“Scafarto va reintegrato”. Lo dice anche la Cassazione

L’inesistenza del complotto contro Matteo Renzi ordito dai carabinieri del Noe ha ora il timbro della Cassazione. La Quinta Sezione Penale presieduta dal giudice Maurizio Fumo ha rigettato il ricorso della Procura di Roma contro l’ordinanza del Riesame che il 27 marzo aveva annullato la sospensione di un anno del maggiore Gianpaolo Scafarto, reintegrandolo in servizio. La decisione è giunta dopo circa sei ore di camera di consiglio e dopo una udienza camerale di 45 minuti alla quale ha voluto partecipare anche l’indagato insieme ai suoi avvocati, Giovanni Annunziata e Attilio Soriano. L’investigatore di punta del caso Consip era stato sospeso a gennaio dal Gip Gaspare Sturzo sul presupposto che gli errori commessi nella redazione di una informativa del 9 gennaio 2017, e in particolare aver attribuito all’immobiliarista Alfredo Romeo una frase su un suo presunto incontro con Tiziano Renzi che in realtà era stata pronunciata da Italo Bocchino, erano stati commessi con dolo.

A questa accusa se ne aggiungevano altre, tra cui la manipolazione di un capitolo sul presunto coinvolgimento dei Servizi segreti tramite l’omissione di un accertamento, e l’intervento per cancellare dal cellulare del vicecomandante del Noe, Alessandro Sessa, i loro whatsapp e depistare le indagini di Roma sulla fuga di notizie. Il Riesame aveva però accolto il ricorso di Scafarto con motivazioni che ora hanno retto al vaglio della Suprema Corte. Val la pena di ricordarne i punti salienti, perché le 13 pagine firmate dal presidente Bruno Azzolini suonano come una piena riabilitazione della buona fede dell’ufficiale e demoliscono le tesi dei renziani di una inchiesta creata ad hoc per complottare contro Renzi.

I giudici del Riesame hanno scritto che non c’era bisogno di invertire le voci di Romeo e Bocchino per trascinare Babbo Renzi nell’inchiesta, perché già “erano stati acquisiti consistenti elementi indiziari relativi al coinvolgimento di Tiziano nella vicenda Consip”: le mire di Romeo sugli appalti Consip; le ambientali con Bocchino e con Carlo Russo, amico dei Renzi, dalle quali emergeva l’intenzione di entrare in contatto con Tiziano Renzi e attribuirgli 30mila euro al mese (e 2500 euro a Russo) in cambio dell’influenza del padre dell’ex premier sull’Ad di Consip Luigi Marroni; un verbale del 2 gennaio 17 di Alfredo Mazzei che disse di aver appreso di un incontro tra Romeo e Tiziano direttamente dall’immobiliarista. Il Riesame ha smontato anche la tesi che gli errori di Scafarto fossero unidirezionali contro Tiziano Renzi. Ha invece ricordato che l’ufficiale ha corretto una intercettazione con l’ad di Consip attribuendola a Marco Canale e non al renziano Marco Carrai.

Scafarto fu sospeso dal servizio al comando regionale campano, mentre Sessa evitò l’interdizione sul presupposto che il colonnello si era messo in aspettativa. Ieri Scafarto ha festeggiato con una cena in famiglia con la moglie e le due figlie piccole. Domani doveva tornare a Roma come teste al processo disciplinare del Csm contro i pm di Napoli Henry John Woodcock e Celestina Carrano. Ma l’udienza slitterà per un impedimento di un difensore.

Al Luna Park la ruspa con il volto del leader leghista

Il leader della Lega si insedia al Viminale e al Luna Park riappare, dopo che aveva già destato polemiche nel 2016, l’educativo gioco della ruspa, di salviniana memoria. Succede a Bologna dove un padre indignato ha denunciato di aver portato il figlio piccolo alle giostre del Parco Nord e di aver notato un gioco a forma di ruspa con la foto dello zio Sam che ha le sembianze di Matteo Salvini e la scritta “We want you” accanto al Brucomela: “È chiaro che un bambino di tre anni non coglie il legame con le affermazioni fatte da Salvini, ma trovo ugualmente inquietante la banalizzazione dell’idea di radere al suolo ciò che non piace a chi sta al potere”. L’attuale ministro dell’Interno nell’aprile 2015 propose di risolvere il problema della ghettizzazione dei rom in campi fatiscenti “radendoli tutti al suolo con le ruspe” con la concessione, bontà sua, di sei mesi di preavviso, dopodiché i rom avrebbero dovuto “cercare casa sul mercato immobiliare”.

Asilo, l’Italia cambia alleanze e va con le destre di Visegrad. Scontro sui respingimenti

Se fare andare tutto a scatafascio è una vittoria, allora ha ragione il ministro dell’Interno Salvini: l’Italia ha registrato un successo, perché pare ormai chiaro, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei responsabili comunitari, che la riforma del Protocollo di Dublino non si farà al Vertice europeo di fine giugno, come si poteva ancora sperare fino a ieri.

Assente alla riunione di ieri a Lussemburgo dei ministri dell’Interno dei 28 sui migranti, Salvini canta vittoria ‘a remoto’: “Abbiamo bloccato la contro-riforma, non siamo più soli nell’Ue”. Tradotto dalla propaganda alla realtà, significa che abbiamo piantato in asso la Grecia e mollato quanti lavorano per migliorare il regolamento di Dublino e ci schieriamo fianco a fianco con i Paesi del Gruppo di Visegrad e i loro recenti alleati Austria e Slovenia.

Il salto della quaglia di Roma, dal campo di quanti cercano di migliorare la bozza di compromesso della presidenza di turno bulgara al campo di quanti non vogliono sentire parlare di accoglienza e di redistribuzione, ha fatto alzare paletti e riserve da tutti.A fare il gioco dell’Italia, un po’ a sorpresa, è stato il segretario di Stato belga Theo Francken, nazionalista fiammingo, che sposa le tesi salviniane del blocco delle partenze e dei respingimenti, certificando “la morte” – parole sue – del Protocollo di Dublino, che riguarda i richiedenti asilo e non i migranti economici e che prevede che le domande d’asilo siano valutate dal Paese d’ingresso nell’Ue.

A contestare la dichiarazione di morte del regolamento, il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, un greco, secondo cui “la riforma (un esercizio che va avanti dal 2016, ormai da 30 mesi, ndr) non è morta, a meno che non la vogliano uccidere”. “L’Ue – assicura Avramopoulos – non seguirà mai il modello australiano: non facciamo respingimenti, perché ci guida il principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra… Non diventeremo la fortezza Europa”. Secondo fonti nordiche, Francia, Germania e Svezia continuano a lavorare per presentare un’ipotesi di riforma del Protocollo al Vertice del 28 e 29 giugno. Il lavoro di tessitura per indurre il Gruppo di Visegrad ad accettare un sistema di ricollocamenti è iniziato due mesi fa. Il trio era, inizialmente, un quartetto, perché c’era anche l’Italia, poi distaccatasi nella fase del vuoto di governo e ora passata al campo avverso, mentre la Spagna che s’è appena data un nuovo governo s’interroga sulla propria collocazione e l’Olanda osserva che le perplessità sono diffuse. L’Ungheria è il Paese più fermo contro la riforma, ma non è richiesta l’unanimità: basta la maggioranza qualificata.

La Grecia resta, invece, fedele alle richieste di riforma di Dublino avanzate in un documento di aprile con Italia, Cipro, Malta, Spagna, dove si puntava fra l’altro al ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo. Atene spera ancora in un compromesso che rispetti le condizioni dei ‘mediterranei’, la cui coesione s’è però ieri sfaldata. E l’Austria, che il 1° luglio darà il cambio alla Bulgaria alla presidenza di turno, vede già nell’Italia di Salvini “un forte alleato”. Nazionalisti e sovranisti, destre e xenofobi trovano un collante sui migranti, anche se Budapest e Roma accampano ragioni opposte per dire no alla riforma del regolamento di Dublino.

Migranti, Salvini come Minniti. Vuole chiudere i porti alle Ong

Pochi giorni al Viminale sembrano aver convinto Matteo Salvini che “fate le valigie” e “rimandiamoli a casa” sono slogan buoni per i comizi che parlano alle paure del Paese, tantopiù in vista delle Comunali di domenica, ma non facilmente realizzabili. Mancano gli accordi con i Paesi d’origine; anche pochi rimpatri (se ne fanno non più di tremila l’anno, 7.000 con i respigimenti alle frontiere, su 3-400 mila migranti irregolari stimati sul territorio nazionale) comportano spese significative e peraltro le Regioni – anche quelle del Nord a trazione leghista – si oppongono a costruire nuovi Cie, che oggi si chiamano Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) già previsti dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, nei quali “trattenere” i migranti nella fase di identificazione e riconoscimento da parte delle autorità dei loro Paesi. E così il leader leghista, con i prefetti e i tecnici del ministero dell’Interno, sta studiando misure per ridurre gli sbarchi sulle coste italiane, che, come sappiamo, sono diminuiti del 78 per cento se si confrontano i primi cinque mesi del 2017 con quelli dell’anno in corso (60 mila contro 13.303), ma nelle ultime settimane sono ripresi, con il loro carico di sofferenze e di naufragi, con partenze dalla Libia ma anche dalla Tunisia.

Torna così il tema della chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni delle Organizzazioni non governative che soccorrono i migranti in mare. Salvini l’aveva detto subito, nella prima uscita da ministro a Pozzallo (Ragusa): “Nessun vice scafista deve attraccare nei porti italiani”, aveva dichiarato il neoministro dell’Interno qualificando con eleganza le Ong. La materia del soccorso in mare però è delicata, l’Italia ha un’ampia zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) della quale è responsabile e nella quale, fin qui, ha coordinato le attività delle imbarcazioni delle Ong, quelle militari dei diversi partner europei e anche quelle dei guardacoste libici dopo gli accordi stretti proprio da Minniti con il governo di Tripoli e i relativi aiuti in termini di forniture e assistenza. Tutto è regolato da convenzioni internazionali che nel Canale di Sicilia individuano nel nostro Paese i “porti sicuri” nei quali far sbarcare i naufraghi dopo il soccorso. Come è noto Malta non li accetta sul suo territorio ma non ha neppure sottoscritto tutti gli impegni internazionali che vincolano le autorità italiane.

Anche la strada della chiusura dei porti era già stata esplorata da Minniti, esattamente un anno fa di fronte a un’impennata degli sbarchi. Era stato però l’allora ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, competente per le Capitanerie di porto, a stoppare il titolare del Viminale. Salvini invece non ne ha ancora parlato con il nuovo responsabile delle Infrastrutture, Danilo Toninelli del M5s, a quanto si apprende dallo staff di quest’ultimo che certamente condivise in linea generale la campagna di Luigi Di Maio contro i “taxi del mare”, che se non sono “vice scafisti” poco ci manca.

Salvini peraltro nei giorni scorsi ha riconosciuto il “discreto lavoro” svolto da Minniti sull’immigrazione ma non ne ha ancora parlato con lui. L’ha raccontato il suo predecessore ieri sera: “Ho chiamato Salvini appena è stato nominato ministro per complimentarmi con lui – ha spiegato l’ex ministro dell’Interno a ‘Otto e mezzo’ su La7 –. L’ho chiamato dalla batteria del Viminale perché non mi permetto di chiamarlo direttamente. E aspetto ancora una sua risposta”. Salvini ha risposto a strettissimo giro di agenzie: “Sono ministro solo da quattro giorni, ma ho già incontrato decine di persone di grandissimo valore, sicuramente avrò modo di incontrare anche l’ex ministro Minniti”. Certamente lo farà, tra un comizio e l’altro.

Balotelli: “La legge sulla cittadinanza va cambiata”

“Io sono nato in Italia, ho vissuto in Italia, avevo studiato in Italia e il fatto di non esser considerato italiano fino a 18 anni ha rappresentato la parte peggiore della mia vita. E in questo senso la legge italiana dovrebbe fare qualcosa”. Sono le parole dell’attaccante della Nazionale italiana Mario Balotelli in merito alla concessione della cittadinanza italiana ai figli di stranieri nati sul nostro territorio. “È stato un periodo durissimo per me e vorrei quindi fare un piccolo appello”, aggiunge Balotelli a Torino nel corso della conferenza stampa di presentazione del libro Demoni di Alessandro Alciato. Il 27enne bresciano torna poi sul tema del razzismo: “Nella mia vita ci sono stati tanti episodi di razzismo, alcuni dovuti all’ignoranza e alla paura del diverso. Da bambino la vivevo male ed era molto difficile anche perché c’erano cose che non capivo e che adesso so. Pian piano si può cambiare anche se non è facile”.

Non poteva mancare la risposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini via Facebook: “Caro Mario, lo ius soli non è la priorità mia, né degli italiani. Buon lavoro, e divertiti, dietro al pallone”.

“Basta”. Lo dicono dal 2010 ma le tende sono lì

Rosarno, gennaio 2010, rivolta di alcune centinaia di lavoratori agricoli extracomunitari sfruttati e accampati in condizioni inumane. Rimangono feriti due ragazzi africani. Ecco un campionario di alcune dichiarazioni di allora.

Roberto Maroni, ministro dell’Interno: “Eccessiva la tolleranza con cui, in questi anni, è stata accettata un’immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato una situazione di forte degrado.”

Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera: “Occorre ben valutare i flussi aprendo le porte all’immigrazione legale, combattere l’immigrazione clandestina, dare il permesso di soggiorno a chi già vive e lavora in Italia, favorire le iniziative per la comprensione e la condivisione della nostra cultura”.

Rosy Bindi, vicepresidente della Camera: “Quello che è accaduto nei giorni scorsi è la prova che la politica ha fallito. Una delle tante sfide che dobbiamo cogliere come credenti e come democratici è proprio quella dell’immigrazione”.

Pier Luigi Bersani, segretario Pd: “Meno lavoro nero e regole più flessibili che aiutino a ridurre la clandestinità e una politica dell’integrazione che sia all’altezza di un Paese civile”.

Mario Borghezio, europarlamentare Lega Nord: “La rivolta degli immigrati africani è un preciso segnale d’allarme. C’era bisogno, finalmente, del pugno di ferro dello Stato.”.

Maurizio Gasparri, senatore PdL: “Occorre essere più rigorosi nell’applicazione delle leggi contro l’immigrazione clandestina che devono integrare chi lavora onestamente e portare all’espulsione immediata di chi entra illegalmente. Esattamente la politica che fa il centrodestra in Italia”.

Giugno 2016: a Rosarno, un immigrato accoltella un carabiniere che a sua volta gli spara, uccidendolo.

Angelino Alfano, ministro della Giustizia: “Ho la volontà di offrire il mio contributo attivo per la risoluzione dei problemi confermando l’interesse del Governo sulla questione Rosarno e impegnandomi concretamente ed in tempi strettissimi. Da subito, infatti, con le strutture del Ministero dell’Interno è stata messa a punto una serie di interventi di natura sia economica che programmatica con un unico obiettivo: attenuare il disagio sociale dovuto alla persistenza sul territorio rosarnese di un elevato numero di migranti”.

Giorgia Meloni, leader di FdI: “Le responsabilità dell’accaduto sono tutte di Renzi e Alfano e delle loro scellerate politiche sull’immigrazione: stipare migliaia di persone in tendopoli e lasciarle vivere come animali non è accoglienza ma è da criminali.”

Giugno 2017, Marco Minniti, ministro dell’Interno: “Al fine di consentire il superamento di situazioni di particolare degrado, caratterizzati da una massiva concentrazione di cittadini stranieri, è previsto che possano essere nominati commissari straordinari del Governo, per adottare un piano di interventi per il risanamento delle aree, e per favorire l’integrazione degli stranieri regolari”.

Gennaio 2018, , dopo l’incendio nella tendopoli, a san Ferdinando-che registrò una vittima-, il presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio: “Bisogna lavorare per cancellare realtà come quella di Rosarno attraverso un progetto di accoglienza. È nostra intenzione assumere l’attenzione necessaria rispetto a questa situazione che non ammette indifferenza.”

Un indagato per l’omicidio del bracciante sindacalista

Il movente più o meno razzista, se davvero è stato lui, lo spiegherà quando i magistrati e i carabinieri di Vibo Valentia lo interrogheranno. Al momento, per l’omicidio del bracciante del Mali Soumaila Sacko, consumato il 2 giugno nelle campagne di San Calogero, il procuratore Bruno Giordano e il sostituto Luca Ciro Lotoro hanno notificato un avviso di garanzia ad Antonio Pontoriero, un agricoltore di 43 anni.

Sarebbe stato lui, secondo i pm, a sparare in testa all’attivista maliano del sindacato Usb e ferire altri due migranti che con lui vivevano nella ghetto di San Ferdinando (Reggio Calabria), a ridosso del porto di Gioia Tauro. I tre braccianti si erano recati in quel terreno abbondonato per prendere delle lamiere d’acciaio che servivano a costruire una baracca. Non sapevano che l’ex Fornace era sotto sequestro. Sotto la fabbrica di mattoni, infatti, secondo la Guardia di finanza, sono interrate 135 mila tonnellate di rifiuti tossici provenienti pure dalla centrale Enel di Brindisi. Una discarica abusiva finita al centro dell’inchiesta “Poison” in cui, tra gli indagati, era finito proprio uno zio di Antonio Pontoriero.

Per ora il presunto killer non è stato interrogato. I magistrati, infatti, attendono che il Ris di Messina completi l’esame dello stub e sui vestiti indossati dall’uomo quando è stato portato in caserma (poche ore dopo il fatto di sangue) e riconosciuti durante un confronto all’americana dai due migranti feriti. I testimoni dell’omicidio hanno indicato anche le prime lettere della targa della Fiat Panda bianca con cui il killer si è dileguato dopo l’attentato. Targa e modello corrispondono con quella sequestrata dai carabinieri a Pontoriero.

Se sulle sue mani e su quei vestiti dovessero esserci particelle di polvere da sparo potrebbe scattare l’arresto. Nelle prossime ore, inoltre, gli inquirenti potrebbero risalire, se ci sono, ad eventuali complici o soggetti che avrebbero aiutato Pontoriero. Resta da capire se il movente legato alla storia dell’ex Fornace in cui è stato coinvolto lo zio dell’indagato. Quest’ultimo sembra non avere contatti recenti con la ’ndrangheta che, nel Vibonese, è sinonimo di cosca Mancuso. Piuttosto viene definito una “testa calda”. Nel 1995 un suo cugino omonimo è stato ucciso a 16 anni per il furto di un autoradio. Il nome dell’agricoltore, però, compare nelle carte dell’inchiesta “Dinasty”: nel 2001 è stato controllato a un posto di blocco in compagnia di Giuseppe Mancuso, esponente di primo piano della famiglia di ’ndrangheta di Limbadi (Vibo Valentia) e, soprattutto, figlio del boss Pantaleone Mancuso, detto “zio Luni”.

Al netto dell’inchiesta, che potrebbe riservare sviluppi, l’omicidio di Saumaila Sacko ha riportato al centro del dibattito politico il ghetto di San Ferdinando che, nei mesi invernali interessati dalla raccolta delle arance, ospita oltre 2mila migranti. Un problema che nessun governo nazionale o regionale ha mai risolto. La baraccopoli è sempre lì così come i braccianti africani costretti a lavorare per 15 euro al giorno e a rispettare le regole dei caporali, dei proprietari degli aranceti, delle multinazionali e della ‘ndrangheta.

Il ghetto di Rosarno e San Ferdinando è stato analizzato nel rapporto “Filiera sporca” redatto dall’associazione “Terra”: “Quella che a prima vista – scrive il presidente Fabio Ciconte – appare come un’emergenza umanitaria è in realtà il frutto di un vero e proprio sistema di produzione”.

Un sistema che sta bene a tutti. “Gli interventi istituzionali restano frammentari, parziali e inefficaci”. Anche Medici per i diritti umani accusa lo Stato: “Quello che si è registrato finora – scrive Medu – è un impegno sulla carta e a parole che non si è ancora tradotto in azioni concrete”.

“Repubblica”, tutti gli attacchi al “Fatto” che Calabresi scorda

“Tu hai mai letto un attacco di Repubblica al Fatto Quotidiano?”. Mario Calabresi – direttore del giornale fondato da Eugenio Scalfari – lo chiede ad Antonio Padellaro, lunedì sera. I due sono ospiti di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7 e la domanda vuole essere retorica: “Non c’è mai stato in nessun giorno e in nessun momento. Non ci occupiamo di attaccare gli altri giornali”.

Ma è proprio così? Vero è, e non si può nascondere, che sul Fatto non sono mancate le critiche a Repubblica. Ma è successo anche il contrario. Ecco un florilegio di citazioni che riguardano il Fatto e/o il suo direttore, Marco Travaglio. E che sono state pubblicate da Repubblica, sotto la direzione di Calabresi.

“Di Maio avanza dentro il Quirinale come il modello antropologico del populismo addomesticato di governo, il sobrio cappellano della rabbia italiana, con il cantore ed esegeta Travaglio, un duro ma facile alle cotte di potere, ‘un surrogato’ che si traveste da Benedetto Croce e re-incarna la vecchia maschera italiana del giornalista picchiatore di regime ma… rivoluzionario” (Francesco Merlo, 6 aprile 2018). Lo stesso Merlo aveva già scritto, con doti di veggenza, di Travaglio (quando, è vero, Calabresi non era ancora direttore): “Travaglio è il capolavoro di Santoro, televisivamente inventato da lui come Sgarbi fu inventato da Maurizio Costanzo, come Lorella Cuccarini da Pippo Baudo. (…) La sua crisi è quella del populismo grillino di cui è un surrogato culturale” (Francesco Merlo, 18 ottobre 2014).

Luca Bottura ricostruisce con sarcasmo le 24 ore di riflessione, chieste da Di Maio e Salvini a Mattarella, durante le consultazioni: “(…) Ore 07:00 Salvini va a comprare i giornali per capire che aria tira, ma inciampa sulla soglia: c’era un direttore disposto a zerbino. Di Maio comincia a leggere Il Fatto Quotidiano. Titolo di apertura: ‘Non ci sono più le mezze stagioni’” (Luca Bottura, 10 maggio 2018).

Quando il fondatore Eugenio Scalfari spiega perché ha detto – intervistato da Floris su La7 – che fra Di Maio e Berlusconi avrebbe votato Berlusconi, non dimentica di citare il nostro giornale: “Come c’era da aspettarsi sono stato ricoperto di insulti dai grillini rappresentati nel Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, ma considero quegli insulti come una sorta di Legion d’onore” (Eugenio Scalfari, 24 novembre 2017). Ai tempi del referendum costituzionale voluto sempre da Renzi, in risposta alla lettera di un lettore – che scriveva di “un noto giornalista polemista che si è rivolto al presidente del Consiglio con modi ed epiteti irrispettosi” –, sotto il titolo L’epoca dell’ingiuria, si legge: “Il noto giornalista, diciamolo, è Marco Travaglio che è in effetti uno dei più abili e ostinati polemisti, dotato di un formidabile archivio e di una memoria prodigiosa. Non piace nemmeno a me il tono irridente che spesso assume, tanto più che, forte dei suoi argomenti, potrebbe avere risultati più convincenti se moderasse i frequenti sorrisetti che piaceranno forse ai già convinti ma possono avere effetti controproducenti sugli indecisi” (Corrado Augias, 5 ottobre 2016).

E poi c’è la vicenda dell’inchiesta Consip, con Repubblica che dedica una serie di articoli che sembrano voler solo rispondere a una domanda: quale è stata la fonte del Fatto Quotidiano?

E così viene presa èper una sentenza definitiva l’ennesimo filone dell’inchiesta romana sulla fonte del vicedirettore del Fatto Marco Lillo: “È dunque Scafarto la mano che dà da mangiare al Fatto”, scrive il giornale diretto da Calabresi (Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi, 21 febbraio 2018). Senza nessun dubbio, come se il verdetto fosse già stato emesso. Anche se un’altra teoria – quella che ipotizzava che Lillo avesse saputo dell’inchiesta dal pm Woodcock e dalla giornalista Federica Sciarelli – era già stata ampiamente riportata dai giornali e poi smentita con l’assoluzione completa dei due.

Ma Bonini cita (o meglio, “attacca”) più volte Il Fatto Quotidiano nei suoi articoli, anche quando scrive di Raffaele Marra, “benedetto da una narrazione, allora, come oggi, identica a se stessa, per la quale arriva in soccorso Marco Travaglio, direttore del Fatto” (Carlo Bonini, 15 febbraio 2017).

Laterina annessa a Pergine, una poltrona senza l’ombra Boschi

Laterina non esiste più. Il Comune feudo della famiglia dell’ex ministro Maria Elena Boschi, in cui la mamma Stefania Agresti era stata consigliera e vicesindaca, è stato accorpato a un altro limitrofo, Pergine Valdarno. E così domenica per la prima volta ci saranno le elezioni amministrative per decidere il primo sindaco del neonato Comune di Laterina Pergine Valdarno.

I candidati sono tre e tutti provenienti da esperienze politiche pregresse nei due Comuni. L’ex sindaco di Pergine, Simona Neri si presenta con una lista civica. Giovanni Lari, candidato della sinistra, è assessore della giunta uscente di Laterina, mentre Stefano Bellezza – ex consigliere comunale sempre di Laterina – corre con la lista civica “Futuro comune” ma con il sostegno di Forza Italia. Nessuno dei tre ha rapporti diretti con l’ex ministro né ha ricevuto (né cercato) il suo sostegno. Boschi da queste parti da tempo non si vede. La famiglia più famosa della zona, del resto, difficilmente si mostra, complici i guai di papà Pier Luigi, ancora oggi indagato dalla procura di Arezzo per la vicenda della popolare d’Etruria.

Lo strano Palio del Pd che spera nel 19% del M5S

Vogliono “prepararsi la mossa, vogliono il fantino in rincorsa”. A Siena anche per spiegare i passaggi politici si ricorre alla terminologia del Palio. Il fantino in rincorsa vince raramente ma ha un potere enorme: averlo alleato è fondamentale per chi vuole conquistarsi la corsa. Ecco. Domenica qui si vota. E i nove candidati da giorni cercano l’endorsement di Luca Furiozzi, che doveva essere il decimo aspirante sindaco, quello del Movimento 5 Stelle ma che invece non ha ricevuto l’autorizzazione a usare il simbolo e rimane a casa, con in tasca un bottino che rappresenta il 19% di preferenze, quelle conquistate dai grillini alle Politiche del 4 marzo.

Un bottino cui aspirano molti perché decisivo, considerato l’insolito affollamento al via: ben 538 candidati divisi in 17 liste e schierati per 9 sfidanti alla poltrona da primo cittadino. Un candidato ogni 50 elettori. Ma l’endorsement non arriverà per nessuno. Non per il primo turno. “Decideremo solo per il ballottaggio”. E la scelta potrebbe ricadere sul sindaco uscente del Pd in cerca di conferma Bruno Valentini. I dem non volevano candidarlo. L’hanno osteggiato, rinnegato, tentato di epurarlo con le primarie poi cancellate per mancanza di avversari. Ma è stata la Caporetto del 4 marzo a convincere il Pd che era meglio accontentarsi di Valentini. Lui si è diligentemente sottoposto a ogni tipo di confronto pubblico, ha digerito accuse e insulti, schivato col sorriso attacchi di ogni genere, s’è sottoposto persino agli incontri organizzati dal Movimento 5 Stelle. E si è spinto all’inimmaginabile: presentare pubblicamente l’offerta di un programma di governo condiviso ai pentastellati. “È giusto che le istanze dei 5stelle senesi, ingiustamente esclusi da decisioni autoritarie, abbiano cittadinanza politica”, dice al Fatto Valentini. “Al programma della mia coalizione, dove oltre al Pd c’è la lista civica in Campo, può essere aggiunta un’appendice con punti specifici concreti, individuando insieme una figura di garanzia che ne segua l’attuazione”. Ancora: “La mia proposta è seria e la porta resta aperta, se poi faranno altre scelte le rispetterò”. L’offerta ha spiazzato i cinquestelle. Anche perché, ammette Furiozzi, “Valentini è stato l’unico a farci una proposta seria, concreta e rispettosa”. E aggiunge: “Sosterremo chi prende un impegno su alcuni temi importanti per la città”. Vedremo. Ma certo “non possiamo pensare di sostenere il Pd, è il partito che ha distrutto Siena”.

Nella patria di Mps dal 1946 al 2013 l’esito delle Amministrative è stato sempre scontato: vinceva il centrosinistra. Così anche gli sfidanti erano pochissimi e solitamente o di facciata (presentati dal centrodestra) o outsider con liste civiche che si fermavano a pochi simbolici punti percentuali. Il sindaco, del resto, nominava la maggioranza dei vertici del cda della Fondazione che era azionista di maggioranza del Monte. Il potere era qui. Franco Ceccuzzi nel 2011 per candidarsi lasciò uno scranno parlamentare e la Commissione bilancio. Vinse con il 57% delle preferenze ma durò appena un anno: fu il suo partito, il Pd, a fargli mancare la maggioranza in aula sul bilancio, ma non perché contrario alle scelte finanziarie, ma come ritorsione per aver nominato autonomamente nel cda alcuni membri. Quel potere non esiste più. Valentini lo sa bene. E sa bene che quel 19% potrebbe finire nelle urne di uno dei suoi sfidanti, Luigi De Mossi, un avvocato prestato alla politica e candidato con una lista civica ma sostenuto dal centrodestra, con forza: una settimana fa Matteo Salvini è venuto fino a Siena per fare un comizio con De Mossi, lunedì è stata la volta del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani e altri arriveranno.

“Io sono il cambiamento”, va ripetendo De Mossi confidando che il vento di Palazzo Chigi soffi fin qui. Ma c’è anche chi non vuole la conferma di Valentini né il cambiamento di De Mossi e guarda con interesse alle certezze del passato rappresentate da Pierluigi Piccini, altro aspirante sindaco che primo cittadino qui lo è già stato dal 1990 al 2001, ai tempi d’oro di Mps. Nel 1997, con l’Ulivo, segnò il record storico di voti: il 60%. Fu cacciato dai Ds nel 2004. Attorno alla sua candidatura si sono riuniti molti ex leghisti, ex democratici, ex forzisti e anche qualche ex grillino. Tra gli altri sei candidati un buon risultato potrebbe registrarlo Massimo Sportelli, outsider sostenuto quasi interamente da liste civiche, ma al ballottaggio finirà o Piccini o De Mossi. A sfidare Valentini ovviamente, dato per certo da tutti, avversari compresi. E chissà se sarà grazie a lui che il Movimento 5 Stelle – senza candidati – si ritroverà qualcuno come assessore. Il sindaco uscente ha parecchi sassolini da rispedire al Pd e se qui si alleasse con gli avversari di Roma diventerebbero pietre.