Berlusconi l’europeo: “Con l’Ue contro populisti e pauperisti”

È preoccupato Silvio Berlusconi, preoccupatissimo, perché il Paese deve vedersela con “una formula di governo inedita e contraddittoria, non scelta dagli italiani con il voto e che deve conciliare valori e programmi diversi se non addirittura opposti, all’insegna del populismo”. L’ex Caimano s’è fatto partigiano: “Oggi l’alternativa che abbiamo davanti è o noi o loro. Per questo gli italiani perbene e di buona volontà devono scendere in campo. Venite con noi per aiutarci a costruire il nostro comune futuro. Insieme prevarremo”. Insieme ai cittadini e all’Europa, ovviamente, recente acquisizione del patrimonio retorico del nostro: “Noi siamo per l’Europa, che ha il grandissimo merito di averci garantito pace e libera circolazione delle persone, delle imprese e dei capitali”, ma – concede – “siamo consapevoli che deve cambiare, l’Europa deve rifondarsi dal basso, come comunità di popoli liberi, e non come una burocrazia asfissiante, altrimenti il sogno europeo può trasformarsi in un incubo”. No pasaran, promette: “Ci opporremo al pauperismo, al giustizialismo, a ogni atto che metta in pericolo i conti pubblici, il ruolo internazionale del nostro Paese e la nostra libertà”.

Bagno di folla e cori, poi al telefono coi leader: il primo giorno del prof

“L’Italia è un grande Paese:non dimentichiamolo mai”. La coincidenza di date ha facilitato il lavoro al neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha iniziato il suo mandato con la parata del 2 giugno. “Finora ci sono state troppe chiacchiere – ha detto – ora bisogna pensare ai fatti. Tenete duro, teniamo duro”. E poi ha aggiunto: “Non ho la bacchetta magica, ma ce la metterò tutta”.

Il neo premier è stato accolto ai Fori imperiali a Roma da un bagno di folla, ma ha rimproverato chi gli urlava: “Un presidente, c’è solo un presidente!”. Meglio evitare incidenti istituzionali con l’altro presidente, quello della Repubblica.

Finite le celebrazioni, Conte ha ricevuto una doppia telefonata: una dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e una dal presidente francese Emmanuel Macron. Entrambi si sono congratulati e hanno fatto i loro auguri per la Festa della Repubblica, dando appuntamento a Conte venerdì prossimo, in occasione del G7 in Canada.

Bonisoli e Costa, ricordate l’art. 9

Signori ministri dei Beni Culturali e dell’Ambiente, da voi dipende un patrimonio immenso che è di tutto il popolo italiano e che i costituenti con l’articolo 9 vollero preservato senza vaghezze di sorta: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Purtroppo chi vi ha preceduto, prima ha ridotto a metà i fondi ministeriali per il patrimonio storico e artistico (crollati dallo 0,39 % allo 0,19% del bilancio statale), poi ha sconvolto le articolazioni stesse della tutela. Un testone a Roma, braccia fragili sul territorio.

Ministro Alberto Bonisoli, ascolti, invece di ignorarli come fece Franceschini, i suggerimenti di quanti con un senso dello Stato ben più alto dei loro stipendi operano “sul campo”, nelle Soprintendenze territoriali, negli archivi, nelle biblioteche, nella rete dei Musei, ecc. Il soprintendente di Roma, Francesco Prosperetti, le ha già richiesto di ripensare l’assurda separazione fra musei e territorio, mortale per l’archeologia. Ha portato un esempio concreto: sabato scorso è stata ritrovata la Tomba dell’Atleta sulla Tiburtina, però non potrà essere musealizzata “perché l’interruzione del rapporto con le Soprintendenze non lo consente”.

Sì, perché, signor ministro, la “deforma” Franceschini ha diviso la tutela (alle Soprintendenze, senza mezzi adeguati) e la valorizzazione (ai Musei, divenuti una entità astratta, e qualche volta a Fondazioni private). Con l’illusione molto provinciale di “far soldi” coi Musei. Mentre, come lei ben sa, il Louvre copre con le entrate soltanto la metà dei propri costi e il resto ce lo mette lo Stato.

E poi, anche quando i totem dell’archeologia come il Colosseo o Pompei, incassano fior di euro, una bella fetta va alle società private di servizi aggiuntivi. La cultura è il più grande dei beni pubblici, ma l’Italia, con un modesto 0,25-0,27 % del bilancio statale investito in essa è fra gli ultimi nella Ue. I privati (mecenati, pochissimi, sponsor, un po’ di più) possono dare un po’ di ossigeno, ma è lo Stato, sono le Regioni, i Comuni che devono investire seriamente, saggiamente, in cultura. Avviene così in ogni Paese civile. Più investimenti richiedono più personale. Se archeologi, storici dell’arte, architetti sono pochi, restauri e recuperi “non camminano”. L’ultimo concorso – dopo decenni – sta immettendo quadri nuovi. Ma l’età media è sui 55 anni. Negli archivi e nelle biblioteche sui 60.

Passiamo al paesaggio – sul quale ha molte competenze il ministro dell’Ambiente – che risulta il bene comune più aggredito da ogni sorta di speculazione. Un rimedio forte sono i Piani paesaggistici che il Codice prescrive “copianificati” da Regioni e Mibact. Non costano molto. Costano sangue perché ogni corporazione a cui si tagliano le unghie (costruttori, cavatori, lottizzatori, trivellatori, ecc.) insorge e mostra i denti. Lo si è visto in Toscana che, con la Puglia e il Piemonte, compone lo sparuto trio delle Regioni che in tanti anni hanno approvato il Piano. Altre, come la Sicilia, si rifiutano da sempre di darsi una tutela pianificata, dissipando coste, montagne e centri storici.

È così anche per la difesa dei Parchi Nazionali e Regionali, 23 i primi, 136 i secondi, garanzia per la salute psico-fisica degli italiani, ma che una legge “sfasciaparchi” voleva svuotare, frantumare a spezzatino regionale e locale, con presidenti sempre più scelti fra i politici trombati. Generale Sergio Costa, esperto di ecomafie, ascolti la voce leale e informata dei pionieri dei Parchi, del Gruppo dei 30, difenda con loro questo immenso patrimonio ambientale e paesaggistico il cui primo legislatore si chiama Benedetto Croce e il più recente Antonio Cederna. La buona legge Cederna-Ceruti del 1991 va soltanto adeguata al Codice per il paesaggio. Coraggio.

Da “Tempa Rossa” ai consulenti amici: il ritorno di Cozzoli

Al super ministero dello Sviluppo Luigi Di Maio avrebbe voluto come capo di gabinetto uno dei professori che gravitano intorno ai Cinque Stelle, ma dopo l’accordo con la Lega si sono allontanati quasi tutti. Di Maio ricorre quindi all’usato sicuro: Vito Cozzoli, barese di 53 anni, docente di Diritto pubblico a Bari e Diritto industriale alla solita Link Campus cui attingono i Cinque Stelle.

Cozzoli oggi guida il servizio sicurezza della Camera dei deputati, dopo essere stato anche capo dell’avvocatura, è stato candidato al vertice del calcio italiano, la presidenza della Figc. C’è traccia di un contatto tra Cozzoli e Di Maio il 25 ottobre 2017: il politico M5S era alla presentazione di un libro del giurista al Centro studi americani di Roma. Presente anche Maria Elena Boschi, con cui Cozzoli è in ottimi rapporti. Nessuno, allora, immaginava che Di Maio si sarebbe affidato a un esponente di prima fila di quell’establishment trasversale che i Cinque Stelle volevano combattere. Cozzoli ha già annunciato a Di Maio che rinuncerà all’indennità da capo di gabinetto – circa 180.000 euro – e a quella di capo servizio della Camera, mantenendo solo lo stipendio di Montecitorio, come nel precedente mandato da capo di gabinetto.

Nel 2016 Cozzoli finisce sui giornali per la vicenda di Tempa Rossa, il giacimento petrolifero gestito da Total in Basilicata. Nel 2014 a Total serve un emendamento che renda strategiche le opere connesse al giacimento. L’emendamento è firmato da Vito Cozzoli, capo di gabinetto della Guidi, ma viene bloccato dall’opposizione (cioè dal M5S). Pochi mesi dopo, poi, l’allora ministro Boschi si accerta che l’emendamento entri nella legge di Stabilità. Per quella vicenda verrà indagato per traffico di influenze illecite il compagno della Guidi, Gianluca Gemelli che, secondo i pm di Potenza, stava spendendo il suo rapporto col ministro per incassare, in cambio dell’interessamento, attraverso la Total, un subappalto da 2,5 milioni di euro. Nel 2017 Gemelli viene archiviato. Nel frattempo la Guidi si è dimessa e pure Cozzoli (mai stato accusato di nulla dai pm) perde il posto. Al ministero è arrivato Carlo Calenda (oggi Pd) e, come primo atto, cambia il capo di gabinetto e specifica: “L’avvicendamento è conseguenza di scelte gestionali che nulla hanno a che fare con vicende giudiziarie”. La ragione è il potere enorme che Cozzoli aveva accumulato al ministero, anche con le nomine dei commissari che, su mandato del tribunale, gestiscono le procedure di amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi.

Come esempio degli intrecci che genera la troppa discrezionalità, fonti del ministero segnalano questo caso: un noto commercialista di Bari, Ignazio Pellecchia, assiste nella domanda di concordato preventivo la DF moda srl, una società di proprietà della famiglia De Fano, di cui fa parte la moglie di Cozzoli. Pellecchia poi rinuncia e non viene neanche pagato, oggi è creditore nelle procedure della società dopo il fallimento. Nel 2014 il ministero, con Cozzoli, affida numerosi incarichi a Pellecchia: sindaco del Gse (18.900 euro all’anno), membro del comitato di sorveglianza della Congregazione Ancelle della divina provvidenza in amministrazione straordinaria (20.000 euro all’anno), poi viene nominato anche commissario giudiziale della Sangalli di Treviso, assieme a un allora sconosciuto professor Giuseppe Conte, oggi primo ministro del governo Lega-M5S. Ottiene anche una consulenza dall’Ilva in amministrazione straordinaria.

Nella relazione di fine mandato pubblicata sul sito del ministero, Calenda ricorda di aver cambiato subito le regole per scegliere i commissari per ridurre al minimo la discrezionalità, dopo la cacciata di Cozzoli. Parametri molto più restrittivi per individuare i candidati alle posizioni e criteri predeterminati, con tetti ai compensi per evitare sprechi e rigidi paletti sui conflitti di interessi. Dopo l’uscita, Cozzoli ha sostenuto che anche lui era favorevole a una riforma delle procedure di selezione, e aveva anche coinvolto una società di cacciatori di teste per lavorarci, Spencer Stuart. Ora si prepara al ritorno. Anche per altre posizioni chiave sono pronti super burocrati di un potere romano che è sopravvissuto a ogni stagione: il potentissimo ex capo di gabinetto del ministero del Tesoro, Vincenzo Fortunato, punta a Palazzo Chigi. Dove però, come segretario generale, c’è ancora Paolo Aquilanti, vicino alla Boschi, che ha ottenuto una specie di deroga per rimanere. Il nuovo governo, con il sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti, ha 45 giorni per decidere se tenere Aquilanti o cambiare.

L’ottimista Di Maio attacca il Jobs Act e rischia sull’Ilva

La parata del 2 giugno, una puntatina a Palazzo Chigi e una nel suo nuovo ufficio. È il primo giorno da ministro per Luigi Di Maio, anzi da superministro visto che ha chiesto e ottenuto la fusione dei ruoli tra capo dello Sviluppo economico, che erano già tre ministeri in uno, e quello del Lavoro e Politiche sociali: la battaglia per le sue deleghe a viceministri e sottosegretari sarà uno spasso. “Perché ho chiesto di unire questi due ministeri? – s’è domandato ieri – Perché il datore di lavoro e il suo dipendente non devono essere nemici, non devono essere due realtà staccate”. A pacificarle, pare, ci penserà lui.

Di Maio, che in questa fase post-elettorale è parso un politico piuttosto fragile, sembra troppo ottimista visto che le priorità che ha indicato ieri in una diretta Facebook dal suo nuovo ufficio sono altrettante mine piazzate sulla sua strada. La prima è di natura squisitamente politica: “Il Jobs act va rivisto, c’è troppa precarietà. La gente non ha certezza neanche più per prenotarsi le vacanze non solo per sposarsi. Se dobbiamo dare più forza all’economia la dobbiamo ridurre”. Parole sante e necessità confermata dai numeri sull’occupazione: gli unici lavori a crescere sono quelli a termine. Quanto alla “revisione” del Jobs act, però, non sarà così semplice come il capo grillino pare pensare. Nel famigerato contratto c’è poco e nulla: “Particolare attenzione sarà rivolta al contrasto della precarietà, causata anche dal Jobs act, per costruire rapporti di lavoro più stabili e consentire alle famiglie una programmazione più serena del loro futuro”.

Il governo reintrodurrà l’obbligo di reintegro per i licenziamenti senza giusta causa? La partita è tutta qua: il programma 5 Stelle prevedeva il ripristino dell’articolo 18, quello della Lega no e per la buona ragione che nella sua base elettorale c’è anche molta impresa, un mondo che ha assai gradito la libertà di licenziamento concessa da Renzi.

Nel contratto, poi, non si cita mai il decreto Poletti, che ha del tutto “liberalizzato” l’uso dei contratti a termine: è questo lo strumento che ha di gran lunga spinto di più la precarizzazione del lavoro negli ultimi anni. Quel che c’è invece, nell’accordo gialloverde, è l’introduzione di uno strumento telematico “per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”: cioè la reintroduzione totale dei voucher. Insomma, sul lavoro il contratto è più verde che giallo.

Quel ministero (il Lavoro in questo caso) serve però a Di Maio soprattutto per altre due questioni: il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che poi in realtà è una classica politica attiva del lavoro di natura temporanea, e la riforma della legge Fornero sulle pensioni. Il primo capitolo andrà impostato attraverso la riforma e il potenziamento dei centri per l’impiego (“sono di competenza delle Regioni, lavorerò con loro”); il secondo potrebbe partire subito con la “quota 100” (può andare in pensione chi arriva a 100 sommando età anagrafica e contributiva). In entrambi i casi, questioni di compatibilità finanziaria a parte, Di Maio dovrà lavorare contro il presidente dell’Inps Tito Boeri, uomo dalla discreta batteria di fuoco mediatica e che ha ormai “domato” i contropoteri interni e controlla il più grande istituto di previdenza d’Europa, teoricamente controllato dal ministero del giovane Luigi.

Il primo ostacolo in ordine temporale, però, è anche il più pericoloso: Ilva. Nel contratto si parla di “concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale secondo i migliori standard mondiali” e di “un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti”. La situazione è questa: gli stabilimenti del gruppo che fu dei Riva dovrebbero passare in carico ad Arcelor Mittal, che ha vinto la gara indetta dal ministero dello Sviluppo, entro fine giugno. Il problema, attualmente, è che non c’è l’accordo tra nuova proprietà e sindacati sugli stipendi (Mittal li vuole tagliare) e i livelli occupazionali (previsti 4mila esuberi).

Anche senza un’intesa, peraltro, dal 1° luglio Mittal potrebbe iniziare a gestire Ilva e procedere alle assunzioni con le modalità che crede, ma non è certo sia una buona idea: “Gli servirà l’esercito per entrare”, ha fatto sapere la Fiom ligure. I tempi sono stretti: l’ex ministro Carlo Calenda ha minacciato “l’esaurimento della liquidità di cassa di Ilva per il 30 giugno” e l’azienda al momento brucia 30 milioni al mese. È un gran casino e, attorno al capo grillino, più d’uno s’è convinto che alla fine anche la proprietà stia seriamente pensando di lasciar perdere e far chiudere l’Ilva. A quel punto il superministro Di Maio avrebbe subito il suo brand: l’uomo che ha fatto chiudere Ilva.

Bel pezzo di Merlo

Ciascuno di noi ha dei punti di riferimento per orientarsi nei momenti d’incertezza. Chi consulta l’oroscopo, chi lo psicanalista, chi il padre spirituale, chi le linee della mano, chi i fondi del caffè. Noi abbiamo Francesco Merlo, noto fustigatore di costumi altrui. Merlo svolge, nel giornalismo, la preziosa funzione che incarna Fassino nella politica: quella di bussola alla rovescia. Ogni suo auspicio viene regolarmente disatteso. Se gli piace un governo, potete star certi che sarà un disastro. Se viceversa un governo non gli piace, cosa che finora non gli era mai capitata, ci sono concrete speranze che combini qualcosa di buono. Come quei critici cinematografici che, quando stroncano un film, sapete già di dover correre a vederlo, mentre conviene tenersi a debita distanza da quelli che esaltano (di solito coreani, lituani o malgasci sottotitolati in swahili). Quando nacque il governo Renzi, che aveva il pregio di venire dopo Letta, Monti e B., almeno il primo giorno eravamo ingenuamente speranzosi: infatti scrivemmo che aveva pure del buono, ma l’avremmo giudicato dai fatti. Poi però leggemmo Merlo su Repubblica il giorno dell’insediamento, e capimmo che sarebbe stata una catastrofe. Merlo non solo ne parlava bene, ma ne era estasiato, rapito, arrapato.

Un po’ come ai tempi di B., quando passava il tempo a sgridare chi  criticava B.. O come all’avvento di Monti, che gli provocò un notevole consumo di lingua: “Con l’inedito ‘chiamatemi agenda’, che è il tempo del dovere, Mario Monti diventa il gerundio d’Italia. E con il suo ‘ci sono e non ci sono’ aggiorna pure l’ossimoro, che… qui si presenta, nientemeno, con la veste sobria e rigorosa della virtù… Monti è l’insicuro sicuro di sé che sale in campo per scendere in campo… La frase di Monti che ieri ha conquistato di più – sorrisi al posto degli applausi – perché rivela l’efficienza e la disciplina del servitore dello Stato… L’incontro con i giornalisti è stato magnifico, ordinato e appassionato… La risposta più appuntita, la più dolcemente contundente, perfetta”. La stessa lingua si posò poi vellutata su Renzi e la sua corte:  “Mogherini, Boschi, Madia, Guidi, Lanzetta e Pinotti sono la dolcezza della gens nova,  non affamate ma pronte a perdersi nella politica… rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo… Ma poiché nella danza non c’è solo chi conduce, ma anche chi seduce, Renzi… ha imposto al passo lento di Napolitano il suo peso di libertà a volte baldanzosa e a volte birichina… Di sicuro la sua gioia era genuina… è l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria”. 

Ma non bastava: “Solo grazie alla prudenza di Napolitano che lo ha dosato e sorvegliato, Renzi è rimasto l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro… Sorridono sia l’uomo della politica sia quello dell’antipolitica, il principe Ippolito e il garibaldino Lando… Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente”. “È la sua (di Renzi, ndr) qualità migliore, la più pericolosa, la meno italiana perché l’ambizione esibita è peccato mortale nella patria dei falsi umili… L’ambizione esibita ha difetti vistosi che forse oggi servono all’Italia più dei meriti oscuri… Anche Spadolini fu toscanaccio come lo è Matteo e non toscanuccio come Enrico Letta”. Queste parole alla bava furono per noi una rivelazione: vuoi vedere che anche Renzi sarà una ciofeca? Lo fu. Ora finalmente, dopo una vita passata a slurpare, Merlo ha trovato un governo da vomitare. E pazienza se, appena nato, non ha ancora fatto niente. Lui anche stavolta ha già capito tutto. Al giuramento di Conte & C., al posto della dolcezza della gens nova, pacificante custode dell’irruenza del capo, cioè dell’attor giovane, del garibaldino Lando che nella danza seduce (al secolo Matteo Renzi), il nostro castigamatti s’è trovato di fronte uno spettacolo agghiacciante: “La sfilata del neonato potere, la nomenklatura populista che l’ha giurata ai più deboli” (notoriamente gli elettori M5S e Lega sono tutti miliardari, mentre il Pd trionfa nelle bidonville dei Parioli). “Paolo Savona vestito da ‘Piano B.’”. Battutona. Avendo i neoministri un’età media piuttosto bassa, salvo poche eccezioni, hanno molti famigliari vivi e li hanno invitati alla cerimonia. Non l’avessero mai fatto. La plebaglia disgusta il conte Merlo, che tuona contro la “folla baudelairiana” dei “parenti dei ministri, mamme e zie dei sans-culottes” che “alla fine applaudono come a una laurea di provincia” e forse puzzano anche un po’. Non le dica, baronessa, dove andremo a finire. Molto irritante anche l’abbigliamento dei ministri giallo-verdi, “che oggi indossano, tutti, abito scuro e cravatta, l’uniforme dell’Ancien Régime”, deludendo chi si aspettava da una parte canotte, mutandoni di lana, pinocchietti, infradito e dall’altra costumi tirolesi, cappucci celtici, fez, uniformi d’orbace, divise da SS, elmi puntuti, scarponi chiodati e molti frustini. Enzo Moavero Milanesi andava benissimo quando stava con Monti e Letta, ora invece è seccante il suo “doppio cognome aragonese”, che stona col “maoista Di Maio” (il noto Di Maio Tse-Tung da Pomigliano d’Arco), volgarissimo “ex commesso da stadio” ammesso non si sa come al Colle malgrado l’incensuratezza. Sempre per l’orrore delle nobildonne al circolo del burraco, Merlo segnala la pacchiana e “bionda Barbara Lezzi” (nomen et cognomen omen, ndr) “che in giacca bianca e pantaloni neri sembra Rose Leslie, la domestica di Downton Abbey quando diventa segretaria”. Voi non ci crederete, duchesse, ma trattasi di una plebea “impiegata di Lecce”, e ho detto tutto. Ah, dimenticavo: i razzisti sono quegli altri.

Il Vicenza salvato dai “cuginetti”: s’unisce al Bassano, lo vuole Rosso

Prima Lanerossi, poi soltanto Vicenza, adesso, forse, con l’appellativo Virtus davanti al nome della città. Cambiano i nomi, ma la storia del club vicentino – dichiarato fallito lo scorso gennaio – adesso è salva e potrà continuare grazie all’intervento di Renzo Rosso, il milionario fondatore del marchio di moda Diesel che in questi giorni ha completato l’operazione d’acquisto della società.

Non senza polemiche: nei prossimi mesi, nelle intenzioni di Rosso, il Vicenza si fonderà al Virtus Bassano, club di proprietà di Diesel dal 1996 che quest’anno ha disputato la serie C. Una soluzione ideale per i vicentini, che dopo i fasti del passato – il club ha lanciato campioni del calibro di Paolo Rossi e Roberto Baggio – erano sprofondati nelle serie minori, ma una beffa per i tifosi della squadra di Bassano del Grappa, che di colpo si troveranno senza più una formazione nel proprio Comune.

Nei progetti di Rosso, infatti, del Bassano resterà poco o nulla: la nuova squadra avrà una maglia biancorossa, giocherà allo stadio Romeo Menti di Vicenza e del Vicenza avrà il nome – seppur con un richiamo al Virtus – e la storia, compresi i trofei in bacheca e un’esperienza europea in Coppa delle Coppe datata 1998. Tutti i tesserati del Bassano, dai calciatori allo staff tecnico e alla dirigenza, dovrebbero passare in blocco alla nuova società, così come dovrebbe traslocare nel capoluogo anche il florido settore giovanile bassanese. “Nel mondo moderno di oggi – l’amara analisi di Stefano Rosso, figlio di Renzo – le piccole società devono aggregarsi con quelle grandi e questo è un must per la sopravvivenza”.

D’altra parte il bacino d’utenza del Vicenza – prima squadra veneta per anno di fondazione e con numeri da Serie A sugli spalti anche negli anni più difficili – fa gola a Mr. Diesel: “Da persone di azienda vediamo l’opportunità di combinare due realtà che oggi sono complementari e che insieme potrebbero portare alla creazione di un’entità unica nel calcio italiano”. Fusione sia, dunque, con buona pace del romanticismo dei bassanesi, a cui rimarrà soltanto una seconda maglia a tinte giallo-rosse e uno stadio di paese, il Mercante, che ospiterà gli allenamenti della prima squadra e le partite delle giovanili.

Troppo poco per una società in salute che da anni milita tra i professionisti e che più volte ha sfiorato la promozione in Serie B. Per questo quindici giorni fa alcuni gruppi del tifo organizzato hanno rinunciato a seguire la squadra a Reggio Emilia, nell’ultima trasferta della stagione, in protesta contro le intenzioni della famiglia Rosso. Polemiche che in questi giorni sono proseguite con una manifestazione sotto la sede della società e con uno striscione appeso in città da un gruppo ultras, rivolto proprio al presidente: “Da Bassano te ne devi andare, cerca altrove per guadagnare”.

Neanche una lettera aperta pubblicata da Stefano Rosso sui propri profili social ha addolcito gli animi, nonostante tra Vicenza e Bassano non ci sia alcuna antica rivalità specifica, come invece spesso accade nel calcio tra squadre della stessa zona. Questione di identità e senso d’appartenenza, sacrificati sull’altare di quello che i proprietari definiscono un bene superiore per la provincia: “Il nostro percorso a Bassano è stato incredibile – le parole di Stefano Rosso – ma sarà sempre più raro avere proprietà così longeve. Questa può essere un’opportunità per tutti per poter crescere”. Per il momento a crescere sarà senz’altro il Vicenza, che con l’acquisto del club in Tribunale da parte dei Rosso – per circa 1 milione e 100 mila euro – mette fine all’amministrazione controllata e a uno dei periodi più bui della sua storia, consentendo un sospiro di sollievo ai tifosi biancorossi: dopo tanta sofferenza, una proprietà solida val bene una convivenza forzata. Almeno per loro.

Centinaia di milioni in ballo: Zizou ha moltiplicato le follie

“Giro girotondo / casca Zidane / casca CR7 / tutti giù per terra!”. Sembra una filastrocca ma non lo è il nuovo tormentone del pianeta pallone. Dove il movimento di una pedina a mo’ di effetto domino innesca il movimento di un’altra e poi di un’altra ancora, non importa se in paesi e in campionati differenti, il tutto accompagnato dal tintinnio del dio denaro.

Dal grande albero del pallone cade un frutto maturo (Zidane) e basta un refolo di vento per farne cadere, a cascata, cento. E poi mille. Si parte da Zidane: che cinque giorni dopo la terza Champions vinta sorprende tutti e annuncia: “Me ne vado”. Zidane che guadagna 7,5 milioni (con i premi arriva a 10), nemmeno tanti considerando che li mette in tasca anche Allegri. Perché se ne va? I motivi sono tanti e uno si chiama CR7. Che da Madrid vorrebbe fuggire perché ha sentito che a Barcellona Messi ha spuntato un ingaggio da 48 milioni l’anno mentre lui non arriva alla metà (23); e ha sentito, anche, che Florentino Perez sta sbattendosi per portare al Bernabeu Neymar che dal PSG, che lo acquistò per 222 milioni, riceve 30 milioni l’anno (60 lordi) per 5 anni e che quindi al PSG è costato 500 milioni. Tanti? No, pochi. Anzi, una miseria in confronto ai soldi che occorrono per portar via CR7 al Real Madrid. Eh sì, perché la clausola rescissoria fissata per CR7 ammonta a un miliardo: e persino Nasser Al-Khelaifi, lo sceicco del Qatar proprietario del PSG, ha qualche difficoltà a pagarla. Non per la cifra in sé, che per lui sarebbe una bazzecola: ma per lo stramaledetto Fair Play Finanziario dell’Uefa che impedisce ai club di scialare col rischio di dissanguarsi. Un peccato, anche perché lo sceicco è un benefattore del calcio francese: nelle vesti di presidente di “beIN Media Group” ha appena affiancato gli spagnoli di MediaPro, quelli che il calcio italiano ha schifato dopo un’offerta di 1.050 milioni, nell’acquisto dei diritti-tv del campionato francese per il quadriennio 2020- 2024 all’inaudita cifra di 1.153 milioni a stagione. Per capirci, l’accoppiata MediaPro-beIN Sport ha praticamente decretato la rovina della pay-tv francese Canal +, che da 34 anni deteneva i diritti del campionato e che nel 2021 avrà già perso, secondo i calcoli, più della metà dei suoi abbonati. Un po’ la fine che rischiava di fare, qui da noi, Sky; salvata in corner da Juventus e Roma, Malagò e Miccichè. Chi vivrà vedrà.

Dicevamo di Zidane e dell’effetto domino prodotto dalla sua caduta. Che se da una parte innesca il filone CR7 (con la filiera che abbiamo visto), dall’altra ne innesca altri: come il filone allenatori (Pochettino-Löw-Wenger-Conte-Sarri) o il filone Bale, l’altro grande bomber del Real pagato al Tottenham, nel 2013, 100 milioni, il grande eroe della notte di Kiev a dispetto del livore nutrito verso Zidane dopo una stagione trascorsa tutta in panchina.

Zidane o non Zidane, Bale da Madrid se ne vuole andare anche perché a Manchester c’è Mourinho: dopo i 105 milioni per Pogba, ora Mou ne ha 200 per Bale, che rispetto a CR7 ha 5 anni in meno. E siccome al Real piace il portiere del Manchester De Gea, per il quale sarebbe arrivato a offrire 100 milioni, un baratto con conguaglio a favore degli spagnoli alla fine potrebbe concludersi. E poi via col valzer degli Hazard e dei Lewandowski e dei Salah e di tutti i pezzi dai 200 milioni in su.

E noi? Siamo il vaso di coccio. Col Milan in braghe di tela, l’Inter a fare i conti della serva e la Juve che dopo aver venduto Pogba per lo sproposito di 105 milioni offre oggi alla Lazio, per Milinkovic Savic che vale il triplo, 80 milioni. C’era una volta la Serie A dei tempi d’oro: la Serie A con Zico, Platini e Maradona…

J-Ax e Fedez, 80 mila a San Siro per l’addio al duo dei record

Luci a San Siro non ne accenderanno più, almeno per J-Ax e Fedez, che ieri a Milano hanno ufficialmente sciolto il loro sodalizio con “La Finale”, il “concerto della vita perché chiude un pezzo della nostra vita”.

Due ore mezza di musica in uno stadio sold-out, che ha ospitato quasi 80mila presenze. Sul palco, a 360°, si sono esibiti numerosi ospiti, tra cui Gué Pequeno, Levante e Stash, in un tripudio di effetti pirotecnici e laser, per una giornata partita con la consegna delle pizze per i fan.

La liaison è iniziata nel 2016 con Vorrei ma non posto, seguita dall’album Comunisti col Rolex, il più venduto del 2017, che ha richiamato in tour 230mila spettatori. In tutto i due hanno collezionato 25 dischi di Platino, tra album e singoli come Senza pagare e Italiana.

“Comunque abbiamo la carta reunion per quando finiranno i soldi”, ha scherzato Ax. “Continuare sarebbe stata la cosa più logica da un punto di vista economico, ma il nostro progetto è nato per l’amicizia e per l’arte. Da oggi torniamo solisti, ma me la prendo comoda. Voglio scrivere, fare il papà, occuparmi di mio figlio”. E Fedez: “Va che anche io…”.

“Solo la fotografia ci fa ancora sentire dei vermi”

Un fotografo non è un fotografo: è un autore, un regista, uno scenografo. Così la pensa Oliviero Toscani, riconfermato giudice della terza stagione di Master of Photography (con Mark Sealy ed Elisabeth Biondi), in onda il martedì su Sky Arte.

Ci spieghi meglio…

Un fotografo moderno deve avere più competenze: essere un autore e sceneggiatore; uno scenografo; un regista; un direttore della fotografia; un addetto alla macchina. Ci sono situazioni in cui basta essere cameraman, un semplice esecutore: quando uno si fa un selfie, ad esempio, o – a livello più alto – un reporter di guerra, che ha coraggio, si mette il giubbotto antiproiettile e va sul luogo, dove tutto è già stato messo in scena, dove gli autori sono le Nazioni che si lanciano le bombe, le scene sono i carrarmati che fumano, i morti che urlano, il sangue. La sceneggiatura è già fatta, la scenografia è lì, non serve regia perché c’è già abbastanza drammaticità, occorre solo un cameraman, uno che sia lì e scatti.

A proposito di selfie: più che un talent servirebbe una rieducazione dello sguardo.

Ma questo è proprio lo spirito del programma: la fotografia a livello autoriale. Che riflessioni, che pensieri, che punto di vista, che angolazione avere di fronte a un certo problema. Perché si può fare una bella foto da qualcosa di osceno e una brutta foto da qualcosa di bello.

Nella bulimia d’immagini, il vero artista non rischia di perdersi, di passare inosservato?

Quante parole si sprecano? Quanti scrivono, cantano, fischiano? Non è perché suonano in tanti che Mozart non è più Mozart.

Con lo smartphone chiunque è fotografo: servono ancora i maestri, le scuole, le botteghe, in cui imparare il mestiere, se non l’arte?

Non deve essere così discriminatoria. Fotografare al giorno d’oggi è un modo per esprimersi, come parlare, cantare, scrivere: lo sanno fare tutti. Anzi, mediamente è più facile: la gente è più analfabeta a parlare che a fotografare. Almeno in questo caso si schiaccia un bottone del telefonino e la foto bene o male viene, e sono tutti contenti.

Quanto la tecnologia ha cambiato la fotografia?

La foto è una tecnologia, una tecnica, un sistema per poter comunicare. Ma non è detto che, perché uno fotografa, è un fotografo, così come non si è scrittori solo perché si sa scrivere.

Cosa pensa della post-produzione, il ritocco?

Appartiene alla tecnologia della fotografia, ma il fotografo è colui che ha una visione.

La fotografia è nel pantheon delle Belle Arti?

È l’arte moderna: non è più la pittura, o la scultura. Quella è roba da collezionisti, da musei. Ormai viviamo di immagini fotografiche: il 97% di quello che conosciamo viene da lì. La fotografia è diventata più reale della realtà: è l’arte più importante del momento.

I grandi fotografi li vediamo sulle riviste, non alla mostra: come giudica la contaminazione commerciale?

Per ora sono sui giornali, poi in futuro traslocheranno nei musei. È tutta pubblicità: la Cappella Sistina era lo sponsor della Chiesa; Michelangelo faceva pubblicità per il Papa. I gradi fotografi sono quelli che lavorano per un committente; gli altri sono dilettanti: vorrebbero essere pubblicati, ma nessuno li vuole e allora vanno su Instagram.

Ha un profilo Instagram?

Non ne ho bisogno.

Qual è il rapporto oggi della fotografia con il potere?

Senza comunicazione, il potere non esiste. Gli affreschi erano il potere della Chiesa. Il potere ha bisogno dell’arte e l’arte ha bisogno del potere per esprimersi, ma anche per trascenderlo. La foto fatta per compiacimento e messa su Instagram non serve a niente: è la masturbazione di chi non è pubblicato ufficialmente.

In questi mesi c’è una foto che racconta la politica? Salvini e Di Maio al tavolo, i selfie con la D’Urso…

Quella è tutta roba di provincia, ormai bisogna pensare a livello europeo. Finalmente l’Europa ha potere e sono felice.

E foto significative del passato?

Il bambino morto in spiaggia, i barconi dei migranti…

Molti giornali si chiesero se pubblicare o no l’immagine del bimbo…

Perché il direttore di un giornale ha il diritto di censurare una cosa che lui ha visto e io no? Ho diritto di vedere tutto quello che c’è, nessuno ha il diritto di censurare alcunché.

Neanche le decapitazioni dell’Isis?

Sì, devo vederle. Cioè, posso farne a meno, ma devo avere la possibilità di vedere se voglio. La fotografia è l’unico mezzo di comunicazione che ancora ci imbarazza. Mentre possiamo guardare la decapitazione di Caravaggio e non ci dà fastidio, in fotografia ci sono immagini che abbiamo difficoltà a guardare. Perché sono vere. Perché da quando esiste la fotografia, esiste la memoria storica dell’umanità, e ne siamo imbarazzati. Solo la fotografia ci fa ancora sentire vermi: di fronte alla foto drammatica nessuno ride, mentre al cinema vediamo le cose più oscene e usciamo magari col sorriso.

Quanto hanno contato le radici e la cultura italiana nella sua formazione artistica?

Sono nato qui, non l’ho scelto io. L’Italia qualcosa mi ha dato, anche il modo in cui la roviniamo, sì. È grande l’Italia. È un laboratorio. Mi piace questa anarchia, questa imbecillità.