“Da anni scrivo successi per altri. Ora tocca a me”

Se vuoi fare strada devi avere fiducia e mantenere il controllo. “Una volta, con la band, il nostro Ducato anni 90 ci fece un brutto scherzo in autostrada”, ricorda Davide Petrella. “Dopo Barberino del Mugello il cambio si bloccò sulla quinta, in discesa. Mantenni i nervi saldi e planando riuscii ad arrivare in autogrill”. Gavetta ne ha fatta a palate, il 33enne canta-autore napoletano. “Agli esordi suonammo di fronte a sette persone, in un locale di Modena. Carica e scarica gli strumenti, chiuditi in garage, trova le idee. Avevo iniziato con la batteria, ero un ragazzino. Volevo emulare mio fratello, ma lui era più bravo. Così presi lezioni di piano, chitarra, mi misi a cantare”. Un mazzo così: ma a qualcosa è servito. Se una volta c’erano i Grandi Vecchi dei misteri italiani, oggi ci sono i Grandi Giovani che dettano la linea del pop tricolore. Dopo un apprendistato di lusso come frontman de Le Strisce, Petrella ha messo la firma su tanti dei successi dei big: da Vorrei ma non posto di J-Ax & Fedez a Fenomenale della Nannini; da Pamplona di Fabri Fibra a Nuova luce di Renga. E ancora: Elisa, Emma, Takagi & Ketra, un paio di cose su Oh vita di Jovanotti e buona parte dell’album Logico di Cremonini. Insomma, un hitmaker con i cassetti pieni di pezzi che fanno bingo in classifica. “Cesare è un fratellone, in studio tiene botta al mio stakanovismo; Lorenzo dopo 30 anni sulla breccia si entusiasma ancora come un bambino; con Gianna ci siamo divertiti, sentivo che il pezzo fosse su misura per lei”. Poi Davide si è ricordato di non essere solo un fabbricante di gioielli altrui. Quest’anno ci ha messo la faccia: è arrivato sino alla semifinale delle nuove proposte di Sanremo, ma non è sbarcato all’Ariston. “Ci sono rimasto male. È servito. La tv non fa per me, detesto il playback, non so recitare. Viva i concerti, e quanto ai dischi posso scriverne uno in sette giorni. Di certo la mia è una rara patologia mentale”. Ne aveva già pronto uno, di album, ma l’ha rimesso in freezer, “perché quest’altro lo sentivo molto più mio, tra pop, indie, trap e percorsi fuori da ogni etichetta”. Il suo esordio si intitola Litigare: c’è una title-track dal video disturbante, un plot di aggressività generazionale “con cui volevo proporre uno choc narrativo, in una Napoli notturna nella quale qualcuno, ahimé, ha visto tracce di Gomorra. Nella mia città è un cliché, così come lo sono le critiche che noi napoletani rivolgiamo ai concittadini che hanno successo, da Saviano a Liberato. Ci diamo addosso da soli”. E c’è un’altra canzone chiave, Skyline, “dove invito i ragazzi a vivere meno sui social. Cito nello stesso verso Zuckerberg e l’inventore dell’atomica, Oppenheimer, ma non se ne è accorto nessuno”, ride. Per chi scrivere, in futuro? “Mi piacerebbe comporre canzoni napoletane per Bocelli. E poi per Vasco… perché sono tanti anni che non sento più una sua grande canzone. Oddio che ho detto? Non è che mo’ mi cazzia?”. Chissà.

L’amore, la tenerezza e le nuove famiglie

Gabriella Genisi è famosa per aver creato il personaggio del Commissario Lolita Lobosco, ritenuto dalla critica l’alter ego al femminile del Commissario Montalbano.

Stavolta si è cimentata in un nuovo genere, accostabile al “romanzo di formazione”. Il libro si intitola La teoria di Camila, una nuova geografia familiare il cui tema portante si può così riassumere: affrontare il momento della perdita di un genitore segna il passaggio all’età adulta, poiché “è quando smetti di essere figlio che diventi adulto”. Roma. Marco ha 50 anni, un’ex moglie, una moglie con un “contratto in scadenza” – così la definisce lui –, due figli, un’amante molto più giovane di lui, e parecchie partite di calcetto tra amici. Una vita matrimoniale che arranca, farcita di bugie e scappatelle: “Spesso frequentavo tre ragazze alla volta. La sera inviavo una buonanotte uguale alle mie donne diverse”. Fin qui può sembrare la trama di un romanzetto da poco, di quelli pescati nelle ceste delle grandi occasioni negli autogrill. La verità è che questa carriera di gran viveur, incurante degli affetti che lo circondano e affetto da un’insanabile sindrome di Peter Pan, viene stroncata dalla morte del padre, soprannominato “il Professore”. È questo il momento di rottura della trama: con la morte del padre, Marco si ritrova a fare i conti con se stesso, con il genitore che ormai non ha più, con l’accumulo di sciatteria ed egoismi collezionati negli anni e con una vita che ha bisogno d’essere stravolta perchè sia felice.

A fare da “Virgilio” a Marco, sarà Camila, la signora che per tre anni si è occupata del padre e che sogna di essere architetto. Una donna dolce, materna, che ha nutrito di affetto e comprensione un uomo che per anni aveva perso l’entusiasmo di parlare addirittura con la propria moglie.

Dal momento in cui i due si incontreranno, scatterà la scintilla. Conoscere a fondo Camila, sarà il modo, per Marco di conoscere il papà. Ma non è tutto: ad arricchire le chiacchierate tra i due protagonisti, un diario scritto dal Professore – e da Camila –, che racconta gli umori, le verità e le dinamiche della famiglia di Marco ai tempi della sua infanzia ma non solo.

Questo libro non ha molte pretese, se non quello di analizzare nel dettaglio due situazioni più comuni di quanto spesso ci si convinca che non lo siano. Da una parte legittimare il bisogno di tenerezza che molti anziani cercano tra le braccia delle cosiddette “badanti”. E Gabriella Genisi lo fa con una delicatezza e un tatto non indifferenti. Dall’altra, prendere un’esistenza all’apparenza vivace, ma nel concreto sconclusionata, come quella di Marco, e ribaltarla, quando questa sembra essere allo Zenit dell’inconsistenza, utilizzando l’escamotage inaspettato e doloroso della morte.

Sanremo, dove tutto è lecito. Persino i selfie con Malgioglio

Da oggi in libreria “Con i piedi ben piantati sulle nuvole”, il nuovo libro di Andrea Scanzi. Ne pubblichiamo uno stralcio tratto dal capitolo “Sanremo”.

Afebbraio del 2018 sono stato scelto da Claudio Baglioni come uno dei giurati di qualità. In veste di giurato ho avuto modo di dare voti agli artisti, ma più ancora di osservare ciò che accade in quella settimana. Perché, in quei giorni, si parla solo di Sanremo? Perché quelle canzoni hanno così tanto effetto su molti di noi? Da cosa deriva quell’incantamento generalizzato?

Ovviamente non ho trovato risposte. Posso però dirvi che in quei giorni Sanremo vive una totale sospensione della razionalità. Quel che accade in quei giorni a Sanremo, non accade mai più a Sanremo. È una parentesi, dichiarata e deliberata, dove tutto è lecito. Meglio ancora se improbabile. A supporto della mia tesi, porto tre prove che ritengo inconfutabili. La prima prova coincide con ciò che qui chiamerò “Legge di Riccardo Fogli”. In quei giorni ho alloggiato nello stesso hotel degli artisti. Ogni giorno e a ogni ora, c’erano centinaia di donne e uomini – di ogni età: dalle ragazzine ai coetanei del Mazzini – che se ne stavano appostati per vedere qualcuno. Non importava chi: l’unica cosa che contava è che quel qualcuno fosse anche solo minimamente noto. Tali pellegrini della fama altrui pascolavano senza sosta tra hall e bar dell’hotel, sperando in uno sguardo benevolo di Ron o anche solo in una stretta di mano di Pino Donaggio. Ho visto uomini rischiare la vita per un selfie con Malgioglio, e anche solo da questo ho capito che l’umanità non avrà mai salvezza.

Un giorno, mi pare venerdì, attorno alle dodici è uscito dall’ascensore Riccardo Fogli. I pellegrini di cui sopra sono impazziti, neanche avessero visto Mick Jagger nel ’68. Anzi di più, perché se avessero visto Mick Jagger non lo avrebbero riconosciuto mica. Va da sé che, quei pellegrini, di Riccardo Fogli non conoscevano nemmeno mezza canzone. Soprattutto le ragazzine, che lo guardavano rapite come il nipote osserva il nonnetto facoltoso che prima o poi dovrà scegliere a chi lasciare l’eredità. Quel che contava era che Fogli, in quei giorni e solo in quei giorni, assurgesse a “divo”. Se avessero incontrato Riccardo Fogli e i suoi capelli finemente cotonati a Varazze, in primavera e senza telecamere, non se lo sarebbero filato neanche per sbaglio. Secondo me lo avrebbero picchiato pure. Ma Sanremo è Sanremo.

La seconda prova è quella che definirò “Purché respiri”. Mentre passeggiavo con una ragazza, immerso in quella bella complicità che esiste tra uomo e donna finché non si palesa quel morbo mefitico chiamato routine, un signore con blocchetto e macchina fotografica si è lanciato verso di me. Ho pensato, invero in un eccessivo moto d’orgoglio, di essere di lì a poco vittima di un attentato. Ma non ho mai avuto il fisico per attirare contro di me i Gaetano Bresci. Il tizio con blocchetto voleva solo un autografo. Non sapeva, per sua stessa ammissione, chi diavolo io fossi. Intuiva però che per qualcuno fossi, così – sbagliando tre volte il mio cognome – mi ha alfine estorto foto e firma. Poi, dopo avere ottenuto il malloppo, se n’è andato mediamente felice a cercare altre vittime. Non prima di avermi detto, e vi giuro che non era ironico: “Mi piace molto quando lei va in tivù, soprattutto dalla Maria a Uomini e Donne”. (Io non sono mai stato dalla Maria a Uomini e Donne. E di ciò mi dolgo, perché il mio sogno è sempre stato diventare tronista esistenzialista).

La terza prova passerà alla storia come “Apologo di Allevi”. Un altro dei giurati di qualità era proprio lui, Giovanni Allevi. Quando la sera finale ci siamo recati a teatro, siamo passati davanti ad alcuni spettatori piuttosto esagitati. Avevano il biglietto per la finale, quindi erano anche particolarmente fieri di loro stessi. E pure abbastanza facoltosi. Passa Milly Carlucci, e tutti a stringerla e fotografarla. Passa Rocco Papaleo, e più o meno accade lo stesso. Passa Serena Autieri, e anche lì scene da Greta Garbo. Quindi passa Allevi. Ne nasce un parapiglia. Una signora si sporge e grida: “Guarda, c’è anche Cristicchi!”. Allevi passa e neanche la sente. Invece quella accanto, disgustata dall’errore testé udito, guarda male la rivale e la corregge: “Ma cosa dici? Quello non è Cristicchi, è Branduardi!”. E lo dice fiera, senza che nessuno osi contraddirla. Men che meno Allevi, che continua a non accorgersi di nulla. Beato lui.

A Sanremo, in quei giorni, vale tutto. Non ci sono regole. Non c’è logica. Non c’è razionalità. Solo delirio, isteria e follia senza poesia. Praticamente, accade quel che accade in Italia tutto il resto dell’anno.

Raffaello e Michelangelo. I geni tornano a parlarsi

Una stanza tutta per loro. Raffaello Sanzio e Michelangelo Buonarroti, geni del Rinascimento, tornano a parlarsi a Firenze come nei primi anni del 500. A indicare la strada circolare verso i due è Fra’ Bartolomeo, grande dimenticato della scena del tempo, ora con loro nella sala “Raffaello e Michelangelo”, aperta da oggi al pubblico e ideata dal direttore delle Gallerie Eike Schmidt. Vi si accede da una porta chiusa dal 1500. Il percorso è una sorpresa per l’occhio e “un invito a pensare per il cervello”, spiega il direttore. In una teca posta in perpendicolare alla parete, Adorazione del bambino e Presentazione al Tempio di Fra’ Bartolomeo hanno appena catturato lo sguardo, che subito dietro, alla parete di fondo, la sua Visione di San Bernardo raddoppia lo stupore, e come in una lente di ingrandimento si rivede il bambino più piccolo ingrandito e il manto della Madonna più blu: la vista è in trappola.

È possibile uscirne solo spostandola a sinistra, dove l’aspetta la Madonna col Cardellino di Raffaello a metterne in mostra richiami e differenze tra i due autori allora amici. Sorpresa per questo capolavoro “da corridoio”, dove è rimasto per sei anni, dal 2012 e che ora si riunisce al Tondo Doni, dipinto da Michelangelo all’incirca nello stesso periodo. Già, il Tondo, affiancato ora più a sinistra ai due ritratti di Maddalena e Agnolo di Raffaello, arrivati da Palazzo Pitti. Cosicché i committenti come in casa loro, ora possono ammirare l’opera commissionata. Il Tondo, dicevamo, custodito in una teca a cassaforte, che avvisa il direttore sul cellulare se al suo interno varia anche solo di poco il microclima, e alla cui destra sta Testa detta di “Alessandro morente”. Statua questa, che non solo avrebbe ispirato uno dei personaggi sullo sfondo a destra del Tondo, il Lacoonte, ma anche il San Giovanni Battista di Raffaello e Bottega che la affianca. Eppure è assurta per decenni a ruolo di poggia-gomito per turisti nel corridoio delle Gallerie. “Sventura sua era accanto alla finestra panoramica – svela il direttore – da cui pare che i visitatori debbano vedere l’Arno – continua sarcastico Schmidt – e per questo era loro utile come punto d’appoggio”. La nuova sala è una delle rivoluzioni del tedesco, criticato fin dal suo insediamento nel 2015, che confessa di aver visto accelerare il suo programma solo quando ha dichiarato di lasciare nel 2020.

Una rivoluzione “di ispirazione rinascimentale” che vuole far tornare le opere e gli artisti a parlarsi, ma soprattutto non fatta solo di numeri. “Che te ne fai di belle cifre se la gente, a parte aver fatto qualche foto e speso dei soldi per entrare non si porta dietro niente, oppure ricorda sempre le stesse opere?”, si chiede Schmidt di ritorno dalla Cina, dove continuano a chiedergli in prestito Michelangelo, Leonardo e Raffaello, e lui continua a negarglieli. Una rivoluzione di difficoltà inaspettate come quella della lotta ai bagarini. “Abbiamo ridotto il 70% i loro affari, ma non è stato facile – confessa – sono molto protetti, non si capisce come mai”. Non ne fa neanche una questione di soldi, Schmidt: “Quelli non bastano mai – spiega – ma è come per i collezionisti, i più ricchi non mettono mai insieme le collezioni migliori”. Il suo obiettivo è “prendere sul serio i visitatori, dopo un lungo periodo in cui le opere d’arte venivano trattate come una collezione di francobolli”. Per ora, nel futuro a breve termine ci riserva l’inaugurazione della nuova sala Leonardo, che completerà il lavoro di “dialogo” tra i grandi artisti, e magari l’acquisto di nuove opere d’arte, altra attività iniziata da Schmidt e che lui stesso spera “non finisca nei depositi”. Ma il futuro sono anche tre mostre da aprire nel prossimo mese: dalla retrospettiva su Fritz Koeing (dal 21 giugno), a “Islam e Firenze” (dal 22 giugno), a “A cavallo del tempo. L’arte di cavalcare dall’antichità al Medioevo” (26 giugno). Perché chi conosce il “direttore straniero” con il suo accento impeccabile e la sua cultura di Firenze, l’arte, la città e anche il campanilismo (“Una volta gli Uffizi erano divisi in scuola senese, scuola pisana, scuola pratese. La scuola veneziana è tutta nel mio ufficio”, scherza), sa che ogni mese ne inventa almeno una (di mostra). Che “da quando c’è lui non ci sono picchi di visitatori, ma solo un grande picco”, giocano i suoi collaboratori. Ma non tutti sanno che sta per togliersi un sassolino dalla scarpa: renderà noto l’elenco delle opere che dagli Uffizi sono finite negli uffici dell’amministrazione pubblica italiana. “Quella che i magazzini siano pieni di capolavori è una leggenda”, racconta. “Magari fossi così. Dal 1870, prefetti, questori, magistrati e politici, fino alle ambasciate decorarono gli uffici con opere degli Uffizi. Pubblicheremo l’inventario, così tutti sapranno dove trovarle”. È il microclima che cambia.

Povera Maria Elena le è rimasto solo il piccolo “Etrurio”

Ieri, sul Fatto, Vincenzo Iurillo raccontava tutto lo strazio di Domenico Tuccillo. Chi era costui? Il sindaco Pd di Afragola (Napoli), in campagna elettorale per un secondo mandato. In un’intervista al Mattino, Tuccillo ha chiesto senza mezzi termini ai big quanto segue: “Non fatevi vedere o perdo”. E già qui c’è tutta la smisurata mestizia della “classe dirigente” pidino-renziana. Peraltro Tuccillo ha chiesto la stessa cosa consigliata dall’ineffabile Jim Messina a Renzi & Boschi, durante la trionfale battaglia per il 4 dicembre: non fatevi più vedere in tivù, altrimenti il “no” salirà ancora. Infatti. Per i renziano-pidini è un momento tetro: dopo il veto a Savona credevano che fosse risolto tutto. Persino al titanico Mario Lavia era tornato il sorriso. Invece, con la nascita del vile Salvimaio, la loro vita è diventata un Golgota indicibile. Mario Giordano ha ironizzato sul rosicamento dei Severgnini e Zucconi, che dall’alto del loro iperuranio non riescono a darsi pace di fronte all’esecutivo giallo-verde-nero. Un governo che nasce con miliardi di dubbi e anomalie, ma le critiche hanno senso se le fa un elettore di Potere del Popolo o un sognatore della “sinistra vera”: suonano invece comicamente ipocrite se partono da chi aveva (aveva?) il poster in camera di Renzi e “inciuciava” con gli Alfano e i Verdini, al cui confronto Centinaio è come minimo Spadolini. Il loro dolore è ora tanto infinito quanto divertentissimo.

Vedere il broncio inconsolabile di Annina Ascani, due sere fa da Giletti, era impagabile. Come pure il diversamente coerente Genny Migliore, che al Tg1 si è reinventato oppositore e straparla ora di fascismo e razzismo. Eia eia alalà. O Michele Serra, che da Fazio ci ha fatto sapere che non si sente rappresentato da nessuno: non è certo il solo, ma sfugge come questo smarrimento si sia tradotto finora nel votare Renzi o – al massimo dell’iconoclastia – lo specchietto per le allodole Emma Bonino. In questo gran ballo del rosicante, si nota non senza dolore una mancanza: che fine ha fatto Maria Elena Boschi? Ve la ricordate? Ma sì, dai. Quella che aveva così alacremente operato per svilire la Costituzione. Quella che tre anni fa puntò tutto su un ragazzino come sindaco della città allora più renziana del globo (Arezzo), e il ragazzino riuscì a perdere. Quella del caso Etruria, quella della scorta, quella che nella sua provincia (sempre Arezzo) non si vede quasi più. Quella del papà famoso forse controvoglia. Quella che hanno spedito a Bolzano per garantirle lo scranno. Quella a cui un posto bisogna trovarlo per forza (chissà poi perché). Quella che, fino all’altroieri, era celebrata neanche fosse Nilde Iotti. Immortali, in tal senso, le parole per nulla eccessive di Bruno Vespa, che la accostò “alle nobildonne rinascimentali che lasciano beni e affetti perché rapite da una vocazione religiosa”. La Boschi assurgeva dunque a novella Santa Teresa d’Avila “che acquista sensualità nel momento in cui la trafigge la freccia dell’estasi divina”. Ebbene: che fine ha fatto tal nobildonna? Forse è a Laterina, forse a Bolzano. Forse in Parlamento. Di sicuro su Instagram. L’altro giorno, come ha notato Silvia Truzzi sul Fatto del Lunedì, la novella Santa Teresa d’Avila ha postato su Instagram la foto di un piccolo gattino beige. Davvero bellissimo. Oltremodo struggente la didascalia: “Un batuffolino di tenerezza! Queste sono le gioie di vivere in campagna!”. Poi la domanda forte: “Come lo chiamiamo?”. Mitologiche le risposte: “Dibba”, “Gigino”, “Rosato”, “Spread”. O magari, e perché no, “Etrurio”: l’unico gattino con la scorta.

Il senatore “cazaro” conquista l’Asia

Non vorremmo tediarvi con argomenti superati, ma ieri una serissima cronaca del Corriere riferiva della nuova vita da conferenziere globetrotter di Matteo Renzi e non possiamo resistere: “C’è già un nuovo inizio da raccontare”, diceva il dispaccio, “quello di senatore semplice di Firenze e Scandicci che ha iniziato a girare il mondo facendo discorsi (speech) remunerati, invitato in Paesi stranieri tra lobby, partiti politici, capi di Stato e grandi imprenditori”.

A colpire non è tanto la ripetizione pedissequa della qualifica che Renzi si è autoconferito di “senatore semplice”, come se nel Parlamento ci fossero dei gradi gerarchici (appuntato senatore, senatore brigadiere, vice tenente, etc.); né che Renzi si sia riciclato come speaker senza restituire lo stipendio da parlamentare che pure noi, a quanto se ne sa, gli forniamo a mensilità piena. Già più sbalorditivo è il fatto che ci sia chi lo invita per parlare, ma del resto Schettino fu chiamato a tenere una lezione di Gestione del panico a La Sapienza. A lasciare interdetti è che nel mondo ci sia chi è disposto a pagare per starlo a sentire, quando la maggioranza degli italiani pagherebbe per non sentirlo più. Tant’è, il Corsera lo rintraccia sulla Via della Seta, appena sbarcato da una galea partita da Venezia: “Ieri l’ex premier si trovava a Pechino per tenere un discorso”, e giorni fa è “volato in Kazakistan per tenere uno speech dopo essere già stato in Qatar, assieme al fidato Carrai, per incontrare l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani”. Ci siamo immaginati Renzi vestito alla guisa dei mongoli insegnare agli indigeni le materie di cui è più esperto: come si distrugge un partito, come si divide una Nazione su un referendum inutile, come si perdono tutte le elezioni possibili, etc. Poi abbiamo avuto la fortuna di visionare il vero filmato del senatore magiaro che tiene il suo speech all’Eurasian Media Forum di Almaty, Kazakistan. “Questo”, esordisce mostrando un iPhone, “15 anni fa non era nelle nostre tasche ma nella mente di Steve Jobs”. Fa smorfie raccapriccianti. Pause teatrali. Sillaba in un inglese tragico: “L’Europa ha perso sé stessa e i suoi valori”. S’avventura: “Se per mio padre”, anzi “per mio nonno, la missione era combattere i nazifascisti (per il babbo piuttosto la missione è combattere i pm, ndr), per i miei nipoti sarà trovare soluzioni ai problemi della cybersecurity”. E avanti così, per infiniti, strazianti minuti di luoghi comuni. Riconsegnato alla Ricerca pura cui appartiene, Renzi è sulla rotta di Marco Polo per seminare la pianta del “dialogo tra Europa e Asia”, dal che solo si evince in che condizioni versa quest’ultimo. Alla fine dello speech, i Cazari presenti hanno riconsegnato il certificato di appartenenza etnica per manifesta inferiorità.

Prescrizione e Csm: il doppio test

Due recenti accadimenti alimentano la speranza che si possa finalmente giungere a una riforma radicale del Csm che consenta all’organo di autogoverno dei magistrati di riacquistare quella imparzialità e quella autorevolezza oggi in buona parte compromesse. Per la prima volta un gruppo consistente di magistrati – che si riconosce nelle posizioni di Piercamillo Davigo – ha denunziato gli eccessi e gli abusi del Csm in un lungo comunicato.

Il comunicato parte dalla constatazione: a) della esistenza di “corsie preferenziali e favoritismi dei magistrati che hanno l’appoggio delle correnti” b) della “presenza tra i nominati a incarichi direttivi e semidirettivi di molti attivisti di corrente nonché di alcuni provenienti direttamente da incarichi fuori ruolo” c) della circostanza che “per la prima volta nella storia del Csm, i componenti laici sono stati tutti politici di primo livello”. Prosegue il comunicato: “L’assegnazione degli incarichi di dirigenza è stata troppo spesso contrassegnata da una logica di appartenenza che ha accomunato tutti i gruppi tradizionali dando luogo ad eccessi di potere, molte volte rilevati dal giudice amministrativo (anche se inutilmente, perché il Csm di regola non ottempera alle decisioni di annullamento del giudice amministrativo e ripropone con diversa motivazione il precedente nominato). E alla logica di appartenenza, cosa di per sé già insopportabile, in questa consiliatura si è aggiunta anche la chiara sensazione che la politica e i collegamenti con la politica oggi contano, e molto, nelle scelte consiliari”. La conclusione è che “il sistema non può continuare a funzionare così”.

Il secondo avvenimento è che, per la prima volta, in un accordo di programma di governo (impropriamente definito “contratto”, cosa ben diversa), si dà atto della esistenza delle “attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura che si intendono rimuovere attraverso la revisione del sistema di elezione sia per quanto attiene i componenti laici che quelli togati”. Avendo, in campagna elettorale, il M5S adombrato per i togati un sistema di estrazione a sorte e avendo proposto che i componenti laici non debbano essere parlamentari, ci si sarebbe aspettato proposte più specifiche e l’emanazione di una legge che: a) vieti l’elezione, come membri laici, di ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri regionali, sindaci; b) modifichi il sistema di nomina dei togati tagliando completamente fuori le correnti (estrazione a sorte). L’unico rimedio per “rimuovere le attuali logiche spartitorie e correntizie in seno all’organo di autogoverno della magistratura” è quello della nomina per estrazione a sorte poiché qualsiasi “sistema di elezione” dei togati non è idoneo a impedire l’occupazione del Csm da parte delle correnti.

Tutti i “sistemi di elezione” sperimentati, in 60 anni hanno dato risultati sempre peggiori. Sistema che non deve meravigliare perché se un magistrato può giudicare della libertà e dei beni del cittadino, ben sarà in grado, se estratto a sorte, di valutare le “assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e gli illeciti disciplinari nei riguardi degli altri magistrati” (art. 104 della Carta). In attesa di iniziative legislative in tal senso, un primo banco di prova sarà costituito dalle oramai prossime elezioni dei membri laici del Csm. Sarà allora possibile verificare se i due partiti di maggioranza (M5S e Lega) indicheranno esclusivamente professori universitari di chiara fama ed “effettivi” avvocati e se contrasteranno l’eventuale designazione, da parte dei partiti di minoranza, di politici “travestiti” da docenti e avvocati.

L’altro banco di prova sarà costituito dai tempi e dalle modalità della “efficace riforma della prescrizione” ritenuta, nell’accordo di programma, “necessaria”. Si potrà così verificare se tale riforma sarà una priorità del governo e se essa sarà attuata con una normativa che faccia decorrere la prescrizione dalla data del rinvio a giudizio, unico rimedio per impedire che essa venga dichiarata, come spesso accade, già con la sentenza di primo grado. Su Repubblica del 25 maggio si leggeva che “dal leader leghista, il Cavaliere aveva ricevuto rassicurazioni proprio sulla casella della Giustizia (e dello sviluppo economico), in cambio della neutralità”.

Saranno, allora, questi primi banchi di prova a dirci se questo “governo del cambiamento”, che ha al suo vertice un “avvocato del popolo”, sarà in grado di riscrivere la storia del “comparto Giustizia” per ottenere – come recita l’accordo di programma – “un processo giusto e tempestivo ed evitare che l’allungamento del processo possa rappresentare il presupposto di una denegata Giustizia”. Basterà aspettare.

Mail box

 

Le conquiste di civiltà siano obiettivo del nuovo governo

Da tempo, e anche da persone di sinistra, si considera l’art. 18 come un fattore da gestire sul piano quantitativo. L’art. 18 non è un elemento modificabile in via quantitativa per il semplice motivo che non è (soltanto) una conquista sindacale, ma un elemento di civiltà tout-court. Es. il voto alle donne non è stato (soltanto) un provvedimento elettorale, ma una grande conquista di civiltà. E le conquiste di civiltà o ci sono per intero o non ci sono. Ho sentito Di Maio ripetere la proposta avanzata da Cesare Damiano qualche tempo fa: aumentare il numero di mensilità come fatto risarcitorio. Non ci siamo: l’unico risarcimento a fronte di un licenziamento illegittimo è il reintegro della persona nel posto di lavoro. Un’ultima cosa. Il M5S ha responsabilità molto più pesanti di quelle della Lega. Salvini ha preso tanti voti grazie al suo razzismo dichiarato. Il M5S ha preso tanti voti a sinistra. La norma che esclude i bambini che non siano italiani dagli asili mi ha fatto venire in mente Rosa Parks, ma si era agli inizi degli anni 50. Oggi quella norma non è soltanto crudele e demenziale, ma anche palesemente incostituzionale, vedi art. 3 della Carta.

Massimo Della Fornace

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo a firma di Enrico Fierro pubblicato ieri su Il fatto quotidiano si precisa quanto segue:

1. La foto con cui nell’articolo si fa riferimento al candidato del centrosinistra Antonio Saitta è errata, ovvero corrisponde ad una persona diversa dal candidato.

2. Nel testo viene erroneamente scritto: “Il PD con Antonio Saitta”, mentre Antonio Saitta è il candidato di tutta la coalizione di centrosinistra unita, dalle forze moderate, al Pd e fino ad Articolo 1.

3. Nel testo si legge “sostenuto da tre liste”, ma le liste a sostegno di Antonio Saitta sono sei e non tre.

Ufficio stampa – Saitta sindaco

 

Il professor Beppe Scienza, in un articolo pubblicato sul Fatto lunedì 28 maggio, critica il fondo AcomeA Breve Termine e i suoi gestori, con particolare riguardo al grado di diversificazione del portafoglio, all’entità delle commissioni di gestione e all’elevata percentuale di liquidità. Non vi sono dimostrazioni secondo cui 46 titoli siano un numero basso per un’adeguata diversificazione di un portafoglio obbligazionario. AcomeA è una delle pochissime SGR a pubblicare quotidianamente online la composizione del portafoglio divisa per Paese, settore e scadenza. Quanto ai costi, AcomeA Breve Termine è tra i fondi con le commissioni più basse della categoria.

Il prof. Scienza non analizza invece la performance, uno dei principali parametri per decretare la qualità della gestione: il fondo AcomeA Breve Termine si piazza primo a 5 anni tra 179 fondi obbligazionari governativi euro a breve termine, battendo il benchmark di oltre il 2% all’anno e cioè di oltre il 10% nel periodo. Per ciò che attiene la percentuale di liquidità del fondo, essa è mediamente contenuta. Tuttavia, in alcuni frangenti può costituire una risorsa importante per cogliere le opportunità, come infatti è avvenuto martedì 29 maggio quando, in occasione dell’impennata dei rendimenti dei titoli italiani a breve scadenza, è stata impiegata a tassi molto interessanti. Sorprende vedere un attacco così diretto a una gestione trasparente, performante e a basso costo, quando nell’arena ci sarebbero ben altri prodotti finanziari da criticare.

Luigi Ripamonti, responsabile comunicazione AcomeA

 

Mi viene rivolto l’invito a criticare altri, chiara allusione a colossi quale Banca Intesa, che raschiano via molti più soldi dai risparmi degli italiani. L’ho anche fatto, ma mica posso parlare solo e sempre di Intesa! Lo stimolo poi a esaminare AcomeA Breve Termine me l’ha fornito un cliente di una banca ligure, a cui l’hanno presentato come un prodotto a rischio quasi nullo. Non posso però escludere che i suoi gestori vivano sulla luna, per cui non escludo neppure che essi non abbiano la minima idea di cosa raccontano in giro i collocatori del fondo. In quanto ai titoli, se fossero anche solo una cinquantina ma col 2% circa del fondo per ognuno, sarebbe già tutto diverso; e meno pericoloso. Il problema è il 17% nella Grecia, l’8% nella russa Vnesheconombank, il 7% nella Generalitat de Catalunya ecc. Con tali concentrazioni i rendimenti possono anche essere buoni, se va bene; ma si espongono i clienti a rischi notevoli. Infine qualcosa sulle commissioni. Da quando entrai in contatto col risparmio gestito negli anni 70, leggo sempre che i fondi comuni permettono economie di scala. Ma per gestire AcomeA Breve Termine, anche a farsi pagare molto bene, basterebbero ben meno di 3 milioni di euro. Sarà mica che di fatto i clienti pagano non i gestori per la gestione, ma altri per altro?

Beppe Scienza

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri, nel “Ma mi faccia il piacere”, ho chiamato il direttore del Foglio Cerasa “Luciano” anziché Claudio. Me ne scuso con l’interessato, con i lettori e soprattutto con il nostro bravo collaboratore Luciano Cerasa.

m.trav.

 

Sul numero di domenica, è stata erroneamente pubblicata la foto di Kruscev al posto di quella di Tito. Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

Spread. Le tensioni sui mercati servono solo a nascondere le colpe dei politici?

Stimato vicedirettore Feltri, il ritornello dello spread che abbiamo sentito di nuovo in questi giorni ancora non mi convince. Che interesse avrebbero i creditori di uno Stato ad alzare così tanto la posta fino al punto che il debitore rischia di non riuscire più a restituire il capitale prestato o a non garantire la sua remunerazione? Anche per i grandi fondi speculativi i conti devono tornare e il default del debitore mi pare vada contro i loro stessi interessi. Non sarà che questo spread in realtà è solo un modo per coprire i veri colpevoli della mala gestio: la classe politica e amministrativa sfaticata e i loro sperperi?

Davide Giordano

 

Gentile Davide, so che le teorie del complotto vanno molto di moda, forti del fatto che nessuna argomentazione razionale può contrastare una narrazione coerente e comprensibile, anche se falsa. La nostra classe politica ha molte responsabilità ma non quella di aver ordito la tensione sui mercati dei giorni scorsi per coprire qualche inconfessabile colpa. Gli investitori ragionano come i giurati del famoso concorso di bellezza che John Maynard Keynes usava come metafora dell’economia: in quel caso, non votavano la ragazza più conforme ai propri gusti, ma quella che aveva la maggiore possibilità di vincere, cioè quella che – immaginavano – poteva piacere di più agli altri. Gli operatori che comprano e vendono i nostri titoli di Stato – fondi pensione, grandi banche ma anche fondi speculativi che muovono miliardi in un attimo – cercano sempre di anticipare le mosse degli altri. Solo così possono ottenere profitti, vendendo prima che le vendite degli altri facciano crollare i prezzi e comprando prima che acquisti di massa li facciano salire. Lo stallo politico che si era creato con l’incarico di formare un governo Carlo Cottarelli senza il sostegno dei partiti aveva creato uno scenario di grande incertezza. Quando gli investitori non sanno prevedere che succederà, di solito vendono. E in questo caso c’è stata la corsa a vendere prima che vendessero gli altri. Questi effetti valanga possono avere effetti concreti perché il calo di valore dei titoli di Stato può innescare un taglio del rating tale da escludere la Repubblica italiana e le sue banche dall’accesso ai fondi della Bce. La tensione finanziaria ha contribuito a sbloccare lo stallo tra i partiti e ora un governo c’è. Questo non significa che siamo al riparo dalla speculazione e dai pericoli, però: spetterà al “Salvimaio” dimostrare che, come minimo, non mette a rischio la credibilità dell’Italia come debitore.

Stefano Feltri

Il braccio destro di Macron e il segreto familiare del legame con l’armatore italo-svizzero

Il suo nome è quasi sconosciuto ai francesi ma Alexis Kohler è l’uomo più vicino a Emmanuel Macron. Il segretario generale dell’Eliseo compare poco nei media. Qualcuno lo ricorderà mentre leggeva la composizione del governo, inciampando ogni tanto sui nomi. Kohler è il braccio destro di Macron. “È la torre di controllo di questo mandato. L’uomo che fa decollare e atterrare le riforme”, scriveva ieri Le Figaro. La procura finanziaria di Parigi ha aperto un’inchiesta per “traffico di influenze e conflitto di interesse”. All’origine la denuncia dell’associazione anti-corruzione Anticor, che si basa su alcuni articoli di Mediapart. Il giornale on line ha portato alla luce i legami che uniscono l’alto funzionario 45enne all’armatore italo-svizzero Msc, principale cliente della Stx France, che gestisce i cantieri navali di Saint-Nazaire. Il giornale iniziò a indagare un anno fa durante la crisi dei cantieri di Saint-Nazaire e le trattative di Parigi con Fincantieri. Nel 2000 Kohler entra al ministero del Tesoro e, tra il 2010 e il 2012, siede nel cda di Stx France come rappresentante dello Stato. Poi, nel 2016, lascia la funzione pubblica per divenire direttore finanziario di Msc. L’anno dopo sbarca all’Eliseo.

In tutti questi anni ha tenuto segreto il legame che lo unisce alla famiglia Aponte, proprietaria della Msc: sua madre è la cugina di Rafaela, moglie di Gianluigi Aponte, fondatore del gruppo nel 1970. Secondo l’avvocato di Anticor, Jean-Baptiste Soufron: “Non si può al contempo difendere gli interessi dello Stato e quelli della famiglia”. L’Eliseo respinge i “sospetti infondati” e assicura che Kohler dimostrerà la sua “buona fede”. Non è il primo scandalo a sfondo finanziario che investe quello che è chiamato il “presidente dei ricchi”. Appena nominati, i ministri della Giustizia e della Coesione sociale, François Bayrou e Richard Ferrand, avevano dovuto dare le dimissioni l’uno per presunti falsi impieghi al partito Modem, l’altro per sospetti di favoritismo. Anche la ministra del Lavoro, Muriel Penicaud, è al centro di un’inchiesta per favoritismo nella vicenda della trasferta di Macron a Las Vegas, nel 2016, quando era ministro.