Camilleri-Tiresia, il cieco capace di scorgere il nostro assoluto

Andrea Camilleri non ci vede ma si mette in tasca gli acciacchi dei suoi 93 anni e se ne parte da Roma per arrivare a Siracusa.

Prende possesso del Teatro Greco e solo una cosa si merita: un grazie con inchino, tanto è maestosa la sua messa in opera, Conversazione su Tiresia. Un suo testo originale scritto apposta per la stagione dell’Inda, regia di Roberto Andò, a cura di Valentina Alferj.

Con lui in scena e con la musica di Roberto Fabbriciani, in un mirabile monologo – lunedì 11 giugno.

Lui non è solo uno, nessuno e centomila.

Camilleri è il remoto segreto di uno nel mistero sgargiante di un altro uno: “Come tutti, come spiegava Luigi Pirandello, io sono bipolare”.

Così sentenzia soffiando sul mantice della sua granosa e sazia voce. Sorride quindi, e prosegue: “Ma per fortuna questo mio mestiere mi consente di cavarmela, e di salvarmi – seppure vigliaccamente – manipolando l’esistenza quotidiana con la letteratura dove persona e personaggio sono perfetti complici, giammai infidi tra di loro”.

Ne Il metodo Catalanotti, il suo ultimo romanzo, da tre giorni in libreria, c’è il commissario Montalbano alle prese con un omicidio dove non si capisce se con la vittima “è ucciso l’artista oppure l’usuraio”, dove non si capisce se il commissario è più interessato alla vita o alla morte di Catalanotti, dove l’autore inizia di certo a lasciare le tracce del suo allontanarsi dal commissario.

Se fino a oggi abbiamo visto e letto tutto con gli occhi di Montalbano in questo libro, giusto a offrire un ulteriore livello, bipolare, il lettore esce dalla ripresa in soggettiva propria della distanza passiva per immedesimarsi come in un incastro di Escher a doppio esito: “Teatrale, certo; nel metodo; e nelle conseguenze”.

E non sarà certo un caso se anche il titolo è senza “genitivo”, – senza “La Forma del…”, o “La Giostra degli…”, “Il Ladro di…” – Camilleri alza il tiro della scrittura e si avvicina al titolo ultimo, al romanzo che chiude la serieRiccardino, solo il “nominativo”.

Non è certo un “genere”, è letteratura. E Camilleri s’adopera in certe pagine – stampate in corsivo – Tutto è teatro: “Le parole lavorate dalla musica”. Rifiuta l’appellativo di Maestro e chiede piuttosto il Voscenza, “che significa” – naturalmente scherza Camilleri – “vostra scienza!”.

La rappresentazione impegna la lettura e così anche l’ascolto: “Una ragazza dal doppio sesso – un’ermafrodita – è messa incinta da una suora, partorisce una bambina…”.

È un cunto, da cui si dipanano tutti i cunti. Fa Tiresia, il profeta orbo, e allora si capisce chi è davvero lui: è uno che dà del tu all’assoluto nel luogo proprio dell’assoluto orale.

Pronto a qualunque cosa, Camilleri – a far le prove, a tenere la memoria, a recitare infine –e così svegliare alla bellezza dell’Ellade universale: il suo è il Tiresia della verità più sfacciata, è il racconto del vecchio che tutto ha visto, e tutto può raccontare, grazie alla chiarezza della cecità: “Vederci distrae dal pensiero, immerso nella mia nebbia ho messo in conto la mia malinconia: non vedere più le donne, le tele che ho amato, non goderne, è un pegno esagerato; mi sforzo sempre nel fabbricarmi in testa la Flagellazione di Piero della Francesca, ricostruire mentalmente i personaggi, la luce e i contrasti…”.

La malinconia ha la sua coda nascosta nell’esistenza parallela: “Non vedo l’ora di andare a dormire, io, perché appunto la notte io vedo; subito sogno e i miei sogni hanno colori ancora più vivi, sono accesi, intensi; e sono bandoli da cui si riavvolgono storie; è l’altro polo dell’esistenza, il sogno…”.

La luce, e il buio. La terra, e il mare. L’uomo e la donna. In un dettaglio Camilleri ha la sua “trovatura” per riavvolgere le storie. Ed è come nell’eterno “asserpentarsi” di uno dentro un altro uno.

Catalanotti, dunque. E Tiresia. I due canoni dello smarrimento bipolare.

E la storia che si tramanda è questa: “Tiresia che ha avuto modo di essere donna e poi uomo, prova tutti i piaceri e Zeus che sta litigando con Era, chiede a lui chi se la gode di più, il maschio o la femmina? Il piacere si compone di dieci parti, risponde Tiresia, l’uomo ne prova solo una e la donna nove. Mal gliene incoglie. Era lo fa cieco e certamente”, così se la pensa Camilleri, “perché mai, nei trecento anni di amplesso con Zeus, li aveva provati questi piaceri”.

Lucido, arriva dove nessuno c’è. Scorge “ciò che c’è davanti, a noi, al nostro tempo che pure ha posto tre fondamenti d’inequivocabile segno –l’Atomica, Internet e la minigonna di Mary Quant –su cui non basta registrarne l’invenzione ma la loro evoluzione a dispetto dell’avanzare del sempre di meno, della prevalenza del pressappoco”.

Lui non parla di Tiresia come se lo fosse, lo è.

“Sono un ‘ladro’ di cinema cresciuto tra l’immondizia e la GoPro nelle mutande”

Da ultimo tra gli ultimi, fino alla Palma d’oro a Cannes come miglior protagonista, e grazie a Garrone e Dogman. Quando parla è talmente diretto, da mettere a nudo chiunque lo ascolta.

Sua madre se lo aspetta?

Non sa nulla, è una sorpresa, le ho solo spiegato dove farsi trovare e lei ha risposto se mi vanno peperoni e coniglio.

Suo padre?

È morto sei anni fa, ma è sempre con me, nei periodi più difficili della vita non mi ha mai lasciato solo.

Quindi la baracca esiste ancora?

E certo, ma dopo Cannes vogliono realizzarci un museo: vogliono conservarla ed ergerla a simbolo.

Viveva con poco.

Senza niiiiente. Niente. Con la fame addosso, spesso la sera mi bruciava lo stomaco.

Per quanto tempo?

Tanto. Per sei anni ho vissuto sotto terra in una cantina, e solo io so quanto ho sofferto, ma allo stesso tempo è stato bello e non sono mai andato a pietire da qualcuno.

A Roma è stato uno degli occupanti del teatro Valle…

Ho dormito per due anni e mezzo dentro ai bagni, li dividevo con un amico, e per la puzza dei piedi eravamo obbligati a tenere la finestra aperta, pure d’inverno.

Grazie a un’altra occupazione l’ha scoperta Garrone.

Per caso. In quel periodo frequentavo il Cinema Palazzo, una struttura di San Lorenzo (a Roma), nella quale si organizzano spettacoli. La compagnia teatrale del momento perde il protagonista, morto nel bagno: disperati mi chiedono di prendere il suo posto, tanto avevo assistito a tutte le prove, conoscevo la parte. Accetto. Garrone la sera del debutto era lì…

Si è definito un “ladro di cinema”.

Ho rubato, sempre.

Pratico o metaforico?

Conosco tutti i set cinematografici di Roma, sono in grado di raccontare e spiegare i menu di ogni produzione, posso stilare una lista dalla miglior pasta alla peggiore; mi basta uno sguardo per capire se chi ci lavora è uno stronzo o meno, se è una fiction o un film. So tutto. Grazie ai cestini rimediati, sono andato avanti per anni e anni.

Uno sguardo.

Per me il set è nutrimento.

Lei presenza fissa.

Se parla con i camionisti delle produzioni, le possono confermare la storia… capisco il set anche dal portacenere.

Spieghi…

Come lo realizzano è un indizio fondamentale (e tira su con il naso, annusa): è come per il cacciatore quando segue la preda con il fucile.

Oltre a mangiare, lavorava?

Certo, ai Nastri d’Argento ho incontrato la moglie di Nino Manfredi (Erminia) e si è emozionata quando le ho rivelato che il mio primo giorno di set l’ho passato accanto a suo marito e fino alle quattro del mattino.

Lei ingaggiato, quindi…

Macché! Ero andato per curiosare, poi mi sono imbucato e non mi hanno cacciato; alla fine mi hanno preso come comparsa, dovevo salire sul tram e scendere. Però ho passato il tempo con Manfredi…

Cosa vi raccontavate?

Come ha iniziato, i primi set, la sua vita. Gentilissimo. A un certo punto ho anche tirato fuori la macchina fotografica e ho immortalato quei momenti.

Lui disponibile.

Umilissimo. E se uno va dove è sepolto (il Verano), lo capisce dalla tomba: semplice, tranquilla; mentre Alberto Sordi si è ricostruito la sua villa in miniatura, realizzata grazie ai consigli di un guardiano.

Conosce tutto del Verano.

Ci vado sempre, c’è silenzio, mi piace. Sulla tomba di Sordi ho spesso incontrato la sorella mentre gli portava i fiori.

Frequenta altre tombe?

Sì, De Filippo… ah, quella di Sordi è esposta a Est, posizionata ad angolo, esattamente come da lui richiesto. Gli piaceva così. Mentre Manfredi è in mezzo alle persone, a terra.

È un cultore tridimensionale del cinema.

Studio tutto, per questo prima citavo i portacenere.

In Calabria andava al cinema?

Neanche una volta, la mia famiglia non se lo poteva permettere: l’ho scoperto una volta arrivato a Roma.

(In pochi minuti sono varie le persone che si fermano e gli stringono la mano).

La riconoscono…

Prima passavo inosservato, adesso è un casino.

Le pesa?

Sono abituato a vivere nascosto, a scendere in cantina inosservato, a sognare in silenzio. Oggi sono a vista, sotto esposizione, e non mi è possibile organizzare gli sketch, sgamano immediatamente.

Che tipo di sketch?

A volte mi fingevo scemo, quindi per strada sperimentavo le reazioni di chi capitava… anche in televisione ho lavorato ovunque, ma quasi nessuno ne è consapevole.

Quale programma?

Dovevo entrare nella casa del Grande Fratello, poi con Paolo Bonolis a Ciao Darwin e altri ancora.

Come ci è arrivato?

Tutto è partito grazie a mio fratello, quando un giorno mi disse: “Vieni a Roma, stiamo organizzando uno spettacolo teatrale”. Ma era una piccola produzione legata al Teatro del Redentore di via Gran Paradiso, un binomio di nomi quasi perfetto. Dovevo restare tre giorni, non mi sono più mosso.

Un fratello illuminante.

Il maggiore di casa, conosciuto realmente solo a Roma: dalla Calabria è partito a 16 anni, ha studiato, è diventato architetto, unico istruito della famiglia. Tornava a casa solo ogni tanto, ed è stato lui a instillarmi la passione per la musica, a credere in me, a istruirmi sul curriculum.

Grazie a Cannes, ha messo qualche euro da parte?

Non ho controllato il conto, non mi interessa, per me è un investimento: ho acquistato la mia prima videocamera, la sognavo da una vita, e sei GoPro, più dei microfoni.

Casa l’ha cambiata?

Perché? La casa sono io e il mio computer con il quale posso lavorare e montare i filmati. Pensare che non sapevo neanche spedire un’email.

Torniamo al curriculum.

Un giorno mio fratello se ne esce: “Devi averne uno”. Che è? “Devi, a Roma si fa così”. Io pensavo: è matto? In Calabria ti sparano se ti presenti con quella roba; da noi basta una chiacchierata e uno capisce se la persona va bene, nel caso basta una stretta di mano.

E invece…

Mi compra il primo cellulare e per poter inserire un numero di riferimento, quindi mi obbliga a imparare l’italiano, mentre parlavo solo in calabrese; infine mi sono chiuso in una stanza per tre giorni.

Tre?

Finita la mia impresa, gli consegno i fogli. Esco. Torno. E lo trovo con le lacrime agli occhi: leggeva e rideva; leggeva e rideva fino a sentirsi male. Per anni il mio curriculum è stato il momento epico delle feste.

Cosa ha scritto?

Partiva così: “A 10 anni ho iniziato a studiare musica in una piccola banda di Reggio Calabria, dall’anno dopo ho suonato il tamburo e per cinque anni sono andato avanti, aiutato da un vecchio musicista, Don Paolino. Per lui ero diventato come un figlio. Andavamo nei paesini, ci mangiavamo le cose buone, caserecce, il buon vino, portavamo l’allegria”…

E poi?

“Mi sono iscritto al conservatorio di musica Francesco Cilea, i posti erano quattro e io sono arrivato sesto. La musica è stata sempre una passione mentale, e quello che mi piace faccio”. E poi la descrizione degli altri lavori.

Quali?

Meccanico, barbiere, macellaio, idraulico sturacessi, imbianchino, attrezzista e cavista per il cinema.

Come andava a scuola?

Bocciato in prima elementare, per i maestri ero troppo piccolo di statura, ma grazie a questa scelta, il secondo anno ho conosciuto Pasqualino, il mio migliore amico.

Il bicchiere è sempre mezzo pieno.

È vero. Così si vive e sopravvive. Comunque della prima-prima elementare ricordo solo i calci in culo della maestra, una volta con il tacco mi ha sollevato da terra, e le botte ricevute da una compagna di classe.

Cosa aveva combinato?

La compagnuccia che mi picchiava, un giorno mi chiede di tagliarle i capelli con le forbici da carta: arriva la maestra, vede due ciocche a terra, si avvicina, e scattano le pedate.

La bambina in silenzio.

Godeva.

È stato spesso bullizzato?

Abbastanza, però ero uno zingarello, andavo a cercare qualunque cosa nella discarica, e mi vergognavo: fino ai sette anni stavo sempre solo, poi dopo la bocciatura ho scoperto l’amicizia.

Si vergognava…

Mi nascondevo tra i rifiuti, l’unica forma di speranza mi arrivava da Rambo.

Rambo, chi?

Stallone! Lo imitavo, immaginavo le scene, le replicavo, mi sporcavo il viso, quindi le colline d’immondizia diventavano la mia giungla, mi nascondevo, e se passava qualcuno lo sbirciavo di nascosto.

La discarica da bambino, le cantine da adulto: cosa ha pensato quando ha visto l’albergo a Cannes?

Ah, ma lì c’è la liturgia del piano: la prima volta che sono andato la stanza era bella, ma quando sono tornato sono salito di livello e ho capito che sarebbe successo qualcosa: enorme, stupenda, con il terrazzo sul mare.

Donne?

Ci ho provato… niente.

Lì, in generale?

In molte civettano, ammiccano, chiedono l’autografo o il selfie. Basta. La sera resto sempre solo.

Solo selfie…

Delle volte sono preda di veri book fotografici, quando ad alcune vorrei dirgli: mi hai!

Si accontentano dello scatto.

Non sto con una donna da oltre sette anni.

Fisicamente o sentimentalmente?

Tutti e due.

L’ultima?

L’angelo mio, felicità pura, cinque anni di magia chiusa dentro una cantina. Poi ha preso un’altra strada.

Teme questa nuova realtà?

No, perché sono sempre io a decidere: nella vita conta la giusta misura, e parteciperò a tutto questo, solo fino a quando avrò qualcosa da dire.

Oggi c’è invidia verso di lei.

Ci sono attori che prima smerdavano ogni mio progetto e ora, quelle stesse idee, sono diventate fenomenali; alcuni si fingono amici.

In questi anni ha mai pensato “non ce la faccio”.

È capitato spesso, e ogni volta è arrivato l’incoraggiamento di mio padre, prima con le parole, dopo la morte grazie al suo pensiero.

Sembra Benigni con il figlio ne “La vita è bella”.

E come nel film, anche mio padre mi ha regalato tanta positività, mi ha insegnato attraverso l’esempio, eppure si è arrangiato sempre con un coraggio mai visto, ha provato ed è riuscito comunque a crescerci.

Ha stretto un bel rapporto con Edoardo Pesce, co-protagonista di Dogman.

Siamo Totò e Peppino, o Stanlio e Ollio. Anzi, meglio Stanlio e Ollio: durante le riprese sapevamo cosa stavamo creando, e senza darlo a vedere. A volte Edo si spaventava, temeva di farmi male; io lo tranquillizzavo: “Ammazzami, tu devi ammazzarmi, anzi ti aiuto a uccidermi”.

Complicità pura.

Totale. La sera dei Nastri d’Argento Carlo Verdone e Gigi Proietti ci hanno rivolto i complimenti: “Siete una bellissima coppia”.

I vostri personaggi sono marcati.

Su Facebook mi hanno chiesto l’amicizia tutti i canari d’Italia, mi mandano le foto dei loro animali.

Un esperto…

Credono sia un toelettatore di cani e gatti, ed è importante ingannare uno che realmente svolge quel mestiere, vuol dire che li ho rispettati.

Si è piaciuto sullo schermo?

Tanto, sono abbastanza narcisista, e poi non sono io, amo come mi guardano gli altri, cerco di capire perché sono stato scelto…

E questa volta?

Matteo intendeva imprimere anche un senso comico, per questo all’inizio del progetto, e mi riferisco a 12 anni fa, aveva pensato a Roberto Benigni per quel ruolo.

Quando vi siete incontrati a Cannes, Benigni cosa le ha detto?

Mi ha chiesto se ci sono o ci faccio.

Risposta?

“Secondo te?” Comunque era spiazzato. E si è visto quando sono salito sul palco, tra di noi è scattato come un duello, e io amo queste situazioni.

Non s’imbarazza…

Per niente, come le ho detto, conosco i segreti della televisione, li ho visti tutti lavorare e dal vivo, li ho ripresi grazie alle mie piccole telecamere, esco di casa sempre con una GoPro infilata nelle mutande e al momento opportuno la estraggo.

Come avvenuto sul set di Gangs of New York

In quel periodo ancora non sapevo nulla, non ero mai andato al cinema. Eppure riesco a intrufolarmi sul set, divento una comparsa, fino a quando incrocio Leonardo DiCaprio. Mi fermo… Ah, premessa: sul set erano proibite le riprese private, guardiani ovunque ed elicotteri a controllare.

Blindati…

Non mi fermo. Infilo la mano nelle mutande, prendo la macchinetta e chiedo a un signore di scattare la foto. Accetta. Quel signore era Daniel Day-Lewis.

(L’ennesima persona lo saluta in maniera personale)

La conoscono in molti…

Con i miei lavori ho girato dentro le case di Roma, per anni ho risolto i problemi della gente attraverso i lavori più piccoli, quelli che non svolge più nessuno, e dopo questi incontri creavo degli sketch.

Polivalente.

La presa dell’elettricità rotta, il water otturato, una macchia di umido sul muro. Mi chiamavano e andavo. A volte le richieste erano scuse dettate dalla solitudine, avevano bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, e io so ascoltare. Ah, il massimo era nei momenti da barbiere.

Con il barbiere ci si confida.

Ogni mercoledì mi presentavo in una falegnameria di San Lorenzo e prima della chiusura tagliavo i capelli prima al principale e poi ai lavoranti, e prima sentivo lo sfogo di uno e poi quello degli altri. Divertentissimo. A casa scrivevo tutto.

Con quanto viveva al mese?

Nulla, un pezzo di pane andava bene.

300 euro?

Con 300 euro avrei messo su famiglia. Vivevo con niente: dormivo in una cantina, mangiavo sui set o saltavo il pasto, e i vestiti li rimediavo, mai nuovi.

Cosa vuole dalla vita?

La possibilità di continuare con le mie passioni, mi piace quello che ho. Magari una famiglia, dei figli…

Cosa insegnerà ai figli?

Onestà e lealtà. E ad accettare gli errori, gli sbagli e a saper aspettare. Sì, saper aspettare.

 

Afghanistan, il paradosso dei nostri 900 “ostaggi”

Alla Festa del Fatto alla Versiliana dello scorso settembre, nel dibattito dedicato al “processo ai Cinque Stelle”, Alessandro Di Battista, da me istigato (ma per la verità non ne aveva bisogno) ha promesso che se i grillini fossero andati al potere avrebbero ritirato il contingente italiano stanziato in Afghanistan. Capisco che non possa essere una priorità del nuovo governo, se finalmente si farà. Però in Afghanistan teniamo ancora 900 uomini del tutto inutili (è da quando siamo in quel Paese che abbiamo fatto un accordo con i Talebani: loro non ci attaccano, in cambio noi non controlliamo il territorio). Si tratta di mercenari che sono lì solo perché il ‘soldo’ è maggiore. Non hanno alcuna motivazione politica e tantomeno ideale. Restiamo in quel Paese solo perché ci obbligano gli americani. Intanto però questa ‘missione di pace’ ci costa circa mezzo miliardo l’anno. Con questa cifra non si salda certamente un bilancio gravemente in rosso, ma qualche buco quei quattrini lo potrebbero coprire. Inoltre quei 900 soldati potrebbero essere utilizzati per la sicurezza interna, perché non è affatto detto che l’Isis continui a risparmiarci.

Nel frattempo in Afghanistan si continua a combattere la guerra più lunga dei tempi moderni, ma nessun giornale informa su quel che sta accadendo in quel Paese. Le notizie bisogna andarsele a cercare sull’Ansa o su qualche media straniero o attraverso qualche canale privilegiato e diretto. Ne diamo qui un breve sunto. 13 maggio: attacco agli uffici del dipartimento delle finanze di Jalalabad nella provincia orientale di Nangarhar. Dieci i morti e una ventina i feriti. Operazione suicida e guerrigliera rivendicata dall’Isis. 14 maggio. Le forze governative e quelle della Nato hanno bombardato le postazioni dei Talebani che avevano attaccato la città di Farah, nell’ovest del Paese. Non è stato fornito il numero dei morti e dei feriti, ma sappiamo che quando a bombardare sono gli americani, che lo fanno a ‘chi cojo cojo’, ci sono sempre numerose vittime civili. Ed è la ragione per cui in questo caso non sono state date notizie. 18 maggio: attacco a un campo di cricket di Jalalabad City.

Otto sono i morti, 50 i feriti, tutti civili. Fra i morti c’è il vice governatore della provincia di Laghman, Syed Nikamal. I Talebani hanno emesso un comunicato in cui si dicono “totalmente estranei all’operazione”, come sempre quando ci sono di mezzo i civili perché i Talebani attaccano solo obbiettivi militari o politici dato che, nella loro guerra di indipendenza, non hanno alcun interesse a inimicarsi la popolazione sul cui appoggio si sostengono da diciassette anni. 21 maggio: attacco a un centro di registrazione degli elettori del distretto di Kheway della provincia orientale di Nangarhar, in vista delle elezioni-farsa del 20 ottobre.

Dal 14 aprile, cioè da quando il processo elettorale è stato avviato, oltre 100 persone sono morte e 180 sono rimaste ferite nelle province di Badghis, Nangarhar, Ghowr, Samangan, Khowst, Lowgar e Kabul. 22 maggio: un’autobomba è esplosa a Kandahar City causando la morte di 16 persone e il ferimento di altre 36. 22 maggio notte: 21 agenti di polizia sono morti nel corso di attacchi da parte dei Talebani contro checkpoint in vari distretti della provincia occidentale di Ghazni. Fra le vittime c’è anche il comandante della polizia locale.

Da queste notizie si capisce che l’Isis sta sfondando nell’est del Paese, in particolare a Nangarhar e Kandahar, notorie roccaforti talebane dai tempi del governo del Mullah Omar. Come è noto e come affermava esplicitamente una lettera aperta del Mullah Omar ad Al Baghdadi del giugno 2015, che intimava alla Jihad di non mettere piede in Afghanistan per non confondere una legittima resistenza all’occupazione straniera con i deliri geopolitici, universalistici e totalitari del Califfo, i guerriglieri dell’Emirato Islamico d’Afghanistan, da non confondere col Califfato, si battono contro quelli dell’Isis. E’ evidente che i Talebani dovendo combattere su due fronti, contro gli occupanti occidentali e contro i jihadisti, perdono inevitabilmente terreno.

Se l’Isis, come si afferma di continuo, è il più grave pericolo per il mondo internazionale, occidentale e non, i Talebani dovrebbero essere considerati oggettivamente dei nostri alleati. Questo Putin lo ha capito, anche perché se l’Isis sfonda in Afghanistan si avvicina pericolosamente alla Russia, e ha riconosciuto ai Talebani lo status di “gruppo politico e militare”, quindi legittimo. Gli americani invece si ostinano a considerare i Talebani dei “terroristi”. La sola speranza è che l’ondivago Donald Trump nonostante abbia chiesto agli inglesi nuove truppe in Afghanistan e lui stesso abbia minacciato di mandarne altre, cambi improvvisamente idea, come spesso gli accade (vedi Corea del Nord), perché attento com’è ai quattrini dei suoi cittadini non ha convenienza a spendere 45 miliardi di dollari l’anno per una guerra che, come ammettono gli stessi strateghi americani, “non si può vincere” e può quindi continuare all’infinito svuotando le pur ricche casse yankee.

Sánchez-Torra, il giuramento dei gemelli diversi

Il leader socialista Pedro Sánchez ha prestato ieri giuramento come premier, la cerimonia si è svolta a Palazzo Zarzuela, dopo il voto di sfiducia al predecessore, Mariano Rajoy. Sánchez, 46 anni, è il settimo presidente del Consiglio spagnolo dopo il ritorno alla democrazia. Nella stessa giornata a Barcellona il governo catalano ha fatto lo stesso; “Questo governo accetta il mandato per formare uno Stato indipendente”, ha dichiarato il presidente Quim Torra. Sarà la prima gatta da pelare per Sánchez.

Il Sultano ha trovato l’ennesimo nemico: Uber

Atre settimane dalle elezioni anticipate, il primo ministro turco Binali Yildirim si schiera con veemenza contro Uber per assicurare al partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) alla guida dell’esecutivo, il voto dei taxisti. “Questa cosa che è emersa, chiamata Uber, o Muber, o in qualsiasi altro modo ora è finita”, ha detto Yildirim pubblicamente, aggiungendo: “Abbiamo il nostro sistema di taxi”.

Gli ha fatto eco il presidente , Recep Tayyip Erdogan – leader dell’Akp dalla fondazione 20 anni fa – a seguito delle intense pressioni dei tassisti perché il servizio Uber sia bandito dal Paese. Erdogan ha parlato a Istanbul nella notte tra venerdì e sabato, dopo che il governo ha stabilito nuove regole che dovrebbero rendere molto difficili le operazioni di Uber in Turchia. Lo scorso mese il governo di Yildirim aveva emesso una direttiva che aumentava drasticamente le multe e minacciava di mettere sulla lista nera le compagnie private i cui veicoli fossero usati illegalmente come taxi.

Il 24 giugno si terranno le elezioni presidenziali e legislative con un anno e mezzo di anticipo. Una decisione presa dal ‘Sultano’ Erdogan per tentare di mettersi al riparo da un ulteriore peggioramento dell’economia turca ed essere rieletto assieme al proprio partito. Secondo i sondaggi, sempre poco attendibili in Turchia anche per la mancanza di istituti demoscopici indipendenti, il reis (capo in lingua turca) rischia di non vincere al primo turno. Nel paese vige ancora lo stato di emergenza proclamato dopo il fallito golpe del luglio 2016, e la politica estera aggressiva instaurata da Erdogan ha creato una frizione forte con gli alleati Nato, in primis gli Stati Uniti contrariati dall’offensiva turca contri i curdi nel nord della Siria. Tra i principali motivi per cui gli investitori stranieri hanno abbandonato negli ultimi tempi il paese della mezzaluna, c’è anche la consapevolezza che se Erdogan sarà rieletto presidente, utilizzerà a piene mani tutti i poteri concessi al Capo dello Stato dal cambiamento della Costituzione.

Il passaggio da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale verrà implementato dopo le consultazioni con tutto ciò che ne consegue. Per esempio, la scomparsa della figura del primo ministro. Yildirim, dimostratosi un fedele esecutore dei desiderata di Erdogan, rimarrà molto probabilmente in parlamento come esponente del proprio partito. A Istanbul circolano 17.400 taxi gialli ufficiali, ma, secondo i critici, Uber stava prendendo piede per la scarsa qualità del servizio e i costi alti.

I tassisti accusano i conducenti di Uber di essere dei “pirati” che rubano i loro guadagni in un mercato già ristretto, e di agire ai margini della legalità. Uber, da parte sua, ha detto di essere impegnata a lavorare in Turchia e ha insistito sul fatto che non viola alcuna legge. La tensione in Turchia è solo uno dei grattacapi della compagnia e del suo nuovo direttore, Dara Khosrowshahi, che ha preso le redini dopo che il fondatore Travis Kalanick ha dovuto lasciare l’incarico a seguito di una serie di scandali, tra cui molestie sessuali.

Infermiera uccisa Hamas rivendica un’altra “martire”

In migliaia nelle stradine strette di Khan Younis hanno seguito ieri un piccolo feretro avvolto nella bandiera palestinese. È di una ragazza minuta e magra, una giovane paramedico di soli 21 anni. L’unica vittima del venerdì di proteste a Gaza organizzate da Hamas, che ha provocato oltre 100 feriti, la metà dei quali da munizioni vere. “Sto tornando alla Barriera, io non mi ritiro”, aveva scritto venerdì mattina nel suo ultimo post su Facebook Rajan al-Najar. La giovane infermiera palestinese è stata uccisa da un cecchino venerdì mentre cercava di aiutare un manifestante ferito al confine di Gaza, secondo altri sanitari presenti e un testimone.

La versione israeliana inizialmente ha sostenuto che in quel settore del confine i militanti palestinesi avevano attaccato le sue truppe con armi da fuoco e una granata. Poi ieri l’Idf ha annunciato di aver aperto un’inchiesta sul fatto. Sparare contro il personale medico è un crimine di guerra, secondo le convenzioni di Ginevra.

La morte di Razan Al-Najar ha portato a 119 il numero di palestinesi uccisi nelle manifestazioni settimanali lanciate il 30 marzo nella Striscia di Gaza. I feriti da armi fa fuoco sono oltre 4.000 la gran parte dei quali – ancora in ospedale – subirà menomazioni importanti, perchè le munizioni usate dall’Idf sono di un tipo particolare.

Najar è stato colpita al petto mentre correva verso la barriera fortificata di confine, a est della città di Gaza, nel sud di Khan Younis, nel tentativo di raggiungere un ferito, ha detto un testimone. Calzava guanti da medico, indossava il camice bianco, “ha alzato le mani in modo chiaro, ma i soldati israeliani hanno sparato e lei è stata colpita al petto”, ha raccontato un testimone alla tv della Reuters, che ha chiesto l’anonimato.

Non ci sono state vittime israeliane durante gli scontri di confine, ma Israele ha riportato ingenti danni ai terreni agricoli circostanti la Striscia dagli aquiloni incendiari che vengono lanciati da Gaza. L’ondata di violenze al confine è aumentata questa settimana con gli scambi di bombardamenti più intensi dal 2014 tra Israele, Hamas e un’altra fazione armata palestinese. Non ci sono state vittime, e la mediazione egiziana ha permesso un ‘cessate il fuoco’.

L’affluenza alla manifestazione venerdì scorso è stata inferiore rispetto a quelle passate, ma si prevede che cresca la prossima settimana quando i palestinesi celebreranno la Naksa, l’anniversario della cattura di Israele di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est nella Guerra dei 6 giorni del 1967.

Israele ha lasciato la Striscia nel 2005, ma altrove gli insediamenti nei Territori palestinesi sono quasi raddoppiati, oggi più di 600.000 israeliani vivono in Cisgiordania oltre la “linea verde”. Le manifestazioni arrivano in un momento di crescente frustrazione sulle prospettive di uno Stato palestinese o anche di una ripresa dei colloqui di pace, in stallo dal 2014. Il premier Benjamin Netanyahu ha pensieri soltanto per l’Iran e la presenza iraniana in Siria. Il presidente Usa Donald Trump ha fatto chiaramente capire da che lato si è schierato col trasferimento dell’ambasciata, da Tel Aviv a Gerusalemme. L’Unione Europea ha altri seri problemi al momento da affrontare. E il presidente palestinese Abu Mazen, vecchio, stanco e malato, non sembra avere le risorse per invertire il corso della Storia. Ieri sera, allarmi antimissile nelle comunità ebraiche, ai confini con la striscia di Gaza: su due razzi, uno è stato intercettato dal sistema di sicurezza Iron Dome, l’altro è caduto nel territorio palestinese.

Altro che pace, a Kabul il duro di Mogadiscio

Black Hawk Down è un film del 2001, diretto da Ridley Scott e premiato con due Oscar (uno pure italiano, a Pietro Scalia, per il miglior montaggio). Racconta un’azione bellica tragica che precedette e, in qualche misura, innescò la Battaglia di Mogadiscio, destando in America brividi d’orrore. Il 25 settembre 1993, miliziani dell’autoproclamato presidente Mohamed Farrah Aidid, signore della guerra locale, abbatterono con un missile Rpg un elicottero Black Hawk della 101° Divisione Aerotrasportata, nei pressi del Porto Nuovo della capitale: era il primo abbattuto in Somalia e l’evento fu percepito come una importante vittoria psicologica per l’Esercito nazionale somalo (e come un’umiliazione negli Usa).

La battaglia di Mogadiscio, o ‘il Giorno dei Rangers’, fu parte dell’Operazione Gothic Serpent: combattuta fra il 3 e il 4 ottobre 1993, fu solo il primo di una serie di sanguinosi scontri che, anche dopo la ritirata degli Occidentali, segnarono per un decennio la guerra civile somala.

Dalla battaglia di Mogadiscio all’Afghanistan è il percorso del generale Austin Scott Miller, che, allora, era il comandante delle forze di terra statunitense e s’è poi distinto nelle Forze Speciali. Capo del Comando congiunto delle operazioni speciali americane, il generale Miller è ora chiamato a rimpiazzare il generale John Nicholson alla guida delle forze Usa e della Nato in Afghanistan. L’avvicendamento avviene in un momento in cui il conflitto fra le forze governative ed internazionali e l’insorgenza di talebani e di miliziani in rotta del sedicente Stato islamico, l’Isis, investe la maggior parte delle province afghane.

Hawaiano, Miller, 57 anni, è un generale a tre stelle che ha guidato operazioni speciali in Afghanistan nel 2013-14 ed era stato prima responsabile di delicate missioni di Somalia, nei Balcani e in Iraq.

Diplomato a West Point nel 1983, a 22 anni, il suo cv lo colloca su tutti i fronti di guerra degli Usa nel XXI Secolo: è stato in Iraq ed a più riprese in Afghanistan, dove ora comanderà l’operazione Resolute Support, l’ultimo atto – finora – dell’impegno militare Usa e alleato in Afghanistan che va avanti dal 2001.

La scelta del generale Miller come nuovo comandante potrebbe riflettere la volontà dell’Amministrazione Trump di imprimere un’accelerazione ai combattimenti i e di cercare di liberarsi della più gravosa eredità militare lasciata da Barack Obama al suo successore. L’Afghanistan fatica a tornare alla normalità, soprattutto per la mancanza di un governo stabile ed efficiente. Con 14.300 truppe schierate in Afghanistan per la missione Resolute Support e circa 715 miliardi di dollari stanziati a sostegno del governo afghano, Trump vuole rendere più incisiva la sua azione: invierà con il generale Miller, altri 3.500/5.000 contractors, sperando di eliminare quella che viene definita la “minaccia terroristica”.

L’obiettivo politico è di ridurre le forze degli insorti e di indurle al dialogo con il governo. Per Trump “non è un assegno in bianco”, ma una cambiale in scadenza. Se lo sanno i talebani, terranno duro un altro po’.

I 22 giorni del mistero: cercasi Melania disperatamente

Dov’è finita Melania Trump? Sembra un titolo parodia di Chi ha paura di Virginia Woolf, dramma teatrale di Edward Albee, dal 1962 rappresentato in tutto il mondo. Invece, è il tormentone in voga a Washington, dove la first lady, già al centro di illazioni per il suo rapporto un po’ ‘ingessato’ con il marito presidente, non compare in pubblico da almeno tre settimane.

A rilanciare l’interrogativo, la notizia che Melania non trascorre il fine settimana a Camp David, che è la Casa Bianca dei weekend (di lavoro: quelli di relax, si fanno a Mar-a-Lago, in Florida). E così – assicurano quelli che tengono i conti – fanno 22 giorni consecutivi trascorsi ‘in incognito’, cioè da quando si sottopose a un intervento chirurgico per curare quella che la Casa Bianca definisce “una patologia benigna ai reni”.

Un fatto praticamente senza precedenti, nella storia delle first lady. Ve ne sono state di discrete e riservate, di invadenti, di ammalate o mezze pazze, ma più o meno si sapeva sempre dove fossero.

Su Melania, però, dubbi e gossip sono cominciati già in campagna elettorale, quando la stampa Usa ne scoprì esordi professionali un po’ osé – la terza moglie di Donald Trump è una modella slovena, di 23 anni più giovane di lui – e quando l’accusò di avere ‘copiato’ il discorso alla convention repubblicana (e proprio dalla first lady uscente, Michelle Obama).

Molte decisioni e atteggiamenti della bella signora sembrano del resto fatti apposta per alimentare dicerie: la scelta di restare a New York fin quando il figlio piccolo Baron non finisce la scuola; il fastidio al contatto col marito lasciato trapelare nei primi viaggi ufficiali; l’insofferenza per alcuni consiglieri presidenziali.

Prima che iniziasse la saga dei 22 giorni, il Washington Post descriveva le vite separate di Donald e Melania: “Non dormono insieme, non mangiano insieme, non vivono insieme; fra la West Wing del presidente e della ‘prima figlia’ Ivanka e la East Wing della first lady – che con Ivanka non lega, ndr – è come se ci fosse un muro”. I due si eviterebbero anche in vacanza: lui gioca a golf, lei prende il sole. Le avventure del Trump marito con la pornostar Stormy Daniels e la coniglietta Karen McDougal non hanno certo contribuito a migliorare la situazione.

Nei giorni scorsi sono spuntate teorie cospirative di tutti i tipi. Il magazine Politico ha citato le più fantasiose: ha lasciato la Casa Bianca ed è tornata a New York; sta collaborando col procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller per incastrare Donald; s’è rifugiata dagli Obama per scrivere un libro sul marito. Manca solo che il National Inquirer la dia rapita dagli alieni.

Lei è riapparsa mercoledì, ma solo virtualmente: con un messaggio su Twitter: “Vedo che i media fanno gli straordinari ipotizzando dove sono e cosa stia facendo. State tranquilli, sono qui alla Casa Bianca con la mia famiglia, mi sento benissimo e lavoro sodo per i bambini e gli americani!”.

L’ultima sua sortita pubblica accanto al presidente è stata il 10 maggio, per accogliere tre cittadini Usa rilasciati dalla Corea del Nord. Il 14 maggio la Casa Bianca annunciava il ricovero in ospedale, dov’è rimasta quasi una settimana. Da allora, nessuna informazione e, anche nello staff, c’è chi sospetta che “i Trump nascondano qualcosa”.

Interrogativi e illazioni si sono intensificati dopo che il presidente è comparso solo alla cerimonia del Memorial Day, al cimitero di Arlington.

Per la portavoce di Melania, Stephanie Grisham, sono “tutte sciocchezze”: “Purtroppo abbiamo a che fare con queste teorie del complotto”, dice. Difficile lamentarsene, quando si lavora per il presidente più complottista nella storia dell’Unione. “Sta benissimo: è stata ricoverata in ospedale per quasi una settimana e ora è tornata a casa e si sta riprendendo”. Una convalescenza attiva: incontri con lo staff e preparazione del pic-nic con il Congresso e dei fuochi del 4 luglio. Melania c’è, anche se non si fa vedere (neppure da Donald).

I tedeschi rubano ai napoletani: è colpa di Savona

Sergio Mattarella l’aveva pur detto: se vi caricate questo Paolo Savona succederanno cose turche. Nella sua saggezza il capo dello Stato ha impedito l’arrivo del pericoloso economista al Tesoro evitando così che la terza parte delle stelle cadesse sulla terra come già previsto da Giovanni, profeta e analista di Moody’s. Purtroppo Savona è comunque stato nominato ministro e questo ha avuto degli effetti. Subito i principali consulenti economici di Merkel hanno capito che l’Italia non intende ripagare i suoi debiti e – prima di far “invadere Roma dalla Troika” come chiesto dall’eurodeputato della Csu Ferber – la Cancelliera ha preso i primi provvedimenti: ieri (c’informa l’Ansa) due cittadini tedeschi, un uomo e una donna sulla quarantina originari della ridente Friburgo, sono stati fermati dopo aver rubato il portafogli a un operaio napoletano sull’aliscafo per Capri. Bottino: 50 euro. I due, rivelano al Fatto fonti autorevoli, non sono volgari ladri come sarebbero – poniamo – due napoletani che rubassero un portafoglio a Stoccarda, ma agenti della riscossione del Baden-Wurttemberg: il Land meridionale ha infatti comprato due anni fa Btp per 5.350 euro e teme di non vederseli rimborsati per colpa di Savona (che, peraltro, a Friburgo prese una multa anni fa e non l’ha mai pagata). Critici sull’operazione gli analisti di Deutsche Bank, che citano l’aurea regola contenuta in Faceva il palo nella banda dell’ortica: “E poi il bottino me lo portan su a 100 lire… un po’ per volta… ma così non finiamo più…”. La tempistica conta, dicono: Fate presto!

Ecco l’industria 4.0, basta far pedinare l’operaio scomodo

L’altroieri, mentre prendevano servizio i nuovi ministri, ha anche ripreso servizio alla Electrolux di Susegana (Tv) l’operaio Augustin Breda, licenziato ingiustamente un anno fa. Mentre si cercano foto da piccoli e chicche biografiche sui nuovi potenti, una storia esemplare dell’Italia di oggi mostra che destra e sinistra saranno anche scomparse, ma gli operai no. E l’immoralità di certi imprenditori nemmeno. Tra l’altro Breda ha nel suo curriculum una perla che, ricorrendo la festa della Repubblica, meriterebbe il cavalierato del Lavoro: assunto 30 anni fa nella storica fabbrica di frigoriferi che una volta si chiamava Zanussi, è stato per dieci anni a Roma come dirigente della Fiom-Cgil e sette anni fa è tornato a fare l’operaio rinunciando ai privilegi della casta sindacale (visti i numerosi cavalierati a imprenditori poi finiti in galera con onorificenza e tutto, tipo Calisto Tanzi o Silvio Berlusconi, insignendo ogni tanto qualche operaio il Quirinale ridurrebbe il rischio di brutte figure).

Breda faceva il rappresentante per la sicurezza e l’anno scorso ha chiesto l’intervento dello Spisal, la struttura pubblica che vigila sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche (in otto anni 176 operai di Susegana hanno chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Avete capito bene, lo Spisal viene chiamato dagli operai e non dall’Inail che si limita a pagare i risarcimenti). L’11 aprile 2017 si svolge una tesa riunione con lo Spisal in cui Breda mette alle strette l’azienda. Subito dopo l’Electrolux incarica un’agenzia investigativa di pedinare l’operaio nelle giornate di permesso in cui assiste, grazie alla legge 104, un’anziana zia. Ai piedipiatti bastano due settimane per incastrarlo: riportano di averlo visto a zonzo anziché dalla zia il 27, 28 e 29 aprile e il 2 e 3 maggio. Il 14 giugno 2017 Breda viene licenziato. Il 22 dicembre 2017 Giovanni Moro e Ivano Sala dello Spisal, nella funzione di polizia giudiziaria, ingiungono al direttore dello stabilimento, Maximilian Jessula, di modificare cinque delle 15 postazioni ispezionate per ridurre il rischio di malattie riconducibili alla ripetizione degli stessi movimenti a ritmi serrati. Mentre si fanno gli interventi (devono essere completati entro il 30 giugno) l’azienda deve contenere i rischi riducendo i ritmi. Per tutta risposta Jessula – accusano i rappresentanti per la sicurezza – ordina di aumentare ancora i ritmi nelle linee di montaggio dei frigoriferi. Gli operai si rivolgono alla Procura di Treviso che dovrà agire penalmente su Jessula se non farà ciò che ha ordinato lo Spisal.

Un mese fa il giudice del lavoro di Pordenone Angelo Riccio Cobucci ha annullato il licenziamento di Breda. Gli avvocati dell’operaio (Giacomo Summa, Alessandro Capuzzo e Marta Gasparini) hanno dimostrato, con documenti e testimonianze, che non andava in giro per uffici e negozi o vicini di casa a farsi gli affari suoi ma a sbrigare incombenze per la zia che, rimarca il giudice, “rientrano anch’esse nell’ambito del concetto di assistenza, che non necessariamente deve esaurirsi all’interno delle mura di casa”. Notando che l’improvvisa decisione di farlo pedinare (dopo anni di legge 104) è stata immediatamente successiva all’intervento dello Spisal, e avendo testimoniato Moro che “l’apporto del Breda è stato determinante nella decisione di procedere alle indagini ispettive”, il giudice ha stabilito la “natura ritorsiva” del licenziamento e ne ha ordinato il reintegro. Questo è lo stato del lavoro italiano 4.0, la cultura industriale con cui i nostri eroi affrontano la globalizzazione. Il nuovo governo darebbe un contributo prezioso se spiegasse che non è sempre colpa dell’euro o della Merkel.