“Pericolo di morte a Boccadifalco”, avviso choc del Comune

Con un avviso choc il Comune di Palermo ha avvertito centinaia di cittadini che abitano sotto il costone montuoso di Boccadifalco, nella periferia sud della città, che la zona è a rischio “molto elevato” di dissesto, “in cui sono possibili gravi refluenze: gravi lesioni alle persone fino alla perdita di vite umane, oltre che danni funzionali o gravi agli edifici, infrastrutture, alle attività economiche e al patrimonio ambientale”. L’area è indicata “R4”, che definisce il rischio più alto; l’amministrazione cita studi effettuati dall’assessorato regionale al Territorio “nell’ultimo decennio”.

I toni della lettera, che alcuni residenti hanno ricevuto a fine marzo, sono allarmanti. “È necessario che ella e i suoi familiari – si legge – adottino modelli di comportamento che possano fare diminuire drasticamente il rischio per l’incolumità delle persone pur non potendo contestualmente salvaguardare i manufatti”. Ma un gruppo di cittadini ha raccolto firme in calce a una petizione per chiedere al Comune e alla Protezione civile interventi per la messa in sicurezza del costone.

Processo Spada, nessuna vittima si presenta in aula

Le vittime delle vessazioni hanno disertato l’aula bunker di Rebibbia. Hanno deciso, forse per paura, di non volersi costituire parti offese nel primo maxi-processo a carico di appartenenti al clan Spada, il sodalizio criminale che secondo i pm della Procura di Roma detta legge nella zona di Ostia. Un segnale che arriva proprio nella prima udienza davanti alla III corte d’assise chiamata giudicare 24 persone accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, usura ed estorsione.

Per i pm la decisione di non essere in aula da parte di chi ha subito per anni violenze e minacce conferma che nella zona del litorale romano “permangono gravi problemi di sicurezza legati a un contesto criminale mai placato”. Una sorta di clima di “intimidazione” che ha portato i rappresentati dell’accusa a dire “no” alla richiesta delle difese di trasferire gli imputati in carceri di Roma e Lazio.

“Si rende indispensabile – hanno spiegato i pm Mario Palazzi e Ilaria Calò – il regime di alta sorveglianza cui sono sottoposti la maggior parte dei 24 finiti a processo”. Tra gli imputati i presunti capi clan a partire da Carmine e Roberto Spada, quest’ultimo già sotto processo per l’aggressione al giornalista Rai Daniele Piervincenzi avvenuta ad Ostia il 7 novembre scorso. I due sono accusati anche di essere i mandanti del duplice omicidio Galleoni-Antonini del 2011. Un evento che per i pm segna il tramonto del potere criminale dei Baficchio e l’“ascesa del clan Spada” a Ostia.

I giudici hanno ammesso come parti civili il Comune di Roma e la Regione Lazio oltre che le associazioni Antonino Caponnetto, Libera e Ambulatorio Antiusura onlus.

Il maxi-processo è il risultato di una attività di indagine durata anni e culminata con il blitz del 25 gennaio scorso che portò all’arresto di 32 persone.

“L’isolamento di Rigopiano fu causato dalla Regione”

Èsufficiente leggere le 18 pagine dell’avviso di garanzia firmate dalla Procura di Pescara, nell’inchiesta sulla tragedia di Rigopiano, per comprendere fino in fondo a cosa serva lo Stato e quanto sia vitale il ruolo di istituzioni e burocrati. È il 18 gennaio 2017 quando una valanga si abbatte sull’hotel abruzzese provocando la morte di 29 persone. Nonostante una serie di allarmi nei giorni precedenti, però, secondo l’accusa la macchina regionale dell’emergenza parte in ritardo.

“La Regione – si legge nell’atto – nelle persone del Presidente della Giunta Regionale, dell’Assessore con delega alla Protezione civile e dei funzionari… attivava tardivamente… il Comitato Operativo Regionale per le Emergenze, peraltro in assenza di piani di emergenza regionali, in località diversa da quella della Sala Operativa e così anche in assenza delle schede di evento predisposte da quest’ultima e senza sollecitarne l’immediata trasmissione. E così ometteva di svolgere tempestivamente il ruolo assegnato dalla legge di coordinamento delle attività di soccorso…”.

In sostanza, il presidente e neo senatore Luciano D’Alfonso, il suo assessore e alcuni funzionari, sono accusati di aver determinato le condizioni per il totale isolamento dell’Hotel Rigopiano e/o, comunque, tali da determinare e/o non impedire che la strada provinciale… fosse impercorribile per ingombro neve, di fatto rendendo impossibile a tutti i presenti in detto albergo (ospiti e personale) di allontanarsi dallo stesso, tanto più in quanto allarmati dalle scosse di terremoto della giornata”. “Pertanto – continua l’accusa – ciascuno degli imputati, con siffatte condotte colpose, connotate da negligenza, imperizia, imprudenza e violazione di norme di legge, regolamenti, ordini o discipline, concorreva nel cagionare la morte di 29 persone e le lesioni personali, anche gravissime, ad altre 9 persone presenti”.

E spezza il cuore, in queste pagine, leggere l’elenco delle 29 vittime: accanto al nome, la causa della morte, dalla “asfissia”, alla “violenta compressione e schiacciamento del corpo”, all’“emorragia”. Spezza il cuore leggere la Spoon River dell’hotel Rigopiano di Farindola affiancata alle negligenze, imperizie e imprudenze che il procuratore Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia attribuiscono a ben tre presidenti di Regione – Ottaviano Del Turco, Gianni Chiodi e Luciano D’Alfonso – e una pletora di funzionari, inclusa l’ex direttore generale della Regione, Cristina Gerardis, chiamata in causa proprio dall’attuale governatore. La responsabilità penale andrà ovviamente verificata. L’accusa di cooperazione in omicidio e disastro colposo andrà provata in ogni grado di giudizio. Ma la responsabilità politica è già verificata negli atti d’accusa: sono stati necessari 25 anni, 29 morti e 9 feriti, perché l’Abruzzo si dotasse della Carta di localizzazione del pericolo da valanga, prevista sin dal 1992. Nel gennaio 2017, quando la valanga devasta l’albergo, ancora non esiste.

Se fosse stata emanata, sostiene l’accusa, avrebbe “di necessità individuato, nella località di Rigopiano, un sito esposto a tale pericolo”. La conseguenza? “Tali informazioni – continua l’accusa – avrebbero determinato… l’immediata sospensione di ogni utilizzo, in stagione invernale, del suddetto albergo, fino alla realizzazione di idonei interventi di difesa anti valanghiva”.

Sotto accusa politica e burocrazia. I funzionari “omettevano di attivarsi” persino nella predisposizione delle “doverose richieste dei fondi da stanziare nel bilancio regionale”. Il “preventivo finanziario gestionale relativo all’intero Dipartimento della Protezione Civile”, per il triennio 2015-2017, era tra 1,3 e 1,4 milioni l’anno. Quando la Regione si attiva, dopo la tragedia, si scopre che 1,3 milioni sono sufficienti per la sola predisposizione della Carta valanghe. E la Regione deve variare il bilancio regionale.

“Oseghale non stuprò Pamela Mastropietro prima di ucciderla”

Innocent Oseghale non stuprò Pamela Mastropietro prima di ucciderla il 30 gennaio scorso a Macerata. È la ricostruzione avallata a suo tempo dal gip di Macerata Giovanni Maria Manzoni e di fatto confermata ieri dal Tribunale del Riesame di Ancona: i giudici hanno respinto il ricorso della Procura di applicare il carcere anche per violenza sessuale al 29enne nigeriano già detenuto ad Ascoli Piceno per omicidio, vilipendio, distruzione di cadavere e spaccio di droga. La motivazione della decisione verrà depositata nel giro di un mese. Solo a Oseghale e non agli altri indagati – Desmond Lucky e Awelima, detenuti ad Ancona, e un quarto nigeriano denunciato a piede libero – l’accusa contesta la violenza sessuale. Nell’istanza contro la decisione del gip il procuratore Giovanni Giorgio ha sostenuto che lo stupro sarebbe anzi stato il movente dell’omicidio avvenuto nell’appartamento abitato da Oseghale e che la “cura maniacale” messa nella pulizia del corpo, tagliato a pezzi e ritrovato all’interno di due trolley abbandonati a Pollenza, sarebbe stata indice della volontà di cancellare le tracce della violenza.

Inscenarono “suicidio” di Marchionne. Per la Cassazione è giusto licenziarli

Nella città del neo ministro del Lavoro Luigi Di Maio, i cinque operai Fca che inscenarono il finto suicidio dell’ad Sergio Marchionne hanno perso il lavoro per una sentenza della Cassazione, e per gli altri 4.600 addetti dello stabilimento si spalancano 15 mesi di cassa integrazione straordinaria a rotazione. Per una curiosa coincidenza due vicende scollegate si consumano nello stesso giorno e proprio nei luoghi e nel collegio di Di Maio, annodando così un filo di angosce e sacrifici intorno al futuro del polo automobilistico di Pomigliano d’Arco (Napoli). Il vicepremier stamane è a Pomigliano per un appuntamento già programmato con il management della Leonardo e potrebbe incontrare gli operai licenziati.

Uno di loro, Mimmo Mignano, ieri è andato sotto casa Di Maio, si è incatenato e si è cosparso la testa di benzina per protesta. Soccorso dalle forze dell’ordine e dal 118, Mignano è finito all’ospedale di Nola.

Da quattro anni lui, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore erano stati reintegrati nel posto di lavoro su decisione della Corte d’Appello di Napoli che aveva annullato il licenziamento, confermato dal Tribunale di Nola, sul presupposto dell’inesistenza della “giusta causa”. Durante questi anni i cinque operai hanno percepito lo stipendio senza lavorare, l’azienda ha rifiutato di riammetterli in fabbrica.

Ieri la Cassazione ha ribaltato l’esito del processo, accogliendo il ricorso di Fca: la protesta del 2014, il finto suicidio di Marchionne, inscenato dopo il suicidio, vero, di una dipendente, frutto secondo i manifestanti delle politiche aziendali, per la Suprema Corte giustifica i licenziamenti ritenendo “travalicati i limiti della dialettica sindacale” e minata irrimediabilmente “la fiducia alla base del rapporto di lavoro”. La sentenza arriva nel giorno della chiusura di un accordo presentato da Fca e condiviso da Fim, Uilm, Fismic e Ug, che prevede 15 mesi di cassa integrazione a rotazione totale. Muteranno gli ammortizzatori sociali dei 4.600 dipendenti di Pomigliano e del polo logistico di Nola, fino a luglio in regime di contratti di solidarietà. L’accordo dovrebbe consentire gli investimenti e la ristrutturazione degli impianti che accoglieranno la produzione del nuovo modello premium promesso dal Lingotto. A fine giornata Luigi Di Maio ha annunciato di aver fatto visita in ospedale all’operaio ferito.

Filippo Magnini e l’accusa di doping: “Lo fanno tutti…”

Intercettazioni e pagamenti su carte prepagate. La richiesta di squalifica – ben otto anni – avanzata dalla Procura antidoping Nado Italia nei confronti di Filippo Magnini, ex campione del nuoto italiano ed ex compagno di Federica Pellegrini, nasce da un’indagine degli investigatori specialisti del settore: il Nas – Nuclei Antisofisticazioni e Sanità – dei Carabinieri. Coinvolto anche un altro nuotatore della nazionale azzurra, Michele Santucci, per il quale è stata richiesta una squalifica di 4 anni.

E i due, Santucci e Magnini, sono stati più volte intercettati dal Nas, a circa sei mesi dalle olimpiadi di Rio de Janeiro. In una delle telefonate, Santucci è piuttosto scettico sull’utilizzo della sostanza dopante, ma Magnini lo tranquillizza: “Guarda – gli dice in sintesi – che tanto fanno tutti così”. È una delle intercettazioni chiave dell’intera vicenda. Una vicenda che vede la svolta nel dicembre 2015, quando, in seguito al sequestro, in un centro fisioterapico di Pesaro, di alcune sostanze dopanti, la procura e gli investigatori decidono di indagare sul dietologo Guido Porcellini e sul suo collaboratore Antonio De Grandis. Il Nas dei carabinieri incastra i due, che finiscono sotto processo, mentre i due sportivi, sotto il profilo penale non subiscono alcuna ripercussione perché non esiste alcuna prova che abbiano acquistato le sostanze in questione. Gli atti finiscono però alla procura sportiva. Nel corso delle indagini, infatti, si scopre innanzitutto che, attraverso internet, Porcellini e De Grandis avevano messo in piedi un traffico di ormoni della crescita con la Cina. Gli investigatori del Nas, però, scoprono anche dell’altro. Tra i presunti clienti ci sono anche dei nuotatori agonisti di livello mondiale: gli specialisti dello Stile libero, in nazionale, Magnini e Santucci. Siamo tra fine 2015 e inizio 2016, ovvero nel pieno della fase di preparazione delle olimpiadi di Rio de Janeiro. Agli atti, nelle intercettazioni, anche le conversazioni con le quali Porcellini non soltanto stabilisce e consiglia quali sostanze fossero necessarie per migliorare le prestazioni, ma anche le modalità e i tempi di assunzione per raggiungere i risultati prefissati. Di più: secondo il Nas e la procura di Pesaro, infatti, erano proprio Magnini e Santucci a commissionare l’acquisto dei farmaci. E per questo avrebbero pagato alcune migliaia di euro Porcellini. Nessuna prova, però, che i due abbiano mai ricevuto il materiale dopante.

Di certo, Magnini è presente durante la perquisizione a Porcellini, durante la quale i farmaci proibiti vengono sì ritrovati in studio, ma non nella disponibilità diretta del nuotatore. Ma non è finita. Dalle indagini emerge anche altro. Magnini, per portare a termine l’operazione, si rivolgeva a una persona molto vicina a Federica Pellegrini, che è totalmente estranea alla vicenda. È Emiliano Farnetani, fisioterapista di Magnini e Pellegrini, che viene individuato per due obiettivi. Il primo: individuare i laboratori di analisi nei quali, per evitare di far rilevare la positività alla sostanza dopante, bisognava depositare gli esami del sangue. Il secondo: a Farnetani sarebbe stato affidato il compito, mai portato a termine, di trasferire il farmaco proibito nei paese estero dove Magnini e Santucci avrebbero ultimato la preparazione atletica in vista delle olimpiadi. Dopo aver saputo della richiesta di squalifica, Magnini ha definito il tutto come una “evidente ingiustizia”.

“Dopo tutta la collaborazione prestata nelle indagini in questi otto mesi di strazio per me”, ha detto Magnini, “leggo il mio nome ancora sbattuto in prima pagina, accostato alla parola doping, nonostante la Procura della Repubblica di Pesaro abbia già chiuso il caso dichiarandomi totalmente estraneo ai fatti. Questa indagine è vergognosa”, ha continuato, sostenendo che si basa “su fatti che ho smentito”. Magnini parla di “gravi manomissioni”, di “accuse prive di fondamento”, di “indagine-farsa”. “Mai prima d’ora – continua – era comparso il binomio Magnini-doping, se non per le mille battaglie proprio contro il doping alle quali ho prestato la mia immagine e la mia anima”. Nonostante le due audizioni in procura antidoping, però, Magnini non deve aver minimamente convinto l’accusa, considerato che la squalifica di 8 anni è la massima pena prevista. Anche perché le intercettazioni registrate dal nas dei Carabinieri sono parecchie e a volte parecchio esplicite. E se dire “così fan tutti” a Santucci, due anni fa, poteva bastare a tranquillizzare il compagno di nazionale, oggi suona come un atto d’accusa difficile da smontare.

Abusano di una ragazzina e il carabiniere li giustifica

Immaginate questa ragazzina di Vasto che a 14 anni si innamora di un ragazzino di 15. E che decide, in un’età in cui la fiducia negli uomini è un imprinting che segna per sempre, che quel ragazzino sarà la sua prima volta. Immaginate l’emozione, l’imbarazzo, la vertigine.

Poi c’è lui, il ragazzino. Che forse la sua prima volta se l’è vissuta già e non è affatto preoccupato di farla sentire a suo agio, di lasciarle un ricordo speciale, di guidarla con delicatezza e premura nel mondo delle cose che fanno i grandi. È preoccupato solo di una cosa: di garantirsi, con quella prima volta, anche le repliche successive. Chissà che lei magari poi non cambi idea, che non voglia più farlo, che quelle cose da grandi la spaventino e voglia aspettare per riprovarci. Ed è preoccupato anche di sapere con certezza che in futuro lei non si opporrà, se pure qualche suo amico vorrà farsi un giro con lei. Allora pensa bene di convincerla ad avere i primi approcci con lui mentre il momento viene immortalato di nascosto.

Mentre lei decide che quello è il primo ragazzino di cui si può fidare totalmente, lui la fotografa, la riprende senza dirglielo. E da quel giorno inizia una storia di seconde, terze, quarte e chissà quante altre volte ottenute col ricatto: se non lo fai con me, se non lo fai col mio amico, se non lo fai con i miei amici sei rovinata. Divulgo tutto, faccio vedere che a 14 anni fai le cose che fanno le ragazze grandi. Ti parleranno dietro. Non potrai più uscire di casa dalla vergogna.

Trascorrono due anni in cui la ragazzina, complici la paura e la sudditanza psicologica, obbedisce agli ordini dei suoi aguzzini. Sesso di gruppo, canne, telefonate perentorie della serie: oggi vieni da noi o altrimenti…

C’è un’intercettazione telefonica divulgata dai carabinieri di Vasto, in cui si sente l’ormai diciassettenne che la minaccia “Vieni o lo sai che ti succede”. La ragazzina soffre. A scuola va male. Si sfoga con un compagno che non riesce a credere ai suoi racconti. E che la convince a denunciare tutto. Anche mentre i carabinieri la interrogano, le arrivano quei messaggi, quelle telefonate. Le minacce, i ricatti. Il giorno dopo, all’appuntamento con i suoi aguzzini, si presentano le forze dell’ordine.

Scattano le perquisizioni a casa di quello che un giorno era stato il suo fidanzatino. Vengono fuori le foto, i video e tutto quello che per due anni è servito a rendere una ragazzina di 14 anni una sorta di schiava sessuale non a Kabul, ma in una qualunque cittadina del Centro Italia. È la fine dell’incubo. La ragazzina è tra le braccia dei suoi salvatori, dei carabinieri che l’hanno ascoltata, accudita, protetta.

Poi succede che una giornalista vada dal comandante dei carabinieri di Vasto, Amedeo Consales, a chiedergli informazioni sull’accaduto e il comandante dia delle risposte che al massimo si leggono sulla bacheca Facebook di qualche amico del calcetto che si infila la toga e si improvvisa avvocato del diavolo. “I due ragazzi non si sono resi neanche conto della gravità delle loro condotte”, afferma il comandante Consales. La giornalista lo interrompe. Probabilmente non crede neanche lei a quello che ha sentito. Lo incalza: “Ma lei è certo? Una condotta reiterata per due anni…”. E, se possibile, lui peggiora la situazione: “Quantomeno l’hanno sottovalutata. Sapevano che probabilmente facevano qualcosa che non andava fatto, qualcosa di sbagliato. La percezione di chi ha operato però è che i ragazzi abbiano sottovalutato la valenza e il disvalore sociale apportato con la loro condotta”. Quindi due ragazzi quasi maggiorenni (ma pare ce ne siano altri 5 indagati) hanno obbligato ad avere rapporti sessuali con loro una ragazzina ricattandola per due lunghi anni, e poverini, non si rendevano conto di quanto fosse grave la loro condotta?

Il comandante ci vuole raccontare che si ritrovano indagati per pornografia minorile, atti persecutori, violenza privata e cessione di sostanza stupefacente e loro al massimo, ma proprio al massimo, pensavano di poter ricevere una telefonata dai genitori di lei della serie “Birbanti, la smettete di corteggiare nostra figlia?”. E soprattutto, che vuol dire, di grazia, “la percezione di chi ha operato però è che i ragazzi abbiano sottovalutato la valenza e il disvalore sociale apportato con la loro condotta”?

Si parla di una ragazzina, non di disvalore sociale. Hanno sottovalutato la sensibilità, la dignità, l’anima, il corpo, l’esistenza futura di una ragazzina. Non c’è attenuante. È grave che chi gliela concede, l’attenuante, indossi quella divisa a cui la ragazzina s’è aggrappata. Quei ragazzini hanno agito con cinismo e crudeltà e non hanno affatto sottovalutato la gravità della loro condotta. E a dirla tutta, chi forse sta sottovalutando la gravità della sua condotta, a oggi, è solo il comandante Amedeo Consales.

Palagiustizia Bari, l’Anm e gli avvocati pagano i bagni chimici

Il procuratore di Bari Giuseppe Volpe ha chiesto al presidente dell’Anm Francesco Minisci la disponibilità a pagare da lunedì prossimo i bagni chimici per la tendopoli allestita dinanzi al Palagiustizia di Bari inagibile. La richiesta è stata avanzata durante la visita a Bari di Minisci, giunto per rendersi conto di persona della situazione di emergenza.

Dal primo giorno di udienze nelle tre tensostrutture, il 28 maggio scorso, e fino alla fine di questa settimana, i bagni chimici sono pagati dall’Ordine degli avvocati di Bari. Da lunedì prossimo si farà carico della spesa l’Anm. Alla richiesta del procuratore Volpe, infatti, il presidente Minisci ha risposto dando la propria disponibilità a contribuire.

“Il ministro della Giustizia nomini un commissario ad hoc dotato di poteri amministrativi straordinari per reperire immobili dove trasferire gli uffici giudiziari di Bari, costretti in queste settimane a svolgere le loro attività in una tendopoli, dopo che il Palagiustizia è stato dichiarato inagibile per rischi crolli. E valuti la sospensione dell’attività giudiziaria e dei termini di prescrizione dei processi il Csm a sollecitare il neo ministro Alfonso Bonafede a intervenire in fretta.

Zaia l’incontenibile: “Ebbene sì, siamo razzisti”

“Questo territorio ci ha premiati alle ultime elezioni, ieri ho sentito Matteo Salvini, era al ministero dell’Interno, il progetto è chiaro: pretendiamo che se c’è un posto libero qui prima lo diamo a voi poi a uno del resto del mondo”. Esordisce così il governatore del Veneto, Luca Zaia a Recoaro Terme (Vicenza), durante il comizio a sostegno del candidato sindaco Davide Branco. “Su 200 mila immigrati che arrivano ogni anno l’80% non scappa dalla morte e dalla fame e siccome il 10% dei cittadini veneti non arriva a fine mese l’aiuto bisogna darlo alla nostra gente, poi se avanza lo daremo anche agli altri”. Cita di nuovo Salvini: “Il suo progetto è mettere fine a sei anni di porte aperte e basta delegittimazione delle forze dell’ordine, non è facile lavorare sapendo che vai ad arrestare qualcuno che viene da Paesi dove gli tagliano la mano (sic!). Noi non pensiamo che uno è delinquente perché ha avuto un’infanzia difficile ma che se è un delinquente l’unico posto tranquillo è la galera”

Poi spiega: “Se razzisti sono coloro che vogliono tenere lontani chi non ci permette di vivere come prima, che vogliono entrare nelle nostre case, allora siamo razzisti”. Strappa applausi quando chiede: “Quanti vostri parenti sono partiti per l’estero, ma i nostri veneti si levavano il cappello per ringraziare, non sono andati a riempire le galere e non hanno mai fatto come questi che pretendono di essere padroni ancora prima di arrivare”. Per passare ad elencare le quattro cose a costo zero che il governo farà subito: “Inasprire le pene, certezza della pena, legittima difesa, se uno mi entra in casa sono legittimato a difendere la mia famiglia e la mia proprietà” e “togliere il galateo e le buone maniere dalle mani delle forze dell’ordine per riconsegnargli il manganello e le manette”. Ad ascoltarlo anche un artigiano di Recoaro Terme, che ha patteggiato 1 anno e 10 mesi di reclusione per aver un anno fa, commissionato, dietro pagamento, al romeno Mihai Chira i roghi all’ex albergo “Il Bersagliere” che avrebbe dovuto accogliere 55 richiedenti asilo. I manganelli, ma non per reprimere bensì per “restituire dignità alle forze dell’ordine” ci spiega il suo portavoce, invocati anche due giorni prima a San Sistino di Livenza dove si era recato per sostenere il candidato sindaco: “Questo è un Paese che ha bisogno di ridonare i manganelli e le manette alle forze dell’ordine e togliere i guanti di velluto”. “Sono nata qui, dove non mi sono mai sentita minacciata, ad ascoltare quel linguaggio così violento mi sono sentita umiliata”, ci racconta la sociologa Chiara D’Ambros, videomaker di Report: “E pensare che Zaia sa essere molto più garbato e civile”.

“Espellere ci costa. Bisogna scegliere in modo oggettivo”

Magistrato alla Procura di Torino, Paolo Borgna i clandestini ha il compito di perseguirli. Conosce storie, fatti, persone. Sa quanto è difficile affrontare il tema. Se ne occupa dal 1998. E qualche giorno fa su Avvenire ha pubblicato un articolo per nulla scontato e di grande lucidità

Iniziamo allora dal tema delle espulsioni. Aumentarle senza criteri o seguire target precisi?

Fare le espulsioni costa. E allora bisogna scegliere in modo concreto e oggettivo. Partendo – va da sé – da chi in Italia, clandestino, commette reati gravi o mediamente gravi come lo spaccio, le rapine, gli scippi. Espellere tutti coloro che non sono regolari sul nostro territorio vuole dire, ad esempio, espellere tutte le badanti che da noi lavorano onestamente. Ma certo queste sono espulsioni più semplici. Chi lavora, pur irregolare, con sé ha sempre il passaporto. Identificarlo è molto facile. Ma ha senso espellere persone perbene e che vogliono lavorare? Più difficoltoso e lungo, invece, quando si ha a che fare con i criminali che non vanno a fare le rapine con i documenti. E quando vengono arrestati possono, e succede spesso, dare false generalità. Forti del fatto che non saranno scoperti subito. È un iter complesso, ma va perseguito. Espellere le badanti aumenta i numeri, ma non risolve il problema.

Clandestini a parte, c’è poi l’universo complesso dei richiedenti asilo.

Qui i tempi delle decisioni sulle richieste sono lunghi fino a due anni. Oggi le procedure si sono accorciate, ma non di tanto. E comunque sia cosa succede quando la richiesta viene respinta? Lo straniero dovrebbe lasciare il nostro Paese. Cosa che non fa. E le nostre statistiche ci dicono che un certo numero di chi resta entra nel circuito della microcriminalità. Bisogna anche dire che molti degli attuali richiedenti asilo non vedono accolta la loro richiesta, essendo semplicemente rifugiati economici.

Stranieri a spasso per le nostre città pagati da noi, il refrain ormai è noto.

Oggi in Italia non vedo una mancanza della cultura dell’integrazione. Certo, e soprattutto negli ultimi anni, si è sviluppata una insofferenza verso lo straniero. Nella seconda metà degli anni Novanta il problema riguardava le grandi città. Oggi con la diffusione dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) su tutto il territorio nazionale e in particolare nei piccoli comuni il senso di ostilità è aumentato. Personalmente mi è capitato di andare in comuni di 200 abitanti che accoglievano fino a 20 richiedenti asilo.

Sbarchi, trattati di Dublino da modificare, l’Italia lo chiedeva e ora non più…

Su questo fronte, da un lato la politica dell’ex ministro Minniti ha prodotto buoni risultati. Dall’altro, però, ha creato campi, ad esempio in Libia, criticati anche dall’ultimo report del segretario generale dell’Onu. Credo che la gestione di questi campi dovrebbe essere affidata a una missione europea, in cui l’Italia dovrebbe avere un ruolo fondamentale.

Fotografato il reale, che direzione prendere?

Le ricette per alleviare il problema saranno sempre incomplete. La vera soluzione, che deve essere presa a livello europeo, è un Piano Marshall per l’Africa. Bisogna investire denari, ad esempio, sulla classe media che in alcuni Stati africani esiste e vuole esistere. Per quanto riguarda l’Italia, uno dei problemi è l’assenza ormai cronica di un decreto flussi. Se io sono un contadino e voglio venire a coltivare la vite sulle colline del Monferrato, oggi il nostro Paese non è in grado di dare a questa persona una risposta.

Le politiche sull’immigrazione in Italia cosa scontano?

Il problema è sempre stato affrontato su un terreno ideologico. Da un lato la cosiddetta cultura populista ha saputo cogliere le difficoltà dei ceti deboli italiani rispetto ai flussi stranieri. Però questa stessa cultura non ha saputo poi dare soluzioni effettive. Il reato di clandestinità è l’emblema di questa difficoltà a fornire risposte. Dall’altro lato, le élìte europee non hanno colto i temi cruciali, dando risposte spesso astratte. Per questo dobbiamo abbandonare il campo ideologico e puntare sul concreto. Se noi chiediamo agli italiani di far lavorare le badanti ed espellere i criminali, chi dirà di no?