La Raggi ci crede: “Se ho bisogno di soldi parlerò col governo”

Pure la sindacadi Roma riacquista un po’ di colore grazie al governo giallo-verde dopo gli scontri pubblici col ministro Carlo Calenda. Ora allo Sviluppo c’è l’amico Luigi e qualcosa si può sperare: “Nel contratto di governo c’è un intero capitolo su Roma capitale. Se io ho bisogno di soldi per l’Atac e i mezzi di trasporto, io voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla Regione che me li dà se e quanti ne vuole”, ha scandito Virginia Raggi dal palco della manifestazione dei 5 Stelle in piazza della Bocca della Verità: “Hanno descritto Roma come l’inferno in terra, ci hanno descritto come criminali, solo per bieco interesse politico, solo per evitare che arrivassimo a governare questo Paese. Ma non si può vincere contro chi non si arrende mai”, ha aizzato la folla la sindaca. Raggi ritiene, nonostante il non proprio lusinghiero giudizio sul suo operato in città, che “Roma ha iniziato a invertire la rotta, ha iniziato a risparmiare e ora iniziamo ad avere soldi da investire con appalti regolari. Da domani inizieranno ad accusare questi ragazzi dicendo che non sanno governare. Noi dobbiamo dosare le forze: abbiamo 5 anni davanti e dobbiamo star loro vicino quando si farà dura”.

A Cascina, dove leghisti e grillini litigano ancora

L’intesa Lega-5Stelle? No, grazie. Almeno non a Cascina (Pisa), il primo Comune toscano guidato dalla Lega, dove i consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno rispedito al mittente l’apertura della sindaca Susanna Ceccardi. “Noi non siamo e non saremo mai la stampella del Carroccio”, precisano i grillini Claudio Loconsole e David Barontini, nonostante il vento del contratto di governo sia arrivato anche nel loro Comune.

Pochi giorni fa Ceccardi era stata chiara, invitando i 5 Stelle a seppellire l’ascia di guerra: “Anche a livello locale si potrebbe creare una nuova sinergia tra Lega e Movimento 5 Stelle. Sono disponibile a dialogare con chi vuole fare qualcosa per i cittadini”.

Ma Cascina non è Roma e gli accordi sono naufragati ancor prima di iniziare, nonostante Barontini assicuri che nei confronti della Lega non ci sia alcun veto preventivo: “I paletti ideologici li metto soltanto coi fascisti, per il resto, specie a livello locale, è giusto confrontarsi sui temi”. Perché non accettare il confronto con il Carroccio, allora? Questione di “metodo” e di incompatibilità con i componenti della giunta, che nei primi due anni di amministrazione, accusano i consiglieri 5 Stelle, hanno reso ai minimi termini la discussione democratica in consiglio comunale. “Ci hanno respinto di tutto – è la versione di Loconsole – e quando proponevamo qualcosa che poteva star bene anche a loro la emendavano soltanto per metterci il cappello sopra”. Al consigliere 5 Stelle – 32 anni, ricercatore universitario al Sant’Anna di Pisa – non va giù che si possa cancellare con un colpo di spugna il rapporto burrascoso di questi anni, in cui insieme al collega Barontini – classe 1970, anche lui ingegnere – è stato anche accusato in consiglio di “far perdere tempo alla maggioranza” con le sue mozioni.

Adesso però, grazie alla spinta dell’intesa nazionale, l’atteggiamento del Carroccio potrebbe cambiare, anche se la prospettiva non entusiasma i 5 Stelle: “Su ciascuna mozione siamo sempre stati disponibili a discutere, non è questione di nuove aperture o di promesse. Se finalmente portano in consiglio le cose buone delle loro linee programmatiche le voteremo”.

Proprio su quelle linee programmatiche in passato si erano scontrati Lega e 5 Stelle, con Barontini e Loconsole che avevano accusato la sindaca di aver copiato gran parte delle sue proposte dal Movimento.

Il problema, secondo Barontini, è che poi sono rimaste lettera morta, senza che fossero mai discusse in consiglio. A preoccupare Loconsole, poi, c’è il sospetto che l’apertura di Ceccardi possa essere strumentale a rafforzare la propria maggioranza e a favorire un possibile nuovo corso leghista, aperto ai 5 Stelle anche sui territori, magari su indicazione dall’alto: “In questo senso posso dire che noi in due anni non abbiamo ricevuto mai una telefonata dal Movimento, mantenendo sempre la nostra autonomia. È così anche in questo caso, anche se rifiutare l’alleanza significa per me rinunciare a qualche poltrona sicura in giunta”.

Circostanze smentite da Elena Meini, presidente del Consiglio comunale, che rivendica l’autonomia della sindaca, e dal capogruppo leghista Daniele Funel, che precisa come il Carroccio non abbia mai accennato a possibili spartizioni di cariche dopo un’eventuale alleanza con i 5 Stelle.

Ma al di là dei tecnicismi, resta il secco no del Movimento: “Il nostro posto è all’opposizione e tale rimarrà fino alla fine”. Il contratto locale può attendere.

Malagò trema per Giorgetti. Ma almeno non è ministro

Quando Giuseppe Conte ha letto al Quirinale l’elenco dei ministri del suo esecutivo, l’assenza non è passata inosservata: il governo Lega-M5S non avrà un ministero dello Sport, nessun erede del renzianissimo Luca Lotti. Si torna al passato, a una semplice delega affidata al sottosegretario e plenipotenziario leghista, Giancarlo Giorgetti. E questo ha fatto storcere il naso al Movimento 5 Stelle, mentre al Coni tiravano un sospiro di sollievo per il pericolo scampato.

La scelta non è frutto di disinteresse, anzi: il ministero non c’è proprio perché qualcuno ha voluto a tutti i costi lo Sport. La Lega e Giorgetti hanno rivendicato per sé questo sconfinato mondo che riguarda 20 milioni di italiani, porta voti e muove interessi. Solo che il braccio destro di Salvini non poteva fare il ministro: serviva a Palazzo Chigi come sottosegretario, ruolo chiave dell’esecutivo. Il M5S ha provato a convincerlo a passare la mano ma non c’è stato verso: così il ministero è scomparso, creando i primi malumori interni e una certa delusione.

I dubbi non sono su Giorgetti: lui allo sport si dedica da anni come appassionato e politico, ha contatti importanti. Ha preteso la delega e la sfrutterà per intervenire su gestione dei contributi, sprechi e interpretazione disinvolta delle regole da parte del Coni, nei cui confronti è sempre stato critico. “Il metodo Malagò, gli inviti a cena all’Aniene per sistemare tutto, con lui non funzioneranno più”, garantisce chi lo conosce. Il problema è che da sottosegretario, con tanti affari e deleghe pesanti, potrebbe non avere tempo e strumenti per farlo.

Il contratto di governo è ambizioso: parla di “revisione delle attuali competenze del Comitato Olimpico” e “maggior attenzione nelle modalità di assegnazione e spesa delle risorse”. Una sorta di commissariamento di un ente che ha goduto di grande libertà in passato, per l’assenza di una controparte governativa o la sua totale complicità, come durante il mandato di Lotti.

Difficile farlo, però, senza un ministero: per sottrarre al Coni la competenza sugli oltre 400 milioni di euro che ogni anno lo Stato stanzia a favore dello sport, ci vorrebbe una riforma profonda, forse addirittura la creazione di un vero dicastero con portafoglio, mentre qui è stato cancellato. Infatti i 5 Stelle ci sono rimasti male: “Per noi è un passo indietro, inutile nasconderlo”, spiega il deputato Simone Valente, già capogruppo e riferimento del M5S sullo sport. “Siamo distanti dalla linea che abbiamo sempre tenuto, ma continueremo a seguire questi temi e ci assicureremo che gli impegni presi nel contratto vengano rispettati”.

La prima decisione da prendere riguarda le Olimpiadi invernali 2026: Malagò ha già inviato al Cio le candidature di Milano-Torino e del Veneto, e attende l’ok del governo. Nel M5S i Giochi restano un tabù (neanche la benedizione di Di Maio e Beppe Grillo ha convinto gli scettici), mentre la Lega sogna di portarli in Lombardia, dove governa in Regione.

Non a caso la questione è stata esclusa dal contratto, ma presto andrà affrontata. Su altri temi, invece, l’unità di intenti è totale, a partire dalla maggiore vigilanza sul Coni: in futuro potrebbero essere introdotti dei criteri sull’utilizzo dei fondi pubblici e obblighi più stringenti di rendicontazione, con il potenziamento del Dipartimento di Palazzo Chigi e magari un cambio al vertice di Coni servizi (la società che fa da cassa dello sport); poi si punterà sull’attività a scuola, d’intesa col ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, altro fedelissimo di Giorgetti, laureato in scienze motorie. L’assenza di un ministro, però, rischia di rendere meno efficace l’azione. E lascia Giovanni Malagò nella comoda posizione di capo assoluto dello sport italiano: se lo chiedete a lui, il ministero non era poi così importante.

Il pugno di Fico turba la meloni

Sono giorni difficili per Giorgia Meloni: Matteo Salvini le aveva promesso che era fatta, al governo entrava anche lei. Ma un quarto d’ora dopo, il suo affidabilissimo alleato le aveva comunicato che c’era un certo Luigi Di Maio che non era d’accordo. Così, lei che già annunciava l’appoggio all’esecutivo, ha dovuto rapidamente tornare sulle barricate dell’opposizione. E ogni giorno ne pensa una. Ieri, per dire, la penuria di argomenti deve averla mandata in crisi. Così, quando ha visto il fotogramma in cui il presidente della Camera Roberto Fico alzava il braccio con il pugno chiuso ha battuto alle agenzie tutto il suo sdegno. Poco prima era stato il rosso (!) Danilo Toninelli a salutare alla stessa maniera. E poi, attenzione, c’è chi giura di aver visto il premier Giuseppe Conte serrare la mano e rivolgersi alla folla: “Teniamo duro”, avrebbe detto. Ma aspettiamo la pronta indagine della leader di Fratelli d’Italia per saperne di più.

Juncker: “L’Italia va trattata con rispetto Ricordate la Grecia”

Forse a Bruxelleshanno capito che si sta passando il segno e così è intervenuto direttamente Jean Claude Juncker: “Non sono per niente d’accordo nel dare lezioni a Roma”, al contrario “dobbiamo rispettare l’Italia” perché “questo è stato fatto con la Grecia, soprattutto da parte dei Paesi germanofoni, e la dignità del popolo greco è stata calpestata. Questo non deve ripetersi ora con l’Italia”. Così il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, citando indirettamente le parole del suo commissario Oettinger e le espressioni razziste dei giornali tedeschi di questi giorni: “Io ho introdotto delle clausole di flessibilità nel Patto di stabilità e crescita e l’Italia è stato il solo Paese ad averne beneficiato, sono 19 miliardi di euro che non sarebbero stati messi a disposizione di Roma quest’anno”. Inoltre, ha sottolineato Juncker ricordando il suo curriculum di amico dell’Italia, “ho dovuto dar prova di molta persuasione per evitare che non fosse oggetto di una procedura per deficit eccessivo”: “Io non sono per niente partigiano del dare lezioni a Roma”, per cui invece ci vuole “rispetto.”

“È la Terza Repubblica: i moderati siamo noi. Ora i referendum per ridare voce ai cittadini”

Di mani, lui, non ne ha strette tantissime. La sua compagna è incinta e, dopo una giornata così impegnativa, ai giardini del Quirinale, hanno preferito stare soprattutto seduti. D’altronde, Riccardo Fraccaro è uomo di poche parole. E dei grillini in giacca e cravatta è pure uno degli antesignani. Così, non lo stupisce più di tanto l’omaggio che “il sistema” ha riservato ai nuovi venuti, venerdì al ricevimento presidenziale. Li ha visti, i guanti bianchi per i barbari. Ma sa che un po’, sono cambiati anche loro. “Cinque anni in Parlamento ci hanno fatto crescere, nelle istituzioni abbiamo imparato a entrare in meccanismi per nulla banali. Ci è servito a capire quando è giusto alzare la voce e quando conviene mediare”.

Si è ribaltato il mondo.

In effetti, nella Terza Repubblica, i moderati siamo noi.

E il capo è Luigi Di Maio, che per portare a casa il risultato ha ritirato la richiesta di impeachment.

Un capolavoro politico. Credo che il suo gesto sia segno di grande saggezza. Ha riaperto in una notte il tavolo e tutti hanno capito che di fronte all’opinione pubblica era impossibile tirarsi indietro.

L’ha capito soprattutto la Lega.

A loro capita quello che è successo a noi: li dipingono in un modo, ma io al tavolo tecnico li ho conosciuti in un altro.

Il ministro Fontana ha esordito dicendo che la famiglia gay non esiste.

Ha detto anche che è a favore della legge sulle unioni civili. Per me questo sgombra il campo da ogni questione.

Anche sull’immigrazione, Salvini è partito a razzo.

Noi faremo quello che c’è nel contratto. Se si propone qualcosa che è fuori, serve il consenso di entrambi.

Lei guida i Rapporti col Parlamento e il nuovo ministero della democrazia diretta.

Una volta Casaleggio disse che dopo averla realizzata, potremmo anche scomparire. La democrazia diretta è la stella polare del Movimento.

Finora la sperimentate coi numeri del blog. Con 59 milioni di italiani come si fa?

Oggi votiamo ogni 5 anni e dobbiamo sperare che chi guida il Paese faccia quello che ha promesso. Esiste il referendum abrogativo, ma spesso è viziato dal quorum e dalle campagne pro-astensionismo. Vogliamo ridare le chiavi del paese ai cittadini.

E la delega parlamentare?

Si delega la tutela dei propri interessi, ma si deve avere anche la possibilità di intervenire. Il referendum propositivo esiste già in 26 Stati americani, compresa la California. Ha il grande vantaggio di permettere ai cittadini di portare nell’agenda politica temi che sono ignorati o colpevolmente trascurati. Se avessimo potuto imporre il conflitto di interessi al Parlamento, avremmo aspettato trent’anni?

La Carta già prevede leggi di iniziativa popolare ma non funzionano. Cosa cambia?

Le firme raccolte dai cittadini finiscono in un cassetto che nessuno apre più: va inserito l’obbligo di discussione delle proposte in Parlamento.

Lo prevedeva la riforma Boschi, bocciata il 4 dicembre.

Sì, ma rinviava l’attuazione a una legge costituzionale che non si sarebbe mai fatta. All’epoca, chiesi a Maria Elena Boschi di introdurre l’obbligo da subito. Le dissi che non saremmo usciti dall’aula al momento dell’approvazione. Ma lei rifiutò. Il Pd su questo tema ora ci darà una mano?

Finora ha parlato dei pregi. Ma quali limiti immagina?

Gli stessi previsti per i parlamentari, non vedo perché inserirne di più: vanno garantite le coperture finanziarie, la costituzionalità e ci saranno materie escluse, come i trattati internazionali.

Come funzionerà in concreto?

Un gruppo di cittadini elabora una proposta di legge che viene sottoposta al vaglio di ammissibilità della Consulta. Se passa, si lascia il tempo per raccogliere le firme (6 mesi, per esempio) che nella nostra proposta erano 500 mila. Al termine della raccolta, la proposta diventa oggetto di referendum senza quorum. Esiste anche l’ipotesi che a quel punto il governo faccia una sua controproposta, magari frutto di maggiore competenza tecnica: si sottopongono il quesito popolare e quello governativo. Figuratevi che di solito, quando c’è da scegliere, passa quasi sempre il secondo.

L’opposizione ai “populisti” si preannuncia accesa. Come gestirà i rapporti col Parlamento?

Cercheremo di evitare quello che è avvenuto in questi anni: la continua decretazione d’urgenza, il dibattito imbavagliato. Non faremo agli altri quello che hanno fatto a noi.

Il solito Salvini (ma adesso è al governo)

Primo giorno da ministro e primo comizio in piazza. Scortato da una pletora di poliziotti e da un corteo di auto blu Matteo Salvini riprende il filo mai interrotto della propaganda: “Per i clandestini è finita la pacchia”. Rende felice Vicenza, che tra una settimana deve andare a votare, e concludente il suo operato spesso intermezzo di parole e proclami. Quello di ieri: “Nessuno deve più permettersi di alzare una mano contro gli uomini delle forze dell’ordine”. Applausi, naturalmente. Ma anche – benché sottintesa – la totale, indefinita e incondizionata fiducia nei tutori della legge (la Lega si è opposta all’introduzione del reato di tortura nel codice), e la garanzia assoluta di una difesa preventiva rispetto alla singola valutazione dei fatti.

E cosa dire delle Ong declassate alla condizione di “vice scafisti”, arruolate tutte nell’esercito dei mercenari che scaricano corpi per fare affari? Non gli sarà più permesso di attraccare impunemente nei porti italiani, ha annunciato. Oggi il ministro sarà a Pozzallo, in Sicilia, a verificare e sicuramente giudicare la presenza degli immigrati nel centro di identificazione. Altre parole timbreranno la sua visita e altre polemiche che in questo caso già anticipano il suo arrivo,. Sempre ieri infatti è comparso un video, chissà quando pubblicato, in cui Salvini definiva il sindaco di Riace, autore di un piano di accoglienza ritenuto all’avanguardia (ma i cui costi sono sotto il giudizio della Corte dei Conti), “uno zero assoluto”. D’altro canto il leader leghista coniuga felicemente, e ancora ieri l’ha ripetuto a Vicenza, le funzioni di segretario politico e quelle di ministro dell’Interno. È perfino banale ipotizzare che il suo tempo lo dedicherà alle piazze più che ai dossier del Viminale. Sarà un Salvini al giorno e nessuno potrà dirsene sorpreso.

La tela di Di Maio: tenersi la delega tv e risarcire Coltorti

I tricolori e l’inno di Mameli, i palloncini e gli striscioni. Ma tra le labbra dei militanti c’è ancora rancore verso l’uomo del Colle, Sergio Mattarella. In piazza della Bocca della verità, angolo di Roma circondato da inaudita bellezza, i Cinque Stelle festeggiano la loro vittoria, nel 2 giugno che doveva segnare la frattura con il Quirinale e invece diventa un’autocelebrazione, con Beppe Grillo che va dritto sull’euro: “Tutti hanno un piano B”. Mentre dietro le quinte Luigi Di Maio duella con la Lega su poltrone e deleghe nei vari ministeri.

Tanto che ora vuole tenersi quella alla Telecomunicazioni, che sta molto a cuore a Silvio Berlusconi. Ma il Carroccio spinge per darla a un suo uomo, che faccia da vice a Di Maio nel superministero che accorperà Lavoro e Sviluppo economico. E può insistere, facendo notare al grillino che non può pretendere anche le tlc, di consueto assegnata al viceministro del Mise. Però la partita è aperta. Mentre Di Maio lavora anche a un’altra casella, quella del commissario governativo al terremoto. E l’idea è di metterlo al posto della dem Paola De Micheli il geomorfologo Mauro Coltorti. Il senatore che era indicato come ministro delle Infrastrutture nella lista presentata a Mattarella domenica, poi mostrata da Di Maio su Facebook quando sembrava saltato tutto. Invece poi si è trovata la quadra, ma Coltorti è stato scalzato da Danilo Toninelli. E va risarcito. Mentre non ha bisogno di risarcimenti il deputato Alessio Villarosa, dato in prima fila per la presidenza della commissione Bilancio. Infine, la delega ai Servizi segreti. Pareva destinata al 5Stelle Vito Crimi, ma ora pare che il premier Giuseppe Conte voglia tenersela. E sarebbe abbastanza insolito. Ipotesi, da tradurre in realtà nei prossimi giorni, quando la trattativa entrerà nel vivo.

Nell’attesa, il Movimento si fa la sua festa a Roma. E in un afoso sabato raduna diverse migliaia di persone. E in mezzo ai cori e ai sorrisi si fa spazio anche l’animosità per il nemico che non lo è più, Mattarella. “Non doveva permettersi di contrastare il popolo italiano, se ci riprovasse gli darei un calcio nel c…” scandisce una signora emiliana. Se si chiede agli attivisti del Colle, facce e toni si incupiscono. Quando parlano, perché la diffidenza verso la stampa rimane un totem. “Non bisogna parlare con i giornalisti” consiglia un signore con il sigaro, mentre arrivano parlamentari e ministri. E il senatore Nicola Morra risponde sull’eterno spauracchio, l’euro. E non ci gira troppo intorno: “Le cose così come sono oggi con la moneta unica non funzionano. Se poi come sembra Juncker (il presidente della commissione europea, ndr) si è innaffiato con l’acquasantiera, ben venga”. Il sole comincia a calare, gli addetti spostano le transenne. E il palco si anima. Dopo le 21 Di Maio appare assieme ai ministri a 5Stelle (manca Toninelli). Cantano l’inno tenendo la mano destra sul cuore.

Il capo dirige, ed esagera: “Ora lo Stato siamo noi”. Poi Di Maio porge veloci scuse al Capo dello Stato: “Riconosco grande ragionevolezza a Mattarella, abbiamo trovato una soluzione assieme: saluto lui e il presidente della Camera Roberto Fico, che ci ha dato una grande mano”. E la folla resta fredda. Si riaccende alle 22.08, quando Beppe Grillo sale sul palco agitando una campanella, come quella che si scambiano il premier uscente e il nuovo presidente. “Questo suono – declama – segna il passaggio da una fase all’altra”. E scherza, ma neanche tanto: “Tutti gli striscioni contro Mattarella girateli dall’altra parte, così si legge viva Mattarella”. Poi maledice il Jobs Act, “che ha legalizzato la povertà”. E alla fine parla indirettamente di euro: “Europa, non Europa, contro l’euro, non contro l’euro ma tutti hanno un piano B”. Ed è l’eresia che solo lui poteva dire. Il creatore, degli alieni al potere.

Il M5S contro Fontana: prima grana gialloverde

“Le famiglie arcobaleno per la legge non esistono”. La prima tegola sul governo Conte arriva all’indomani del giuramento e ha per protagonista il neo ministro alla Famiglia e alla Disabilità, il leghista Lorenzo Fontana. In un’intervista al Corriere, descrive così la sua posizione sui diritti civili, facendo esplodere la prima grana della coalizione gialloverde. Per sederla, è dovuto intervenire il vicepremier Matteo Salvini: “Fontana può avere le sue idee, ma la questione non è nel contratto”, l’ha chiusa lì. Ma ormai il danno era fatto, e la base più a sinistra del Movimento non è rimasta in silenzio.

Ma non solo: da San Francisco si è fatto sentire niente meno che Alessandro Di Battista: “Ora è tempo di realizzare concretamente i punti del programma – ha scritto su Facebook – non toccando i diritti civili conquistati ma occupandoci di quelli economici e sociali smantellati”. Più dritto il senatore Matteo Mantero, che nella scorsa legislatura ha portato avanti la legge sul biotestamento e che ieri ha condiviso il video dei parlamentari del Movimento mentre si baciavano in aula per sostenere la legge contro l’omofobia: “Cinque anni fa non abbiamo avuto paura di combattere il bigottismo – ha scritto –. Spero che non inizieremo ad averla ora”. “Le leggi le fa il Parlamento e anche un ministro le deve rispettare”, ha detto Nicola Morra, anche lui senatore Cinque Stelle “ortodosso”. Barbara Lezzi, ministro per il Sud, ha cercato di buttare acqua sul fuoco: “Non è il momento delle polemiche, c’è da lavorare. Pensiamo alle cose serie”.

Ma la questione è serissima per altri esponenti del Movimento. “Ci sono valori che per noi sono inderogabili – ha detto il sindaco di Livorno Filippo Nogarin – Siamo stati i primi a trascrivere i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero e tra i primi a celebrare in Comune i matrimoni gay. Non intendiamo fare mezzo passo indietro”. In effetti, nelle scorse settimane, è stata proprio una sindaca M5S, Chiara Appendino a registrare il figlio di due donne, nato in Italia. Un fatto storico. Ieri anche una parte della base del Movimento è insorta contro Fontana. Sulla pagina Facebook “Amici 5Stelle Diritti civili e lgbt” – gestita da Kemal Pasovic, attivista gay – la foto del ministro è accompagnata alla scritta: “Il cambiamento è incompatibile con i cretini!”.

Anche il Pdha reagito contro le parole di Fontana. A partire dal sindaco di Milano Giuseppe Sala: “Ignorare una parte consistente della società è profondamente sbagliato”, ha detto. E così il deputato Mattia Mor: “Un ministro che dice cose aberranti sui diritti delle donne e sulle famiglie arcobaleno è la cifra di un governo rivolto al passato più buio”. Il presidente del Pd Matteo Orfini: “Le famiglie arcobaleno esistono e sono bellissime”. “La legge sulle unioni civili – ha detto Monica Cirinnà – ha riconosciuto dignità e uguaglianza alle coppie gay definendole come famiglia, riconoscendo giuridicamente la loro vita familiare e non escludendo la presenza di figli”. È stata proprio lei la firmataria della legge approvata nell’ultima legislatura. Una conquista civile, frenata dagli alleati di destra, l’Ncd di Angelino Alfano. Renzi ha dovuto infatti affossare il capitolo sulla “stepchild adoption”, ovvero la possibilità che un figlio possa essere adottato dal partner del proprio genitore. Anche per questo l’Italia è oggi alla posizione 32 su 42, nella classifica europea che valuta le politiche e le leggi a favore degli omosessuali. Fanno meglio Paesi come Albania, Kosovo, Serbia, Cipro e Slovacchia. Viste le parole di Fontana, difficile pensare che il nuovo governo possa cambiare le cose.

Conflitto d’interessi, il Pd contro la Trenta: “Chiarisca in aula”

“Faccia chiarezza sui suoi conflitti d’interessi”. Dopo l’articolo del Fatto sulla neo ministro della Difesa, è il Pd a chiedere a Elisabetta Trenta di riferire in aula. “Come è stato possibile nominare come ministro della Difesa, quindi al vertice del nostro esercito e delle forze armate, chi ha presieduto una società che assolda mercenari, ovvero soldati privati? – ha chiesto su Facebook il deputato Michele Anzaldi, seguito da una nota di senatori dem –. La nomina della Trenta non è soltanto chiaramente inopportuna, ma anche in palese conflitto di interessi. Se non chiarirà immediatamente all’opinione pubblica in via ufficiale, chiederemo la convocazione immediata nelle commissioni parlamentari. È urgente che venga al più presto insediato il Copasir, affinché se ne possa occupare”. “La neo ministra, infatti – ha insistito Anzaldi – è stata presidente di Sudgestaid, oggi ne è nel comitato direttivo: si tratta di una società che, secondo quanto scrivono il settimanale francese Le Point e il Fatto Quotidiano, si occupa di reclutare mercenari da mandare nei teatri caldi e di guerra del Medio Oriente, ma anche in Paesi come la Libia. Che rapporti ha Elisabetta Trenta con i servizi segreti?”, ha chiesto Anzaldi.