Il Tg2 già corre verso il futuro

L’informazione del servizio pubblico nel giorno del debutto parlamentare del governo Conte è all’insegna della nota massima “Hai visto mai?”. Nel senso, certo, di “Hai visto mai che dura?”, ma anche di “Hai visto mai che non dura?”. Il Tg1, dunque, va di ecumenismo: un servizio per uno non fa male a nessuno, razionati gli aggettivi, spariti gli angoli. In ritmo sincopato un bel servizio sul discorso del premier, uno per i grillini e uno per Salvini, uno per Forza Italia, uno per Renzi e pure uno per tutti gli altri (Meloni, Grasso, ma anche Bonino e Monti). D’altronde, hai visto mai? Tutto, tutto, tutto, ma senza aggettivi: cala la Borsa, sale lo spread? Sì, ma non drammatizziamo. E già che siam qui, sentiamo pure i sindacati: hai visto mai? Il modello è giudiziosamente ribadito dal Tg3 (con un po’ più di spazio all’opposizione) e dal Tg2, che però si smarca. Il secondo canale Rai decide meritoriamente di prendere la parte del più debole: il povero Conte. Al servizio sul discorso in Aula, dunque, il Tg2 ne fa seguire uno sul professore, più sbarazzino (“in scuro, pochette, cravatta lilla”): “Non ha esperienza politica, è vero, ma Conte sa come incuriosire una platea”, “deve aver sviluppato una certa abilità quanto a dialettica ”, non manca di “senso scenico” e allora “la maggioranza lo travolge di applausi”. E qui, se dura, già intravvediamo il futuro.

Carniti, troppo onesto per quella presidenza

Pierre Carniti era una persona perbene. Non è una banalità da tributare all’ex segretario generale della Cisl che si è spento ieri a Roma a 81 anni dopo una lunga malattia. È piuttosto la ragione profonda che ha impedito all’Italia malata dei suoi tempi di fare tesoro del suo talento. Carniti era lombardo di Castelleone (Cremona), doveva il nome francese alla rivolta paterna contro l’obbligo fascista dei nomi italiani. Lavorò fin da ragazzo con i metalmeccanici della Fim-Cisl. Era un’altra Cisl, a trazione nordista e operaia che esprimeva una radicalità più spiccata, e più moderna, della Cgil. Oggi rimane la Fim, una cosa un po’ strana dentro la Cisl perché ancora figlia di Carniti: l’attuale leader Marco Bentivogli è figlio di Franco Bentivogli, il braccio destro e poi successore alla guida dei metalmeccanici.

L’autunno caldo, le conquiste salariali, lo Statuto dei lavoratori trasformano il mondo del lavoro nel biennio 1969-70 sotto la guida dei grandi leader metalmeccanici Bruno Trentin, Carniti e Giorgio Benvenuto, destinati a conquistare il vertice delle loro confederazioni dopo aver realizzato, cosa oggi impensabile, l’unità sindacale con la creazione della Flm.

Carniti succede a Luigi Macario nel 1979. Sembrano gli anni d’oro della cosiddetta “triplice”, guidata dall’inscindibile terzetto Lama-Carniti-Benvenuto. Ma sono anche gli anni in cui inizia il declino, dopo la storica sconfitta alla Fiat con la marcia dei 40 mila. Ed è negli anni Ottanta che si consuma la spaccatura mai più sanata tra i comunisti di Luciano Lama e tutti gli altri. Lo strappo lo dà Bettino Craxi con il decreto di San Valentino (14 febbraio 1984) che abolisce la scala mobile. Carniti è con Craxi. Al suo fianco c’è l’economista Ezio Tarantelli che un anno dopo verrà ucciso dalle Brigate Rosse. Teoricamente c’erano le condizioni per una spinta modernizzatrice della strana coppia Craxi-Carniti. Sono gli anni in cui il lavoro cambia, entrano i primi robot nelle fabbriche, sta crollando il muro di Berlino, l’Europa sta costruendo il mercato unico.

Ma Carniti non ingrana mai nell’Italia di Craxi e Andreotti. C’è a ostacolarlo il suo cattolicesimo ascetico – che lo porterà a fondare con Ermanno Gorrieri il Movimento dei Cristiano-sociali – e soprattutto l’idea che i principi vengano prima del machiavellismo, per non dire altro. A dimostrarlo la vicenda assurda della mancata presidenza Rai.

Fu proprio Craxi a candidarlo nell’autunno 1985 al posto di Sergio Zavoli. Per la Rai lottizzata di allora il meccanismo era blindato: Carniti presidente in quota socialista, il vicepresidente in quota al partito socialdemocratico (alla Dc toccava il direttore generale). Ma il candidato presidente dice no al diktat partitocratico. Chiede che sia lasciata al consiglio d’amministrazione la scelta del vicepresidente. La partitocrazia va in tilt, la Dc non vuole un presidente Rai che non obbedisce alle segreterie politiche.

Marco Pannella, come al solito, è l’unico a capire e si batte da solo per Carniti: “Occorre che il presidente abbia forza propria, personale, straordinaria stima nel Paese per assolvere a funzioni che sono innanzitutto di massimo garante del rispetto e della restaurazione della legge, della lealtà dell’informazione e dell’autonomia effettiva del servizio pubblico dai centri di potere partitocratico e camorristico, di camorre interne ed esterne” (parole ancora utili in vista delle prossime nomine Rai).

Craxi non risponde agli appelli di Pannella, cede alla Dc che gli garantisce i voti per stare a Palazzo Chigi, designa per la Rai il suo capocorrente Enrico Manca.

Da allora, e sono passati più di trent’anni, Carniti si è sostanzialmente eclissato, dedito allo studio e alla scrittura, mentre la Cisl diventava il basso impero del pubblico impiego dei Franco Marini, Sergio D’Antoni e Raffaele Bonanni. E, parlando ogni tanto a un convegno o scrivendo un libro, ha ricordato all’Italia che occasione aveva sprecato.

Cda Rai, ecco i candidati. I gialloverdi verso l’en plein

C’è l’ex direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, l’ex ad di Tre Vincenzo Novari, il patron di Telelombardia Sandro Parenzo e pure un manager di area Lega come Dario Fruscio. E naturalmente i nomi che avevano già annunciato la loro candidatura: Michele Santoro, Giovanni Minoli, e i consiglieri uscenti Carlo Freccero, Arturo Diaconale, Giancarlo Mazzuca, Rita Borioni e Franco Siddi. Ma pure l’ex Iena Dino Giarrusso e la consigliera del Csm Paola Balduzzi. Ieri Camera e Senato hanno reso noti i nomi delle persone che hanno inviato il curriculum in Parlamento per candidarsi al prossimo Cda di Viale Mazzini. Secondo la nuova normativa, infatti, 4 consiglieri su 7 saranno eletti dal Parlamento (2 dalla Camera e 2 dal Senato), 2 saranno nominati dal governo su indicazione del Tesoro e uno sarà eletto all’interno dei dipendenti della tv pubblica.

Spulciando tra le 236 candidature si può iniziare a fare supposizioni sui giochi dei partiti in Aula. Il grande interrogativo è se Lega e 5 Stelle faranno l’en plein con 6 consiglieri tra Parlamento e governo oppure se ne lasceranno un paio alle opposizioni (Pd e Forza Italia). Al momento sembra che i due partiti al governo vogliano prendersi tutto, lasciando all’opposizione solo le presidenze che le spettano di diritto, Vigilanza Rai e Copasir.

È anche in chiave partitica, dunque, che vanno lette certe candidature. Come appunto quella di Fruscio, commercialista e docente all’Università di Pavia, con un passato in Eni, Sviluppo Italia, Standa ed Expo, tutt’ora uno dei principali consiglieri del governatore lombardo, Attilio Fontana. Oppure quella di Andrea Mascetti, avvocato varesino presidente di Nord Energia ma noto anche per essere il motore di Terra Insubre, associazione culturale molto vicina alla Lega. O Ruben Razzante, giornalista ma anche docente di Diritto dell’informazione alla Cattolica di Milano.

Guardando al mondo pentastellato, invece, si notano la ricandidatura di Freccero e quella dell’ex Iena Giarrusso, così come il nome della giornalista del Tg1 Claudia Mazzola, che segue da tempo le vicende dei 5 Stelle. E il Pd? “Non ci sono nostri candidati”, dicono dal partito dem. Novari e Minoli, però, potrebbero essere considerati vicini, così come Flavia Barca. Forza Italia sembra invece puntare su Nunzia De Girolamo, rimasta fuori dal Parlamento. Altri politici in lizza sono l’ex forzista in Vigilanza, Giorgio Lainati e l’ex senatore Pdl poi Ncd, Paolo Tancredi.

Scorrendo la lista, poi, troviamo Giorgio Balzoni, volto del Tg1, che ha da poco pubblicato il libro su Aldo Moro da cui è stata tratta una fiction Rai, e la quirinalista di Radio Rai, Maria Grazia Trabalza. Dal mondo dello spettacolo vengono Paolo Giaccio, autore di lungo corso per radio e tv, e Francesco Siciliano, attore e autore, figlio di Enzo Siciliano. Da imprese e università viene Emanuel Gout (ex presidente Telepiù), mentre dalla comunicazione arriva Camillo Ricci (capo di Epr).

Fra gli outsiders spiccano poi i nomi del direttore della Reggia di Caserta, Mauro Felicori, e dell’ex direttore generale del Censis, Giuseppe Roma. Altri giornalisti candidati sono Aldo Forbice (ex vice direttore del giornale Radio Rai), Eugenio De Paoli (ex direttore di Raisport) e Renato Parascandolo (ex presidente Rai Trade). Infine c’è pure Piero Vigorelli, passato alle cronache per le passeggiate in Rai (ha diretto la Tgr) avvolto nella bandiera di Forza Italia dopo la vittoria berlusconiana del 1994. Infine Fabrizio Del Noce, da tempo espatriato in Portogallo per non farsi tassare la pensione in Italia.

Male Borsa e spread, il premier: “È solo speculazione”

I cosiddetti mercati non festeggiano l’insediamento del nuovo governo, ma i gialloverdi non paiono preoccuparsi granché. Lo spread tra i Btp italiani a dieci anni e gli omologhi Bund tedeschi ieri sera si è fermato a quota 240 con un redimento (gli interessi da pagare sui titoli) al 2,77%: lunedì aveva chiuso a 208, oltre trenta punti in meno. Anche Piazza Affari, come detto, non è andata benissimo: Milano chiude a -1,18%, maglia nera in un’Europa in cui cedono tutti i listini con l’eccezione di Francoforte (+0,15%) nonostante Deutsche Bank, la più grande banca d’Europa, continui a navigare sotto la linea assai pericolosa dei 9,50 euro per azione, il 40% in meno rispetto all’inizio del 2018.

Niente di preoccupante, al momento, e infatti i gialloverdi non si preoccupano: “Non facciamo dello spread il nostro vessillo anche perché dietro lo spread si nasconde la speculazione finanziaria”, ha scandito nell’aula del Senato il premier Giuseppe Conte in risposta alle molte citazioni del fantasma del 2011. Condivide Stefano Candiani, senatore della Lega, papabile capogruppo: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e non sullo spread”.

Primo atto di Renzi: “Convocheremo la Trenta al Copasir”

Il senatore semplice Matteo Renzi – annunciando il voto contrario alla fiducia a Conte – fa sapere quale sarà il suo primo atto: “Cominceremo con il convocare la ministra della Difesa nella sede del Copasir per i motivi che ella sa, appena le commissioni partiranno”.

Il Copasir è il “Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” – che controlla il servizio d’intelligence – e i motivi “che ella sa” sono i possibili conflitti di interessi della ministra con la società Sudgest.

E su questo stesso tema – anticipato nei giorni scorsi dal Fatto – il Pd ha anche presentato un’interrogazione, firmata dai senatori Eugenio Comincini, Simona Malpezzi e Valeria Sudano. Chiedono di “chiarire con la massima sollecitudine i suoi reali rapporti con la società consortile Sudgest Aid Scarl da lei presieduta, nonché se abbia, alla nomina a ministro, prontamente lasciato ogni incarico nei diversi progetti della Link Campus University legati a forze armate, forze dell’ordine e organismi multinazionali operanti nel settore della sicurezza”. La società si occupa di reclutare mercenari da inviare nei teatri di guerra.

La Svp si astiene sull’esecutivo e il Pd ci resta male: “È di destra…”

I partiti autonomisti, e s’intende quelli sudtirolesi e valdostani, sono storicamente pragmatici, diciamo così. E ieri, in Senato, non hanno smentito la loro natura: la capogruppo delle Autonomie Julia Unterberger, che è della Svp, ha annunciato il voto di astensione del gruppo, come “gesto di buona volontà” nei confronti del governo Conte, che ieri ha dedicato un passaggio del suo intervento proprio alle “autonomie speciali”. Problema: la Svp, in particolare, si è presentata come al solito in coalizione col centrosinistra e questa astensione non ha fatto piacere al Pd locale. “Come si fa a dare credito a un esecutivo di destra e xenofobo”, s’è disperato il segretario provinciale dem di Bolzano, Alessandro Huber. Il suo omologo della Svp, Philipp Achammer (nella foto), non s’è agitato più di tanto: “Il nostro metro è quello della tutela e dello sviluppo dell’autonomia”. Certo, poi i sudtirolesi mettono a verbale le loro “preoccupazioni” sui conti pubblici e il rapporto con l’Ue, ma non si tratta di preoccupazioni così grandi dal precludersi, quando e se servirà, di tutelare l’autonomia contrattando qualche voto a favore del governo in cambio di “autonomi” emendamenti.

Il grande caos dei centri per l’impiego, primo ostacolo sulla via del reddito di cittadinanza

Il primo passo per il reddito di cittadinanza è “rafforzare i centri per l’impiego”, assicura il nuovo presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel suo discorso di insediamento. Sì, ma come? Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio parla di un investimento da 2 miliardi, non si sa se una tantum o all’anno. Il problema è che se domani il governo raddoppiasse i 7.934 dipendenti otterrebbe il solo risultato di raddoppiare le inefficienze.

L’Agenzia nazionale delle politiche attive (Anpal) guidata da Maurizio Del Conte ha presentato ieri un “monitoraggio sulla struttura e il funzionamento dei servizi per il lavoro 2017” che ai Cinque Stelle dovrebbe suggerire una conclusione: i soldi non sono il vero problema, bisogna prima pensare a cosa devono fare i centri per l’impiego.

Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere soprattutto una misura anti-povertà, ma per arginare le critiche sui possibili comportamenti opportunistici, i Cinque Stelle ora enfatizzano le condizioni a cui è abbinato che richiedono l’iscrizione dei poveri (almeno di quelli disoccupati) a un centro. Le funzioni principali dei centri per l’impiego, si legge nel monitoraggio dell’Anpal, “si presentano come un complesso non troppo ampio di attività, dal profilo minimalista”. La lista dei problemi è questa: “Inadeguatezza delle competenze del personale, insufficienza numerica degli organici, organizzazione emergenziale del lavoro, carenza di infrastrutture, sottodimensionamento del personale specializzato”. La carenza media per ogni centro è di 11 persone – soprattutto orientatori psicologi e impiegati – per 501 centri principali cui si aggiungono 51 sedi secondarie e 288 distaccate. Un numero relativamente basso, che si spiega col fatto che oggi i centri per l’impiego non offrono il servizio per cui sono stati pensati.

Non è colpa dell’Anpal, ma del governo Renzi che ha creato un’agenzia con i poteri per coordinare le politiche attive ma che era pensata per l’Italia della riforma costituzionale che invece è stata bocciata dal referendum nel 2016. E quindi l’Anpal si scontra con il fatto che la competenza sulle politiche attive è rimasta a livello regionale. Risultato: ogni Regione offre i servizi che riesce o che vuole. Se un centro per l’impiego del Lazio ci mette 24 mesi a trovare la prima offerta di lavoro per un disoccupato si può dire che rispetta la sua missione nella forma, ma non certo nella sostanza visto che dopo due anni di inattività anche le persone più volenterose rischiano di non essere più neppure occupabili.

Da tempo Del Conte, presidente dell’Anpal, auspica che si definiscano standard universali di servizio a cui ha diritto chi si rivolge al centro per l’impiego, in modo che le prestazioni siano analoghe in Sicilia come in Lombardia. Servirebbe anche per stabilire come i centri devono rapportarsi con il resto dei servizi pubblici, dagli assistenti sociali all’assistenza contro le tossicodipendenze alle aziende sanitarie locali. Oggi prevale l’anarchia e quasi metà dei centri per l’impiego (47 per cento) lamenta l’inadeguatezza dell’apparato informatico – decisivo per mettere in Rete le offerte di lavoro – e gli operatori hanno carichi che rendono difficile garantire un servizio efficace: 274 beneficiari per ogni impiegato.

I Cinque Stelle finora non hanno chiarito come vogliono cambiare: ostentano scetticismo per l’Anpal, perché creata nell’ambito del Jobs Act del governo Renzi, e vogliono puntare sui centri per l’impiego come fulcro del progetto di reddito di cittadinanza anziché sui Comuni e sull’Inps, che oggi gestiscono il Reddito di inclusione (il Rei, primo strumento universale anti-povertà). Ma caricare di lavoro strutture come i centri per l’impiego la cui missione è oggi piuttosto confusa rischia di fare solo danni. Anche con un investimento di 2 miliardi.

Quattro opposizioni e un governo. Conte piace a tutti (o quasi)

Al centro, l’emiciclo di Palazzo Madama ha un largo ventre gialloblu – ché i leghisti s’incazzano se li chiami verdi – e le opposizioni sono come schiacciate alle estreme, molto di più di come succedeva nella Prima Repubblica.

Forza Italia a destra, il Pd a sinistra.

È una sensazione fisica opprimente, non solo politica, nel giorno del fatidico battesimo del governo del popolo. Ed è difficile, allora, scagliarsi contro questo bestione nazionalpopulista, secondo alcuni un ircocervo, che sotto sotto piace a tutti o quasi, al netto della propaganda da aula.

E il primo motivo, pragmatico, di questo gradimento trasversale, lo spiega cinicamente Gaetano Quagliariello, ex ministro oggi indipendente forzista.

Sostiene: “C’è poi un altro aspetto, che riguarda tutte le opposizioni in questo emiciclo, e che suggerisce di evitare in questa sede ipocrisie. A nessuno sfugge infatti che se la travagliata gestazione del governo non fosse andata a buon fine, un voto a distanza ravvicinata avrebbe penalizzato, con ogni probabilità, assai più gli oppositori che i contraenti del patto di maggioranza”.

Qualcuno che dice la verità, vivaddio.

Nello stesso Pd, che celebra la resurrezione di Matteo Renzi manco fosse Napoleone tornato all’improvviso da Sant’Elena, si raccontano spassosi aneddoti sulla convulsa notte del 29 maggio, quando il Cottarelli congelato ha riaperto la trattativa gialloblu. Cioè deputati e senatori, anche renziani, in preda all’euforia al momento di apprendere la notizia a cena, in vari ristoranti del centro di Roma.

C’è chi se lo fa piacere per convenienza o per paura, il governo Conte, e chi per la sostanza, pure.

Risultato: quattro spettri d’opposizione. Altro che il frontismo repubblicano evocato qualche giorno fa.

Quattro spettri: Forza Italia, Pd, Fratelli d’Italia e Leu. Questi ultimi, a dire il vero, sono i più convinti del loro voto contrario. Ma sono pochissimi. L’intervento di Pietro Grasso è il più duro di tutti e alla fine nessuno applaude. Una scena surreale di questo nuovo mondo del cambiamento, la Terza Repubblica.

Ognuno applaude i suoi e basta.

Altro esempio, stavolta tra i banchi azzurri. Renzi finisce di parlare e la senatrice Sandra Lonardo in Mastella grida “bravo” e accenna a un battimani. Nessuno la segue. Il renzusconismo è ormai un fenomeno sbiadito.

Semmai, tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, in molti prevale la voglia di agganciarsi al carro gialloblu al più presto possibile. Il passaggio di Conte “su quanti vorranno far parte del nostro cammino in corso d’opera” fa gola soprattutto nel fu centrodestra berlusconiano. Questione di sopravvivenza se il futuro è questo.

Tre alleati e tre posizioni diverse: Lega al governo, Fratelli d’Italia che si astiene, Forza Italia che vota contro in base alla dottrina Berlusconi-Letta. Ma lo scetticismo è un altro fantasma forzista che aleggia su Palazzo Madama. Il citato Quagliariello considera sbagliato un atteggiamento “pregiudiziale” e poi c’è Alessandra Mussolini che da Montecitorio si professa già “populista” a favore del governo Conte e litiga in una diretta televisiva con Paolo Romani, sostenitore del muro anti-grillino.

Alla fine gli interventi azzurri, compresa la dichiarazione di voto della capogruppo Anna Maria Bernini, mirano a blandire Salvini nel segno del vecchio centrodestra. L’incubo è quello descritto da Renzi. L’unica notazione forte dell’ex premier: “Questo governo non è il futuro bipolarismo ma la futura coalizione”.

Ecco il punto, mentre Salvini se la gode dalla sua poltrona di vicepremier. Il leader leghista rientra in aula proprio quando parla il padrone del Pd. Renzi gli fa gli “auguri” e lui per risposta stringe la faccia in un finto smile, un sorrisino di sfottò. Indi, Salvini, poggia il braccio destro con fare padronale sulla poltrona di Conte, accanto a lui.

A tratti è un clima talmente nuovo da essere indecifrabile. Pier Ferdinando Casini, che fa la spola tra i banchi del Pd e quelli di Forza Italia, usa invece l’aggettivo “inquietante” per dipingere questa fase completamente inedita, con il ventre largo gialloblu che applaude senza sosta e circonda il suo governo con un abbraccio gigante.

L’unico giapponese sembra Davide Faraone, ultrà siciliano del renzismo. Conte cita il conflitto d’interessi e Faraone lo interrompe gridando: “Dillo a Casaleggio”. Alza pure un cartello, il siculo renziano, che inneggia a Cetto La Qualunque.

Per il resto, tra astensioni e promesse di opposizione contraria ma “responsabile”, sia berlusconiana sia renziana, è la prova che l’establishment non sa come fare i conti con questo governo che ha stravinto nelle urne. Reinventarsi sarà una sfida immane. Lo stesso Renzi confida dopo: “Conte è uno che può piacere alla gente”. Appunto. Viva la sincerità.

Tv e Servizi, Lega e M5S se le danno sulle deleghe

In Senato hanno applaudito senza sosta e perfino intonato cori, per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e le sue promesse. Ma fuori dell’Aula gli alleati che non vogliono essere definiti tali, Lega e Cinque Stelle, se le danno su quella che è una priorità anche per i partiti del “governo del cambiamento”: le poltrone e le relative deleghe. E dai sussurri e dalle note di agenzia “ispirate” ora si è passati al duello in pubblico, misurato ma evidente.

Innanzitutto sulla delega alle telecomunicazioni, che il neo ministro allo Sviluppo economico Luigi Di Maio vorrebbe tenersi, scontentando il Silvio Berlusconi che al Carroccio continua a ripeterlo: “Quella delega non deve andare ai grillini”. Ed è un tema centrale, al punto che dal Movimento assicurano: “Luigi ha scelto il Mise anche per cautelarsi sulle tlc”. Ma la Lega ha altre idee. E ieri lo ha confermato a microfoni aperti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Perché mentre lasciava la buvette di Palazzo Madama per tornarsene tra i banchi del governo, il numero due del Carroccio ha seminato una risposta telegrafica quanto chiara: “A chi andrà la delega alle telecomunicazioni? La Lega avrà il viceministro al ministero dello Sviluppo economico”. Tradotto, deve andare a un nostro uomo. Magari al deputato Alessandro Morelli, direttore del sito ilpopulista.it e salviniano di stretta osservanza. Anche se sul suo nome Giorgetti si è limitato a un “non so”, allargando le braccia. Di certo il Carroccio non molla l’osso, facendo notare che Di Maio guida già due ministeri accorpati (Lavoro e Mise) ed è vicepremier.

Un bel problema, soprattutto politico, perché l’ombra del silente B. incombe sempre sul governo gialloverde (o gialloblu, secondo il Salvini di ieri). E ovviamente l’ha alimentata anche l’incontro di lunedì mattina tra il Caimano e il segretario della Lega, nel quale Berlusconi ha chiesto ampie garanzie sulle tlc. Così un pontiere come il senatore del M5S Gianluigi Paragone, giornalista già in quota Lega, lo precisa appena appare a Palazzo Madama: “Sarebbe un grave errore assegnare quella delega a una persona riconducibile al mondo berlusconiano, e il Carroccio dovrebbe esserne consapevole”.

Intanto balla anche la delega ai servizi segreti, che il premier Conte pensa (irritualmente) di tenere per sé. Ma su cui ha rimesso gli occhi anche la Lega, in maniera decisa. Però in corsa c’è anche il grillino Vito Crimi, ex Copasir e attuale vicecapogruppo in Senato, per cui il Movimento invoca una poltrona. Quella da sottosegretario a Palazzo Chigi con la competenza sui servizi, appunto. Oppure quella di viceministro di Matteo Salvini al Viminale, per cui si parla da giorni anche della deputata Fabiana Dadone. “Ma non esiste nessuna guerra sui servizi tra me e Giorgetti” giura Crimi al Fatto, negando che quella delega sia nelle mire del sottosegretario. Vero. Ma il Carroccio pensa di darla a un altro sottosegretario.

E comunque la lista delle deleghe che suonano come problemi prosegue con quella all’editoria. E un candidato naturale per il M5S potrebbe essere il senatore Primo Di Nicola, giornalista. Però le caselle ancora ballano, con molti leghisti e grillini candidati sia per ruoli di sottogoverno che per presidenze di commissioni, da assegnare in base al principio dell’alternanza (chi prende la commissione Esteri alla Camera non può averla in Senato, e così via). E non a caso un leghista di peso come Stefano Candiani riflette se rinunciare a un ruolo di governo per fare il capogruppo a Palazzo Madama. Mentre tra i 5Stelle si allunga la schiera dei papabili.

Per esempio per un posto da sottosegretario agli Esteri corre il lucano Vito Petrocelli. E un ruolo andrà anche al senatore Andrea Cioffi, probabile sottosegretario ai Trasporti con il dimaiano Danilo Toninelli, mentre il viceministro dovrebbe essere il leghista Edoardo Rixi. Ma i nodi sono tanti, e i tempi si allungano. “Chiuderemo su viceministri e sottosegretari la prossima settimana, entro il 15” hanno fatto sapere dal governo alle opposizioni e alla presidente del Senato Casellati. E solo dopo toccherà alle commissioni. Anche perché domani Conte partirà per il G7 in Canada. Intanto ieri sera i 5Stelle si sono riuniti con Di Maio in un’assemblea alla Camera, dove sono stati nominati i nuovi capigruppo. In Senato sarà il triestino Stefano Patanuelli, al debutto in Parlamento, mentre a Montecitorio guiderà il messinese Francesco D’Uva. E i nomi per il governo? “Non ne ho ancora parlato con la Lega” ha assicurato Di Maio ai suoi. Per non agitarli.

Oscar era grillino “ante-marcia”

L’ottimismo, si sa, è il sale della vita e ancor meglio di noi lo sa Oscar Farinetti visto che attorno a questo concetto costruì il fortunatissimo spot di una sua azienda. Da ieri, però, sappiamo che, oltre che sull’ottimismo, è edotto pure sull’importanza del riposizionamento: se l’ottimismo è il sale, il riposizionamento è il companatico della vita. Cantore della Bella Italia (specialmente quando è lui a venderla), volto del renzismo imprenditoriale, ieri Farinetti ci ha voluto plasticamente ricordare quant’è cambiata la situazione dal 4 marzo: “Adesso c’è il governo Lega-M5S e tifo per questo governo, perché il governo deve fare delle cose, come rilanciare il Sud e creare scenari che facciano venire la voglia di investire agli imprenditori. A me le alleanze politiche non mi sono mai interessate e non mi interessano”. È l’aria di Milano, dove partecipava a una cosa chiamata Gourmet’s International, che l’ha forse reso ancor più pragmatico del solito. E Renzi? “Io sono fedele per natura e voglio bene agli amici per sempre. Mi spiace per Renzi… ma è la storia della politica”. D’altronde, è un po’ pure colpa sua: “Se non avesse fatto errori, non avrebbe perso”. Ottimismo e riposizionamento, questo fanno i saggi. E tra un annetto, se i giallo-verdi saranno ancora lì, passeremo direttamente a “Renzi chi? Guardi che io sono grillino antemarcia”.