Nel gennaio 2012 la Guardia di finanza di Ancona ha sequestrato 3 milioni di euro sui beni di quattro persone e due società indagate per frode fiscale al termine dell’operazione All fake. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Ancona, hanno riguardato un appalto internazionale di lavori di dragaggio e bonifica fluviale dell’importo di circa 5 milioni di euro in Costa D’Avorio, finanziati dal Fes (Fondo Europeo di Sviluppo). A vincere l’appalto, nel 2009, è stata una piccola società di Ancona, operante nel settore delle ristrutturazioni edilizie. Durante le perquisizioni eseguite nel tempo presso la sede della società e nelle abitazioni degli indagati ad Ancona, Senigallia, Fano e Mondolfo, sono stati reperiti numerosi documenti che si sono rivelati falsi e utilizzati dalla società anconetana per dimostrare il possesso dei requisiti di capacità tecnica, professionale e finanziaria, ai fini della partecipazione alla gara in questione. La Guarda di Finanza, inoltre, ha scoperto una detrazione indebita di Iva per circa 1 milione di euro, l’aggiudicazione illegittima di un appalto internazionale per 4,8 milioni di euro, la partecipazione irregolare ad altre gare internazionali e l’ottenimento di anticipazioni indebite in conto corrente per circa 1,4 milioni di euro. I militari hanno individuato 18 unità immobiliari, ubicate nella provincia di Ancona e Pesaro ed 8 soggetti, tra istituti di credito ed altri intermediari, presso cui risultano intrattenuti rapporti finanziari da parte dei soggetti indagati.
Formazione professionale: i soldi finiti in auto e gioielli
“Ci siamo lasciati prendere dalla collera, dalla rabbia, a Paolo ho detto una cosa: io non voglio nulla, l’unica cosa la casa al mare. Dell’attico, della casa di Palermo, delle quote societarie io non voglio nulla. Spero che lui non abbia ricordi diversi rispetto a quello che gli ho detto io”. Questo lo sfogo di Tiziana Monachello, direttore amministrativo dell’Anfe (Associazione nazionale famiglie emigrate) ed ex compagna di Paolo Genco, registrato dalle microspie della Guardia di finanza di Trapani a marzo 2015, durante l’operazione Dirty training, mentre parla con il direttore generale dell’associazione Gaetano Calà. Secondo le fiamme gialle tributaria della guardia di Finanza, Paolo Genco avrebbe lucrato sugli ingenti finanziamenti destinati alla formazione professionale, attraverso tutta una serie di fatture false che avrebbero documentato spese in realtà mai sostenute.
L’ammontare della truffa contestata dalla Procura di Trapani ammonterebbe a 53 milioni di euro: somme che l’Anfe ha ottenuto da Regione e Ue tra il 2010 e il 2013. L’indagine è sfociata nel sequestro di 41 beni immobili. Le fatture sarebbero state emesse da Di Giovanni per la “General Informatic Center”, una ditta di materiale informatico che, secondo gli inquirenti, figurava scelta dopo un’indagine di mercato anch’essa falsificata. Il processo è ancora in corso.
A spese dell’Europa: le mille e una frode
L’hanno chiamata Paper castle, castello di carta, non soltanto per il ritrovamento di un’enorme quantità di documenti falsi, ma anche perché al centro dell’indagine portata avanti lo scorso febbraio dalla Guardia di finanza e dal nucleo europeo anti-frode (Olaf) c’è un vero castello nell’entroterra di Genova.
Il bottino, da oltre un milione e 400 mila euro ottenuto grazie ai fondi europei, invece di essere utilizzato per un intervento di tipo ambientale sulla struttura, secondo le Fiamme gialle sarebbe servito, almeno in parte, a rimettere in sesto le finanze dei proprietari che avrebbero così estinto l’ipoteca dell’immobile. Ma basta spostarsi di appena 173 km, in Val Trompia, in provincia di Brescia, per scoprire la truffa delle Vacche fantasma, smascherata dai carabinieri forestali di Marcheno e che ha portato alla denuncia di tre allevatori bresciani. In pochi mesi avrebbero intascato illecitamente più di 200 mila euro grazie a una facile pensata: prendere in affitto centinaia di ettari di alpeggi d’alta quota per aumentare virtualmente la superficie agricola utilizzata dalle proprie aziende e riscuotere i premi riconosciuti da Bruxelles nell’ambito della Politica agricola comunitaria (Pac). Ma l’erba alta immortalata dai droni non ha lasciato spazio a equivoci: quei pascoli non hanno mai visto una mucca brucare nei prati. Ora i “furbetti dell’alpeggio”, così come si legge nell’ordinanza pubblicata, rischiano fino a sei anni di carcere, oltre a dover restituire quanto percepito illecitamente.
Ma andrà veramente così? Più facile a dirsi che a farsi quando si ha a che fare con lo scandalo tutto italiano delle frodi sui fondi comunitari, vale a dire il principale mezzo finanziario con cui l’Unione europea persegue l’integrazione economica e sociale dei Paesi membri. Ma che in Italia rappresenta più che altro un rubinetto da cui la corruzione si abbevera a spese della comunità.
A inchiodare l’Italia è un pesante dossier pubblicato dall’Uvi, l’Ufficio valutazione impatto del Senato su elaborazione della Guardia di finanza, secondo cui ogni 10 contributi concessi al Belpaese, sei sono chiesti e ottenuti in modo illegittimo. E la percentuale sale ancora con per la Pac arrivando a toccare quota 64%. Numeri che, forse, sarebbe meglio che né il numero uno della Commissione europea Jean Claude Juncker né il commissario Ue al Bilancio, Günther Oettinger, vedessero per non riaccendere le polemiche degli scorsi giorni visto che – rasserenati dal neo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sull’impossibilità che “nessuna forza politica voglia uscire dall’euro” – in questo caso non è più l’Europa a essere vista come il male per l’Italia. Ma sono tutte nostrane le molte ombre su una partita a dir poco strategica come quella dei fondi Ue. Che, sottolinea il dossier, “sono gestiti direttamente dalle autorità statali e locali di ciascuno Stato membro in base a una programmazione approvata dall’Unione europea con il Quadro finanziario pluriennale”.
Basta pensare che per effetto dell’entrata in vigore di Europa 2020 (la strategia di crescita globale), per il periodo 2014-2020 l’Italia può contare su quasi 77,5 miliardi di euro, di cui 46,5 miliardi di euro destinati alle politiche di coesione e 31 miliardi di euro per il sostegno dell’agricoltura (per capirne la portata, basta pensare che per sterilizzare le clausole di salvaguardia servono 12,4 miliardi nel 2019 e circa 19 nel 2020, pena l’aumento dell’Iva). Risorse a cui va aggiunto il cofinanziamento nazionale, pari a 94 miliardi di euro, per le sole politiche di coesione. Un flusso costante e consistente di finanziamenti che solletica gli appetiti di furbetti e della criminalità organizzata e che viene attaccato a suon di truffe, malversazioni e frodi. E poco importa – o forse rafforza il senso di mala gestione – il fatto che l’Italia, secondo l’ultima relazione della Corte dei conti, si è collocata al quinto posto dopo Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi come miglior contribuente, ma poi sia un mediocre percettore di risorse visto che non riesce a sfruttare tutti i fondi erogati.
E di tempo non ce n’è molto: al 30 giugno 2017 il livello di attuazione dei fondi ha raggiunto il 10,19%, per gli impegni e il 3,16%, per i pagamenti. Valori piuttosto bassi, considerando che si è giunti a metà del ciclo di Programmazione, che minano seriamente la sua attuazione.
Un rischio, che dai dati dell’attività della Guardia di finanza, risulta particolarmente elevato al Sud. Nel triennio 2014-2016, durante i 12.838 interventi eseguiti controllando circa 2,4 miliardi di contributi, è emerso che le irregolarità sui fondi strutturali e sulle spese dirette della Ue nelle Regioni del Mezzogiorno hanno toccato quota 85% contro il 12% di quelle centrali e il 3,5% del Nord Italia. Numeri alla mano equivale a dire che ammonta a 1,5 miliardi di euro (oltre il 60% dei fondi) il tesoretto ottenuto e utilizzato in maniera illecita. Mentre se gli arresti sono stati 71, ben 5.521 persone sono state denunciate per truffa aggravata, malversazione e indebita percezione di risorse europee.
Cambia, invece, la situazione per gli illeciti sulla politica agricola comune e sulla politica della pesca. L’attività delle Fiamme gialle ha fatto emergere che su quasi 1,9 miliardi di euro di risorse, 735,6 milioni di euro (il 61,8%) sono risultati ottenuti in maniera fraudolenta, mentre su 1,2 miliardi di euro di fondi strutturali verificati, la frode riscontrata ammonta a 751,1 milioni (il 59%). Va però al Centro il record delle irregolarità con quasi la metà dei casi (il 46%); seguono il Sud (33%) e il Nord (21%).
Come agiscono i componenti della Banda Bassotti che puntano ai fondi comunitari? La Guardia di finanza ha enucleato i diversi “indici di anomalia”, così come chiama i trucchi usati per ottenere indebitamente i contributi europei, scoprendo che tra i più gettonati ci sono l’indicazione di teste di legno, persone anziane o disabili, la presentazione di false polizze fideiussorie, la richiesta di finanziamenti sproporzionati rispetto alle potenzialità del richiedente, la falsa dichiarazione di una particolare coltivazione, fino all’utilizzo di soggetti già deceduti prima della presentazione della domanda o sottoposti a misure di prevenzione antimafia. E poi c’è l’ampio utilizzo di consulenti e professionisti che, nell’ambito locale, si sono specializzati nell’acquisizione di erogazioni pubbliche. E a peggiorare la situazione c’è il capitolo dei recuperi: le somme indebitamente percepite il più delle volte rimangono dove sono. Tanto che al 30 giugno 2017, su 322,6 milioni di euro frodati tra il 2008 e il 2016, ne sono stati recuperati appena 74,4. Quindi, nelle tasche di numerosi italiani ci sono 248,2 milioni di euro di fondi comunitari non dovuti.
“L’analisi dei casi emersi – sottolinea la Guardia di finanza – conferma l’importanza di adottare un approccio strategico integrato nella lotta alle frodi comunitarie, ma manca una collaborazione amministrativa internazionale. Benché sia indispensabile lo scambio di informazioni fra autorità preposte ai controlli, non esiste uno strumento legale di mutua assistenza tra Stati membri. Un limite rilevante”.
È con l’idea di riuscire a reprimere queste truffe che da decenni a Bruxelles si negozia per istituire un procuratore europeo (Eppo – European public prosecutor’s office), una sorta di ufficio giudiziario comune per difendere i fondi europei.
Il 12 ottobre 2017 è stato approvato il regolamento che istituisce l’organismo centrale che potrà indagare e perseguire penalmente chi viola gli interessi finanziari dell’Unione, ma l’operatività scatterà solamente dal 2021.
Sherlock Mattarella e la serie infernale: la paura fa 89 giorni
La notte è appena sfumata nel blu che annuncia l’alba. Lunedì 5 marzo 2018, nello studio del capo dello Stato alla Quirinale. Sergio Mattarella si stropiccia gli occhi venati di rosso, poi passa la mano sulla chioma bianca. Non ha dormito ed è in riunione con i suoi tre consiglieri. Prende la tazzina del caffè e chiede al Primo consigliere: “Mi dica”.
“Presidente, c’è stato il riconoscimento ufficiale: l’identità dei tre cadaveri politici è stata confermata”.
“È come temiamo?”.
“Purtroppo sì e sono anche ridotti male: gli assassini hanno infierito con ferocia”.
I tre cadaveri politici sono la Seconda Repubblica, il Pd di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi. Cinquestelle e Lega hanno trionfato alle elezioni politiche di domenica 4 marzo: rispettivamente 32 e 17 per cento. Il Pd è invece morto al 18 per cento, Forza Italia al 14 addirittura.
Mattarella: “Bisognerà trovare un governo, come faccio? Il mio partito, il Pd, si è ucciso con le sue stesse mani. L’arma del delitto è il Rosatellum”.
Secondo consigliere: “Presidente le suggerisco di indagare con il metodo deduttivo di Sherlock Holmes”.
“Ma io sono solo un arbitro maieutico”.
La scienza della deduzione, diceva Sherlock Holmes, è infallibile: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”.
Pomeriggio dell’11 marzo, sette giorni dopo le elezioni. Il presidente investigatore si china e con una lente d’ingrandimento osserva e scruta alcune palline di colore bianco. I suoi tre consiglieri hanno appena ricevuto segretamente alcuni emissari susperstiti del defunto Pd.
“Ma è polistirolo?”
Terzo consigliere: “No, sono popcorn presidente. Renzi ha deciso che la linea è quella di godersi lo spettacolo e mangiare popcorn. Ha detto che vuole fare l’opposizione e tocca agli altri. Scommette su un governo tra M5S e Lega”.
“Lo immaginavo. Aspettiamo Pasqua per i primi interrogatori delle consultazioni. Nel frattempo vedremo che accordi si faranno sulle presidenze del Parlamento. Dobbiamo avere pazienza. Adesso però ci vuole un forte appello alla responsabilità”.
Il giorno dopo, il Pd celebra il suo funerale e nomina un esecutore testamentario detto reggente, Maurizio Martina. Forse c’è la flebile speranza di tornare alla vita grazie all’ipotesi di un dialogo con i grillini. Ma i necrofili renziani non mollano i cartocci di popcorn.
Il 14 marzo lo stallo delle indagini arriva al decimo giorno e i due vincitori assassini fanno la prima mossa. Il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini si parlano e si spartiscono il primo bottino: le presidenze delle Camere. Salvini è un dritto. È padano. Di Maio un napoletano di provincia, rigido e sempre incravattato.
Il leghista è diventato il nuovo capo della banda storica, il centrodestra, guidata per cinque lustri dal noto pregiudicato Silvio Berlusconi. Salvini vorrebbe che Di Maio gli stringesse la mano per sancire l’accordo sulle presidenze. B. invita pure il grillino per valutare insieme il nome azzurro per il Senato, Paolo Romani, altro condannato, tanto per cambiare. Ma Di Maio dice no a B. e pure a Romani.
Il 23 marzo, di venerdì, si vota. Il pregiudicato non cede sul suo candidato e il dritto leghista se lo gioca nell’urna di Palazzo Madama: i suoi accoliti votano l’azzurra Anna Maria Bernini, rompendo l’unità della banda su Romani. L’ottuagenario Berlusconi vive una notte nera di rabbia. Impreca contro lo sfregio dell’alleato maggiore ma più giovane. Il mattino porta però luce e realismo. Gli interessi privati del pregiudicato non consigliano di staccarsi dal Carroccio del vincitore. È fatta: l’intesa grilloleghista elegge i due presidenti: Elisabetta Casellati, altra forzista, al Senato; Roberto Fico, pentastellato di sinistra alla Camera.
Per i cattolici, il 25 marzo è la Domenica delle Palme. Ventunesimo giorno di stallo. Il presidente investigatore va a messa e benedice il suo ramoscello d’ulivo, poi ritorna al Colle.
Primo consigliere: “Presidente Grillo e Di Maio concordano e dicono che Salvini è uno che mantiene la parola data”.
“Ahimé è l’unico indizio che abbiamo per trovare un governo. Avrei preferito che il morto parlasse (il Pd, ndr). Ma io sono l’arbitro socratico: se populismo ha da essere, populismo sarà. Facciamo passare Pasqua e fissiamo il primo giro di interrogatori”.
Terzo consigliere: “Su quali basi presidente?”.
“Non succederà nulla, ma noi inizieremo a eliminare l’impossibile come suggerisce l’amico Sherlock. Non daremo mai l’incarico a Salvini per un governo di centrodestra”.
Secondo consigliere: “Non solo non hanno i voti, ma dicono che Salvini stesso non lo voglia affatto”.
Il 3 aprile, i giorni dello stallo salgono a trenta. Di Maio getta il cuore oltre la destra e la sinistra, contemporaneamente. Offre un contratto di governo alla tedesca sia alla Lega sia al Pd. Il giorno successivo, l’arbitro investigatore apre il primo giro di consultazioni. Testimoni, complici e indiziati non danno elementi concreti, come previsto. Il Pd continua la sua veglia funebre e spinge Di Maio tra le braccia del capobanda della destra.
Il 12 aprile, lo stallo è a quota 39 giorni. Sherlock Mattarella comincia il secondo giro di interrogatori, stavolta per stringere il cerchio intorno ai due sospettati: il capo grillino e il dritto leghista. “Almeno un innesco di trattativa me lo devono dare”.
Ma il capobanda della Lega è un professionista della politica e del tavolo verde. Bluffa e millanta pure sul suo presunto distacco dal pregiudicato Berlusconi. Al suo nuovo e ingenuo amico, Di Maio, dice: “Porterò la testa di B. al Quirinale”. L’ingenuo riferisce al Colle e l’attesa diventa fremente. In realtà, il dritto della Lega ha rassicurato B.: “Stai sereno sto convincendo Di Maio a fare il governo pure con te e Forza Italia”.
Il gioco non è solo doppio, ma triplo. Il nuovo padrino del centrodestra vuole prendere tempo e aspettare le elezioni regionali di fine aprile in Molise e Friuli Venezia Giulia. L’obiettivo è regolare i conti per sempre con l’anziano boss azzurro.
Risultato: il 12 aprile, il pregiudicato fa uno show al Quirinale inveendo contro gli “antidemocratici” grillini. Ce l’ha soprattutto con Alessandro Di Battista che l’ha accusato per l’ennesima volta di aver finanziato la mafia. Lo stallo delle indagini entra nella sua fase più acuta.
Martedì 17 aprile, quarantaquattresimo dello stallo. Il presidente investigatore raduna i suoi consiglieri: “Qui può succedere di tutto, brancolo nel buio”.
Secondo consigliere: “Presidente è ancora presto per prendere la pistola”.
“Si riferisce all’arma del voto anticipato?”.
“Certo”.
“Lei ha ragione. Dobbiamo stanare il dritto leghista e mettere sotto tutela Di Maio. L’ingenuo è dalla mia parte, si è convertito pure all’atlantismo durante la crisi siriana dell’altro giorno”.
Terzo consigliere: “Va bene, ma ora che facciamo?”.
“Chiamate gli esploratori”.
Gli esploratori sono due e hanno il compito di disboscare, separatamente, due perimetri possibili: quello tra M5S e centrodestra, meglio tra M5S e Lega, e quello tra grillini e Pd. Muniti di bussola e taccuino entrano in azione Casellati per il primo perimetro e Fico per il secondo. Il dritto leghista continua a nascondersi e a fare il doppio gioco sul pregiudicato Berlusconi. L’investigatore del Colle perde la pazienza anche con Di Maio: “Lui e Salvini sono come i ladri di Pisa”. Litigano di giorno e fanno comunella di notte.
Maggio arriva. Ormai se ne sono andati 60 giorni di stallo, al 3 del nuovo mese.
È il momento di tirare fuori la pistola.
Sherlock Mattarella torna a indagare in prima persona. Terzo giro di interrogatori il 7 maggio. Nel Pd è sempre la buonanima di Matteo Renzi a comandare e la veglia funebre coi popcorn è definitiva. Le consultazioni vanno a vuoto e il capo dello Stato intima pubblicamente: farò un governo neutrale per andare a votare, se possibile, nel 2019. Oppure si va alle urne a luglio. Terrore, per chi ha perso le elezioni.
La mossa produce i suoi effetti due giorni dopo, il 9 maggio, sessantaseiesimo dello stallo. Il pregiudicato, circondato dai suoi consigliori storici (vossia Gianni, vossia Fedele, vossia Niccolò) si rassegna e fa il passo di lato. Il capobanda leghista può fare il governo con l’ingenuo grillino. Due colori. Giallo e verde.
Il giorno numero 70 di stallo cade di domenica, il 13 maggio. Di Maio ribalta la Costituzione e antepone il contratto di governo con Salvini al nome del premier. Al Quirinale, l’investigatore aspetta una telefonata. È reduce da due importanti discorsi, a Firenze e a Dogliani, in Piemonte: europeismo e prerogative del capo dello Stato per la scelta dei ministri. Il telefono squilla: “Venite?”. “Sì, domani ma non abbiamo il nome”.
L’ingenuo vorrebbe fare il presidente del Consiglio ma il dritto leghista lo costringe a un nome terzo.
Passa una settimana. Sempre di domenica, 20 maggio. Nel contratto c’è l’uscita dall’euro?
Il telefono squilla al Colle, consuetudine festiva ormai. “Venite domani? Sì, meno male. E chi è Conte? Ma è vero che c’è Paolo Savona?”.
Savona, pilastro dell’establishment diventato rivoluzionario anti-euro. Il dritto Salvini lo vuole all’Economia. Ma c’è di più: il leghista sa che può usarlo per far saltare l’accordo, come ha confidato al pregiudicato azzurro. L’investigatore incarica comunque lo sconosciuto Giuseppe Conte di fare il governo.
Domenica 27 maggio è il giorno numero 84 della crisi. Il presidente interroga tutti al Quirinale: Salvini, Di Maio, infine Conte. Savona è nella lista dei ministri. Sherlock Mattarella dice di no: “Ma perché non pensate a Giorgetti, che è leghista?”. Il dritto Salvini manda Di Maio allo sbaraglio totale: “Il capo dello Stato è colpevole di alto tradimento, bisogna processarlo e dargli l’ergastolo”.
Sguardo cupo, la sera stessa, il presidente si rivolge drammaticamente al popolo e annuncia il governo neutrale. Incarica uno spilungone simpatico e famoso: Carlo Cottarelli. E si può votare già il 29 luglio. Altro panico da urne.
La tragedia del voto balneare sta per compiersi la sera del 29 maggio. Cottarelli va al Colle con la lista dei ministri. Entra e non esce più. Che fine ha fatto?
Il mistero si risolve nella notte: è stato congelato per far ripartire la trattativa gialloverde. Savona finalmente si sposta, Di Maio fa pace con il capo dello Stato e il capobanda leghista va nell’angolo per la prima volta.
Il 31 maggio nasce in serata il governo Conte.
Sherlock Mattarella congeda i suoi consiglieri: “Ve l’avevo detto che avremmo avuto un governo per giugno, vado a dormire finalmente, buonanotte”. Genio d’un presidente. La paura ha fatto 89 (giorni). Viva la Repubblica (Terza).
Afragola, il sindaco Pd avverte i big Pd: “Non fatevi vedere o perdo”
Lo stop è arrivato con una intervista al “Mattino”: il sindaco Pd di Afragola (Napoli) Domenico Tuccillo, presidente Anci Campania e in campagna per un secondo mandato da primo cittadino, non vuole che i big del partito lo affianchino nelle iniziative verso il voto del 10 giugno. Consapevole che farsi vedere in giro con Martina o con De Luca sia un disvalore elettorale, Tuccillo ha invitato i dem a riflettere sul disastro e a lasciare in pace chi invece, a suo dire, sta facendo sul territorio un buon lavoro. “Nessuno di loro si deve avvicinare ad Afragola”. Potrebbe infettare il virus della sconfitta. Tuccillo ne ha anche per De Luca: “Scelse Afragola come sede per lanciare il suo movimento ‘Campania Libera’ il cui plenipotenziario era Tommaso Casillo, ora in combutta con l’ex senatore Pdl Nespoli contro di me”. Al Fatto che gli chiede se il suo appello a restare a casa sia stato accolto, Tuccillo risponde: “Ci mancherebbe altro”. Dovrebbero invece arrivare i grossi calibri degli schieramenti opposti: sono attesi Salvini, su input della deputata leghista di Afragola Pina Castiello, e Di Maio, che qui è di casa ed è amico di Iolanda Di Stasio, la neodeputata pentastellata locale. Ma le scorie di anni di battaglie grilline contro il potere Nespoli-Castiello non sono rimosse: Di Stasio e Castiello sono alleate a Roma, ma non si parlano e non si salutano nemmeno.
Tutti contro il buddista. Ma resta l’ombra-Genovese
Tutti divisi a Messina, ma tutti uniti contro Renato Accorinti. Il sindaco buddista, pacifista e No-Ponte, che fece il suo primo ingresso nell’austero Palazzo Zanca a piedi nudi. “Il simbolo di una politica onesta e umana”, dicono gli aficionados. “Un fallimento”, il rappresentante della più bieca “antipolitica”, un “cavernicolo giustizialista che al confronto i Cinque Stelle sono establishment di Palazzo”, scrivono quelli di “Stretto Web”. Si vota per il nuovo sindaco. Sette candidati, oltre Accorinti, il Pd con Antonio Saitta, prorettore alla legalità dell’Università di Messina, sostenuto da 3 liste; il neurologo Dino Bramanti, per il centrodestra, con 4 liste; Pippo Treschitta, ex centrodestra; Cateno De Luca, con 6 liste; Emilia Barrile, ex presidente del Consiglio comunale con una; da soli i Cinque Stelle con Gaetano Sciacca, ex capo del Genio Civile ed ex commissario del Consorzio autostrade siciliane.
Una guerra all’ultimo voto. Colpa, o merito, della nuova legge elettorale varata dalla Regione Sicilia. Basta il 40% dei voti per varcare la soglia di Palazzo Zanca ed indossare la fascia tricolore di primo cittadino. Un colpo solo, al primo turno. Chi vince si porta a casa il 60% dei seggi. Nel 2013, altra legge elettorale e altri scenari politici, il “miracolo di Renato”. Un professore di ginnastica noto in città per le sue battaglia sociali. Le fotografie lo ritraggono incatenato ad un pilastro del Ponte di Messina. Sempre in prima linea nei movimenti pacifisti, nel 2013 si presenta con una sola lista. Contro ha le armate di Francantonio Genovese, ex Dc, poi berlusconiano, eterno padre-padrone della città, e al tempo proprietario del Pd, che gli schiera contro Felice Calabrò con otto liste.
Ci sono anche centrodestra e Cinquestelle. Primo turno, il buddista ha un ottimo risultato ma si ferma al 23,88%, il candidato del Pd, invece, stravince ma si ferma sul ciglio del baratro al 49,94%. E infatti al ballottaggio tutto si ribalta: Arcorinti tocca il 52,67%, il suo avversario scende al 47. Ma la Sicilia è terra di arzigogoli, per cui il vincitore porta a casa 4 consiglieri, lo sconfitto 29. “Cinque anni così – si sfoga Accorinti – senza maggioranza ma con tante idee e progetti. Hanno tentato di farmi cadere mille volte, ma si sarebbero messi contro l’intera città”. Cinque anni, la politica che cambia in tutta Italia, anche a Messina, ma con una sola certezza: i Genovese e il loro potere. Francantonio è stato travolto dall’inchiesta sui corsi professionali insieme alla moglie e al cognato, ha eletto il figlio ventiduenne alla Regione, ma pure il rampollo Luigi finisce nei guai per una storia di beni di famiglia intestati e riciclaggio.
Cambia poco, è sempre Francantonio, sono sempre i Genovese (nel frattempo passati armi, bagagli e pacchetti di voti con Forza Italia) ad avere le mani sulla città. Alle ultime politiche, Forza Italia non ha subito tracolli e si è assestata al 29,37%, anche se il plebiscito è tutto dei Cinque Stelle: 45%, 50mila voti. Quanti sarebbero più che sufficienti per regalare la fascia tricolore all’ingegner Gaetano Sciacca, ex capo del Genio Civile, ex Commissario del Consorzio autostrade siciliane. Un appello ai giovani, “non arrendetevi”, e un programma che punta all’utilizzo produttivo di cento beni comuni censiti in città, all’agricoltura bio a km zero e a un nuovo marketing territoriale per “attirare cervelli in fuga”. Ovviamente, nessuna alleanza con Accorinti il rivoluzionario. La Lega (5,3% alle politiche) si presenta col centrodestra, ma c’è un “Salvini dello Stretto”. È Cateno De Luca, personaggio a cavallo tra populismo e folklore, che da deputato regionale (è eletto con l’Udc ed è alla quarta legislatura), tuona contro “Centrosinistra e centrodestra, la Casta dei privilegi”.
Lo attacca Giuseppe Triscritta, ex centrodestra, ora con “Messina splendida” per una presunta “compravendita di voti” e lui replica invocando la procura e bollandolo come “moralizzatore improvvisato”. Tutti divisi ma tutti uniti contro Renato Accorinti. E lui? “Li lascio fare. Certo, sono un sognatore, sogno che il malaffare sia cacciato per sempre dalla città, che non si interrompa il cammino che abbiamo iniziato scalzi cinque anni fa”. Messina oggi, un comune in predissesto con mezzo miliardo di debiti, “dimezzati – dice il sindaco – grazie al recupero dell’evasione fiscale e ai risparmi. Ma abbiamo vinto una grande battaglia, il debito sarà spalmato nei prossimi vent’anni”. Trasporti pubblici: “Cinque anni fa in città circolavano 15 mezzi, ora sono 80 più il tram, da ottobre scorso abbiamo anche 13 bus elettrici per il centro”. Rifiuti: “Dal 3% la differenziata è passata al 17, con incentivi per 30mila famiglie virtuose. Abbiamo finanziamenti per infrastrutture e servizi per oltre 300 milioni, il cantiere del porto di Tremestieri, che libererà la città dal traffico dei Tir, è aperto…come vedi non viviamo di soli sogni ma anche di realtà concrete”.
Si rivota e c’è il sindaco che serviva a Carminati
“Esci fuori dal Comune!”, finisce così la conversazione con il sindaco uscente Tommaso Luzzi. Ci accoglie malvolentieri in ufficio senza invito a sedere: “Facciamo in fretta. Il Fatto Quotidiano ha scritto cose che non doveva prima e non le cose giuste dopo: quello che è successo qui a Sacrofano, noi siamo stati coinvolti in cose in cui non c’entravamo niente”. Luzzi è di nuovo in corsa nella cittadina, otto mila anime, diventata famosa per essere la “terrazza” su Roma di Massimo Carminati, detenuto (condannato a 20 anni) ma non più al 41 bis dopo la sentenza di primo grado per i fatti del Mondo di mezzo. Il sindaco dopo esser stato indagato per associazione mafiosa è stato archiviato e il Comune di Sacrofano, dopo una proposta di commissariamento per mafia del prefetto Franco Gabrielli (oggi capo della polizia), è rimasto in piedi fino al termine del mandato che scade in questi giorni.
Si vota per il rinnovo di sindaco e Consiglio comunale, infatti, la prossima domenica. E Luzzi, appunto, è ricandidato con la sua lista civica appoggiata dalla destra nera romana afferente ai Gramazio e a Maurizio Gasparri, che qualche giorno fa non ha fatto mancare un suo comizio in piazza. Al di là del positivo esito giudiziario non possono non pesare come un macigno a livello politico le vicende di Mafia Capitale e dintorni per Luzzi, anche se qui nessun esponente di levatura nazionale (e neppure locale) né del Pd né dei Cinque stelle si è speso per rendere simbolica questa tornata elettorale. A pesare è quella conversazione intercettata tra il costruttore Agostino Gaglianone e Carminati stesso, in cui il Nero raccomanda di organizzare una cena elettorale per il sindaco uscente: “Tu metti il locale, io metto il catering”. Per poi motivare al figlio Andrea, era il 4 maggio 2013, durante un’altra conversazione, intercettata nel bar di Vigna Stelluti: “Perché Tommaso a me me serve lì in zona da noi come sindaco”. Il sindaco che serviva a Carminati, insomma. Ma al ricordo di queste parole e di questi fatti, oggi, Luzzi reagisce così, cacciando i cronisti dal municipio: “Non ci sta nessun incontro che mi riguarda, dite stupidaggini, mi porti la carta giudiziaria. L’ha sentita lei l’intercettazione? L’ha vista lei? Guardi, abbiamo chiuso qui. Vada via, vada via dal Comune! Qual è il problema? Non voglio parlare”. Alle rimostranze dei cronisti, dopo aver definito “fascista” il metodo con cui il sindaco Luzzi li allontana, lo stesso alza la voce con tono minaccioso: “Non te permettere, esci fuori dal Comune, esci fuori dal Comune, esci fuori dal Comune! Fascista ci sarà lei, fascista ci sei te, fascista ci sei te che vieni qua a provocarmi”. A questo punto i cronisti fanno notare: “Non ha candidato un esponente di Casapound nella sua lista?”. Così Luzzi: “I candidati sono persone perbene, forse più di lei, più di lei, sono affari miei, è un ragazzo di 24 anni. Fascista ci sei te”.
Barba hipster e tatuaggi, la divisa d’obbligo dei militanti duri e puri di Casapound, Ares Prehm, leader nazionale di Blocco studentesco – l’organizzazione giovanile del partito di Simone Di Stefano – a Sacrofano è cresciuto. Se Luzzi rappresenta il vecchio mondo in doppio-petto del Msi di Giorgio Almirante, Prehm è infatti il prototipo del fascista del XXI secolo: “Vogliamo inserirci nel solco della dottrina politica, sociale ed economica del fascismo, riabilitando quei valori eroici e politici che per tanto tempo hanno contraddistinto la nostra nazione – spiega in una intervista dello scorso aprile sul sito Election day – Ci sentiamo eredi dei padri della Patria che ritroviamo nel corso dell’intera storia di questa nostra terra: da Romolo a Cesare, da Dante, fino a Garibaldi, Mazzini e Mussolini”. Nessun dubbio: “Ideologicamente ci rifacciamo al fascismo”. Così suona simpatico il “fascista ci sarà lei” urlato ai cronisti dal sindaco. Programmi del giovane camerata Prehm per il futuro di Sacrofano? Scorrendo il suo profilo social appaiono due video mentre annuncia la pulizia e il taglio dell’erba in un campetto sportivo della zona. Ramazza e poche parole, insomma.
E, che a Sacrofano non piaccia molto parlare del recente passato del Mondo di mezzo, lo confermano le chiacchiere con le persone, ma anche con la candidata avversaria Patrizia Nicolini, funzionaria del Viminale: “La nostra decisione di candidarci è per voltare pagina rispetto a quel passato, quindi non vorremmo più parlarne e pensare piuttosto a restituire a Sacrofano un’immagine che non sia quella di Carminati e Mafia Capitale”. Una campagna elettorale in cui non è stata issata la bandiera della legalità quindi: “No, perché vogliamo occuparci dei problemi concreti, come il trasporto pubblico e la cura delle strade, questioni che il sindaco Luzzi non ha curato molto bene”. Quella della Nicolini è una lista civica, si chiama “Uniti per Sacrofano”, non compaiono simboli di partito sulla scheda ma c’è l’appoggio del piccolo meet up dei Cinque stelle: “I cittadini in Movimento di Sacrofano non voteranno il sindaco Tommaso Luzzi per le note vicende giudiziarie che lo riguardano”.
Pochi parlano volentieri della villa a Monte Cappelletto, pochi minuti dal centro del paesino percorrendo la stradina divenuta celebre per l’arresto del “Samurai”: la dimora di Carminati di proprietà del commercialista Marco Iannilli; un ragazzo per strada ci dice: “Carminati? Sa che ne ho sentito parlare, ma non vorrei dirle una cazzata, non ricordo… che c’avete na sigaretta?”. Al ristorante “il Grottino” l’oste racconta, invece, di pranzi e cene con tavolate alla presenza di Carminati e del suo numero 2 Riccardo Brugia, “una volta se ne sono andati senza pagare un conto da 700 euro”. E il sindaco Luzzi? “Mai visto a tavola con loro, ma lui si vede meno in quelle occasioni”. Siamo in una delle osterie, quindi, frequentate dal Mondo di mezzo quasi fino agli arresti: “A un certo punto – racconta ancora l’oste – abbiamo fatto una specie di convenzione con i carabinieri, quando hanno iniziato a venire a mangiare qui loro è sparito il Mondo di mezzo: sei mesi dopo sono stati arrestati per Mafia Capitale”.
Clandestini da rimpatriare: lavorano nei nostri campi
Secondo la Cgil sono ormai quasi mezzo milione. Per lo più stranieri, lavorano sotto caporalato in un’ottantina di distretti agricoli da Nord a Sud, spesso trasferendosi da una regione all’altra seguendo il ritmo delle stagioni. Tra poco ci saranno pomodori, meloni e angurie, poi l’uva, le olive, le arance e gli agrumi.
La paga è più o meno la stessa in tutta Italia: dai 3 ai 5 euro l’ora, con turni infernali che possono arrivare anche a dodici ore al giorno. Ma il dramma non riguarda solo l’agricoltura, perché sono ormai diversi i mestieri stagionali in cui buona parte della forza lavoro è costituita da migranti, spesso irregolari – quelli che, stando al contratto di governo appena siglato tra Lega e M5s, l’Italia cercherà di rimpatriare più di quanto non abbia fatto prima – o comunque in situazioni di forte disagio sociale e economico. Si va dalle consegne a domicilio alla ristorazione, passando per le attività di magazzino e di pulizia, un universo di sfruttamento che spesso sfugge a regole e censimenti.
Schiacciati dai colossi della logistica
Nella logistica il boom di consegne, grazie al commercio online, va da fine ottobre a Natale. Quasi tutte le grandi aziende che inviano i propri prodotti a domicilio non hanno addetti assunti con il contratto nazionale del settore, ma esternalizzano il servizio appaltandolo a società specializzate. Amazon, per esempio, smista i prodotti dai suoi magazzini attraverso Poste italiane, Bartolini, Sda e altre grandi aziende, che però non consegnano all’utente finale, ma portano le merci in altri depositi sparsi per l’Italia. A quel punto, per Amazon come per quasi tutti i player del settore, sono le aziende in subappalto a gestire la consegna al cliente. I problemi nascono proprio in questa fase, perché l’ultimo anello della catena è il più debole e spesso il servizio è svolto da cooperative improvvisate ed è gestito tramite caporalato, sfruttando personale straniero. “È un problema diffuso soprattutto dalla Toscana in su, con picchi in Veneto, Emilia e Lombardia”, spiega Giulia Guidi, segretario nazionale della Filt Cgil. L’ultima denuncia arriva da Belfiore (Verona), dove pochi giorni fa Manish, un ragazzo indiano, si è rivolto a Adl Cobas per raccontare la sua storia: lui, assieme ad un’altra ottantina di ragazzi indiani dello stesso magazzino, ha dovuto pagare 5mila euro a un uomo conosciuto come Taru, in grado di far firmare loro un contratto a tempo determinato come facchini e di procurare un alloggio comune. Il meccanismo si è rotto, racconta Adl Cobas, quando Manish si è rifiutato di firmare una delega in bianco a Taru per l’assemblea dei soci della cooperativa, ritrovandosi di lì a poco senza più lavoro. Il reclutamento si basa spesso su una logica di etnia: “Un caporale mantiene meglio il controllo sui lavoratori se sono suoi connazionali”, conferma Guidi.
Sedici ore di fila nella ristorazione
Con l’arrivo dell’estate si intensifica poi anche il comparto dei servizi di ristorazione e accoglienza. Un paio d’anni fa la Guardia di finanza di Foggia ha sgominato un’organizzazione che reclutava migranti per farli lavorare sia nei campi coltivati che come camerieri o lavapiatti nelle attività della zona. Si scoprì che nei periodi più intensi, come la notte di Capodanno, chi era impiegato nella ristorazione aveva lavorato anche per sedici ore di fila per tre euro l’ora, da cui detrarre le spese per un alloggio fatiscente procurato dal caporale.
Schiene spezzate nelle raccolte
L’agricoltura resta comunque il settore in cui é più diffuso lo sfruttamento stagionale dei migranti. Nel luglio 2015 fece scalpore la storia di Abdullah Mohammed, bracciante di origini sudanesi morto mentre raccoglieva pomodori vicino a Nardò (Lecce). Altro snodo fondamentale della raccolta, soprattutto di arance, è Rosarno (Reggio Calabria), dove ormai otto anni fa i migranti misero a ferro e fuoco il paese per protestare contro il loro sfruttamento nei campi. “Nel caporalato dell’agricoltura non sono coinvolti soltanto clandestini – precisa Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil – perché ad accettare simili condizioni sono anche immigrati con regolare permesso di soggiorno o cittadini europei”. È il caso, per esempio, di molti bulgari e romeni, ingolositi da uno stipendio che, pur misero, permette loro di spedire nel Paese d’origine una buona somma di denaro. Il frutto del lavoro nei campi arriva ogni anno nelle nostre tavole e non si tratta soltanto dei pomodori del Sud Italia. Si pensi che in Chianti, dove si produce il pregiato vino toscano, gran parte della forza lavoro è costituita proprio da migranti dell’Est Europa. D’altra parte anche nell’agricoltura il fenomeno del caporalato funziona per blocchi di etnie che si spostano continuamente da un posto all’altro: “Adesso molti lavoratori dell’Est Europa si stanno insediando nel Pontino laziale – continua Mininni – prendendo il posto di una comunità indiana proveniente dalla regione del Punjab, a sua volta ben radicata negli allevamenti lombardi”.
Business da 15 miliardi che fa gola alle mafie
A dare i tempi ci pensa la natura, alternando la raccolta a seconda delle stagioni. A Latina ci si specializza in ortaggi, a Mantova in meloni, in Umbria c’è il tabacco, in Puglia pomodori e angurie, in Calabria le arance e i mandarini, in Sicilia le olive, ma la geografia del caporalato non può che essere parziale. Il business, secondo le stime dell’ultimo rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto, si aggira intorno ai 15 miliardi di euro l’anno: una cifra che fa gola anche alla criminalità organizzata, tanto che quasi la metà dei beni sequestrati o confiscati alle mafie – stando allo stesso report – sono proprio terreni agricoli.
Balotelli: “Il razzismo fa male, il Paese si svegli”
“Il razzismo fa molto male, dà fastidio. È ora che l’Italia diventi come tanti Paesi, più aperta, e cominci a integrare le persone che vengono da fuori”. Così Mario Balotelli alla vigilia dell’amichevole a Torino con l’Olanda. Il centravanti, nato a Palermo da genitori ghanesi e poi adottato da una famiglia residente nel Bresciano, ha anche commentato la possibilità di diventare capitano: “Sarebbe un bel segnale per gli immigrati, ma si può essere un esempio anche senza indossare la fascia”.
“Ministro Fontana, non sono invisibile”
“Non voglio supporto, mi basterebbe smettere di sentirmi invisibile”. Così Tiziano Ferro ha risposto su Instagram alle parole del neo ministro della Famiglia e disabilità Lorenzo Fontana che in un’intervista ha detto: “Le famiglie gay non esistono”. Il cantautore ha fatto coming out nel 2010. Dure critiche a Fontana sono arrivate anche dalle associazioni Lgbt e da altri artisti come Ermal Meta ed Emma Marrone che ha twittato: “Ciao Fontana, arrestateci tutti”.