La grande delusa di questi giorni di trattative è Giorgia Meloni, fondatrice di Fratelli d’Italia, a più riprese indicata da Salvini come possibile parte del governo e della maggioranza, ma poi rimasta fuori per il veto di Di Maio. Ieri Meloni non ha fatto mancare i suoi auguri al nuovo esecutivo: “Finalmente l’Italia ha un Governo nella pienezza dei suoi poteri. Buon lavoro al presidente del Consiglio Conte e a tutti i ministri. Fratelli d’Italia mette a disposizione dell’Esecutivo le oltre 100 proposte di legge depositate in Parlamento: ora basta perdere tempo, al lavoro per risolvere i problemi degli italiani”. Oggi e domani Fratelli d’Italia organizzerà i suoi gazebo per raccogliere le firme per la Repubblica Presidenziale. In un’intervista al Messaggero, Meloni ha confermato che il suo partito si asterrà nei voti di fiducia sul nuovo governo. E ha pronunciato un garbato de profundis nei confronti dell’alleanza di centrodestra: “Posso dire che è maggioritario come sentimento negli italiani perché dal 4 marzo abbiamo vinto tutte le elezioni” ma “è difficile che il centrodestra come lo abbiamo conosciuto finora lo rivedremo in futuro”.
Cda Rai, chiuse le candidature: ci riprovano gli ex, tranne Guelfi
Il Cda uscente si ricandida a governare la Rai. Nel centinaio di curriculum arrivati in Parlamento, da cui dovranno uscire 4 dei 7 nomi per il prossimo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini, ci sono tutti i consiglieri uscenti, tranne Guelfo Guelfi. Carlo Freccero, Rita Borioni, Arturo Diaconale, Franco Siddi e Giancarlo Mazzuca si sono candidati, insieme a qualche altro personaggio noto come Michele Santoro, Giovanni Minoli e il giornalista del Sole24Ore Marco Mele. Tutti i curricula sono ora al vaglio dell’ufficio Affari generali di Camera e Senato che dovrà vagliare i requisiti, per poi rendere noti i nomi definitivi. Ma c’è già chi storce il naso. “Per trasparenza tutti i nomi andrebbero pubblicati subito. Non è possibile che il vaglio dei requisiti venga fatto in gran segreto dai funzionari”, afferma il deputato dem Michele Anzaldi.
La nascita del nuovo governo, comunque, ha sgombrato il campo dall’ipotesi di eventuali proroghe del vertice attuale. Il nuovo Cda, in scadenza il 30 giugno, verrà rinnovato secondo i tempi previsti dalla legge. E sarà interessante vedere come si comporterà la maggioranza Lega-M5S. Lo schema dovrebbe essere: 4 consiglieri a Lega e M5S (2 a testa), uno al Pd, uno a Fi, più il membro interno. Ma non è detto che andrà così.
Presentate, intanto, anche le candidature dei dipendenti Rai, che potranno eleggere un consigliere. I nomi sono una quindicina, tra cui Roberto Natale per Usigrai; Gianluca De Matteis (relazioni istituzionali) per Cgil, Cisl, Uil e Ugl; Stefano Ciccotti per Adrai (sindacato dei dirigenti); Maurizio Fattaccio per Libersind. Ma ci sono anche candidati indipendenti come Riccardo Laganà (IndigneRai); Alessandro Currò (dirigente); Angelo Costantini (funzionario); Roberta Enni (direttrice di Rai Gold); Alessandra Paradisi (vice chief technology officer); Lorenzo Mucci (dirigente di produzione).
Il Pd prova a buttarsi sul “fascismo”
“Ce l’hai fatta a venire alla fine”. Ha un’espressione quasi stupita il reggente del Pd, Maurizio Martina, mentre trova ad accoglierlo Carlo Calenda, ministro (ormai ex) dello Sviluppo economico e, per un paio di giorni, tra i leader di punta del “Fronte repubblicano”, ideato da Renzi. Quello che avrebbe dovuto condurre il Pd alle elezioni, a luglio, o magari a settembre. “Le elezioni non ci sono, quindi il Fronte va allargato”. Calenda, interpellato al riguardo, la mette così: “Va esteso a tutti i mondi responsabili, da opporre alle forze di governo”.
In mattinata , Graziano Delrio ci va giù duro: “Certamente è un governo del cambiamento, il problema è che si può cambiare in peggio. Anche il governo fascista era un governo del cambiamento in Italia”. L’opposizione targata Pd inizia così, evocando il fascismo. “È un governo di estrema destra che nasce con il plauso di tutte le forze neofasciste d’Europa e che non far il bene del Paese”, attacca Matteo Orfini. D’altra parte, la manifestazione doveva lanciare una campagna elettorale in difesa del presidente della Repubblica e in nome dell’Europa, dopo che Luigi Di Maio aveva invocato l’impeachment per Sergio Mattarella. E farla mentre Cinque Stelle e Lega giurano al Colle appare surreale e farsesco. Ha insistito Martina per non sconvocarla. Risultato? Una piccola folla in un luogo che ricorda un passato glorioso, o quanto meno promettente, come quello dell’Ulivo. E un retropalco pieno di ex ministri.
In piazza, in realtà, c’è un’ampia rappresentazione di quel che si agita dentro il Pd e accanto al Pd. Marco Minniti, nascosto dietro gli occhiali da sole, è appena uscito dal Viminale, dove si sta insediando Matteo Salvini. Parla con Lorenzo Guerini. Personaggi che per anni hanno gestito il potere e che all’improvviso sono parlamentari semplici. Tra gli ex ministri, anche Beatrice Lorenzin e Delrio, Luca Lotti e Valeria Fedeli. Sono arrivati anche Riccardo Nencini e Bruno Tabacci. Non manca Walter Veltroni, l’unico padre nobile che ogni tanto si fa vedere. E poi c’è Pierferdinando Casini, entrato nel gotha dem, dopo aver presieduto la Commissione di inchiesta sulle Banche con i noti risultati disastrosi per Renzi che lo aveva voluto lì. C’è il capogruppo in Senato, Andrea Marcucci e Delrio. E poi, c’è Nico Stumpo, deputato di Liberi e Uguali. Arriva per ultima Laura Boldrini, ex presidente della Camera. Era atteso Nicola Zingaretti, presidente della Regione, ma non si è fatto vedere: bloccato in Aula sul bilancio (che è passato con l’astensione dei grillini). Paolo Gentiloni è impegnato nella campanella: non arriva neanche lui. Renzi non ci pensa proprio: è partito per la Cina, poi andrà negli Stati Uniti. Obiettivo: tenere conferenze. Tornerà per il no alla fiducia.
D’altra parte, la manifestazione doveva essere l’inizio della campagna elettorale. Quella della “verifica”, come l’ha definita Marcucci martedì in Aula, chiedendo il voto il 29 luglio. In parte richiesta reale, in parte tattica. Alla fine, il Carroccio ha dovuto scegliere tra le elezioni in estate o il governo. Il Pd, in realtà, aveva cominciato ad accarezzare l’idea di riprovarci. Martina chiama all’“opposizione popolare”. Per ora, quella parlamentare sembra tutta da inventare.
La prima promessa: le accise sulla benzina
La nuova età della Repubblica – il primo Consiglio dei ministtri del primo governo “populista” – si apre con un provvedimento firmato dal suo uomo simbolo, Matteo Salvini. “Su proposta del Ministro dell’Interno”, si legge nella nota uscita da Palazzo Chigi, il Cdm “ha deliberato la proroga, per sei mesi, dello scioglimento del Consiglio comunale di Scafati (Salerno)”. La città campana è sotto regime prefettizio per infiltrazioni camorristiche da quasi 18 mesi: il primo commissariamento era stato firmato dall’ex ministro Marco Minniti a fine gennaio 2017. Salvini ha dunque prorogato una sua decisione.
Già dal prossimo consiglio, però, il leader del Carroccio inizierà a mettere sul tavolo le proposte leghiste. Ai giornalisti che lo scortano nella passeggiata tra Quirinale e Palazzo Chigi ha continuato a ripetere la ben nota intenzione di intervenire sull’immigrazione clandestina e sui rimpatri forzati. Tuttavia nella prossima riunione tra le priorità ci potrebbe essere una misura che in campagna elettorale Salvini ha citato a più riprese come il primo provvedimento della Lega di governo: l’abolizione di alcune accise.
Nel contratto stipulato con i 5Stelle al riguardo c’è un breve passaggio a pagina 19: “Intendiamo eliminare le componenti anacronistiche delle accise sulla benzina”. Salvini ha spiegato la misura in diversi suoi comizi pre elettorali: “L’anno scorso – ha detto – le accise hanno fruttato 27 miliardi e l’Iva sulle accise ne ha fruttati altri 12, che sono la tassa sulla tassa. Io non dico leviamo tutto, ma abbiamo una accisa ancora per il finanziamento della Guerra in Etiopia, che credo sia finita da un bel pezzo”. L’intervento, a seconda della profondità del taglio, può impattare in maniera significativa sui prezzi della benzina e altrettanto sulle finanze pubbliche.
Prendiamo le accise più “anacronistiche” per usare il linguaggio del contratto: quelle che risalgono al Novecento – e poi sono diventate strutturali – furono introdotte per finanziare le guerre in Abissinia, Bosnia e Libano; la crisi del Canale di Suez; la ricostruzione dopo i terremoti in Belice, Friuli e Irpinia: l’alluvione di Firenze e il disastro del Vajont. Eliminarle significherebbe diminuire di 20 centesimi il prezzo di ogni litro di carburante per i consumatori (in Italia costa considerevolmente più della media europea), ma per finanziare questo taglio – si stima – servono 6 miliardi di euro.
Altri provvedimenti nel programma gialloverde sarebbero invece a costo zero. Per esempio alcuni dei cavalli di battaglia dei Cinque Stelle in materia di giustizia. M5S nega di aver già stilato un cronoprogramma sulle misure da lanciare nei primi giorni di governo, ma ce ne sono due citate a più riprese quando si chiedeva di far partire le commissioni parlamentari: il cosiddetto Daspo per i corrotti e l’introduzione dell’agente provocatore.
Il contratto le definisce così. La prima: “Il ‘DASPO’ per i corrotti e corruttori, ovvero l’interdizione dai pubblici uffici e la perpetua incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione per chi è stato condannato definitivamente per un reato di tipo corruttivo contro la P.A.”. La seconda: “L’introduzione della figura dell’ ‘agente’ sotto copertura” e la valutazione della figura dell’agente provocatore in presenza di indizi di reità, per favorire l’emersione dei fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione”.
Come detto, per questi provvedimenti non serve mettere mano alle finanze pubbliche. Semmai verificare che rientrino tra le priorità anche dell’alleato di governo. Salvini, ieri pomeriggio, s’è insediato al Viminale. In una conferenza stampa improvvisata nel nuovo ufficio – e in diretta Facebook – ha messo in fila i suoi impegni da ministro: “Il primo tema sono migranti e sicurezza”, ancora loro, “poi beni confiscati alla mafia e personale delle forze di polizia e vigili del fuoco”.
Crac del Credito cooperativo: chiesti otto anni per Verdini
Condanna a otto anni di reclusione per Denis Verdini. Questa la richiesta avanzata ieri dai pg Fabio Origlio e Luciana Singlitico, al termine di una requisitoria durata circa sei ore durante il processo di appello per il crac dell’ex Credito cooperativo fiorentino. A Verdini l’accusa ha contestato anche il reato di associazione a delinquere, per il quale era stato assolto in primo grado. Complessivamente tuttavia la pena è inferiore a quella di nove anni inflittagli in primo grado poiché è stata riconosciuta una continuazione tra il reato di bancarotta per l’ex Credito cooperativo e la parte del processo riguardante l’editoria. La procura generale ha poi contestato il reato di associazione a delinquere anche ad altri due imputati, Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei della Btp, per i quali sono stati chiesti rispettivamente 6 anni e 6 anni e tre mesi di reclusione, a fronte di una condanna a 5 anni e sei mesi in primo grado. Tra le altre richieste avanzate, una pena di 3 anni e mesi 6 di reclusione per Monica Manescalchi e Riccardo Rossi. La prossima udienza, nel corso della quale la parola passerà agli avvocati delle parti civili, è fissata per il 5 di giugno. Poi sarà la volta dei difensori degli imputati.
Tria sull’Ue non è meno “eretico” di Savona
C’è una curiosa successione nell’ultimo numero (marzo 2018) della rivista della Fondazione Craxi, Le sfide: nella sezione “Italia-Europa” si susseguono gli interventi di Giovanni Tria e Paolo Savona, il neoministro dell’Economia e quello che avrebbe potuto esserlo senza il veto del Colle, oggi dirottato agli Affari Ue.
Quella tra Tria e Savona è una staffetta sulla carta, dunque, ma pure al governo: lo stesso ex ministro di Ciampi, peraltro, è stato tra gli sponsor della nomina del preside di Tor Vergata. Ora i due, che si conoscono da tempo, lavoreranno insieme sui rapporti tra Italia e Ue, tema su cui – carattere e stile a parte – non sono poi così distanti. I due articoli di Le sfide, ad esempio, sono entrambi dedicati alle proposte con cui l’Italia dovrà partecipare alla riforma dell’Eurozona avviata da Francia e Germania.
Tria, per dire, scolpisce che includere il Fiscal Compact “nell’ordinamento dell’Ue significa un ulteriore trasferimento di poteri a una istituzione europea, quando non è stato ancora risolto il problema della sua legittimazione democratica e cioè chiarito che l’Unione politica è un obiettivo”. Se non è un obiettivo, insomma, niente cessione visto che “la discrezionalità fiscale è la base della sovranità politica”.
Se non va bene il Fiscal Compact, però, “è molto pericolosa” pure la proposta degli economisti franco-tedeschi sui debiti pubblici: la parte eccedente il 60% del Pil, secondo loro, andrebbe emessa in titoli di Stato di “serie B”. Problema: di fronte a uno choc esterno questo sistema “tenderebbe ad accelerare la crisi”.
Il dilemma in Europa, è la tesi del ministro dell’Economia, “è tra condivisione e limitazione dei rischi”: la prima è richiesta dall’Italia (e altri), la seconda un’ossessione della Germania (e altri). Questa la proposta di Tria: andrebbe assunta “la limitazione del rischio come un compito immediato, nazionale ed europeo, e questo significa indicare un piano percorribile e credibile di riduzione e ristrutturazione (sic) dei debiti. L’Italia non dovrebbe sedersi al tavolo senza un piano specifico sul debito da contrattare in Europa in cambio di impegni sul bilancio Ue (…) Si tratta di predisporre un piano massiccio di investimenti pubblici di dimensione tale da contrastare a breve termine una nuova deflazione”.
In sostanza, l’Italia si impegna a tagliare il debito, ma con l’aiuto della Bce e un piano di investimenti pubblici realizzato con un (aumentato) budget Ue in modo da attenuare gli effetti recessivi del consolidamento fiscale: in sostanza un inizio di trasferimenti dai Paesi core (Germania) a quelli periferici. Per Berlino, se non una bestemmia, quasi.
Cosa scrive Savona? Che tra chi fa finta di nulla e chi vorrebbe uscire dall’euro lui propone la terza via di chiedere con durezza una riforma dell’Ue prima della sua implosione: la linea Macron-Merkel “per noi italiani equivale ad essere emarginati dal processo decisionale e conduce a un vero protettorato”. L’Italia dovrebbe fare queste, minime, proposte: accrescere il budget Ue permettendo anche l’indebitamento; dare più peso all’Europarlamento; ampliare i poteri della Bce; un accordo vincolante sull’immigrazione. Tradotto: se non una bestemmia, quasi.
Ora Tria e Savona avranno modo di testare la durezza dello scontro in prima persona. Il secondo non pare farsi molte illusioni: “Le prospettive di una riforma dei trattati che porti l’Ue fuori dalle secche sono nulle”. Auguri.
Trenta e l’ombra dei contractor: la prof. guerriera
Perché Elisabetta Trenta, su indicazione dei Cinque Stelle, è ministro della Difesa? Può stare sia in divisa con la mimetica dell’esercito, capitano di riserva selezionata, che in cattedra con la vicedirezione di un master in Intelligence alla Link Campus University di Vincenzo Scotti, dove studiano – e talvolta insegnano – gli agenti segreti.
Può stare in missione in Iraq per la Farnesina e in Libano per le Nazioni Uniti. Ovunque nel ruolo di altissimo dirigente (program manager) con la cooperazione di SudgestAid, una società senza scopo di lucro – in orbita ateneo Link, e di recente al centro di scambi di quote fra la pubblica Formez e Consedin – e che promuove la ricostruzione anche burocratica in Paesi devastati dai conflitti bellici.
Quattro anni fa, la prima commessa per la formazione dei dipendenti nel governatorato di Dhi Qar – dove l’Italia ha la base di Nassiriya – fu attribuita a SudgestAid, che coinvolse la Link. Per anni presidente, adesso Trenta è membro del comitato direttivo di Consortium for research on intelligence and security services, che per gestione e personale è organica ancora alla Link di Scotti, fucina di collaboratori e suggeritori di Luigi Di Maio. Il consorzio Criss – formato da una dozzina di società – opera sempre nel settore della sicurezza. Il settimanale francese Le Point insinua che SudgestAid abbia “reclutato mercenari in Medio Oriente”. E la Trenta smentisce sdegnata. Che c’entrano i mercenari con la carriera di Trenta? Il legame è Gianpiero Spinelli, ex paracadutista della Folgore, che di mestiere fa il contractor, il combattente in zone di guerra per società private. I quattro militari italiani sequestrati in Iraq nel 2004 erano colleghi di Spinelli. Tre furono liberati, il quarto era Fabrizio Quattrocchi, che fu ammazzato con una brutale esecuzione ripresa in un celebre e tremendo video. Spinelli ha più volte spiegato che i militari privati rappresentano l’azione esterna di un esercito: “L’11 Settembre, quando ho visto gli aerei che si conficcavano nelle Torri, mi sono detto: non posso più stare a guardare. Ognuno deve fare la sua parte”.
Oggi Spinelli frequenta la Link e – come SudgestAid o la fondazione Icsa che fu guidata dall’ex ministro Marco Minniti – è presente nel consorzio Criss con Stam, soluzioni terrestri, aeree e marittime. Cosa fa Stam di Spinelli? “Intende offrire al mercato un modello di approccio alla sicurezza completo e integrato. L’offerta è rivolta a molti: governi, forze armate, forze dell’ordine, organismi non governativi e multinazionali”. Tra i clienti di Stam: Link Campus, Esercito italiano, Marina e Polizia brasiliana, governo libico e SudgestAid. In una biografia pubblicata sul proprio portale, Spinelli racconta di un appalto in Libia per SudgestAid: “Grazie all’alto livello raggiunto a cavallo tra il 2012 e il 2014 partecipa con Stam a un contratto gestito dalla società italiana SudgestAid sotto l’egida del Ministero degli Esteri, dell’Unione Europea, del governo libico e del Lprd (Libyan Program for Reintegration and Development), riguardo le operazioni di selezione e formazione di 120 ex combattenti che integreranno le file della futura polizia turistica, all’interno del programma per il disarmo”.
Ultima annotazione per completare il profilo del ministro: il marito è un colonnello dell’Esercito al vertice di Segredifesa.
La nomina di Elisabetta Trenta alla Difesa pone un paio di questioni: ora è costretta – senza indugi – a lasciare gli incarichi in SudgestAid, nel consorzio Criss e in ogni progetto di Link University per allontanarsi dal conflitto di interessi che i Cinque Stelle contestano ai concorrenti politici. Dopo l’articolo di Le Point, gli avversari della maggioranza gialloverde sono già scatenati in cerca di prove di faccende compromettenti, passate o future. Il ministro Trenta, contattata dal Fatto Quotidiano, non ha risposto alla richiesta di chiarimenti.
Berlusconi lasciato solo: “Forza Italia è all’opposizione”
Con il centrodestra che ormai non esiste e Forza Italia all’opposizione in maniera quasi impalpabile (è da tempo iniziata l’opa della Lega di Salvini), Silvio Berlusconi interviene per dare la linea ai suoi parlamentari e ai suoi elettori con una messaggio che sarà diffuso oggi in occasione della festa della Repubblica: “Per quanto ci riguarda noi rimaniamo coerenti e fedeli al voto del popolo di centrodestra e saremo, perciò molto rigorosi nell’opporci a tutto quello che giudicheremo non positivo per l’Italia e per gli italiani. Ci opporremo al pauperismo, al giustizialismo, ad ogni atto che metta in pericolo i conti pubblici, il ruolo internazionale del nostro Paese, il lavoro e il risparmio degli italiani, la nostra libertà. Per questo noi non possiamo che votare no alla fiducia a questo Governo”. E il capogruppo Mariastella Gelmini segue a ruota: “Nella squadra del governo Conte ai 5 stelle vanno i Ministeri pesanti. Sviluppo economico, Lavoro, Infrastrutture, Giustizia, Salute. Più che un esecutivo sembra la sede distaccata della Casaleggio Associati. Forza Italia farà opposizione senza sconti”.
Moavero, il diplomatico suggerito dal Colle
Da Bruxelles la nomina considerata decisiva in questo governo non è quella di Paolo Savona, agli Affari europei, ma il ritorno di Enzo Moavero Milanesi, 63 anni, andato agli Esteri. Un nome di garanzia, suggerito dal Quirinale, che avrà un peso europeo decisivo, relegando ai margini Savona. Ai tempi del governo di Mario Monti, tra 2011 e 2012, Moavero era molto più di quello che indicava la sua qualifica di ministro senza portafoglio per gli Affari europei: era l’interlocutore di ogni commissario europeo di passaggio a Roma. Dalla presidenza del Consiglio, agli Affari generali, il coordinamento dei ministri degli Affari europei, influenzava l’agenda del Consiglio europeo che riunisce i capi di governo: non tanto sui grandi temi – che decidono i leader – ma con quell’attenzione alla scaletta della discussione, ai dettagli laterali, alle omissioni cruciali che soltanto i professionisti della bolla comunitaria padroneggiano.
Nel governo Letta Moavero rimane al suo posto, arriva Matteo Renzi che preferisce affidare i rapporti con l’Europa a un fedelissimo come Sandro Gozi, anche lui un ex funzionario europeo come Moavero che però, dopo essere stato capo di gabinetto di Monti da commissario, era arrivato a una poltrona di vertice della struttura tecnocratica, quella di vicesegretario generale. I rapporti tra Gozi e Moavero non sono mai stati di collaborazione: o uno o l’altro. Moavero viene messo da parte, torna a fare il professore alla Luiss, salvo essere di nuovo coinvolto dal governo Gentiloni come negoziatore per tentare di portare in Italia (senza successo, per poco) la sede dell’Agenzia europea per i medicinali: Moavero in ottimi rapporti con Jean Claude Juncker e con Michel Barnier, ex commissario oggi negoziatore per la Brexit. Adesso Moavero si trova a fare di necessità virtù: a usare una macchina strutturata e piena di risorse come quella del ministero degli Esteri per attività che lui considera di politica interna, cioè le questioni europee. Paolo Savona non potrà competere: su tutti i dossier europei che contano, dalla questione migranti alla Libia, ai rapporti con i Paesi dell’Est del gruppo Visegrad, se Moavero schiera la Farnesina, sarà lui ad avere l’ultima parola. E ogni ministro avrà a fianco un consigliere diplomatico, indicato da Moavero. Il tasso di europeismo di un governo che nasce euro-scettico sarà così garantito.
Che c’entra un personaggio così con la coppia Salvini-Di Maio? Con la Lega nulla, se non per le origini milanesi. Ma nella biografia di Moavero ci sono tratti che possono sedurre i grillini: da ministro degli Affari europei Moavero non ha mai avuto neppure un portavoce, praticamente zero staff, faceva tutto da solo, senza apparire (le sue interviste televisive sono rarissime). Quando viene nominato ministro nel 2011 si dimette da giudice della Corte di Giustizia europea, anziché mettersi in aspettativa, lasciando uno stipendio sicuro e ricchi trattamenti pensionistici. Un gesto non scontato, come dimostra il fatto che il nuovo presidente della Consob, Mario Nava, ha chiesto addirittura di essere distaccato dalla Commissione, invece di dimettersi o chiedere l’aspettativa.
Nella sua azione europea, a differenza dei luoghi comuni sul governo dell’austerità, Moavero si è mosso su indicazione di Monti per aggregare un fronte anti-austerità che all’epoca aggregava la Francia di François Hollande (il partner indispensabile per l’Italia nelle trattative con la Germania) e perfino la Gran Bretagna di David Cameron. Più o meno quello che, in modo più confuso e aggressivo, immaginano di fare Lega e M5S.
Salvini, le mani sui migranti: “Meno fondi all’accoglienza”
Ora non basta più gridare “a casa loro” e twittare indignato contro i migranti. Ora c’è da “studiare i dossier” come ha detto ieri Matteo Salvini. Il neoministro ha giurato, ha battibeccato con Graziano Delrio rigettando l’epiteto di “neofascista”, è stato acclamato, ha messo il sigillo al primo Consiglio dei ministri con la proroga dello scioglimento per mafia del Comune di Scafati (Salerno) e in serata è andato al ministero dell’Interno, secondo leghista al Viminale dopo Roberto Maroni che in queste settimane è stato prodigo di consigli e incoraggiamenti, per incontrare i prefetti capi dei dipartimenti.
Clima disteso e informale. “Al Viminale – ha detto Salvini – arrivo in punta di piedi per ascoltare e capire, non arrivo con la ramazza al di là di quanto qualcuno possa pensare dei leghisti”.
Ad accoglierlo tra gli altri c’era Franco Gabrielli, capo della polizia nominato da Renzi e confermato da Gentiloni senza termine, ovviamente salvo revoca, come era sempre stato fino a Renzi. Salvini pare orientato a tenerlo al suo posto: “Farò le mie valutazioni – ha detto ieri – ma certamente abbiamo una squadra che ha lavorato bene”. Salvini era andato a trovare Gabrielli al Viminale prima ancora che si chiudesse la partita per il governo: sembra lontana la lite che i due ebbero a distanza, nel 2016, quando Gabrielli era prefetto di Roma.
L’immigrazione è “il primo dossier” salviniano. Ieri ha dichiarato che vorrebbe “dare una bella sforbiciata a quei 5 miliardi di euro” per l’accoglienza ai migranti, anche se poi non ha potuto negare che “l’accoglienza, nei limiti e nelle regole, penso sia interesse di tutti”. Del resto, senza accoglienza ci sarebbero più stranieri nelle strade. Salvini lancia messaggi distensivi alla Chiesa e Sant’Egidio: “Mai detto no ai corridoi umanitari”. L’impegno però resta “ridurre gli sbarchi e aumentare i rimpatri”.
Bene, partenze e sbarchi sono ripresi e Salvini dovrà provare a fare più di Marco Minniti, che qualche risultato l’ha avuto (gli sbarchi scendono da undici mesi, da gennaio sono arrivati 13.430 stranieri, il 78% in meno dello stesso periodo del 2017) fino a esporre l’Italia a critiche e ricorsi alla Corte dei diritti umani per aver lasciato mano libera ai guardacoste libici. Minniti e Salvini non si sono ancora sentiti ma forse lo faranno.
Ancora più difficile sarà “rimandare a casa loro” i “clandestini”, “circa 500 mila” secondo il contratto Lega-M5S e fra i 3 e i 400 mila (su oltre 5 milioni di stranieri) secondo le stime che circolavano fino a ieri al Viminale. Richiede tempo e costa caro, servono accordi con i Paesi d’origine e oggi ce ne sono solo con la Tunisia (massimo 80 a settimana su 2 charter), l’Egitto e la Nigeria (un aereo al mese), il Sudan e il Gambia. Dal Marocco all’Est europeo extra-Ue, dal resto dell’Africa a tutta l’Asia le cose sono molto più complicate, si fa volta per volta e non è gratis. Infatti i rimpatri veri e propri sono poco più di 3.000 l’anno, si arriva a 7.000 con i respingimenti alle frontiere. Per “rimandarli a casa loro” bisogna che i Paesi d’origine riconoscano i loro concittadini; nel frattempo la legge permette di trattenerli per 90 giorni (che non sempre bastano) ma i Cie, che oggi si chiamano Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio), sono solo 5 (Torino, Roma, Bari, Brindisi, Caltanissetta) e malmessi: circa 300 i posti disponibili. Lega e M5s, come Minniti, vorrebbero costruirne uno per Regione, ma ci vuole tempo e denaro e soprattutto al Nord, dalla Lombardia al Veneto dove la Lega stravince, le Regioni non li vogliono. Se si arrivasse a 2.500 posti, in qualche anno a regime potrebbero fare, in teoria, 20 mila rimpatri l’anno, ma forse non basterebbero i miliardi del cosiddetto “business dell’accoglienza”.
Per il resto, Salvini dovrà passare dalle parole ai fatti già martedì 5 al Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari interni (Gai) dell’Ue. Il nodo è il Regolamento detto Dublino III che inchioda i richiedenti asilo ai Paesi di primo approdo. Si discute di una riforma, il “contratto” Lega-M5s ne invoca il “superamento” ma i partner europei vorrebbero renderlo ancora più oneroso per l’Italia. “Se ci sarò è per dire no”, ha detto Salvini.