Tutto nel nome del popolo

 

“I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei premi Nobel”.

(dal discorso di Umberto Eco all’Università di Torino, in occasione della laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei media – 11 giugno 2015)

 

Popolo e populismo. Pur avendo la stessa radice, i due termini al giorno d’oggi – in Italia e in tutto l’Occidente – stanno diventando antitetici. Dall’America di Donald Trump fino alla nostra povera Europa, insidiata dai nazionalismi e dai sovranismi, il populismo è ormai sinonimo di anti-sistema, anti-establishment, anti-élite. E rischia di degenerare perciò nel ribellismo, nell’autarchia o in quella che con un ambiguo neologismo si chiama “democratura”. Ovvero, nell’ossimoro della “democrazia autoritaria”.

La storia insegna che, per questa strada, spesso regimi e dittature si sono installati al potere con il consenso popolare, dimostrando che l’elettore – a differenza del cliente – non sempre ha ragione. Accadde in Italia nel 1924, quando le due liste fasciste ottennero il 66,3% dei voti e conquistarono il governo. E il fenomeno si ripeté con conseguenze ancora più disastrose qualche anno più tardi in Germania, dove il partito nazista trionfò nelle elezioni del ’32 attirando grandi masse di disoccupati e diseredati, esasperati dalla lunga depressione economica iniziata nel ’29.

Ora è vero che il mondo è profondamente cambiato. L’opinione pubblica è più informata e avvertita. I mezzi di comunicazione di massa assicurano la circolazione delle idee, delle opinioni e anche del dissenso su scala planetaria, nel circuito più vasto della comunità internazionale. Ma non a caso sono i mass media e le strutture sovranazionali gli obiettivi privilegiati dell’attacco al sistema occidentale, al di là dei suoi limiti e difetti che pure una società più equa e solidale ha il dovere correggere o eliminare: è questo, infatti, l’humus in cui il populismo si radica e prospera, finendo a volte per tradire i bisogni e le aspettative popolari.

Una grande responsabilità, in questa pericolosa deriva, ricade sui media e in particolare sui social media. Sui media tradizionali, quando tendono a interpretare il loro legittimo ruolo di contropotere non nel senso proprio del controllo e della critica al potere, o ai poteri costituiti, bensì nel senso di una contrapposizione pregiudiziale e strumentale. Quasi fossero una parte o controparte in causa, piuttosto che un organismo al servizio dei cittadini. Sui social media, perché consegnano a tutti un potere di comunicazione che – nonostante il suo indubbio valore democratico – può esaltare l’individualismo, il protagonismo o l’esibizionismo personale, al di fuori di qualsiasi regola e limite.

Basta così che un leader politico invochi incautamente l’impeachment contro il presidente della Repubblica, salvo poi fare retromarcia ventiquattr’ore dopo, per indurre alcuni sconsiderati – “imbecilli”, avrebbe detto Umberto Eco – a mettere in Rete insulti, offese o addirittura minacce di morte contro il capo dello Stato. È l’immediata amplificazione mediatica di questi network che diffonde e propaga il contagio virale, in un circolo vizioso d’irresponsabilità collettiva. E allora i social rischiano di diventare antisociali, infiammando quel populismo che va contro gli interessi effettivi del popolo sovrano. Auguriamoci perciò che adesso l’Italia giallo-verde diventi il laboratorio per sperimentare un nuovo “populismo di governo”.

Sorpresa: “Salvimaio” non è populista

È nato il governo populista: il primo dell’Italia repubblicana, il primo in una democrazia europea. Questo è il Leitmotiv che si sente circolare un po’ ovunque, l’oggetto di tutti i commenti mediatici, la pietra dello scandalo da scagliare addosso agli interlocutori nei talk show. Con il consueto contorno di diatribe intorno all’aggettivo, fra chi dice che il populismo non esiste, chi ne cita le origini russe, statunitensi o sudamericane per spiegare che qui è tutta un’altra storia e chi lo derubrica a un mero stile, che si può usare quando fa comodo per poi sbarazzarsene se dà fastidio. E non manca, a mo’ di corollario, l’inevitabile domanda: ma un movimento populista si può istituzionalizzare? E se compie questo passo, in che cosa si trasforma?

Messa sul piano delle schermaglie politiche quotidiane, la questione si può anche affrontare così. Ma se si vogliono analizzare le cose con un minimo di scientificità – cioè per capirle sul serio –, un approccio di questo genere porta decisamente fuori strada. Per pochi ma solidi motivi.

In primo luogo, chi se ne è occupato studiandolo sul serio sa che il populismo esiste, eccome. Lo si può considerare anche come uno stile comunicativo, ma di certo è, nella sua essenza, qualcosa di ben può complesso: un’ideologia “debole” secondo alcuni, una mentalità secondo altri, fra cui chi scrive queste righe. Per essere più precisi, una mentalità che non combacia in esclusiva con nessuna area politica: lo si può teorizzare da sinistra e lo si può praticare da destra, magari senza neanche teorizzarlo.

Richiamati in estrema sintesi, i fondamenti di questa mentalità rimandano alla nostalgia per un popolo coeso e puro, che si pensa sia esistito in passato e si vorrebbe far rivivere oggi, all’affermazione del suo diritto a esercitare direttamente il potere (magari scegliendosi come ventriloquo un capo-popolo più o meno carismatico), al fastidio per le mediazioni, le istituzioni e la rappresentanza, all’individuazione di una serie di nemici da combattere senza tregua perché usurpano le prerogative popolari e ne insidiano la sovranità. La galleria di questi nemici del popolo può variare da caso a caso, ma ha alcune figure fisse: il burocrate, il politico di professione, il finanziere, l’intellettuale, lo straniero predatore, le istituzioni sovranazionali. Insomma, le oligarchie. Tutti parassiti da mettere fuori gioco.

Da questo punto di vista si può certamente sostenere che nei due contraenti il patto di governo un certo numero di caratteristiche ci sono. La Lega è da sempre intrisa di populismo, di cui ha fatto una chiave del suo successo. Il M5S avrebbe potuto seguire la stessa via se avesse ricalcato per filo e per segno la rotta tracciata da Beppe Grillo, prototipo perfetto del leader-agitatore populista, ma la sua eterogeneità lo ha in parte sviato da quell’itinerario. Salvo poi trovarsi bene con Salvini e i suoi, dopo averli conosciuti un po’ meglio. Del resto, gli studi già avevano attestato l’esistenza di una consistente fetta di elettorato disposta a dar credito a entrambi, votando l’una o l’altro a seconda del momento.

Tuttavia, la somma di questi elementi, una volta condensata nel “contratto” sottoscritto dagli alleati e nella lista dei ministri presentati da Conte, non pare affatto aver prodotto un governo populista. Aver collocato ai vertici dell’esecutivo un tecnico – per giunta lontano dallo stereotipo dell’uomo della strada o della “madre di famiglia” che Grillo prometteva nei suoi comizi di voler porre al timone del Paese perché sapeva come si conduce un focolare domestico – ed essersi affidati in ruoli cruciali a navigati commis d’Etat graditi all’Unione europea significa aver ridimensionato, e di molto, la vantata ostilità all’establishment, e molti altri segni fanno supporre che di “limare le unghie alla finanza”, di affiancare alle Camere strumenti di autodecisione popolare come i referendum propositivi, di riconquistare l’indipendenza nazionale sbarazzandosi della servitù ad alleanze militari eterodirette (come si era proclamato di voler fare) non se ne parlerà affatto. Certo, si punterà su qualche provvedimento simbolico per non deludere troppo i seguaci, ma – se la barca navigherà – di eclatante, nei futuri atti dell’esecutivo, si vedrà assai poco. Non sarebbe, d’altronde, una storia nuova. Ovunque sono riusciti a farsi accettare come alleati di governo (Austria, Olanda, Norvegia, Finlandia, Danimarca, alcuni Paesi dell’Est e già in passato in Italia), i populisti hanno deposto i toni incendiari e assunto vesti riformiste. Si dirà che in questo caso non hanno l’ingombro di un senior partner che li obblighi a rinunciare ai loro programmi. È vero: ma, come il caso-Mattarella dimostra, sanno di essere sotto il tiro incrociato di presidenti, conferenze episcopali, tv, radio, giornali, operatori finanziari. E anche i populisti sanno fare calcoli e spesso inducono a cedere alle lusinghe del potere. Anche a costo di cambiare (parzialmente) pelle.

Quel “contratto” e i pirati della carta

Cambiare la Costituzione in Italia è molto complicato. Anzi no, è facilissimo. Lo Statuto Albertino (1848) sopravvisse cent’anni. Mussolini cercò di cambiarlo nominando una “Commissione dei Soloni”, antesignana delle commissioni di “saggi” per la modifica costituzionale di questi ultimi anni.

Ma le modifiche proposte dai Soloni erano così tenui che il duce preferì soprassedere, e alterare l’ordinamento con una raffica di fascistissime leggi ordinarie, contando sul fatto che lo Statuto non lo vietava espressamente e sulla complicità del Re. I saggi di nuova generazione ci hanno propinato soloneggiando la riforma costituzionale Renzi-Boschi, bocciata dal referendum: perché, per nostra fortuna, la Costituzione repubblicana prevede una procedura rigorosa. Ma le voglie di cambiar tutto non si sono spente. C’è chi (come Renzi) sogna di rilanciare modifiche simili a quelle appena naufragate. C’è chi finge di dimenticare articoli cruciali della Carta, devastando la spesa sociale, la cultura, la sanità, la scuola, il diritto al lavoro (che in Costituzione ci sono) in nome dell’ossequio ai mercati (che in Costituzione non c’è). E c’è chi rispolvera adattandola ai tempi l’opposizione, formulata ai tempi dello Statuto Albertino, fra Costituzione formale e “Costituzione materiale”. La cosiddetta Costituzione materiale sembra ridursi ormai alla presa d’atto di una prassi di governo, quasi che ogni azione del Capo dello Stato, dei partiti, del Parlamento o dei governi, pur se difforme dalla Costituzione vigente, ne prendesse il posto autolegittimandosi sull’istante. Diventando “precedente” di forzature simili, sempre pronte dietro l’angolo. Si tenta così, senza dirlo, di trascinare la Carta in regime di common law, che si fonda sulla consuetudine e sui precedenti giurisprudenziali.

Alla luce di questa aberrazione strisciante la crisi istituzionale dei giorni scorsi rivela il diffuso ripudio della difesa della Costituzione che sembrò unire il Paese nel referendum del 4 dicembre 2016, e la riscrittura di una fantacostituzione a propria immagine e somiglianza da parte di molti attori politici e istituzionali. Di qui le crescenti e contrapposte anomalie della crisi dopo il 4 marzo. Per esempio (lo ha scritto sul Fatto Tomaso Montanari) “l’irresponsabile percorso di privatizzazione delle istituzioni repubblicane, culminato nel contratto fra Lega e Cinque Stelle”. Tale testo ripropone sì i consueti accordi fra partiti, che però non presero mai la forma notarile del contratto fra alleati che diffidano l’un dell’altro. Ma senza questa diffidenza non si capisce come mai al ruolo di presidente del Consiglio sia stato designato non (come vuole l’art. 95 della Costituzione) un responsabile in prima persona della politica generale del governo, bensì un “esecutore” di voleri altrui. Il dialogo fra presidente del Consiglio incaricato e Presidente della Repubblica (previsto dall’art. 92 della Costituzione) ne risultava compromesso. Da un lato un premier uno e trino, dall’altro un Capo dello Stato riluttante ad accettare la situazione.

In questo scontro non di forze, ma di debolezze, la prova data dagli alleati giallo-verdi e da Mattarella con l’impuntatura sul nome di Paolo Savona è l’episodio più singolare. Nel governo Conte ci sono ministri assai discutibili, come Salvini che vorrebbe armare gli italiani e deportare i migranti. Ma è su Savona che abbiamo visto scontrarsi due opposte “Costituzioni materiali”: quella di chi nega al Capo dello Stato il diritto di discutere la scelta dei ministri che deve nominare e quella di un Presidente che invoca i mercati per sigillare un suo veto, che poi si rimangia spostando Savona di una casella sulla scacchiera del governo. E perché mai il Capo dello Stato dovrebbe impedire che un nuovo governo apra un negoziato sulle politiche di bilancio e di austerità in Europa? Contro queste politiche si sono pronunciati molti nostri governanti, anche l’allora presidente del Consiglio Renzi; ma senza trarne le conseguenze. E l’unica possibile interpretazione del risultato elettorale è che su questo fronte un altissimo numero di italiani si aspetta un governo capace non di uscire dall’euro, ma di negoziare un’Europa più giusta, essendone l’Italia non un servitore o una colonia, bensì uno dei principali componenti.

Ma perché mai fermare sul nascere un governo uscito dalle urne per sostituirlo con un governo tecnico di brevissima vita avrebbe dovuto “tranquillizzare i mercati”? Provando a spedire Cottarelli in Parlamento per una inevitabile crocifissione, Mattarella inchiodava se stesso a una decisione che imprime al ruolo del Capo dello Stato “una torsione inaudita” (Montanari). Sorprende che un uomo dal curriculum impeccabile come Mattarella non abbia previsto le conseguenze del suo gesto: oltre all’improponibile impeachment (per fortuna rientrato), abbiamo visto crescere sull’istante due tesi opposte. A un estremo, la compressione del ruolo del Presidente della Repubblica a una servile presa d’atto della lista dei ministri. All’altro estremo, la rivendicazione di una repubblica presidenziale. La conversione a U dell’ultimo minuto, la momentanea convivenza in pectore di due premier incaricati, il responsabile distacco di Cottarelli da un’avventura che lo avrebbe travolto hanno corretto il tiro, ma introducendo nella prassi nuove varianti che la Carta non prevede.

Il 4 dicembre 2016 fa abbiamo difeso la Costituzione da una pessima riforma. Oggi quei valori sono messi in discussione dal ribollire di una “Costituzione materiale” a cui istituzioni e politici collaborano anche senza volerlo. Nel 2013 si ignorò il responso delle urne, perdendo poi un’intera legislatura in miserevoli conati. Nel 2018 era necessario un governo politico, in cui le forze disposte a farlo mettano se stesse alla prova. E ora dobbiamo vigilare, mentre si aspetta il nuovo governo alla prova della Costituzione. Dato che il cosiddetto “contratto” è una bizzarria extra-costituzionale, che cosa ci dirà il presidente Conte nel suo discorso programmatico? Si limiterà a copiare il compito, o mostrerà l’indipendenza di giudizio e la leadership prescritte dall’art. 95 della Costituzione? Che posto darà a temi, come la cultura e la scuola, che il “contratto” affronta di striscio e senza idee? Propugnerà, come il “contratto”, una difesa domiciliare “sempre legittima”? Raccoglierà dal suo ministro dell’Interno Salvini l’idea che un italiano su due debba essere armato? Queste e altre domande premono. Dal Capo dello Stato e dal governo abbiamo il diritto di aspettarci un pieno impegno a rispettare la Costituzione vera, l’unica che abbiamo. Se non accadrà, sappiamo chi sarà la prima vittima: la nostra democrazia.

Il porto, Traini e pure Letta. La destra candida un ex Pd

Stefano Tombolini è un ingegnere edile, che viene dalla Dc, ha militato nel Pd, dal quale ha avuto una “specie di espulsione” (come la racconta lui), quando 5 anni fa alle elezioni di Ancona presentò una lista autonoma. Adesso è il candidato del centrodestra unito, a trazione Lega. Nel capoluogo marchigiano si vota il 10 giugno. Il quadro politico è in movimento visibile. Tra i simboli di questa campagna elettorale, il porto. Esisteva un progetto per collegare meglio il porto di Ancona con la autostrada A14, la Bologna-Bari-Taranto. L’Anas inserisce l’opera nei suoi piani dal 2003. Nel 2007 chiede ai costruttori di farsi avanti con proposte di project financing. Nel 2008 viene individuato il concessionario, la società Passante Dorico, guidata da Salini-Impregilo con il 47%. Poi, il progetto è stato bloccato dal governo: si basava sui dati fantasiosi, che sottostimavano di molto la spesa per lo Stato. Ma per chi corre alle elezioni diventa l’immagine visibile di quello che non funziona in città. Valeria Mancinelli, sindaca uscente del Pd, è “una che ha solo asfaltato le strade”, per dirla con la battuta che gira tra i suoi competitor. Si fronteggiano quattro candidati: il Movimento 5 Stelle con la candidata Daniela Diomedi, la coalizione di centrosinistra (Pd, Psi, Verdi, Lista Popolari per Ancona, Udc, Ancona 2020) con la Mancinelli, la coalizione di centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia e Progetto Civico) con Tombolini (che ha la sua lista 60100), Altra Idea di Città (che rappresenta la sinistra “tradizionale”), con Francesco Rubini. L’ultimo voto qui è stato il 4 marzo: il Movimento ha guadagnato il 33,6% dei voti. Il Pd ha preso il 25,45%, (e +Europa 3,19%), la Lega (14,63%), FI (8,57%), Fratelli d’Italia (il 4,69%).

Ma secondo le voci che girano in città (si parla di sondaggi riservati), la Mancinelli parte favorita, seguita da Tombolini. La candidata Pd non è praticamente stata sostenuta da nessuno dei leader dem. Lei preferisce non parlare con la stampa nazionale. Ma da quel che filtra, non ha alcuna convenienza a ostentare troppo la sua provenienza politica: il simbolo del Pd va più nascosto che mostrato. Meglio puntare sulla buona amministrazione, per come la racconta lei, sui pacchetti di voti, per come la raccontano gli altri. Non ha aiutato, in casa dem, l’ultima decisione presa qualche settimana fa in un’altra città delle Marche, a Pesaro. Lì il sindaco, Matteo Ricci, renziano di ferro e responsabile Enti locali in segreteria, su suggerimento del vicesindaco Daniele Vimini ha nominato Gianni Letta a capo della Fondazione Rossini, per il 150esimo anniversario dalla morte. Un ruolo importante per un fedelissimo di Berlusconi e soprattutto per l’uomo che in questi anni ha gestito tutte le trattative politiche per FI insieme a Luca Lotti, braccio destro di Renzi. “Letta è un appassionato di Rossini, era effettivamente la persona più adatta, la politica non c’entra”, ha spiegato Ricci. Sarà. Va detto anche che l’altro presente nel board della Fondazione, era Giorgio Napolitano. Un peso massimo, non esattamente innovativo, ma fuori anche per motivi di salute. Il Nazareno in questa fase non porta bene: è decisamente perdente. Il biglietto da visita nelle Marche per Matteo Salvini e per la Lega, invece, è stato il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini, che già a settembre portava il leader del Carroccio in visita ai terremotati nella stessa Visso, e poi a Fiastra, dove si è fatto fotografare con Giuseppa Fattori, la sfollata 95enne alla quale era stata sequestrata la casetta. Un simbolo. La Lega il 4 marzo nelle Marche, per la verità, ha sfondato più che altro per la conseguenza di un altro fatto, un altro genere di simbolo: la sparatoria di Luca Traini (ex candidato del Carroccio) contro 11 immigrati, con il ferimento di 6. Ma ad Ancona il centrodestra unito ha scelto un cattolico, piuttosto moderato. Con un investimento da parte dei vertici nazionali di Fratelli d’Italia e del Carroccio consistente: sono arrivati, tra gli altri, Giorgia Meloni e l’economista Alberto Bagnai. Salvini non si è ancora visto, ma ha promesso che farà un blitz. Esperimenti. “Noi puntiamo ad andare al ballottaggio. E poi, a cercare i voti anche dei Cinque Stelle”, spiega il capolista Lega, Marco Bevilacqua. Per capire come va nel centrodestra, basta vedere la scelta di Antonella Andreoli, coordinatrice comunale di FI, che ha lasciato il partito per candidarsi con la Lega.

Daniela Diomedi, invece, ha avuto il via dai vertici del Movimento solo all’ultimo momento: problemi interni, locali, strascichi di mancate candidature alle politiche. “La città è affogata da clientele e consorterie”, racconta adesso lei. “Manca il direttore della Pinacoteca, un nostro tesoro”. Si rimbocca le maniche e se la gioca così. Il 19 maggio in città a sostenerla è arrivato Luigi Di Maio, che si è beccato qualche contestazione dei centri sociali. La Mancinelli, in tutto questo, ha rigorosamente evitato i dibattiti con gli avversari. La politica tradizionale si arrocca, quella nuova sperimenta.

Avere un piano B è responsabilità di ogni governo

Le Banche centrali moderne, nate dopo la crisi del 1929, hanno come compito istituzionale di essere il “prestatore di ultima istanza” per banche e per Stati. Cioè garantiscono la difesa dei risparmi prestando i soldi a chi è in difficoltà quando emergono le crisi e non c’è più null’altro da fare. Questo implica non solo la difesa dei depositi dei risparmiatori presso le banche, ma anche interventi quando lo Stato non è in grado di onorare il debito pubblico, cioè quando per una qualche ragione lo Stato non è in grado di restituire quanto preso a prestito.

La Banca centrale europea non ha questa funzione di “prestatore di ultima istanza”. Dal punto di vista della stabilità del sistema si è fatto un passo indietro. A questo si è cercato di metterci una pezza con il Fondo salva Stati, che ha però risorse molto limitate e prevede ambiti di intervento molto parziali e temporanei.

Date le condizioni attuali, qualsiasi Stato europeo è in una situazione potenziale di default. Oggi la preoccupazione riguarda l’Italia, ma domani potrebbe toccare a un altro Paese, inclusi Germania e Francia.

I casi sono due. O non viene considerato minimamente possibile che uno Stato membro dell’euro possa andare in default, oppure questa possibilità è concreta. Nel primo caso non si dovrebbe, per costruzione o definizione, considerare possibile un default, quindi questo spettro non dovrebbe essere utilizzato nei dibattiti. Se invece si continua a parlare di default questo vuol dire che è una possibilità concreta. Allora emerge un problema molto grave che i politici avrebbero già dovuto affrontare da tempo pensando a come affrontare una crisi di questa gravità.

Il fatto che dopo la crisi degli ultimi 10 anni ancora oggi non esista un piano B concordato a livello europeo e/o disegnato dai singoli Paesi proprio per affrontare la possibilità del default è una mancanza molto grave dei nostri politici. Che avrebbero già dovuto provvedere. L’argomentazione di questi giorni che attribuisce la responsabilità della crisi alla possibilità di pensare a un piano B si deve rovesciare. La crisi del sistema di questi giorni e l’aumentare dello spread è acuita proprio dal fatto che manca un piano B.

Il piano B dovrebbe prevedere la difesa del risparmio nel caso di crisi finanziarie molto forti che portano al default. Il 65 per cento del debito dello Stato è posseduto dagli italiani e il piano B o un insieme di piani B dovrebbe prevedere la difesa degli interessi di questi risparmiatori nel caso di crisi finanziarie intense. È l’assenza dell’esistenza di piani B per i Paesi europei che contribuisce ad acuire le crisi finanziarie e a diffondere le preoccupazioni tra i risparmiatori italiani ed europei.

Forse il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, garante del risparmio degli italiani, dovrebbe riflettere sui rischi associati alla mancanza del piano B e non vederne l’esistenza come un fatto negativo per la difesa dei valori finanziari delle famiglie italiane. E qualsiasi governo che verrà dovrà avere nel programma la creazione di questo piano B. Dovrebbe essere un obiettivo condiviso da tutti i politici italiani. Tabù. Uno può essere più o meno d’accordo sul piano B di uscita dall’euro attribuita al professor Paolo Savona, però quello che sorprende è che non vi sia stata in passato una discussione pubblica e trasparente sull’argomento.

Nessun economista può argomentare contro la creazione di questo piano. L’esistenza stessa della possibilità che i Paesi possano andare in default implica la responsabilità di individuare un piano B per ridurne gli effetti nefasti. Non farlo è semplicemente irresponsabile. Il piano B non sarebbe necessario qualora si potesse escludere con certezza la possibilità del default. Se c’è qualche economista in grado di escluderlo si dovrebbe fare avanti e spiegare perché.

Il ricatto all’Ue sull’addio all’euro non funziona

I grandi numeri raccolti da M5S e Lega sono frutto di un disagio comprensibile e giustificato. Salari stagnanti, alta disoccupazione e crescita anemica sono solo alcune delle ragioni. La diagnostica però rimane alquanto deficitaria: sembra che i problemi dell’Italia siano riconducibili all’entrata nell’euro, tanto da voler imporre al capo dello Stato un ministro , come Paolo Savona, che è ben conosciuto per il suo piano (da attuare in segreto) d’uscita dell’euro, da sbandierare a Bruxelles come una clava.

L’euro è diventato il capro espiatorio di un Paese che non si è mai totalmente ripreso dai postumi di un modello di sviluppo basato sul fare debito e poi svalutarlo stampando più moneta. Un modello di sviluppo che ha portato l’Italia impreparata all’entrata nella moneta unica, ovvero alla centralizzazione della politica monetaria in capo alla Bce, con uno scenario di bassa produttività, salari reali stagnanti, una governance di imprese e istituzioni logorata da anni di commistione tra politica e affari. Ma soprattutto ha creato una classe dirigente che ancora oggi ignora il problema e fatica a riformare i settori chiave del Paese, nella speranza che più spesa pubblica sciacqui via i propri mali. Basta vedere quanta resistenza esiste nel rendere la governance delle banche più trasparente e i bilanci più solidi, in linea con gli standard internazionali. Intanto, la meno competitiva Spagna ci ha superato per livelli di Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto partendo da una posizione pre-euro meno favorevole della nostra. Si può riformare e ripartire all’interno dell’euro.

Ma è anche vero che l’euro è incompleto. Manca una vera unione finanziaria del mercato bancario e dei capitali che incrementi la condivisione del rischio tra privati, nonché stabilizzatori automatici basati su trasferimenti pubblici, come il meccanismo unico di sussidi alla disoccupazione e un budget per investimenti anti-crisi e per colmare il divario nord-sud. Invece di arrivare agguerriti su questi temi, ci siamo presentati al resto d’Europa con un programma da 120 miliardi e senza coperture che prevede, tra le altre cose, misure per ridurre la disuguaglianza (come il reddito di cittadinanza) insieme a misure che la incrementano (come la flat tax). Spesa in deficit che ci sarà concessa di fare al suono di minacce di uscita dall’euro. Questo era l’approccio del ministro greco Yanis Varoufakis, che minacciò di non ripagare il debito in mano Bce. Il braccio di ferro fallì perché gli altri Stati chiarirono di non voler salvare la Grecia da un’uscita disordinata. Dopo mesi di crisi autoinflitta, Varoufakis fu allontanato e la Grecia firmò un altro piano di salvataggio.

Certo, l’Italia non è la Grecia, e una sua potenziale rottura con l’euro potrebbe far collassare tutta l’Unione, ma è folle immaginare che una politica ricattatoria non trovi opposizioni nei rispettivi elettorati delle nazioni che dovrebbero avallare questo atteggiamento preferenziale verso l’Italia. Pertanto, per negoziare in Europa serve capire cosa va fatto e va poi fatto cercando alleanze, ma facendo da esempio positivo sulla strada da seguire.

Sarebbe ora di relegare agli anni ‘70 e ‘80 del Novecento la scorciatoia delle svalutazioni competitive. Da allora, il sistema economico e finanziario è diventato più integrato e il capitale si muove rapidamente. La credibilità è quello che permette l’accesso al mercato.

Studi recenti mostrano come la potenziale crescita delle esportazioni grazie alla svalutazione è più che compensata dall’incremento dei costi di finanziamento per imprese e cittadini. Vedi i recenti disastri di Argentina e Turchia. Quel modello di sviluppo e quell’Italia non esistono più.

Salta il processo a Torino, il pm dovrà riscrivere l’accusa

La Torre Velasca fa saltare il troncone del processo Ruby ter che si celebra a Torino. Il gup Francesca Christillin, che ieri avrebbe dovuto pronunciarsi sul rinvio a giudizio di Silvio Berlusconi, ha restituito le carte alla Procura: il pm Laura Longo dovrà riscrivere il suo atto d’accusa precisando meglio cosa c’entra il grattacielo di Milano. E l’udienza preliminare, dopo mesi di rinvii, si chiude con un nulla di fatto. Berlusconi, 82 anni, è imputato di corruzione in atti giudiziari insieme a Roberta Bonasia, 34enne ex infermiera di Nichelino (Torino), la quale, in cambio di circa 80 mila euro, avrebbe testimoniato il falso in tribunale, a Milano, su quanto avveniva durante le “cene eleganti” di Arcore. Il giudice Christillin ha ordinato alla procura di concentrarsi sulla Torre Velasca. E in particolare all’appartamento al 22° piano di cui la Bonasia, per un certo periodo, ottenne il comodato gratuito. L’immobile venne preso in affitto nel 2008. Ma Roberta conobbe il premier solo nel 2010. E la locazione terminò il 2 febbraio 2016. Per la pm Longo la circostanza non è essenziale, per la giudice invece bisogna indicare le date con la massima precisione. Questo potrebbe comportare il ritorno del processo a Milano.

Pop-corn strategy, e Conte ha premier nel curriculum

Il governo Conte ha avuto una gestazione più lunga del decalogo di Kieslowski. Qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso.

 

Di Maio

Non sbaglia nulla fino al 4 marzo, poi entra in modalità “ora facciamo la storia” e passa il tempo a ridere sempre. Quando Mattarella inchioda Savona, lui perde la brocca e passa per il topo zimbellato dal gatto Salvini. Un giorno parla di impeachment, quello dopo dice che non era vero niente. È il suo punto più basso, ma proprio quando anche i suoi lo criticano esce dall’angolo e fa tana a Salvini & Mattarella: “Spostiamo Savona”. Riesce pure a impedire che la Lega porti Fratelli d’Italia nel governo. È rinato quando nessuno se l’aspettava più, e nel frattempo è divenuto ministro e vicepresidente del Consiglio: non male, per un 32enne “incapace”.

Voto 7,5

 

Salvini

Quello che meglio ha gestito i tre mesi post-voto. Non ha sbagliato nulla, i sondaggi lo premiano e gli va dato atto (per ora) di essere stato di parola: gli conveniva andare al governo, ma ha preferito sporcarsi le mani con chi fino al 4 marzo era un avversario neanche troppo stimato. Ora, al Viminale, potrà far vedere se è bravo anche nei fatti o solo chiacchiere e distintivo. È il politico più scafato del momento, può relegare Berlusconi al passato e guidare il centrodestra per decenni. Se poi la smettesse di riprendersi dal basso nelle dirette Facebook con effetto Jabba The Hutt, sarebbe meglio per tutti. Anzitutto per lui.

Voto 8

 

Mattarella

Perfetto fino a domenica scorsa, quando col veto a Savona ha firmato uno dei più grandi suicidi politici nella storia repubblicana. E l’incarico a Cottarelli ha peggiorato il tutto. Essendo intelligente, se n’è reso conto. Infatti è tornato sui suoi passi. Facendo poi passare, da buon democristiano, lo spostamento per Savona (che in concreto sposta poco) per vittoria storica.

Voto 6 (media tra 9 e 3)

 

Conte

Il grande sconosciuto, e non è detto che sia un male. Trattato come un mezzo peracottaro dalla stessa stampa che fino a ieri leccava con agio Renzi, è tutto da scoprire. Lui, nel frattempo, può scrivere sul serio “Premier” sul curriculum.

Senza voto (per ora)

 

Meloni

Fosse stato per Salvini sarebbe alla Difesa, ma Di Maio non ha voluto anche per non esasperare l’ala sinistrorsa del Movimento. A destra resta però una delle più preparate. E al Senato, con quella maggioranza ballerina (+10 contando Maie e i due ex M5S), Fratelli d’Italia potrà essere decisiva.

Voto 6

 

Renzi

Leggendario come di consueto. Vara la “Popcorn Strategy”, spingendo i 5Stelle verso la Lega e consegnando il Pd all’irrilevanza sulla base del “tanto peggio tanto meglio”. Poi, sull’onda del veto a Savona, va a Otto e mezzo e straparla di Fronte Repubblicano, come se lui fosse Garcia Lorca e Salvini il generale Franco. Non fa però in tempo a varare tale elaboratissima strategia che subito gli altri tirano su il governo in un giorno. Non ne indovina mezza e la ciliegina sulla torta sarebbe il “Partito Macroncino”, con dentro lui, Gozi, Andrea Romano e il Poro Schifoso. Daje Matteo.

Voto 0,5 (di stima)

 

Brunetta

Sempre più marginale e comicamente abbaiante alla Luna, gli è pure toccato vedere il “suo” Tria ministro nel governo nemico. Ormai lo superano anche i primi allievi che passano. Non si uccidono così neanche i cavalli.

Voto 2,5

 

Sallusti

Per mesi ha detto che Salvini non avrebbe mai rotto con Berlusconi: la sua non era un’analisi, bensì una speranza. È andata male, ma stai tranquillo Alessandro: al prossimo giro andrà persino peggio.

Voto 4

 

Grillo

Nel momento in cui Di Maio era così incazzato che stava per invadere da solo la Polonia, lui (con un intervento sul Fatto di martedì) ha calmato gli animi del pupillo e del Movimento, rispolverando uno dei suoi cavalli di battaglia: “La vera politica è il mercato”. Una delle sue mosse politiche più riuscite, e il fatto che uno come Grillo abbia svolto il ruolo del pacificatore la dice lunga sui tre mesi a rovescio che abbiamo vissuto.

Voto 7

 

Cottarelli

Si è messo al servizio del Paese, ci ha messo la faccia ed è uscito di scena quando ha capito (subito) di non avere chance. Bravo.

Voto 6,5

 

Lorenzin

Si è definita da sola “partigiana”, in difesa e a guardia della Costituzione. Basaglia ha fallito.

Voto 3-

 

Sgarbi

Senza elettori, senza ruoli, senza potere. Espulso da un Giachetti qualsiasi, urlante come un Becchi minore. Che agonia straziante. Più attacca e più i nemici crescono (Di Maio), più incensa e più i despoti tramontano (Berlusconi). Ormai è un Fassino postumo in vita. Gli sia lieve il crepuscolo.

Voto 1+

 

Cacciari

Tratta male tutti, non gli va bene nulla e ha ragione anche quando ha torto. L’idolo indiscusso, per distacco, di chi scrive. Il Chuck Norris dei filosofi.

Voto 12

 

Rosato

Ha varato un abominio di legge elettorale che aveva come unico intento il trionfo di Renzusconi e invece per contrappasso ha dato vita al Salvimaio. Più che un politico, Rosato è il protagonista del remake di Io sono leggenda. Fenomeno.

Voto 0+

Oltre cento tavoli di crisi aspettano il ministro Di Maio

Tra il 2017 e il 2018 il Mise, dove approderà Luigi Di Maio, ha gestito circa 162 tavoli di crisi industriali per un totale di 180 mila lavoratori coinvolti, numeri in salita rispetto ai due anni precedenti. Per 6 di questi la conclusione è stata negativa, per 36 positiva mentre ad attendere l’insediamento del nuovo ministro ci sono i 46 tavoli di vertenza, da Embraco ad Alcoa a Idealstandard, e i 74 tavoli su crisi ancora in corso, che vedono il diretto coinvolgimento di 85mila dipendenti: dall’Ilva ad Alitalia, per citare quelli più “pesanti”, passando per le crisi di Honeywell a quella infinita di Termini Imerese, da Fedex a quella di Condotte.

I dossier più caldi che Di Maio dovrà aprire appena insediato sono quelli di Alitalia e Ilva. Se per la cessione della compagnia aerea i commissari hanno tempo fino al 31 ottobre prossimo per individuare il potenziale acquirente, per il dossier Ilva e il futuro dello stabilimento l’urgenza è maggiore : il 30 giugno ArcelorMittal che guida la cordata AmInvestco decide se perfezionare l’accordo di acquisto o meno anche in assenza dell’intesa con i sindacati che contestano al gruppo i 4mila esuberi previsti dal piano.

Salvimaio, qualche consiglio non richiesto (alcuni disattesi)

Consigli non richiesti (qualcuno già disatteso) al governo che nasce.

Conte. Ancora un poco e non mi vedrete più, e un altro poco e mi vedrete. Nostra è la citazione evangelica anche se dopo un brevissimo calvario nessuno lo ha crocifisso. Prima paragonato a Fabio Capello, poi deriso come “quel tale chiamato a fare il premier” (Eugenio Scalfari), ora viene nuovamente beatificato. “Lo studente telefona a Conte: ‘Mi ha risposto anche se stava andando da Mattarella’” (sempre su Repubblica). Come è umano lei. Si guardi dalla salivazione alternata.

Corte costituzionale. Dall’accesso agli asili pubblici riservati ai bambini italiani agli inevitabili contenziosi prodotti dalle annunciate modifiche alla legge Fornero è prevedibile che per la Consulta ci sarà molto da lavorare. Prima di mettersi nei casini consigliabile contare fino a mille.

Cottarelli. Signorilità. Realismo. Senso delle istituzioni e dell’interesse nazionale. Applausi al saluto dell’incaricato lampo convinto che sia “meglio un governo politico di un qualunque governo tecnico”. Sullo stile prenda nota chi viene adesso.

Disabilità. Grande idea quella di un ministero ad hoc previsto dal Contratto: “Uno Stato civile deve proteggere, tutelare, assistere e integrare chiunque abbia una disabilità”. Sacrosanto purché, con un dicastero senza portafoglio, non si resti appesi ai cieli delle buone intenzioni.

Di destra o di sinistra? Dilemma che tormenta commentatori e affini. Se sarà un governo di destra è perché la sinistra non c’è più. E i suoi elettori se ne sono andati. Anche a destra.

Di Maio. Domenica sera, spiazzato da Salvini, si è infilato nel vicolo cieco dell’impeachment contro Mattarella. Dopo una retromarcia con tante scuse recupera terreno imponendo al leghista il parziale sacrificio di Savona. Sarebbe stata la prima volta che uno nato a Pomigliano si fa fregare da un milanese. Ora ha il problema della fronda grillina al Senato. Capo politico, vicepremier, doppio ministro: si è trovato un lavoro e mamma sarà contenta.

Fascisti. Salvini al Viminale qualche timore (molti) ne suscita, ma l’evocare manganelli e olio di ricino butta tutto in burletta. Perfino Renzi precisa di aver parlato di reazione “antisfascista” contro il governo gialloverde. “Antifascista” gli sembrava troppo.

Juncker. A furia di insultare l’Italia lui e gli altri eurodeliri ad alto tasso alcolico non fanno altro che rafforzare il populismo antieuropeo che dicono di voler combattere. Viene il sospetto che fuori dall’euro ci vogliano loro. Il famoso asse Juncker-Savona.

Massoneria. Il Contratto esclude esplicitamente ministri incappucciati. Ma si moltiplicano le voci su Savona “fratello”. Per non parlare di certi trucchi nel bilancio Impregilo. Non è difficile prevedere che la grana della permanenza al governo del professore sardo è solo rinviata. Sollievo di Mattarella: se la vedranno i dioscuri. Meglio reprimere che prevenire?

Mattarella. Fermo restando che perfino i papi non fanno più uso del dogma dell’infallibilità, è permesso dire che se domenica sera il Quirinale avesse evitato di drammatizzare lo scontro su Savona, chiedendo a Conte e ai dante causa, di rifletterci sopra ancora un po’, forse si sarebbe evitato al Paese un fortissimo trauma? Domandona: perché ciò che è stato possibile quattro giorni dopo non poteva esserlo quattro giorni prima?

Nomine. Rai, Cassa Depositi e Prestiti, Authority e partecipate. Al rinnovo centinaia di poltrone. Ganasce già in azione. E se per una volta al posto della lottizzazione si premiasse il merito? Ah ah sveglia, non stiamo su Scherzi a Parte.

Opposizione. Per ora quelli del Pd la fanno ma contro il Pd. Come sempre, a sinistra, vige la massima: il nemico del mio (presunto) amico è mio amico. Avanti così, e per favore l’ultimo spenga la luce. Vorremmo tanto sbagliarci: l’assenza di una opposizione forte e credibile è un guaio per tutta la democrazia.

Più armi per tutti. Già si dice che la legge che estende il diritto di legittima difesa e il drastico taglio dei fondi sull’accoglienza degli immigrati saranno il biglietto da visita del salvinismo di governo. Del resto è su cose di questo genere che, purtroppo, ha preso vagonate di voti.

Promesse promesse. Il vero problema del governo M5S-Lega non è il vago e generico Contratto ma una campagna elettorale mirabolante. Più che all’Europa o ai mercati ora dovranno risponderne agli elettori. Che prima o poi presentano sempre il conto per le promesse non mantenute (vedi sopra).

Silenzio prego. Tra bozze di contratto deliranti, piani B per uscire dall’euro in una notte, e le interviste di finanza creativa del leghista Borghi, l’Italia si è ritrovata in piena bufera finanziaria. Una preghiera: ora che siete al governo potreste spegnere per un momento i vari facebook, twitter, instagram? E parlare solo per comunicati e dichiarazioni ufficiali? Onde non generare nuovi disastri?

Tecnici. Numerosi nella squadra di governo e alcuni di sicura competenza. Tria, Moavero, Costa, Trenta. Domanda: come si comporteranno se le scelte politiche dei partiti dovessero confliggere con buon senso e conti pubblici? Mediare non sarebbe compito precipuo del presidente del Consiglio? In linea del tutto teorica sì.

Vaccini. Leggiamo che il ministro della Salute, Giulia Grillo (M5S), ha sui vaccini proposte alternative all’attuale regime. Ne siamo allarmatissimi. Ci rassicuri per cortesia. Sulla salute dei bambini non si fanno campagne elettorali.

Apocalisse. Doveva essere la prima voce di questo articolo e non solo in ordine alfabetico. Però le profezie di sventura che leggiamo sulla cosiddetta grande stampa ci convincono che le cose potrebbero andare meglio del previsto. Più che su Salvini o Di Maio le nostre migliori speranze sono riposte su certi titoli. Uno per tutti: “Pagliacciata” (Libero). Buona Festa della Repubblica.