San Luca, per la terza volta di fila nessuno si è candidato a sindaco

Ai cittadini di San Luca evidentemente i commissari piacciono. Alle elezioni del 10 giugno non si voterà nel piccolo paesino della Locride, in provincia di Reggio Calabria, conosciuto come la culla della ’ndrangheta. Dopo lo scioglimento per mafia del 2013 e una tornata elettorale in cui non è stato raggiunto il quorum nel 2015, per la terza volta consecutiva nessuno si è candidato a sindaco a San Luca, regno delle cosche Nirta, Strangio, Pelle e Vottari. Sono le stesse famiglie mafiose protagoniste dei sequestri di persona degli anni Ottanta e della faida che, nell’agosto 2007, è stata “esportata” addirittura nel cuore della Germania, a Duisburg, dove sei morti ammazzati sono stati lasciati a terra in risposta alla strage di Natale in cui morì la moglie di un boss.

“Qui la gente si è stancata ed è convinta – dicono in paese – che fare un sindaco o fare un commissario, alla fine non cambia nulla. Siamo in una tonnara e noi siamo i tonni”. Eppure, per il prefetto di Reggio Calabria Michele Di Bari, “ci sono tutte le energie perché la municipalità possa essere restituita ai cittadini. Bisogna scindere da ciò che è ‘ndrangheta dalla restante della popolazione onesta”.

“6.000 euro per 500 voti”: ogni promessa è schiaffo

“Vuoi arrivare fino alla fine?”. Sono le 7:30 di ieri mattina quando una candidata della lista Progressisti (nella coalizione del sindaco Enzo Bianco) si sente fare questa domanda davanti al proprio ufficio, centro di Catania. Rimane interdetta, non capisce a cosa si riferisce il ragazzo, 20 anni circa, esile, con indosso una maglietta a righe bianche e rosse. Spontaneamente risponde: “Sì”. Con la mano destra il giovane colpisce il volto della donna, lasciandole sulla guancia sinistra quattro evidenti segni che fanno pensare indossasse degli anelli. Rimane spaventata e sotto choc, mentre lui fugge via dileguandosi tra le strade assolate di una Sicilia già in piena estate. La polizia raccoglie la denuncia.

La candidata, insieme col presidente di Federcontribuenti Carmelo Finocchiaro, in corsa nella stessa lista alle Comunali di domenica, il giorno prima era stata a Librino per un giro elettorale nel quartiere da 80 mila abitanti, città satellite tra degrado, criminalità legata alle famiglie Nizza (Santapaola) e Arena, ma anche voglia di riscatto. Per ascoltare i problemi nelle viscere profonde di una Catania molto lontana dal salotto vestito a festa di via Etnea e dintorni. “Dovete aggiustarci i citofoni”, questa la strana richiesta ai candidati avanzata da una sorta di anziano Cicerone in viale Nitta, sotto un palazzone da dodici piani. A questo punto arriva anche un presunto elettricista: “Verifico quanto serve”. E dopo un’occhiata e un po’ di scena: “La spesa è di 6.000 euro”. “Sì – interviene il Cicerone –, con 6.000 euro vi porto 500 voti”. “Va bene, domani vi diamo una risposta”, dice per paura Finocchiaro facendo cenno di andar via alla compagna di lista. Che, la mattina successiva, subisce l’aggressione: schiaffo a cui seguono sul suo telefonino, inviate via Whatsapp dal Cicerone di Librino, alcune fotografie dei “santini” della stessa candidata, del palazzo di viale Nitta e della statua di un leone. “Chiamo subito i miei candidati vittime di questo orrore”, annuncia strabuzzando gli occhi l’eterno sindaco Bianco (1988/89, 1993– 2000 e 2013–2018) che ci riceve nel bar Savia, salotto del centro, sorseggiando un latte di mandorla. Rivendica, il sindaco, i risultati di una Catania che “tra investimenti comunitari, pubblici e privati con me ha ottenuto 2 miliardi e mezzo di euro”.

Non è stanco, Bianco, di fare il sindaco, ma per molti, soprattutto a sinistra, la “Primavera”, è stata tradita e il direttore d’orchestra è accusato di essersi chiuso nel palazzo: “È vero, capisco queste critiche – replica Bianco –, ma è perché dopo le giunte di destra di Umberto Scapagnini e Raffaele Stancanelli ho trovato una città disastrata, un Comune in pre-dissesto. Ho dovuto, mio malgrado, chiudermi in garage per far ripartire una macchina amministrativa distrutta. Voglio godere i prossimi cinque anni nel raccogliere quello che ho seminato, inaugureremo ogni giorno qualcosa, a partire dai 30 chilometri di metropolitana”.

Su Bianco, che non ha voluto il simbolo del Pd, pesano gli arresti recenti di due funzionari del dipartimento ambiente, considerati suoi fedelissimi, per corruzione sull’appalto sui rifiuti da 350 milioni di euro. Ma sull’eurodeputato Salvo Pogliese, il favorito dai pronostici, candidato del centrodestra unito e compatto, Matteo Salvini compreso, pesa ancor di più il processo per peculato che andrà a sentenza in autunno e, in caso di condanna, ne potrebbe provocare la sospensione o addirittura la decadenza. “Il vento soffia a nostro favore – risponde Pogliese sicuro – vinceremo e per il processo sono sereno: in caso di vittoria domenica rinuncerò già martedì al seggio a Bruxelles. Sarò assolto e potrò continuare il mio lavoro di sindaco per migliorare la situazione disastrosa della città”.

Secondo un recente sondaggio, tra Bianco e Pogliese sarebbe un testa a testa: entrambi al 35 per cento. Dieci punti sotto è dato il candidato del M5S, Giovanni Grasso, professore in una scuola superiore: “Ho visto periferie in cui non ero mai stato in questi giorni. Siamo nel Medioevo con fogne a cielo aperto. Cambieremo tutto, la gente è con noi”. Il ministro Luigi Di Maio è stato a Catania pochi giorni fa, riempiendo le piazze come nessun altro in questa tornata, quindi la sorpresa grillina è sempre dietro l’angolo, anche se qui ci scommettono in pochi. Sembra fuori dai giochi l’ex Forza Italia Riccardo Pellegrino, coinvolto in una nuova indagine su voto di scambio politico-mafioso. Potrebbero essere decisive, invece, le 8.000 preferenze prese in città alle Regionali (novembre 2017) dal potente dem Luca Sammartino: non è detto che finiscano nel bottino di Bianco. Per i maligni potrebbero esser dirottate su Pogliese, che lo sa bene e se la ride.

 

Da Berlusconi al Cremlino: “Sto con Putin, voglio la Rai”

Tra le autocandidature per la carica di membro del nuovo Consiglio di amministrazione della Rai inviate a Camera e Senato c’è anche quella di Emmanuel Goût. Di nazionalità francese ma anche italiana, dopo aver lavorato per più di trent’anni nel nostro Paese, Goût ha un curriculum lungo che si estende fino alla Russia dove è titolare di una società di consulenza. Un’avventura, quella russa, iniziata quando lavorava come manager per Fininvest.

Al telefono dalla sede di Mosca della società che inizialmente si occupava di energia atomica, il lobbista Goût tiene subito a precisare: “Sono vicino alla Russia di Putin”. Secondo il cittadino franco-italiano essere vicini alla Russia non equivale però a condividere automaticamente l’agenda e i metodi del Cremlino in patria e all’estero. “Lo dimostra il fatto che mi sono dimesso mesi fa dal mio incarico a Russia Today France”, la piattaforma tv e web del Cremlino che ha sede a Parigi come in altri Paesi europei mentre in Italia Sputnik svolge una funzione simile.

All’inizio dello scorso anno, Goût era stato incaricato dal network di curare i rapporti con il governo e la presidenza francese. Russia Today France venne accusata da Macron di fare propaganda per il Cremlino. Con il passare dei mesi Macron smorzò i toni ma nel frattempo Goût se ne era andato. “Non ho condiviso il metodo utilizzato dai miei colleghi russi per inserirsi in Francia”. Un metodo ritenuto dallo stesso manager poco rispettoso delle dinamiche politiche francesi. “Sono da sempre gollista e il rispetto dei valori nazionali è prioritario. Per questo non accuso le autorità degli altri paesi quando difendono gli interessi nazionali, vedi il caso Telecom-Vivendi. Ho condiviso ciò che ha sottolineato Macron il mese scorso a San Pietroburgo davanti a Putin. Ovvero che la Nato non ha rispettato i patti con il Cremlino dopo il crollo dell’Unione Sovietica, inglobando paesi da sempre sotto la sfera russa”.

Già presidente di Tele Più in Italia, Goût è contrario alle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea contro la Federazione guidata da Putin. “Le sanzioni finiscono per colpire la popolazione più che gli oligarchi e i politici”. A Goût sta a cuore anche il futuro dell’Italia. Nella sua proposta di candidatura per il Cda Rai si legge: “Devo moltissimo all’Italia… nel 1982, a 23 anni, mi accolse a Biella…”. Ma la città dove il 59enne Goût ha iniziato la sua carriera di lobbista è Milano. È lì che, nei primi anni 90, viene arruolato dalla Fininvest. “Per l’azienda di Berlusconi ho esplorato territori da poco restituiti alla libertà, per verificare le condizioni di creazione di Tv commerciali in Polonia, Russia e l’allora Cecoslovacchia”, si legge ancora nella presentazione in cui sottolinea che “fu anche durante questo periodo che ebbi la possibilità di tenere conferenze nella sede di via Urbe della Lega Lombarda ancora in gestazione”. Goût, quindi, si rivolge indirettamente al Movimento 5 Stelle, facendo riferimento a Grillo, quando scrive: “Tele+ mi ha dato poi l’opportunità di contribuire al rilancio del cinema italiano, garantire a Grillo, allora censurato dalle altre emittenti, uno spazio tv, supportare la nascita di canali tematici… e soprattutto impegnarmi a favore della Mostra di Venezia”.

Poi aggiunge che “intensi sono stati i contatti con la politica in generale e con il centrosinistra che allora era al governo”. E definisce la Rai “figlia maggiore della Repubblica italiana”. Alla domanda: “Cosa farebbe come prima cosa se dovesse far parte del Cda Rai?”, risponde così: “Darei priorità ai contenuti e all’informazione più che mai nell’attuale contesto internazionale assai competitivo”. Cosa pensa di questo governo? “Rispecchia il voto degli elettori e la coalizione formatasi dopo le consultazioni rientra negli schemi già visti in Germania e in Francia”.

7 milioni di italiani si sono indebitati per le cure mediche

Dai farmaci alle ecografie, dagli occhiali da vista alle sedute dal dentista: in un anno, per curarsi, gli italiani spendono complessivamente 40 miliardi di euro di tasca propria. Una spesa sanitaria privata che in 4 anni, nel periodo 2013-2017, è aumentata di ben il 9,6%, praticamente il doppio rispetto a quella dei consumi. E che ha portato 7 milioni di persone a indebitarsi per pagare le cure e 2,8 milioni a svincolare i propri investimenti o, addirittura, a vendere casa. Sono alcuni dei dati emersi dal rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute, presentato oggi a Roma in occasione del Welfare Day. “Invertire questa tendenza – commenta il ministro della Salute Giulia Grillo – è una priorità ineludibile e il Ministero che rappresento nei prossimi mesi elaborerà soluzioni che garantiscano su tutto il territorio nazionale adeguati livelli di assistenza”.

Il fenomeno della spesa sanitaria pagata di tasca propria dai cittadini, ha riguardato oltre 44 milioni di persone. In particolare 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci di tasca propria, per una spesa di 17 miliardi; 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per circa 7,5 mld); 4 cittadini su 10 prestazioni odontoiatriche (oltre 8 mld).

Unità, giornalisti in sciopero durante la cassa integrazione

In sciopero da cassintegrati. Succede anche questo ai lavoratori, giornalisti e poligrafici, de l’Unità. L’ultima beffa dopo l’ultimo affronto del padrone, la Pessina costruzioni, che pretendeva l’impegno di alcuni di loro per un secondo numero speciale, dopo quello già uscito qualche giorno fa. Il cdr (sindacato interno dei giornalisti) si è opposto: “Non si può lavorare con la cassa integrazione per cessazione di pubblicazioni”. Ma l’azienda, che ha affidato la direzione del giornale che fu di Gramsci a Luca Falcone, ufficio stampa della stessa Pessina, ha insistito, nonostante un incontro alla Federazione nazionale della stampa, per la realizzazione di un “numero sperimentale” per cui i giornalisti sono stati convocati a lavoro ieri, oggi e domani.

Così il cdr: “Abbiamo deciso di indire tre giorni di sciopero in seguito alle decisioni assunte dall’azienda. Pochi giorni fa alcuni redattori sono stati raggiunti da un ordine di servizio firmato dall’amministratore delegato (e non dal direttore come prevede il contratto nazionale) con il quale si comunicava che nei giorni di mercoledì, giovedì e venerdì nove redattori si sarebbero dovuti presentare in redazione per la fattura di un numero speciale del quotidiano l’Unità da mandare in edicola sabato 9 giugno. Si tratta della ennesima situazione paradossale in cui ci troviamo: ovvero la rottura unilaterale dell’accordo siglato al ministero del Lavoro con il quale l’azienda ha chiesto e ottenuto la cassa integrazione a zero ore per i dipendenti per cessazione delle pubblicazioni. Oggi l’ad Guido Stefanelli e il direttore incaricato comunicano che intendono disattendere quell’accordo e quindi ci richiamano al lavoro, pur in un regime di cessazione delle pubblicazioni. Non intendiamo assecondare in alcun modo il non rispetto di un accordo siglato con il ministero e le relative norme di legge”.

Perché Salvini minaccia di mangiarsi Di Maio & C.

Tema: Matteo Salvini vorrebbe essere come Vladimir Putin? Svolgimento: certo che sì. Gli indizi sono numerosi. E non parliamo dei numerosi selfie sulla piazza Rossa con l’uomo della felpa che guarda verso il Cremlino adorante. E neanche delle inneggianti dichiarazioni a favore dello zar (“Magari avessimo qualche Putin di più e qualche Clinton e Obama di meno”) sul palco del Carroccio con accanto, e bene in vista, gli uomini venuti dal freddo. E neppure vogliamo insinuare alcunché di losco sui presunti rapporti finanziari tra Lega e Mosca (cosa andate a pensare?).

No, l’accostamento Salvini-Putin, puramente induttivo, collega atti, fatti e parole del nostro eroe. Basta unire i puntini e vediamo che (se paragoniamo il gioco della politica al poker) Salvini non è tipo da accontentarsi di vincere una mano se può prendersi tutto il piatto. Come insegna zio Vladimir.

1.Nei sondaggi la crescita della Lega salviniana è impressionante e, forse anche, senza precedenti nella storia repubblicana. Non soltanto perché sotto la guida del Matteo oggi al governo, dal 2013 ai giorni nostri un partito ridotto in macerie è passato dal 4 a più del 17%. Ma che nell’arco di tre mesi il boom dei dati virtuali arrivi a segnare un bel 28,5, con un balzo di altri 11 punti, dà la sensazione di un fenomeno, al momento, inarrestabile. Come mai, allora, Salvini non ha approfittato fino in fondo del caso Savona per andare al voto subito in autunno per fare l’en plein? Probabilmente perché lo avrebbero accusato di voler sfasciare il Paese per le sue mire personali, e lui non ama l’azzardo.

2.Adesso il vecchio Bossi, e il predecessore Pd Marco Minniti, gli consigliano di rinunciare alla leadership leghista. Infatti, dicono, il ministro degli Interni deve essere percepito dai cittadini come “una figura terza”. Osservazione giusta ma ingenua. Essere un ministro di parte è proprio quello che Salvini fortemente desidera. Per trasformare il Viminale in un’altra macchina di voti. Legge e Ordine. Ma anche Dio, Patria e Famiglia. Un ministro di ruspa e di polizia. A paragone suo il famoso Mario Scelba, che negli anni 60 scatenava la Celere contro gli operai apparirà un hare krishna.

3.Tutti a esaminare al microscopio il discorso di Giuseppe Conte, soppesando virgole e pause. Peccato che gli spaccatori di capelli in quattro non si siano accorti del contemporaneo brusco e sanguigno messaggio agli italiani del vicepremier. Al già noto “la pacchia è finita” (immigrati attenti a voi) si aggiunge il monito ai più poveri, colpevoli di esserlo (“giusto che i più ricchi paghino meno tasse”). Quindi, il colpo di genio con l’ annunciata operazione “spiagge sicure”. I bravi cittadini sotto l’ombrellone assisteranno così a retate di vu cumprà e di altri disturbatori della quiete pubblica: il cambiamento comincia dai bazar degli ambulanti. La retorica di Salvini è disgustosa ma è ciò che la gente (nell’accezione dell’uomo qualunque ) vuole sentirsi dire.

4.Così il poliziotto buono Luigi Di Maio, e i ministri Cinque Stelle, saranno costretti a gestire – oltre ai 160 tavoli sindacali con migliaia di lavoratori a rischio – la patata ustionante Ilva, la vendita Alitalia, il No-Tav Torino-Lione con i francesi che s’incazzano. Mentre il poliziotto cattivo potrà pavoneggiarsi con “riforme” a costo zero e di sicuro impatto propagandistico. Poi, con l’estensione della legittima difesa, al grido di più pistole per tutti, l’ex concorrente de Il pranzo è servito sarà pronto per ricevere la maggioranza assoluta e le chiavi del Paese.

5.A quanti, oziosamente, si chiedono cosa farà l’opposizione la risposta giusta è: quale opposizione? Quella di Silvio Berlusconi a cui basteranno le rassicurazioni sulle sue aziende da parte del tuttora alleato leghista (miracoli del centrodestra ubiquo) per restarsene buono a cuccia? O quella di Matteo Renzi, in procinto di imbarcarsi per il giro del mondo, non senza aver messo i copridivano estivi e chiuso le persiane al Nazareno? Non ingannino i voti contrari sulla fiducia al governo: esercizi di stile di scarso costrutto da parte di un Parlamento che dopo aver salvato la ghirba non vede l’ora di andarsene in vacanza. Diciamolo, l’opposizione più efficace a Salvini resta al momento quella di Mario Balotelli quando chiede lo ius soli e la fascia di capitano della Nazionale.

6.In realtà, l’avanzata di Salvini non preoccupa più di tanto ciò che resta del centrosinistra che con la peggiore destra si è sempre trovato benone. E neppure allarma il cosiddetto “sistema”, contro cui Salvini si scaglia a parole ma con il quale egli, in politica dal lontano 1990, ha una lunga e apprezzata consuetudine. Per l’informazione che scommette sullo status quo (vedi sul Fatto di mercoledì “Pregiudizio universale”, elenco di tutti i disastri combinati dal governo prima di nascere) gli unici, veri abusivi del potere sono i Cinque Stelle. Poco affidabili perché colpevoli di avere terremotato quell’equilibrio consolidato di cui il Pd resta tuttora un pilastro, sia pure sgarrupato. Perciò non è assurdo prevedere che dopo aver demonizzato l’euro e l’Europa, fatto comunella con i Bannon, gli Orbán, i Le Pen e annegato di retorica securitaria il Paese, il pifferaio Salvini decida di regolare i conti con i grillini. Appuntamento tra un anno preciso, alle elezioni europee. A nostro modesto avviso di ciò dovrebbero preoccuparsi Di Maio, Conte e Casalino invece di misurare con il metro (come certi nouveau riche di Truman Capote) gli appartamenti di Palazzo Chigi.

Salvini in Puglia: “Non siamo qui per chiudere nulla”

Continuail tour elettorale di Matteo Salvini in vista delle amministrative di domenica e, nella tappa pugliese, il capo della Lega – oltre alle tradizionali bordate al Pd – ha sostanzialmente fatto il controcanto al Movimento 5 Stelle, rivelando in controluce quanta distanza ci sia su alcuni temi: “Non siamo qua per distruggere, per chiudere, per far saltare posti di lavoro, anzi, però vogliamo coniugare lavoro e salute: lo si può fare a Taranto, in Salento, a Brindisi. Pagare meno l’energia sarà fondamentale per famiglie e imprese”, ha detto il vicepremier. Il riferimento fin troppo scoperto è a due dossier su cui Lega e M5S non vanno proprio d’amore e d’accordo: l’acciaieria dell’Ilva e il gasdotto Tap (Transadriatic pipeline), entrambi assai poco benvisti dai grillini. Nessuna marcia indietro, invece, per Salvini: “Lavoro e salute – ha detto a Brindisi – possono marciare insieme. Cercheremo di far dimenticare, i litigi, i disastri, le assenze e gli errori di anni e anni di sinistra che tra Roma e la Puglia diceva e faceva l’esatto contrario”. Il primo banco di prova è proprio Ilva, che dovrebbe passare alla multinazionale Arcelor Mittal entro giugno.

Di Maio avverte: “Inizia il secondo mandato”

È di buonumore, Luigi Di Maio. E dopo pranzo si compiace dell’ultimo arrivato a San Gregorio Armeno: in mezzo a lui e a Matteo Salvini, gli artigiani del presepe napoletano hanno piazzato il presidente Conte con cravatta azzurra e corno rosso, che non guasta mai.

Serve fortuna, al nuovo governo. E pure tanta disciplina. Il capo dei Cinque Stelle lo ha spiegato all’assemblea dei parlamentari di martedì sera. “Vi comunico che da domani – dopo il voto di fiducia – comincia la XVIII legislatura e di conseguenza anche il secondo mandato per molti di noi”. Un annuncio apparentemente piano, che invece alle orecchie degli astanti è suonato mefitico.

Come noto, le Camere si sono aperte tre mesi fa. La lunga crisi che ha portato alla formazione del governo per gli eletti del Movimento aveva come sottinteso che, in caso di fine prematura della legislatura, sarebbe stata concessa una deroga alla regola per cui ogni parlamentare può restare in carica al massimo per due mandati. Ecco, con quella frase sibillina, martedì Di Maio ha comunicato a deputati e senatori che la finestra di tolleranza si è chiusa. Tradotto, se il governo cade – direbbe l’alleato gialloverde Salvini – la pacchia è finita.

Così, pacatamente, il capo M5S ha messo sul piatto un bel carico di responsabilità per i sostenitori dell’esecutivo. Un avvertimento a futura memoria, certo. Anche perché adesso, per dirla ancora con Di Maio, “mi state chiamando tutti per chiedere un posto”, mica per minare la tenuta del governo neonato.

“Sa come muoversi”, il vicepremier che governerà due super-ministeri: chi ha visto i suoi primi passi al Mise e al Lavoro smentisce le ironie sui marziani. “Il sistema resiste e in questi giorni sta facendo di tutto per non mollare – spiegano – Ma Di Maio non è per niente uno sprovveduto”. Qualcosa, però, la dovrà mollare lui: la delega alla Telecomunicazioni, per dire, rivendicata dalla Lega e tra le più attenzionate da Silvio Berlusconi: si parla di Alessandro Morelli, che ieri in tv ha praticamente esposto il suo programma da sottosegretario. I Cinque Stelle provano a non cedere, magari affidandosi al fedelissimo di Casaleggio, Stefano Buffagni. Tutto si deciderà tra quattro o cinque giorni: al suo rientro dal Canada, domenica, il premier Giuseppe Conte vedrà la bozza di sottogoverno messa a punto da Di Maio e Salvini in queste ore. Ci hanno lavorato anche ieri, prima di partire per le città al voto il 10 giugno. I leader di Lega e M5S si divideranno tra Brindisi, Avellino e Brescia, ognuno sperando di tirare a sé la fune dei rapporti di forza tra i due alleati-concorrenti. Con tanto daffare, nessuno dei due ha avuto il tempo per il consueto passaggio di consegne coi predecessori. Marco Minniti se n’è doluto in tv, un paio di sere fa (“Ho chiamato Salvini tramite la batteria del Viminale ma non mi ha risposto”). Carlo Calenda, antenato di Di Maio al Mise, ha inscenato in un video il colloquio virtuale. A fianco a lui, un cartonato di Churchill. Difficile che, per l’ex ministro, stesse ad indicare l’interlocutore mancante.

Il condono di Siri fa ricco Siri: 150mila euro di multe addio

Non c’è solo una bancarotta fraudolenta per il crac della sua Mediaitalia nel passato di Armando Siri, neo senatore e guru economico della Lega. Ci sono anche una casa pignorata per oltre 40 mila euro di debiti nei confronti dell’Inpgi, la cassa di previdenza dei giornalisti. E sanzioni per affissione abusiva di manifesti non pagate al Comune di Milano per quasi 150 mila euro. Vicenda quest’ultima che potrebbe creare più di un imbarazzo a quello che è diventato il super mattatore delle politiche fiscali del governo Conte. È lui infatti ad aver ideato la flat tax che tanto è piaciuta a Salvini, tanto da portarla nel contratto Lega-M5S.

È lui che in questi giorni spiega a destra e a manca quel provvedimento sulla “pace fiscale” che, in attesa della flat tax, avrà priorità sul resto. Pace fiscale, ovvero la possibilità per i piccoli contribuenti di saldare le cartelle esattoriali versando un importo scontato: “Ci saranno tre diverse aliquote – ha spiegato Siri –. Saranno pari al 25%, 10% e 6% della somma dovuta, a seconda delle condizioni in cui si trova il contribuente. Molti aspetti, tra cui come valutare la difficoltà economica del contribuente, vanno ancora decisi. Ma sicuramente uno dei criteri fondamentali sarà il reddito”. Siri però sinora non ha detto una cosa: a seconda di quali saranno questi criteri, uno dei primi a presentare domanda di pacificazione potrebbe essere proprio lui. Già, perché nel 2014 il Comune di Milano ha emesso nei suoi confronti tre ordinanze di ingiunzione: una da 130 mila euro, una da quasi 17 mila e una da 1.700. In tutto fanno più di 148 mila euro che agli uffici di Palazzo Marino non risultano ancora pagate. Somme riferite a una serie di sanzioni comminate dalla polizia locale nel 2011 quando Siri aveva cercato di candidarsi a sindaco con il suo Partito Italia Nuova. Aveva cercato, perché il suo Pin fu escluso dalla contesa elettorale per irregolarità formali nella presentazione della lista. Ma nel frattempo la città era già stata tappezzata dei suoi manifesti, per giunta in spazi vietati: affissione abusiva, questo il motivo delle 320 multe notificate. Siri non è stato l’unico a ricevere un mare di verbali.

È successo, tra gli altri, anche al sindaco Pisapia che, come altri eletti, non potendo per legge fare ricorso contro la sua stessa amministrazione, a un certo punto le multe le ha pagate, seppure in versione nel frattempo ridotta in autotutela dallo stesso comune. C’è poi chi era nella condizione di fare ricorso, lo ha fatto e ha ottenuto l’annullamento dei verbali, come per esempio Edoardo Croci, ex assessore della Moratti. Siri, invece, non ha mai presentato opposizione, né ha mai pagato nulla. Così ora si trova con un bel debito, chissà se da ridurre pace fiscale permettendo. Ma questo non è l’unico motivo di imbarazzo per Siri, da giorni dato per papabile come sottosegretario al ministero dell’Economia. O a quello dello Sviluppo economico, con tanto di deleghe alle Telecomunicazioni e placet di Silvio Berlusconi che in passato lo ha avuto a Mediaset. Siri infatti è un giornalista pubblicista e a Milano anni fa ha avuto in affitto in via Fratelli Fraschini un alloggio dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. A un certo punto, però, ha smesso di pagare i canoni e a settembre 2005 doveva all’ente già più di 27mila euro. Era quello il periodo in cui Mediaitalia, la sua società di prodotti editoriali, accumulava oltre un milione di debiti, fino al crac per cui Siri – come raccontato da l’Espresso – ha patteggiato una pena a un anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta.

Nella ricostruzione dei magistrati parte delle risorse della società sono state spostate altrove in maniera illecita, mentre a bocca asciutta sono rimasti i creditori, tra cui alcune amministrazioni pubbliche per 160mila euro di tasse e contributi previdenziali non versati. Ma torniamo all’alloggio dell’Inpgi: a fine 2005 l’ente ottiene la convalida dello sfratto per morosità. Passa qualche mese e a maggio del 2006 Siri acquista lui stesso un appartamento a Milano, in via Settembrini. Non che ci metta molto di suo, visto che dei 290 mila euro pagati, ben 288 glieli mette Banca Intesa con un mutuo. Passa un anno e l’Inpgi, che ormai vanta un credito superiore a 44 mila euro, ottiene il pignoramento della casa nuova di zecca, poi venduta all’asta nel 2011. Ieri il Fatto Quotidiano ha chiesto più volte a Siri la sua posizione sugli affitti e le multe non pagate. Ma nessuna risposta è arrivata.

Il Csm dà il via libera: Finocchiaro lavorerà al ministero

Da ministroper i Rapporti con il Parlamento del Pd a funzionaria del dipartimento per gli Affari di Giustizia in via Arenula. Finisce così, almeno per ora, la lunga carriera politica di Anna Finocchiaro, cominciata 30 anni fa con il Pci. Ieri il Plenum del Csm ha dato il via libera al fuori ruolo da magistrato al ministero della Giustizia così come per Doris Lo Moro, ex Pd poi parlamentare di Leu. Entrambe sono state chiamate da Andrea Orlando poco prima che scadesse il suo mandato di Guardasigilli. Finocchiaro ha fatto il magistrato soltanto dal 1981 al 1986, un tempo irrisorio per poter indossare nuovamente la toga. Un pensiero che lei stessa ha manifestato, ci risulta, nella richiesta al Csm, convinta anche che i magistrati discesi in politica non debbano più tornare a esercitare funzioni giurisdizionali. Anche Lo Moro ha fatto il magistrato per pochi anni, una decina. Ieri, dunque, il sì del Plenum, con il consigliere Galloppi, però, che aveva chiesto un rinvio “per cortesia istituzionale” dato che non era stato chiesto il parere del nuovo ministro, Bonafede. Gli è stato risposto che il Guardasigilli deve pronunciarsi, per legge, solo sugli incarichi di vertice e non sui funzionari.