La piana degli schiavi: parliamo di diritto o usiamo il manganello?

La morte per fucilata alla testa di Soumaila Sacko, lavoratore maliano immerso nella cajenna dei ghetti per schiavi della Piana di Gioia Tauro, rischia di scomparire dalle cronache in fretta. Ricordo un bellissimo film di Andrea Segre, Il sangue verde, trasmesso anche dalla Rai (i benemeriti di Doc3) che raccontava di Rosarno, la Piana, le arance, la rabbia, la schiavitù, le condizioni disumane, l’ostilità della popolazione attorno. È un film del 2010, otto anni fa, che si riferisce a fatti orribili di quei tempi: schiavi neri sparati da padroni bianchi, il nostro Alabama, qui e ora.

Si direbbe, a leggere le cronache del “caso Soumaila”, che in questi otto anni niente sia cambiato: la ’ndrangheta spadroneggia, le condizioni degli schiavi sono terribili, lo sfruttamento è inimmaginabile.

Per ora, purtroppo, la morte di Soumaila Sacko entra nel tritacarne delle schermaglie da social. Si nota che il ministro del Lavoro non ha detto una parola (male), che lo sceriffo Salvini quasi nemmeno (ah, sì, ha detto che “l’immigrazione incontrollata…” eccetera, eccetera, la solita solfa). Dall’altro lato si ribatte con i “Ah, ve ne accorgete adesso!”, e “Voi cos’avete fatto?”. Insomma, stallo.

Eppure che si parli di Rosarno, di schiavi, di arance raccolte a 50 centesimi la cassa fa rimbombare la questione che tutti si pongono in queste settimane: che razza di governo abbiamo? La risposta è nota: aspettiamo i fatti! Ecco, i fatti di Rosarno potrebbero dare un’indicazione sui famosi fatti che aspettiamo tutti, con – che combinazione! – i due leader politici del governo che coincidono con i due ministeri interessati: Lavoro e Interno.

Ripristinare la legalità, oggi, significherebbe (oltre a catturare e processare l’assassino di Soumaila Sacko, ovvio), andare a verificare le cause di un così evidente sfruttamento. Mandare un centinaio di ispettori del lavoro, esperti dell’Inps, avvocati, meglio ancora se con la cravatta nera e la faccia di Gene Hackman in Mississippi Burning. Rivoltare insomma come un guanto un sistema economico che prevede la schiavitù. Il che significa alla fine liberare gli schiavi, cioè dargli una paga base accettabile, un posto dignitoso dove vivere, metterli in regola. Un ministro del Lavoro che dica “Oh, cazzo, qui c’è la schiavitù, ma siamo matti?” non sarebbe malissimo, sempre se non si limitasse a dirlo.

Anche dal lato del muscoloso ministro dell’Interno teorico della ruspa, ci sarebbe un bel lavoro da fare. La ’ndrangheta che sfrutta gli schiavi è anche quella che truffa l’Inps. Il meccanismo è: manodopera immigrata a basso costo, minima redistribuzione clientelare del reddito alla popolazione residente, affari d’oro. Il ministro dell’Interno ha una buonissima occasione per dire “È finita la pacchia” agli agrari della Piana, a un sistema economico-politico che rende possibile profitti illegali e controllo del territorio. La narrazione degli “immigrati negli alberghi a 5 stelle” che fanno “la bella vita” su cui Salvini ha costruito le sue fortune, ne uscirebbe ammaccata assai se si smascherasse il sistema di potere (italiano) che crea le baraccopoli degli schiavi (immigrati). Non so perché, ma temo che invece si farà un po’ di “pulizia” (traduco: ulteriore repressione dei poveracci) e tutto andrà avanti come prima.

Aspettiamo i fatti, dunque, vediamo se nella terribile piaga di Rosarno la coperta verrà tirata più verso il welfare e il ripristino dei diritti umani e civili, o più verso il manganello, nel peggiorare ulteriormente la vita delle vittime. O se addirittura la coperta non sarà tirata per niente. In questo caso sarà un governo di piena continuità: proclami, riforme e fette di salame sugli occhi, salvo poi cascare dal pero quando se ne occupa la cronaca nera.

Il silenzio infastidito del Pd di fronte alla parola “mafia”

È certamente normale ed è sempre accaduto. In passato, anzi, durante alcuni passaggi dei discorsi per la richiesta di fiducia dalle opposizioni erano addirittura arrivati fischi e insulti. Eppure, visto che a parole tutti in Parlamento si dicono antimafia, ci è dispiaciuto vedere l’infastidito silenzio con cui quasi tutto il Pd e ovviamente Forza Italia hanno reagito alle tante frasi dedicate dal neo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla lotta alla criminalità organizzata. Quando il premier ha detto “combatteremo con ogni mezzo le mafie aggredendo le loro finanze e la loro economia” i rappresentanti di M5S e Lega si sono alzati in piedi e mezzo Senato è esploso in un lungo e scrosciante applauso. Il forzista Paolo Romani invece armeggiava con il telefonino ostentando disinteresse. Altri suoi colleghi chiacchieravano tra loro, mentre gli esponenti dem restavano immobili, con le braccia conserte o le mani appoggiate sugli scranni, seguendo l’esempio di Matteo Renzi. Una scelta precisa, testimoniata dal fatto che proprio l’ex segretario del Pd avrebbe poi applaudito per primo e convintamente le parole di Conte dedicate alla permanenza dell’Italia nella Nato e all’alleanza con gli Usa.

Il contrasto tra i due atteggiamenti è stato plateale. E a rimarcarlo ancor più si è aggiunta pure la richiesta, rivolta dal senatore di Scandicci alla presidente Elisabetta Alberti Casellati, di stoppare lo slogan “Fuori la mafia dallo Stato” urlato dai banchi della maggioranza.

Come è giusto che sia, noi il nuovo governo giallo-verde, anche in fatto di lotta alle cosche e alla borghesia mafiosa, lo giudicheremo dai fatti e non dalle parole. Ci chiediamo, però, sulla base di quali valori il Partito democratico intenda rifondarsi. Stare semplicemente all’opposizione, scommettendo che i propri avversari portino il Paese al fallimento come più volte vaticinato, non ci pare la strategia migliore per sperare di risalire la china. Davvero Renzi e i suoi credono di riuscir a rappresentare la sinistra dimenticando che nel pantheon ideale di quella parte politica c’è, o ci dovrebbe essere, Pio La Torre? Fino a qualche anno fa chi votava per il Pd credeva e pensava che l’antimafia fosse uno degli elementi fondanti di quel partito. Certo, qualunque elettore vedeva che anche da quelle parti i casi di collusione c’erano (come vi sono nella Lega), ma un po’ come i cattolici, i simpatizzanti del Pd ripetevano “non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua chiesa”. Poi però anche la fede ha preso a vacillare. Il dogma dell’antimafia è stato dimenticato e negato. Il primo segnale è arrivato proprio con il discorso con cui Renzi aveva chiesto nel 2014 la fiducia per il suo governo. Allora i riferimenti alle mafie erano stati minimi, mentre non era stata spesa nemmeno una frase per ricordare l’enorme flusso di denaro (170 miliardi di euro) gestito ogni anno dai clan. Così Roberto Saviano aveva protestato. Ma dopo una lettera di Renzi piena di rassicurazioni, mattone dopo mattone, la narrazione antimafiosa del Pd era stata smontata. Dall’interno. Con gli attacchi a Rosy Bindi mossi dai suoi colleghi di partito; le alleanze siciliane con gli uomini di Totò Cuffaro; le ri-candidature di parlamentari indagati per reticenza durante il processo Mafia Capitale. E con lo stesso Renzi che definiva “una rappresentazione macchiettistica” una circostanza incontestabile: vi sono intere zone del Paese in mano alla criminalità organizzata. Poi è arrivato l’infastidito silenzio di ieri. Che ora pesa più di mille parole.

Sogno l’Europa unita, armata e autarchica

Premettendo che continuiamo a ritenere che il discorso di Sergio Mattarella la sera del 27 maggio, in cui pretendeva di dettare al governo la linea politica, sia stato una palese violazione della Costituzione, al limite del “golpe”, del tutto fuori dalla sua potestà, l’atteggiamento del capo dello Stato ha avuto però il merito di togliere dalla testa di Matteo Salvini ogni velleità di uscita dall’euro e dall’Europa. Sarebbe stata una sciocchezza gravida di pesanti conseguenze. Per la semplice ragione che nessun Paese europeo sarebbe in grado di resistere da solo, economicamente e politicamente, a Stati delle dimensioni degli Usa, della Russia, della Cina, dell’India. Però essere europeisti non significa affatto essere anche atlantisti (come era adombrato nel discorso di Mattarella) ma il contrario.

Dal 1989, anno del crollo dell’Urss, la mia formula per l’Europa è: unita, neutrale, armata, nucleare e autarchica.

Unita non solo economicamente ma anche politicamente. E per arrivare a questo risultato ci vorrà un lungo percorso di graduale smantellamento degli Stati nazionali che in un’Europa realmente unita politicamente non avrebbero più ragion d’essere, sostituiti come punti di riferimento periferici dello Stato centrale, dalle “macroregioni”, cioè aree geografiche, che supererebbero gli attuali confini nazionali, coese dal punto di vista economico, sociale, culturale e anche climatico. E l’Italia è un ottimo esempio per questa ipotesi-laboratorio perché non c’è nulla di più lontano, innanzitutto come mentalità, dell’industrialotto di Varese, col suo mito del lavoro, dall’intellettuale siciliano alle cui spalle respira ancora la più profonda e meno autopunitiva cultura greca, il suo fatalismo.

Neutrale. È necessario che l’Europa trovi un punto di equidistanza fra Stati Uniti e Russia. Gli americani, come ha detto apertamente la Merkel, non sono più degli alleati affidabili. Sono anzi dei competitors, a cominciare dall’economia. E sleali per giunta. Mentre infatti l’Europa si costringe a una politica di austerità, gli americani hanno immesso nel sistema 3 trilioni di dollari (nella forma del credito naturalmente). In questo modo è molto facile risollevare un’economia, la loro, ma si creano le premesse per una bolla speculativa rispetto alla quale quella provocata dal collasso della Lehman Brothers, non a caso Usa, sarà un pallido fantasma. E questa superbolla, come quella della Lehman Brothers, ricadrà sulla testa di tutti, a cominciare da noi europei. Ecco perché la linea di austerità della Merkel, giusta in teoria, rischia di essere inutile se qualcuno non ferma gli americani sul bagnasciuga economico.

Armata e nucleare. L’Europa non potrà mai essere realmente autonoma, politicamente ed economicamente, finché non avrà un vero, forte, unito esercito. Per questo è innanzitutto necessario che la Germania, con l’aiuto dei suoi partner europei, si scrolli di dosso l’anacronistico divieto di possedere l’Atomica. Non si vede perché quest’arma, la cui funzione deterrente è fondamentale, possano averla dittature come il Pakistan o la Corea e non il più importante Paese europeo che oggi è una democrazia senza se e senza ma.

È necessario inoltre che i Paesi europei che fanno parte della Nato (che è una creatura tutta americana, ogni tanto per salvare le forme vi mettono a capo un norvegese) ne escano. Dice: ma questi Paesi hanno firmato un Trattato di alleanza. Certo, ma una norma di diritto internazionale recita che pacta sunt servanda, rebus sic stantibus, cioè i patti vanno osservati finché il contesto nel quale furono firmati resta lo stesso. Ora, dal 1949 moltissima acqua è passata sotto i ponti della geopolitica internazionale. Tutte le guerre in cui, con la finzione della Nato, gli americani sono riusciti a coinvolgerci, da quella alla Serbia a quella a Saddam a quella a Gheddafi, si sono rivelate disastrose, oltre che per i popoli aggrediti, per noi europei: immigrazione incontrollata e incontrollabile, nascita dell’Isis e del terrorismo jihadista che, nel mondo occidentale, ha colpito soprattutto l’Europa, risparmiando invece l’America.

Autarchica. Per contenere l’arroganza economica degli Usa basta l’Europa che c’è già. Lo si è visto con i dazi che Trump ci ha imposto sull’acciaio e l’alluminio. L’Europa unita, con più di 500 milioni di abitanti, mediamente dei forti consumatori, è in grado di rispondere con una controffensiva protezionistica che può far più male agli americani che a noi. Ma, in casi estremi, l’Europa può anche permettersi, se resta compatta, di essere autarchica o quantomeno semiautarchica. Ha popolazione, mercato, risorse, know-how, tecnologia per consentirselo.

Donald Trump dichiara, logicamente dal suo punto di vista, “America first!”. Ma anche noi europei, se restiamo uniti, possiamo dire, altrettanto giustamente, con forza e orgoglio, “Europa first!”. E ‘vaffa’ agli yankee.

Corruzione, chiesti cinque anni per l’ex sindaco di Brindisi

La Procura di Brindisi ha chiesto la condanna a 5 anni di reclusione per l’ex sindaco Pd Mimmo Consales, imputato per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio per una tangente da 30 mila euro versatagli, secondo l’accusa, dal patron della ditta appaltatrice del Comune Nubile, Luca Screti. L’importo sarebbe servito al primo cittadino di Brindisi per pagare in contanti un debito personale con Equitalia. In cambio la Nubile avrebbe ottenuto facilitazioni illegali nell’avvio all’esercizio dell’impianto di biostabilizzazione di rifiuti e produzione Cdr e Css di Brindisi.

Per Screti il pm Giuseppe De Nozza ha chiesto la condanna a 3 anni e 7 mesi di reclusione. Per la Nubile, imputata come persona giuridica, è stata chiesta invece una sanzione da 270 mila euro. Il processo viene celebrato con rito abbreviato. Altri due imputati hanno scelto invece il rito ordinario. Si tornerà in aula davanti al gup Tea Verderosa il 19 giugno. Consales e Screti furono arrestati il 6 febbraio del 2016: il primo, che era in carica, fu posto ai domiciliari, l’altro in carcere. Entrambi sono tornati in libertà. Per l’imprenditore l’accusa ha tenuto conto anche dell’atteggiamento collaborativo durante le indagini preliminari.

Debito “cancellato” in bilancio, Appendino rischia il processo

L’inchiesta è chiusa e all’orizzonte potrebbe esserci una richiesta di rinvio a giudizio per la sindaca M5s di Torino Chiara Appendino, e altre tre persone: l’assessore al bilancio Sergio Rolando, l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana e il direttore del settore “finanze” del Comune Paolo Lubbia. Ieri la procura ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini che dà loro 20 giorni di tempo per difendersi al fine di evitare il processo. Appendino rischia il processo anche per i fatti di piazza San Carlo.

I quattro sono accusati, a vario titolo, di falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio per aver violato una norma sul rispetto degli impegni di spesa. La vicenda ruota intorno ai cinque milioni di euro versati dalla società Ream per la prelazione su un’area da riqualificare, la ex Westinghouse, poi aggiudicata a un’altra società: la Città, poco dopo l’insediamento di Appendino, avrebbe dovuto restituire la somma (resa invece nel 2018).

Per i procuratori aggiunti Enrica Gabetta e Marco Gianoglio, i quattro hanno affermato che la restituzione poteva essere rinviata (e quindi il debito non iscritto nel bilancio) perché c’era una trattativa con Ream, ma ai pm non risulta.

Così all’inizio hanno contestato ad Appendino, Rolando e Giordana l’aver tratto in inganno assessori e consiglieri, ma ora “scompare infine ogni riferimento all’induzione in errore posta in essere nei confronti di giunta e consiglio comunale – sottolineano gli avvocati Luigi Chiappero e Luigi Giuliano –. La stessa Procura sembra riconoscere che l’unica finalità perseguita dagli amministratori e dai tecnici sarebbe stata quella di favorire il Comune di Torino”.

Blitz contro la rete di protezione di Messina Denaro, ma l’ultimo boss stragista è sempre latitante

L’ultimo rifugio di Matteo Messina Denaro, da 25 anni superlatitante numero uno di Cosa Nostra potrebbe essere un bunker nascosto nelle ville e nelle case del trapanese, tra Castelvetrano e Salaparuta, Triscina e Santa Ninfa, nello stesso territorio che la sua famiglia ha ‘’governato’’ per decenni. A caccia del boss con uno strumento per rilevare vuoti di cemento tra le pareti, oltre 150 uomini del Servizio Centrale della polizia, e delle squadre mobili di Palermo e Trapani, hanno passato al setaccio sei paesi della provincia di Trapani, perquisendo numerose abitazioni, terreni, attività commerciali e imprenditoriali di favoreggiatori storici del latitante stragista. Sono 17 le persone indagate nella nuova inchiesta che punta a fare ancora una volta ‘’terra bruciata’’ attorno al boss, protetto in quelle zone da persone che, come emerge dalle più recenti intercettazioni, spingono il propprio livello di venerazione nei confronti del boss al punto di volere persino che fosse fatto ‘’santo’’. Da un primo bilancio la polizia sembra abbia sequestrato alcune armi e un tablet a casa di un medico contenente informazioni di ‘’rilevante valore investigativo’’.

Il blitz segue di poco più di un mese un’altra operazione della Dda di Palermo che ha portato in carcere 21 persone tra boss e gregari delle cosche di Castelvetrano, Partanna e Mazara del Vallo, tutti ritenuti componenti o vicini alla rete di protezione del superlatitante. E appena sei mesi fa, a dicembre, altri 30 presunti mafiosi erano finiti nel registro degli indagati della procura di Palermo come sospetti favoreggiatori della latitanza dell’ultimo padrino stragista, condannato per le stragi del ’93 e tuttora imputato a Caltanissetta per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Processo ai “Forconi”, tutto da rifare. E il leader benedice il governo: “Siamo con loro”

I forconi sono vivi, non lottano più nelle strade, ma sono vicini all’esecutivo composto da Lega-M5s: “Noi siamo favorevoli al nuovo governo. Abbiamo spinto per averlo. Ora vedremo come si comporterà”. Lo ha detto ieri mattina Vincenzo Balestra, sessantenne di Pinerolo (Torino) ed esponente locale di quel “Movimento 9 dicembre”, meglio noto come movimento dei forconi, che nel dicembre 2013 paralizzò alcune città per protesta “contro le istituzioni”. Lo ha detto ieri mattina lasciando il Palazzo di Giustizia di Torino dove era imputato insieme ad altri 44 manifestanti accusati di interruzione di pubblico servizio per aver bloccato per tre giorni una strada di Pinerolo nel dicembre 2013. Nonostante l’inchiesta fosse stata chiusa nel 2015, il processo per quei fatti è arrivato nell’aula di un tribunale ieri, ma dovrà ricominciare da capo perché uno degli avvocati difensori, Enrico Calabrese, a nome dei colleghi, ha formulato una prima obiezione: per via di una circostanza aggravante contestata dal sostituto procuratore Ciro Santoriello, quel procedimento non poteva andare subito a dibattimento, ma doveva passare attraverso un’udienza preliminare durante la quale un gup avrebbe dovuto valutare se c’erano gli elementi per un processo.

Un tecnicismo che vuol dire una cosa: a più di quattro anni da quei fatti, il processo non è ancora cominciato. E così dovrà ancora aspettare l’unica persona offesa che ha voluto costituirsi come parte civile in questo processo, un’automobilista a cui venne impedito il passaggio. “Il movimento 9 dicembre – ha spiegato Balestra all’Ansa – è ancora attivo”, anche se non protesta più dal 2013 “perché per gente comune che non ha mai fatto nulla di male ma si è limitata a rivendicare i propri diritti in modo pacifico, i ricatti psicologici delle inchieste e dei processi sono stati troppo forti”.

Dopo 13 anni riapre il Club Med dei vip, ma per i vecchi dipendenti non c’è posto

Nei primi giorni di caldo vero in Sicilia si accende la protesta dei circa 70 operatori non riassunti dal resort Club Med di Cefalù, dopo l’attesa riapertura avvenuta domenica dopo 13 anni. Dal mare arrivano navi cariche di persone che sventolano bandiere di protesta, mentre altri si piazzano davanti ai cancelli del resort, tra i più lussuosi d’Europa, dove erano presenti al taglio del nastro Ignazio Moser e Cecilia Rodriguez.

La struttura fu chiusa nel 2005 per dei lavori che poi iniziarono con diversi ritardi, tanto che la riapertura, prevista nel 2007, è slittata fino al 2018. Stando agli accordi nei giorni precedenti la chiusura però, gli operatori del resort avrebbero avuto la precedenza nelle riassunzioni che sarebbero state effettuate in seguito. Questo non è però avvenuto e l’attesa di barman, camerieri e altre figure professionali di Cefalù, noto centro turistico della provincia di Palermo, sono rimaste con l’amaro in bocca dopo una lunga attesa.

I proprietari infatti non hanno tenuto conto della loro esperienza e, soprattutto, dell’accordo preso in precedenza, procedendo a più di cento nuove assunzioni, tutto nuovo personale.

A capo della protesta il segretario regionale della Uilticus Sicilia, che dopo il primo giorno di protesta e le scuse dell’azienda pone seri dubbi sulla regolarità delle nuove assunzioni: “L’atteggiamento del Club Med è strumentale ed esprime la volontà di non voler prendere in considerazione gli ex dipendenti – ha dichiarato –. Hanno scartato addetti alla lavanderia con una lunga esperienza prendendo personale esterno, hanno scartato baristi che conoscono le lingue mentre chi è stato assunto non ha alcuna qualifica diversa da chi è già nel bacino. Il personale altamente qualificato si può assumere per mansioni particolari, ma usare questa giustificazione per non assumere fattorini, addetti al giardinaggio, alle pulizie, significa non avere la volontà di dare la priorità agli ex dipendenti. Chiediamo alla Procura di verificare che non ci siano anomalie perché a questo punto il dubbio c’è, qualcosa non quadra e ci auguriamo non ci siano altre forme di irregolarità”.

Un investimento di 90 milioni di euro e tre giorni di inaugurazioni con la promessa del coinvolgimento delle attività locali e degli operatori: oggi però gli stagionali “storici” del Club Med sono stati scartati, nonostante le promesse. L’azienda nega obblighi con i vecchi operatori, tuttavia si dichiara pronta a sostenere il reinserimento di coloro che rispettino gli standard richiesti. A oggi, però, nonostante i tantissimi curricula inviati dagli ex operatori, nessuno è stato richiamato nel resort che rappresenta il primo “cinque tridenti” nel Mediterraneo e in Europa e vuole imporsi ancora una volta come una delle più importanti strutture di lusso dell’intero continente, pronta già ad accogliere i vip come Federica Panicucci e Cecilia Rodriguez, arrivate per l’inaugurazione.

Parte un colpo nello studio medico, morto un paziente

Un colpo di pistola partito accidentalmente, per un tragico destino, ha attraversato un muro divisorio uccidendo un uomo che si trovava nella stanza accanto. È il dramma avvenuto ieri pomeriggio in uno studio medico alla periferia di Roma. Un paziente di 68 anni è stato centrato alla testa da un proiettile partito, sembra in maniera accidentale, dall’arma di una guardia giurata che si stava sottoponendo a una visita nella stanza accanto. Il colpo ha attraversato la parete in cartongesso e centrato Gaetano Randazzo che per una tragica fatalità si è trovato sulla traiettoria del proiettile. Inutili i soccorsi per l’uomo che è morto pochi istanti dopo. Sulla vicenda sono in corso indagini da parte dei carabinieri che al momento ipotizzano l’incidente. Il vigilante è stato arrestato in serata dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma con l’accusa di omicidio colposo. Il fatto è accaduto nel pomeriggio in uno studio medico in via Palmiro Togliatti 1640, alla periferia est di Roma. Sembra che la guardia giurata si trovasse nella stanza accanto per un certificato per il rinnovo del porto d’armi.

Finlombarda, chiusa l’indagine su mazzette, favori (e sesso)

Un sistema della corruzione ai piani alti della Regione Lombardia, dove si decidono i sostegni alle imprese erogati da Finlombarda, la finanziaria che è di fatto la banca della Regione. È giunta a conclusione l’indagine aperta nella primavera 2017 dai pm di Milano Paolo Filippini e Roberto Pellicano (ora procuratore a Cremona). L’avviso di chiusura indagini è stato ora consegnato a 85 indagati che fanno parte, secondo l’accusa, di una rete che ha al suo centro politici o funzionari regionali di obbedienza ciellina come Marco Cirillo, consigliere d’amministrazione di Finlombarda (ed ex sottosegretario di FI nel governo Letta), Danilo Maiocchi, ex direttore generale dell’assessorato regionale allo Sviluppo economico, Marco Nicolai, ex direttore generale di Finlombarda, Mario Cesaroni, presidente di Confapi Milano (la confederazione della piccola e media industria), oltre a una piccola folla di imprenditori disposti a pagare mazzette e a presentare documenti falsi per ottenere – senza averne diritto – i finanziamenti regionali.

Cirillo è accusato di aver incassato tangenti e altre utilità dai rappresentanti di alcune società a cui faceva ottenere finanziamenti. Dalla Kerotris srl ha avuto la promessa di un incarico societario per sé e dell’assunzione di un’amica, oltre a una cena da “Cesarina”, a Roma, con successive prestazioni sessuali a pagamento. In cambio, ha unto le ruote per la concessione di voucher di 30 mila euro e la sottoscrizione del 40% massimo di un minibond regionale da 5 milioni. Dalla società Vitali spa Cirillo ha ricevuto un finanziamento elettorale di 10 mila euro per il candidato sindaco di Novara che sosteneva, mentre Cesaroni ha avuto la promessa di una sponsorizzazione da 5.400 euro per una associazione sportiva di cui è il legale rappresentante. In cambio, i due si sono dati da fare per far ottenere alla Vitali il voucher di 30 mila euro e la sottoscrizione del 40% di un minibond regionale da 20 milioni. Dalle Officine Meccaniche Castellini spa, Cirillo riceve – scrive il pm – “la promessa di utilità o somme di denaro non meglio precisate, oggetto di specifici accordi, come risultano dalle intercettazioni telefoniche”.

In cambio Cirillo, con Cesaroni, fa incassare alla Castellini, “pur in assenza dei requisiti richiesti”, un anticipo del 50% sulla somma di 873 mila euro. Finanziamenti illegittimi anche alla società di Guido Rinaldini, in cambio di una stecca di 20 mila euro. Danilo Maiocchi, invece, mentre era dg dell’assessorato che distribuiva i finanziamenti, era anche socio occulto di Europartner Service, società che forniva consulenza alle imprese per far loro ottenere i finanziamenti a fondo perduto della Regione. Per questo Europartner ha ottenuto oltre 220 mila euro di denaro pubblico.