Palazzo Chigi, la Boschi “salva” i fedelissimi

Ormai da giorni è il momento di svuotare i cassetti e portar via gli scatoloni. Il 25 maggio scorso il segretario generale di Palazzo Chigi, Paolo Aquilanti, scriveva agli uffici che “al giuramento di un nuovo governo”, come prevede la legge, “cessano di avere effetto i decreti di utilizzazione del personale estraneo e del personale di prestito addetto ai gabinetti e segreterie delle autorità politiche e, conseguentemente, il personale interessato terminerà ogni rapporto con la Presidenza del Consiglio”, con l’invito a ritirare la documentazione sanitaria e a restituire tesserini e telefoni.

Però al medesimo Aquilanti, l’ex funzionario del Senato fedelissimo di Maria Elena Boschi, che l’ha voluto nel ruolo più importante dell’amministrazione di Palazzo Chigi, la legge non è stata applicata. Almeno finora. C’è stata una proroga, si dice di 45 giorni. “Mai visto”, assicurano veterani della Presidenza del Consiglio. Nessuno sa dire se andrà via o rimarrà anche col nuovo governo. Così Aquilanti, classe 1960, che per il futuro ha già una nomina al Consiglio di Stato, era in tutte le foto del giuramento di Conte e dei suoi ministri, spesso molto vicino al leghista Giancarlo Giorgetti, successore di Boschi nel ruolo di sottosegretario alla Presidenza.

Nei giorni frenetici dell’andirivieni del professor Conte tra la Camera e il Quirinale raccontano che Aquilanti abbia provato anche a imporre l’accompagnatore del presidente incaricato nella persona di Francesco Piazza, un “esterno” del Cerimoniale di Palazzo Chigi, lì traghettato dal Comune di Roma dopo la figuraccia della copertura dei marmi dei Musei Capitolini perché i nudi non dispiacessero al presidente iraniano Hassan Rouhani, che incontrava l’allora premier Matteo Renzi.

Ora, è vero che Conte viene dall’università, non ha mai fatto politica e gli stessi grillini, e perfino qualche leghista, non hanno troppa familiarità con la gestione del potere romano: un segretario generale non si trova da un giorno all’altro. Ed è vero che Boschi lavora per i suoi fedelissimi e al potere ha dimostrato un pervicace attaccamento. Ma l’impressione è che ci sia un accordo esplicito tra la sottosegretaria democratica appena uscita e quello leghista appena entrato. Tant’è che un’altra colonna del potere boschiano, Daria Perrotta, consigliera giuridica e fino a qualche giorno fa capo della segreteria della madre della riforma costituzionale cancellata dal referendum del dicembre 2016, gli scatoloni li sta preparando ma solo per trasferirsi qualche stanza più in là.

Gli uffici tecnici di Palazzo Chigi, nei giorni scorsi, hanno ricevuto l’ordine di trasferire la postazione di lavoro della dottoressa Perrotta, per 15 anni funzionaria della commissione Bilancio della Camera, in un altro locale dello stesso corridoio, “nelle more del perfezionamento del provvedimento di diretta collaborazione del sottosegretario di Stato Giancarlo Giorgetti”. Il decreto non c’è ancora ma sarebbe in arrivo. La fedelissima di Boschi, che per lei voleva la nomina a consigliera della Corte dei conti (ma non è riuscita nel suo intento perché Perrotta è giovane e non ha titoli sufficienti), passerebbe così armi e bagagli al “governo del cambiamento” osteggiato dal Pd. E magari lo stesso destino toccherà ad Aquilanti.

Intelligence e staff, Conte prova a decidere le nomine

La più delicata delle partite di nomine è già cominciata: quella che riguarda l’intelligence. Il dilemma per il governo Conte si pone presto, il 16 giugno: quel giorno scade il mandato di Mario Parente, il direttore dell’Aisi, il servizio segreto interno. Prima opzione: il governo lo sostituisce e si prende la prima poltrona della sicurezza. Seconda opzione: azzera l’intero vertice dell’intelligence. Alberto Manenti, il capo dell’Aise, il servizio segreto estero che segue anche le delicate vicende dell’immigrazione, è stato rinnovato dal governo Gentiloni per un anno assieme ad Alessandro Pansa, direttore del dipartimento che coordina Aisi e Aise, il Dis.

L’accordo raggiunto con il Parlamento della scorsa legislatura, però, era che il nuovo governo avrebbe potuto avviare un rinnovo completo, una volta insediato. Conte potrebbe, quindi, scegliere tutte e tre le figure apicali. Ma l’opzione più probabile è la terza: confermare Parente, che non ha neppure problemi di limiti di età, fino alla scadenza degli altri due. E tra circa un anno cambiare tutto. Oppure no.

Per ora la delega all’intelligence è del presidente Conte: in base alla legge del 2007 che regola il comparto, può affidarla a un sottosegretario specifico. Ma non a chi ha altre deleghe, come Giancarlo Giorgetti che si deve occupare di Palazzo Chigi. Il professore M5S potrebbe imitare Gentiloni e conservare la competenza sull’intelligence. Sarebbe anche un modo per rassicurare gli Stati Uniti che sono sempre stati abbastanza ostili all’esecutivo gialloverde, soprattutto per i rapporti filo-russi della Lega. Sotto accusa in patria proprio per il sostegno occulto di Mosca in campagna elettorale, il presidente Donald Trump ha scelto di ostentare all’estero una linea di crescente avversione al regime di Vladimir Putin. E teme il cedimento dell’Italia. Negli ultimi due anni i servizi segreti, coordinati da Pansa, hanno investigato in modo costante, su input di Palazzo Chigi, i possibili contatti tra Russia e Cinque Stelle o Lega. Non hanno trovato nulla di concreto. Ma ora che c’è un governo filo-russo con i due partiti sospetti in maggioranza, è il timore di Washington, questa vigilanza continuerà o, al contrario, verrà completamente meno? Il fatto che i Cinque Stelle siano compatti nell’osteggiare il gasdotto Tap in Puglia, un progetto contrastato dal Cremlino, aumenta le preoccupazioni americane.

Si prepara un’estate di sbarchi sulle coste siciliane, e il nuovo ministro dell’Interno è al bivio: provare a gestire tutto da solo, scelta rischiosa come si è visto con il primo incidente diplomatico con uno dei pochi Paesi alleati nell’area, la Tunisia, oppure affidarsi ad Alberto Manenti dell’Aise che è stato il braccio destro di Marco Minniti (Pd) nella sua strategia condotta dal Viminale anche attraverso l’intelligence di rafforzamento del governo Serraj in Libia e di contenimento del traffico di migranti, anche con accordi discreti con le tribù che lucrano sulla tratta di esseri umani. Per puntellare l’azione del governo, lato Cinque Stelle, è pronta un’altra nomina di peso: quella di Pasquale Salzano a consigliere diplomatico del presidente del Consiglio.

Salzano, giovane diplomatico in rapida ascesa, oggi è ambasciatore in Qatar – uno dei principali partner finanziari dell’Italia – ed è stato anche in corsa per diventare ministro degli Esteri, nonostante dalla Farnesina apprezzassero poco un salto di grado così drastico. Fare il consigliere diplomatico è un utile trampolino: Armando Varricchio, che ha affiancato Enrico Letta a Palazzo Chigi, poi è andato prima al G8, al G20 e – con Matteo Renzi – a Washington, l’ambasciata più importante.

Al Tesoro pare fatta per Antonio Guglielmi come direttore generale: l’analista più famoso di Mediobanca che ha stimato anche i costi di un’uscita dell’Italia dall’euro (la conclusione: non conviene più) passerà direttamente dalla sede di Londra della banca d’affari al vertice della struttura amministrativa del più importante dei ministeri.

Nato e Usa frenano il prof: “Le sanzioni a Mosca rimangono”

Sì al dialogo con la Russia, ma le sanzioni restano. La Nato e gli Stati Uniti dettano la linea all’indomani delle aperture verso Mosca di Giuseppe Conte in Parlamento – che aveva parlato di una “revisione” del sistema delle sanzioni – e alla vigilia della ministeriale dell’Alleanza, oggi a Bruxelles, dove farà il suo esordio sulla scena internazionale la neo ministra della Difesa Elisabetta Trenta.

Non ha usato giri di parole il segretario generale Jens Stoltenberg (nella foto) quando ha precisato che sulle misure contro Mosca non si torna indietro, perché le sanzioni “sono importanti” per inviare un “messaggio chiaro su ciò che la Russia ha commesso in Ucraina”. La Nato, però, “non intende isolare” Mosca e dunque è “importante che il dialogo politico prosegua”, in linea con il “doppio approccio della Nato”, ha precisato. Poi gli elogi all’Italia, “alleato importante” che “contribuisce alla nostra difesa e alla sicurezza”. Messaggio ribadito dall’ambasciatrice Usa alla Nato Kay Bailey Hutchinson, che ha definito Roma “uno dei nostri più forti alleati”, ma ha avvertito allo stesso tempo che “le sanzioni alla Russia vanno mantenute, almeno fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Sgarbi vota la fiducia: “Godo nel disordine”. Di Maio: “Porta bene”

Il deputatoVittorio Sgarbi trova sempre il modo di guadagnarsi una citazione su giornali e tv, se non altro (quasi sempre in realtà) come elemento di folclore: “Dove c’è il disordine io prospero e quindi voterò la fiducia al governo”, ha scandito ieri intervenendo in aula alla Camera. Il nostro, eletto con Forza Italia, ha parlato “a titolo personale”, cioè in formale dissenso col suo gruppo: “Lei è un vicepremier di due vicepremier – ha detto rivolto a Giuseppe Conte – Non è stato incaricato da Mattarella, ma da Di Maio. E Salvini ha avuto l’incarico da Berlusconi”. Risate tra i banchi, specialmente quelli berlusconiani: “Si può dire che Salvini è un Bersani riuscito. Voglio vedere quante persone del M5S voteranno il programma contenuto nel discorso estremista di Molteni (della Lega, ndr): e allora io voterò la fiducia, la voterò pienamente per assistere al vostro declino”. Luigi Di Maio in aula ha guardato lo show abbastanza interdetto, poi ha trovato la replica per il suo sfortunato sfidante nel collegio di Acerra: “Abbiamo un voto in più. E poi Sgarbi è la mia assicurazione, con tutti i suoi attacchi in campagna elettorale ho preso il 70%. Mi porta bene, gliel’ho detto”.

L’allarme fascismo scompare per 48 ore. In trincea solo il pugnace partigiano Delrio

L’immoto Enzo Moavero Milanesi, talmente fermo nei banchi del governo che persino il riportone sembra scolpito nel legno, ieri ha scoperto che la sua nomina a ministro degli Esteri ha le radici nella tragica Primavera di Praga, mezzo secolo fa.

A fargli scoprire questa inedita nota biografica è il patriota Fabio Rampelli, sanguigno deputato di Fratelli d’Italia, incline al giochino dei gradi di separazione. A Rampelli, infatti, non va giù la presenza dell’élite tecnocratica in questo governo e ricorda come tutto cominciò nel 2011 con Giorgio Napolitano e Mario Monti (Moavero Milanesi era in quell’esecutivo). Napolitano “l’uomo che si schierò contro Jan Palach e il popolo cecoslovacco che combatteva per la libertà contro il comunismo”. Dal sacrificio di Jan Palach a Moavero un solo filo.

Anche dal comunismo al fascismo il passo può essere breve ma prima c’è la definizione di destra. Ed è uno spettacolo imperdibile vedere litigare l’opposizione persino sul colore ideologico della maggioranza grilloleghista.

Il primo scienziato della politica a esprimersi è l’ossuto reggente del Pd, Maurizio Martina: “Questo è un governo di destra e dovete avere l’onestà, il coraggio e la chiarezza di dirlo”. La destra di Le Pen e Orban, ovviamente.

Ma a Martina reagisce con zelo nazionalista Giorgia Meloni, dei citati Fratelli d’Italia, ospiti indesiderati di questa maggioranza: “Se questo fosse stato un governo di destra, la destra italiana ne avrebbe fatto parte”.

Chi ha ragione, dunque, in questo sapido duello scientifico: Martina o Meloni?

A Montecitorio, il dibattito sulla fiducia è finalmente più acceso e movimentato, rispetto all’altro giorno in Senato.

Ma nessuno sale ancora in montagna coi fucili per difendere la democrazia repubblicana. Questo il punto. Nico Stumpo, colonna di Liberi e Uguali, però avverte: “Io sono il più vicino all’uscita (siede all’ultimo posto dell’estrema sinistra dell’emiciclo, ndr) e sarò il primo a fuggire se cade qualcosa. Ma questi possono solo cadere su se stessi”.

Il centrale quesito, “il fascismo è alle porte?”, striscia come un serpente tra i corridoi e il Transatlantico, finanche alla buvette tra democratici tramezzini, ma incontra un ostacolo insormontabile: come fare “l’opposizione responsabile” (Renzi dixit a Palazzo Madama) e allo stesso tempo imbracciare i fucili e gridare al regime? È una sorta di ossimoro riformista e radicale che attanaglia come un sol uomo decine di deputati del Pd.

David Ermini, già avanguardia renziana, incrocia il cronista che gli pone la domanda. Risposta: “Questo può diventare fascismo ma non sono fascisti i loro elettori”. Ah, ecco! È la fatidica distinzione che risale già ai tempi del berlusconismo, con le polemiche tra girotondini e riformisti.

In ogni caso, il fascismo latita nei resoconti ufficiali per un giorno e mezzo fin quando non si alza sul far della sera il capogruppo democratico Graziano Delrio: “In nome del popolo, in questo Paese, sono stati commessi omicidi orrendi, sono state fatte leggi razziali, in nome del popolo e della nostra Europa sono stati commessi genocidi, genocidi”. Conte si colloca tra Mussolini e Hitler, ma Delrio non ha terminato e sconfina al di là dell’oceano: “Tutti i grandi dittatori lo fanno in nome del popolo, che siano sudamericani, europei o di qualsiasi altro Paese”. Conte, l’avvocato Conte, fino a un mese fa assoluto sconosciuto, oggi incarna la somma di tutti i totalitarismi del Novecento.

Fascismo ma anche pauperismo e giustizialismo e la perla più bella la regala l’azzurro Francesco Paolo Sisto: “Un Paese che sta diventando un battello sul Mississippi del giustizialismo. Voi questo volete proporre: un fiume di giustizialismo”.

Perché non il mare?

“Stop ai decreti su intercettazioni e svuota-carceri”

Interverrà sul decreto sulle intercettazioni. Riscriverà il decreto attuativo della riforma penitenziaria, “perché mina la certezza della pena”. E sulla riforma della prescrizione promette che “si farà”. In pillole, i primi obiettivi del neo-ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Uno dei maggiorenti dei Cinque Stelle, dimaiano di ferro. L’avvocato che ha portato nel Movimento un collega, l’attuale premier Giuseppe Conte.

Bonafede, il Guardasigilli a 5Stelle. Bel peso, no?

Appena arrivato in ministero venerdì ho voluto incontrate tutti i dipendenti, per far capire che ci deve essere un nuovo rapporto tra la politica e chi lavora nell’amministrazione.

Qual è la prima cosa da fare?

La prima urgenza che mi sono ritrovato è quella di Bari, dove le udienze del tribunale penale si tengono nelle tende (per il crollo della sede del tribunale e della procura, ndr). Domani (oggi, ndr) sarò in città per ascoltare tutti e far sentire ai cittadini e agli operatori la vicinanza dello Stato. Mentre in giro qualcuno blatera di giustizialismo, io mi occupo dei tribunali.

Di cosa parla?

Nel dibattito sulla fiducia i partiti ci hanno solo accusato di giustizialismo, senza entrare nel merito delle nostre proposte di governo.

E allora entriamoci nel merito. L’Associazione nazionale magistrati le chiede di fermare l’entrata in vigore del decreto sulle intercettazioni, fissata per il 21 luglio, “perché mancano le strutture”. Ed è contraria alla forma, proprio come Lega e M5S. Cosa farà?

Noi come 5Stelle, e anche la Lega, siamo stati critici rispetto al decreto, perché porre come unico filtro alla raccolta delle informazioni la polizia giudiziaria crea una lacuna, che non tutela nè gli indagati nè gli inquirenti. Di fatto, quel decreto non piace a nessuno degli operatori del diritto. E poi manca la strumentazione, come le sale d’ascolto.

Quindi cosa farà?

Sicuramente interverremo nei prossimi giorni.

Rinvierete l’entrata in vigore del testo?

Valuteremo come intervenire. E di sicuro mi confronterò sul tema con i gruppi parlamentari. Lo farò su tutte le grandi questioni, almeno con i capigruppo.

Non pensa che si sia anche abusato dell’uso delle intercettazioni in questi anni? C’è gente che ne è uscita devastata.

Una regolamentazione più chiara può essere utile. Ma questo non può mai comprimere la libera informazione.

Un altro nodo è il decreto attuativo della riforma penitenziaria, che estende le misure alternative al carcere.

Quel provvedimento mina alla base il principio della certezza della pena. Interverremo sicuramente. Ma dobbiamo capire se si può riscrivere il decreto attuativo, non incorrendo nell’eccesso di delega, oppure se sarà necessaria rifare l’intera legge delega.

Che punti toccherebbe?

Innanzitutto, l’allargamento della platea con l’estensione della sospensione della pena ai condannati fino a 4 anni di carcere (ora ne possono beneficiare i condannati fino a 3 anni, ndr).

Allargare l’applicazione delle misure alternative è una misura di civiltà, nonché un modo per decongestionare le carceri, non crede?

Sono solo interventi deflattivi. Servono provvedimenti strutturali.

Ne costruirete di nuove, promette il contratto. Quante e con quali soldi?

La priorità sarà ristrutturare gli istituti attuali, che spesso hanno settori chiusi per assenza di manutenzione. E faremo presto delle stime dei costi. Ma questo non è fatto in ottica punitiva. Vogliamo garantire l’umanità della pena, e crediamo nella sua funzione rieducativa, che per noi passa innanzitutto attraverso il lavoro in carcere.

Parliamo di prescrizione. Voi la vorreste far partire dal rinvio a giudizio, ma la Lega ha moltissimi dubbi.

Nel contratto di governo prevediamo di riformarla.

Sarà un nodo enorme.

L’abbiamo messa nel contratto. Quindi c’è la volontà comune di lavorarci.

Lei si lamentava delle accuse di giustizialismo. Ma voler cancellare la proporzionalità tra offesa e reazione nella legittima difesa scatenerà un Far West.

Nessun Far West. Ma nell’attuale legge ci sono zone d’ombra che costringono molti cittadini che si sono difesi a essere sottoposti a tre gradi di giudizio. Vanno cancellate.

È vero che chiamerà i magistrati Nino Di Matteo e Piercamillo Davigo a collaborare con lei

È prematuro parlare di nomi, devo costruire la squadra.

Ma delle correnti nella magistratura cosa ne pensa?

Penso che l’associazionismo sia un bene, ma che le distorsioni del correntismo vadano combattute. E lo dico da avvocato che conosce le aule di giustizia.

Oggi Conte ha attaccato l’Anac, parlando di risultati deludenti. Condivide?

A mio avviso voleva solo dire che servono norme più chiare per facilitarne il lavoro.

Lei è soddisfatto del lavoro dell’Anac?

Assolutamente sì.

Conte, c’è la seconda fiducia: numeri ampi e qualche gaffe

L’esordio di Giuseppe Conte alla Camera non è brillantissimo: si perde il foglio con la scaletta del discorso. Resta in silenzio per quasi un minuto di fronte al microfono sollevato, con la luce rossa accesa, rovistando freneticamente tra i fogli sulla scrivania. Lo soccorre Luigi Di Maio, seduto alla sua destra: non è l’immagine migliore per un premier sconosciuto ai più, che deve mostrare di sapersi emancipare dall’uomo che l’ha scelto.

Il grillino, a sua volta in imbarazzo, lo invita a parlare (mentre con la mano sinistra prova a coprirsi la bocca): “Vai, dai, inizia. Te li scelgo io”. Intende gli appunti. Conte parte. Dopo qualche minuto vengono trovati quei benedetti fogli. Mentre li tiene davanti a sé, le mani tremano un po’. Il nuovo presidente del Consiglio non è ancora un animale politico.

Inciampa con le parole quando parla di giustizia (cita la “presunzione di colpevolezza”) e vive un altro momento di disagio quando ringrazia il presidente della Repubblica: “Mi ha addolorato che qualcuno abbia attaccato la memoria di un suo congiunto”. Non pronuncia – forse non ricorda – il nome di Piersanti Mattarella, fratello di Sergio, ucciso dalla mafia. Glielo grida Graziano Delrio durante la sua dichiarazione di voto: “Si chiamava Piersanti, si chiamava Piersanti”. Il capogruppo del Pd non si ferma, gli dà della marionetta: “Non faccia il pupazzo dei partiti”. Una virulenza insolita per l’ex democristiano. Applaude convinta anche Forza Italia (succederà più volte nel corso della giornata).

La buona notizia per Conte sono i numeri della fiducia alla Camera. Molto solidi: 350 sì, 236 no, 35 astenuti. I voti per il governo sono 4 più della somma di Lega e 5Stelle, 34 sopra la soglia della maggioranza assoluta. Tra i favorevoli anche quattro espulsi dal M5S – Vitiello, Caiata, Cecconi e Benedetti – e due deputati del Maie, Mario Borghese e Antonio Tasso. Sarebbero 352 se non mancassero due deputati grillini.

Malgrado questo, la cerimonia di battesimo non è felice: non solo il premier è compassato, ma le opposizioni sono molto più aggressive del giorno prima. E uno dei due padrini è assente: se Di Maio è l’ombra di Conte, Matteo Salvini lo si nota di più perché non c’è. In mattinata, durante la discussione generale, si fa vedere solo per il discorso di Riccardo Molinari: il giovane leghista piemontese sarà il capogruppo del Carroccio alla Camera, ora che Giancarlo Giorgetti è passato a Palazzo Chigi.

Salvini lo ascolta, si congratula con lui davanti agli altri deputati e poi lascia Montecitorio. Ritorna nel pomeriggio per un cameo durante la replica di Conte: pochi minuti, una fotografia insieme al premier pubblicata sui social (“Qui Camera, bella squadra. Si parte!”) e poi via di nuovo per un comizio a Brindisi per le Amministrative di domenica. Ancora campagna elettorale.

Conte in fondo non cambia spartito rispetto a Palazzo Madama. È pacato e un po’ monocorde, l’eloquio è professorale (gli escono termini come “censitario”, “bellicistico”, “ostensibile”). Cerca di specificare alcuni dei temi del contratto trascurati al Senato: infrastrutture e Sud. Un po’ a sorpresa riabilita la “Buona Scuola” di Renzi: “Ci sono delle criticità su cui vogliamo intervenire, ma non abbiamo intenzione di stravolgerla”. Nel complesso non entusiasma nemmeno i suoi. Commento di un anonimo leghista in Transatlantico: “Cosa vuole che le dica? Non mi pare Van Basten, però nemmeno una pippa”.

Il premier vorrebbe evitare toni provocatori ma finisce coinvolto in due polemiche. Una con l’Anac, l’autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone: “Non ci sta dando i risultati che ci attendevamo – dice Conte – e forse avevamo investito troppo”. Dai corridoi dell’Authority fanno sapere che le sue parole sono state accolte con “stupore” ed “è probabile che il presidente del Consiglio non conosca tutto ciò che Anac fa per prevenire la corruzione”. L’altra con le opposizioni: una frase di Conte fa imbufalire il Pd (“Il fatto che mi interrompiate, significa che ciascuno ha il suo piccolo conflitto d’interessi da risolvere”). I dem protestano con una veemenza che pare una copia speculare della passata legislatura, quand’erano dall’altra parte della barricata; i più spiritati sono Emanuele Fiano e Roberto Giachetti.

Nemmeno la chiusura del dibattito, affidata agli “amici” della Lega, è morbidissima. Parla Nicola Molteni: “Presidente Conte, ha la fiducia del grande popolo leghista. Ma dovrà saperla difendere e onorare giorno per giorno”. Ora si inizia.

Prima gli ungheresi

Èdifficile parlare di Salvini senza cascare nei suoi giochetti. Che sono due. 1) Occupare ogni giorno tg, talk show, giornali e siti per far credere che al governo ci sia solo lui e solo lui vegli insonne sui problemi degli italiani. 2) Attirare su di sé tutte le critiche del vecchio establishment – un misto di giuste obiezioni, pregiudizi iperbolici e processi alle intenzioni – per rafforzare nella gente la convinzione di cui al punto 1. Il miglior modo di parlare di lui è quello di sfidarlo alla prova dei fatti, dopo 25 anni di comoda predicazione da Cazzaro Verde che insegnava agli altri quel che dovevano fare. Ora le chiacchiere stanno a zero: come ha detto Di Maio, “ora lo Stato siamo noi”. Non nel senso di “L’Etat c’est moi” del Re Sole (come hanno volutamente equivocato i soliti tromboni), ma nel senso che gli anti-sistema ora rappresentano il sistema e, fischiandolo, fischiano se stessi. Salvini, come Conte e Di Maio, annunciano sull’immigrazione cinque obiettivi: ridurre gli sbarchi (e quindi i morti in mare), velocizzare l’esame delle richieste d’asilo, intensificare i rimpatri di chi non ne ha diritto, ridiscutere gli accordi di Dublino per un’equa ripartizione fra i Paesi Ue, statalizzare regione per regione l’accoglienza sottraendola al business privato che tanti scandali e ruberie ha causato.

Al netto della solita insulsa propaganda, tipo “la pacchia è finita” (i migranti, anche irregolari, esclusi i pochi che riescono a guadagnare bene delinquendo, fanno vite d’inferno), sono tutti propositi condivisibili, legali e costituzionali. La riduzione degli sbarchi, già avviata da Minniti, si ottiene continuandone le politiche di collaborazione con gli Stati del Nordafrica e facendo rispettare il codice d’autoregolamentazione per le Ong. Il primo ad annunciare una chiusura dei porti italiani, dinanzi al menefreghismo degli altri Paesi mediterranei, fu un anno fa Minniti, fra i gridolini di giubilo dei commentatori per la “svolta” legalitaria del Pd che finalmente batteva i pugni in Europa. Quindi, ora che Salvini riannuncia la stessa cosa, sarebbe auspicabile un minimo di coerenza: fascismo e xenofobia non c’entrano. Esami delle richieste d’asilo, rimpatrii e accoglienza pubblica dipendono dall’efficienza dello Stato, oltreché dai costi altissimi e dai trattati con gli Stati di provenienza (per ora 4, Tunisia in primis: pessima idea dichiararle guerra, innescando un incidente diplomatico, fra l’altro sulla fake news del boom di “galeotti” che non trova riscontro nelle statistiche). La revisione di Dublino dipende dal peso politico e dall’abilità diplomatica del nuovo governo in Europa.

Bisogna costruire alleanze, sperando di avere la maggioranza per cambiare una regola demenziale che proprio il centrodestra FI-Lega sottoscrisse a suo tempo senza neppur sapere cosa firmava. Il presupposto per le alleanze è sapere con chi conviene farle. In base al nostro interesse nazionale (“prima gli italiani”, no?), non al colore politico dei partner. Salvini, per evidenti affinità ideologiche, vuol partire da Viktor Orbán, il premier ungherese di estrema destra che peraltro fa parte del Ppe (con B. e la Merkel) e non del gruppo lepen-leghista europeo. I due si sono già sentiti per “cambiare insieme l’Europa”. Ora, Orbán sa benissimo come vuol cambiare la Ue: tenendo fuori i migranti anzitutto dall’Ungheria e poi dai suoi alleati nel fronte Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia). Ma sorge il dubbio che Salvini non ne abbia la più pallida idea: altrimenti non sceglierebbe come partner privilegiato chi vuole lasciare i migranti ai paesi di primo approdo, qual è appunto l’Italia (insieme alla Grecia) e quale non è (più) l’Ungheria dopo l’attenuarsi del flusso siriano-afghano e il muro eretto al confine serbo. L’Ungheria, non affacciando sul mare, non ha mai visto un barcone. Infatti fu proprio Orbán, con tutti gli alleati di Visegrad, a sfanculare l’Ue che proponeva di aiutare Italia e Grecia suddividendo i migranti per quote, Paese per Paese. Il tutto – nota Franco Venturini sul Corriere – dopo che il fronte Visegrad era stato imbottito dall’Ue di miliardi per la “coesione” sottratti anche all’Italia.

Per questo, per il nostro interesse nazionale e non solo perché Orbán è brutto, sporco e cattivo, dovremmo tenerci a debita distanza da lui. E cercare sponde da tutt’altra parte: nei governi che, o per paura di nuovi boom dei partiti anti-Ue (la Merkel), o per affaccio al Mediterraneo e vicinanza all’Italia (Francia, Spagna, Grecia e Austria), sono più sensibili al tema degli sbarchi. L’altroieri, mentre Salvini era al Senato per la fiducia, gli altri ministri degli Interni europei hanno sancito il fallimento della riforma di Dublino. Giustamente l’Italia, come pure Francia e Germania, ha votato contro: i veti incrociati degli euro-egoisti avrebbero fatto ricadere comunque su Italia e Grecia quasi tutto il peso dell’accoglienza (anche Gentiloni, ben prima di Salvini, era ben poco entusiasta del negoziato). Ma sono stati proprio l’Ungheria di Orbán e la Polonia, con quel marpione di Macron, ad affossare ancora una volta le quote. Senza le quali, gl’immigrati restano un problema esclusivamente italiano e greco. Ora si dice che, con l’ausilio dell’Austria euroscettica, prossima presidente semestrale, l’Ue chiuderà un occhio sui metodi scelti dall’Italia per risolvere la questione. E tollerare persino i respingimenti di massa in mare evocati da Salvini. Se è a questi che pensa il ministro dell’Interno, se li levi dalla testa: la Corte di Strasburgo li ha già definiti illegali. Quindi l’Italia resterebbe sola, magari col resto d’Europa che sospende la libera circolazione di Schengen e ci chiude fuori con i migranti dentro. A quel punto Salvini e Orbán che faranno? Strilleranno “prima gli ungheresi”?

Cecchinato nella Storia: batte Djokovic e vola in semifinale

Sdraiato sulla terra parigina, sporco e in lacrime per la vittoria più incredibile della sua giovane e travagliata carriera, Marco Cecchinato ha realizzato di aver battuto Novak Djokovic e di essere in semifinale al Roland Garros, dove nessun italiano arrivava da 40 anni. Chissà se in quel momento ha ripensato al set point del pareggio che l’avversario ha sparato fuori a campo aperto, anche per colpa di un gridolino del pubblico. Oppure all’infinito quinto set del primo turno contro il rumeno Copil, quando aveva rischiato di essere eliminato subito su uno dei campi secondari senza gloria, ben diversi dall’imponente Court Suzanne Lenglen. O ancora a quel piccolo torneo di Budapest vinto ad aprile quasi per caso, da ripescato (aveva perso nelle qualificazioni contro il carneade Zopp), che gli ha cambiato la stagione. O magari a quel vizio procedurale che a dicembre 2016 lo salvò da una pesante squalifica (18 mesi la prima condanna) per una brutta storia di scommesse clandestine in cui era rimasto invischiato e di cui oggi non vuole parlare. Il destino di Cecchinato è pieno “match point”, per citare l’iconico film di Woody Allen: momenti in cui la pallina rimbalza sulla rete, e ricade da una parte o dall’altra del campo. Come la carriera di questo ragazzo palermitano di 25 anni, n. 72 del mondo (e neanche fra i primi 100 a inizio 2018), mai un successo in un torneo dello Slam. Un perfetto sconosciuto o poco più, da ieri di diritto nella storia del tennis italiano: 40 dopo l’ultimo acuto di Corrado Barazzutti, uno dei moschettieri della Coppa Davis, c’è un altro azzurro in semifinale di un torneo del Grande Slam.

Per arrivarci ha battuto nell’ordine Copil, Trungelliti, Carreno Busta (spagnolo n. 11 al mondo), David Goffin (belga, ottava testa di serie). E poi ieri la vittoria più incredibile nei quarti di finale: 3-1 (6-3 7-6 1-6 7-6) contro Novak Djokovic, ex numero uno del mondo tornato per l’occasione ad altissimi livelli. Il serbo, che qui aveva vinto nel 2016, ha rimontato, sbraitato di rabbia, corso come un forsennato, alzato pallonetti umili come l’ultimo degli amatori della domenica. Le ha provate tutte, ma si è dovuto arrendere di fronte a qualcosa di più grande di lui che sta accadendo a Parigi. Cecchinato ha vinto meritando di vincere. Il primo set con l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere, mentre il fenomeno avversario si riscopriva fragile. Il secondo set d’autorità e classe, continuando a servire bene nei momenti cruciali e spingendo sempre con rovescio e palle corte. Il quarto e decisivo set, invece, è stato una specie di resurrezione, dopo il terzo perso di schianto per un comprensibile calo fisiologico, quando tutto sembrava finito: da 1-4 e 0-40 sotto, al pareggio e al folle tie-break finale, vinto con nervi saldissimi e colpi da campione per 11-9, dopo tre set point annullati e una serie di scambi memorabili, fino al trionfo tra le lacrime. Quello di Cecchinato è il torneo perfetto: nel giro di una manciata di giorni ha sconfitto due Top Ten, un ex n. 1 del mondo, riscritto la storia dello sport italiano e guadagnato oltre la metà di tutti i soldi racimolati in otto anni da tennista di medio livello (la semifinale vale 560 mila euro), su campi sperduti in giro per il globo dove si fatica a sbarcare il lunario (e a volte si rischia di cadere in tentazione, come racconta la sua storia). Venerdì sfiderà in semifinale Dominik Thiem, astro nascente del circuito mondiale, considerato il n. 2 sulla terra dopo Rafa Nadal (che nell’altra semi trova Del Potro). Il pronostico ovviamente è scontato, ma lo era stato sempre nelle ultime partite. Chiamatela impresa, sogno, favola, miracolo: magari non è ancora finita.

I giapponesi sanno come invecchiare bene

Vino, cioccolata e amore. Per Tsuneko Sasamoto, prima fotoreporter giapponese, questi sono i fattori della sua lunga vita: 103 anni. Riflessioni e istruzioni per l’uso di una lunga vita raccolti ne Il segreto della longevità – il metodo giapponese per vivere 100 anni scritto da Junko Takahashi, edito in Italia per DeAgostini. Alcuni punti fermi: mangiare poco, fare esercizio fisico, tenere il cervello attivo, seguire i propri desideri, passioni e soprattutto coltivare la gentilezza. La genesi del libro raccontata direttamente dall’autrice: “Ero in un periodo annoiato della mia vita professionale. Sembrerà strano ma ho riscoperto il piacere della sorpresa iniziando il mio viaggio personale tra alcuni dei grandi vecchi del mondo”. Nulla a che vedere con i burberi “struldbrugs” in cui Gulliver si imbatte nei suoi viaggi: i personaggi imprigionati nella loro vita eterna. Gli uomini e le donne che incontra Takahashi sono, tutt’al più, un po’ stravaganti nelle loro abitudini quotidiane. Altre indicazioni: masticare bene, non riempire mai del tutto lo stomaco, essere ottimisti e lasciare che le cose seguano il loro corso, tenere la mente aperta ed essere onesti rispetto ai propri desideri, fare movimento, avere cura della propria persona, conservare la voglia di conoscere e cercare informazioni, non arrendersi mai, ringraziare, sognare il passato, il presente e il futuro. Il libro di Takahashi, già tradotto in sei lingue, racconta la vita di 26 persone al di sopra dei 96 anni, tredici delle quali ultracentenarie. “Da loro ho imparato che non è mai troppo tardi per nulla” spiega l’autrice “niente accomuna queste persone ad eccezione dell’età”. Per due anni la giornalista, coadiuvata da un gerontologo, si è immersa nella realtà di persone la cui esistenza si è dipanata fra l’antica mentalità di una civiltà fondata sul feudalesimo e la guerra mondiale; confrontandosi oggi con un mondo in cui sono i robot a occuparsi degli anziani. E se per vivere bisogna mangiare, un italiano consuma in media 3.539 chilocalorie al giorno, un americano 3.639 e un giapponese 2.719, ma Shigeaki Hinohara, medico ultracentenario le ha ridotte a 1.300. Come? Comincia la giornata solo bevendo liquidi e un cucchiaio di olio extra vergine di oliva che copre il fabbisogno giornaliero di lipidi, a pranzo prende una tazza di latte con 2 biscotti assicurando che quando è concentrato sul lavoro non sente la fame e per cena mangia riso con carne e pesce accompagnati da verdure. Infine: la curiosità è il modo migliore per trovare strade nuove.