovane analista di flussi che con altri colleghi partecipa all’avventura di YouTrend.

Nella prima afa della stagione, lungo via Lamarmora, ci sono tre boy-scout che non sembrano rifulgere di convinzioni religiose, piuttosto di ansietà sociale: accoglienza, solidarietà e Festival biblico. È quella miscela che per Elena Donazzan – assessore regionale al Lavoro, la donna che comanda un mondo tutto di uomini, quello della destra – “nel contesto cattocomunista, forgia la minoranza egemone in salsa progressista e buonista abile a far giocare sempre in difesa la maggioranza”.

Nella vivace campagna elettorale per il Municipio, a tre giorni dal voto col quale la Lega tenterà di conquistare l’ultimo lembo di centrosinistra in terra veneta, è dunque “il bianco che fu” a doversi “difendere” dal dilagare della parola d’ordine cattivista. È il metè a posto! intimato alla camionetta dell’Esercito dai signori in jogging serale, e sempre in fuga dai bivacchi ringhiosi degli spacciatori in sosta a Campo Marzo. Sono 903 i clandestini censiti in centro storico, la percezione è alterata rispetto all’effettivo “rischio invasione” e l’unico afro che rende nera la città bianca è quello di una celebre prima pagina de Il Giornale di Vicenza, il florido quotidiano di proprietà di Confindustria (una città dove, inaudito quasi, le edicole resistono). Ecco il titolo a tutta pagina: “Io, negro a Vicenza”. È un’intervista a un alto ufficiale di colore della base militare Usa (e non Nato), uno dei 13 mila statunitensi domiciliati a Del Din, la scintillante sede sorta – nel silenzio della Soprintendenza delle Belle Arti – al prezzo del massacro del pregiato compendio architettonico di Dal Molin, l’aeroporto degli anni 30, a risarcimento del quale la città, oggi, ha il mesto Parco della Pace.

Il Nero, dunque. E il Bianco.

È la bicromia messa in atto dal genio di Andrea Palladio, l’artefice della scenografia chimerica del Rinascimento vicentino che ancora oggi – come con Wolfgang Goethe nella sua tappa dell’Italienische Reise, davanti alla Basilica palladiana – fa dire a tutti: “È bellissima”.

E chissà la piscina. Anche Piovene, il conte Guido, nel maggio 1953, nel suo Viaggio in Italia – “un capolavoro che meriterebbe di essere studiato nelle scuole”, diceva Indro Montanelli – annota il dettaglio del bikini in agguato nella sua Vicenza.

Oggi a Vicenza ci sono più bar che chiese. E ci sono ragazze in gamba come Chiara Mastrotto sedute ai tavoli del Caffè Garibaldi, in piazza dei Signori, per il meritato bicchiere della sera. È un vero capitano d’impresa, lei. È a capo di una conceria ad Arzignano e il distretto del pellame, qui, a differenza che a Prato, nella Toscana dei romanzi di Edoardo Nesi, cinesi non ne fa entrare e alza il Pil del bilancio d’Italia. “La Vicenza operosa e attiva”, dice Massimo Calearo come a presentare la città dell’eccellenza industriale dove il paron, spesso, ha una terza media, impara inglese, cinese e tedesco come niente, e con un euro investito ne ricava due. Già presidente di Confindustria in Veneto, ex parlamentare del Pd, Calearo è tornato adesso alla sua azienda di antenne e s’è fatto crescere una barba importante: “Le pinne che si vedono sulle Audi, le Volkswagen o le Volvo, le produciamo a Vicenza”.

È città d’intarsi, intagli e dorature, Vicenza. Una città dove se c’è una rapina il bottino è di cento chili d’oro. “Operosa, benestante, solida”, la descrive Marco Sofia, sociologo, al lavoro adesso in una società d’informatica. E però – prosegue – sempre “nel sottinteso maestoso di una fatica che dal settore tessile all’industria meccanica va incontro al mondo, tra i foresti, in quel traguardo che la porta a essere la seconda provincia industriale…”. Un traguardo che va a offrire un curioso esito: “È la seconda realtà industriale ma nessuna delle sue aziende – sottolinea Marino Smiderle, caporedattore del Giornale di Vicenza –, è quotata in Borsa”.

Acciaierie, oro, cuoio. Vicenza, dunque, va tra i foresti. E i mille metri quadri della Diesel del pur bassanese Renzo Rosso in Fifth Avenue a New York, inaugurati all’indomani dell’11 settembre, a significare la solidità di questa terra anche a dispetto degli urti del mondo.

I vicentini fanno impresa. E lavorano di fantasia. Come Alberto Zamperla, il giostraio. Detta così sembra facile ma lui ha costruito il parco divertimenti di Coney Island a New York dove risiede sebbene il quartiere generale della sua azienda – specializzata in macchine ad alta qualità d’ingegneria – sia ancora a Vicenza. L’internazionalizzazione è la cifra della città.

Lino Dainese, da pochissimo ex proprietario dell’azienda Dainese – abbigliamento per motociclismo e moto mondiale – è oggi presidente del Centro Studi Internazionali Andrea Palladio, ed è l’ente di riferimento per gli studi di architettura del mondo in ragione di un ben preciso scopo commerciale. Il Palladianesimo, infatti, è lo stile sempre in voga nell’area anglosassone – dall’Inghilterra all’India, fino agli Stati Uniti – e il logo più noto, ormai, è proprio la Casa Bianca a Washington.

C’è anche “l’oro del vin”, quello di Gianni Zonin. “Tutto di aerei privati e Caravaggio”, ricordano in città. Ed è la famosa tarasconata veneta del crac della Banca Popolare di Vicenza. È il tasto dolente: “Solo un vicentino poteva fottere i vicentini!”, sentenzia un mattacchione sapiente – è un lettore del Fatto – incontrato giusto tra le due colonne di piazza dei Signori. Giorgio Conte, ingegnere, ex vicesindaco, ride: “Ma per non farmi venire il sangue agli occhi”. Anche lui ha perso soldi con quel crac. Basta chiedere a qualunque passante – “Scusi, lei quanto ci ha rimesso?” – ed è un rosario che sgrana diecimila, ventimila, cinquantamila, centomila euro e ovviamente di più, oltre i milioni. La storia che grida vendetta è quella di Emilio, il beniamino di tutti – il conduttore dei bus di città – che va in pensione, viene convinto dal direttore della sua filiale a investire la liquidazione in azioni della BPV e perde tutto. Quello del crac – dice Achille Variati, il sindaco uscente del Pd – “è il cataclisma più grave capitato in città dopo i bombardamenti americani”.

Tutti hanno perso tutto, anche el can del pignataro. Fa eccezione Calearo: “Ma è il famoso fattore culo”, mette le mani avanti, “è il 2004 e Luca di Montezemolo mi chiede di entrare nel Cda di Unicredit, e mi salvo”.

I vicentini comprano online. Le signore navigano tra i trecento box con tutte le griffe del sito Sorelle Ramonda, “quelle delle tre sorelle di Montecchio che i milioni di euro” – scherza Floreani – “se li mettono nella tasca del grembiule”. C’è sempre un fondo avaro in città, vero?

Lucrezia Marseglia, giovane logopedista, seduta ai tavoli del magnifico terrazzo della Basilica Palladiana, sfoglia il libro di Piovene e – nell’impregnarsi acerbo dell’olea fragrans, profumatissima – trova la risposta: È lo scontento del troppo bene”.

Ronald Reagan nell’Eurozona (Matteo “trickle down” Salvini)

Mille anni fa Mario Tronti intitolò un suo editoriale Lenin in Inghilterra, ieri Matteo Salvini ha invece scolpito a voce il suo Ronald Reagan nell’Eurozona. Il leader della Lega infatti, pur sprovvisto di cappellone texano, ci ha spiegato via radio la flat tax: “Io spero che ci guadagnino tutti, ma è chiaro che se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più”. È, a spanne, la trickle down economy che fu uno dei pilastri del reaganismo: se fai piovere soldi in alto, poi il percolato arriva pure agli zozzoni di terza classe. Ci sarebbero da dire molte cose, la prima è che questo – ammesso non riduca il bilancio dello Stato alle dimensioni di un condominio (la redistribuzione si fa con la spesa) – se non danneggia le fasce di reddito basse, di sicuro regala un pezzo più grande della torta a quelle alte. Certo, l’equità può non interessare, ma ci sarebbe quella cosa dell’Eurozona, aggregato in cui – par di ricordare – il problema fossero le politiche di domanda, non di offerta. E non solo: non s’era detto che in un sistema di cambi fissi (l’euro), e in costante deflazione tedesca, i maggiori consumi avrebbero trasformato – com’è stato in parte per gli 80 euro – i tagli di tasse in Italia soprattutto in Pil della Germania? Forse no e quindi ora prendiamo una paccata di miliardi e facciamo sì che chi ha un reddito alto paghi molte meno tasse e possa comprarsi una macchina nuova, magari una Mercedes e così, goccia a goccia, farà nascere nuovi posti di lavoro. A Stoccarda.

Qualche consiglio al premier, ai ministri & affini

Nessun governo, a nostra memoria, è nato in un clima di tale invelenita ostilità da parte del sistema dell’informazione. Forse nemmeno ai tempi di Berlusconi, anni in cui – almeno formalmente – esisteva un’opposizione polarizzata e dichiarata. I primi vagiti del nuovo esecutivo – il discorso del neo premier Conte – sono stati salutati da commenti sprezzanti, minacciosi, derisori. Prima grave colpa: non aver indicato le coperture in un discorso di legislatura e programmatico. Cosa che non ci risulta abbia fatto per esempio Matteo Renzi, che al suo esordio in Senato aveva comunicato di voler essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia in quell’aula, salvo poi ritrovarsi quattro anni dopo senatore, in un esercizio di estrema coerenza mai rimproverata da alcuno. Poi aveva parlato di azzeramento dei debiti della Pa e taglio a doppia cifra del cuneo fiscale – promesse non mantenute – iniziando il suo discorso con una citazione di Gigliola Cinquetti (il professor Conte è stato ripreso per le citazioni di filosofi e sociologi, si vede che Non ho l’età è di più elevato standing). Ma a questo giro di giostra il tu quoque non vale, i pentaleghisti iniziano la loro avventura con molti punti di svantaggio antropologico: sono i nuovi barbari, come notato dal sobrio Financial Times. Ci permettiamo quindi qualche non richiesto consiglio a premier, ministri e affini.

Il presidente Conte ha fatto un sacrosanto riferimento ai diritti sociali sacrificati e compressi nelle ultime legislature. Periodi in cui (non è un caso, ma non importa, le conquiste sono conquiste e bisogna semplicemente gioirne) invece i diritti civili sono stati protagonisti. La prima intervista del ministro Fontana si ricorderà per l’anacronistico riferimento all’aborto e per la contrarietà alle unioni civili (anche se ha “molti amici gay”, naturalmente). Ministro, è già successo tutto: le famiglie arcobaleno esistono, la società le ha già accettate. La legge 194 ha appena compiuto quarant’anni, una retromarcia sarebbe impensabile: meglio garantirne l’attuazione soprattutto nelle Regioni dove è quasi impossibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. L’alternativa è tornare ai tempi in cui le donne morivano ingurgitando decotti di prezzemolo. Dunque è forse preferibile che il dicastero che per la prima volta porta nel nome il tema della disabilità, si occupi con maggior attenzione delle migliaia di famiglie che convivono, con fatica e pochi sostegni da parte dello Stato, con l’abbandono: parliamo di persone che fanno molta più fatica a vivere tutti i giorni, tutto il giorno. Secondo consiglio, indirizzato al vicepremier e ministro dell’Interno: le politiche dell’immigrazione e la cronaca nera sono cose distinte. Dovendo occuparsi delle prime, è meglio non commentare ogni delitto che veda coinvolto un immigrato. A proposito: è arrivato in ritardo – colpevolmente – il ricordo di Soumaila Sacko, il sindacalista con regolare permesso di soggiorno, barbaramente ucciso in Calabria. Domenica grazie al cielo si voterà per le Amministrative e nemmeno la campagna elettorale potrà più essere un alibi per politici che hanno il dovere di dimostrare maturità politica e responsabilità. E che non hanno giurato su Topolino, bensì sulla Costituzione che è profondamente antirazzista e inclusiva. La delega alle Pari opportunità, quindi, sarebbe meglio finisca a qualcuno che la riempia di contenuti. Detto questo, i nuovi governanti si ritrovano con l’inedita situazione di una stampa improvvisamente intransigente: dovranno fare il triplo della fatica degli altri per dimostrarsi all’altezza. Sempre che ci riescano (e nonostante i predecessori avessero il volto inconcludente della boria).

Un europeismo anti-sistema per salvarci

La scomoda verità è che buona parte della critica di Savona all’euro non è molto distante da quanto scrive l’economista premio Nobel Joseph Stieglitz. O quanto, in camera caritatis, ammettono eminenti rappresentanti del cosiddetto establishment europeo. È un segreto di Pulcinella: l’Eurozona, senza riforme, è insostenibile e destinata alla disintegrazione. Ignorare questo fatto, così come gioirne, è da irresponsabili.

Per le note ragioni economiche: un’uscita cancellerebbe con un tratto di penna i risparmi degli italiani e farebbe crollare la capacità di export della nostra industria. Ma, soprattutto, per ragioni politiche. Mai come oggi, infatti, la gabbia da superare sarebbe proprio quella nazionale. Dalla gestione delle migrazioni allo scandalo dell’evasione fiscale delle grandi multinazionali; dalle sfide tecnologiche, che vedono l’Europa assente nella corsa fra Usa e Cina all’intelligenza artificiale, fino alla guerra commerciale di Trump. Sono, queste, sfide che solo una politica continentale potrà governare. Paradossalmente, recuperare sovranità passa per la creazione di una grande democrazia europea.

Abbiamo bisogno di una politica capace di riformare la zona euro e offrire una visione per l’Europa di domani. Ci sono tre condizioni perché questo accada. La prima è che le élite di governo, in modo particolare in Germania, si rendano conto che il re è nudo. Che non sono perversioni “populiste” a dichiarare questa Europa insostenibile. E che ficcare la testa nella sabbia è la strada maestra alla disintegrazione. Come cantava il poeta irlandese WB Yeats, “Tutto va in pezzi / e il centro non tiene”. Il governo Conte è un risultato dei Nein della cancelleria Merkel a ogni proposta di riforma. La seconda condizione, necessaria per la prima, è che le forze politiche italiane superino l’infantilismo che le ha sempre condannate all’irrilevanza. Non serve a nulla dire che si andrà ai tavoli europei “per prendere i soldi” per il reddito. I tavoli europei non sono un bancomat. Questa è la strategia fallimentare che fu di Matteo Renzi: chiedere scampoli di flessibilità. Molto più utile sarebbe mettere sul tavolo con forza la necessità di un sussidio di disoccupazione europeo. O, ancora, è senz’altro ragionevole mettere il veto sulla proposta di riforma del Trattato di Dublino, il sistema che regola la gestione degli arrivi dei migranti in Europa: si tratta di un’inutile proposta di riforma al ribasso. Ma qual è la controproposta e quali gli alleati? Si dovrebbe partire dalla recente e ambiziosa risoluzione del Parlamento europeo in cui si chiede una comune politica migratoria, stabilendo un asse forte con il governo italiano sulla questione (certo, le parole razziste che escono dal Viminale complicano l’operazione). O, infine, andrà Giuseppe Conte al Consiglio europeo di giugno semplicemente per sbattere i piedi o risponderà alle proposte di una riforma micragnosa dell’Eurozona con una visione di ampio respiro, in alleanza con Emmanuel Macron e Pedro Sanchez?

La terza condizione è che questa strategia non sia basata esclusivamente nel rapporto tra Stati – la diplomazia intergovernativa foriera di stagnazione politica e mancanza di visione – ma si appoggi su un rinnovato protagonismo dei partiti, dei sindacati e dei movimenti europei. Non ci sarà cambiamento se non riusciremo ad accompagnare alla spinta propulsiva di alcuni governi una mobilitazione europea vera e una capacità di convincere ampi settori, a partire dalle forze produttive e dai media, dei cosiddetti paesi centrali. Riusciremo ad accorgerci che il re è nudo? E si riuscirà ad andare oltre il dito impudico e accusatorio e tessere un vestito nuovo? È lecito dubitarne. Ma la storia non è mai scritta. È compito di chi la vive, se non si vuole fare solo avanspettacolo, provare a cambiarla. Ma con serietà.

Sembra politica, è solo una fiction

E se la politica che tanto ci appassiona fosse solo uno spettacolo? Uno stordimento seriale? Un pieno di parole che serve a riempire il vuoto?

Nel pianeta delle molte guerre, delle crescenti diseguaglianze, delle epidemie, delle estreme povertà, noi italiani bianchi abitiamo nella cuccia calda dell’Occidente, garantiti da una casa con acqua potabile, energia elettrica, medicine, quasi sempre un lavoro, quasi sempre una pensione. Oltre a una quota crescente di tempo libero, e dunque assediati dall’obbligo di smaltirlo insieme con il suo principale effetto collaterale, la noia, malattia degli dei, e i suoi derivati: spaesamento, depressione, accidia.

Per fronteggiare le pervasive nuvole del tempo libero, consumiamo – oltre a una quota crescente di benzodiazepine, alcol, droghe, mode di lontane culture, dal buddismo portatile al veganesimo da supermercato bio – una infinità di storie, massicciamente prodotte dalla tv, dagli smartphone, dalle playstation, dalla Rete. E poi – ma sempre meno – da cinema, libri, giornali. Muovendo una quarantina di miliardi l’anno di euro per garantirci tutti i racconti possibili fabbricati dall’industria dell’intrattenimento. Siamo di bocca buona. Ci appassionano le storie di pura evasione, navi stellari, super eroi, vampiri, regine che si sposano, attori che divorziano, madonne che piangono. Qualche volta persino storie che (forse) ci riguardano. Specialmente quelle fabbricate con e dalla politica assuefatti ormai a questa campagna elettorale permanente, che scompone e ricompone maggioranze, elabora contratti, promette o disdice, anziché agire. Nella forma che consumiamo, la politica è diventata un genere quasi del tutto televisivo, con ricadute automatiche su tutti gli altri mezzi, magari in forma di polemica con il punto esclamativo, di rissa o scandalo. È un intrattenimento allestito con poche scenografie, nessun costume di scena, un po’ di cipria e un po’ di chirurgia plastica, quando serve, nessun copione, molta improvvisazione, un centinaio di facce che girano sui teleschermi in differenti orari del giorno e del palinsesto, come i piloti di un circuito che non si ferma mai, salvo per il cambio gomme, quando piove.

Si tratta di un intrattenimento orale, a basso costo, come lo era quello intorno al fuoco dei tempi remoti, ma stavolta pubblico, dunque nazionale, che procede per titoli temporanei sostituiti da altri titoli temporanei, che lampeggiano, si spengono, ricompaiono, dall’articolo 18 all’indulto, passando per il condono, le pensioni d’oro, la casta, i vitalizi, eccetera.

Un racconto a puntate quotidiane, spregiudicato nella sintassi, sorprendente negli intrecci, trattandosi per lo più di puntate senza conseguenze, senza memoria, che ricominciano ogni giorno in un punto a caso del circuito: Ius soli, riforma Fornero, immigrazione, sì Tav, no Tav, reddito di cittadinanza, ma non subito, flat tax, vediamo quando, debito pubblico da risarcire, anzi no, aumento dell’Iva da scongiurare, anzi no.

Dove le cose che vengono dette – a proposito di alleanze, progetti di legge, riforme, statistiche economiche, sondaggi, rendiconti – non sono quasi mai del tutto vere, né del tutto false. Ma sempre verosimili. E salvo eccezioni, inverificabili, perché manca la voglia, manca il tempo, manca l’attenzione del pubblico, preme la pubblicità: “Ci rivediamo tra pochi minuti, state con noi”.

È uno spettacolo che suscita contemporaneamente innamoramento e insofferenza. Attrazione e ripulsa. Con un sovrappiù, magari incoerente, magari involontario, di frustrazione che fermenta in rabbia. Una rabbia sorda, sottocutanea, che fluisce, si accumula, si guasta. Ci guasta. Specialmente a causa del sospetto che lo spettacolo serva a riempire la superficie del nostro tempo vuoto – ancora lontano da guerre e carestie del mondo vero – mentre i bulloni e le viti che tengono in piedi il palcoscenico, vengano strette altrove, da meccanismi non del tutto lontani da noi, ma neanche troppo vicini. Imponderabili. Come le misteriose tubature che corrono tra i palazzi di Bruxelles, Washington, Pechino, le banche centrali, le agenzie di rating, i fondi planetari che spostano, in un battito d’ali, miliardi di dollari da un punto all’altro del pianeta, come fa cento volte al giorno BlackRock, il più grande fondo di investimenti al mondo, un patrimonio di 6 mila miliardi di dollari, tre volte il Pil dell’Italia intera. Colossi che emettono conseguenze sulle nostre vite a ogni impulso, ma del tutto silenziosi, navi stellari che ci sovrastano senza spiegarci nulla. In perfetto contrasto con la valanga di parole che ci stordisce. E finalmente ci distrae dalla noia. Ma niente affatto per secondi fini. Il primo basta e avanza.

Mail box

 

Nessun ministro è inquisito e questa in Italia è una notizia

“Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994”.

Così Marco Travaglio nel suo editoriale di venerdì 1 giugno. Certo, in un Paese normale non farebbe notizia, ma non in Italia.

Siamo talmente abituati a vivere nel marciume che quasi non ci spaventa più nulla.

Ma vuoi o non vuoi il cambiamento arriva sempre.

Winston Churchill, a tal proposito, narrava che non sempre cambiare equivale a migliorare, ma che per migliorare bisogna cambiare. Comunque andrà, in qualche modo è già storia…

Andrea Ventimiglia

 

DIRITTO DI REPLICA

Nell’articolo intitolato “Movida milanese: pizza e hamburger, il debito con il clan” del 2 giugno, si fa riferimento ad un asserito debito dei fratelli Iorio con un clan camorristico.

In realtà le indagini hanno escluso la fondatezza di tale circostanza. Torre Mariano, divenuto collaboratore di giustizia, ha riferito alla A.G. che ai fratelli D’Ari era stato fatto credere che il “Clan Lo Russo” avesse investito circa 200.000 euro nel ristorante Pizza Margherita durante la gestione dei fratelli Iorio.

Lo stesso Torre, soggetto di vertice del gruppo camorristico “Lo Russo”, per definire l’operazione compiuta ai danni dei fratelli D’Ari, avrebbe utilizzato l’espressione “Mattonella”, a indicare che il riferimento ad un preteso debito dei fratelli Iorio con l’organizzazione criminale fosse frutto di mera invenzione, funzionale esclusivamente alla realizzazione della condotta truffaldina ed estorsiva.

avvocati Bruno Botti,
Andrea Imperato, Ernesto Palmieri

Prendo atto della precisazione.

Dav. Mil.

 

In merito all’articolo pubblicato in data 3 giugno 2018 su Il Fatto Quotidiano dal titolo “Industria 4.0, basta far pedinare l’operaio scomodo” Electrolux tiene a precisare che Augustin Breda non è un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

La valutazione dei rischi inerenti le postazioni lavorative è una prerogativa e un dovere aziendale che viene svolta da istituti specializzati e da istituti universitari con competenze riconosciute a livello internazionale. È l’azienda a promuovere sempre per prima la tutela della salute e sicurezza sull’ambiente di lavoro investendo in Italia in media 5 milioni di euro all’anno.

Le attività di monitoraggio sicurezza e ergonomia sono uno standard per tutte le fabbriche Electrolux e sono condotte in collaborazione con le organizzazioni sindacali indipendentemente dalla presenza di uno specifico individuo.

‘La qualifica attribuita di maggiore esperto (riferito ad Augustin Breda) è una valutazione soggettiva non suffragata da titoli specifici’ – si legge nella sentenza n.150/2018 pubblicata il 15/03/2018 RG n. 1518/2017 – emessa dal giudice del Tribunale di Treviso in favore di Electrolux nella causa in materia di tutela avverso la condotta antisindacale.

Quanto al licenziamento ‘ingiustificato’ di Augustin Breda, di diverso parere è la stessa sentenza di cui sopra: “Nel caso di specie l’attività posta in essere dal lavoratore (i.e. Augustin Breda) nel periodo coperto dai permessi per l’assistenza non ha sicuramente soddisfatto i requisiti di legge poiché è stata diretta non all’assistenza presso la zia ma ad altre attività quali: attività sindacale; attività di organizzazione del periodo di congedo matrimoniale; attività di manutenzione dell’abitazione propria e di quella della zia; attività asseritamente collegate ai fabbisogni della zia (spesa alimentare e contatti con potenziali assistenti).

Tutte tali attività avrebbero potuto e dovuto essere svolte in orari diversi da quelli di assistenza.

Da tali considerazioni discende che il licenziamento non può ritenersi sospetto di strumentalità sotto l’aspetto della sua legittimità rispetto all’ordinamento disciplinare, poiché appunto appare un licenziamento legittimamente fondato su di una trasgressione reale sufficientemente grave”.

La procedura disciplinare intrapresa da Electrolux nei confronti del dipendente è stata condotta nel pieno rispetto delle disposizioni legali vigenti, avendo evidenza di reiterato abuso del diritto di utilizzo di permessi retribuiti.

E per questo l’azienda si opporrà alla sentenza emessa dal giudice del lavoro del Tribunale di Pordenone che ne ha ordinato il reintegro.

Ufficio Stampa Electrolux

 

Ringrazio l’Electrolux per la cortese lettera che non riguarda una sola virgola del mio articolo. L’operaio Augustin Breda non è un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, come sostiene Electrolux, per la semplice ragione che è stato licenziato. Però lo era quando, proprio a causa della sua attività in quella veste, è stato licenziato. Il licenziamento è stato impugnato e il giudice lo ha giudicato “ritorsivo” e quindi nullo. Certo, non credo che Electrolux si aspetti, in nome dei tre gradi di giudizio, la censura provvisoria delle notizie sulle sentenze di primo grado che le danno torto.

G. Me.

Socialismo. L’agonia centrista del Pd, partito governista non immune da virus

“Come tutte le scissionisocialiste italiane di questo secolo, essa non fu la causa di successive sconfitte ma l’effetto di una sconfitta già consumata”. Sono parole di Vittorio Foa, e gli furono suggerite dall’esperienza della scissione che nel 1947 fu guidata da Saragat. Le faccio mie adattandole ai 27 anni seguiti dopo l’uscita del libro di Foa: a sinistra le scissioni, e le abborracciate riunificazioni, e le rifondazioni sedicenti radicali quanto improvvide, e l’apertura delle porte a veri cavalli di Troia, come nel caso del Pd con Renzi, non sono la causa di successive sconfitte, ma l’effetto di sconfitte già consumate. E a conferma della mia tesi riprendo altre parole di Foa: “Giuseppe Saragat che aveva scelto la rottura coi comunisti per confermare il suo impegno democratico, era stato rapidamente assorbito da un’area centrista nella quale qualsiasi riforma socialista, anche la più moderata, non poteva trovare posto”. Nel 2007, Walter Veltroni, che in una sorta di assurdo autodafé ha pure dichiarato di non essere mai stato comunista, e senza bisogno di rompere con nessuno, ha fondato un assurdo partito in cui qualsiasi riforma, anche la più moderata, senza nessuna stilla di socialismo, poteva trovare posto, ed in cui ha fatalmente trionfato un democristiano centrista più centrista di qualsiasi democristiano d’annata. O a sinistra si riparte dal riconoscimento delle sconfitte e delle cause, e dall’attualità della parola “socialismo”, oppure non resta che aspettare che nascano le generazioni a noi pronipoti.

Vittorio Melandri

 

Caro Melandri, a distanza di un decennio esatto dalla fondazione del Partito democratico ho ormai consolidato il mio sospetto che quella non fosse un’ambiziosa operazione politica e culturale ma semplicemente la somma di due debolezze, quelle di Ds e Margherita, con l’illusione di fermare l’erosione del consenso per il centrosinistra. Il Pd, infatti, non ha mai vinto le elezioni politiche: né con Veltroni, né con Bersani, né con Renzi. Spesso scissioni e fusioni in questa parte del campo si sono consumate non per disegni larghi con una visione precisa di Paese, ma solo per puro e sterile governismo o poterismo, come lo chiamava Stalin. Questo è il punto centrale. Se oggi in Italia manca una grande forza socialista non è solo per la crisi internazionale che investe la sinistra, ma proprio per quella scelta del 2007, che ha trasformato il Pd in un partito centrista e non immune dai virus della malapolitica. Ma l’assassino non è solo Renzi. Prima di lui, c’è stato il realismo letale di Giorgio Napolitano che dal Quirinale ha inferto tanti colpi mortali al “suo” partito.

Fabrizio d’Esposito