Segre: “Mi opporrò a leggi speciali”. Salvini: “Paure infondate”

Per il premier Giuseppe Conte è stato “un grande regalo”: nel suo intervento in Aula, la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, ha rinfrescato la memoria sugli orrori del passato augurandosi che non si ripetano più: “Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra società democratica possa essere sporcata da leggi speciali nei confronti delle popolazioni nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le forze che mi restano”. Nonostante la standing ovation dell’aula del Senato e il ringraziamento ufficiale di Conte, il ministro dell’Interno – a cui era chiaramente riferito l’intervento della senatrice a vita – non ha mancato di replicare a modo suo: “Sono paure infondate – ha detto Salvini –. Faremo in modo che rom e sinti rispettino le leggi normali, ad esempio per quanto riguarda il divieto di sfruttare i minori. Penso che su questo la senatrice Segre sia assolutamente d’accordo con me”. Quanto alla fiducia, Liliana Segre ha motivato così la sua astensione: “Ho conosciuto la condizione di clandestina e richiedente asilo, il carcere e il lavoro operaio, essendo stata schiava minorile. Per questo svolgerò l’attività di senatrice senza legami politici, ma seguendo la mia coscienza”.

Dalla Flat tax al reddito di cittadinanza: le 10 pagine sono il manuale gialloverde

Un’ora e dieci minuti con i fogli ben saldi in mano, un gesticolare ordinato e la voce che aumenta di tono per sottolineare i passaggi più sentiti del discorso al Senato. Il presidente Giuseppe Conte chiede la fiducia al governo tra i due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sovrastato – in primo piano – dalla stazza del sottosegretario Giancarlo Giorgetti. In dieci pagine di intervento, divise in capitoli, dissemina citazioni di Dostoevskij, Puskin, Jonas, Beck, Kotler.

Conte parte dal contratto e ruota attorno al documento firmato dai dioscuri che gli siedono accanto. Poi passa all’esposizione del “cambiamento”, declinato in più forme. In prevalenza, in forma Cinque Stelle con sfumature leghiste: “Il cambiamento è in una giustizia rapida ed efficiente e dalla parte dei cittadini, con nuovi strumenti come la class action, l’equo indennizzo per le vittime di reati violenti, il potenziamento della legittima difesa. Cambia che metteremo fine al business dell’immigrazione, cresciuto a dismisura sotto il mantello di una finta solidarietà. Cambia che combatteremo la corruzione con metodi innovativi come il ‘daspo’ ai corrotti e con l’introduzione dell’agente sotto copertura”. E ancora: Europa, lavoro, ambiente, giustizia, privilegi vari, corruzione, criminalità, conflitto di interessi, reddito e pensione di cittadinanza, riforma tributaria, ricerca scientifica, sanità, Internet, sussidiarietà, terzo settore, imprese e sviluppo, semplificazione, digitalizzazione, voto all’estero, autonomia regionale, centralità del Parlamento, terremotati. Poca scuola, poca cultura, zero coperture economiche.

Conte è interrotto un paio di volte: il capogruppo dem Marcucci gli dice “bravo” sul progetto di aumentare le interrogazioni a risposta immediata, il collega di partito Faraone gli urla “Dillo a Casaleggio”. Celebra l’alleanza atlantica, ma avvisa: attenzione, apriremo alla Russia. Precisa: “Non siamo e non saremo razzisti”.

Caramelle per tutti. I cento minuti del signor Contratto

Cinque ore seduto ma nemmeno un filo di sudore, un millimetro di pochette fuori posto, un capello esausto. E che dire della cravatta? Il signor Contratto è entrato nell’aula del Senato a mezzogiorno e ne è uscito a sera vidimato e infine approvato dal voto e prima ancora da settantotto applausi.

Le forme umane di Giuseppe Conte (Prof.Avv.) il presidente del Consiglio, o anche l’esecutore, il mediatore, il tecnico, “il collega cittadino” di questo strano governo gialloverde sono apparse per la prima volta nella veste ufficiale. Ha parlato cento minuti e più, tra discorso programmatico e replica, realizzando un primato: costringere Matteo Salvini, l’influente socio di maggioranza, a disabilitare la connessione con i suoi fan. Neanche un tweet. Fermo e muto. Conte ha illustrato i problemi del mondo, almeno quelli che sono dentro il suo programma, col taglio eloquente del democristiano di buona famiglia, del moderato con un occhio a sinistra, del politico perbene. A Luigi Di Maio è piaciuto un sacco. Conte ha spiegato che il reddito di cittadinanza non si può fare se non si riformano i centri per l’impiego, che la flat tax sarà progressiva, che bisogna difendere gli ultimi ma attaccare il business che conduce gli ultimi nelle nostre case. È stato equanime nella vaghezza, e ciò gli ha consentito di ben figurare. Ha aperto il discorso facendo deferenti saluti al presidente della Repubblica, già amico poi ex oggi di nuovo intimo, e l’ha chiuso ringraziando la senatrice a vita Liliana Segre per il suo monito ad avere memoria, a ricordarsi di cosa è stata la persecuzione razziale, un’enormità in cui l’Europa è finita dentro.

Conte ha parlato molto anche forse per dimostrare che lui esiste. Umile e rispettoso dei ruoli ha però per quattro volte allargato le braccia indicando nei due dioscuri al suo fianco, Salvini e Di Maio, i plenipotenziari del governo. In nome della “trasparenza” che è dentro il contratto e anche fuori, ha fatto “chiarezza”. Ha parlato dei “diritti sociali”, ha tralasciato quelli civili, ha detto della giustizia, della lotta al conflitto di interessi e anche alla mafia. Qui, un po’ improvvisamente si è levata una standing ovation protattasi per qualche minuto e interrotta dalla presidente Alberti Casellati: “Colleghi, non è il caso”.

Come, non è il caso? I nuovi colleghi di Conte lo hanno guardato, squadrato, pesato. Vestito da statista, col timbro di voce appropriato e anche i toni giusti, compensa le piroette salviniane e anche la postura della maggioranza, a volte scomposta. Bisogna dire, e non sembri dettaglio da poco, che Conte ha fatto breccia anche in alcune senatrici di Forza Italia (“bell’uomo, voce suadente, intelligente, moderato”) e in alcuni altri di centrosinistra. Pierferdinando Casini: “Reggerà tanto, prendete nota”.

La felicità nella compostezza di Di Maio, mani conserte, cravatta ben indossata, profilo attento e sorridente da royal wedding, altra cosa rispetto a quella del sottosegretario Giancarlo Giorgetti, in debito di ossigeno dopo i primi venti minuti, abbondantemente distrutto dall’interminabile eloquio di Conte. Che pronunciava le parole come fossero caramelle: ora una caramellina per la sinistra (“dobbiamo ricordare la figura del bracciante ucciso in Calabria e onorarlo con i fatti”) e ora una per la destra (“dobbiamo estendere la legittima difesa”). Nessuna passione ma solo orazione, due citazioni, una della quale ripresa da un discorso di Macron ma colta: Dostoevskij su Puskin a proposito di popolo e populismo. Conte da Volturara Appula, provincia di Foggia, guarda al Nord ma anche al Sud, alle donne, ai disabili, ai giovani, eccetera eccetera. Guarda anche a Putin, però. Col quale dovremmo essere più amici perchè, ha detto il premier senza che si accorgesse del tocco di comicità, non dobbiamo mortificare la società civile russa”.

Primo sì per il governo Conte, la “lavatrice” del Salvimaio

Nessuna emozione palpitante nell’eloquio del nuovo premier, nessuna sorpresa nei numeri. Giuseppe Conte ottiene la prima fiducia di fronte al Senato della Repubblica esattamente con la cifra che si aspettava: 171 sì, 10 oltre la soglia della maggioranza assoluta. Sono i 167 senatori di Lega e Movimento 5 Stelle più 4 del gruppo misto (i due ex grillini Buccarella e Martelli e due eletti all’estero Merlo e Cario). I no sono stati invece 117, praticamente tutti dai banchi di Pd e Forza Italia. Gli astenuti 25: i 18 eletti di Fratelli d’Italia, il gruppo Per le Autonomie (eccetto Bressa e Casini) e alcuni dei senatori a vita (tra cui Liliana Segre).

L’impressione che si ricava dal primo, lunghissimo discorso pubblico di Giuseppe Conte – 71 minuti e 24 secondi, più altri 30 di replica – è che di Maio e Salvini abbiano piazzato a Palazzo Chigi una lavatrice. Conte prende il programma di Lega e Movimento Cinque Stelle e ripulisce i panni sporchi sui temi più sensibili: euro, Nato, immigrazione. Il professore presta la sua immagine compita e il suo eloquio pacato e rassicurante – un po’ rigido – ai due partiti che lo sostengono. Fuori dall’aula scherza sul suo status di presunto subalterno, circondato dai cronisti mentre passeggia verso Montecitorio: “Ho concordato il discorso con Di Maio e Salvini? In realtà hanno scritto tutto loro…”. Dentro, invece, si sforza di far sembrare ogni parola normale.

Mentre legge senza particolare enfasi le oltre 20 pagine di discorso, il nuovo Senato a trazione “populista” regala un colpo d’occhio significativo. I due partiti sconfitti, Pd e Forza Italia, sono confinati agli estremi dell’emiciclo. Il centro della scena è occupato dal blocco dei senatori di maggioranza. Alcuni passaggi sono interrotti con boati da stadio: il discorso di Conte viene applaudito 60 volte. Due volte si associano le opposizioni: nel passaggio sulla Nato e nell’omaggio a Soumaila Sacko, il bracciante e sindacalista ammazzato a San Calogero. I Cinque Stelle saltano in piedi quando viene ribadito l’impegno di combattere la mafia. Conte si dimentica dell’Ilva e della scuola: due parole che non pronuncia mai. Cita invece Philip Kotler (“Occorre ripensare il capitalismo”), Dostoevskij e Baudelaire (un lapsus: dice “paradisi artificiali” invece che “paradisi fiscali”). Commenta qualche ora dopo il grillino Nicola Morra: “Uno dei presidenti del Consiglio precedenti citava i Jalisse, mi pare che abbiamo fatto dei passi avanti”. Il destinatario, Matteo Renzi, in quel momento non c’è.

Ignazio La Russa tratteggia una sintesi crudelmente efficace del primo discorso un po’ pallido del premier: “Lei sicuramente ha un bagaglio culturale di primo livello, ma per non scontentare nessuno è stato lapalissiano. Ha detto che è contro la mafia, che è contro la criminalità, che non è razzista e, benedetto Iddio, lo vorrei vedere un presidente del Consiglio che viene qui e dice di essere a favore della mafia o del razzismo”.

Il senatore a vita Mario Monti è malinconico: se non ci fosse stato lui, dice, “oggi avreste la Troika”. Della quale peraltro non esclude il ritorno: gesti apotropaici dai banchi della Lega.

Poi tocca a Umberto Bossi, che si prende la briga di bocciare uno dei cavalli di battaglia del Salvimaio: “ È impensabile consegnare il reddito di cittadinanza ai centri per l’impiego, esistono sono solo sulla carta. Non possono controllare una legge così costosa”.

Licia Ronzulli illustra l’opposizione morbida di Forza Italia, rivolgendosi direttamente a “Giancarlo” (Giorgetti) e “Matteo” (Salvini): “Oggi imboccate una strada rischiosa rispetto a quella fatta insieme in questi anni. Siamo certi, però, che il tempo sarà galantuomo. Nel frattempo continueremo a governare ovunque in Italia”.

Poi c’è Renzi. Aveva detto che sarebbe stato “fuori dal giro per qualche mese” per le sue conferenze internazionali. Alla prima occasione, rieccolo: traccia la linea del Pd d’opposizione. “Come primo atto convocheremo al Copasir la ministra della Difesa (Elisabetta Trenta, ndr) per chiarire dei punti che ella conosce” (il conflitto d’interessi con una società da lei presieduta). Battezza Di Maio e Salvini: “Voi non siete lo Stato. Siete il potere, siete l’establishment”.

Il capo del Carroccio lo osserva dai banchi del governo (alla sinistra di Conte) dove è tornato a sedersi da pochi minuti: ha disertato gran parte della discussione pomeridiana (ma si è dedicato a Twitter e a una doppia polemica con Mario Balotelli e Fabrizio Corona). Torna attorno alle 17. Guarda negli occhi Renzi e accenna un sorriso di sfida. Più tardi si concede ai giornalisti. Ancora retorica da campagna elettorale: “Per i migranti la pacchia è stra-finita. Hanno mangiato alle spalle degli altri per troppo tempo”. Risponde alle parole della senatrice Segre, che teme leggi speciali contro i Rom: “A me basterebbe che loro rispettassero le leggi normali”. Torna sulla Tunisia: “Chiederò incontri per evitare che qualcuno aiuti gli scafisti”.

Oggi si replica a Montecitorio.

L’Apocalisse prossima ventura

Non è affatto vero che il governo Conte, diversamente dagli ultimi venti o trenta che l’hanno preceduto, sia vittima – per dirla con Antonio Socci – di un “pregiudizio universale” politico-giornalistico, volto a demolirlo prim’ancora che nasca. La verità è un’altra: quei geni diabolici di Rocco Casalino e Iva Garibaldi, capi-comunicazione dei 5Stelle e della Lega, si sono impossessati dell’intera stampa e dei partiti di opposizione, orientandone la linea politica in modo tale da creare sulla nuova compagine giallo-verde aspettative talmente terrificanti e apocalittiche che poi, se nel giro di poche settimane non si verificherà almeno la fine del mondo o della civiltà, gli italiani tireranno un sospiro di sollievo. E penseranno di essere amministrati dal migliore dei governi possibili. Ecco le prove.

Lingue e tonache. “Pure i preti leccano Di Maio. Genuflessi davanti al sagrestano di Casaleggio” (Libero, 9.4).

Corruttori. “Fico compra i comunisti. Soldi a Boldrini e Grasso” (il Giornale, 10.4).

Fancazzisti. “L’ideologia del Cinquestelle è fancazzismo puro” (Giovanni Sallusti, Libero, 11.4).

Il nulla. “Un governo sbucato dal nulla vuole governare l’Italia” (Livio Caputo, il Giornale, 11.4).

Addio pensioni. “Occhio, Fico tocca i vitalizi per poi tagliarci le pensioni” (Francesco Forte, il Giornale, 11.4).

La forca. “Amor di forca” (Mattia Feltri a proposito del discorso del pm Nino Di Matteo al forum della Fondazione Casaleggio, La Stampa, 11.4).

Russo-cinesi. “Flirt con Mosca e Pechino. La diplomazia di Salvini ora allarma gli Stati Uniti. Gelo con Parigi e Berlino” (La Stampa, 11.4).

Cretini. “(Di Battista) il cretino assoluto” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 13.4).

Liberazione. “Pericolo scampato. Il nostro 25 Aprile: liberi da Di Maio” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 25.4).

Rutto Party. “Rivotare contro il partito del rutto. Stop papocchi. Tocca cancellare le sciagurate elezioni del 4 marzo” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 26.4).

Rieditto bulgaro. “Di Maio come Berlusconi. Un editto bulgaro contro i direttori dei Tg Rai” (Sebastiano Messina, Repubblica, 4.5).

Eversori. “Tra eversione e disperazione” (Massimo Giannini, Repubblica, 7.5).

Bum! “L’esplosivo laboratorio populista” (Claudio Tito, Repubblica, 10.5).

Incubo. “Perché il governo da incubo è un sogno” (rag. Cerasa, Il Foglio, 10.5).

Spavento. “L’esecutivo M5S-Lega spaventa i mercati: ‘In Italia lo scenario politico peggiore’” (La Stampa, 11.5).

Brache. “Di Maio ordina: ‘Giù le brache’. E tutti se le calano. Vince il bullismo politico” (Libero, 11.5).

Dittatori. “Di Maio e Salvini sono due dittatori? In gran parte sì” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 13.5).

Bei tempi la P2. “Sono preoccupato per le sorti della nostra Italia” (Fabrizio Cicchitto, Libero, 13.5).

Condono. “Il ‘governo del cambiamento’ sarà l’ennesimo ‘governo del condono’ con i Cinque Stelle che perderanno la loro presunta verginità. Per gli evasori, grandi e piccoli, una buona notizia. Ma solo per loro” (Roberto Mania, Repubblica, 13.5).

Visigoti. “Roma apre le porte ai moderni barbari” (Financial Times, 15.5).

Bari. “Di Maio e Salvini: il grande bluff” (Repubblica, 15.5). “I due bari e l’ombra di Berlusconi” (Claudio Tito, Repubblica, 15.5).

Pirla. “Più che un governo è un aborto. Non sanno più che pirla pigliare” (Renato Farina, Libero, 15.5).

Addio Costituzione. “Il progetto è sottomettere la Costituzione” (Francesco Bei, La Stampa, 16.5).

Falliti. “Alto sgradimento. Non sono capaci. Salvini e Di Maio hanno fallito, inutile insistere” (Libero, 16.5).

Ah Sudamerica. “Governo Maduro. Nel contratto di governo di Lega e M5S per l’Italia c’è un futuro venezuelano” (Il Foglio, 16.5).

Solo macerie. “Bruxelles al limite della pazienza. Distruggere l’Italia per danneggiare l’Europa: a questo si riduce il contratto di governo tra Lega e 5S” (Andrea Bonanni, Repubblica, 16.5).

Terrore. “L’Italia spaventa la Ue e Wall Street. Bufera sul contratto fra Lega e M5S”, “Boccia: aumentare ancora il deficit porterebbe il paese allo schianto”, “Wall Street teme lo choc del ‘governo inaffidabile’” (La Stampa, 16.5).

Abolito il governo. “Nel contratto a 5 Stelle l’abolizione del governo” (Giornale, 16.5).

Addio pensioni. “Tagliano le pensioni” (Giornale, 17.5).

Delirakis. “Verso il governo Delirakis”, “Il dovere di dire no a un contratto che fa saltare l’Italia” (Il Foglio, 17.5).

Barricate. “Serve una grande mobilitazione contro chi minaccia l’Italia. Lega e M5S vogliono stravolgere le nostre istituzioni” (Carlo Calenda, Pd, ministro uscente dello Sviluppo, Il Foglio, 17.5).

Massacro. “Gioco al massacro. Se il governo passa, poi sarà bocciato dall’Europa” (Libero, 17.5).

Brrr che paura. “Il contratto spaventa i mercati. Spread oltre quota 150, giù la Borsa” (Repubblica, 17.5).

Spavento. “Ecco perché questo governo fa spavento” (Pietro Senaldi, Libero, 18.5).

Pcus. “Frenata sul Comitato-Politburo, ma il Parlamento resta a rischio” (Repubblica, 18.5).

Robespierre/1. “FI accusa: arriva Robespierre” (Corriere, 18.5).

Paradossali. “Euroschiaffo. Macron accende la miccia: ‘Lega e M5S paradossali’” (Libero, 18.5).

Tra Mussolini e Stalin. “Anche l’Urss di Stalin si era dotata di vincolo di mandato… L’unica volta in cui il Parlamento ne fu assoggettato risale ai tempi di Benito Mussolini” (Mattia Feltri, La Stampa, 18.5).

Addio Sud. “Contratto, spine su Tav e Mps. E il Mezzogiorno resta fuori” (Il Messaggero, 18.5).

CasaPutin. “Lega-M5S verso il traguardo, Putin tifa, la Ue si preoccupa”, “Il contratto c’è, il premier no. Putin e CasaPound sperano”, “La minaccia della cosa giallo-verde”, “Prova d’autore dei dilettanti allo sbaraglio” (Repubblica, 18.5).

Democrazia a rischio. “Se questa è la pasticciata Magna Carta partorita dalle menti che ‘stanno riscrivendo la storia’, c’è da temere per le sorti della democrazia” (Massimo Giannini, Repubblica, 18.5).

Peggio del peggio. “Il M5S governerà come la Raggi? Al peggio non c’è limite” (Aldo Cazzullo, Corriere, 19.5).

Aguzzini. “Un partito di ignoranti e di aguzzini che ha scelto come simbolo i Davigo e i Di Matteo” (Vittorio Sgarbi, il Giornale, 19.5).

Fine della democrazia/1. “Il contratto di governo rade al suolo la democrazia” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 19.5).

Fine della democrazia/2. “L’oscenità di chi combatte la democrazia rappresentativa” (Il Foglio, 19.5).

Persiani. “Contro i trumpiani italiani il Pd deve unirsi come i greci contro i persiani” (Giuliano da Empoli, Il Foglio, 19.5).

A fondo. “Beccatevi ’sto contratto. E così andremo a fondo” (Libero, 19.5).

Kgb e Stasi. “Sui processi un programma da fare invidia a Kgb e Stasi” (Filippo Facci, Libero, 21.5). “Saremo tutti imputati a vita, intercettati e super puniti” (Paolo Becchi e Giuseppe Palma, Libero, 21.5).

Morte al Sud. “Quel No alla Tav uccide il Sud” (Francesco Forte, il Giornale, 21.5).

Guerra alla Francia. “Il governo ancora non c’è, ma la Francia già lo teme” (il Giornale, 21.5).

Statalisti. “Va in scena il nuovo statalismo” (Carlo Cottarelli, La Stampa, 21.5).

Terrore giacobino. “(Conte) amico del popolo. Come Marat” (Aldo Cazzullo, Corriere, 21.5).

Torna Monti. “Premier non eletto. Conte come Monti, tornano i tecnici”, “Incubo spread e rating. Il giallo-verde spaventa”, “Confindustria teme il governo ‘contro il Nord’”, “In che mani finiremo”, “L’Italia perde un altro alleato. Ppe: ‘Scherzate col fuoco’” (Giornale, 22.5).

Comunisti. “Governo rosso o niente. Programma troppo sbilanciato a sinistra”, “Vogliono rifilarci un altro premier di sinistra”, “Mattarella non digerisce il premier maggiordomo” (Libero, 22.5).

Soldi in fuga/1. “Denaro in fuga dal governo più investitor-repellente possibile. Il governo M5S-Lega è già costato 33 miliardi” (Il Foglio, 22.5).

Soldi in fuga/2. “Incubo mercati per i gialloverdi. Già bruciato 1 miliardo” (Repubblica, 22.5).

Il partigiano Graziano. “Fermiamo la minaccia populista, faranno male a cittadini e imprese” (Graziano Delrio, Pd, ministro uscente dei Trasporti, Repubblica, 22.5).

Morte al Nord. “Il contratto senza idee per il Nord” (La Stampa, 22.5).

Torna Almirante. “Il nuovo giustizialismo italiano trent’anni dopo Almirante” (Sansonetti, Il Dubbio, 23.5).

Curriculum/1. “Il falso Conte”, “E sul premier in pectore c’è pure l’ombra di Stamina” (il Giornale, 23.5).

Curriculum/2. “Un laureato così non lo merita neppure l’Italia” (Vittorio Feltri, Libero, 23.5).

Debiti. “Rosso antico. Tutti aumentarono il debito, M5S punta a farlo scoppiare” (Libero, 23.5).

Anarchici. “Calenda infiamma il parterre Confindustria: ‘No al sovranismo anarcoide’” (Messaggero, 24.5).

Estremo oltraggio. “Oltraggio di Fico allo Stato (e a Falcone)” (Giornale, 24.5).

Addio banche. “Torna l’allarme banche. Fitch: ‘Sono in pericolo’” (Giornale, 24.5).

Robespierre/2. “Torna di moda l’ambizioso Robespierre” (Lucia Annunziata, La Stampa, 24.5).

L’hanno presa bene. “La finzione del nuovo”, “Lo squadrismo istituzionale”, “La vera paura di Bruxelles” (Repubblica, 24.5).

Rischio. “Il ‘contratto’ più vicino spinge il rischio Italia. Spread ancora a 190 punti. Secondo gli investitori le scelte del prossimo governo sono destinate a far scattare la fuga dai titoli del Tesoro” (Repubblica, 24.5).

Marcio. “Mattarella sceglie la mela guasta, Conte premierino” (Renato Farina, Libero, 24.5).

Grecia e troika. “Cosa vuol dire rischio Grecia. Le assonanze con Atene 2015 e che fare per non ritrovarci la Troika in casa” (Il Foglio, 24.5).

Il mondo ride. “Così nacque la Terza Repubblica, fra le risate del mondo intero” (Ferrara, Il Foglio, 24.5).

Arroganti. “L’arroganza al potere. Rischia di consumarsi uno strappo istituzionale senza precedenti con il Quirinale. Ma non si può calpestare la Carta” (Tito, Repubblica, 25.5).

Soffocamento. “Diffidate di chi sbarra le finestre. Non vuole proteggervi: vuole soffocarvi. Le tentazioni oggi hanno tre nomi: nazionalismo, sovranismo, protezionismo” (Beppe Severgnini, Sette-Corriere, 25.5).

Attila & C. “Il curriculum dei barbari” (il Foglio, 25.5).

Contro i giovani. “Il governo gialloverde spiazza i giovani. Si fida solo uno su tre” (Repubblica, 25.5).

Inquietudine/1. “Democrazie inquiete. C’è un caso Italia in Occidente” (Maurizio Molinari, La Stampa, 27.5). “L’instabilità spaventa i mercati Usa ‘Vendiamo i vostri bond’” (La Stampa, 27.5).

Il poliglotta. “Il professor Conte non ha alcuna esperienza di amministrazione. Niente, nada, nothing, nichts, rien. E come lo facciamo esordire? Al ponte di comando di un Paese occidentale, mentre il mare internazionale è agitato. È come se la Marina militare affidasse la portaerei Cavour a un caporale degli alpini, magari bravissimo. Si può fare, ma è da incoscienti… Nel mondo quello che sta accadendo in Italia viene forse classificato nella (fastidiosa) categoria del pittoresco. Ma in Europa vedono tutto, e capiscono abbastanza bene” (Severgnini, Corriere, 27.5).

Metto su un disco. “La tentazione di rifugiarsi nella musica” (Corrado Augias, Repubblica, 29.5).

Violenza. “La violenza contagia la politica” (Luigi La Spina, La Stampa, 29.5).

Neurodeliri. “Con l’euro o con la neuro. Ribelliamoci allo sfascismo” (rag. Cerasa, Il Foglio, 29.5).

La notte di Repubblica. “Tragedia greca. Con un mix di cinismo e dilettantismo, i ‘diarchi’ dell’ennesima notte della Repubblica hanno speculato sulla pelle degli italiani” (Giannini, Repubblica, 30.5).

Tutti matti. “Manicomio Italia. Sono impazziti tutti quanti. Il presidente ha perso la testa., Giggino deve farsi ricoverare., Il virus colpisce anche Giorgia. I democratici sono incurabili” (Libero, 31.5).

Caos costi. “Aste Btp, il caos sui mercati ci è già costato 144 milioni” (Federico Fubini, Corriere, 31.5).

Troika. “Quella vignetta (della Frankfurter Allgemeine, ndr) rappresenta in modo feroce ma veritiero quello che rischiava di accadere con il governo grillo-leghista… le premesse per l’uscita dall’euro o per l’arrivo della Troika… Un suicidio” (Aldo Cazzullo, Corriere, 31.5).

Apocalisse. “Un governo frastornante, ricco dei consigli di Gigi Bisignani e di Enrico Mentana.., Per un giorno voglio credere che la catastrofe sarà un naufragio molto allegro” (Ferrara, Il Foglio, 1.6).

I pagliacci. “Pagliacciata” (Libero, 1.6).

Pauperisti. “Il no di Berlusconi: troppi grillini. ‘Ci opporremo a pauperismo e giustizialismo’” (Corriere, 2.6).

Spergiuri. “Giurano gli spergiuri” (Francesco Merlo, Repubblica, 2.6). “Spergiuramento” (Sallusti, Giornale, 2.6).

Esequie. “Funerale della politica”, “Incompetenza al potere” (Libero, 2.6).

Impasto. “Non possiamo considerare quello di ieri (col giuramento del governo Conte, ndr) un giorno normale… L’impasto di inesperienza, improvvisazione e arroganza non tarderà ad emergere. Allacciate le cinture” (Mario Calabresi, Repubblica, 2.6).

Le mani sulla Rai. “La Rai primo obiettivo: la nuova maggioranza vuole tutte le poltrone” (Giornale, 2.6).

Inquietudine/2. “Italia, la crisi che inquieta le democrazie” (Bill Emmott, La Stampa, 2.6).

Finis Europae. “Bruxelles fra voglia di dialogo e timori: ‘L’Europa rischia di non sopravvivere’” (La Stampa, 2.6).

The end. “La democrazia finisce piano piano” (Espresso, 3.6).

Achtung banditen. “Quell’asse pericoloso tra populisti e anti-europei” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 3.6).

Fine dei diritti. “M5S tradisce i diritti civili” (Michela Marzano, Repubblica, 3.6).

Cosacchi. “Un cosacco come presidente: Fico fa il pugno chiuso. Non merita di guidare la Camera. E poi c’è chi parla di ritorno al fascismo…” (Libero, 3.6).

Dalla Russia con furore. “Quei sospetti sull’asse russo. Berlino e Parigi iniziano a chiedersi se l’Italia può diventare la testa di ponte dei 2 populismi di Trump e Putin” (Bonanni, Repubblica, 4.6).

Camicie nere. “Avremo un lepenismo (corretto da assistenzialismo al Sud spacciato per facsimile di reddito di cittadinanza)… una ‘destra realizzata’… La ‘destra reale’ europea oggi siamo noi, laboratorio con tutti i potenziali esplosivi del continente: il piano B anti euro e contro la Ue, il legame con Putin, la simpatia per Erdogan, l’ammirazione per Orbán, il lavoro con Farage e Le Pen… Ribellismo, velleitarismo, ideologismo, dilettantismo. Un tempo c’era una vecchia parola socialista per definire tutto questo: avventurismo” (Ezio Mauro, Repubblica, 4.6).

Rousseau è fra noi. “Il piano di Casaleggio jr.: piazzare ‘Rousseau’ nella Pa” (Giornale, 4.6).

Ps. Il governo Conte ha ottenuto la fiducia dal Parlamento ieri, 5 giugno 2018. Troppo tardi: tutto il peggio era già accaduto.

Il futuro verde di Fca, secondo Marchionne

Cosa sia cambiato nella testa di Sergio Marchionne rispetto a quell’ottobre 2017, quando davanti alla platea dell’Università di Trento bollava l’auto elettrica come una non soluzione per il futuro e una “minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta”, non è dato sapere. Fatto sta che alla presentazione del nuovo piano industriale 2018-2022, il numero uno di Fca ha annunciato un piano massiccio per l’elettrificazione dei marchi del gruppo italo-americano, con investimenti per 9 miliardi di euro. Un impegno per ridurre la dipendenza dal petrolio. In ossequio a quanto dichiarato in gennaio, quando Marchionne stesso ammetteva che entro il 2025 la metà dei veicoli venduti al mondo sarebbe stata ibrida o elettrica.

Un cambio di passo, dunque, dettato sia da ragioni economiche (continuare a sviluppare i diesel è sempre più costoso) che commerciali. E che coinvolgerà in primis il marchio Fiat, da poco declassato al rango di “regionale”, che invece ben si presta a fare da apripista per la mobilità a elettroni: la 500 a batteria sarà una realtà anche da noi, affiancata dalla novità Giardiniera, mentre 500X ed L avranno una variante ibrida. Ma non finisce qui: anche marchi di punta come Alfa Romeo e, soprattutto, Jeep potranno contare sui loro bei modelli ibridi ed elettrici. Mentre a Maserati spetterà il compito più arduo: la nuova Alfieri, che sostituirà la Gran Turismo, avrà una variante elettrica che andrà a sfidare nientemeno che sua maestà Tesla.

La Bugatti Chiron diventa un Lego da 3.599 pezzi

La vera Bugatti Chiron costa 2,4 milioni di euro e sarà prodotta in appena 500 esemplari: un mezzo per pochissimi fortunati, quindi. Tuttavia, gli appassionati di auto che non possono permettersela, potranno ripiegare sul modellino della vettura realizzato da Lego. Fa parte della collezione “Technic”: è in scala 1:8, misura 14 cm di altezza, 56 cm di lunghezza e 25 cm di larghezza e si compone di 3.599 pezzi. Prezzo? 400 euro. “I nostri designer hanno svolto un lavoro incredibile, riproducendo i dettagli del design iconico di Bugatti”, ha dichiarato Niels B. Christiansen, ceo di Lego Group. “Questa riproduzione testimonia che con i mattoncini Lego si può veramente costruire qualsiasi cosa. È un modello enorme e non vedo l’ora di iniziare a costruirlo per me stesso”. La Chiron di Lego include particolari finemente riprodotti, come la carrozzeria aerodinamica con l’ala posteriore attiva, cerchi a razze dotati di logo e pneumatici a basso profilo. Addirittura, i pistoni del motore W16 sono mobili. All’interno, invece, figurano un cambio Technic a 8 rapporti e un volante con l’emblema Bugatti. Ciascuna confezione è personalizzata con numero di serie unico, nascosto sotto il cofano: include un libretto da collezione a colori, con istruzioni per la costruzione completa.

“Sono impressionato dalla precisione e raffinatezza con cui la nostra supercar sportiva è stata riprodotta nel mondo Lego e sono sicuro che sia i fan dei mattoncini che quelli di Bugatti adoreranno questo prodotto”, ha commentato Stephan Winkelmann, presidente di Bugatti Automobiles.

Jaguar a emissioni zero. I-Pace: il suv che non t’aspetti

La vera conquista, per un’auto elettrica, è quella di sembrare normale. Perché una delle chiavi d’accesso per la diffusione della mobilità a elettroni potrebbe essere proprio il design. E il loro, in generale, non è un granché. Nondimeno le linee della Jaguar I-Pace, primo suv a emissioni zero della casa inglese, vanno in controtendenza: sono sinuose, nonostante le proporzioni siano state adattate alle necessità di un’auto a batteria che le batterie stesse, tra l’altro, le ha ben protette sotto l’abitacolo. E poi, un muso corto: non c’era bisogno di esagerare in allungo visto che il motore lì davanti non occupa molto spazio. Anzi, i motori: sono due, uno nella posizione tradizionale e uno al retrotreno.

Per una potenza complessiva di 400 Cv, una velocità di punta di 200 km orari e un’accelerazione da 0 a 100 in 4,8 secondi. Prestazioni che sembrano ben simboleggiate da quell’abitacolo avanzato, quasi proteso in avanti. Ma anche spazioso (anche se il cruscotto poteva essere meno imponente) per passeggeri e bagagli, elegante e tecnologico quanto basta: poche leve e pulsanti, sostituiti da schermi touch tramite cui comandare sia l’infotainment che le altre funzioni di bordo, come la climatizzazione. E poi finiture e materiali di pregio come si addice a un oggetto che non è per tutti, visto che il listino parte da poco sotto gli 80 mila euro per arrivare agli oltre 104 mila della First Edition, la serie limitata che apre le danze commerciali di questo modello. Dicevamo delle prestazioni. Le elettriche e, in particolare, la I-Pace hanno un grosso pregio: quello di darti tutta la spinta da subito, senza risparmiarsi.

È un piacere premere su quel pedale, che in fin dei conti è l’unico da dover usare davvero: quando lo si rilascia, l’auto frena da sola per “rigenerare” le batterie. Una sensazione strana le prime volte, perché di solito quando si solleva il piede ci si aspettano decelerazioni più light, ma è solo questione di abitudine. A proposito di batterie, la ricarica si gestisce anche tramite app per smartphone: con quella veloce (100 kW) ci vogliono 40 minuti per l’80% della capienza, mentre da casa o con una wallbox (7 kW) per ottenere lo stesso risultato servono 10 ore. L’autonomia, stando ai dati del costruttore, è di 480 chilometri: buon risultato, ma difficilmente riscontrabile nella realtà dove i km effettivi dipendono da tante variabili, come ad esempio il clima e il piede più o meno pesante. Comunque sia, oltre ad essere piacevole da guidare, questa I-Pace è anche un’auto furba: nel 2017 le elettriche vendute nel mondo sono state 1,3 milioni, e sono destinate a crescere. Così come i suv, le cui vendite arriveranno a quota 24,3 milioni all’anno dal 2020. Mettere sul mercato una sport utility a batteria, dunque, non è un’idea peregrina.

Father John Misty: cosa non si fa in un hotel

Chiudersi in una stanza d’hotel e trovare l’ispirazione per scrivere canzoni non è un’idea granché originale. Ma, a quanto pare, di questi tempi, è così che va il mondo della musica: Father John Misty, alter ego di Joshua Tillman, dopo essersi rintanato in un albergo di New York per due mesi, con il conforto di casse di bottiglie di alcol, droghe e un cuore spezzato (dall’amata/odiata Honeybear, si vocifera l’abbia tradito), pubblica God’s Favorite Customer, quarto capitolo della sua discografia da solista. Composto da 10 brani caratterizzati da un approccio intimistico e fedele a quel folk-rock cantautorale col quale si è fatto conoscere (consigliati Hangout at the Gallows, Please Don’t Die e The Songwriter), l’impressione è che il “cliente preferito di Dio” tenda all’autocommiserazione, senza tuttavia darsi per vinto da quei fantasmi interiori che qui affronta e combatte. Registrato in 2 settimane, Joshua Tillman si concentra su se stesso, dopo aver esplorato nel precedente Pure Comedy le condizioni dell’umanità intera.

Caputo ha ritrovato i suoi “oggetti smarriti”

Era il 1983 e anche il Belpaese aveva trovato il suo crooner. Sergio Caputo, ex pubblicitario romano, è emerso con Un sabato italiano, un indovinato mix di pop e swing frizzante, una canzone entrata nell’immaginario collettivo e riproposta fedelmente ancora oggi nei piano bar. Il jazz è stato il suo grande amore tra alti e bassi a livello discografico. Oggetti smarriti è il punto della sua carriera: la riproposizione in chiave unplugged di alcuni brani del passato ai quali si aggiungono tre inediti. “Meglio Così”, “Libertà dove sei”, “Rifarsi una vita”, “A bazzicare il lungomare” sono canzoni degli anni Ottanta, conservano la stessa freschezza e lo stile diretto del cantautore, in una veste scevra del ritmo basso-batteria. Ci sono momenti nei quali sembra di ascoltare dei “demo”, dei provini non ancora messi a fuoco ed è questa la cifra stilistica dell’album, avvicinare ad un ascolto intimo senza fronzoli e senza filtri. “Scrivimi scrivimi” è l’unico brano con un gran lavoro di postproduzione e scelto come singolo. Parla dei rapporti creati ai tempi dei social, con le contraddizioni di incontri “facili” smentiti poi dal gap della tastiera: tutti leoni dietro uno schermo ma topolini dal vivo. I due altri inediti sono “Io, l’ombra e la luna” e “Via Borsieri Blues” (per inciso non è una dedica al celebre club jazz Blue Note di Milano ma alla via romana che ospitava una ex trattoria). La pubblicazione del disco è stata attraversata da una polemica con oggetto i network radiofonici: Caputo in una intervista a un quotidiano ha detto che le radio in Italia trasmettono i soliti brani dei soliti artisti, legate alle major discografiche.

Il giorno successivo Renzo Arbore ha voluto rafforzare il pensiero di Caputo affondando ancora di più il coltello: “Le radio oggi trasmettono musica omologata; è difficile ascoltare un buon prodotto originale che non risponda solo a logiche commerciali. Non ci sono più i Dj che scelgono le canzoni in totale autonomia. Lo faceva, ad esempio Gegè Telesforo, l’ultimo è stato Fiorello”.