Marchionne chiude un’era: addio all’auto di massa Fiat

Sergio Marchionne ha celebrato ieri a Balocco la sua epopea. Questo è il suo ultimo piano industriale: dal 2019 non sarà più lui sulla tolda di comando del gruppo. E ha i suoi motivi, del resto, nel celebrarsi. Rilevò da amministratore delegato la vecchia Fiat nel 2004, quando era sull’orlo del collasso troppo piccola, piena di perdite e debiti e l’ha rivoltata come un calzino. Ha reso Fiat con l’acquisizione di Chrysler un gruppo globale sempre più con la testa e il mercato negli Stati Uniti. Ha riportato l’utile già dal 2005 e ha ridato al gruppo una profittabilità in linea con gli altri big dell’auto.

Oggi Fca ha un ebit margin, l’indicatore utilizzato dagli analisti come termometro della salute industriale, che si avvicina al 7% e che viene proiettato dal nuovo piano tra il 9 e l’11% nel 2022. Non solo, ma l’altro capolavoro del manager italo-canadese è stato il lavoro sul debito. Ieri ha annunciato, come era nei piani, che Fca entro fine giugno raggiungerà l’obiettivo di azzerare il debito netto industriale. Era il suo obiettivo reso esplicito dopo aver risanato il conto economico nei primi anni del suo regno. Tanto che aveva promesso di indossare la cravatta se l’avesse raggiunto. E ieri l’aveva ben annodata sotto al maglioncino.

Ma l’uscita di scena di Marchionne coincide con un nuovo cambio di pelle dell’azienda automobilistica controllata da Exor. La nuova Fca sarà sempre più americana, con le punte di diamante delle Jeep e i pick up del marchio Ram, e soprattutto si chiude con l’auto di massa di fascia bassa. La nuova Fca sarà sempre meno Fiat e Lancia, i due marchi che continuano a perdere denaro, e che non a caso non sono neanche stati citati nella presentazione del piano industriale. E sarà sempre meno italiana. Anzi di fatto si chiude per sempre la stagione della Fiat legata storicamente all’utilitaria. Non si fanno margini da sempre e ora Marchionne taglia definitivamente il cordone ombelicale che connotava anche simbolicamente il marchio con le vetture di fascia medio-bassa. Il futuro sarà nella gamma alta, la cosiddetta fascia premium dove i big dell’auto tendono tutti a spostarsi perché lì c’è profittabilità. Del resto basta sfogliare i bilanci della Fca Italy, la vecchia Fiat auto che raccoglie stabilimenti e marchi soprattutto dell’area europea. Da anni Fca Italy chiude con perdite che superano il miliardo, pur avendo visto i ricavi salire da 16 miliardi a 29 miliardi solo negli ultimi anni. Volumi di fatturato in forte crescita ma redditività tutta da trovare. Nel 2017 infatti la perdita è stata di 600 milioni, dimezzata rispetto al miliardo di rosso del 2016, ma di perdita sempre trattasi. Il driver che ha portato Fca a risalire la classifica della profittabilità industriale è nel mercato Nafta e nei marchi Jeep e Ram proprio quelli su cui Marchionne continua a puntare anche per il futuro. Basti vedere del resto le stime degli analisti. Per il 2018 infatti si prevede che dall’area Nafta provenga ben l’80% di tutto l’utile operativo della società. L’area Emea (l’Europa allargata) contribuirà solo per il 12% dei circa 8 miliardi di ebit atteso. Ancora più basso il contributo delle aree asiatica e latino americana: solo per il restante 8%. Quanto ai marchi non deve sorprendere la scommessa reiterata anche ieri su Jeep e Ram. I due marchi di Suv e pick up fanno di fatto da soli quasi tutta la redditività operativa di Fca con un livello di marginalità previsto dagli analisti al 12% nel 2019. Un livello che permette di assorbire le scarse performance dei marchi Chrysler e Dodge e le perdite operative di Fiat e Lancia previste anche per il 2019. L’altra fonte di soddisfazione per il colosso dell’auto viene da Maserati che fa meno del 4% del totale delle vendite ma con un utile operativo al 15% del fatturato. E poi il rilancio di Alfa e lo scorporo sempre più vicino di Magneti Marelli. Certo è che il piano sembra molto ambizioso. “L’investimento di Fca per il piano 2018-2022 sarà di 45 miliardi di euro e si prevede di raggiungere nel 2022 una crescita annua media dei ricavi del 7%”, ha detto il direttore finanziario Richard Palmer che tra l’altro prevede un ebit tra i 13 e i 16 miliardi, con un margine tra il 9% e l’11%, “il migliore mai raggiunto nel settore da nessun competitor”. Si vedrà. Il piano prevede inoltre la sfida dell’auto elettrica. L’obiettivo di Fca è che entro il 2022 nella Regione Emea il 20% della flotta del gruppo sia elettrificata, compresi i veicoli commerciali. Mentre nel 2021 è previsto l’addio al diesel. Non solo, a scapito dei risultati e della decisione di puntare quasi tutto sul mercato Usa, è stato detto che Fca raggiungerà nel 2022 la piena capacità produttiva negli stabilimenti italiani ed europei. L’obiettivo sarà raggiunto – è stato precisato – con un mix più redditizio di modelli, di marchi premium e prodotti verdi del brand Fiat. Sui modelli che saranno prodotti in Italia, ha precisato Marchionne, “decideremo alla fine dell’estate, ma non manderemo a casa nessuno”. E in estate si saprà anche dove sarà prodotta la nuova 500 elettrica. Il piano non ha convinto in mercati: il titolo ha chiuso a -4,53%, dopo essere stato congelato.

Non ci sta a questa visione iper-ottimistica il segretario generale della Fiom Francesca Re Davis: “Se prendiamo il piano industriale Fca del 2014, è lo stesso di quello presentato oggi, con l’unica differenza che ci si sposta sui modelli premium invece che su quelli di media e bassa gamma. Va detto che l’ad del Lingotto non ha mai rispettato un piano industriale: quello precedente prevedeva la realizzazione di 27 modelli, ne ha fatti 12, ed oggi presenta un altro piano con l’annuncio di altri nuovi modelli con i vecchi 15 mai realizzati”. Quanto alla piena occupazione questa resta tuttora un miraggio. Quel che c’è sul tavolo ancora oggi sono gli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione che continua a essere applicata in molti dei siti produttivi di Fca in Italia. Con 3,5 miliardi di utili netti nel 2017 e una previsione di utile netto a 5 miliardi per quest’anno forse quella Cigs potrebbe pagarsela la stessa Fca anziché scaricarla come onere pubblico.

Le spine di Pedro (che non è Zapatero)

Dopo sette anni di dominio del PP, la nascita di un nuovo governo socialista in Spagna riporta la memoria all’ultimo esecutivo Psoe di José Luis Rodríguez Zapatero, che quando divenne presidente del governo spagnolo nel 2004, aveva 44 anni, appena due in meno di Pedro Sánchez oggi. Entrambi dovettero combattere dentro il partito per conquistarne la leadership, Zapatero con la piattaforma Nueva Vía con cui s’impose nel XXXV congresso del Psoe e Sánchez con la celebrazione di primarie tra gli iscritti che gli restituirono la segreteria generale del partito da cui era stato costretto a dimettersi. Ma il parallelismo si ferma qui, le condizioni socio-politiche della Spagna del 2004 e quelle del 2018 non si somigliano.

Zapatero arriva al potere vincendo le elezioni all’indomani della grande bugia di Aznar che aveva provato a spacciare la strage di Atocha per un attentato dell’ETA. Il suo sistema di valori è centrato sul terreno della cittadinanza, della cui applicazione diventa un precursore in Europa. Ha un’idea di plurinazionalità della Spagna che però s’infrange nel taglio allo Statuto catalano del 2006 da parte del Tribunal Constitucional; una strategia di risoluzione dei conflitti politici per via politica: il tentativo di dialogo con l’ETA per una soluzione concordata del conflitto armato è il prodromo della fine dell’organizzazione terrorista basca che si è celebrata al principio del maggio scorso. Il Pil va a gonfie vele, ma con la crisi economica arrivano le difficoltà: Zapatero è il primo leader della sinistra europea ad applicare le ricette neoliberiste e le elezioni del 2011 portano al governo i popolari di Rajoy.

La crisi in Spagna è durissima, produce il movimento degli Indignati, porta alla fine del bipartitismo, il compromesso costituzionale non regge più. Nascono Podemos e Ciudadanos, le città sono governate da nuove formazioni di base, in Catalogna si afferma e cresce il movimento indipendentista.

Sánchez si affaccia alla direzione del suo partito in questa fase politica. Per la prima volta i socialisti hanno un concorrente alla loro sinistra che rischia di sorpassarli, il PP non ha più la maggioranza assoluta ma è al governo, il conflitto territoriale si fa potente fino a diventare, nell’autunno scorso, il principale problema dello Stato spagnolo. La vicenda catalana si conclude nella repressione, con il commissariamento delle istituzioni catalane sostenuto dal partito socialista e i dirigenti dell’indipendentismo mandati in carcere o in esilio accusati di una violenza mai esistita. La democrazia spagnola appare debole, Amnesty denuncia una riduzione della libertà d’espressione, la destra si rafforza recuperando il linguaggio cupo di altri tempi. Dilaga la corruzione, il Pil torna a crescere sul modello di sviluppo pre-crisi, nella precarietà del lavoro. Le donne scendono in piazza in centinaia di migliaia l’8 marzo e gli anziani rivendicano pensioni dignitose.

In queste condizioni nasce il governo Sánchez e rappresenta meno di un quarto dei voti della Camera. Nasce sull’emergenza democratica per cacciare Rajoy. Il resto è tutto da conquistare.

8 ore al ristorante, poi Rajoy si arrende. Sánchez al potere

Sono le 11:30 del mattino di ieri, quando la presidente del Congreso, Ana Pastor, dà lettura dei risultati del voto sulla mozione di sfiducia dei socialisti contro il presidente del governo spagnolo: 180 favorevoli, 4 in più della maggioranza assoluta richiesta, 169 contrari, un’astensione. Finisce così l’era Rajoy, dopo 7 anni di governo e tre elezioni vinte; dieci giorni dopo l’approvazione del bilancio per il 2018 che gli aveva fatto credere di poter rimanere in sella fino alla conclusione della legislatura nel 2020. E comincia il terzo governo socialista della storia democratica spagnola: il leader del Psoe, Pedro Sánchez, sarà il settimo presidente, il primo ad aver vinto una mozione di sfiducia.

Agli 84 voti del suo gruppo, si sono aggiunti quelli di Unidos Podemos-En Comú Podem-En Marea, di Compromís, di Nueva Canaria, del Partido Nacionalista Vasco, degli indipendentisti baschi di Bildu e dei partiti indipendentisti catalani, Esquerra Republicana e Partit Demòcrata. A sostegno del PP, Ciudadanos, la nuova destra spagnola su cui oramai puntano tutti i poteri forti dello Stato che avrebbe voluto andare alle elezioni. Un governo di minoranza nato in sede parlamentare, votato dai rappresentanti di 12 milioni di persone. Una maggioranza puntuale per una situazione di emergenza fondata su ragioni d’igiene democratica, dopo la sentenza sul caso di corruzione Gürtel che ha visto il coinvolgimento di ex dirigenti del PP, la conferma dell’esistenza di un bilancio del partito parallelo per il suo finanziamento illegale e il discredito della testimonianza di Rajoy.

“Questo governo vuole inaugurare un nuovo corso – interviene in conclusione di dibattito il futuro presidente –. Questo governo vuole che la Catalogna rimanga in Spagna ma vuole ascoltare la Catalogna”, dice, toccando uno dei temi più discussi dai portavoce dei partiti indipendentisti che hanno avanzato una richiesta di dialogo, ripercorrendo gli eventi degli ultimi mesi che hanno gettato la Catalogna in una situazione di eccezionalità democratica.

E dai loro principali detrattori, PP e Ciudadanos, che non hanno smesso di qualificare il nuovo esecutivo come il governo Frankenstein, sostenuto da quelli “che vogliono liquidare la Spagna”.

La Catalogna ha da poche ore registrato sulla Gazzetta ufficiale della Generalitat i nomi dei consiglieri del nuovo governo Torra, dopo che il presidente ne ha sostituiti quattro (che sono in carcere o in esilio e il governo spagnolo si era rifiutato di accettare).

Oggi finalmente il governo s’insedierà e con ciò si avrà la fine del commissariamento delle istituzioni catalane. Il portavoce del gruppo popolare Hernando, prima del voto, parla come se fosse già all’opposizione. Accusa Sánchez di allearsi con i radicali estremisti, con gli ex amici dell’Eta. Poi, addirittura, si commuove quando il suo gruppo si alza in piedi ad applaudirlo perché ha appena detto: “Sono orgoglioso di essere del PP”.

D’altronde, è costretto a sopportare da solo per tutta la mattina il peso dell’imminente sconfitta, perché Rajoy si presenta in aula solo a conclusione del dibattito.

Il giorno prima, mentre tutti si chiedevano dove fosse finito, Rajoy si è rinchiuso per 8 ore in un ristorante del centro. “È stato un onore essere il presidente del governo spagnolo e lasciare una Spagna migliore di quella che ho trovato”, dice Rajoy accomiatandosi.

Dopo il voto, i socialisti rimangono per un tratto nell’emiciclo per farsi le foto. Subito fuori si sente scandire “Sí se puede”. Rajoy è già parte della storia. Comincia l’avventura di un nuovo governo che dovrebbe portare entro un certo tempo a elezioni. Fino ad allora, molti saranno i problemi aperti.

Nucleare, Kim compiace Trump ma corteggia Mosca

Va di moda la politica dei più forni: a Roma, dove ci s’accontenta di due, ma anche a Pyongyang e a Washington, dove Kim e Trump ne tengono accesi molti contemporaneamente. Il leader nordcoreano fa rosolare il presidente Usa, in vista del Vertice di Singapore il 12 giugno, mentre ravviva la fiamma sotto le vecchie alleanze con Pechino e Mosca, per coprirsi le spalle e magari garantirsi aiuti in cambio della denuclearizzazione.

Trump, invece, pare dare per acquisita la ‘pax coreana’, dopo averla data per spacciata dieci giorni or sono, e rimescola le carte delle amicizie dell’America con l’arma dei dazi, colpendo gli alleati più stretti degli Stati Uniti, i Paesi europei e il Canada, e inducendoli alle ritorsioni, dopo avere invece concesso una tregua alla Cina sul fronte commerciale.

In una lettera consegnata personalmente a Trump da una delegazione nordcoreana, Kim esprime interesse per il Vertice di Singapore, senza fare minacce ma neppure concessioni. È la sua risposta alla lettera del 24 maggio con cui il presidente Usa aveva bruscamente cancellato l’appuntamento.

Ma, mentre scrive a Trump, Kim, che ha visto due volte in poche settimane il presidente cinese Xi, riceve a Pyongyang il ministro degli Esteri russo Lavrov: ribadisce il sì alla denuclearizzazione della penisola coreana, da affrontare “per stadi”, di pari passo con la normalizzazione delle relazioni con l’America e attraverso un dialogo e negoziati “effettivi e costruttivi”; e strizza pure l’occhio alla Russia. Lavrov, nel resoconto della Kcna, gli dà corda: loda Kim, notando che la penisola coreana è entrata in “una fase di stabilità”; assicura il sostegno russo al processo di denuclearizzazione, auspica il successo del Vertice Kim-Trump e ne prospetta uno a seguire con Putin.

Vita spericolata, solo se sei principessa

La copertina di Vogue Arabia del mese di giugno ha scatenato l’ennesimo dibattito sulle reali intenzioni riformiste del principe ereditario saudita Mohammen bin Salman e sulle faide interne alla famiglia reale. La fotografia d’apertura del mensile celebra la principessa Hayfa bint Abdullah Al Saud con un leggero velo bianco e un abito dello stesso colore, un abbigliamento che nulla ha a che vedere con l’obbligo per le donne saudite di vestire completamente di nero mostrando solo gli occhi. Ma, soprattutto, la mostra seduta al posto di guida di una decappottabile rossa.

Nel regno saudita governato dalla famiglia al Saud, di cui la principessa Hayfa fa parte, fino al 24 giugno alle donne sarà proibito guidare. Dopo una lunga e sofferta campagna, le attiviste avevano creduto di essere riuscite a piegare il conservatorismo della famiglia reale quando lo scorso settembre il principe ereditario bin Salman ( MBS) aveva annunciato la caduta del divieto per la fine di giugno. Non più tardi di due settimane fa però 11 donne erano state arrestate con l’accusa di “tradimento” e di “legami con agenti stranieri” per aver guidato, nonostante il divieto fosse ancora vigente.

Tale decisione ha ridato fiato a coloro che ritengono la ventata riformista di ‘MBS’ – così viene chiamato il principe ereditario abbreviando le sue iniziali – solo una trovata per convincere il mondo che l’Arabia Saudita non è più un regno oscurantista ispirato dalla lettura più retriva del Corano.

La maggior parte delle attiviste nel frattempo è stata scarcerata e la decisione di mostrare una rappresentante della famiglia reale – che controlla tutta le istituzioni – dietro al volante sembra un tentativo di convincere l’Occidente che il cambiamento è concreto. L’articolo di Vogue che correda il servizio fotografico è dedicato alle “donne pioniere dell’Arabia Saudita” e loda le riforme lanciate dal principe ereditario attraverso le parola della bella cugina. “Nel nostro paese ci sono alcuni conservatori che temono il cambiamento. Per molti questo stile di vita è tutto ciò che hanno conosciuto. Personalmente, sostengo questi cambiamenti con grande entusiasmo”, ha detto la figlia del defunto re Abdullah.

L’immagine è stata criticata dalle attiviste per i diritti delle donne che hanno protestato via social sovrapponendo le foto dei volti delle donne arrestate con quella della principessa. Haifa Bint Abdullah è la figlia del re defunto nel 2015 e due suoi fratelli erano stati arrestati lo scorso anno durante la retata anticorruzione lanciata da ‘MBS’ ma considerata da molti analisti un redde rationem tra i cugini per la spartizione del potere. L’attivista Nora Abdulkarim, tra coloro che hanno postato via twitter la propria foto dopo averla sovrapposta a quella della principessa, aveva commentato gli arresti del mese scorso sostenendo che ‘MBS’ non permette che siano altri a decidere quando le riforme debbano prendere il via.

“Quello che le autorità saudite sembrano tentare di fare è chiarire che, in primo luogo, qualsiasi riforma in atto è dovuta solo al principe ereditario Mohammed bin Salman che vuole ottenere tutto il merito”, ha detto Rothna Begum, ricercatrice per i diritti delle donne nel Medio Oriente e nel Nord Africa per Human Rights Watch. Secondo altri analisti, gli arresti sono stati voluti dai rivali del principe per sconfessarne l’immagine riformista.

Marine Le Pen, la donna che voleva essere Salvini

E bravo Matteo Salvini, avrà pensato, magari con una certa invidia, Marine Le Pen guardando l’alleato al Parlamento europeo mentre prendeva le nuove funzioni di ministro dell’Interno. “Nulla impedirà il ritorno dei popoli sulla scena della Storia”, ha scritto su Twitter la leader dell’ultradestra francese, congratulandosi con la Lega mentre si annunciava la formazione del governo di coalizione con i Cinque Stelle. E poi: “È una vittoria della democrazia sulle intimidazioni e sulle minacce dell’Unione europea”.

Salvini è riuscito a realizzare in Italia quello che Marine Le Pen rincorre da anni in Francia. Il suo obiettivo le era sembrato raggiungibile appena poco più di un anno fa, arrivando al ballottaggio delle elezioni presidenziali contro Emmanuel Macron, giovane leader di un movimento appena nato, la République en Marche.

Ma era scivolata con tutta la sua incompetenza sul dibattito televisivo che la opponeva allo sfidante per l’Eliseo, più abile con la parola e più preparato di lei. Per quella figuraccia gli elettori l’hanno sanzionata alle urne e da allora Le Pen (che pure aveva raccolto 10 milioni di voti) ancora non si è ripresa. I francesi le hanno chiuso le porte del potere e a lei non resta che stare a guardare l’amico transalpino di 45 anni (5 meno di lei) che invece ha bruciato le tappe. Salvini ha ripreso nel 2013 le redini della Lega Nord (nata nell’89), nel 2017 ha fatto cadere la parola “Nord” dal simbolo elettorale e da ieri è ministro e vicepremier. A Le Pen tocca aspettare e sperare che questo successo porti qualche beneficio anche a lei. La sua strada ora è tutta in salita. La sconfitta nella corsa all’Eliseo ha segnato una brusca frenata, e anzi ha innescato la retromarcia, nel movimento di imborghesimento (“de-diabolizzazione”, si direbbe in Francia) del partito paterno, il Front National, ereditato nel 2011.

Escludere dalla formazione i militanti delle fasce più xenofobe e antisemite e liberarsi del vecchio e scomodo padre, Jean-Marie Le Pen, non le è bastato a fare del FN un partito credibile per governare. Per poter ripartire in vista delle elezioni europee del 2019, Marine Le Pen è convinta che occorre “rifondarlo”. Il 9 maggio aveva dunque lanciato un referendum interno tra i circa 45mila tesserati FN per dire ‘sì’ o ‘no’ a un nuovo nome al partito. L’80% ha votato ‘sì’. Da ieri il FN è diventato l’RN, il Rassemblement national.

La fiamma del logo, ispirata a quella del Movimento sociale italiano, invece è rimasta. Né è mutata la linea conservatrice in materia di immigrazione e sicurezza. Per il padre-patriarca aver cambiato il nome del partito da lui fondato nel 72 è stato un atto di “tradimento”. Al contrario per la figlia Marine, che ieri ha riunito un consiglio nazionale di partito a Lione, questa novità servirà ad attirare nuovi militanti e aiuterà a creare nuove alleanze. Un pensiero ad apertura di congresso lo ha dedicato a Matteo Salvini “che è stato nominato ministro degli Interni e alla Lega, che ha 7 ministri importanti. Tutto questo è per noi motivo di orgoglio”.

Ha già chiesto di far lista comune con lei per l’Europa a Nicolas Dupont-Aignan, il presidente di Debout la France che l’aveva appoggiata l’anno scorso contro Macron.

Ma non è detto che Dupont-Aignan voglia ritentare la disastrosa alleanza. Le Pen ha riaperto le porte alla giovane nipote che sembra voler tornare in politica, anche se Marion Marechal nel frattempo si è scrollata di dosso il peso del secondo cognome, Le Pen, e fa ombra alla zia da quanto ha lanciato una nuova scuola di scienze economiche e politiche, appena aperta a Lione. Stando alla stampa francese, la leader dell’ultradestra, spossata dai fallimenti elettorali e indagata per falsi impieghi al Front National, potrebbe anche decidere di non candidarsi alle europee. E allora, per la prima volta nella storia del partito di estrema destra, potrebbe non figurare un Le Pen come capolista.

Mail Box

 

Ora che ci sono anche i ministri spero solo li lascino lavorare

Finalmente, dopo tre mesi di agonia, è nato il governo eletto dal popolo, quello tra M5S e Lega. Dopo il caos degli ultimi giorni e l’errore di Mattarella, tutti hanno usato il buon senso per far nascere un governo politico, come giusto.

Di Maio ha lasciato perdere l’impeachment che, pur se dalla parte della ragione, avrebbe solo fatto perdere tempo inutilmente e Salvini ha dimostrato, in barba a chi lo credeva un traditore arrivista, di voler governare e cominciare a cambiare le cose con il contratto di governo stipulato con Di Maio. Anche Mattarella ha fatto un passo di lato, dopo le pesanti critiche di ingerenza, e ha permesso al M5S-Lega di trovare un accordo per i ministri spostando Paolo Savona al ministero per gli affari Ue.

Leggendo la lista dei ministri si evince da subito che sono in gran parte persone competenti e messe nei ministeri appropriati. Purtroppo questo governo parte già con tutti contro. Oltre alle opposizioni anche gran parte delle televisioni (Mediaset in testa che già dal 4 marzo fa ostruzionismo) e quasi tutti i quotidiani sono altamente prevenuti o arrabbiati contro queste forze politiche. Spero che tutti siano più responsabili e diano modo a questo governo, che almeno rispetta il voto di gran parte dei cittadini, di lavorare con un minimo di serenità.

Monica Stanghellini

 

Lo spostamento di Savona ha salvato la faccia a tutti

Tutto bene quel che finisce bene ma diciamoci la verità, lo spostamento del ministro Savona e l’approvazione del nuovo governo ha salvato la faccia di tutti e tre i protagonisti dell’incredibile situazione in cui si erano cacciati.

Un iter di normale passaggio democratico trasformato in un prosopopeico confronto, lasciando il paese già in crisi alla deriva.

Quanto accaduto ha lasciato in noi quel disagio amaro che si prova quando ti sottraggono arbitrariamente qualcosa che ti spetta di diritto.

Così si perde quella fiducia, già messa a dura prova dopo anni di partitocrazia, che si dovrebbe avere nelle regole fondamentali della costituzione. Diciamo che è finita bene, ma in futuro i capi di Stato e i governi dovrebbero sopperire alle priorità necessarie al paese prima del superfluo, non come è stato fatto finora.

Omero Muzzu

 

Per non deludere il popolo serve un segnale immediato

Il nuovo governo una cosa l’ha realizzata per il momento: ha dato una speranza a tanti italiani di essere trattati da uguali tra gli uguali, ma saranno capaci di eliminare privilegi, nepotismi e ruberie della classe parassita?

Tutti vi aspettano al varco, i vostri sostenitori e i vostri avversari: non deludete il popolo, altrimenti l’avvento della restaurazione aumenterà parassitismo e privilegi, come la storia ampiamente dimostra. Date un segnale forte subito: via i vitalizi, tetto massimo per le pensioni d’oro, nuova politica sia sui i migranti in arrivo sia sulla loro ridistribuzione in Europa. Questo per cominciare…

Francesco Degni

 

La goduria di vedere rosicare chi era contro questo esecutivo

Osservare le facce e i commenti dei media italiani comprese le tv di stato i cui conduttori e opinionisti di complemento assumono atteggiamenti umorali cangianti in funzione del fallimento o del successo del governo M5S Lega è qualcosa che dà l’idea di servilismo non solo in termini di sudditanza ma anche di interessi reali.

Vederli rosicare cercando di arrampicarsi sugli specchi mi dà una goduria pari alla rabbia provata in tutti questi anni di sopportazione di una classe marcia fino al midollo. Non so se questo governo che sta per nascere riuscirà a rispettare il programma per cui milioni di cittadini li hanno votati, ma so che almeno ha fatto capire che col voto si può cambiare.

Michele Lenti

 

Scajola candidato a Imperia e il Paese senza memoria

È notizia di questi mesi che Scajola, sì proprio lui, si appresti a vincere le elezioni comunali di Imperia con la sua lista “Area aperta” contro suo nipote (tanto per dare l’idea della concorrenza).

Noto che per l’ennesima volta ci si dimentica dei fatti, che in un paese civile decreterebbero la fine politica di determinati personaggi, e si crede alle favole che raccontano.

E mi chiedo, come? Perché? Aveva ragione Montanelli a dire che la storia fondamentalmente non ci interessa? O forse conosciamo i fatti ma non ci interessano lo stesso? O forse ancora leggiamo quello che è successo sui libri sbagliati, come studiare lo stalinismo sulla Pravda? Oppure, cosa che io credo, in fondo, sotto sotto, una parte degli italiani si sente come Loro (quelli del film), vorrebbe essere Loro.

 

I NOSTRI ERRORI

Nel catenaccio e nell’articolo “Il viceprefetto dell’Isola d’Elba a braccetto con la ’ndrangheta”, pubblicato sul Fatto Quotidiano di ieri a pagina 10, abbiamo indicato per errore – quale mandante dell’omicidio Caccia – il fratello di Giovanni Belfiore, invece che di Domenico Belfiore.

Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

Finalmente un governo. Sarebbe stato meglio arrivarci con maggiore facilità

 

Dopo 88 giorni, record nella nostra storia repubblicana, abbiamo finalmente il governo politico tanto auspicato. Il miracolo è scaturito, secondo me, dalla mossa disperata di Mattarella con la nomina del tecnico-economista Carlo Cottarelli. Improvvisamente il già ravveduto Di Maio si scusa per avere proposto l’impeachment del presidente, e ripropone a Mattarella il ritorno del governo politico a guida Conte e con un Savona “spostato”.

E, allora, il coraggioso Cottarelli rimette il suo mandato a Mattarella e ritorna Conte con un nuovo cast di ministri. Insomma, tutto ok e tutto è bene ciò che finisce bene. Evidentemente la paura della speculazione economica, già vivace, ha convinto sia il presidente del grande rifiuto, sia Di Maio e Salvini. Ma, mi chiedo: non si poteva pensare, prima di giungere all’88° giorno per fare un governo politico?

Luigi Ferlazzo Natoli

 

La risposta, signor Luigi, è ovviamente sì. Si poteva fare prima che lo spread schizzasse a livelli da emergenza e la Borsa sprofondasse, ridando vita a brutti pericolosi fantasmi e bruciando tanti soldi. E proprio la paura di portare il Paese fuori strada, come lei giustamente fa notare, ha fatto ragionare tutti e tre i protagonisti della partita. Partendo da quel Matteo Salvini che dalla sera del 4 marzo ha giocato su più tavoli, tenendosi sempre aperta la via delle urne, forse l’opzione che preferiva prima che i mercati urlassero che non si poteva più scherzare. Poi c’è il Luigi Di Maio che si è arroccato a lungo sul suo nome per Palazzo Chigi e che dopo il tonfo di domenica si era impelagato per alcuni giorni nella grottesca battaglia dell’impeachment, salvo poi recuperare lucidità e cucire la soluzione assieme al Colle. Ossia assieme a Sergio Mattarella, forse troppo attendista nella gestione di una fase comunque del tutto inedita e quindi già di per sé difficile.

Alla fine, però, la quadra è arrivata. Ed è successo quando slogan, calcoli e preconcetti hanno lasciato spazio alla politica, ovvero all’arte della mediazione: che non è una brutta parola, ma l’unica strada per mettere assieme esigenze diverse e risolvere i problemi. E d’altronde far saltare tutto sulla nomina a ministro di un economista sarebbe stato ridicolo, quindi anche tragico. Ora un governo c’è, e starà a tutti noi giudicarlo. Da quello che farà, e da quello che avrà solo promesso. E dalla tempistica con cui lavorerà. Perché di giorni ne ha già persi abbastanza.

Luca De Carolis

Pietromarchi premier per 4 settimane: miracolo!

Nella cornucopia di governi – “Domani è un altro premier”, direbbe Rossella O’Hara – il protagonista della serie Il Miracolo Fabrizio Pietromarchi (Guido Caprino) fa la sua porca figura. Il personaggio inventato da Niccolò Ammaniti è durato otto episodi, ovvero ben quattro settimane. È una vecchia storia: in Italia la finzione è più solida della realtà. Pietromarchi si gioca tutto su un referendum per restare nell’euro, e lo fa senza aver visto né Salvini, né Di Maio, né il professor Savona. In compenso ha visto la Madonna, una madonnina che lacrima sangue: prodigio di cui però è difficile comprendere il senso. Il senso è sempre la cosa di cui abbiamo più bisogno, e sempre la più difficile da trovare. Il nostro premier si chiede come utilizzare l’evento per via mediatica; gli farà più gioco mostrare la madonnina pubblicamente, oppure tenerla nascosta e congelarla come la lista di Cottarelli? Tutti invocano il miracolo, ma quando ce l’hai davanti sul serio è una bella gatta da pelare. Ammaniti ha trasportato il suo talento narrativo in un territorio visivo inedito, e al tempo stesso la politica degli spread e dei tweet in una crisi d’identità salutare. Anche nell’era più prosaica della storia ci sono più cose in cielo e in terra di quante non ne contemplino le nostre filosofie. Pietromarchi vince il referendum ma perde un figlio, e per la prima volta dubita del suo cinismo. Il miracolo è ciò che accade dentro di noi, non fuori. Ecco perché vale la pena di votarlo.

Una rinascita per l’Italia (con attenzione)

Cronisti. Opinionisti. Politologi. Giuristi. Filosofi. Eccetera. I giornali autorevoli e importanti hanno una pluralità di voci, perché la realtà è complessa e non è facile interpretarla; spesso a sbagliare le previsioni sono proprio i giornalisti più bravi (“Un governo Lega-5Stelle non si farà mai”). Eppure si andava in questa direzione. Facile dirlo oggi. In verità, alcune voci di questo giornale l’hanno scritto e argomentato con largo anticipo (“Governo M5S-Lega: forse è il male minore, il Fatto, 16.3.2018).

Non esisteva un Pd dialogante. Renzi bloccava tutto. L’idealismo era costretto a lasciare spazio al realismo: “Temo – spero di sbagliarmi – che le aspettative vadano temperate dal sano realismo… Dunque, valutazione dei rapporti di forza. I 5Stelle da soli non possono governare ma non debbono nemmeno, col 33%, lasciare la regia a B. per inciuci indicibili. Sartre, ne Le mani sporche, affronta molti temi, uno ci riguarda da vicino: in momenti difficili è possibile allearsi con un avversario se le circostanze storiche lo richiedono?”. Non solo è possibile, qualche volta è necessario: “Se la Lega abbandonasse certi slogan, se attenuasse i toni razzisti, se concordasse un programma coi 5Stelle – attenzione ai deboli, eccetera – una convergenza sarebbe il male minore”. Sì, era possibile prevedere e spingere in direzione di un accordo Di Maio-Salvini. Assumendosi la responsabilità di dirlo: “Quella che fino a ieri sembrava una pura ipotesi, comincia ad apparire una tesi da valutare. Urge ‘sporcarsi le mani’… e mandare a casa quanti il concetto di responsabilità l’invocano solo quando coincide coi loro interessi”. Ora però, fatto il governo, bisogna evidenziare – e questa volta è facile esser profeti – che non tutto sarà semplice: a) le forze politiche alleate sono molto diverse; b) Salvini ministro dell’Interno creerà problemi; c) sarà necessario trovare tra i ministri il punto di mediazione tra opinioni opposte. Attenti alla faciloneria: “C’è il contratto, basta applicarlo”. Non sarà così semplice: molte voci sono generiche e, in fase di stesura delle leggi, saranno necessari compromessi. La parola va rivalutata: compromessi chiari, alti, alla luce del sole. Governare in fondo è questo: mediare tra interessi e spinte divergenti. Quando il ministro dell’Interno parlerà d’immigrazione sarà necessario mediare (frenare “Salvini xenofobo”); quando Di Maio s’occuperà di reddito di cittadinanza occorrerà controllare i conti. Pesi e contrappesi tra posizioni opposte: può venir fuori qualcosa d’interessante. Bisogna provarci. Cercare “il giusto mezzo” è cosa saggia; trovarlo è compito dei politici. Infine. Alcuni ministri sono tecnici. Lascio ad altri l’obiezione: avete contestato i tecnici adesso eccoli al governo. Mi interessa un altro aspetto: i tecnici sono necessari perché di economia, soprattutto, deve occuparsi chi sa fare i conti. Ciò detto, esiste una direzione politica. Il ministro dell’Economia, Tria, vicino a Brunetta, va bene per le competenze ma l’indirizzo politico non sia smarrito. Verificare le scelte, le priorità, le “dimenticanze”, la coerenza tra i principi e i fatti sarà compito dei giornali: quando era premier Renzi bisognava far le pulci al suo governo; oggi che governano Conte, Di Maio e Salvini è giusto criticarli le volte che sarà necessario. Questo fa un giornale libero. Il Fatto di ieri: “Il governo c’è, ora fateci vedere il cambiamento”. Lasciamo il compito di giornale-partito a chi difende un’area politica e fa il cane da guardia quando a governare sono “gli altri”. Un giornale libero esercita il diritto di critica. Sempre. Anche nei confronti del presidente della Repubblica. Altra cosa è l’impeachment. Una richiesta sproporzionata: il Fatto l’ha subito evidenziato. Ma ora basta col passato. Buon lavoro ai ministri e al premier Conte che tranquillizza gli operai di Fedex-Tnt e buon lavoro al capo dello Stato: che “questa” Festa della Repubblica sia una nuova rinascita per l’Italia.