Ideologie, razzismo, malattie, donne e maschi al lavoro, viaggi e sessualità. Sono solo alcuni dei capitoli di Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri) il libro in cui il filosofo Michel Serres ripercorre i peggiori modi di osannare il passato e il “piccolo mondo antico” come l’età dell’oro. Ma poi quale passato, a quale fotografia si riferisce “Vecchio Brontolone”, il protagonista del compendio, quando rimbrotta contro qualunque modernità? Il passato, si sa è bello perché è vago. Lo scrittore francese, membro dell’Academie Francaise e padre già di Non è un mondo per vecchi, riesce nell’intento di confutare scientificamente questa vaghezza, rendendola difficile da difendere. Così a proposito di ideologie, Serres scrive: “Non dico che il razzismo sia scomparso. Ma la mescolanza di origini, di religioni e di lingue nelle aule scolastiche e nelle università, i viaggi incessanti in Paesi vicini e lontani, le notizie provenienti dagli orizzonti più diversi, l’accesso universale consentito dal computer e dal cellulare, il teorema del mondo piccolo, secondo cui, oggi, con quattro telefonate, chiunque può raggiungere chiunque, la scoperta di cifre che mostrano che gli omicidi avvengono più di frequente all’interno della famiglia che non tra estranei, che la violenza si annida più nella prossimità e nell’intimità che nell’alterità, e che dunque è più difficile amarsi tra simili che non tollerarsi a vicenda… tutto ciò stempera, a volte fino ad annullarli, i giudizi stupidi e disumani di un tempo”. E come la mettiamo con le malattie? “Una volta, visto che non si conoscevano gli antibiotici, si moriva di sifilide o di tubercolosi, come capitò a quasi tutti gli uomini illustri del xix secolo, Schubert, Maupassant o Nietzsche (…). Siccome non esistevano né analgesici né antinfiammatori, bisognava sopportare il dolore; si cavavano i denti senza anestesia. Ho conosciuto due o tre generazioni di sdentati che si nutrivano solo di brodini”. Ma il meglio, il filosofo francese lo dimostra nel capitolo dedicato alle donne. “Una volta, le ostetriche non si lavavano le mani, e le madri morivano di febbre puerperale. Nel corso della mia lunga vita, la loro mortalità e quella dei neonati sono scomparse, o quasi. Minori per legge, le sopravvissute al disastro natale non avevano diritto di voto, né libretto degli assegni in banca, dovevano coprirsi la testa entrando in chiesa e chiedere l’autorizzazione al marito a ogni passo”. I casi di “eroine” erano rari – spiega Serres – riferendosi a quelle donne che “compivano studi superiori o manifestavano per diritti che gli uomini giudicavano indecenti. Rimasta vedova, Marie Curie, così geniale in fisica e chimica da meritare due Premi Nobel, dovette affrontare un doloroso calvario perché questo o quel giornale la accusò di avere un amante; non ricordo che si sia preso di mira il maschio”. E chiosa: “La nostra memoria maschilista scorda questo ingiusto dolore”. In generale, diremmo, la nostra vecchia memoria da vecchi brontoloni dimentica che quando si stava peggio, si stava peggio. Punto.
Fondazione Piccolomini a rischio: “Zingaretti fai qualcosa subito”
La Fondazione Piccolomini sull’orlo del baratro. Da una parte un parco meraviglioso da cui ammirare la Cupola di San Pietro, con palazzi e ville immersi nel verde a due passi da quelle Mura Aureliale che da 2000 anni fanno la guardia alla Roma storica. Dall’altra, almeno 60 attori anziani o invalidi i quali ogni anno ottengono contributi economici importanti non potendo aderire alla legge Bacchelli. In mezzo, i componenti del consiglio d’amministrazione uscente che hanno occupato la sede dell’Ipab (Istituto pubblico di assistenza e beneficienza) per contestare la Regione Lazio, la quale da mesi non decide sul futuro della Fondazione.
Il possibile commissariamento dell’istituto per gli amministratori uscenti rischierebbe di porre fine all’esperienza virtuosa di gestione del patrimonio immobiliare, votata alla raccolta di utili da ridistribuire poi (attraverso bando pubblico) agli artisti in difficoltà. Con il rischio che i privati si impossessino del patrimonio. Le proprietà sono quelle appartenute allo storico conte-attore Niccolò Piccolomini ed ereditate dall’Accademia nazionale d’Arte drammatica “Silvio D’Amico”. Dopo aver lasciato già una volta la Fondazione vacante, per ben 9 mesi da gennaio a settembre 2013, la Regione guidata da Nicola Zingaretti nel 2016 ha bloccato un bando di affitto della Villa “Casa del Sole”, il pezzo più pregiato dell’istituto, creando – denunciano gli amministratori uscenti – un danno economico di 295.000 euro l’anno. Un intervento, quello regionale, giustificato da una serie di ricorsi a Tar e Corte dei conti presentati dal comitato di quartiere “Salviamo il parco Piccolomini”, poi finiti tutti con un nulla di fatto. E ora, senza i soldi dell’affitto, la Fondazione rischia di chiudere il bilancio in passivo. Eventualità che, considerando l’alta redditività del patrimonio che l’Ipab gestisce, appare un paradosso.
Dalla parte della Piccolomini si sono schierati molti attori italiani fra cui Gigi Proietti, Massimo Ghini, Fabrizio Gifuni, Alessando Gassmann, Paola Cortellesi, Gianmarco Tognazzi e Ivano Marescotti. “La Regione Lazio – spiega Benedetta Buccellato, presidente del cda uscente – ha proposto un commissariamento e senza specificarne la durata. Ci vuole un nuovo cda. Serve un’azione immediata per evitare che questo patrimonio vada perduto”. O alienato, se dovesse proseguire l’esposizione passiva dei conti dell’istituto. La Regione Lazio, da parte sua, minimizza: “Rispettiamo e ammiriamo l’attaccamento dei consiglieri uscenti ma possiamo assicurare che gli interessi pubblici verranno tutelati, a cominciare da quegli degli attori, che prenderanno regolarmente il loro contributo”.
In questo pasticcio è coinvolta anche Roma Capitale: il Campidoglio, infatti, non solo da quasi 10 anni non nomina i suoi due membri del cda ma, addirittura, dal 2012 occupa abusivamente il parcheggio per pullman turistici di largo Micara, da cui incassa una cifra vicina a 1 milione di euro l’anno. Soldi che da soli basterebbero a finanziare tutte le attività benefiche della Fondazione. “Il Comune – racconta Buccellato – fa orecchie da mercante”.
“Basta con il modello delle veline. Sono felice di non dover far ridere”
“Quelli che… vanno in vacanza”: archiviati i successi della stagione appena conclusa – Quelli che il calcio e Quelli che… dopo il Tg, entrambi su Rai2 e condotti insieme con Luca e Paolo –, Mia Ceran pensa solo ai “programmi” per l’estate, “dopo anni di lavoro no-stop”.
Neanche 32enne, è una delle protagoniste della tv: sente qualche responsabilità?
La responsabilità è individuale, non rapportabile agli altri. Ci sono tante persone che stimo in tv, ma sono restia a fare confronti, anche perché ciascuno arriva in un determinato periodo, in un preciso contesto. Poi c’è il dovere di preservare la propria originalità: non penso a che figura voglio essere, ma solo a fare bene il mio lavoro e somigliare, quanto più possibile, a me stessa.
Lei è giornalista ma anche conduttrice, donna di spettacolo: la prima è sacrificata alla seconda?
C’è tutta una parte della mia giornata che è identica a dieci anni fa, quando ho iniziato a fare il praticantato: mi sveglio, leggo i giornali, ascolto la rassegna stampa di Radio Radicale. Questo è il mio contributo al programma, non essendo io un comico e non pesando su di me l’onere di far ridere – che è un mestiere difficilissimo – sono felice di non farlo.
Che idea si è fatta del suo pubblico?
Mi rendo conto che gli spettatori recepiscono un prodotto diverso rispetto a quando facevo un servizio al tg o una trasmissione di politica. Quello che ancora mi stupisce, però, è che io abbia metabolizzato questa transizione mentre, 9 volte su 10, chi mi ferma per strada mi dice: “Ah, lei è la giornalista della Rai”. La parola “giornalista”, da un lato, mi inorgoglisce, perché è il mestiere che ho studiato e che ho sempre voluto fare; dall’altro, mi fa capire che un certo aplomb veicola credibilità.
In Italia i tempi sono maturi per l’infotainment?
Il principale strumento di informazione di una televisione sana non può essere un programma satirico: deve esistere un telegiornale, un approfondimento, ma poi ci può essere altro. Infotainment è anche partire da una notizia e renderla leggera, commestibile. I dati confermano questo desiderio del pubblico: la fascia che ci segue è raddoppiata, conta circa 1,2 milioni di persone.
Si dibatte molto dell’esiguità delle opinioniste sulla carta stampata. Anche in tv c’è sperequazione tra firme maschili e femminili?
Temo che sia anche una questione generazionale: sono figlia di una donna che ha combattuto più di me, mentre io sono entrata in un mondo che ha ancora figure maschili forti, ma anche molte donne di riferimento. Io non mi sono mai concentrata sulla differenza di genere, quanto sull’impegno, sulla professionalità. Secondo me la questione femminile è altrove: non tanto sul posto di lavoro, ma su quanto lo Stato metta le donne in condizione di lavorare se hanno figli, il tipo di sostegno che dà, se crea asili, incentivi.
Dal documentario della Zanardo al #MeToo sono passati dieci anni: l’immagine della donna in tv è ancora quella della velina?
Innanzitutto, il pensiero che la dirigenza televisiva abbia imposto il modello della velina è fuorviante e non tiene conto di quello che sta accadendo: ormai questa figura stereotipata è quasi scomparsa. Siamo noi spettatori che, per primi, ci siamo stufati.
Le è mai capitato di subire pressioni politiche a Mediaset, a La7 o in Rai?
Ho sempre potuto dire ciò che ritenevo giusto dire.
Lei è nata in Germania, cresciuta tra l’Italia e gli Stati Uniti ed entrata in tv a soli 19 anni alla Cnn: quanto le è stata utile la sua formazione cosmopolita?
Forse è la componente fondamentale. Quando ho iniziato a lavorare volevo solo fare trasferte, volevo conoscere il Paese: l’Italia ha questa grande ricchezza, che non ho trovato altrove, per la quale ci si sposta di 150 metri e si parla un’altra lingua, si mangia un altro cibo. C’è una piccola parte di me che si sente ancora straniera, però ho fatto la scelta profonda e consapevole di rimanere qui.
Le manca la vita dell’inviata?
Tutti i giorni. Ogni volta che vedo un collega sul campo mi viene voglia: l’emozione della trasferta, la relazione con la troupe, le persone che incontri, il viaggio… Condurre mi piace tanto, ma mi manca quell’esplorazione perpetua che è un po’ la cifra della mia biografia.
Nessun progetto quindi?
L’anno prossimo è tutto da scrivere: ho imparato che la televisione non permette di fare programmi, ed è il suo bello. Non so dire dove sarò tra uno o cinque anni. Gli inglesi hanno una bella espressione: Bend like a river bend, cioè piegati dove va il fiume.
È nel toto-Festival del prossimo Sanremo.
Ah sì? Non escludiamo mai nulla, nel bene e nel male.
C’è una Goretti pro-aborto che lotta in Nord Irlanda
La domanda è inevitabile. Goretti Horgan risponde con una risata: “Si, il mio nome è un omaggio a Maria Goretti. Sono la quinta di sette figli, famiglia irlandese cattolica… ma mia madre era molto progressista, si sarebbe fermata a due bambini se la legge lo avesse consentito, e ha sempre sostenuto il mio impegno per il diritto delle donne all’autodeterminazione”. Docente in politiche sociali all’Università dell’Ulster, Horgan è una delle anime della Alliance for choice, costola nord-irlandese della campagna TogetherforYes che il 26 maggio scorso ha portato al trionfo del Sì nel referendum irlandese sull’aborto.
“Da Derry abbiamo passato il confine e festeggiato con le compagne irlandesi. Questa è stata sempre una campagna pan-irlandese”. Eppure, in Ulster tutto è ancora da fare. Se in Inghilterra è consentito fino alla ventiquattresima settimana, qui l’aborto è ammesso solo in casi di gravissimi rischio per la salute fisica e mentale della madre: questo perché l’interruzione di gravidanza rientra fra le questioni devolute, su cui cioè vige una legislazione autonoma. Di fatto, i casi ammessi sono pochissimi, e sono circa 700 ogni anno le nord-irlandesi costrette a viaggiare in Inghilterra per portare a termine la procedura. Almeno altre 400 si procurano pillole abortive online. La Horgan si è esposta ammettendo di averne aiutate alcune: una sfida aperta alle autorità, visto che procurare un aborto illegale può costare l’ergastolo. “Nessuno finora è finito in prigione, ma chi è stata riconosciuta colpevole si è vista privato del visto per gli Stati Uniti o per l’Australia e non può, ad esempio, lavorare con minori”.
E la pressione è costante: nell’anniversario della Giornata internazionale della donna, lo scorso anno, la polizia ha lanciato una perquisizione su larga scala alla ricerca di pillole abortive. La vittoria schiacciante del Sì nella vicina Irlanda ha fatto circolare, nei media, l’ipotesi di un referendum analogo in Ulster. “Ma non puntiamo a questo. Siamo fiduciosi che lo vinceremmo, ma le condizioni per ottenerlo ora non ci sono. Puntiamo invece alla decriminalizzazione dell’aborto per via legislativa”, spiega Horgan.
E qui, gli ostacoli sono politici e amministrativi. Sulle questioni devolute dovrebbe, per legge, decidere la Stormont Assembly, il Parlamento nord-irlandese. Ma esecutivo e Assembly sono in un limbo dal gennaio 2017, da quando sono saltati i delicati equilibri politici fra fazioni opposte che governano le istituzioni nord-irlandesi in base agli accordi di Good Friday.
TogetherforYes ha quindi aperto un dialogo con Westminster, dove un gruppo bipartisan guidato dalla deputata laburista Stella Creasy guida una campagna per i diritti delle donne nel Regno. Nel giugno del 2017, la prima grande vittoria: la Creasy raccoglie voti sufficienti ad ottenere il rimborso dei costi dell’interruzione di gravidanza in Inghilterra per le donne nord-irlandesi.
Per evitare una clamorosa sconfitta in Parlamento, il governo May è costretto a giocare d’anticipo. Da allora le spese sono coperte dal Dipartimento britannico per le Pari Opportunità. Prossimo obiettivo: inserire nella riforma della legge sulla violenza domestica in discussione a Westminster un emendamento per decriminalizzare l’aborto in tutto il Regno, compresa l’Irlanda del Nord. Emendamento sostenuto, in una significativa dimostrazione di solidarietà femminile, anche da alcuni pesi massimi dei Tory come Amber Rudd, Justine Greening, Nicky Morgan e la stessa sottosegretaria alle Pari Opportunità Penny Mordaunt.
Downing Street si è affrettata a dire “no”: si tratterebbe di una indebita ingerenza di Londra su una questione di pertinenza esclusiva di Belfast. La vera ragione del rifiuto? la tenuta del già vacillante governo May dipende dall’appoggio esterno dei dieci parlamentari unionisti nord irlandesi, la cui leader Arlene Foster è contraria a qualsiasi compromesso sull’aborto. Ma Goretti è fiduciosa: “Continueremo con le pressioni. Dopotutto, la vittoria del Sì a Dublino ha dimostrato che l’alleanza fra donne può spostare montagne”.
Croazia, italiani e minoranze “cacciati” dai nuovi populisti
Un referendum contro le minoranze. Ma stavolta a essere minoranza e a rischiare di scomparire dal Parlamento sono gli italiani. Accade in Croazia, dove in queste settimane si stanno raccogliendo le firme per lanciare due consultazioni popolari. L’obiettivo previsto dalla legge croata – 374mila adesioni – è quasi scontato. E rischiano di essere dolori per i 34.345 italiani ufficialmente presenti (censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Una comunità che ancora oggi in Istria è il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiunge il 40. E che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ma adesso si rischia di cambiare. Perché in Croazia, come ha raccontato il quotidiano triestino Il Piccolo, si sta verificando quello che accade in molti paesi europei. Gli ingredienti sono spesso gli stessi, pur se con una miscela che varia: un partito moderato – l’Hdz del premier – che teme di perdere l’essenziale elettorato di destra. Un’opposizione di centrosinistra, l’Spd, debole e non incisiva. E movimenti populisti che si scagliano contro le minoranze. Accade quasi ovunque. Soltanto, appunto, che in Croazia tra le minoranze c’è quella italiana.
Tutto parte dal movimento ‘La gente decide’ che ha un’ispirazione conservatrice sostenuta anche dalla chiesa croata. Quegli stessi ambienti che hanno portato 10mila persone in piazza anche contro le unioni omosessuali. Proprio in questi giorni – hanno due settimane di tempo – stanno raccogliendo le firme per due referendum. Il primo si propone di abolire la ratifica del Trattato di Istanbul, che si occupa di violenze di genere e unioni di fatto. Una consultazione che pare destinata a essere bloccata dalla Corte Costituzionale croata in quanto riguarda trattati internazionali e non leggi croate.
Ma a preoccupare la minoranza italiana è il secondo referendum. Secondo la legge elettorale disegnata da ‘La Gente decide’ nel Parlamento croato (il Sabor) i deputati dovrebbero scendere da 151 a 120. Non solo: le minoranze non avrebbero più gli 8 seggi garantiti oggi, ma soltanto 6. E ancora: i deputati delle minoranze non potrebbero votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. Una riforma che pare avere come obiettivo la minoranza etnica serba, tra l’altro invisa alla chiesa cattolica in quanto ortodossa. L’atteggiamento della destra clericale, che nessuno sembra voler arginare, è valso alla Croazia un’ammonizione dell’Unione Europea per il montante sentimento ostile verso serbi, rom e comunità lgbt. Ma giocoforza anche gli italiani, che pure sono cattolici, finirebbero per essere pesantemente penalizzati dal referendum.
Sono i discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia e Quarnaro. Verso la fine del XIX secolo erano il 40% della popolazione. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. A Fiume (oggi Rijeka) gli italiani erano il 48,6% della popolazione, mentre i croati erano intorno al 26%. In quegli anni, tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900, in Croazia i grandi stati giocavano con le minoranze etniche come fossero scacchi. Prima l’impero austroungarico che sostenne i croati per indebolire l’irredentismo italiano. Poi l’avvento del Fascismo e le persecuzioni degli slavi. Ad Arbe il regime di Mussolini – che li definiva “razza inferiore” – fece internare 10mila persone, molte morirono di stenti e malattie.
Quindi toccò agli italiani: ci furono le foibe, migliaia di morti, innocenti gettati nelle voragini che si aprono nella terra tra Istria e Carso. Poi le stragi come quella di Vergarolla, la spiaggia di Pola dove decine di persone (65 quelle accertate), tra cui molti bambini, morirono dilaniate dalle mine.
Venne infine l’esodo degli istriani: 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta. Intere città si svuotarono, come ha raccontato Piero Delbello, direttore dell’Irci (Istituto Regionale per la Cultura Istriano Fiumano Dalmata di Trieste): “Di notte in Istria ti bussavano alla porta e ti portavano via. Sparite, migliaia di persone. Buttate nelle foibe, voragini profonde centinaia di metri. Decine di migliaia partirono. Pola, 30mila abitanti, si svuotò. Le strade e le case restarono deserte”.
Gli italiani d’Istria per decenni sono stati ignorati. Dimenticati. Dalla Jugoslavia, ma prima ancora dall’Italia. Ricordavano la sconfitta. Erano scomodi per la sinistra. Della loro causa ha sempre tentato di appropriarsi la destra italiana. Tanto che gli istriani sono stati associati ai fascisti. Non era così: “Pola era una città piena di operai e di socialisti”, racconta ancora Delbello.
Soltanto negli ultimi anni è stato tolto il velo che nascondeva le tragedie delle foibe e dell’esodo. Tra Italia, Slovenia e soprattutto Croazia sono stati siglati accordi per tutelare quei 35mila italiani (nel 2001 furono 20.521 a definirsi di madrelingua italiana e 19.636 a dichiararsi di etnia italiana). Una comunità che resiste, che continua ad avere scuole e giornali. Basta camminare per Dignano (oggi Vodnjan), Rovigno (Rovinj) e Buie (Buje). La sera gli anziani si ritrovano sulle porte, senti voci. Ed ecco riemergere parole vecchie di secoli. Il veneto. Tracce che non sono rimaste soltanto nell’architettura delle case, nei campanili aguzzi che ricordano la chiesa di San Marco a Venezia.
Sembrava che secoli di sofferenze fossero stati superati nella casa comune dell’Europa. Ma oggi in Croazia gli italiani rischiano di sentirsi di nuovo molto minoranza.
Eurobond sintetici, il tentativo di ingegneria finanziaria abortito
Nei giorni scorsi, la Commissione europea ha presentato il progetto di creazione dei Sovereign Bond-backed Securities, o Sbbs. Si tratta di titoli sintetici, assemblati dal settore privato secondo una “ricetta” stabilita dalle autorità europee, in cui titoli di debito sovrano dei singoli stati verrebbero impacchettati in proporzioni stabilite dalla partecipazione dei medesimi al capitale della Bce. Trattandosi di cartolarizzazione, è prevista la creazione di due tranche, corrispondenti a differenti rischi. Una porzione senior, che avrebbe rating elevato, e una junior che assorbirebbe i costi di eventuali default dei Paesi partecipanti, sino a concorrenza del proprio valore. Questo maggior rischio sarebbe ovviamente compensato da maggior rendimento. Negli ottimistici intendimenti della Commissione Ue, questi titoli sintetici dovrebbero aiutare le banche a ridurre la concentrazione di titoli domestici in portafoglio, spezzando il legame banco-sovrano e preparando la strada all’unione bancaria. Poiché questi titoli sono cartolarizzazioni, strumenti che assorbono molto capitale di vigilanza delle banche, per la loro introduzione servirebbe modificare le norme correnti. Non è affatto detto che lo strumento vedrà la luce.
Anzi, alcuni osservatori lo considerano morto ancor prima di nascere. Anche se concepito per superare i veti dei Paesi finanziariamente più solidi dell’Eurozona (perché non si tratterebbe in alcun caso di mutualizzazione di debito), resta comunque una riproduzione sintetica di un bond comune, ma privo di garanzia collettiva dei membri dell’Eurozona. Il fatto che alcuni Paesi abbiano relativamente poco debito pubblico potrebbe condurre a deviazioni dalle quote di investimento stabilite. Il rischio è che titoli di Stato italiani, spagnoli, belgi, portoghesi, finiscano per essere sovrarappresentati rispetto a quelli tedeschi e olandesi, ad esempio, allontanando la possibilità di avere rating elevato sulla tranche senior. Né vi è certezza che, a seguito dell’operazione di tranching, cioè del porzionamento, la parte senior raggiungerebbe il rating tripla A. Infatti, poiché esiste una significativa correlazione di default tra i bond sovrani europei, come si è visto dall’andamento dei credit default swap (le assicurazioni contro il rischio di default) durante l’ultima crisi, e data la limitata numerosità dei componenti del titolo sintetico (solo 19 emittenti), le agenzie di rating segnalano che il rischio del nuovo strumento potrebbe essere più vicino al rating degli anelli deboli della catena, cioè dell’Italia, che a quelli forti come la Germania. Questi non-Eurobond sintetici, che neppure nasceranno, saranno ricordati come un tentativo di ingegneria finanziaria abortito a causa della solita incoerenza dell’Eurozona di voler creare strumenti e strutture finanziarie di ossimorica “aggregazione segregata”, in cui cioè i rischi restano rigorosamente nazionali. Sino al momento del crac del Paese.
Come al drive in: in farmacia in auto
Non solo hamburger e patatine. Al drive in si possono acquistare anche i farmaci. Che sia una buona o cattiva notizia forse è troppo presto per dirlo. Anche se il messaggio che un servizio del genere rischia di portare con sé è che pillole e sciroppi diventino facili da ordinare e consumare come un cheeseburger al fast food. Sono ancora poche comunque le farmacie in Italia che stanno sperimentando lo sportello drive in. L’ultima è la farmacia Santa Rita di Bologna che ha lanciato il servizio a fine febbraio. Oggi almeno 5 clienti al giorno comprano le medicine senza scendere dall’auto. Si tratta soprattutto di mamme con un neonato a bordo e persone che hanno difficoltà nella deambulazione. Il drive in nasce anche per aiutare gli autisti con animali e i lavoratori sempre di corsa che non hanno tempo di trovare parcheggio. Non esiste un limite al tempo di sosta per adesso, visto che ancora non si creano file allo sportello. Il cliente al volante però ha già il diritto di precedenza rispetto a quello in coda dentro la farmacia. Altri esempi di farmadrive si trovano a Isola della Scala, in provincia di Verona, a Curtatone, nel Mantovano, a Molinetto, nell’hinterland bresciano.
Stesso prezzo, meno prodotto. Così s’ingannano i consumatori
Non saranno tantissimi gli italiani che, spesa nel carrello, si sono accorti di un fenomeno che, ancora non classificabile come “allarmante dall’Istat”, si sta però diffondendo sempre di più: le confezioni dei prodotti che troviamo sugli scaffali dei supermercati sono più piccole, cioè contengono meno prodotto, mentre il loro prezzo è sempre lo stesso. O, comunque, anche se risulta meno caro, la diminuzione non è proporzionale alla quantità di prodotto che è stata eliminata. Eppure questo nuovo escamotage che ha già un nome, shrinkflation, dall’unione di shrinkage (contrazione) e inflation (inflazione) ed è stato analizzato per la prima volta dall’Office of national statistics (Ons) del Regno Unito, è sotto gli occhi di tutti. Basta aprire una scatoletta di tonno per scoprire che se prima era sufficiente per tre sandwich, ora ne basta solo per due. Come le lattine di bibite passate da 33 ml a 25 ml.
Stesso discorso per il rotolo da cucina: se prima si poteva contare su 150 strappi, alcune confezioni in commercio ne garantiscono solo 130. Ed ancora. Passando ai prodotti da bagno, si possono analizzare i pacchi dei fazzoletti al cui interno non ce ne sono più 10 ma solo 9 o i tubetti di dentifricio scesi da 100 ml a 75 ml. Insomma, i maggiori prodotti di consumo stanno diventando più leggeri, più sottili, meno consistenti, il tutto mantenendo lo stesso prezzo. Numeri alla mano, se secondo l’Istituto di statistica inglese sono 2.529 i prodotti che risultano diminuiti in termini di dimensioni o peso, ce ne sono addirittura 614 che sono aumentati tra il 2012 e il 2017. Tanto che uno speciale della Bbc, andato in onda nelle scorse settimane, ha rivelato che sono molte le barrette di cioccolata che si sono ridotte di dimensioni negli ultimi quattro anni. Ad esempio, un Twix ha perso il 13,8% del suo peso dal 2014, mentre le barrette di Kit Kat Chunky sono il 16,7% più leggere. Ma va, altresì, sottolineato che il produttore della notissima carta igienica che utilizza il cucciolo di Labrador ha sì ammesso di aver ridotto i suoi rotoli da 280 fogli a 221, ma ha anche spiegato che la qualità del prodotto è migliorata. In altre parole, serve meno carta igienica.
Sul fronte alimentare, invece, se le aziende si difendono dichiarandosi più attente all’obesità o allo stile di vita dei single, la verità è che grazie a tecnologie sempre più sofisticate del packaging, sommate alla necessità diffusa di far cassa in anni di crisi economica, molti produttori hanno optato per un “restringimento” generale di ciò che si vende senza che i consumatori se ne accorgano.
E in Italia? La situazione è stata fotografata dall’Istat: da gennaio 2012 ad agosto 2017, su 604.487 quotazioni rilevate il maggiore numero di cambi di quantità si è registrato nel settore del “Pane e cereali” con 1.415 cambi (di cui 527 con un aumento di quantità e 788 con una diminuzione) e lo “Zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi” con 1.405 cambi (di cui 668 quotazioni con un aumento di quantità e 737 con una diminuzione).
Analizzando, invece, solo i cambi con diminuzione di quantità dei confezionamenti, si scopre che per la classe “Zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi” nell’83% dei casi c’è stato un calo di quantità accompagna a un aumento del prezzo, analogamente a quanto emerso anche dallo studio dell’Ons. Mentre solo il 17% dei prodotti in cui il peso è diminuito hanno deciso di tagliare anche il prezzo.
“In pratica, il consumatore pensa che i prezzi siano sempre gli stessi, ma in realtà sono aumentati: solo che non se ne accorge, pensando di comprare sempre le stesse quantità”, spiega Federico Polidoro, responsabile delle statistiche sui prezzi a consumo dell’Istat. Che aggiunge: “Anche se per ora il fenomeno sembra avere un impatto trascurabile, l’effetto dello shrinkflation deve essere comunque calcolato perché comporta un aumento del margine per le aziende produttrice, a danno dei consumatori, e potrebbe generare un’inflazione sottostimata. Tanto che nei prossimi mesi l’Istat pubblicherà un report specifico”.
“Scorretto e ai limiti della truffa è il comportamento dei produttori e venditori, soprattutto della grande distribuzione, che non intervengono più sui listini per non dare al cliente la percezione di aver aumentato i prezzi, ma in realtà lo hanno fatto riducendo le quantità del prodotto”, commenta il presidente del Movimento Difesa del Cittadino, Francesco Luongo. Che mette in guardia: “In attesa di mettere a sistema controlli periodici sulle dimensioni (confezione e contenuto) e sui prezzi dei prodotti, è bene prestare particolare attenzione a bibite, succhi di frutta, latte, formaggi, creme e lozioni”.
Terreni intestati a sconosciuti, alcuni anche deceduti
Attraverso le banche dati dei Centri di assistenza agricola (Cas) verificavano quali terreni in tutta la Sicilia non avessero mai fatto richiesta dei contributi erogati a fondo perduto dall’Unione europea e, con l’aiuto di una serie di prestanome, ripagati con mille euro circa ciascuno, riuscivano a incamerare i fondi senza nessun controllo sulla veridicità degli atti di proprietà presentati ai funzionari complici. Tra i terreni “c’erano anche aree appartenenti alla Diocesi di Agrigento, al Consorzio Sviluppo Industriale di Gela e al Comune di Termini Imerese”, ha spiegato nel 2015 il procuratore capo di Caltagirone illustrando l’operazione della Gdf denominata Reaping. Il meccanismo utilizzato per le truffe è definito “semplice quanto difficile da scoprire”: tra il 2014 e il 2015 il gruppo criminale ha percepito indebitamente contributi nel settore della Politica agricola comune per un importo di oltre 2,7 milioni di euro.
Insomma, nulla era lasciato al caso. Ad esempio, per coprire l’operazione illecita si procedeva a trasferire di anno in anno i terreni da un indagato all’altro attraverso “cessioni incrociate, in modo da non far risultare lo stesso beneficiario per il medesimo fondo agricolo”. Oppure si creavano imprese agricole ad hoc “costituite al solo scopo di gestire, solo sulla carta, per ogni annualità (campagna agricola), oltre 1.500 ettari di terreno”.
La barca (mai realizzata) a ridotto impatto ambientale
Nel 2014 avevano presentato alla Regione Toscana un progetto per costruire uno yacht innovativo, a ridotto impatto ambientale, a propulsione ibrida e denominato Blue Boat. E per questo avevano ricevuto 1,5 milioni di euro di fondi europei. Ma per la procura di Firenze quella barca non è stata mai costruita. Lo scorso marzo i giudici del tribunale di Firenze hanno condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione Oberdan Chimenti, imprenditore livornese di 49 anni e Domenico Fresi Roglia, per l’accusa il prestanome di Oberdan, a due anni e sei mesi di reclusione per truffa e tentata truffa. Il giudice ha anche ordinato la confisca nei confronti dei due imputati di beni per oltre un milione di euro. Alla Regione spetterà anche un risarcimento da quantificare in sede civile. L’inchiesta era iniziata nel 2014 quando i due imprenditori furono arrestati dalla Guardia di finanza e la barca posta sotto sequestro. Poi, nel 2015, il Tribunale del Riesame aveva dissequestrato l’imbarcazione e definito “non sostenibile l’astratta configurabilità del reato di truffa” revocando le misure cautelari. In particolare, secondo la procura, gli imputati non hanno rispettato le altre condizioni del bando, come ad esempio pubblicizzare i risultati della costruzione del prototipo, lasciare la barca in Toscana per 5 anni (la Blue boat invece era stata trasportata a Olbia, in Sardegna) spendere i soldi ricevuti per costruire l’imbarcazione innovativa.