Il dono dell’Eucaristia: Cristo si offre a chi lo accoglie con umiltà

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?”. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: ‘Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?’. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi”. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel Regno di Dio”. Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Marco 14,12-16.22-26).

È la solennità del Corpus Domini! Gesù, in obbedienza al Padre, propone a noi il suo modo di vivere: nutrirsi di Lui per diventare capaci di vivere donando la vita come Lui! “Prendete, questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue dell’alleanza”. Gesù intende celebrare la cena pasquale con i suoi discepoli, ma la via messianica che egli percorre è quella della croce: essa diventa nei gesti e nelle parole di Cristo il modo con cui Dio ricostruisce la storia della salvezza come comunione e nuova solidarietà con tutti gli uomini senza fraintendimenti e paure, senza esclusioni e pentimenti. Nella cornice della festa di Pasqua, in una sala grande, bellamente addobbata e al piano superiore Lui, nato in una mangiatoia perché non c’era un posto umano per sua madre Maria e Giuseppe, durante una notte carica d’attese e quando i nemici avevano deciso di toglierlo di mezzo, Gesù dona se stesso al mondo intero. Mentre credono di celebrare il rito antico secondo il precetto di Mosè, gli apostoli partecipano al banchetto del corpo e del sangue di Cristo, alla celebrazione eucaristica che li trasformerà in Colui che ricevono. E mediante loro e per mandato del Signore Risorto, anche noi veniamo nutriti di Cristo che si è reso responsabile del destino di tutti gli uomini. Dio così viene ad abitare nel cuore di ogni donna e uomo, la Sua e la nostra vita s’intrecciano in un disegno di gioia, di perdono, di speranza, di benedizione, di vita per sempre e in abbondanza. È raro che non ci sia persona, adulta o giovane, credente o non praticante che non abbia memoria della festa in cui il Corpo del Signore viene solennemente mostrato in preziosi e luccicanti ostensori, avvolti in nuvole d’incenso e portati su petali variopinti sparsi per terra da fanciulli e bambine biancovestite lungo le nostre contrade, nei paesini più sperduti, per le vie delle più industriose e distratte città. Fede, venerazione, entusiasmo, anche folklore animano le processioni che onorano l’Eucaristia che passa tra le nostre case. In ciascun uomo c’è un luogo segreto da scoprire in cui il Signore Risorto desidera che mangiamo insieme con lui il suo corpo per consegnarci la sua vita: fate vostro questo mio modo di vivere nel mondo!

L’Eucaristia dà unità alla vita della persona, è legame di servizio e fedeltà tra gli uomini, sviluppa la cura e la passione per l’ultimo, il minore. È notizia buona del dono e del ringraziamento! “C’è vera evangelizzazione quando un mendicante indica a un altro dove tutti e due possono trovare da mangiare” (M. Magrassi).

Le nostre mani per accogliere il dono sono il nostro peccato, riconosciuto come luogo di perdono, perché dal segno dell’amore fedele di Cristo si rinnovi sempre il canto filiale del nostro rendimento di grazie. Vieni Signore nella “stanza superiore” del nostro cuore perché possiamo nutrirci di te, pane della vita e calice dell’eterna salvezza.

* Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

C’è un governo: dovrei essere felice?

Ci hanno detto che, dopo 86 giorni, e col rischio di dover inventare qualche espediente per far fronte ai rapporti col mondo, abbiamo un governo. Dunque è un giorno da celebrare. Forse. Ma poiché si tratta di un esperimento mai prima avvenuto, tutto segnato da trovate mai viste, come la pecora Dolly, curiosità, ansietà e incertezza sono naturali e dovute. Vediamo di organizzare i pensieri per quelle persone che, come chi scrive, si sentono disorientate e confuse. Sanno di andare verso una realtà che prima non è mai esistita e sanno (per ammissione degli stessi protagonisti), che questa realtà non sarà né facile né sicura.

Cercherò di indicare per punti ciò che non so e che deve essere detto o chiarito, ciò che so ma che nessuno sta al momento discutendo (infierisce invece l’euforia dei colleghi giornalisti che finalmente hanno finito la maratona) e un elenco degli eventi, per ora oscuri, che ci faranno attraversare.

1) È un governo del cambiamento. Cambiamento vuol dire nuovo, e mai visto. I partecipanti all’impresa sono due partiti completamente diversi, portatori di origini, cultura e storia diversa, uno il più vecchio, l’altro il più nuovo di tutti i partiti italiani. Per farli stare insieme, decidono, ci vuole un “contratto”. Vuol dire un elenco di iniziative, riforme e decisioni che i due partiti si impegnano a fare insieme. Però, lealmente, ci danno due avvertimenti. Non si tratta di una alleanza, perché (ci è stato detto) nulla li accomuna se non la volontà di fare insieme un governo e anzi, precisano, in caso di ritorno alle urne, non si faranno trovare mai insieme. L’altro avvertimento è che non si tratta di una alternanza, perché i due partiti, non affini e non legati da stima e fiducia, contano di inventare insieme un paesaggio politico così diverso, che le vecchie parole del gergo non avranno più senso.

2) Per formare questo governo ci sono voluto 86 giorni. Chi ha provocato una simile estenuante attesa che ha portato poi a celebrare la nascita del governo come una cosa buona in sé, a prescindere? La risposta è il contratto, che non era mai finito. Il contratto era fra le due parti, in modo da poter convivere e poter condividere il comando, una trattativa tra mondi lontani che, loro dicono, è riuscita. Poi è stato disinvoltamente fatto passare per “programma di governo” (cioè, per dirla con Berlusconi, per “contratto con gli italiani” e non atto privato per ragioni private fra i contraenti niente affatto affini). Per non perdere altro tempo, e sapendo che di più non avrebbe ottenuto, il capo dello Stato ha finto di non notare che un contratto tra due non è un programma rivolto a tutti. Ma ormai stava accettando tutto pur di finire. È stato a questo punto che i due contraenti, o uno dei due, hanno introdotto furbescamente qualcosa che il Paese, fondatore dell’Unione europea, non poteva accettare, e cioè un anti-europeista e un nemico dell’euro al governo dell’economia. Scoppia così il caso Savona. Ottima idea per interrompere l’accordo e allungare i tempi. Perché adesso, finalmente, il tempo è a carico del capo dello Stato, a cui il furore del popolo ha potuto, opportunamente stimolato, attribuire tutti gli 86 giorni precedenti di attesa.

3) Il furore è tale che si deve trovare prima una finzione, poi una soluzione che solo in apparenza è cedimento dei contrattisti. In realtà il tanto discusso nome di Savova ritorna nella lista dei ministri (cambia di poco il ruolo, rispetto al danno temuto). E tutti firmano come se si fosse finalmente trovata la strada giusta È il momento per il vero ingresso, un po’ distratto e impreparato, del presidente del Consiglio incaricato. È lo stesso avvocato professore che nel primo giro si era prontamente proclamato “avvocato del popolo”. È stato un passo incauto, perché il giorno del giuramento ha incontrato in strada un operaio a cui stanno togliendo il lavoro. L’operaio gli ha espresso tutta la sua fiducia. “Ora so che lei è il mio avvocato”, gli ha detto dopo avere spiegato la sua storia sindacale. Conte ha potuto solo rispondere “mi informo”.

4) Nonostante l’esito che dovremmo celebrare, e la festa al Quirinale (ovvero la festa di Mattarella finalmente liberato da una doppia crisi di nervi di due leader che devono convivere nel governo, fingendo di essere politicamente imparentati) hanno consegnato il potere esecutivo a una strana creatura, mezza Spartacus e mezza Grande Fratello. Una parte continua a credere che si possano espellere subito 600 mila immigrati. L’altra parte crede che i bambini debbano andare a scuola senza vaccinazioni, diventando ognuno il contagio dell’altro. Davanti al corteo avanza, gentile e spaesato, l’avvocato del gruppo in veste di presidente del Consiglio. Sul momento non sembra informato su ciò che potrebbe accadere tra poco fra i suoi assistiti. Per ora di politica con lui non parla nessuno. Basta che ci rappresenti, come in tribunale.

Mail box

 

Le assurdità quotidiane di Venezia e del suo sindaco 

Per Venezia ci vorrebbe una “Treccani” per scrivere le assurdità quotidiane. Un sindaco che vuole costruire di tutto sulle “barene” della gronda lagunare, quando ancor prima di allattarti a Venezia ti si spiega che non si può mai cementificare la gronda lagunare.

Non c’è mai uno studio, una visione futuribile, un dire almeno che se si vogliono i turisti bisogna fornire i servizi adeguati alla tipologia del turismo che si incentiva.

Emilio Baldrocco

 

Il destino dei “corazzieri” ora è più che mai incerto

Ora che è stato fatto il governo bisognerà capire l’impiego futuro dei “corazzieri”, giornalisti ed economisti che in questi giorni si erano affannati, tanto per fare un esempio, a spiegarci che lo spread era generato dal professor Savona. In questa opera di contrasto al nuovo governo emerge Lucia Annunziata col suo Huffington e con i suoi Mezz’ora.

Richiamata a fare chissà perché gli straordinari la sera del giovedì, quella della salita al Colle del professor Conte, ha fatto due ospitate che erano insieme alle sue domande palesemente una provocazione: Cottarelli ma soprattutto Monti.

Per fortuna è stata premiata, si fa per dire, da uno share ridicolo: il 5% ovvero poco più di 900 mila spettatori. Annunziata la giapponese continuerà la sua battaglia nella jungla?

Franco Prisciandaro

 

Il primo compito dell’esecutivo sarà ridurre le differenze

La Festa del 2 giugno coincide con il varo del nuovo governo, nato grazie all’accordo Lega-Cinquestelle. Tale patto ricompone la lacerazione del paese tra nord e sud.

Una vittoria del centrodestra a trazione Berlusconi avrebbe emarginato i Cinque stelle che rappresentano il centro sud e aggravato tale frattura.

Da questo punto di vista bisogna riconoscere il senso di responsabilità della due forze politiche che con il contratto di governo hanno creato le condizioni per salvaguardare l’unità del paese, in sintonia con il principio Costituzionale “l’Italia è una e indivisibile.” Lavorare, quindi, per ridurre le disuguaglianze sarà il primo compito dell’esecutivo.

Maurizio Burattini

 

Conte non va lasciato solo nel suo lavoro di ricostruzione

Vedendo le immagini trasmesse in tv della Festa della Repubblica e il nuovo premier Giuseppe Conte, ho avvertito una sensazione di aria nuova, di pulizia e soprattutto di speranza per l’Italia e l’Europa.

Auguro davvero di cuore al prof. Conte un buon lavoro.

E soprattutto gli auguro di non essere lasciato solo in questa immane opera di speranza e di ricostruzione che attende il nuovo governo che si è appena formato.

Michele Lenti

 

Le improvvise lamentele di chi ha governato per anni

Le cause del malessere italiano stanno in anni di mala gestione della cosa pubblica i cui responsabili ultimi sono Forza Italia (con vent’anni di berlusconismo) e Pd, soprattutto quello renziano.

Il gruppo Delrio, Serracchiani, Renzi, Franceschini ha saputo togliere l’articolo 18 che impediva il licenziamento senza giusta causa; ha contribuito a sfasciare la scuola con, ad esempio, quelle 400 ore di alternanza scuola/lavoro imposte dall’alto senza ascoltare il mondo docenti che allertava sulla necessità di “formare” gli adolescenti prima di tuffarli in un mondo di imprese senza, tra l’altro, organizzare il “tuffo“; non ha risolto le problematiche create da Forza Italia (classi pollaio, ore da 60 minuti); ha innalzato il debito pubblico anche con sconsiderati acquisti (l’aereo di Renzi, gli F35); ha tentato di sfasciare la Costituzione con un pasticcio che gli italiani hanno rimandato al mittente.

E ora i renziani, con annessi giornalisti e opinionisti (come Vittorio Zucconi, Elisabetta Gualmini, Massimo Giannini…) vanno in tutte le trasmissioni televisive a “denunciare” la presunta violazione della Costituzione dei nuovi barbari: loro che la Costituzione la volevano disintegrare! Vanno ad allertare sul futuro aumento del debito italiano: loro che quel debito l’hanno appesantito! Vanno a richiedere riforme sociali che non arriverebbero: loro che al sociale non hanno saputo rispondere!

Barbara Cinel

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo del 1° giugno, dal titolo “Al via lo sciopero dei prof in ateneo: 7 mila adesioni”, il pensiero corretto, espresso dalla studentessa Alma De Luca, era: “In quanto figlia di professoressa universitaria, trovo giusto il motivo dello sciopero”, e non quello da noi erroneamente riportato.

Ci scusiamo con l’interessata e con i lettori.

Giulia Marchina

La storia, non il Contratto per “colmare il gap” Nord-Sud

È una guerra contro la povertà e la miseria, quasi che essere poveri e senza lavoro sia una colpa grave da espiare o un reato da sanzionare. Guai a essere poveri. Non c’è scampo per nessuno.

Enzo Ciconte, “La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio”, Laterza

 

Consiglio non richiesto al ministro per il Sud (e donna del Sud) Barbara Lezzi: trovi il tempo di leggere il libro di Enzo Ciconte, autorevole storico delle mafie e non solo. Lo legga perché ha il ritmo di un romanzo (anche se dell’orrore). Lo legga perché il racconto su certe radici del passato può aiutarci a capire certi frutti del presente. Poi c’è un terzo motivo, ma lo dirò alla fine. La mattanza scatenata dalle truppe piemontesi nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia ha qualcosa di mostruoso. Vicende che hanno riempito intere biblioteche e alle quali, nei testi scolastici (almeno quelli su cui ho studiato) veniva in qualche modo data una giustificazione. Con la scusa della lotta alla criminalità l’esercito “italiano” scatenò il terrore nei confronti di tutti coloro che non si piegavano al nuovo stato di cose: insorgenti, nostalgici borbonici oltreché contadini in armi, definiti tutti briganti. “La repressione è tanto più dura e spietata – scrive Ciconte – perché c’è la convinzione che il Mezzogiorno d’Italia sia un territorio abitato da sanguinari e selvaggi nei confronti dei quali la violenza è più che giustificata”. E ancora: “Fucilazioni sommarie, torture, impiccagioni, stragi, oltraggio ai cadaveri esposti come trofei e fotografati per mostrare la potenza dell’esercito e la miseria umana”. Il tutto spesso al di fuori di ogni legalità. Si dirà: è storia di due secoli fa che non ha rapporto alcuno con gli odierni problemi del Sud. Ne siamo così convinti? Ci dice qualcosa che represso il brigantaggio, negli anni successivi “fanno la loro apparizione gruppi di uomini che si organizzano e decidono di agire contro le leggi usando la violenza, si fanno proprie leggi, formano associazioni, strutture stabili, inventano linguaggi, modi di pensare, elaborano una visione della vita e dei rapporti con gli altri, persone o istituzioni”? Non è per caso quel fenomeno “del tutto nuovo che nel tempo prenderà il nome di mafia, camorra, ’ndrangheta”? Cosa ci suggerisce quella lunga scia di sangue che arriva fino ai giorni nostri, frutto dell’accanimento contro “i soggetti più deboli, i disperati, la povera gente, gli schiacciati dalla vita, gli emarginati, i reietti”? Ci dice, gentile ministro, che l’eterna questione meridionale, oltre a nutrire una copiosa convegnistica, ha prodotto cospicui finanziamenti a pioggia che hanno dato lavoro soprattutto alle clientele della politica più famelica. Ma anche che “il Sud” non può essere liquidato in otto righe del famoso Contratto di governo. Con la motivazione che “contrariamente al passato si è deciso di non individuare specifiche misure con il marchio ‘Mezzogiorno’, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste – sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente, tutela dei livelli occupazionali –, sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud”. Ora, a parte un uso dell’italiano piuttosto discutibile, c’è da chiedersi allora se un ministro per il Sud fosse proprio necessario. O se non bastassero le competenze, mettiamo dello Sviluppo economico, a “colmare il gap”. Non sarà vero invece il contrario? Che un ministro del Sud è indispensabile e con tutti i poteri necessari anche per misure di pronto intervento? Perché quella metà del Paese di cui parliamo vive (e sopravvive) in una condizione tale di sofferenza, e spesso di disperazione (al Sud un giovane su due non studia e non lavora) da far temere perfino fenomeni di esplosione sociale. Gli ultimi di oggi come gli ultimi di allora. Nel Contratto non c’è scritto, ma nei libri di storia sì.

BlackRock va all’assalto delle pensioni europee

A palazzo Berlyamont, la sede della Commissione europea, Blackrock è di casa. Al nono piano il Commissario alla ricerca Carlos Moedas, attraverso la rete di finanziamenti Horizon2020, ha affidato alla leader mondiale di fondi passivi e fondi pensione la gestione di un progetto pilota per la pensione dei ricercatori europei. Al decimo piano il commissario ai Servizi finanziari Valdis Dombrovskis sta realizzando quello che la società americana chiede da anni : liberare un mercato da 2.000 miliardi di euro mettendo in piedi un sistema transnazionale di pensioni private. La danese Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza però ha dei dubbi: quando una società del peso di Blackrock gestisce un patrimonio di 6.300 miliardi di dollari, investe dappertutto e si ritrova azionista in società concorrenti dello stesso settore. La Commissione sospetta che questo provochi un blocco alla libera concorrenza e, come provato da alcuni ricercatori per il mercato americano, porti a un aumento dei prezzi per i consumatori. Secondo Daniela Gabor, dell’Università del West England, “niente che Blackrock non voglia, non accade in questo momento”. E Blackrock vuole che si privatizzi il mercato delle pensioni in Europa.

Il 16 gennaio 2017 Larry Fink, amministratore delegato e fondatore di Blackrock, indica la linea alla politica europea: “Da quando è scoppiata la crisi, molto del potenziale economico europeo è rimasto bloccato. Rinforzando il mercato dei capitali e i sistemi pensionistici, questo potenziale può essere liberato”. Passano pochi mesi e il 29 giugno 2017, il vicepresidente della Commissione Ue Dombrovskis presenta il progetto di regolamento per una pensione privata transnazionale, il Pepp (Prodotto per una pensione personale paneuropea): “Oggi lanciamo le basi per la fondazione di un mercato unico di pensioni private”. Il nuovo sistema sarà complementare ai sistemi pensionistici già esistenti, permetterà a 500 milioni di europei di costruire un regime volontario privato che si potrà “portare”. La massa di risparmio a disposizione passerebbe, secondo gli studi della Commissione, dai 700 miliardi di euro investiti oggi a 2.100 miliardi entro il 2030. Ma come aveva avvertito Fink, “i cittadini in Europa sono troppo dipendenti dalle pensioni pubbliche, i politici devono mettere in piedi strategie di lungo termine lavorando insieme con l’industria”. La Commissione ascolta ed esegue.

Dal 2015 a Berlyamont si lavora per portare avanti un mercato unico dei capitali (Cmu), che permetta alle società di muoversi tra un Paese e l’altro, senza gli ostacoli di 28 sistemi di registrazione, tassazione e controlli diversi. Dombrovskis incontra i rappresentanti del settore, tra cui gli uomini di Blackrock: nell’ottobre 2017, ma anche in dicembre si svolgono altri meeting con il direttore generale dei mercati finanziari, Olivier Guersent e il membro del suo gabinetto Jan Ceyssens. L’80 per cento degli asset di Blackrock vengono dai fondi pensione.

Nel 2015, a Londra, pochi mesi dopo l’approvazione della “rivoluzione delle pensioni” scritta dall’allora ministro delle Finanze George Osborne – con una forte detassazione dei fondi pensione per sviluppare il sistema privato – la roccia nera annuncia di aver assunto proprio Osborne.

Nell’aprile 2016 Blackrock ha vinto un bando di gara del consorzio Resaver, per gestire il fondo pensione destinato ai ricercatori che vogliono cambiar Paese, mantenendo lo stesso piano pensione complementare. Quattro milioni di euro il budget, fondi del programma Ue Horizon2020. Quattro Paesi lo stanno già sperimentando (Italia, Ungheria, Belgio e Austria), altri regolatori ne hanno approvato i criteri in Olanda, Spagna, Lussemburgo, Norvegia, Regno Unito e Danimarca. Tony Stenning, uno dei direttori di BlackRock, dice al momento del lancio del programma: “Resaver sarà una evoluzione epocale, il primo ma non l’ultimo passo verso la crescita di un mercato delle pensioni paneuropeo”.

“Il fatto che Blackrock, una società americana, sia stata scelta per gestire l’intero fondo Resaver è un altro segno del successo e dell’efficacia della sua azione di lobby”, dice Guillaume Prache, di Better Finance, la Federazione europea degli investitori e dei servizi finanziari. “Spesso vengono organizzate delle giornate d’informazione per gli assistenti parlamentari dove Blackrock spiega a questi giovani funzionari che posizione prendere su una direttiva o un regolamento, per poi poter orientare il proprio deputato al momento del voto”, dice una fonte al Parlamento europeo. “La lobby finanziaria è la più grossa nella capitale europea: 1.700 persone, molto di più che nell’agricoltura o nell’energia”, spiega Kenneth Haar, della Ong Corporate Europe Observatory. Il budget di Blackrock è esploso in questi anni, passando da appena 150.000 euro nel 2012 a 1,5 milioni nel 2014.

Alla Commissione europea qualcuno comincia a preoccuparsi per le dimensioni dei giganti del patrimonio gestito, come Blackrock. Si chiama “common ownership”, proprietà comune: una società diventa azionista rilevante di tutto un settore, entrando nel capitale di varie compagnie. È il caso di Blackrock. Nel settore chimico è azionista di Bayer, Monsanto, Basf, DuPont, Linde, AirLiquide. Nelle banche è azionista di Banca Intesa, Unicredit, Banca Generali, UBI, Fineco, Banco BPM e primo azionista di Azimut, leader della distribuzione di fondi italiani. La commissaria danese Vestager cita spesso i rischi della common ownership, ha chiesto a una società indipendente di fare un’indagine sulle conseguenze della “proprietà comune” in Europa.

“Non si tratta di pratiche diaboliche per creare un cartello”, spiega Martin Schmalz, un ricercatore dell’Università del Michigan che ha realizzato uno studio sugli effetti della common ownership sulle compagnie aeree americane, dimostrando come negli Usa i prezzi siano aumentati fino al 12 per cento. “Quando il proprietario è lo stesso, non c’è più incentivo alla concorrenza”. A Bruxelles si cercano prove sugli effetti della rete di azioni di giganti come Blackrock. Una fonte della direzione generale concorrenza dice: “Stiamo studiando tutti i settori, dalla chimica, all’energia, ai trasporti. Però il settore delle banche, ci sembra quello che si è concentrato di più negli ultimi anni, i players sono sempre gli stessi, pochi gestori di fondi. Ci vorrebbero nuove regole microprudenziali per controllare questi grossi fondi. Ma ormai sarà un lavoro per la prossima Commissione europea”.

Blackrock non ha voluto partecipare a quest’inchiesta né con interviste né con risposte scritte.

*Investigate Europe

(2. continua)

Il Romanzo criminale dell’arte made in Italy

L’ultimo è un capolavoro del 1926 di Giorgio de Chirico, “Composizione con autoritratto”, rubato il 16 novembre scorso con un taglierino dal Béziers Art Museum, nel sud della Francia, tra Lione e Marsiglia. Era di proprietà di Jean Moulin, eroe della resistenza francese, morto nel 1943 sul treno che lo portava in un campo di concentramento nazista e la tela, dal valore “inestimabile”, difficilmente verrà recuperata: nel museo del Comune di Beziers, guidato da Bernard Menard, fondatore di Reporter Sans Frontières, non c’erano telecamere. Qui in Italia l’ultima caccia al tesoro risale a tre mesi fa, quando i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio artistico, hanno recuperato ben 37 opere d’arte rubate per un valore di alcune decine di milioni di euro: erano appese ai muri delle case-vacanze che un imprenditore di Positano affittava ai turisti. “Si tratta di un amante dell’arte’’ – disse il procuratore aggiunto di Salerno Luigi Alberto Cannavale, e l’inchiesta “Artquake” ha accertato che le opere provenivano da 16 furti compiuti all’interno di chiese e case private negli ultimi vent’anni.

Anche dalle macerie del terremoto de L’Aquila: i carabinieri hanno trovato cinque pale d’altare del XVII-XVIII secolo, sottratte prima del dicembre del 2012 dalle Chiese di San Nicola a Capestrano e San Giacomo Apostolo a Scoppito, in provincia de L’Aquila, entrambe chiuse dopo le scosse del 2009.

Rubato in pieno giorno dai musei o sottratto con la complicità di custodi infedeli, sparito dai muri delle abitazioni private, o trafugato da parrocchie di provincia sconosciute se non ai collezionisti, il patrimonio artistico italiano sparito nel nulla potrebbe riempire il primo museo per quantità e importanza del mondo.

Il crimine è l’altra faccia del record italiano che vanta oltre il 70% dell’arte sul pianeta, perché il nostro Paese è anche il primo al mondo per numero di furti d’arte: 55 al giorno, quasi 20 mila all’anno, per un traffico illecito che a livello globale si aggira sui 9 miliardi di euro. I più recenti in Emilia Romagna: l’11 marzo scorso un ladro, entrato nella Pinacoteca di Bologna, probabilmente con i visitatori, è uscito con una preziosa tavoletta di Giusto de’ Menabuoi, risalente al 300. E a fine febbraio dalla Pinacoteca di Faenza (Ravenna), è sparita una “Crocifissione e discesa al limbo” di maestro anonimo del XIII secolo.

Furti compiuti spesso con la regia delle organizzazioni criminali che si muovono dietro le quinte del traffico di capolavori per poi giocare i recuperi sul tavolo delle trattative con lo Stato, ritenuto da Cosa Nostra (e chi se n’è servita) più vulnerabile proprio sui Beni Culturali: la stagione stragista del ’93 prese di mira per la prima volta lo scrigno del patrimonio artistico nazionale, la Galleria degli Uffizi di Firenze. Vennero distrutte opere d’arte di enorme valore, il 25% dei dipinti della Galleria subì danni. L’anno precedente, il ’92, è il misterioso Paolo Bellini, definito dal boss Nino Gioè “infiltrato dello Stato’’ a consegnargli nell’estate stragista del ’92 una busta con le foto dei cinque capolavori sottratti pochi mesi prima alla Pinacoteca di Modena, forse da una banda guidata da Felice Maniero. In cambio dei quadri, dice Bellini, ci sarebbe la concessione di qualche beneficio per i mafiosi.

Gioè e Giovanni Brusca nicchiano, non garantiscono il recupero di quei quadri ma ne propongono altri, naturalmente rubati e nella disponibilità di Cosa Nostra; Gioè porta le foto insieme ai nomi dei mafiosi per cui vengono chiesti gli arresti domiciliari: sono Bernardo Brusca, Luciano Liggio, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Giovambattista Pullarà. Lo scambio sfuma nel dicembre ’92 perché, dice in aula il pm Roberto Tartaglia, i boss – sono parole testuali di Gioè – “avevano un’altra trattativa in corso che arrivava ai piani più alti del governo”. E ostaggio di una trattativa con lo Stato è stato anche il sospetto che ha accompagnato per decenni il furto della “Natività” di Caravaggio, staccato con una lama dall’altare dell’oratorio di San Lorenzo di Palermo in una notte dell’ottobre 1969, e mai più ritrovato.

L’Fbi la inserì nella top ten mondiale delle opere rubate, e la Commissione antimafia ha presentato a Palermo tre giorni fa i risultati dell’ultima indagine: rubato da balordi sotto lo sguardo attento di “esperti d’arte’’, ha detto la Bindi, il quadro, probabilmente spezzettato in quattro o otto frammenti, come si usava allora per ottenere il massimo del profitto, è stato affidato poi al boss Tano Badalamenti che l’avrebbe venduto a un mercante svizzero commosso “fino alle lacrime’’ per la sua bellezza. A commissionare il furto non sarebbe stata Cosa Nostra intervenuta solo in un secondo momento per accaparrarsi l’opera. Nel dibattito che si è svolto nell’Oratorio di San Lorenzo, dove l’opera fu rubata, è emerso anche che monsignor Benedetto Rocco, direttore della chiesa, qualche giorno dopo il furto aveva avviato una trattativa coni ladri per il recupero della tela. “Aveva avviato i contatti per la restituzione, ed era a buon punto – ha detto padre Giuseppe Bucaro, direttore dell’ufficio Beni culturali della Diocesi di Palermo –. Allora, io ero un suo allievo e ci disse che qualcuno della polizia non si era mosso bene e il contatto era sfumato”.

Le nuove rivelazioni del boss Gaetano Grado chiamano in causa Francesco Marino Mannoia, che ha smentito che il quadro fosse stato distrutto (come aveva detto per “non essere più disturbato’’ dagli investigatori) smentendo anche la leggenda che la tela fosse stata per anni simbolo del potere mafioso, appesa addirittura alle pareti durante le riunioni della commissione: “Tutte buffonate – ha riferito Marino Mannoia – non esistono queste cose”.

Simbologia a parte, l’arte è stata il core business della famiglia del superlatitante numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, il proprietario, secondo Gioè, delle opere da scambiare con Bellini. In un pizzino ritrovato dagli investigatori, il boss scriveva: “Con i traffici d’arte ci campiamo la famiglia”.

E l’arte è sempre stata una delle piste seguite dai “cacciatori” di latitanti per arrivare al capomafia, l’ultimo dei corleonesi ancora in libertà. Alla fine degli anni 90, Messina Denaro a Mazara del Vallo tentò addirittura il furto del “Satiro Danzante”, un reperto bronzeo, opera di Prassitele, che in quel marzo 1998 era stato appena recuperato dal peschereccio “Capitan Ciccio” nel Canale di Sicilia. Il piano saltò, ma tutto era già pronto per la vendita del Satiro che doveva essere commercializzato “attraverso rodati canali svizzeri”, come ha raccontato il pentito Mariano Concetto che doveva compiere il furto commissionato dal boss in persona.

Ma la passione per l’arte del giovane Messina Denaro è un’eredità di famiglia: suo padre, don Francesco, uno dei primi “tombaroli” siciliani, fu autore negli anni 60 del furto del prezioso “Efebo”, rubato all’interno del municipio di Castelvetrano: una statuetta in bronzo di appena 85 centimetri, allora usata come porta cappello nell’ufficio del sindaco. Nessuno all’epoca ne conosceva il valore, tranne l’anziano padrino che cercò di venderlo ad alcuni antiquari e collezionisti americani, tra cui risultava anche il miliardario americano Jean Paul Getty, e quando non ci riuscì, decise di chiedere un riscatto, 30 milioni di lire, una cifra allora esorbitante, in cambio della restituzione. Alla fine la Polizia recuperò la statuetta il 14 marzo del 1968 a Foligno.

Frontman del boss è ritenuto un trafficante d’arte di Castelvetrano, proprietario di un parco di 25 mila ettari di ulivi, che ha fatto affari con i musei di tutto il mondo, dal Louvre al Metropolitan di New York, e ha rifornito di opere d’arte le maggiori università, dalla Columbia a Pricenton e Yale: Giovanni Franco Becchina, 76 anni, cui nel 2015 i carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio artistico sequestrarono, riportando in Italia, 5.361 reperti trafugati dai tombaroli e custoditi in Svizzera, in cinque magazzini della sua Galleria Palladio Antique Kunst che nascondeva anche un sostanzioso archivio: il “Becchina dossier”, come lo ha definito l’Fbi, che insieme ai carabinieri trovò oltre 13 mila documenti (fatture, note di trasporto, pagamenti, lettere indirizzate agli acquirenti, immagini scattate da polaroid) suddivise in 140 raccoglitori sequestrati dai carabinieri. Una miniera di informazioni su rotte e protagonisti del traffico internazionale d’arte, che in Italia subisce un’impennata alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando qualcuno decise di fare sparire centinaia di opere d’arte da un museo siciliano.

Fu Federico Zeri, nel ’51 giovane ispettore dei Beni Culturali, a scoprire il più colossale scandalo italiano dei furti d’arte, ricostruito lo scorso anno dal giornalista messinese Daniele De Jaonnon: visitando il Museo Nazionale di Messina, Zeri si accorse che la “Madonna in Trono con bambino’’, parte centrale di un trittico fiammingo dei primi del 500, era palesemente diversa dai due pannelli a fianco. Non la mano di un allievo cinquecentesco, ma quella di un abile falsario, e pure recente.

Da Roma piombò nella città dello Stretto l’ispettore capo, Emilio Lavagnino che, analizzando un terzo delle opere, scoprì che il museo era stato saccheggiato. Ma non accadde nulla, né a Messina, né a Roma. È di nuovo Zeri a riportare a galla la questione, scoprendo sei anni dopo su una parete della casa dell’industriale farmaceutico milanese Aldo De Angelis la parte centrale, e originale, del Trittico fiammingo. A Messina arriva Rodolfo Siviero, allora numero uno nel recupero delle opere d’arte trafugate dai nazisti, dipendente del ministero degli Esteri, visto che non esisteva ancora il Nucleo tutela patrimonio artistico, costituito nel ’69.

Siviero scopre che i pezzi scomparsi sono circa 600 (il primo furto è del ’39): maioliche veneziane, ori, argenti e paramenti, di cui 260 tele di valore sostituite, ed è il dato più incredibile, con copie realizzate recentemente. Scattano le indagini e salta fuori il nome del falsario, il custode Domenico Omero, che dopo avere lasciato Messina fa il “pittore copista” a Roma, e ammette di avere copiato i quadri: “Avevo l’autorizzazione del direttore Catanuto”.

In quel periodo, scrive il direttore Maria Accascina, il Museo Nazionale di Messina consisteva “in macerie e immondizie, furti e falsi, mancanze di inventari recenti, mancanze di consegne tra i vari direttori e di revisioni inventariali o ispettive dopo il grosso furto avvenuto nel 1939, mancanza di elenchi di opere rimaste nei magazzini e sulla spianata quando vi hanno preso stanza i tedeschi e gli inglesi, mancanza di elenchi delle opere mandate nei rifugi e ritornate”. La vicenda approda alla Camera nel novembre del ’59 quando tre deputati presentano un’interrogazione per sapere se è vero che “260 opere sono state rubate dal Museo di Messina per essere vendute sul libero mercato’’.

La conclusione la raccontò lo stesso Siviero nel suo libro L’Arte e il Nazismo: “Poi la festa finì all’italiana; la magistratura di Messina, sollecitata non si sa da chi fece trasportare tutti gli oggetti, prima ancora del processo, nel museo da cui erano scomparsi. La cerimonia fu solenne: prefetto, sindaco e magistrati, in una scena che ricordava quella dei Re Magi, consegnarono i doni alla direttrice del museo e furono tutti fotografati”. E le indagini, su ladri e falsari rimasti impuniti, finirono negli archivi polverosi della memoria.

“La confessione” di Peter Gomez vince il TvTalkAwards

“La confessione”, la trasmissione condotta da Peter Gomez in onda su Nove, si è aggiudicata il premio per il miglior nuovo programma d’informazione 2017/2018 dalla giuria dei giornalisti specializzati per i #TvtalkAwards. Il format, scritto dal direttore de ilfattoquotidiano.it con l’autore e giornalista Luca Sommi, è arrivato nella prestigiosa finale dell’autorevole trasmissione di critica televisiva Tv Talk (in onda il sabato alle 14:55 su Rai3) insieme a Belve di Francesca Fagnani (altro programma in onda su Nove), Propaganda Live con Diego Bianchi (su La7 e vincitore per i social) e Non è l’Arena con Massimo Giletti (sempre su La7). Sia La Confessione che Belve sono programmi realizzati da Loft Produzioni, il ramo aziendale dell’Editoriale Il Fatto, per il gruppo Discovery (trasmessi sul canale 9 del digitale terrestre e sul canale 145 di Sky). Entrambi hanno avuto un ottimo riscontro tra il pubblico e tra i critici, conquistandosi, spesso, le aperture dei magazine online dedicati al piccolo schermo. Due trasmissioni che saranno di nuovo in onda il 6 giugno in seconda serata con l’intervista di Gomez all’attrice Anna Falchi e una super ospite, ancora da svelare, per Fagnani che ripartirà il 15 giugno.

“Mattino”, la sede diventerà un outlet

Una delle ragioni del licenziamento in tronco di Alessandro Barbano dalla direzione de Il Mattino di Napoli, edito come Il Messaggero dal costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, è in un documento che Il Fatto è in grado di rivelare. Si tratta della disposizione dirigenziale 297 del 9 marzo 2018 del Comune di Napoli. Un “permesso di costruire per un intervento di ristrutturazione edilizia” che renderà il palazzo di quattro piani di via Chiatamone 65, un immobile elegante nel salotto buono di Chiaia, il punto di riferimento di un piccolo centro commerciale con parcheggio interrato.

Un’operazione immobiliare lecita e autorizzata. Ma che finirà per minare l’identità di un giornale che è ospitato lì da 55 anni, dal 1962, e che faticosamente provava a mantenere una leadership nel dibattito nazionale sulle questioni del Mezzogiorno.

Per effetto di questa licenza, Il Mattino è destinato a essere “deportato” al Centro Direzionale, dove si trova anche il Palazzo di Giustizia, ma che di sera si svuota. E così finirà un pezzo di storia di Napoli, nel silenzio generale della città. Barbano si era opposto, a questo come agli altri tagli e impoverimenti annunciati dall’editore, determinato a trasformare Il Mattino in una filiale del Messaggero. Dall’altro ieri non rappresenta più un ostacolo.

Nel permesso di costruire, rilasciato dopo il versamento di quasi 114 mila euro di oneri concessori, che impone di iniziare i lavori entro un anno, si legge che “la ristrutturazione edilizia del piano terra ed ammezzato (attualmente ad uso produttivo) in una unità immobiliare adibita a commercio al minuto e contestuale realizzazione di autorimessa pertinenziale al piano interrato a servizio dell’attività commerciale. (…) I piani superiori dell’edificio (1°, 2° e 3°) destinati alle attività di redazione ed organizzazione gestionale del quotidiano Il Mattino saranno stralciati dalla parte commerciale oggetto d’intervento. Detto intervento, comporta anche il frazionamento della porzione oggetto d’intervento dal complesso dell’edificio”.

Il richiedente è Marco Torosantucci, rappresentante legale di due finanziarie che fanno parte del Cda di Caltagirone spa. Va ricordato infatti che il palazzo di via Chiatamone, che Caltagirone rilevò nel 1997 dal Banco di Napoli, è confluito in una delle società satelliti del gruppo.

La proprietà dell’edificio non è più nei bilanci del Mattino, relativi a un’altra società che contiene solo la testata e i 52 giornalisti sopravvissuti ai tagli feroci degli ultimi anni, e che lamenta passività di 3 milioni di euro. La sede della redazione rappresenta un costo iscritto a bilancio del quotidiano. Un fitto di 600 mila euro annui per uffici ospitati solo al terzo piano. Gli altri si sono svuotati nel tempo. La società che possiede il palazzo di via Chiatamone è la stessa proprietaria della Torre Francesco al Centro Direzionale.

Il Mattino andrà a occupare entro ottobre gli ultimi due piani, la vecchia sede dell’Agcom lasciata sfitta. I costi si ridurrebbero a 250 mila euro. Ma sono tutti passaggi di denaro all’interno dello stesso gruppo. E intanto il più appetitoso immobile di via Chiatamone si libererà del tutto.

Alce Nero avrai il mio burger (comodamente e a domicilio)

Cosa unisce la pizza pop di Berberè, il marchio di prodotti bio per eccellenza Alce Nero e Deliveroo, una delle aziende della gig economy, l’economia che si regge su prestazioni occasionali, pagate a cottimo e senza vincoli contrattuali? A unire i tasselli ci ha pensato Wolf Bukowski, scrittore, guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, sul quale ha pubblicato un’inchiesta in due puntate “Radio Alice è senz’altro anche il nome di una pizzeria: il capitale e il settantasette”. Cosa c’entra la storica emittente radiofonica bolognese degli Anni settanta? “Radio Alice – ci racconta Wolf Bukowsky – è il marchio scelto da Berberè per le sue pizzerie a Londra. Questa scelta, ovviamente, ha infastidito chi ha memoria ‘partigiana’ del ’77. Ho usato questa vicenda per raccontare i passaggi simbolici e materiali con cui il capitalismo si intesta nomi e parole dei movimenti anticapitalistici. Avrei potuto scegliere altri esempi, come la catena olandese ‘The Student Hotel’, che aprirà a Roma San Lorenzo, a Bologna e Firenze, ammiccando a ‘tutte le forme di avanguardie artistiche ribelli’, ai graffiti… ma costruendo studentati per ricchi con funzione gentrificante.

Ben presto ai fratelli Aloe (fondatori di Berberè) si unisce Alce Nero con una quota del 49%. Insieme aprono una pizzeria in zona universitaria bolognese ma dopo soli 4 anni Lucio Cavazzoni, ai tempi presidente, esce dalla gestione di quel locale (anche se Alce Nero resta socio di Berberè). Perché?

L’uscita di Cavazzoni dalla gestione di quel locale, che secondo me è dovuta a valutazioni aziendali, è l’occasione per una polemichetta pretestuosa sulla zona universitaria, a cui subito gli amministratori del Pd si accodano. Gli studenti che bevono birre a poco prezzo in strada fanno “degrado”, sostiene Cavazzoni, ma come si può conciliare questo pensiero reazionario con l’uso del ’77 studentesco? Solo facendo del ’77 un feticcio sottratto alla storia, rendendolo, appunto, solo un “trade mark”.


Nel frattempo gli affari di Berberè e Alce Nero continuano: con l’apertura delle due pizzerie londinesi battezzate “Radio Alice” viene anche registrato il marchio da parte di “8 slices limited” come le 8 fette in cui viene tagliata la pizza prima di essere servita. Chi c’è in questa joint venture?

In “8 slices”, che detiene il marchio “Radio Alice”, Berberè ha una quota di minoranza e viene retribuita per la gestione delle pizzerie. La maggioranza è di un certo Azzurri Group, che gestisce 278 locali e a sua volta è posseduto da Bridgepoint, un enorme gruppo che detiene, per fare un esempio, il marchio di Burger King in Gran Bretagna. Il cosiddetto “made in Italy”, con tutta la retorica che si porta dietro, è spesso semplicemente questo: affari di grosse società finanziarie come Bridgepoint.

Nel portafoglio di Bridgepoint group compare anche Roofoods ltd, un nome che ai più non dirà molto.

Roofoods è nota con il nome del suo servizio: Deliveroo. Tra Azzurri group e Deliveroo c’è una partnership particolare; quindi Berberè, di cui è parte anche Alce Nero, è socia in Gran Bretagna di aziende con forti nessi proprietari e di collaborazione con Deliveroo.

Cavazzoni si dimette dalla sua carica di presidente di Alce Nero nel febbraio del 2018 per candidarsi, senza successo, con Liberi e Uguali. LeU durante la campagna elettorale chiedeva l’abolizione dei lavori a cottimo, come è quello dei “riders” che consegnano il cibo. Un cortocircuito?

Le liberalizzazioni volute da Pier Luigi Bersani, ministro e poi fondatore di LeU, portano la responsabilità dell’assalto dei grandi gruppi alle piccole attività commerciali, dell’invasione dei supermercati, della concorrenza spietata nel settore della ristorazione. Anche i problemi legati alla “movida”, di cui si lamentava Cavazzoni stesso, sono causati dalle liberalizzazioni delle licenze. Quella di LeU è coerenza nell’ipocrisia, non cortocircuito.

Il Pd quando ebbe l’occasione, durante la discussione sul Jobs Act degli autonomi, di garantire i diritti dei fattorini decise invece di snobbare un emendamento ad hoc a firma di Sinistra Italiana. Oggi Virginio Merola, sindaco di Bologna del PD, invita al boicottaggio di Deliveroo e le altre aziende di cibo a domicilio.

Tipico del Pd: non dare fastidio alle grandi aziende ma ammiccare alle azioni “dal basso” riciclando lo stile del consumo critico. Hanno scelto di non rivolgersi ai “cittadini” (che avrebbero diritto a una legge contro il cottimo) ma solo ai “consumatori”. Una scelta, si direbbe, che non li premia granché.

 

Schei, sagrestie (e Hitler). L’isola bianca si fa verde

Di questa terra bianca come il suo baccalà appena spugnato, resta la tradizione: il voto passa per una quota significativa ancora tra le sagrestie, tra chiese e conventi. E il personaggio politico più potente di Vicenza è Achille Variati, sindaco uscente, già presidente della Provincia, parlamentare e, soprattutto, devoto di Mariano Rumor. Lui, il democristiano del dopoguerra, resta il simbolo di una politica con la croce al petto e la “musina” in camera da letto. La musina, cioè il salvadanaio dove mettere gli schei, i soldi, tanti soldi perché la ricchezza che conta la città e la sua provincia non ha eguali in Italia.

Vicenza è Palladio ma domenica prossima più che l’architettura che la rende così lucente e viva, sarà l’onda leghista a stabilire se anche questo piccolo spicchio di centrosinistra in terra veneta verrà assoggettato al dominio di Alberto da Giussano.

I fatti, se fossero solo questi a dare un senso alla scheda da votare nell’urna, porterebbero a ritenere che l’amministrazione uscente, guidata da Variati, non ha demeritato. Ha anzi offerto a Vicenza, da sempre ossessionata più dal lavoro che dalle sue bellezze, una opzione in più: l’arte, la cultura, il turismo. “La Basilica del Palladio conta i suoi visitatori in milioni, è una realtà oramai prestigiosa sulla scena turistica nazionale. Abbiamo investito tanti soldi per vederla nella sua smagliante beltà e possiamo dire che ce l’abbiamo fatta. Diamo lavoro a 30 persone e i conti sono in attivo: quest’anno chiudiamo con 60mila euro di profitto. La scommessa è vinta”, dice Variati. La scommessa sarebbe vinta se tutti i 110mila residenti abitassero al centro, se la periferia, dalla monotonia delle sue forme grigie di conosciuta bruttezza, non avesse la solita paura.

“Abbiamo paura degli immigrati che fanno baccano e spacciano, fanno risse, disturbano sempre”, dice la tabaccaia che presidia l’ingresso in piazza delle Biade. La paura è un sentimento e sul sentimento, dare appunto sicurezza, ripulire le piazze e i suoi angoli da ogni disturbo e da ogni “negro”, che la sfida si gioca. L’onda è connessione sentimentale e con ottimo equilibrio Francesco Rucco, ex missino oggi dentro un centrodestra che allarga i suoi confini e forse li sfonda fa surf.

Rucco è sincero democratico, persona equilibrata, impegnata a dare un senso non revanscista al fronte che lo sostiene. Ma certo è un fatto che goda l’appoggio di candidati dal passato denso di nostalgie fasciste. Il Giornale di Vicenza è andato a ripescare auguri e saluti, inneggiamenti e contumelie che alcuni di essi, ora impegnati a rendere “Vicenza ai vicentini” (lista apparentata con Rucco) alcuni anni fa, sette per la precisione, rivolgevano agli eroi della loro giovinezza (anche Hitler) o ai demoni della loro cultura (i froci). “Hitleriani” con Rucco hanno sintetizzato i giornali. Forse è troppo, certo è che CasaPound non ha una sua lista e l’estrema converge verso il centro a dare manforte alla scalata. E come se non bastasse, ora Rucco può contare sulla forza di Matteo Salvini, leader vincente che proprio ieri ha riempito Vicenza nella prima uscita da ministro. E ha detto ai suoi abitanti ciò che volevano ascoltare: cioè meno migranti, e a prescindere.

L’onda è così forte che può bagnare, fino a sommergere, l’altro candidato: Otello dalla Rosa, il successore di Variati che per 30 voti l’ha avuta vinta alle primarie del centrosinistra sull’enfant prodige del Pd (il 27enne Giacomo Possamai) con il quale fa oggi il ticket. I sondaggi dicono che i due concorrenti sono appaiati e basta poco per spostare di qua o di là la linea della vittoria o della sconfitta.

Nello scontro a due, come noterete, non è presente il partito di maggioranza relativa in Parlamento. I Cinquestelle non sono riusciti a presentare il loro simbolo per via delle incomprensioni, chiamiamole così, che bruciano dentro i meet up anche le scadenze obbligate per chi fa politica, com’è appunto la data delle elezioni. L’assenza non ha il valore della colleganza o, peggio, della sudditanza. Non è, né mai poteva esserlo, un favore fatto all’alleato di oggi. I grillini, per loro demerito, non sono proprio in scena ma è certo che l’assenza, cioè il vuoto (la politica ubbidisce alle leggi della fisica), svilupperà altrove un pieno.

“Mamma mia quanti siete stasera”, ha detto ieri Salvini prima di iniziare il suo comizio.

Ecco, il senso della gita in città del leader leghista è anche la consapevolezza che Vicenza, da isola bianca, devota e ricca, tra qualche giorno forse la troveremo colorata di verde. Di un verde pisello, perché la città, per tradizione, non ama i toni forti ma il deferente ossequio.