Si è concluso con una condanna a 4 anni per corruzione e l’assoluzione dall’accusa di associazione a delinquere il processo contro Fabio Massimo Mendella, il colonnello della Guardia di finanza che fu responsabile del settore verifiche del comando provinciale della Finanza di Napoli prima di essere trasferito alla guida del comando provinciale di Livorno. Ruolo che ricopriva quando nel giugno di quattro anni fa scattarono le manette, chieste e ottenute dal procuratore aggiunto di Napoli Piscitelli e dal pm Woodcock. L’inchiesta lambì l’ex numero due della Finanza, il generale Vito Bardi, che fu indagato per corruzione e poi archiviato. Mendella finì nei guai dopo una denuncia dell’imprenditore Giovanni Pizzicato. Questi riferì che un commercialista, Luigi De Rui (condannato a 4 anni) gli aveva suggerito di mettere l’ufficiale “a libro paga” in cambio di verifiche fiscali ammorbidite. Secondo i pm Mendella intascò più di un milione di euro in cinque anni. “Sono molto sorpreso – commenta l’avvocato Furgiuele, difensore di Mendella – sentenza inspiegabile alla luce di quanto emerso in aula”.
Stragi ’92-’93, è ora di una commissione
Sono trascorsi cinque lustri da quel 27 maggio 1993, allorché una violentissima detonazione sconvolse il centro di Firenze. Il tempo ha ingiallito i ricordi, che cominciano a scolorire persino per chi ha vissuto quegli anni, ma non per i familiari delle cinque vittime innocenti cancellate per sempre e dei sopravvissuti. 35 furono i feriti. La Torre dei Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili, venne distrutta. Morirono sepolti i quattro membri della famiglia Nencioni, custode dell’Accademia. Nel rogo che avvolse l’edificio collocato al n. 3 di via dei Georgofili trovò la morte Davide Capolicchio. Opere di inestimabile valore ed edifici monumentali vennero vituperati, perdendo per sempre l’integrità della loro testimonianza storica. Furono necessari oltre 30 miliardi di vecchie lire per riparare la chiesa di San Stefano e Cecilia e il complesso degli Uffizi, per ricostruire la Torre dei Pulci e restaurare le opere danneggiate. I mandanti e gli esecutori di Cosa Nostra, per la prima volta impegnata contro un obiettivo per loro inedito, oggi hanno un volto e molti perché di quell’agire sono conosciuti.
Rimangono, però, quesiti senza risposta che attraversano l’intera strategia stragista terroristico eversiva in cui si colloca, costituita da sette stragi (due in Sicilia e 4 nel continente, a Firenze, Roma e Milano), quattro omicidi (Lima, Guazzelli, Salvo e Lizzio), una serie di intimidazioni (gli attentati a sedi e beni della Dc in Sicilia, la collocazione di una bomba da mortaio nei giardini di Boboli a Firenze) e 15 progetti di attentato concentrati nell’arco di poco meno di tre anni, correlate da plurime trattative avviate con esponenti delle Istituzioni.
Una strategia che ha avuto il punto di partenza nella primavera del 1989 con l’attentato all’Addaura. I boss spiegarono che la situazione esigeva che si preparasse il terreno a uomini che Cosa Nostra riteneva di poter influenzare e che avrebbero ottenuto dalla mafia il risultato di riportare la calma.
Un agire senza precedenti. Vi sembrano i comportamenti tradizionali della mafia? Possono mai uomini illetterati, come Riina e Provenzano, concepire da soli l’idea di colpire il patrimonio storico, artistico, monumentale e religioso della Nazione? Perché i vertici dell’organizzazione decisero di accelerare l’esecuzione della strage di via D’Amelio, ponendo in non cale l’omicidio di Mannino?
Quali i legami tra l’Addaura (e i suoi nodi irrisolti) e la strategia stragista attuata nel 92-93? Perché compiere in Sicilia, nella stessa città a Palermo, a distanza di 57 giorni, due stragi così efferate a Capaci e in via Mariano D’Amelio? Come è possibile che i corleonesi non avessero messo in conto la reazione dello Stato, che avrebbe potuto annientarli? Per quale motivo l’attentato programmato a due passi dallo stadio Olimpico di Roma – un’autobomba parcheggiata in via dei Gladiatori all’uscita di una partita di serie A, che non esplose solo per un guasto tecnico – non venne più rimesso in cantiere quando nuove realtà politiche erano subentrate al governo del Paese? Qual è il rapporto tra le condotte stragiste e omicidiarie e le trattative avviate?
Se è vero che l’azione giudiziaria non ha fornito risposte certe e il decorso del tempo rende sempre più difficile le indagini, un atto di responsabilità delle classi dirigenti potrebbe avviare un nuovo sforzo alla ricerca della verità, creando una commissione parlamentare che, scevra da condizionamenti, verifichi se siano individuabili responsabilità politiche, storiche ed etiche. Potrebbe essere un modo per rendere omaggio alle vittime di via dei Georgofili e delle tante troppe vittime innocenti dello stragismo di quegli anni e, forse, per iniziare a fare i conti con il nostro tragico passato.
Rigopiano: “D’Alfonso usa la Regione per la sua difesa”
È stata una delle più grandi tragedie italiane – una valanga il 18 gennaio 2017 uccide 29 persone intrappolate nell’hotel abruzzese di Rigopiano – e la Procura di Pescara sta indagando sulle massime istituzioni regionali. L’accusa: cooperazione in disastro e omicidio colposo. Il motivo: l’assenza della Carta della valanghe, prevista per legge sin dal 1992, che avrebbe potuto impedire l’accesso dei turisti all’hotel, collocato in una zona a rischio, salvandone la vita.
Per questo motivo – insieme ai due predecessori Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi – è stato indagato l’attuale governatore abruzzese, nonché neo senatore del Pd, Luciano D’Alfonso. E proprio per D’Alfonso ieri è arrivata una nuova denuncia. Per comprendere la questione, però, è necessario premettere un piccolo dettaglio: una consulenza della procura – che ovviamente resta un atto dell’accusa da dimostrare a processo – ha stabilito che “le scosse sismiche” di quei giorni “non hanno giocato un ruolo causale diretto con la valanga”. Ora torniamo alla denuncia: tre avvocati – Cristiana Valentini, Goffredo Tatozzi e Massimo Manieri – accusano D’Alfonso d’aver commesso un abuso d’ufficio e chiedono anche l’intervento della Corte dei Conti per danno erariale.
Il motivo? Il 18 maggio, quando era noto che fosse indagato, proprio su “proposta del presidente D’Alfonso”, la Regione Abruzzo ha deliberato di affidare a due esperti una consulenza che, tra i suoi obiettivi, ha quello di verificare “la sussistenza del nesso di causalità tra la serie di scosse sismiche e la valanga”, scrivono gli avvocati al procuratore della Repubblica di Pescara, Massimiliano Serpi. Secondo la delibera, continuano gli avvocati, “le risultanze delle analisi dovranno pervenire” alla Regione “nei termini processualmente utili all’eventuale costituzione di parte civile”.
Secondo i denuncianti, però, D’Alfonso “avrebbe dovuto astenersi” poiché la delibera “verte su ‘fatti concernenti un interesse proprio’, ovvero la sua posizione di indagato”. “Il nesso di causa tra la valanga e il terremoto”, continuano, “nel tentativo di configurare l’eccezionalità e l’imprevedibilità dell’evento valanghivo” va nella direzione “del proscioglimento degli accusati da ogni responsabilità”. E ancora: “Si procura intenzionalmente al Presidente e ai dirigenti regionali indagati un vantaggio patrimoniale”. Quale? “L’acquisizione di una consulenza difensiva”. E così, “dietro l’apparente intento di fornire un consulente” alla Regione, quale costituenda parte civile, si cela il reale scopo di introdurre nel processo prove finalizzate a discolpare gli accusati”. Accuse gravissime – sotto l’aspetto giudiziario e anche politico – che la procura valuterà nelle prossime ore. Di certo, c’è che l’inchiesta sulla tragedia s’è trasformata in una guerra politica e amministrativa: due settimane fa D’Alfonso – con una memoria depositata in procura – ha rivendicato di avere soltanto un ruolo di indirizzo politico. E sull’assenza della Carta valanghe ha scaricato ogni responsabilità sul suo ex direttore generale Cristina Gerardis per non aver adempiuto alla realizzazione del programma di governo.
Dalla sua memoria è scaturita l’iscrizione di Gerardis nel registro degli indagati. Interrogata, Gerardis ha dichiarato che la Carta nel programma non c’era. E che D’Alfonso, prima della tragedia, non gliene avrebbe mai parlato. Ora i tre avvocati – Valentini, peraltro difende il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta – accusano D’Alfonso per aver addirittura proposto, anziché astenersi, una consulenza della Regione per acquisire prove che possano scagionarlo. Eppure, se quella Carta valanghe fosse esistita, se davvero avesse potuto imporre la chiusura dell’albergo, e quindi l’accesso ai turisti, neanche le scosse di terremoto avrebbero potuto far vittime.
Zodiac: “Non ho mai confessato di essere il mostro di Firenze”
“In relazione alle notizie e ai fatti di cronaca pubblicati in questi giorni su numerosi quotidiani e riviste inerenti alle vicende del ‘Mostro di Firenze’ e del ‘Killer Zodiac’, smentisco fermamente di avere confessato a chicchessia di essere l’autore dei delitti a loro attribuiti per il semplice fatto che non li ho commessi. Queste notizie hanno gravemente leso la mia dignità e onorabilità, e turbato la serenità dell’intera mia famiglia. Per tali ragioni ho già attuato le vie legali per la tutela dei miei diritti”. Lo dichiara Joseph Bevilacqua, l’ex militare americano accostato da una recente inchiesta giornalistica alla figura dei due serial killer. Il Mostro di Firenze sono io: era la dichiarazione choc dell’ex ufficiale dell’esercito Usa pubblicata da Il Giornale martedì scorso. L’uomo, secondo la ricostruzione giornalistica, aveva ammesso in una telefonata di essere il serial killer già noto negli Usa con il nome di “Zodiac” e di essere colpevole anche dei delitti avvenuti a Firenze fra il 1974 e il 1985.
Si sarebbe trattato della stessa persona che Mario Vanni, il postino di San Casciano Val di Pesa (Firenze), aveva chiamato “Ulisse” in una conversazione intercettata il 30 giugno 2003 nel carcere Don Bosco di Pisa.
Movida milanese: pizza e hamburger e il debito con i clan
Milano, capitale della movida e del cibo. La ristorazione è un grande affare. Soprattutto poco prima e subito dopo Expo. L’Esposizione universale fa da traino. Ne approfitta, con buon intuito imprenditoriale, Marco Iorio, napoletano classe 1969 assieme ai fratelli Massimo e Carmine. Nel capoluogo lombardo non arrivano da sprovveduti. All’ombra del Vesuvio, infatti, già si sono fatti un nome con alcuni ristoranti molto noti. Sotto al Duomo aprono diversi locali. Stanno vicino a corso Vittorio Emanuele, ma anche a due passi dalla Galleria, o ancora in corso Garibaldi e nella zona di via Marghera. Pizza e hamburger.
In quel 2014, periodo di apertura di alcune società, Marco Iorio è uscito dal carcere da almeno un anno. Coinvolto in un’inchiesta della Dda di Napoli. Le accuse sono gravi. Viene accostato al clan di camorra dei Lo Russo e a una famiglia di usurai. La discovery dell’inchiesta “Megaride” è del 2011. Marco Iorio finisce in carcere. Le accuse, però, seguendo i tre gradi di giudizio, cadono o vanno prescritte.
L’aggravante mafiosa evapora subito, mentre il riciclaggio legato ai soldi della presunta usura resiste, ma arrivato in Cassazione cade per intervenuta prescrizione. Non è un’assoluzione completa, ma poco importa. Gli Iorio lasciano la Campania e arrivano in Lombardia. Una presenza che non passa sotto traccia. La Polizia locale sul finire del 2016, infatti, mette insieme un corposo fascicolo di assetti societari e gira il tutto all’Antimafia per valutare l’ipotesi di una misura patrimoniale. Ipotesi che a oggi, evidentemente complice l’iter giudiziario, resta lettera morta.
Ora, un’ultima inchiesta della Dda di Napoli aggiunge particolari in più sul rapporto tra Iorio e il clan Lo Russo. Il cerchio, però, non si chiude. I fratelli Iorio non risultano indagati e sul tavolo, comunque, possono mettere un giudicato molto solido. L’ultima indagine coordinata dalla Dia fotografa la figura di due fratelli, Antonio e Lugi D’Ari, entrambi medici. Finiranno arrestati per i loro rapporti con i Lo Russo. Carnefici, ma anche vittime in qualche modo.
Sono loro, infatti, che durante la carcerazione degli Iorio prendono in gestione i tre locali di Napoli. Lo fanno, si legge nell’ordinanza, su richiesta del padre dei tre fratelli. È in questo momento che emissari dei Lo Russo bussano alla loro porta per chiedere la restituzione di 200 mila euro. La cifra corrisponde al reimpiego del denaro nelle società degli Iorio. I due apprendono così che “i Capitoni vantavano un credito poiché in precedenza avevano versato nelle mani di Marco Iorio denaro oggetto di reimpiego nel (…) ristorante”.
La conferma arriva anche da Domenico Mollica, coinvolto nell’inchiesta e ritenuto il cassiere del clan. Lo stesso Mollica spiega riferito a Iorio: “Se ne è uscito con i soldi più assai di prima lo scornacchiato!”.
Che fine abbia fatto quel denaro resta un punto di domanda. “Il dato certo – spiega un investigatore che ha seguito l’indagine – è che gli Iorio dopo la scarcerazione salgono a Milano”. A oggi, però, non vi è prova giudiziaria che colleghi quei soldi all’apertura dei locali milanesi. Mimmo Mollica parlando con uno dei due medici che si sono ritrovati truffati e con quei 200 mila euro vantati dal clan, spiega: “Perché quello (Iorio, ndr) sta girando un’altra volta con i soldi, non so, tiene i soldi di uno di Milano in mano, uno grosso (…) quello acchiappa tutta gente (…) ora dicono che i soldi assai glieli sta dando Icardi (non indagato, ndr), il giocatore dell’Inter”. La frase, pur di interesse, resta senza un seguito concreto.
Mollica però insiste: “Quello (Iorio, ndr) perché se n’è andato da qua e si è buttato a Milano? Ha capito l’andazzo e ha detto ‘Mo’ mi butto a Milano!’ …stanno i soldi di tutti i giocatori in mano!”. Locali e calciatori, il segreto del successo. Che a ora non pare avere evidenze penali.
Tanto più che lo stesso Iorio, durante un colloquio con uno dei due medici che gli chiede conto dei 200 mila euro, spiega di non saperne nulla e di essere disposto anche ad andare dai carabinieri per denunciare gli uomini del clan che vantano la restituzione di quel denaro.
Nel frattempo, gli Iorio cavalcano l’onda meneghina. A loro è riconducibile, ad esempio, il “Prime Burger” di via Privata della Passarella 4. Come anche la pizzeria “Regina” all’interno della suggestiva location dell’ex banca Ponti di proprietà del Comune di Milano.
L’amministratore della Vanilla srl che detiene le quote del ristorante, è a sua volta attivissimo nel settore e socio di una cordata giapponese.
Almaviva, illegittimo il trasferimento da Roma a Catania
La notizia la dà su twitter Michele Azzola, segretario della Cgil romana: “I giudici hanno annullato i 150 trasferimenti a Catania dei lavoratori di Almaviva Contact, l’azienda li dovrà reintegrare a Roma”. Il riferimento è ai 153 lavoratori che sul finire del 2017erano stati reintegrati. L’azienda di call center, però, aveva imposto il loro trasferimento da Roma a Catania, ritenuta come l’unica sede “in grado di assorbire la forza lavoro”. Ma spostarsi di 700 km non è facile, soprattutto per lavoratori con il reddito basso.
Da subito i sindacati avevano sostenuto che a Roma in realtà l’azienda fosse ancora operativa e che potesse quindi reintegrare i lavoratori. Tesi ora confermata anche dai tre giudici della sezione lavoro del tribunale di Roma, che hanno accolto il reclamo dei lavoratori e dichiarato illegittimo il trasferimento.
I sindacati ora chiedono al neo governo Conte di riaprire un tavolo per discutere di un altro migliaio di operatori di Almaviva “in cerca di giustizia” dopo il licenziamento.
L’appello, condiviso anche dagli stessi lavoratori su twitter, chiede l’intervento diretto di Luigi Di Maio, neo ministro del Lavoro.
Mattino, Caltagirone taglia costi e direttore
Licenziato dalla sera alla mattina. In tronco. Con la stessa brutalità con cui l’editore Francesco Gaetano Caltagirone negli anni scorsi ha licenziato i poligrafici, dando il via a una mattanza di tagli e prepensionamenti che stanno rendendo il Mattino un giornale sempre più povero di firme e contenuti. Politiche che rappresentano la causa e l’effetto dell’esonero di Alessandro Barbano, che da ieri e dopo cinque anni e mezzo alla guida del Mattino è un ex direttore in cerca di lavoro. Al contrario dei predecessori Mario Orfeo e Virman Cusenza, che lasciarono le stanze di via Chiatamone a Napoli per approdare in Rai o al Messaggero.
Barbano era entrato in rotta di collisione con l’editore da un anno. Soffriva, e non lo nascondeva, ma invitava i suoi collaboratori a resistere: “Stringete i denti, non soltanto perché non voglio diventare il capocronista del Messaggero”. Una metafora per ribadire che il Mattino doveva mantenere il suo ruolo: quello di più autorevole quotidiano del Sud, in grado di incidere sul dibattito nazionale, e non il giornale locale di un gruppo romano. Ma per questo servivano investimenti e risorse, da ricavare nella crisi generale della carta stampata, (il Mattino è sceso sotto le 30mila copie) che cozzavano con le intenzioni di un editore che tagliava giornalisti e collaborazioni, e stava disinvestendo fino a trasformare il Mattino in una succursale del Messaggero. L’accelerazione negli ultimi mesi. Due i fattori scatenanti. Il primo. La decisione di Caltagirone di lasciare la storica sede di via Chiatamone, per trasferire entro il 2019 uffici e redazione al Centro Direzionale, dove dopo le 19 non si vede anima viva in giro. Sarebbe funzionale a un progetto del costruttore per il quale esiste un ‘permesso a costruire’ datato 9 marzo. Ciò consentirebbe di riconvertire il prestigioso immobile di Chiaia a usi commerciali. Fonti dell’amministrazione comunale di Napoli confermano che il permesso c’è, è tutto regolare, bisognerebbe dare il via ai lavori entro un anno. Di qui la fretta a sgomberare la redazione. Poi il 29 maggio c’è stata l’omologazione della grafica del Mattino con quella del Messaggero. Si risparmia sulla produzione delle pagine nazionali: arrivano belle e pronte da Roma.
Alle 15:30 Barbano ha salutato la redazione in un clima di commozione e di paura. Paura che presto possa toccare a qualcun altro. “Speravo di diventare direttore, ma non in questo modo” avrebbe detto dispiaciuto Federico Monga, il vicedirettore al quale Caltagirone ha affidato la successione di Barbano. Il terrore, dicevamo. Si taglia a fette. “Tutti se la fanno sotto” racconta una voce anziana del quotidiano coperta da anonimato. Lunedì dovrebbe svolgersi un’assemblea di redazione.
“Lo sciopero mi danneggia”: l’ira degli studenti alla Statale
La FotoPetizione made in Statale è un’idea semplice semplice. Ma efficace. È virale su Facebook. Instagram. Twitter. Consegni allo studente un cartello su cui c’è scritto, in stampatello (prevalentemente rosso): “Lo sciopero mi danneggia”. Sotto, devi aggiungere perché. Lo studente si fa ritrarre con il cartello in mano: “Vittima” di uno sciopero che penalizza la classe più svilita e meno protetta dell’università italiana, mortificata da Berlusconi e dall’infame riforma Gelmini. Cioè gli studenti. Che contano come il due di picche.
Lo sciopero nel mirino è quello (nazionale) dei professori del Movimento per la dignità della docenza universitaria, cominciato ieri. Durerà fino al 31 luglio. In pericolo esami e lauree, sebbene vi siano meccanismi complicati che permettono agli studenti più a rischio di poter rimediare con appelli rimandati di 14 giorni e ai laureandi con un solo esame di non perdere la sessione estiva. Ma tutto è appeso a un filo: se quel giorno hai un intoppo o stai male, sei fregato: “Sia chiaro, non siamo contro lo strumento dello sciopero che è un diritto da tutelare – precisa Francesco Melis, 26 anni, laurea a Cagliari, all’ultimo esame milanese per la “magistrale”, la specializzazione biennale –, ma siamo contro la battaglia settaria e miope dei docenti che reclamano più soldi dallo Stato (scatti e stipendi), mettendo però a repentaglio la regolarità dei corsi e i crediti formativi per le borse di studio, o i punteggi per i bandi Erasmus”.
Melis è dell’Unione degli Universitari di sinistra, il sindacato studentesco maggiormente rappresentativo a livello nazionale. Si batte per un’accessibilità non solo formale ma sostanziale. Difende l’università, baluardo contro l’ignoranza. Non vuole il numero chiuso. Condanna l’esosità delle tasse, che a Milano sono le più alte d’Italia, nell’ambito delle università pubbliche: “La Statale incassa 34 milioni in più di quanto dovrebbe”. Sotto la brace dello sciopero dei docenti cova dunque un fuoco destinato a non spegnersi. Per questo, martedì scorso, l’Udu ha organizzato un’assemblea “informativa” e ha allestito un “infopoint” sullo sciopero dei docenti nell’atrio piccolo della Statale di Milano, in via Festa del Perdono. Ed è lì che è nata l’iniziativa della FotoPetizione. Nell’era delle sintesi web, un modo per “visualizzare” le contraddizioni dello sciopero e sensibilizzare l’opinione pubblica. Nonostante la Statale sia un’eccezione, con appena 153 i docenti (su circa 2mila) che hanno comunicato di scioperare (il 7 per cento). Eppure, questo dato non tranquillizza.
Non Cristina Venezia. Frequenta filosofia alla Statale: “Stanno colpendo i miei pochissimi diritti”. Ruben Pratissoli di Lettere e Francesco Lorenzo Ricchi sono più espliciti: “Lo sciopero mi danneggia perché saltando un esame potrei finire fuoricorso”. Aggiunto, #GiùleManidagliAppelli. C’è il timore di laurearsi in ritardo. O di perdere la borsa di studio, come scrive Uma Brandolino di Scienze umanistiche per l’ambiente. Quelle dell’Università di Milano variano da 3 a 5mila euro l’anno, sono fra le più alte d’Italia. Se perdi un esame, perdi i crediti necessari. Dei 61mila studenti iscritti alla Statale, 40mila sono fuorisede. La città è carissima, ci vogliono almeno 550 euro al mese per una stanza.
Incrocio una professoressa di Scienze Politiche che conosco. Sciopera? “No, non voglio danneggiare gli studenti”. Ma non vuole essere citata. I nomi di chi sciopera li aggiorna l’Udu, in Rete. L’ufficio stampa dell’università ha diffuso un avviso in cui si rassicura che “in sostanza, entro la sessione gli appelli verranno fissati e gli esami svolti”. Il tono è quello dei comunicati TreNord, quando si minimizzano i disagi per i pendolari… Che strana sensazione questo ritorno in via Festa del Perdono, cuore topografico del Sessantotto milanese. L’atrio, così quieto. Non vi è traccia dello sciopero docenti. Molti studenti trascinano i trolley per il “ponte”. Mezzo secolo fa, quest’atrio ribolliva di attività, volantinaggi. Si annunciavano assemblee, manifestazioni, seminari autogestiti. Gridavamo: “Fascisti e polizia/servi della borghesia, antifascismo, anticapitalismo” Toh. C’è uno striscione, nel cortile di Scienze Politiche, in via Conservatorio: lo slogan è lo stesso.
Per l’ad Mazzoncini chiesto a Perugia il rinvio a giudizio
Il pubblico ministero Manuela Comodi ha chiesto il rinvio a giudizio di Renato Mazzoncini, amministratore delegato e direttore di Ferrovie dello Stato, renziano doc. E con lui anche di altre tre indagati. L’inchiesta è della procura di Perugia e l’ipotesi è di truffa ai danni dello Stato. La vicenda risale ai tempi in cui Mazzoncini era il numero uno di Busitalia, riguarda i contributi che sono stati erogati dal ministero dei Trasporti, tramite la Regione. Mazzoncini si è sempre dichiarato “totalmente estraneo ai fatti”. Anzi, “di non aver mai ricoperto cariche” in Umbria.
L’accusa è che siano stati alterati i dati inviati all’Osservatorio del trasporto pubblico, con alcune voci sproporzionate che avrebbero permesso – sempre secondo l’accusa – di ottenere sei milioni di contributi. La prossima udienza è prevista per l’8 giugno. Il Gup deciderà se rinviare a giudizio o prosciogliere gli indagati. Il fatto è importante, perché – secondo il codice etico di Ferrovie dello Stato – in caso di rinvio a giudizio Mazzoncini dovrà darne comunicazione al consiglio d’amministrazione. Che può decidere per la decadenza dalla carica o per il rinnovo della fiducia, da chiedere però all’assemblea degli azionisti.
Non c’è pace per Deutsche: Standard & Poor’s abbassa il rating. Il titolo resta sotto i 9,50 euro
Le brutte notizie non sono finite per Deutsche Bank, la più grande banca d’Europa e anche il più grosso rischio sistemico per il Vecchio Continente: dopo la notizia che la Fed ha messo le attività Usa dell’istituto tra quelle in “condizioni problematiche”, mettendo di fatto la divisione statunitense sotto tutela e i tonfi in Borsa che hanno portato il titolo dell’istituto vicino al suo minimo storico bruciando l’aumento di capitale del 2017 da 8 miliardi di euro (-42% dall’inizio dell’anno), ieri l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha abbassato il rating di lungo termine di Deutsche Bank da A- a BBB+ ma con outlook stabile.
Gli analisti dell’agenzia, alla luce del piano di ristrutturazione presentato lo scorso 24 maggio e concentrato sulle attività negli Stati Uniti (Deutsche ha chiuso il terzo bilancio in rosso e il primo trimestre 2018 non s’è rivelato diverso dai precedenti), vedono “rischi di esecuzione significativi nel realizzare la strategia da poco aggiornata in uno scenario di mercato che continua a non aiutare”. “Pensiamo che rispetto ai concorrenti Deutsche Bank rimarrà per qualche tempo un’anomalia”, si legge in una nota.
Insomma, l’ennesima brutta notizia per la banca e per Angela Merkel, che si trova alle prese con un settore del credito non proprio ben messo, anche per via della politica monetaria accomodante della Bce, che tenendo bassi i tassi riduce la redditività di banche, assicurazioni e fondi pensione.
Deutsche, dal canto suo, in Borsa continua ad aggirarsi su valori da bollino rosso: ieri ha chiuso leggermente in positivo rispetto al baratro dei nove euro per azione in cui era precipitata giovedì, ma comunque sotto i 9,50 euro, una soglia ritenuta pericolosa da molti analisti. L’istituto di Francoforte, in ogni caso, continua a ribadire di essere liquido e molto ben capitalizzato. Finora non ha convinto gli investitori.