Cos’è rimasto degli anni 90 (e come dirlo a mia figlia)

“Quando voi eravate ragazzi che stile c’era?” domanda mia figlia, e aggiunge con aria affettuosamente polemica: “Non è rimasto granché, di quegli anni”. Osservo incredulo e ammutolito la signorina di quattordici anni che mi sta di fronte, e mi sento vecchio come succede soltanto nel confrontarsi alla prole. Sotto la sua camicia a quadri da boscaiola fa capolino una maglietta coperta di scritte lungo la quale corrono i fili bianchi collegati alle cuffie da musica; i jeans sono strappati con noncurante precisione sulle ginocchia, e il loro orlo inferiore sfiora la linguetta delle scarpe sportive a tre strisce. “Veramente…” tento di obiettare, e non riesco a capire perché mi ritrovo a balbettare sulla difensiva. “…Ci vestivamo esattamente come voi!”.

Mi riserva lo sguardo peculiare che i figli riservano ai genitori quando si sforzano di apparire giovani a tutti i costi; subito mi rivedo alla sua età, a cavallo fra ’80 e ’90, quand’ero io a restare scettico di fronte alle parole dei miei vecchi, ex divinità d’infanzia ormai trasformati in soggetti dei quali fidarsi solo in parte. Sento che non si convincerebbe neppure se le mostrassi le foto di classe; le differenze, fatalmente, salterebbero agli occhi più delle similitudini. Come potrebbe credermi? Sa che all’epoca si usava una moneta diversa, valida soltanto dalle Alpi alla Sicilia; non avevamo Instagram, non scaricavamo la lista dei compiti dal sito web della scuola e, se volevamo scambiare una battuta con un amico, non potevamo contare su WhatsApp. Telefonavamo dalla cabine, chiaro? E per uscire con una ragazza bisognava chiamarla a casa, rischiando ogni volta le forche caudine degli interrogatori parentali. Preistoria, praticamente.

Eppure, a ben vedere, di quegli anni non è rimasta soltanto la cifra stilistica dell’abbigliamento giovanile, da sempre regolato secondo corsi e ricorsi. Fu allora, quando i ghiaccioli costavano duecento lire e c’era ancora il Pentapartito, che vennero gettati semi fertili e fiorirono idee originali (che, naturalmente, all’epoca non potevamo riconoscere) in grado di disegnare la forma dell’avvenire. Basta pensare alla forma di narrazione – pardon, storytelling – naturalmente più vicina ai ragazzi, ovvero le liriche delle canzoni.

Le avanguardie anni 80, Skiantos e CCCP, Gang e Diaframma, Ritmo tribale e Massimo volume, stabilirono un’idea originale di “rock indipendente con testi in italiano”. I loro dischi venivano riprodotti senza sosta su cassetta a beneficio degli amici, e furono quei pionieri ad aprire la strada per le band del nuovo decennio capaci di raccontare su compact disc la “nostra” epoca, Timoria e Marlene Kuntz, Subsonica e Zen Circus, gruppi via via meno politicizzati rispetto ai loro predecessori – dopo Tangentopoli sognavamo una società nuova, ricorderete, invece arrivò il Silvio – ma certo non meno poetici né meno abili a suonare dal vivo.

Breve inciso: a mia figlia non lo racconterò, ma quello che per lei è un giudice di X Factor, per me era il frontman di una band che dal vivo risultava devastante, al punto da ritrovarsi sotto il palco ridotti a una maschera di sangue, il naso rotto per via d’una gomitata piovuta nella tempesta del pogo.

Sempre all’alba degli anni 90 arrivò la grande novità dell’hip hop tricolore; vedemmo sorgere in diretta una generazione di artisti sorprendentemente a proprio agio nell’intessere rime nella lingua di Dante. Senza le posse dei centri sociali, i Sangue Misto e gli Assalti frontali, i Sud Sound System, Frankie e gli OTR sarebbe incomprensibile la dimestichezza dei ragazzi di oggi con il verseggiare in metrica, da quello grullo e fashion alle proposte più autentiche. Sono i dischi dei nostri vent’anni, e sono i dischi con i quali sono cresciuti gli attuali principi di YouTube e Spotify, i cantori di talento del disagio che infesta l’Italia ipocrita e precaria di queste stagioni. “C’è un solo modo per vedere oltre, pianificare la propria morte, ed è fare debiti, fare debiti, fare debiti…” cantano i Ministri. E Willie Peyote, rapper virtuosamente atipico, fa il controcanto: “Parla di onestà, ce ne fosse la metà sareste già da un pezzo prossimi all’arresto”.

In questo scorcio di XXI secolo, i nemici da mettere alla berlina non sono più solo quelli tradizionali che detengono il potere, ma anche i vezzosi esponenti della stessa gioventù alternativa presenti senza sosta sui social: “Sono così indie che compro solo magliette artigianali autografate, spendo un pullo di soldi, le prendo su eBay, sul sito ufficiale, una volta su MySpace” (Lo Stato Sociale, Sono così indie). Fra i nuovi alfieri della “meglio gioventù” ci sono gli impegnati e gli esteti che rifiutano di prendere posizione, i virtuosi della melodia e quelli che ruggiscono, gli avidi collezionisti di like e i post-cantautori tormentatissimi che rifiutano Facebook e Twitter, ma tutti loro hanno parecchie cose in comune: una sana paura della retorica, una disillusione incancellabile circa slogan e parole d’ordine, la certezza che la divisione in “generi” è soltanto una gabbia, il fastidio per le catene del “politicamente corretto”.

Ci siamo storditi per dieci anni rimirandoci allo specchio dei social, una dipendenza comunemente accettata nonostante diversi, inquietanti, punti in comune con quella esecratissima da oppiacei; ecco perché arriva come una boccata d’aria fresca l’urgenza esistenziale condivisa dai nuovi portabandiera della musica indipendente: rompere il vetro dell’acquario mediatico per esibirsi dal vivo, e poco importa che sia “al Covo, al Magnolia, al Circolo”, sul palco di Sanremo o sulla pedana d’assi di un festival periferico. Hanno ormai compreso l’inganno dell’autorappresentazione e vogliono esserci.

Che si vestano pure col camicione grunge o in total black, allora, da ciclisti metropolitani o come i neri di Fa’ la cosa giusta. Ciò che importa a noi, che ci occupiamo di narrazioni più che di moda, è che i ragazzi di talento facciano il pieno di vita e non smettano di girare l’Italia per raccontarci le loro storie.

LeBron e Curry: “Nessuno di noi festeggerà alla Casa Bianca”

Le stelle Nba LeBron James e Stephen Curry, leader delle finaliste Cleveland e Golden State, hanno annunciato che il vincitore delle finali non andrà in visita dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alla Casa Bianca. James e Curry si sono schierati dopo che Trump ha revocato l’invito ai campioni della Nfl dei Philadelphia Eagles, dal momento che meno di 10 giocatori avrebbero preso parte all’incontro. Lo scorso settembre Trump aveva revocato l’invito anche agli stessi Warriors, che avevano battuto Cleveland nella finale 2017, dopo che Curry, simbolo con Kevin Durant della squadra, aveva annunciato di non voler partecipare. L’allenatore dei Warriors, Steve Kerr, ha rilanciato dicendo che i team non vedono l’ora di tornare alla tradizione delle visite alla Casa Bianca senza Trump: “Il presidente ha chiarito che cercherà di dividere il paese per ottenere un guadagno politico. Non vediamo l’ora di tornare a festeggiare i successi, sarà bello quando torneremo alla normalità, tra tre anni”.

Svolta Usa: il #metoo copre il bikini a Miss America

Stavolta l’effetto #metoo-Weinstein colpisce Miss America. Addio costume e l’hashtag #byebyebikini per la “svolta” del concorso che decreta la più bella degli Stati Uniti. Anzi, non la più bella: perché non si giudicheranno più le concorrenti in base all’aspetto fisico o a ciò che indossano bensì per il talento e gli obiettivi di vita. “Miss America sarà una gara, non più un concorso di bellezza”, ha spiegato Gretchen Carlson, l’ex Miss America catapultata a capo dell’organizzazione dopo i numerosi casi di molestie negli Usa.

La svolta a Miss America – il primo concorso è del 1920 – è stata ritenuta necessaria dopo lo scandalo scoppiato l’anno scorso, quando fu rivelato uno scambio di email offensive e denigratorie nei confronti delle concorrenti e di ex vincitrici. Tra le persone coinvolte l’ex ceo di Miss America Organization Sam Haskell e lo speechwriter Lewis Friedman. Da allora i vertici sono cambiati e alla guida dell’organizzazione ci sono tutte donne.

L’attico dei “non allineati” da Tito ai milionari

Ci sono luoghi dove la storia passa e lascia un’impronta profonda. E ce ne sono altri dove lascia solo polvere. L’‘attico di Tito’ a New York appartiene a questa seconda categoria. Ci penseranno, adesso, i nuovi proprietari, che hanno speso 12 milioni di dollari per acquistarlo, a levare la polvere della storia e a restituire all’appartamento luce e vita. A raccontare il passato, forse resterà soltanto una voluminosa biografia del Maresciallo Tito, dimenticata su un comodino – o volutamente abbandonata. Valorizzata sotto una teca nel grande salone, sarà la testimone d’un tempo che fu.

È bene chiarire che l’‘attico di Tito’ non è mai appartenuto al maresciallo Josip Broz, detto Tito, l’uomo che, dopo la Seconda guerra mondiale, combattuta alla testa dei partigiani comunisti slavi contro i nazi-fascisti, ‘inventò’ la Jugoslavia e, viaggiando di conserva tra i tuoni di Mosca e i lampi di Washington, contribuì alla nascita del Movimento dei Neutrali e non Allineati, insieme a giganti del dopoguerra come l’indiano Nehru, l’indonesiano Sukarno, l’egiziano Nasser. Tito se ne andò nel 1980, a 88 anni, senza vedere e neppure sospettare lo sgretolamento della sua creatura.

La proprietaria di quell’attico era la Federazione jugoslava e i residenti abituali i rappresentanti presso l’Onu di Belgrado. Il Maresciallo vi soggiornava quand’era in visita a New York, soprattutto in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a settembre, di cui era protagonista quasi fisso. L’appartamento è sontuoso: 400 metri quadrati con tre terrazze, al 730 di Park Avenue, una delle arterie più prestigiose di Manhattan. Ai tempi della bolla immobiliare, prima della crisi, era valutato fino a 20 milioni di dollari. Sei stanze da letto e 4 bagni, un grande salone per i ricevimenti ufficiali, studio e biblioteca, l’attico, nel 1975, era costato 100mila dollari: in termini calcistici, si può dire che ha comunque fruttato una bella plusvalenza.

Venderlo è stato laborioso. Non tanto perché mancassero i potenziali acquirenti – si mormora che pure Jack Nicholson fosse a un certo punto interessato -, quanto perché gli eredi della ex Jugoslavia dovevano mettersi d’accordo su come spartirsi onori ed oneri: il ricavato dalla vendita e le spese condominiali finora coperte dalla Serbia – 15 mila dollari l’anno per più o meno 25 anni.

Ora, dopo un quarto di secolo d’abbandono – l’ultimo ‘inquilino’, un ambasciatore della Jugoslavia, ridotto ormai al rango di rappresentante di Serbia e Montenegro, lo lasciò nel 1992 -, per rimetterlo in sesto ci vorrà una bella ristrutturazione: i soffitti sono scrostati, il pavimento è coperto di polvere e i mobili sono protetti da teli trasparenti. Tappeti, quadri, oggetti più o meno di pregio sono ancora lì, in un’atmosfera di rappresentanza ormai decaduta e ancora impregnata dello stile un po’ vacuo ed enfatico dei Paesi comunisti.

Chi l’abbia comprato, non si sa. A spartirsi il ricavato, saranno le sei repubbliche indipendenti nate dalla dissoluzione della Federazione: Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Bosnia e Macedonia, in base a percentuali rigidamente stabilite da un’intesa siglata a Vienna nel 2001 per la ripartizione del patrimonio immobiliare dell’ex Jugoslavia, che ammonterebbe a circa 70 milioni di euro. L’annuncio della vendita è venuto dal ministero degli Esteri di Belgrado. Ora, per restituire all’attico prestigio e comfort, ci vorrà una ristrutturazione radicale.

Per gli F-35 sono 1,3 miliardi. Che faccio ministro, lascio?

Cosa farà con gli F-35 la nuova ministra della Difesa Cinquestelle Elisabetta Trenta? Li taglierà come prevedeva la versione originaria del programma elettorale M5S? O andrà avanti sulla strada segnata dal precedente governo?

In attesa di scoprirlo, l’osservatorio MILX sulle spese militari italiane dà notizia di un nuovo ordine italiano a Washington per altri 8 F-35, forse qualcuno in più.

Il contratto, figlio della programmazione stabilita dall’ex ministra Pinotti, è stato firmato tra Pentagono e Lockheed Martin lo scorso 25 aprile, mentre l’Italia ancora senza governo celebrava la festa della Liberazione. Si tratta di un piccolo acconto da 10 milioni di dollari relativo ai velivoli dei lotti produttivi a basso rateo (Lrip) 13 e 14, vale a dire per almeno altri 8 nuovi aerei (6 F-35A convenzionali e 2 F-35B a decollo corto e atterraggio verticale) stando al più recente profilo di acquisizione reso noto l’anno scorso dalla Corte dei Conti – in cui compare il lotto 13 ma non il 14, che potrebbe essere uguale o maggiore. Nessun chiarimento è giunto dalla Difesa, interpellata in merito.

Gli 8 nuovi F-35 ordinati ci costeranno 730 milioni di dollari secondo le previsioni di Lockheed Martin (85 milioni di dollari per la versione A e 110 per la B, cifre fortemente contestate dagli esperti del settore), circa 1,3 miliardi di dollari secondo stime indipendenti (150 milioni di dollari per la versione A e 180 per la B tenendo conto dei costi del motore e degli interventi correttivi di retrofit).

Sommati ai 3 velivoli del lotto 12 ordinati un anno fa (contratto N00019-17 -C-0001 del 28 aprile 2017), il totale degli F-35 finora acquistati sale ad almeno 26, di cui 10 già consegnati (9 all’Aeronautica e uno alla Marina).

Il costo medio reale di ogni aereo è stato finora di circa 150 milioni di euro, ma per rendere pienamente operativi i velivoli pre-serie già consegnati e in consegna sarà necessario aggiornarne il software (la parte più importante e costosa) allo standard Block 4 spendendo circa 40 milioni di dollari in più per ogni aereo.

Il costo complessivo dei 90 cacciabombardieri F-35 che Roma prevede di comprare è di almeno 14 miliardi di euro (di cui 4 già pagati), più altri 35 miliardi di costi operativi e di supporto logistico per i trent’anni di vita operativa.

Il programma, come confermato dall’ultima relazione della Corte dei Conti, produce ricavi per l’industria (non per lo Stato) nell’ordine del 57% dei costi sostenuti (la metà del previsto) e a oggi ha una ricaduta occupazionale complessiva di 1.500 posti di lavoro, 900 a Cameri di cui 600 precari (ben lontani dai 6.400 posti promessi).

Un primo segnale delle intenzioni della neo-ministra Trenta sugli F-35 potrebbe venire già dal prossimo Documento Programmatico Pluriennale della Difesa: l’ultimo, redatto dalla Pinotti, stanziava per il programma 727 milioni quest’anno, 747 milioni nel 2019 e 2.217 milioni tra il 2020 e il 2022.

“Eroe-traditore”: Snowden alla corte di Putin da cinque anni

La gente è ancora impotente di fronte a governi e multinazionali. Ma almeno ora è consapevole. Le mie rivelazioni hanno reso la lotta più equa”.

È un bilancio in chiaroscuro quello di Edward Snowden, a 5 anni dalla pubblicazione del più massiccio leak di documenti top secret della storia. Ne parla in una conversazione telefonica con il Guardian, che grazie a quelle rivelazioni nel 2014 vinse un Pulitzer.

Cosa è rimasto di quell’immenso squarcio nei segreti della National Security Agency, di quello sforzo “per informare il pubblico su ciò che viene fatto in loro nome o contro di loro”?. Sul piano personale, Snowden è un fuggitivo, ricercato dalle autorità Usa e riparato in Russia, dove vive grazie alla protezione di Putin. Per i servizi d’intelligence di mezzo mondo è un traditore, come ha ribadito Jeremy Fleming, direttore della Gchq, l’agenzia britannica per la Sicurezza: “Ciò che ha fatto è illegale e ha compromesso la nostra capacità di proteggere il paese. Dovrebbe pagare per questo”.

Snowden eroe o criminale? Di certo, dopo quel leak la privacy è diventata centrale nelle nostre vite. Ma sono molti gli attivisti che non nascondono la loro delusione: quella denuncia, dicono, non ha creato maggiore libertà; al contrario, ha spinto governi e multinazionali a rafforzare sorveglianza e controllo di massa.

Snowden non ha rimpianti, nemmeno sul piano personale. “Se avessi cercato la sicurezza non avrei mai lasciato le Hawaii” (dove lavorava prima di diffondere le informazioni riservate).

Oggi si occupa di sviluppare strumenti per proteggere le fonti di giornalisti e attivisti. “Non mi sono mai sentito cosí soddisfatto”. Ha vinto la sua battaglia? “Siamo solo all’inizio. Governi e grandi società sono in questo gioco da molto tempo. Noi abbiamo appena iniziato”.

Bob Kennedy, la faccia morale dell’America finita nel sangue

Quando cominci a parlare – nel mio caso, a riparlare – di Robert Kennedy, ti accorgi che qualcosa di diverso, di insolito e anche di difficile da spiegare, segna il ricordo e la riflessione, rispetto a ogni altro politico. Per esempio, con Robert Kennedy sei entrato nella segregazione razziale che conosceva ancora il linciaggio, e sei uscito in un mondo di diritti ottenuto con una sfida che è stata insieme di popolo e di governo, di grandi manifestazioni di massa combattute contro una polizia accanitamente ostile (cani lupo, bastoni e pompe d’acqua), ma con a fianco un ministro della Giustizia disposto, con le truppe federali, a tener testa a un governatore che aveva già schierato la sua guardia nazionale intorno alla sua università segregata. Il governatore Wallace, a gambe divaricate, davanti al portone da non valicare, ha spiegato: “Sono stato eletto per questo”. Il ministro della Giustizia, Robert Kennedy, ha risposto. “Sei stato eletto giurando sulla Costituzione”. Kennedy ha precisato che un’Alabama fuori dalla Costituzione sarebbe stato anche fuori dagli Strati Uniti. Quella stessa sera il primo afroamericano ha fatto il suo ingresso nell’università fino ad allora segregata.

Questo episodio, come tanti durante la lotta per i diritti civili, ci dice molto della tenacia e della forza morale di Robert Kennedy. Ma voglio far notare che ho detto forza morale, non forza politica. Politicamente Kennedy non era né più grande né più forte dei suoi elettori democratici al Congresso e nel Paese. Tutti sapevano tutto dell’esclusione e umiliazione dei neri, e non avevano, fino a quel momento, mosso un dito. Ma durante la lotta per i diritti civili, che ha visto il governo americano (in prima fila il ministro della Giustizia) schierato dalla parte degli umiliati e offesi, è emerso un aspetto nuovo, unico e breve nella politica americana: la forza morale. Comincia qui la presenza di un fatto nuovo di cui è rappresentante e portatore Robert Kennedy. Non è la politica che affronta il problema della spaccatura razziale del Paese, non saprebbe come e non può perché.

Il conflitto nasce completamente fuori dalla politica, e – attraverso la voce di Martin Luther King –, diventa la grande questione morale. Robert Kennedy la raccoglie e capisce che quella è la strada che va al di là del razzismo, al di là della vita dei poveri,

al di là delle disuguaglianze mortali. E, poco dopo, al di là e contro la guerra nel Vietnam.

Robert Kennedy si rende conto di essere entrato (fin dall’uccisione di suo fratello) nell’area della non convenienza, che dissuade ogni politico, nell’area del pericolo, perché ti opponi troppo a troppe cose che hanno un peso (e un costo) troppo grande. La sua immagine, sempre più amata e seguita da masse di giovani, si contrappone a volti e poteri non visibili.

Il fenomeno strano, che resta unico nella nostra memoria, è che “la sua strada sbagliata” (cito il senatore Humphrey, democratico e amico di famiglia che rimproverava a Robert Kennedy) gli porta un successo popolare immenso che, subito prima di essere ucciso, ha travolto l’America.

Ho vissuto giorno per giorno quell’ultimo periodo di febbre affettuosa ed entusiasta, una febbre sempre più grande. Ho partecipato, giorno per giorno, all’ultima campagna elettorale di Robert Kennedy e ricordo, ogni sera, le mani piagate da decine di migliaia di strette di mano. Ma adesso, mentre ne scrivo nel giorno dell’anniversario del suo assassinio, non riesco a non ricordare un altro evento di cui Robert Kennedy è stato protagonista. È accaduto due anni prima. L’ex ministro della Giustizia si era messo alla testa di una lunga marcia dei raccoglitori di uva messicani, portati in California come clandestini, per raccogliere l’uva di immense coltivazioni per paghe inesistenti. La marcia a piedi partiva da El Centro e arrivava a Sacramento, e accanto a Robert Kennedy c’era Cesar Chavez, improvvisato sindacalista dei contadini senza paga, uomo intelligente e analfabeta, capace di tener testa alle televisioni in modo da coinvolgere l’intera America in un famoso “sciopero dell’uva”.

Ecco, ripensando e rivedendo la testa del giovane leader assassinato, mentre viene scrutata dai flash e dalle telecamere, sul pavimento dell’Hotel Ambassador, mi ricordo di quella marcia in cui Robert Kennedy e Cesar Chavez parlavano insieme alla folla, l’uno nello spagnolo dei campi, l’altro nel suo inglese di Harvard. E mi domando: può esistere una santità laica? E come mai, adesso, il luogo in cui viviamo (dall’America di Kennedy all’Italia di Spinelli e Colorni) sia diventato un mondo carogna, con le frontiere di filo spinato a lama di rasoio, in modo che i bambini con la faccia sfregiata siano i primi a imparare che le frontiere non si attraversano?

Per capire il maschilismo, leggete gli insulti a Diletta Leotta sui social

Il femminismo è un luogo in cui troppe cose fatte della stessa sostanza non si toccano. Ci pensavo giorni fa, quando nell’arco di pochi secondi, sono passata dal leggere un tweet di Michela Murgia al notare un commento sotto una foto di Diletta Leotta. La Murgia, con ammirevole tenacia, sta da tempo ponendo l’attenzione sul fatto che alcuni dei principali quotidiani nazionali non ospitino firme femminili in prima pagina. O su come, se le ospitano, siano tutte incaricate di commentare il costume o di toccare questioni laterali e non la politica. La faccenda è diventata argomento di discussione in dibattiti pubblici, ha attirato l’attenzione di personaggi autorevoli e ha perfino (forse) innescato qualche timido cambiamento.

Certo, parrebbe un problema di nicchia (delle giornaliste, nello specifico) ma è evidente che non lo è. Il pensiero più ampio e sottinteso è che le donne – e tale pensiero è spesso il parto di un inconscio sessista e primitivo, più che di un pensiero lucido e premeditato – non possiedono l’autorevolezza. Non era una questione di cui c’eravamo resi conto tutti, questa della quasi totale assenza di editorialiste. In fondo siamo in pochi a leggere le firme sotto gli articoli e siamo pure sempre di meno a leggere i giornali. E però il faro s’è acceso. C’ha pensato la Murgia. Meno male. E veniamo alla Leotta.

Dicevo che poi sono finita a leggere alcuni commenti sotto una sua foto su Instagram come tante altre. Scorrevo la sua pagina – i commenti erano circa 1500 – e quello che leggevo provocava una sorta di strano effetto ipnotico, come se di commento in commento, mi assalisse un graduale malessere, ma un malessere necessario. Istruttivo. Illuminante.

La pagina instagram di Diletta Leotta è la cloaca massima del peggior cameratismo maschile. E non è solo espressione, ma anche incubatrice del peggior spregio che si possa riservare a una donna. Adulti, padri di famiglia, operai, laureati, nonni e bambini di 10 anni si incontrano lì per giocare tutti insieme, col collante potente del cameratismo, a chi dice la cosa più volgare, più becera, più sessualmente esplicita. E non è neppure più qualcosa di tacito. Lo esplicitano in tanti, leggendo qua e là sulla sua pagina, che il gioco è diventato un vero contest, una specie di palestra del maschilismo nostrano, in cui i maschi più beceri allenano i muscoli dell’ignoranza. Della totale assenza di rispetto nei confronti delle donne. Cosa c’entra la Murgia, direte voi.

Mi chiedevo come mai la questione più invisibile delle poche editorialiste fosse diventata materia di dibattito e condivisibile motivo di irritazione da parte delle femministe più autorevoli e del perché quello che accade ormai da tempo sulla bacheca della Leotta, non sia un tema di cui le donne più combattive in tema di rispetto, diritti e conquiste da ottenere, dovrebbero occuparsi. E qui torniamo al punto di partenza.

Il femminismo è un luogo in cui troppe cose fatte della stessa sostanza non si toccano. Gli insulti alla Leotta sono qualcosa di comunemente accettato, di assimilato, come l’assenza di firme femminili sulle prime pagine dei giornali. È dunque, qualcosa di pericoloso, perché lo vediamo, è lì, ma ci pare una diretta e inevitabile conseguenza dell’essere donne. (specie se belle e appariscenti). Ci toccano gli articoli sul matrimonio di Meghan e Harry. Ci tocca il commento sessista. Per il fenomeno dei commenti alla Leotta, però, una Murgia che accende un faro non esiste.

Bisognerebbe fondare un femminismo mainstream che desse all’olezzo della fallocrazia, lo stesso peso, che quell’olezzo arrivi dalle pagine di un quotidiano o che arrivi dalla bacheca di una Leotta qualsiasi.

“Tra qualche anno questa bacheca verrà studiata”, ha scritto l’amministratore della pagina Gli odiatori tra i commenti alla giornalista di Sky. E ha ragione. Perché quel luogo è un autentico fenomeno sociologico. Sono tanti i commentatori a sottolinearlo. “Sono qui per leggere solo i commenti”, “Oggi chi ha vinto l’Oscar per il miglior commento?”, “Torno tra poco per leggere i commenti, dateci dentro”, scrivono in tantissimi. E se la Leotta posta una foto con i suoi libri dell’università, gli stessi, mettono like a pioggia su commenti tipo: “Ma il tirocinio pre-laurea l’hai fatto alla San Pellegrino per imparare a fare i chinotti?”. E no, chi lo scrive non è un contadino analfabeta ma Marco, studente di ingegneria. “Ti scoperei dalla testa ai piedi” lo scrive un ragazzino di 11 anni. E poi “Sei da trivellare”, “Un bel porno quando?”, “Per te ci vuole un cavallo”, “Al mio tre scatenate la mano!”, “Con te manco l’ascensore riesce a scendere tanto è duro” e così via.

Sia chiaro, ho selezionato le frasi più edulcorate. Immaginate quelle scartate, moltiplicate per migliaia e migliaia di volte, infilateci nel mezzo il tifo di quelli che “I vostri commenti mi fanno ammazzare dal ridere! Ancora!” e avrete una vaga idea di quello che succede lì dentro. Qualcosa che ai maschi diverte e su cui le donne non hanno nulla da dire. Perfino la Leotta non ha mai spiccicato parola sul tema. Non so se è perché questo zoo lo ritiene una delle controindicazioni del successo (e farebbe male), non so se è perché ritiene che il fenomeno non sia arginabile (e avrebbe solo parzialmente ragione), non so se in fondo pensi che follower non olet o se semplicemente abbia deciso di fregarsene, certo è che la sua indifferenza e quella di tutte le donne sulla questione, che abbiano una penna in mano o che non ce l’abbiano, mi sorprende.

Accade qualcosa di peggiore dell’indifferenza. C’è un racconto distorto, allusivo, goliardico sulla faccenda. Titoloni su siti e giornali della serie “La foto della Leotta col microfono manda in tilt i suoi fan”, “La Leotta fa impazzire Instagram”, “La bombastica Leotta fa incetta di like”, come se la notizia fosse il suo successo su Instagram, non quello che accade puntualmente sotto una sua foto. E invece anche questo è un tema. Lo è tutto quello che parte dal basso, che è un vivaio, che forma una cultura, una mentalità, anche solo un atteggiamento. E finché femminismo non sarà anche occuparsi e preoccuparsi del ruolo e della tutela della dignità della donna in un reality o su una bacheca Instagram, non vinceremo mai.

Nel frattempo, andate a guardare la pagina della Leotta. Vedrete sì, le sue fotografie, ma ancor più quelle nitide del machismo più disgraziato e vomitevole in cui vi siate mai imbattuti.

Auguri.

Più ore al volante di Tir e autobus. I sindacati: “Strade meno sicure”

Guidare camion o pullman in Europa sta per diventare un mestiere ancora più faticoso di quanto già non sia. Un pacchetto di riforma del settore, che l’Ue sta in questi mesi discutendo, prevede – tra le altre cose – la riduzione dei turni di riposo settimanali. Per questo i sindacati dei trasporti di tutti gli Stati membri stanno protestando e la scorsa settimana hanno manifestato a Strasburgo sotto la sede del Parlamento europeo.

Una mobilitazione che però, almeno fino a questo momento, non è stata ascoltata, tanto che lunedì la commissione Trasporti ha approvato l’emendamento che contiene proprio la norma presa di mira dalle organizzazioni. Una novità che potrebbe finire con l’allungare l’orario settimanale di lavoro degli autisti. Vediamo perché: oggi, secondo le leggi in vigore, ogni camionista ha diritto a 54 ore di riposo continuative ogni settimana. Quindi se guidi dal lunedì al sabato per nove ore al giorno, poi stacchi del tutto per due giorni e mezzo. A questa regola c’è la possibilità di derogare, portando il riposo da 54 a 24 ore. Solo una volta, però, perché dopo la seconda settimana non solo devi rispettare le 54 ore di stop, ma devi anche compensare le 21 ore non godute nella precedente. Insomma, c’è la possibilità di rinunciare alla fermata e poi recuperare entro la settimana successiva. Il nuovo schema che sta per essere adottato porta invece a quattro settimane il periodo massimo entro il quale cumulare i riposi non goduti. Quindi, tornando agli esempi, sarà possibile guidare per una settimana, riposare per 24 ore, poi guidare di nuovo per un’altra settimana, riposare di nuovo 24 ore, guidare ancora un’altra settimana e poi fermarsi per 54 ore più tutti gli stacchi non goduti nelle tre settimane trascorse. “Questo per noi è pericoloso – spiega Maurizio Diamante della Fit Cisl – così si aumenta la fatica e viene meno la sicurezza sulle strade”. “La Commissione – sostengono dalla European transport workers’ federation (Eft) – ha votato contro la qualità del lavoro di tre milioni di autisti professionisti”. C’è anche un’altra questione che viene sollevata dal sindacato europeo. Secondo le regole dei distacchi dei lavoratori, alle persone che prestano servizio in un Paese diverso da quello dell’azienda che le ha assunte si applicano le leggi locali. Insomma, se un polacco viene distaccato in Germania, si applica la legge tedesca. Questa norma generale non viene estesa a chi opera nei trasporti. “Perché questi non meritano la stessa parità di trattamento? – si chiede Roberto Parrillo, presidente degli autotrasportatori Eft – Se l’Europarlamento andrà avanti, significherà legalizzare il dumping sociale e la discriminazione salariale”.

Privacy, mercato e diritti: un equilibrio da trovare in fretta

Il nuovo potere si concentra nelle mani di chi detiene le vite virtuali dei cittadini, ovvero i suoi dati. “I dati – spiega il garante della Privacy italiano Antonello Soro nel suo nuovo libro ‘Persone in rete’ – rappresentano la proiezione digitale delle nostre persone”. E così, i giganti del web “intervengono sempre più spesso, in un regime prossimo all’autodichia, su temi di rilevanza primaria”. E anche su mercati di rilevanza primaria. Il digitale ha costretto a ripensare alla privacy del lavoratore, in una situazione in cui rintracciare il confine tra cosa è lecito e cosa no (il controllo delle mail, quello della cronologia, la creazione di profili civetta per spiare il dipendente) è arduo e spesso stabilito dalle sentenze. Eppure non si può fermare il progresso né ostacolare un business che si è ormai radicato senza che ce ne accorgessimo, forte della immaterialità delle sue merci. Si possono però ispessire le tutele, i regolamenti e i controlli. L’errore più grave che si possa fare è che in nome del progresso si annulli l’umanità cui è destinato.