I furbetti di Berlino, il vero problema dell’Eurozona

“Il rifiuto della Germania occidentale di perseguire politiche più espansive ha ridotto lo spazio disponibile agli altri Paesi membri di crescere… La strategia restrittiva della Germania Ovest è in grande misura responsabile della stagnazione dell’economia europea nell’ultima decade. I Paesi europei si sono intrappolati in un programma di austerità mercantilista: ciascun Paese cerca di accrescere efficienza e competitività internazionale attraverso la riduzione dei salari relativi e dell’occupazione (e perciò della domanda interna) nell’attesa che gli altri Paesi generino una domanda esterna sufficiente per allargare i suoi sbocchi di mercato”.

Questa analisi lucida e impietosa delle colpe della Germania nella bassa crescita europea non si riferisce all’eurozona e non è stata scritta in queste settimane. È del 1986, si riferisce al Sistema Monetario Europeo (il precedessore – meno rigido – dell’euro) e si deve a Pier Carlo Padoan (il nostro ministro delle Finanze uscente) e Paolo Guerrieri. È citata da Sergio Cesaratto nel suo ultimo libro, Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell’euro (Imprimatur) e ci avvicina nel modo migliore alle tesi principali del libro.

Si tratta di una citazione che mette in luce una delle radici della crisi europea di questi anni: la combinazione del modello economico tenacemente perseguito per decenni dal più grande Paese dell’eurozona con le regole dell’Unione monetaria. Quella stessa politica economica che Padoan e Guerrieri stigmatizzavano nel contesto di un sistema di cambi semifissi, ha infatti avuto un effetto letteralmente esplosivo allorché è stata attuata in un regime a cambi fissi.

Esplosivo per le economie più deboli dell’area, che non hanno più potuto contare sulla protezione rappresentata da rapporti di cambio flessibili contro le politiche mercantilistiche basate sulla “moderazione salariale” e la compressione della domanda interna perseguite dalla Germania. Ma alla lunga esplosivo per la sopravvivenza stessa dell’area monetaria, esposta a sempre maggiori tensioni per la divergenza crescente tra le condizioni economiche dei Paesi membri.

Quella combinazione ha contribuito in misura essenziale a originare gli squilibri che sono sfociati nella crisi europea. Poi, a crisi esplosa, l’imposizione di un “programma di austerità mercantilista” a tutti i Paesi dell’area ha avuto effetti deflazionistici, colpendo soprattutto quelli in difficoltà, costretti ad adottare politiche di compressione dei salari distruttive per la domanda interna (e per le imprese che la soddisfacevano), senza che questo potesse essere compensato dall’espansione delle esportazioni entro l’area monetaria (perché tutti adottavano contemporaneamente queste politiche). Inoltre, l’impossibilità per gli Stati dell’eurozona di perseguire politiche economiche e monetarie autonome ha reso la ripresa più difficile e dolorosa (si vedano i ben diversi ritmi di recupero post-crisi tra Spagna e Regno Unito, o tra Finlandia e Svezia).

Questa è la storia degli ultimi anni. Una storia il cui ultimo capitolo viene scritto dagli Stati Uniti di Trump, con i dazi contro una fetta importante delle esportazioni europee: la Ue, avendo sacrificato la domanda interna, non è infatti in grado di offrire agli Stati Uniti alcuna seria contropartita in termini di maggiori esportazioni statunitensi in Europa al fine di evitare una guerra commerciale (quello che sta invece negoziando la Cina, Paese in cui negli ultimi anni la domanda interna è cresciuta).

Il libro di Cesaratto ha il pregio di porre in luce, con l’ausilio di documentazione di prima mano, alcuni snodi essenziali di questa storia. Un regime di cambi fissi (l’euro) perseguito dall’establishment italiano (politico ed economico) con l’obiettivo (riuscitissimo) di imbrigliare il conflitto sociale, facendo della moderazione salariale la leva principale se non unica del recupero di competitività, ma a scapito degli investimenti e quindi anche della produttività del lavoro. Il mancato rispetto delle regole del gioco di un’unione monetaria (pur codificate imperfettamente nel Patto per la stabilità e la crescita del 1999) da parte della Germania, che le viola da anni con un avanzo commerciale eccessivo che destabilizza l’area monetaria. Il fatto che, a crisi scoppiata, l’aggiustamento necessario sia stato caricato tutto sulle spalle dei debitori, resi ricattabili dal mancato sostegno della Bce al loro debito pubblico (rifiuto coerente con il Trattato di Maastricht), attraverso l’imposizione di politiche di consolidamento fiscale che hanno ridotto la domanda interna, mentre i paesi in avanzo non facevano nulla per espandere la propria.

Non manca nel libro una dettagliata disamina delle posizioni oggi in campo per la “riforma dell’Ue”. Posizioni che secondo Cesaratto, invece di cambiare le regole che non funzionano, vorrebbero renderle ancora più restrittive. E che eludono invece il nodo fondamentale: quello della “irreversibilità del modello tedesco”, che “apre problemi drammatici per l’area euro. Tale modello è infatti destabilizzante per le altre economie, o le condanna a un’eterna deflazione per evitare di essere sommerse dalle esportazioni tedesche e dai conseguenti debiti. Il problema diventa politico, e riguarda la sopravvivenza dell’unione monetaria come area di cooperazione e di sviluppo”. Infatti, conclude l’autore, “l’obiettivo non può certamente essere quello di mantenere l’eurozona a tutti i costi”, ma di “creare un quadro economico che consenta ai popoli dell’Unione europea di prosperare”.

A ben vedere, è questo il vero sfondo anche delle polemiche che hanno accompagnato la contrastata formazione del nuovo governo italiano.

Sky, via libera all’offerta di Fox a patto che ceda il canale news

Il Regno Unito dà via libera alla Fox 21st Century di Rupert Murdoch per l’acquisizione di Sky a condizione che ceda Sky News a un’altra società. L’esecutivo, dice il Guardian, ha anche approvato l’offerta rivale del gigante dei media americano Comcast, che possiede NBC e Universal Studios. La Fox sta tentando di acquistare il 61% di Sky in un accordo che valuta la società a 18,5 miliardi di sterline, ma l’offerta è stata ostacolata dalle preoccupazioni che tale operazione avrebbe lasciato a Murdoch un controllo eccessivo sui media britannici. È stato il segretario di Stato alla Cultura, Matt Hancock, a comunicare il via libera condizionato spiegando che il governo ha anche approvato l’operazione di Comcast. Hancock ha specificato che il governo dà il via libera a Murdoch se Sky News verrà trasferita a un acquirente che garantirà la sua indipendenza e sarà in grado di finanziare la società per 10 anni. Disney si è già offerta.

Dopo la sentenza, ecco i nuovi tutor per le Autostrade italiane

È pronto a entrare in azione entro l’estate, su 24-30 tratte autostradali, il nuovo sistema di controllo della velocità media che sostituirà i tutor.

Il 10 aprile scorso, difatti, una sentenza della Corte d’Appello aveva imposto lo spegnimento dei tutor per la violazione di un brevetto depositato dall’azienda Craft di Greve in Chianti. Dopo la sentenza, Autostrade per l’Italia aveva spiegato che il sistema non sarebbe stato rimosso dalla rete, ma sostituito con uno diverso. Ora il nuovo sistema di rilevazione, che calcola come il tutor la velocità media lungo un tratto di strada e non lo sforamento dei limiti in un singolo punto, è pronto a entrare in funzione. In attesa del nuovo strumento restano comunque attivi gli altri sistemi di controllo della velocità, con le pattuglie di polizia e gli autovelox, ricorda il prefetto Roberto Sgalla, direttore centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni e per i Reparti Speciali.

“Fca, la 500x diesel Euro 6 inquina come una Euro 3”

Le auto diesel della Fiat si aggiudicano il record dell’inquinamento fuori norma nella categoria Euro 6. In particolare la 500X e gli altri modelli con stessa cilindrata 2.0 superano mediamente di oltre 18 volte i limiti di legge (0,080 g/km), sforando addirittura la soglia Euro 3 (0,50 g/km). A rivelarlo è un nuovo rapporto pubblicato oggi dall’International Council for Clean Transportation (Icct), l’istituto indipendente che nel 2015 aveva denunciato i test truccati della Volkswagen, facendo esplodere lo scandalo Dieselgate che ha travolto tutte le case automobilistiche. Abbiamo chiesto alla Fiat di fornirci un parere al riguardo, ricevendo un secco “no comment”.

Gli ossidi di azoto (NOx) emessi prevalentemente dalle auto diesel causano ogni anno 75 mila decessi prematuri nell’intera Ue, secondo l’Agenzia ambientale europea. Una recente indagine condotta dall’associazione milanese Cittadini per l’aria insieme al Dipartimento della sanità del Lazio, ha accertato lo sforamento del livello di guardia delle concentrazioni di NOx e ne ha quantificato il prezzo: oltre 500 vite si spegneranno anticipatamente nel solo capoluogo lombardo nell’arco del 2018.

Le contromisure “stop al diesel” annunciate dalla Lombardia per Milano, e proposte anche per Roma, rischiano di essere una beffa per la salute dei cittadini. Infatti i piani di igienizzazione del traffico nelle grandi aree metropolitane tengono contro delle emissioni indicate nei certificati rilasciati dai costruttori e non di quelle che fuoriescono realmente dai tubi di scappamento. Dalla fine del 2018, a Milano verranno messi fuori legge i motori diesel Euro 3. Quelli Fiat che rispetto a essi sono tre volte peggiori, sebbene siano Euro 6 sulla carta, potranno invece continuare a circolare. Nell’ottica delle amministrazioni, estendere il blocco ai diesel Euro 6 più inquinanti metterebbe in crisi la mobilità urbana.

“Le amministrazioni locali non hanno il coraggio di vietare la circolazione dei veicoli sulla base delle loro emissioni reali, dopo aver incitato i propri elettori ad acquistare dei modelli Euro 6 perché ritenuti più puliti”, commenta Leo Carroll, direttore sviluppo internazionale di Hager Environmental &Atmospheric Technologies, azienda leader nella fabbricazione di strumenti per ispezionare le auto in remoto. Si tratta di tele-sensori, paragonabili alle videocamere dei varchi Ztl, in grado di fotografare istantaneamente i livelli di emissioni al passaggio di ciascuna auto all’insaputa del conducente

È sulla base di una simile tecnologia che sono stati condotti i rilevamenti con cui l’Icct ha stilato la pagella dei grandi inquinatori su quattro ruote. Si tratta solo dell’inizio della sua ambiziosa iniziativa “True” (The Real Urban Emissions), volta a rafforzare la trasparenza delle emissioni stradali.

Le misurazioni sono state svolte indipendentemente l’una dall’altra in Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito, tra il 2011 e 2017. In una prima fase, i dati provenienti dai diversi Paesi sono stati raggruppati per marca, modello e tipo/cilindrata del motore da una squadra di ricercatori coordinati dall’Ufficio federale per l’ambiente della Svizzera (progetto Conox) che li ha poi trasmessi all’Icct per una valutazione più completa. È stata così analizzata una banca dati senza precedenti, con oltre 4.850 auto (a benzina e diesel). Delle 375 mila misurazioni, le 200 mila effettuate sui motori diesel forniscono un quadro allarmante: le emissioni reali di NOx sono praticamente rimaste invariate dal passaggio dall’Euro 1 all’Euro 5 e, in media, sia le auto Euro 5 che Euro 6 emettono cinque volte in più dei limiti prescritti.

“Alcuni produttori ottimizzano i veicoli più moderni affinché superino il test di omologazione nell’intervallo di temperatura prestabilito (20-25°), programmando i sistemi di controllo degli NOx in modo tale che si disattivino quando la guida avviene in condizioni reali”, spiega Yoann Bernard, esperto di emissioni presso l’Icct, alludendo allo studio dell’agenzia francese Ifpen che nel 2017 aveva rinvenuto un simile comportamento proprio nella Fiat 500X.

I dati dell’Icct confermano quelli emersi dalle inchieste condotte l’indomani del Dieselgate da vari governi europei e organismi indipendenti, attraverso i cosiddetti strumenti di misurazione portatili. Sono gli stessi dispositivi con cui, in base alle nuove regole Ue, i costruttori devono verificare che le emissioni (finora misurate esclusivamente in laboratorio) non superino le soglie di legge anche su strada. Obbligo che tuttavia è limitato ai nuovi modelli lanciati dal settembre 2017 e che solo dal 2019 riguarderà indistintamente tutti i nuovi veicoli in vendita.

Nel catalogo dei nuovi modelli curato dall’Automobile Club tedesco non ne figura neanche uno diesel marcato Fiat.

“I costruttori possono sfruttare il periodo di transizione per continuare a vendere automobili senza dover abbattere le emissioni in eccesso per rientrare nei massimali consentiti”, spiega Yoann Bernard che preme affinché nell’Ue, come in alcuni Stati Usa, vengano introdotti controlli in remoto a tappeto per verificare la conformità dei veicoli. “Tale tecnologia permette di testare i medesimi modelli in diverse condizioni ambientali, garantendo così una risultato medio più rappresentativo rispetto a test condotti una sola volta in particolari condizioni”.

Confindustria lascia il buco del Sole 24 Ore agli altri e si tiene il suo tesoretto

Nove milioni dei 30 milioni messi da Confindustria nelle casse del suo Sole 24 Ore si sono volatilizzati in 30 giorni. È la prima ferita provocata all’associazione degli industriali dal suo unico asset industriale, il Sole 24 Ore che da 10 anni è in crisi. Crisi tamponata a novembre 2017 con l’aumento di capitale da 50 milioni che ha evitato di portare i libri in tribunale. Quei 30 milioni, messi da Confindustria con almeno un anno di ritardo rispetto all’emergenza, sono diventati in un mese 21 milioni. È il bilancio 2017 di Confindustria a rivelarlo: al 31 dicembre sono stati svalutati 9 milioni sui 30 apportati a fine novembre. Collocati a 96 centesimi per azione, i titoli del Sole sono subito scesi a 88 centesimi e oggi stazionano a quota 65. Un 32 per cento di perdita.

Chi si aspettava che bastasse ripristinare il patrimonio del gruppo editoriale, in negativo per 12 milioni già nel settembre del 2016 e precipitato a -63 milioni poco prima dell’aumento di capitale, è andato deluso. Da quando l’azienda Sole nell’autunno 2016 evidenziò il venir meno del capitale, Confindustria ha ripetuto che avrebbe messo sul piatto solo 30 milioni. Con un buco di capitale di 60 milioni, era chiaro che sarebbe stato insufficiente. Si disse e si dice che l’associazione non avesse altre risorse. E così l’amministratore delegato Franco Moscetti e il presidente Giorgio Fossa hanno cercato soldi vendendo un pezzo pregiato del gruppo: l’area formazione, da sempre foriera di utili.

Per salvare il Sole servivano almeno 90-100 milioni. Trovati facendo sottoscrivere ai soci di minoranza 20 milioni e privandosi di un asset redditizio. Ma davvero Confindustria era alle strette? Il presidente Vincenzo Boccia, cui sono intestate fiduciariamente tutte le azioni ordinarie del Sole, non si è certo svenato. Per salvare l’azienda dal crac ha solo venduto un pacchetto di Btp e polizze che erano la liquidità investita di Confindustria. Nel bilancio dell’associazione restano altri 10,7 milioni di titoli, più 4 milioni di depositi bancari. Non è stata toccata neppure la riserva “istituzionale” che vale ben 51,5 milioni. Costituita nel 2000, è l’accumulo degli avanzi di gestione.

A conti fatti c’erano disponibilità di cassa per oltre 60 milioni oltre ai 30 impiegati. Si poteva evitare di richiedere una nuova linea di credito alle banche per 30 milioni, evitare che Banca Imi sottoscrivesse il 5% del capitale e soprattutto evitare di far vendere al Sole una delle poche attività in utile. I 30 milioni messi a fine 2017, dopo un decennio di perdite, sono l’unica iniezione di risorse dentro l’azienda fatta dall’associazione degli industriali. Confindustria era abituata a prendere. Nei tempi d’oro i dividendi erano nell’ordine dei 5-6 milioni l’anno. Negli anni a cavallo dello sbarco in Borsa (2007), cioè tra il 2006 e il 2008, Confindustria ha staccato dalla sua azienda ben 41 milioni tra cedole e riserve. I 30 milioni versati nelle casse nel 2017 sono meno dei 41 milioni incassati con lo sbarco sul mercato.

La quotazione avvenne a prezzi stratosferici: sul mercato solo azioni speciali a 5,75 euro per azione, col 67% del capitale blindato in azioni ordinarie non quotate in capo a Confindustria (quindi la società non è contendibile). Il prezzo valutava l’azienda ben 4 volte il suo patrimonio netto: un’ enormità giustificata solo dalla poderosa campagna acquisti pre-quotazione per ottenere multipli più elevati. A quel prezzo (che fece incassare al Sole 200 milioni) occorreva che il gruppo producesse utili, ogni anno e per decine d’anni, almeno al 10% dei suoi ricavi. Successe il contrario. Nei primi 40 giorni di Borsa nel 2007 il titolo perse oltre il 30%. I fondi istituzionali vendettero, i piccoli risparmiatori, attirati dal blasone del giornale, ci hanno rimesso tutto.

Dalla quotazione il titolo ha bruciato il 95% del suo valore. Già 24 mesi dopo, nel 2009, emerge il primo buco per 52 milioni. Molte delle attività comprate prima dello sbarco sul listino vengono svalutate. Come Business media, l’editoria per le imprese: pagata oltre 40 milioni verrà venduta a zero nel 2014. Dai 570 milioni di fatturato nel 2008 si scende ai poco più di 220 attuali. Si vende l’area software nel 2014; ci si sbarazza perdendo 40 milioni di investimento di Business media. Ma si fanno anche acquisizioni strampalate. Il Sole entra nell’area cultura e nella gestioni del Museo delle Culture di Milano e delle mostre in giro per l’Europa. L’area cultura perderà in soli 6 anni ben 26 milioni di euro.

Arrivano gli anni opachi della gestione di Benito Benedini, Donatella Treu e dell’ex direttore Roberto Napoletano, ora indagati dalla Procura di Milano. Si tenta di arginare il declino alterando i dati della diffusione del giornale con la vendita di copie digitali rivelatesi fasulle. Si aggiungono ricavi fittizi con costi che però li superano. Il tutto per far figurare più copie diffuse nella speranza di avere più investimenti pubblicitari.

Mentre il Sole va a capofitto, con le perdite cumulate che dal 2009 fino alla ricapitalizzazione superano i 340 milioni, Confindustria nega il problema. Ancora nel 2015 tiene a bilancio il 67,5% del Sole a 132 milioni pesando le sue azioni più del doppio del valore di Borsa. Eppure in quell’anno le perdite cumulate avevano portato il patrimonio del Sole a soli 86 milioni. Soltanto nel 2016, con l’azzeramento del capitale, Confindustria svaluta per la prima volta la sua quota nel giornale a 69 milioni, comunque il doppio del valore di mercato. Fare bilanci allegri non è certo lusinghiero per la ex potente associazione degli imprenditori. Alla faccia della trasparenza e del mercato cui Confindustria inneggia.

La necessità di convivere coi mercati

Il nuovo governo dovrà abituarsi a convivere con l’esistenza dei mercati finanziari. Non per chiedere loro l’approvazione di ogni scelta. Ma è un fatto che c’è un notevole scetticismo e una reattività degli investitori alle parole dei politici di maggioranza che non si vedeva dal 2011: anche mentre ieri Giuseppe Conte parlava, lo spread è salito da 220 a 240. Da giorni aumentano i Credit default swap, cioè le assicurazioni contro l’insolvenza dell’Italia. E poi c’è stato il pasticcio sulla Bce: a maggio, nell’ambito degli acquisti del Quantitative easing (30 miliardi ogni mese), Francoforte ha comprato una quota di 1,5 per cento in meno di titoli italiani rispetto alla percentuale abituale sul totale di acquisti. Gli acquisti lordi, che comprendono anche quelli necessari per evitare la riduzione dello stock in bilancio quando un titolo arriva a scadenza, sono addirittura cresciuti da 3,9 miliardi ad aprile a 4,8 miliardi a maggio. E come chiariscono i report delle banche in questi giorni – da Nomura a Unicredit – ci sono altre motivazioni tecniche che rendono poco plausibile un boicottaggio della Bce all’Italia per mettere sotto pressione il nuovo governo: c’è stato un aumento degli acquisti di Bund tedeschi a maggio per compensare la scarsità di aprile, e poiché il prezzo di molti asset italiani è sceso nel caos post voto – a parità di soldi investiti si compravano più titoli.

Ci sono due lezioni, per il governo Salvimaio. Primo: le dichiarazioni impulsive e un po’ complottiste contro i poteri forti che ostacolano il cambiamento non hanno conseguenze se si sta all’opposizione. Ma se Luigi Di Maio evoca manovre oscure di Draghi, il caso diventa il governo italiano che attacca la Bce, il Financial Times mette il caso in apertura del sito, i mercati si agitano in modo proporzionale.

Seconda lezione: questa volta la Bce ha solo comprato un po’ meno del solito, ma perfino M5S e Lega dovrebbero ora avere chiaro che quando (a settembre?) finirà il Quantitative easing sui mercati saranno dolori.

Meglio muoversi forti di questa consapevolezza.

Per Cassa Depositi l’uomo 4 stagioni alla corte del M5S

La candidatura di Flavio Valeri al vertice della Cassa Depositi e Prestiti è un caso esemplare dei rischi che corre il “governo del cambiamento” sulla scottante materia delle nomine pubbliche. L’amministratore delegato della filiale italiana di Deutsche Bank è considerato in pole position, e i suoi sponsor fanno circolare la notizia che si è già recato a chiedere la benedizione di Davide Casaleggio, dominus informale del Movimento 5 Stelle. Casaleggio non conferma e non smentisce, dice che non ama commentare incontri privati, veri o presunti. Nei cambi di regime però non conta che la notizia sia vera ma la precisa indicazione del santuario a cui si pensa debbano essere rivolte le suppliche. L’ufficio milanese di Casaleggio è considerato il passaggio inevitabile per essere ammessi alla considerazione pentastellata e ottenere il certificato di riverniciatura.

Uomini navigati come Valeri sanno invece benissimo dove procurarsi la benevolenza leghista, nell’ufficio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, storico delegato del Carroccio ai tavoli di spartizione quando regnava l’alleato Silvio Berlusconi.

Chissà se lo stato maggiore grillino conosce il curriculum di eterno candidato di Valeri. Da dieci anni è al vertice di Deutsche Bank Italia e almeno da otto cerca un posto migliore, almeno stando a Luigi Bisignani, l’ex giornalista già legatissimo a Giulio Andreotti e Gianni Letta, condannato per la tangentona Enimont e oggi imputato con l’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni per corruzione internazionale nel caso delle presunte tangenti in Nigeria. Nel marzo 2011, indagato per la cosiddetta vicenda P4, Bisignani raccontò ai pm di Napoli che sei mesi prima, quando c’era da far fuori da Unicredit Alessandro Profumo, Valeri “voleva vedere che spazi c’erano per lui in Poste Italiane o in Unicredit in quanto non vedeva ulteriori sviluppi di carriera per lui nella banca tedesca di cui sopra. Era il periodo in cui si parlava molto di nomine ed il nome di Valeri era già uscito sui giornali quale successore di Profumo”.

Bisignani entra nei dettagli: “Io effettivamente incontrai il Valeri che mi rappresentò la sua storia professionale e quando mi disse che come manager di Deutsche Bank aveva seguito i rapporti che tale banca aveva instaurato con Poste Italiane, io effettivamente gli dissi che una sua nomina ai vertici di Poste Italiane sarebbe stata perfetta e adeguata alle sue capacità, anche perché già allora si parlava della possibilità che Sarmi, ad di Poste, passasse a Telecom. Mi chiedete se in qualche modo ebbi a rassicurare il Valeri di un mio interessamento in suo favore in tal senso: certamente ebbi a rassicurarlo garantendogli un mio appoggio”.

Sarmi in realtà ha resistito al vertice delle Poste fino al 2014, forte di appoggi politici talmente radicati da farlo rientrare anche oggi nei totonomine. Pochi mesi dopo l’interrogatorio di Bisignani cadeva il governo Berlusconi, sul quale l’ex piduista esercitava un’influenza notevole. Ma anche sotto il regno di B. la via delle nomine era lastricata di buone intenzioni. Conoscitore impareggiabile delle trame di palazzo, il grande patrocinatore impartì ai pm una lezione che oggi val la pena di ricordare ai neofiti dell’intrigo, gli aspiranti nuovi Bisignani che germogliano in qualsiasi partito o movimento quando si avvicina non al potere ma al suo solo profumo: “Queste nomine sono una sorta di gioco a incastro in cui tutta una serie di caselle devono andare al posto giusto affinché possa realizzarsi la nomina che si intende patrocinare. Voglio dire che io potevo darmi da fare quanto volevo ma che la nomina di Valeri sarebbe dipesa da molte altre circostanze”.

C’è un altro dettaglio da notare. Cdp è il primo azionista di Poste Italiane. Singolare che un banchiere in affari con il colosso pubblico come fornitore di servizi finanziari sia considerato l’uomo giusto per andare a dirigere dall’altra parte. Questo però non ha mai ostacolato le ambizioni di Valeri che ha continuato a coltivare amicizie utili e il cui nome non manca mai quando c’è una poltrona in palio. Già nel 2010 ha ingaggiato Giuliano Amato, incaricandolo come senior advisor di “monitorare le politiche governative e dare supporto ai clienti effettivi e potenziali”. Nel 2012 è passato dall’ombrello bisignaneo al mondo renziano, facendo a gomitate con gli altri big della finanza milanese per la celebre cena di finanziamento dell’ascesa dello statista di Rignano. Nel 2015 è stato in corsa per sostituire Fabio Gallia che lasciava Bnl per diventare ad di Cassa Depositi e Prestiti, proprio il posto in cui Valeri tenta nuovamente di subentrargli. Nel 2016 ha puntato nuovamente al vertice Unicredit, ma per la sostituzione di Federico Ghizzoni lo ha superato Jean Pierre Mustier. Poi ha scommesso le sue ultime fiches schierandosi pubblicamente per il Sì sul referendum istituzionale di Renzi. Dopo il crollo del conferenziere fiorentino è tornato alle vecchie amicizie. L’ispiratore della sua candidatura per la Cdp è il presidente uscente Claudio Costamagna, altro sodale di Bisignani. L’ok pentastellato sembra già al sicuro. Restano da convincere uomini più navigati come (in ordine d’importanza) Giorgetti, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria.

Mail Box

 

L’uccisione di Sacko non può rappresentare la normalità

Vogliamo esprimere il dolore per la morte del giovane Sacko Soumaila, migrante lavoratore in Calabria nel territorio più difficile dell’intera regione. Non manca in quelle zone la solidarietà, ma non mancano nemmeno criminali, forme varie di razzismo e xenofobia. Troveremo certo il modo per rendere visibile la nostra vicinanza alla famiglia del ragazzo ucciso, ai feriti, ai suoi compagni.

Vedremo presto cosa ci dirà il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.

Adesso dobbiamo lavorare per combattere il clima di odio montante nella società ancor più accentuato nelle ultime settimane. E non commentiamo certe indegne dichiarazioni di chi accosta la pacchia alla vita grama dei migranti. Costoro dimenticano, non solo i ruoli istituzionali ricoperti, ma anche la pietas dovuta in certi frangenti della vita. Non possiamo consentire, poi, che si trovi normale sparare alla testa di un ragazzo di 29 anni scappato dal suo paese per disperazione e trovare la morte in Calabria.

In questa terra abbiamo già sperimentato la violenza contro i migranti: vanno bene per essere schiavizzati non per ascoltare le loro richieste e riconoscere i loro diritti.

Mario Vallone

 

Coordinatore reg. ANPI Calabria e Comitato nazionale ANPI

Aspettare i primi passi del governo prima di giudicare

Pensare che chi ha sparato al governo Conte prima del suo insediamento e che avesse ottenuto la fiducia, non continui a farlo dopo, evidenziando le contraddizioni tra i due schieramenti alleati e le difficoltà a mantenere le promesse dalla flat tax al reddito di cittadinanza, è senz’altro un illuso.

E, infatti, lor signori, comprensivi di giornaloni e televisioni pubbliche e private, spalleggeranno le preconcette opposizioni di Pd, Fi e Fratelli d’Italia, nonché quelle inspiegabili di LeU perché evidentemente temono provvedimenti giusti, come le modifiche alla famigerata legge Fornero e i tagli dei vitalizi.

Insomma, si tratta di un governo la cui formazione, con tutti i limiti interni ben noti, ha evitato, però, problemi più gravi per il Paese, come quelli che scaturiscono da un governo Cottarelli senza fiducia e preparatorio di elezioni anticipate a dopo l’estate.

Tutto ciò premesso e considerato, aspettiamo dunque di vedere all’opera il governo Conte, prima di giudicarlo.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Quella di Conte sarà una lunga e difficile “via crucis”

Non riesco a immaginare lo Stato d’animo del presidente del consiglio Giuseppe Conte mentre leggeva il discorso, che gli avevano preparato, davanti al Senato della Repubblica. Cosa abbia convinto uno stimato avvocato, docente universitario a “mettere la faccia” e fare la cosiddetta “testa di legno” del governo Salvini-Di Maio.

Anche i più benevoli nei suoi confronti sanno che la sua volontà personale è pari a zero, lui firmerà decreti, incontrerà personalità di ogni genere dovendo stare bene attento a rispettare gli ordini ricevuti, certo, anche i suoi predecessori, chi più chi meno, dovevano tener presente la volontà di chi lo sosteneva, ma, almeno formalmente, una certa “area di manovra” la possedevano, Conte no!

Lui sta lì solo perché Salvini non voleva Di Maio premier e Di Maio non voleva Salvini a Palazzo Chigi. Mi domando: ma chi glielo ha fatto fare accettare questo “alienante” ruolo?

Dice: “Parigi val bene una messa”, ma qui non stiamo a Parigi e questa per lui più che una messa sarà una “via crucis”.

Mauro Chiostri

 

Tasse ed evasione saranno una sfida per l’esecutivo

Stiamo accorgendoci di un fatto così semplice che finora non avevamo mai considerato. Tutti i governi non avendo tempo (perché cambiavano in fretta) né voglia e tanto meno capacità di risolvere i problemi li accantonavano per il seguente.

Nessuno si preoccupava della spesa pubblica e non si volevano negare i regali ai numerosi compagni di merende ché ciascuno aveva i propri.

Con le spese aumentava l’imposizione fiscale. E le accise.

Così, pagate le tasse, i soldi non bastano e chi puo ricorre all’evasione. Più le tasse dirette e indirette aumentano, piu aumenta l’evasione. Chi non evadeva chiedeva piu soldi agli stampatori o impoveriva. Abbiamo importato con il bolscevismo, la “democrazia assoluta” per cui chi stava al potere attuava la dittatura del proletariato e “zitto e paga”.

Mentre il governo ha il vizio di non pagare. E la Costituzione non prevede un tetto né alla spesa né al prelievo.

Ora sembra che abbiamo toccato il fondo e sembra che le tasse non si possano “quasi” piu aumentare.

Pena: la morte del Paese. Per fortuna c’è un governo un po’ strano (nel senso che sembra diverso dai precedenti) a cui è restato il cerino in mano.

E vediamo cosa fa. Intanto Francia e Germania sono ben disposte a venirci in contro basta che tutto resti com’è perchè loro l’Unione europea la vogliono così, e che non cambi. Assolutamente.

Anche quello sarà un bel problema.

Stefano Pelloni

#MeToo. Quel gran genio di Woody e la capacità di ribaltare la realtà

 

Woody Allen si propone testimonial del movimento #MeToo. Dopo essere stato accusato di aver abusato della figlia Dylan Farrow, con la quale da sempre è protagonista di una storia controversa, Allen rifiuta le accuse e rincara la dose: “Lavoro nel mondo del cinema da 50 anni, sono stato sul set con centinaia di attrici e nessuna di loro mi ha mai accusato di molestie, dovrei rappresentare io il MeToo”, aggiungendo di avere pagato le attrici, sempre, esattamente come gli attori.

Il ragionamento non fa una piega, e siccome è una delle poche personalità di spessore a non rientrare nello scandalo Weinstein, sarà possibile vederlo al fianco delle donne hollywoodiane per dire no alle molestie?

Sabrina Gervasi

 

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Si sarebbe scappellato anche il Perozzi di “Amici miei” di fronte a questa sortita di Woody Allen, uno che con la genialità ha dimestichezza almeno da qualche decennio, qualche decina di film e qualche centinaio di battute.

Ce lo ricorda ancora una volta, sparigliando le carte e cambiando campo di gioco o, meglio, di battaglia: Timothée Chalamet e Rebecca Hall, interpreti del suo ultimo “A Rainy Day in New York”, hanno deciso di donare al Time’s Up Legal Defense Fund il loro compenso? Bene. Star dei suoi precedenti titoli, quali Colin Firth e Greta Gerwig, hanno dichiarato che non lavoreranno più con lui? Bene.

Intervistato dall’argentino Periodismo Para Todos, Allen stigmatizza come l’apparentamento coatto a Weinstein & Co. di cui è fatto oggetto sia indebito nella sostanza (abuso della figlia), nella forma (indagini al riguardo compiute e archiviate) e nel contesto (familiare e non professionale), rileva come il gender pay gap non abbia mai abitato sui suoi set e, senza ipocrisia alcuna e con la sola forza dell’evidenza, si candida a “poster boy” per il MeToo.

Ebbene, se nel movimento c’è una Woody al femminile, o comunque qualcuna che rasenti la sua intelligenza, con la faccetta di Allen e l’hashtag #metoo ci fanno non solo il manifesto, ma spillette, tazzine, magliette e tutto. Ma non succederà.

Federico Pontiggia

L’Apocalisse del profeta Monti ovvero “mo’ me lo segno”

Noi, come sanno i lettori, siamo degli estimatori al limite del fanatismo dell’arte retorica del senatore a vita Mario Monti, il quale, intervenendo ieri a Palazzo Madama sulla fiducia al nuovo governo, non ci ha deluso: abbandonata la “veste cotidiana”, in panni curiali Monti s’è infatti fatto profeta. È partito basso, chiedendo almeno un ringraziamento al Paese: ho evitato, con l’entusiastico sostegno del 92% delle Camere, l’arrivo della Troika, “una realtà disgustosa anche se promana dall’Ue e dal Fondo monetario” che renderebbe l’esecutivo di oggi “dimezzato” e “semicoloniale” (belle le promanazioni europee, no?). Schivo com’è, l’ex premier non ha poi lasciato il tempo all’Aula, a nome del Paese tutto, di ringraziarlo, passando subito alle profezie: “Non è escluso che l’Italia possa dover subire ciò che ha evitato allora, cioè l’umiliazione della Troika”. Lo spread, ci ha detto, è in sostanza già a 600 e l’idea di tagliare il debito in mano alla Bce “lascia negli osservatori stranieri…”. A questo punto, purtroppo, la presidente del Senato gli ha tolto la parola, ché il tempo è tiranno, impedendogli di concludere, come previsto, con voce tonante e l’occhio perso nella vastità del futuro: “E udii un’aquila che volava in mezzo al cielo e diceva con gran voce: Guai, guai, guai a quelli che abitano sulla terra…”. Parole alte di cui tutti dovrebbero tener conto, anche perché – come diceva Eduardo – essere superstiziosi è da ignoranti, non esserlo porta male. E dunque, se è lecito ricorrere a un altro grande attore napoletano, Massimo Troisi, “senatore, mo’ me lo segno”.